A Bruno con riconoscenza, affetto e stima per l’onestà dell’industriale per l’umanità del datore di lavoro per l’umiltà vera dell’uomo con l’impegno di custodire e far crescere queste sue virtù
La famiglia Lazzarin ringrazia quanti hanno contribuito con la loro testimonianza alla stesura di questo libro. Testi di Norma Follina Introduzione di Pietro Zanatta Fotografie di Cesare Gerolimetto Archivio Latteria Montello spa Realizzazione editoriale e stampa Grafiche Antiga spa Crocetta del Montello (TV) Finito di stampare febbraio 2017
Š 2017 Latteria Montello spa Giavera del Montello (TV) www.nonnonanni.it info@latteriamontello.com Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-99657-64-2
70 anni di un uomo, una famiglia, una terra
Sommario
Introduzione Latteria Montello, una risorsa nel tempo 10 1911 Le Origini Peccato che Nanni, quattro anni appena, rifiuti il latte, peccato, perché polenta e latte è il meglio che si possa offrire 20 1947 La Fondazione La prima caliera alla mamma, e alla figlia tremano le gambe 38 Gli anni ’60 Nanni acquista la parte di Ferruccio. Si raddoppia e arrivano le caliere a vapore 62 Gli anni ’70 Il sogno dei fratelli Lazzarin. Nuova sede da 1.500 metri quadrati e poi ancora, e poi ancora 88 Gli anni ’80 Altro balzo, altro ampliamento. Lo stracchino prende il volo 112 Gli anni ’90 Stabilimento da 8.000 metri quadrati. Il coagulatore 126 Gli anni 2000 Il caseificio raggiunge i 30.000 metri quadrati. Il nonno più buono che c’è 138 Oggi Ed ecco gli spalmabili. Lo stabilimento più bello a livello mondiale, parola di esperti 152
La famiglia Lazzarin
Benedetto
Maria Brunoro
(1882-1949)
Maria
Difendi
(1909-1992)
(1911-2001)
(1937)
Paola (1963)
Emma Marin
(1965)
(1968)
Bentivoglio (Ferruccio) (1918-2012)
(1910-1991)
Diana Baldasso
(1941)
Tiziana
(1914-1955)
Rina Pamio
Armando
(1937)
Gianni
Giusto
(1915-1986)
Giovanni (Nanni)
Luigi
(1882-1954)
Bruno
(1944)
Alessandro (1972)
Mirca (1973)
Nila Bettiol
(1944 - 2016)
Silvia (1976)
(1952)
Elisa
(1979)
Daniela (1982)
Introduzione
11
Latteria Montello, una risorsa nel tempo
Quando ai primi del 1971, i fratelli Lazzarin Luigi, Arman-
rative, sia rilevando la latteria di Povegliano, sia avviando
do e Bruno (purtroppo deceduto nel 2016), sottoposero al
in Lovadina una fiorente attività nel settore dell’allevamen-
padre Giovanni il progetto del primo stralcio di quella che
to dei maiali curata, in particolare, dal figlio Armando. Ri-
sarebbe diventata l’odierna Latteria Montello, cioè una del-
cordava poi che la stessa iniziativa imprenditoriale avviata
le più moderne ed avanzate industrie casearie nazionali ed
da lui, nel 1947, assieme ai fratelli Giusto, Difendi, Maria e
europee, ne ritrassero un commento catastrofico: “Ve ca-
Ferruccio, aveva incontrato la ferma opposizione del padre,
taré tuti tre su na strada” (Finirete tutti e tre sul lastrico).
Benedetto Lazzarin, commerciante di granaglie e agricol-
Era fuori dell’orizzonte dell’anziano “Nanni”, fondatore nel
tore. A sostenerla decisamente era stata invece la madre,
1947 della Latteria Lazzarin, l’idea di un impianto indu-
Maria Brunoro, che aveva competenze e passione per la tra-
striale di quelle dimensioni e soprattutto di quei costi. Dal-
sformazione del latte in formaggio, fresco soprattutto, che
la latteria turnaria di via Lavagei, avviata da lui e dai fratelli
poi vendeva alle famiglie del colmello.
24 anni prima in un opificio di 250 mq, si passava infatti
La contrarietà di Benedetto non era però un episodio di
ai 1.500 mq dell’impianto industriale di via Fante d’Italia,
conflittualità generazionale, ma nasceva dalla consapevo-
destinato ad occupare, nel trentennio successivo, gli attuali
lezza delle difficoltà che avrebbero incontrato i figli nell’a-
30.000 mq di terreno. Più che un salto di qualità, il nuovo
prire e sviluppare a Giavera e nei paesi contermini un’at-
progetto gli dovette sembrare un salto nel buio. Tuttavia,
tività lattiero casearia, di non facile avviamento e dalla
anche se gli dispiaceva la prospettiva di dover dismettere la
redditività tutt’altro che scontata e sicura, come avevano
vecchia sede, Giovanni assecondò la volontà di crescere dei
dimostrato analoghe iniziative sperimentate senza successo
figli che, negli anni immediatamente precedenti, avevano
nei paesi montelliani, dalla fine dell’800 alla seconda guerra
dato prova di non comuni capacità imprenditoriali e lavo-
mondiale.
Planimetria del Montello ripartito in quote e poderi, 1893 (per gentile concessione dello Studio Bastianon).
14
Va ricordata, in proposito, la latteria sociale di Cusignana
contesto socio economico estremamente precario dell’im-
e Giavera, fondata il 2 novembre 1898 ad iniziativa delle
mediato dopoguerra, nel quale le spese d’investimento in
casse rurali delle due parrocchie ed insediata in Cusigna-
attività siffatte erano rilevanti, di incerta remunerazione
na in via Casa Rossa. Era di tipo turnario, cioè richiedeva
e ad alto rischio. Anche questo spiega la sopra accennata
prestazioni di lavoro da parte dei soci a turno e non aveva
contrarietà di Benedetto Lazzarin e qualche dubbio iniziale
finalità commerciale, bensì quella di produrre formaggio e
dello stesso Giovanni che, per questo, non abbandonò mai il
burro per conto dei soci, che nel 1910 erano 156. Verosimil-
lavoro dei campi, tenuti in gran conto come capitale e come
mente non sopravvisse alla grande guerra, dato che di essa
via d’uscita da un’ eventuale crisi dell’attività casearia.
non si trova traccia negli anni successivi.
In effetti, i tempi erano tutt’altro che favorevoli allo svilup-
Sorte analoga toccò ad un altro impianto caseario che dagli
po di qualsiasi impresa in provincia di Treviso, nella quale
ultimi decenni dell’800 agli inizi della guerra aveva svolto
nel 1946 si registravano oltre 30.000 disoccupati e migliaia
la sua attività in Giavera, nella presa VI, appena sopra il
di emigranti in partenza per l’estero… e i Lazzarin sapevano
canale Brentella. Di questo si hanno notizie molto scarne
che il formaggio non bastava produrlo, ma bisognava anche
e frammentarie. Si sa solo che negli anni ’20 il fabbricato
venderlo. E questo richiedeva acquirenti e consumatori.
venne ceduto alla famiglia Gastaldo come casa d’abitazio-
La situazione migliorò molto lentamente nel decennio suc-
ne, mentre l’attrezzatura venne venduta a Luigi Pastro di
cessivo, nel quale il reddito medio della Provincia era tra i
Selva del Montello, che dopo averla utilizzata nel caseificio
più bassi dell’Italia settentrionale. Al riguardo, nel saggio
di proprietà, la cedette proprio ai fratelli Lazzarin, prefe-
di B. Buosi e G.P. Nicoletti (Un paese all’estero. L’emigrazione
rendo dedicarsi alla stagionatura e commercializzazione di
da Volpago tra il 1870 e il 1970) si legge: “Fatto 100 il reddito
formaggi e salumi nazionali ed esteri.
medio per abitante dell’Italia settentrionale, nel 1951 i Tre-
La dismissione di questa latteria levò di mezzo un con-
vigiani erano a quota 53, dopo 10 anni erano saliti solo a 59.
corrente e consentì a Giovanni Lazzarin e ai fratelli di ac-
Considerando l’intera penisola e fatto uguale a 100 il reddi-
quistare a prezzo vantaggioso gli strumenti di base per la
to medio per abitante, Treviso era a 76 nel 1951 e ancora a 76
lavorazione del latte e la produzione di formaggi freschi
nel 1960. Dunque segni di crescita e di sviluppo non ve n’era-
e stagionati nel “Caseificio sociale turnario”, ufficialmente
no o erano assai timidi, tali, comunque, da mantenere inal-
istituito in via Lavagei il 7 febbraio 1947.
terata la distanza con le province più ricche e sviluppate”.
L’iniziativa richiese non poco coraggio, dedizione e impe-
A metà degli anni ’50, 75 comuni trevigiani su 96 furono
gno da parte dei promotori, dato che prendeva avvio nel
classificati come “zone depresse”. A questi, nel febbraio
Introduzione
15
1960 si aggiunse, dopo il distacco da Arcade, il neoistituito
malà el contadin o l’è malà el polastro!”.
Comune di Giavera, che condivideva le grame condizioni
Negli anni successivi, il pagamento del latte in denaro anzi-
economiche degli altri comuni montelliani. Nel territo-
ché in prodotti caseari, assicurò una maggiore disponibilità
rio di questi, con l’eccezione di Montebelluna, l’industria
e libertà economica alle famiglie contadine, i cui introiti
stentava a decollare e l’agricoltura, che occupava la maggior
derivavano dalla vendita di qualche vitello, dei bozzoli, del
parte della popolazione attiva, era arretrata e scontava pe-
pollame e di poco altro e talora si dimezzavano nella ripar-
santemente l’eccessivo frazionamento fondiario. I terreni
tizione mezzadrile o nel pagamento del canone d’affitto.
erano condotti per lo più ad affitto e a mezzadria e costitu-
La raccolta del latte riguardava i paesi di Giavera, Selva,
ivano aziende solitamente di piccole dimensioni e, in talu-
Volpago, Bavaria, Nervesa, Cusignana etc. Essa veniva ef-
ni casi, affidate a manodopera femminile e anziana, perché
fettuata anche nelle case sparse del Montello, lontanissime
quella maschile e giovane andava a cercar fortuna all’estero.
dalla sede di via Lavagei, e per quantitativi che talora ren-
Il fenomeno migratorio fu particolarmente duraturo e in-
devano antieconomica la raccolta stessa. I Lazzarin – prima
tenso nel Comune di Giavera, con partenze sino ai primi
Giovanni e poi i figli – ebbero sempre un occhio di riguar-
anni ’70 (123 emigranti nel 1970, 111 nel 1971).
do per i “soci del bosco”, creando un legame che resistette
Pur in un contesto così difficile e lento ad evolvere, l’inizia-
più che altrove alle proposte di cambiare società avanzate
tiva della Latteria Lazzarin riuscì a decollare e prosperare,
da qualche ditta concorrente.
diventando anche un’opportunità di miglioramento delle
Il conferimento del latte, salvo il caso di poche e relativa-
condizioni di vita nei paesi montelliani e di crescita della
mente grandi aziende agricole, consisteva in qualche deci-
stessa economia contadina, mediante la valorizzazione di
na di litri al giorno. Le stalle, infatti, erano costituite sino
una risorsa come il latte, che veniva prodotto praticamente
ai primi anni ’70, da due-tre mucche, talvolta da una sola,
in tutte le famiglie. La sua lavorazione a regola d’arte e la
perché non c’era fieno a sufficienza per un numero maggio-
trasformazione in formaggio, casatella, burro ecc, che nei
re di animali. Per sopperire a tale carenza, in molte famiglie
primi anni venivano distribuiti pro-quota ai soci, contri-
si andava a “far erba” nel bosco, lungo gli argini dei fossi, sui
buì a migliorare la qualità dell’alimentazione, fornendo un
cigli delle strade e, addirittura, tra i solchi del granoturco
companatico sostanzioso e sano, in tempi di diete talmen-
che, in tal modo, subiva un diserbo sicuramente naturale,
te scarse di grassi da meritare un proverbio di facile com-
ma altrettanto gravoso per chi lo effettuava. Venivano re-
prensione, ripetuto sino agli anni ‘60 e, purtroppo, dai più
cuperate persino le foglie e le cime del mais, che venivano
dimenticato: “Quando un contadin magna polastro, o l’è
stoccate con la tecnica rudimentale del “fimariol” (dal dia-
16
lettale fime, cioè cime del mais). I campi a prato stabile
zonello, della quale erano conferenti molti contadini della
erano solitamente pochi, perché le colture maggiormente
zona alta del Montello e dei paesi posti a Nord del colle. Il
praticate sino agli anni ‘60 riguardavano il grano, il mais e
caseificio, dapprima insediato nei pressi della chiesa di SS.
l’uva, con il sistema della piantata. Questi prodotti erano
Angeli e quindi ai piedi di via Gorini (presa VII), in una
destinati all’alimentazione delle famiglie e all’allevamento
zona che garantiva disponibilità d’acqua, ebbe sino a 130
del pollame casalingo e, nel caso dei mezzadri e dei fittavo-
soci, ma nel 1991 dovette trasferire l’attività a Maserada sul
li, costituivano una parte consistente della quota padronale
Piave, sia per ottemperare alle norme igienico-sanitarie che
o del fitto a generi.
vietavano la contiguità della latteria con l’allevamento dei
Oltre che con una situazione socio economica difficile e
maiali ivi insediato, sia perché negli anni immediatamente
lenta ad evolvere, l’impresa dei Lazzarin dovette fare i conti
precedenti si era registrata una notevolissima diminuzione
anche con la concorrenza di altri operatori del settore. A
dei soci.
SS. Angeli, addirittura dal 1924, funzionava la latteria Bol-
Una concorrente ben più agguerrita dei Lazzarin fu sicu-
Uno scorcio del Montello con la vecchia chiesa di Giavera.
Introduzione
17
ramente la latteria sociale cooperativa di Selva e Giavera
dea gamba”, come raccomandava il vecchio Giovanni ai fi-
del Montello, fondata nei primissimi anni ‘50 ad iniziativa
gli, divennero protagonisti di uno sviluppo straordinario,
di alcune famiglie dei due paesi. Questa conobbe uno svi-
che tuttora continua e del quale dà conto la brillante nar-
luppo rilevante soprattutto negli anni dal 1955 al 1980, sia
razione di Norma Follina nelle pagine che seguono.
in termini di latte lavorato che di soci, che raggiunsero il
Negli anni ‘70, il boom economico cambiò il volto dell’Ita-
numero massimo di 537, distribuiti nei paesi montelliani e
lia e soprattutto del Veneto e della Marca trevigiana, che fi-
altrove. Negli anni successivi, la diminuzione dei soci, sce-
nalmente uscì dall’interminabile stagione delle privazioni.
si a circa 130, qualche investimento azzardato e finanziato
Le condizioni di vita della popolazione migliorarono gra-
con debiti bancari e la gestione poco oculata dell’attività
zie all’industrializzazione, all’espansione del terziario e alla
produttiva e commerciale, determinarono la crisi irreversi-
diffusione della piccola impresa, capace di produrre occu-
bile della cooperativa, che fallì nel gennaio 1998.
pazione e reddito. L’agricoltura fece registrare la diminu-
I Lazzarin invece, pur badando a non fare “el pas pi longo
zione drastica degli addetti, drenati dagli altri settori, ma
Una veduta di Giavera del Montello dalla vecchia chiesa, sullo sfondo lo stabilimento di Nonno Nanni.
18
al tempo stesso la progressiva specializzazione delle colture
organizzata da Luigi, responsabile commerciale e presiden-
e degli allevamenti.
te della Latteria Montello S.p.a. dalle origini all’ottobre
Luigi, Armando e Bruno Lazzarin, appena assunte le redini
2016, contribuì poi a farli conoscere e apprezzare in ogni
dell’impresa, capirono subito che bisognava stare al passo
angolo d’Italia e nei Paesi vicini.
con i tempi, che la dimensione paesana o al più provin-
Il successo è stato e continua ad essere strepitoso con il
ciale dell’attività non avrebbe avuto futuro, che servivano
“Nonno Nanni”, lo stracchino che porta il nome del fon-
idee nuove e che bisognava essere in grado di competere sul
datore della latteria originaria e che, prima di volare nei
mercato nazionale ed eventualmente estero con prodotti
cieli d’Italia nelle immagini pubblicitarie, è letteralmente
nuovi e di qualità superiore, in modo da reggere e, se possi-
volato nei supermercati e nelle scelte dei consumatori, di-
bile, superare la concorrenza di autentici colossi del settore
ventando lo stracchino più venduto a livello nazionale, con
come la Galbani, l’Invernizzi etc. Investirono perciò tutte
performances di tutto rilievo in alcuni stati europei.
le loro risorse economiche e la professionalità acquisita in
A questo originale prodotto ne sono seguiti altri, ugual-
anni di lavoro, nell’impianto di via Fante d’Italia, denomi-
mente capaci di soddisfare i palati sempre più esigenti e
nato “Latteria Montello” per sottolineare il legame forte
raffinati dei consumatori italiani e stranieri. Ai formaggi
che intendevano mantenere con il territorio.
freschi, i fratelli Lazzarin hanno aggiunto un’altra leccornia
Nel 1985 l’intuizione decisiva: venne abbandonata la produ-
di successo: gli gnocchi al formaggio “Nonna Rina”, un mar-
zione dei formaggi stagionati, che era alla portata di tutti
chio in onore della loro madre e a ricordo dei suoi meriti
i caseifici, in favore di quelli freschi, preventivamente sele-
nella famiglia e nel lavoro.
zionati e quindi realizzati con una metodica che coniugava
L’espansione della Latteria Montello, in particolare nell’ul-
al meglio la sapienza casearia della tradizione familiare con
timo trentennio, ha avuto effetti benefici e di grande rilievo
i ritrovati della tecnologia più avanzata, come il “coagula-
sul fronte dell’occupazione, passata dai 30 dipendenti del
tore in continuo”, oggi capace di trasformare in formaggio
1985 agli oltre 250 attuali, senza contare l’indotto. Ancora
fresco 1.500-2.000 quintali di latte al giorno.
una volta, come nel 1947 e negli anni successivi, l’imprendi-
Dalla ricerca costante e appassionata dei tre fratelli, in par-
torialità della famiglia Lazzarin continua a rappresentare
ticolare di Bruno, che era il responsabile della produzione,
una risorsa straordinaria per il territorio e i suoi abitanti,
uscì una gamma di prodotti che per gusto, gradevolezza e
tanto più importante oggi, in tempi di crisi economica e di
caratteristiche organolettiche, andarono ben oltre gli stan-
mancanza di lavoro.
dard usuali dei formaggi freschi. La robusta rete di vendita
19
1911
Le origini
«Peccato che Nanni, quattro anni appena, rifiuti il latte, peccato, perché polenta e latte è il meglio che si possa offrire»
A
l rumore del catenaccio, il cane Bibi apre gli occhi e inizia subito la corsa lungo il filo di ferro attraverso il cortile. Un trambusto che non sfugge alla gatta e tantomeno alle mucche in stalla, pronte a frantumare il silenzio dell’alba
con i muggiti. E lo sbattere della porta di legno contro la parete conferma che la giornata di Benedetto è già iniziata senza sveglia, senza profumo di caffè, senza sorprese – grazie a Dio – visto che il cielo ancora stellato, in questa mattina di maggio, non minaccia grandine. La campagna non dà tregua ai contadini con le viti da irrorare, col fieno da falciare, col granoturco, col frumento che, maledizione, quest’anno è infestato dai papaveri. Bello, bellissimo quel campo, pensano i bambini, una meraviglia, confermano le ragazze, una disdetta per Benedetto Lazzarin classe 1882, 33 anni, due figli maschi, una bimba e la moglie Maria. Lo dice di continuo, ma la solfa è la stessa per tutti: quando il campo non è rosso fiammante, allora è punteggiato del bell’azzurro del fiordaliso. Meraviglia delle meraviglie, quelle distese stuzzicano la voglia di arrivare poco più in là dove i fiori sono abbondanti, dove anche le margherite superano il frumento. Si potrebbe tentar di raccoglierne un mazzetto per la Madonna. Soltanto due tre passi, passi vietati, proibito calpestare il grano. Se il contadino ti vede, ti scatena contro il cane e, così, le bimbe si accontentano dei non ti scordar di me Uno scorcio del Piave dal Montello; sullo sfondo le Prealpi trevigiane e le Alpi.
23
24
Nella pagina a fianco: davanti al capitello di San Rocco, vicino a casa, nonno Benedetto attorniato dai nipotini. Da sinistra e in senso orario: Armando, Luigi, Bruno e i cugini Leonzio e Aldo.
lungo i fossi, accarezzati dall’acqua che, inciampando su un rametto di traverso, va giù, senza uno sguardo, senza un sorriso, e scivola fin dove l’attende Maria col bucato. Una tavola per lavatoio, un pezzo di sapone fatto in casa da usare con parsimonia, una spazzola bella ruvida, tanto olio di gomito, ed ecco che, al primo sole, il bucato è steso sul filo a bordo campo. Certo un lenzuolo è liso, l’altro è rammendato e i pantaloni hanno una pezza grande sulle ginocchia, ma la pulizia non si discute. In cortile Benedetto passa in rassegna i pochi attrezzi: il carretto con la ruota da sistemare, la vecchia bici sotto il porticato e quel carro nuovo di zecca di ultima generazione che
Qui sotto: Bruno (a sinistra) con l’inseparabile cugino Aldo.
ha fatto parlare l’intero paese. No, quello per il momento non lo presta a nessuno. Per i paesani può bastare la vecchia carretta piatta con i quattro bastoni già infilati agli angoli e pronta a sopportare ancora chissà quanti carichi di sacchi, di fieno, di paglia. È soddisfatto. A letto i piccoli dormono. Diavolo: peccato che a Giovanni, il più grande, quattro anni appena, il latte vada di traverso. Peccato perché polenta e latte è il meglio che si possa offrire, altro che storcere il naso e blindare la bocca. Maria ha provato in tutti i modi a fargliela aprire, ma tanto vale, quel goccio che riesce a infilargli se lo ritrova spruzzato sul vestito. Non è un dispetto, Maria. Lei non si fa attendere, pochi minuti e il marito se la trova
Le origini
28
in stalla a mungere, senza parole, con i pensieri che corrono alla nuova giornata, al bimbo in arrivo con l’autunno, alle formaggelle che prepara da qualche tempo. Una delizia, saporite e asciutte al punto giusto: il vicinato le apprezza e qualcuno arriva a comprarle. Maria è incredula, convinta di non fare nulla di eccezionale, contenta di partecipare alle magre finanze della famiglia. In stalla ognuno segue i propri pensieri, lui indispettito dalla mucca che gli sbatte in faccia la coda nel tentativo di cacciare i tafani, lei attenta che non arrivi un calcio a mandare all’aria il secchio. Non volano molto in alto i pensieri dei due contadini di Giavera, ai piedi del Montello, la collina diventata una piccola miniera di legna da fuoco. Eppure, in questo fine maggio del 1915 sta per iniziare uno dei peggiori eventi. Qualcuno ha deciso che si partecipa alla guerra, alla Prima Guerra Mondiale. Non lo sanno le genti del Montello e se qualcuno lo dice, non ci fanno caso. Si combatte altrove, in altri paesi, in Tripolitania forse, ma qua, da noi, non sarà mai. Mai. Invece passano tre anni e le fauci ingorde della guerra annientano interi paesi, macchiano il Montello del sangue dei nostri ragazzi e di quelli di ogni dove, l’acqua del Piave si colora di rosso. Intere famiglie caricano quattro stracci e due pentole sui carretti e vanno in cerca di un luogo in cui vivere, altre vengono spinte, volenti o nolenti, su treni gremiti di disperati e spedite giù, in giro per l’Italia, giù al centro, al Sud, dove la povertà morde quanto qua, là dove la gente ti guarda di traverso per il pane che le togli di bocca, per la fame che fa urlare le budella, per la parlata che non capisce.
Benedetto, Maria e i loro figli hanno superato la tempesta, voluta dagli uomini, nella loro casa rimasta in piedi: piccola oasi, e poco più in là il deserto. Quando, per le nostre genti, la guerra finisce con la battaglia del Montello nel giugno del 1918, Benedetto ha cinque figli: Giovanni di sette anni e, vispo com’è, con lui servono le maniere forti, pensa suo padre. Maria ne ha otto, Giusto quattro, Difendi tre e Bentivoglio (Fer-
Le origini
Vacche al pascolo sul Montello.
33
ruccio) è ancora in fasce. Nel vero senso della parola perché i bimbi si fasciano fino alle ascelle, tenuti belli stretti per un motivo o l’altro, ma soprattutto per la credenza popolare che così le gambe cresceranno dritte come il manico della scopa. Bentivoglio (Ferruccio), l’unico a non muoversi, gli altri invece con tutto il sole, con l’aria pura dei campi, si lanciano nelle corse lungo i filari e nella caccia ai nidi, tanto da far spazientire mamma Maria. Finita la guerra, la fame si fa più feroce, centinaia di famiglie si trovano a vivere nelle baracche inviate dallo Stato, molti giovani non hanno fatto ritorno, altri emigrano in cerca di qualche soldo per i genitori. Gli anni passano, i figli crescono. Neanche un trentennio dopo arriva un’altra guerra più insidiosa della prima: e si supera anche questa nuova peste. Mamma Maria, testarda più che mai, continua a vendere formaggelle e in stalla arriva qualche mucca in più. Latte da piazzare, latte in cambio di formaggio. Ma lei non ci sta e una sera prende il coraggio a due mani per parlare, con lo sguardo abbassato, alla famiglia. Dice che sta facendo i conti da tempo, che le sue formaggelle rendono molto di più del latte conferito in latteria, che… Nella pagina a fianco: i cugini Lazzarin; da sinistra a destra: Armando, Bruno, Luigi e Aldo.
che… Benedetto aspetta la conclusione del discorso, tanto non darà mai retta alle proposte della moglie, tanto le donne devono starsene buone a lavorare, tanto il capofamiglia è lui.
34
Maria alza lo sguardo e d’un fiato propone di non portare più il latte a Povegliano, di trasformarlo tutto in formaggio. Salvati cielo. Ecco: le donne quando parlano vanno a parare nelle fantasie. I figli, ormai adulti con moglie e prole, ascoltano e credono nell’idea della mamma. Una sera di fine dicembre 1946, alla spicciolata, arrivano in casa di Benedetto Lazzarin una ventina di uomini; si siedono nel chiaroscuro dell’unica lampadina lanciata dritta dal soffitto fin sopra il tavolo. Nell’attesa si solleva un parlottare indistinto, simile al rumore sordo dell’acqua che scorre nel fosso oltre il cortile, ma quando le voci vanno scemando, prende forma in concreto il progetto di una latteria sociale-turnaria, dove i contadini potranno consegnare il latte fino alla quantità sufficiente per farsi il formaggio da portare a casa. Mamma Maria, col nipote Luigi di 9 anni, figlio di Giovanni, è seduta in disparte, vestita a festa: il modo giusto per accogliere i paesani. C’è Ferruccio Agnoletti, che diventerà il primo presidente, con lui Nani Tabarin, Orazio Agnoletti e sono presenti i cinque fratelli: Maria, Giovanni (Nanni), Giusto, Difendi e Bentivoglio (Ferruccio). Papà Benedetto no. Fuori di sé per essersi trovato in minoranza, furibondo per quell’idea che avrebbe potuto portare alla rovina le povere finanze, intestardito nel pensiero che nulla di buono possa uscire dalla testa della moglie, va e viene tra stalla e cortile. Scartoccia pannocchie, prepara i rametti di salici per la potatura, impreca contro le vacche, zittisce il cane. Una bufera fuori, un progetto serio dentro casa. Sotto un cielo plumbeo che promette neve, un mese più tardi, prende forma il Caseificio Sociale Turnario. La mamma sorride appena. È il 7 febbraio 1947.
Nella pagina a fianco: la data di fondazione della Latteria Montello. L’iscrizione fatta con i numeri progressivi che servivano per imprimere le forme di formaggio.
Le origini
35
36
La famiglia delle origini Benedetto, Maria e i cinque figli Eccolo nonno Benedetto, lassù in cielo, che sta lustrando le lenti, convinto di prendere lucciole per lanterne: un caseificio così non se lo sarebbe mai immaginato. Eppure la moglie Maria, col dito puntato verso la Terra, gli ricorda: “Te l’avevo detto che avrebbe funzionato”. Se volesse essere sincera, nemmeno lei aveva ipotizzato tanto successo, ma si lascia vincere dalla voglia di rivalsa, mentre insieme osservano nipoti e pronipoti al lavoro. Benedetto libera la fronte dal cappello in segno di soddisfazione e commenta: “Boh, troppa tensione”. Punto di vista di chi è vissuto nella pace dei campi e commerciava granaglie e legna.
Benedetto (1882-1949)
Maria Brunoro (1882-1954)
Nasce in una famiglia di contadini dalla quale eredita la passione per il lavoro dei campi e per la stalla. D’inverno sale lungo le prese del Montello con l’accetta in spalla per il taglio della legna che poi porta a vendere a Treviso e perfino a Mestre, sul carro trainato dal cavallo.
La nonna che viene dalla montagna, così la chiamano i nipoti, aiuta il marito Benedetto e si prende cura della casa e dei cinque figli: Maria, Giovanni, Giusto Difendi e Bentivoglio (Ferruccio). È lei a produrre e a vendere le prime formaggelle per far quadrare il bilancio familiare ed è ancora lei ad avere l’intuizione della latteria.
37
La maggiore, lavora in casa, nei campi e in latteria. Molto affezionata ai fratelli e ai nipoti per i quali confeziona maglie o berretti di lana.
È il più giovane dei figli di Benedetto e Maria. Nel 1962 cede la piccola quota di latteria; più tardi entra al 50% nell’allevamento di Lovadina che Giovanni aveva acquistato.
È il casaro della prima latteria. Viene a mancare a soli 41 anni per un incidente stradale in moto.
Maria (1909 - 1992)
Bentivoglio (Ferruccio) (1918-2012)
Giusto (1914-1955)
Giovanni (Nanni) (1911-2001)
Difendi (1915-1986)
È il primo figlio maschio di Benedetto, appassionato, come il padre, del lavoro dei campi. È lui a prendere in mano la latteria nel 1957, due anni dopo la morte del fratello Giusto. Nel 1971 lascia l’attività ai figli Luigi, Armando e Bruno per dedicarsi all’allevamento di suini a Lovadina. Cacciatore esperto ed altrettanto abile nel gioco delle bocce.
Non si occupa del caseificio al quale preferisce la cura dei suoi terreni e l’allevamento di suini.
1947
La Fondazione
La prima caliera alla mamma, e alla figlia tremano le gambe
R
ivoluzione nella casa appena acquistata a cento metri da quella natale e, con i sogni che volano oltre il confine del possibile da loro conosciuto, entra l’attrezzatura. Eccola la caliera (caldaia) dalle uova d’oro, la prima della storia Lazza-
rin: capienza di 12 ettolitri. La guarda ansioso Giusto che ha scelto di fare il casaro, la scruta Giovanni, chiamato Nanni, sempre diviso tra la distesa di campi da tenere come giardini e la nuova attività. Madre e sorella la fissano ogni volta che entrano, si fermano, la accarezzano chiedendole con insistenza un futuro. Bentivoglio (Ferruccio) no, e nemmeno Difendi: ci hanno pensato notti intere, si sono consultati con i saggi del paese e alla fine ognuno ha continuato per la propria strada. Mediatore il primo e contadino l’altro. Nessuna lite, qualche mugugno forse: ognuno decida da sé, è il pensiero di mamma Maria. E ognuno decide. La caliera luccica come un miraggio, la legna non manca in questa zona dove il bosco cresce a due passi. Facile ora che tutto è pronto, facile come ingoiare un sorso di buon vino, ma il meccanismo del fuoco per cuocere il formaggio è tutto da pensare. Nanni non si dà pace. Lo sa bene il casaro Giusto che il fratello maggiore ha i campi da seguire, capisce che il fieno va
Nonno Nanni con la fedele cagnetta Gloria, una pointer.
41
42
raccolto al momento buono, che le viti si potano in tempo, che la semina non può attendere, capisce certo, ma l’arnese per il fuoco deve uscire fuori ad ogni costo. Il tempo vola, i contadini aspettano, i guadagni bussano alla porta malandata che presto sarà sostituita, questione di poco. Notti troppo brevi per i due fratelli, e quando la mamma Maria li va a cercare, li trova spesso addormentati con la testa sul tavolo. Qui sotto, due scorci della casa patriarcale di Benedetto Lazzarin, a Giavera del Montello, in cui sono nati Nanni, i fratelli e i loro figli.
Sveglia, si riparte e si risolve. Il graffio del fiammifero avvampa la paglia che va a rischiarare la mattina d’inverno, una fiammella tremante come il pensiero rivolto alle spese fatte, ai guadagni incerti, poi si fa forte, costringe i volti a emergere dalla penombra e finalmente il calore esce a catturare l’aria che entra dalle finestre fuori sesto, da sotto la porta. Il tepore espugna il gelo e dispensa buonumore. “Quest’estate andremo al mercato di Montebelluna – dice la mamma – e torneremo con due sporte piene di stoffa. Avremo un armadio zeppo di vestiti”. Il tono è divertito. “E cappelli – incalza la figlia – e calze… e scarpe con i tacchi”. “E nastri e fiocchi… come le signore della villa”. La giovane si mette dritta, testa alta leggermente piegata a sinistra e con sguardo sprezzante avanza per la stanza. “No, così non va, le vere signore fanno passi piccoli, un pie-
La Fondazione
45
de avanti l’altro…” Ma entrano gli uomini a interrompere l’attimo di leggerezza, anche se gli sguardi ridenti continuano a incrociarsi. Il fuoco è pronto a qualche metro dal recipiente dove il bianco del latte contrasta con il colore caldo del rame; Nanni spinge la manovella con la mano callosa che, raccontando tutti i suoi trentasei anni, fa avanzare il carrello del fuoco lungo la cremagliera per arrestarlo sotto la caliera. Stop. E anche il cuore si ferma un po’, quello di mamma Maria per primo: il sogno covato in silenzio si è materializzato. Una lacrima si fa vedere sulla guancia, scende senza fretta fino alla bocca, poi giù, lungo il collo; lei solleva la mano con gesto appena percettibile e la asciuga. Nanni ingoia, come Giusto. Un silenzio così non era mai entrato in casa Lazzarin, un silenzio quasi devoto. Una manciata di secondi, forse un minuto, e poi parole liberatorie: ognuno dice la sua, nessuno ascolta, importante è parlare, parlare, sfogare la tensione. E intanto il latte raggiunge la temperatura. Di nuovo mano alla manovella per portare il fuoco sotto la calieretta piena d’acqua. Eh, diamine, in attesa di tornare a cuocere il latte, non si butta la legna, non si spreca nulla. Con la nuova attività e con una famiglia così grande, di acqua calda ne serve, eccome. Intanto Maria – a lei l’onore – aggiunge il caglio e fa ruotare il latte, qualche altro minuto di cottura con mamma e figlia che si danno il cambio nel girare: il composto si addensa, il formaggio sta per formarsi. La fatica aumenta, ma il cuore è leggero. Et voilà: la prima casatella è già dentro la tela e, con la tela, dentro la fascera in legno. Signori, è ufficiale: oggi 7 febbraio 1947 la latteria è aperta con ben due caliere da 12 quintali; Giusto è pronto a fare il casaro. Il fratello Nanni è sposato da undici anni con Rina Pamio che gli ha dato Luigi, dieci anni, Anna, portata via dal male a soli otto mesi, Armando sei, e Bruno tre.
Nella pagina a fianco: due fotografie ritraggono alcuni dei primi collaboratori della Latteria Montello.
In alto: Norma Lazzarin, la zia Pierina con in mano la lira, attrezzo che serviva a sminuzzare la cagliata, Loris (raccoglitore), Bertilla.
In basso, da sinistra: Benito (raccoglitore), Giusto (casaro), ancora Loris e altri due raccoglitori.
La prima sede della Latteria Montello.
48
Nanni non dimenticherà più quella prima accensione, la racconta di continuo a tavola: Rina non apre bocca, i figli si lanciano sguardi a indicare l’insofferenza per la storia del primo formaggio che conoscono a memoria; se vuoi te la racconto io papà, pensa Luigi, il più grande. Ma tace, sono i tempi in cui il capofamiglia decide tutto, perfino a tavola è lui col mestolo in mano a dispensare il pranzo a moglie e figli. All’inizio la produzione volge lo sguardo soprattutto al formaggio a pasta semidura e dura, forse preferito dai soci che possono portarselo a casa da conservare sulle scansie. Non sempre facile mantenerlo buono fino alla fine: serve arte nell’ungerlo con olio di lino crudo e pepe, nel voltarlo spesso. Le forme a pasta dura hanno una dimensione ben maggiore di quelle della casatella e la fatica del casaro aumenta in proporzione. “Nanni, mi mostrate come fate il formaggio?” chiede un giorno una ragazza del paese. Lui la prende per mano e la conduce all’interno. Percorrono il pavimento bagnato della stanza per la salamoia, raggiungono il laboratorio e si fermano. Giusto, il casaro, ha appena sistemato una forma nella fascera; sta prendendo la tela di un metro per un metro, avvicina due angoli e se li mette in bocca, afferra un’asta di ferro, vi avvolge il lato opposto della tela per fissarla, immergendola poi nella caliera. Denti e braccia insieme estraggono il formaggio; una fatica immane, commenta la giovane. Nel 1950 la latteria non è più turnaria; è sempre dei quattro fratelli Lazzarin con propri compiti. Ai soci il latte viene pagato sia in denaro, sia con le quote di formaggio. Benedetto, il papà, è mancato un anno prima di assistere al passaggio: altro step che lo avrebbe mandato in bestia. Nella pagina a fianco: Nonno Nanni con Norma Lazzarin, la prima segretaria della Latteria Montello.
La Fondazione
Il Piave e il Montello.
La Fondazione
I
l casaro indiscusso è Giusto che passa le giornate nel caseificio pian piano allargato e allungato: di poco, ma lo spazio aumenta. Del resto, ora che non è più turnario, si raccoglie il latte a Giavera, Cusignana, Volpago, Nervesa e sul Montello, dove i prati
profumano di fiori, il fieno sa di frutti selvatici, le vacche producono latte di grande qualità. Se fino a oggi i contadini sono arrivati in latteria con secchi e bidoni, ora inizia l’avvio della raccolta a domicilio. Altre notti insonni per Nanni, sempre pronto ad assistere il fratello, nonostante la terra da lavorare. La manodopera non manca in questa zona dichiarata depressa, qua dove l’energia elettrica non raggiunge tutte le case, dove l’acqua si prende alla pompa in piazza, dove non esiste nemmeno l’ombra di un’industria. A Santi Angeli, è Toni che va di casa in casa in un percorso da affrontare soprattutto col mulo. A Cusignana e Giavera Vittoria muove passi lenti per strada con il bigol (bilancino) sulle spalle e due bidoni che riempie di buon latte senza che vento, neve e quanto di peggio riescano a fermarla. Alle otto il suo oro bianco è già in latteria. Come quello di Bruna che serve la zona di Selva col carretto agganciato alla bicicletta e la trombetta al manubrio per farsi annunciare. Un lavoro mai amato, ma la fame costringe ad acciuffare la prima occasione che si presenta e per Bruna, 17 anni appena, questa è da acchiappare con tutta la forza, almeno così pensa sua madre. Le mattine invernali sono le peggiori; con la temperatura in casa che non varia di molto da quella esterna, mettere i piedi giù dal letto le pesa come un sacco di frumento sulle
53
54
spalle. Fuori è buio pesto, nulla si muove là dove i gelsi della vigna disegnano mostri contro il cielo. Un brivido a ogni fuga di gatto spaventato, a ogni profilo che si rivela poi un ceppo, uno straccio appeso al filo o poco altro. Le hanno detto di annunciarsi con la trombetta, ma lei non ha il coraggio di farlo, si vergogna come una ladra e preferisce bussare alla porta che si apre con gentilezza e anche con un po’ di compassione per le mani viola dal gelo, per le ginocchia doloranti dal freddo. Un anziano una mattina la invita in stalla mentre i figli preparano il latte. Il tepore le accende le guance, le dita delle mani a poco a poco si scaldano ben strette tra quelle del vecchio. Voglia di restare, di sedere sullo sgabello, di aspettare il primo sole, ma non può, ha un compito da portare a termine: saluta e ritorna in strada. È il turno della “signora’’ della villa, che si presenta avvolta da una vestaglia e con le ciabatte ai piedi: ecco, le ciabatte rosse col pon pon si trasformano per Bruna in un sogno, diventano lo stimolo verso un lavoro più facile. Non le dimenticherà, come il tono di superiorità della “signora” nell’appoggiare a terra il bidone, nell’attenderlo vuoto, nel controllare i numeri sul libretto delle consegne; le ronzerà nell’orecchio quel ‘ciao cara’ che a lei non piace e le fa salire la rabbia.
55
Ingoia, tanto il giro sta per finire, tanto presto sarà da Nanni e con lui la aspetta il lavoro dei campi, insieme a un buon piatto caldo a pranzo. Nanni, Rina e Maria, i suoi vicini di casa che non fanno la fame, che offrono lavoro, magari anche quando di braccia non hanno bisogno. Pensa a loro Bruna nel viaggio con i vasi delle Smalterie Bassano pieni di latte. Nella campagna ancora infreddolita, vede i gelsi. Tra qualche mese avranno le foglie e lei si immagina sotto il portico, come ogni anno, a tagliarle per i bachi dei Lazzarin; lo fa volentieri, lo fa perché con loro si trova bene. Nonna Maria si farà sulla soglia di casa e come sempre le chiederà: “Vuoi un piatto di fagioli?”. Bruna scorre le fasi della cottura attraverso gli aromi: quello della cipolla, quell’altro del fagiolo e poi il soffritto di lardo che da solo fa sorridere lo stomaco. Una pietanza che attende con l’acquolina, mentre le mani si muovono veloci tra i rami di gelso. Veloci: è questa la condizione posta da Maria, non particolarmente generosa, per un buon pranzo. Ma ben presto Bruna passa da raccoglitrice di latte a confezionatrice da Rostolis che nel 1952 apre un laboratorio proprio a ridosso della chiesa di Selva del Montello. Corrono le famiglie a implorare un lavoro per i figli, corrono alla ricerca di una paga sicura, corrono verso quello che il progresso offre. Il fratello di Bruna, Sergio, invece, proprio nel 1952 inizia ad andare per le stalle. Non gli pesa il freddo e se ne fa un baffo del caldo. Correre lungo le strade buie, cascare a volte nei loro inganni, andare a finire dentro un campo ghiacciato, avanzare insieme alla prima luce, gli dà un piacere così grande da non accorgersi nemmeno che le orecchie pizzicano, che le mani dolorano. I castagni custodiscono ancora qualche foglia, i ricci sono invece a terra, vuoti
57
e carichi di brina. Li scalderà il sole da un varco tra i rami e li farà brillare. Sergio conosce poco la storia, ma ama il Montello; alla Valle delle Tre Fonti ogni mattina rallenta e cerca i passi dell’eremita vissuto secoli prima, gli pare di udire il gregoriano uscire dalla Certosa, ma nulla è rimasto, nemmeno un sasso, nemmeno una croce, soltanto il canto dell’acqua che scorre. L’Abbazia invece è stagliata contro l’azzurro, bella e imponente, luogo di giochi, di scampagnate nei lunedì di Pasqua. Imponente si fa per dire. È un rudere bello al cuore più che agli occhi, accarezzato da un affetto nato secoli addietro anche grazie alla presenza di Monsignor Giovanni della Casa, l’inventore del Galateo, scritto proprio tra quelle mura. Eh grazie: troppo facile parlare di belle maniere, di educazione, di rispetto quando si vive in un’oasi protetta da querce e castagni. La latteria va avanti a passi veloci nonostante, nonostante… Eh, difficile dirlo. Siamo nel 1955, Giusto ha un incidente con la moto, un impatto terribile a Valdobbiadene. La strada è libera, si può andare. È vero che sul lato destro alcune donne stanno parlando, ma sono immobili, è vero che sul sinistro avanzano con flemma due bici, ma tutto è tranquillo e la situazione chiara. Le donne invece d’improvviso si muovono per attraversare la strada. Cigolano i freni della Guzzi, le biciclette sono di fronte, proprio sulla sua traiettoria. Si sposta, ma un altro imprevisto lo attende, un maledetto paletto di cemento. Fine, la vita di Giusto si chiude a 41 anni, una mano invisibile ha spezzato il filo che lui immaginava resistere per sempre, ha spinto la moglie Antonia, il piccolo Aldo e l’intero paese nel dolore. Il destino ha risparmiato lo strazio a mamma Maria, spirata un anno prima. In casa si parla di quel figlio sfortunato e si moltiplicano gli aneddoti. Il ricordo va al giorno in cui Giusto ha fatto salire sulla Guzzi anche Norma, la loro prima segretaria, per andare ad abbracciare il nipote Luigi, primogenito di Nanni, in collegio a Castione di Loria: già, in latteria è arrivata una segretaria e anche Virginia, Antonia e qualche altra donna che aiutano nel tenere Nella pagina a fianco: le castagne del Montello.
58
Nella pagina a fianco: uno scorcio del Montello con i ruderi dell’abbazia di Nervesa della Battaglia.
lindi i locali, perché la pulizia in casa Lazzarin vale moltissimo. Quattro o cinque persone che intascano denaro contante, ossigeno per le famiglie del luogo. Un giorno, dunque, Norma sale sulla moto, felice di farsi scompigliare i capelli dall’aria, tranquilla in quella corsa veloce per strade sconnesse, sassose, orgogliosa di quel padrone così energico, coraggioso e quasi spericolato. La moto va e lei si diverte moltissimo. Sono quasi arrivati al Collegio quando Giusto prova una sensazione strana, si volta soltanto un attimo, costretto com’è a fare attenzione agli inganni della strada. Spinge un braccio dietro per assicurarsi che Norma sia ancora salda sul sellino. E invece no. Uno strappo più forte l’aveva sbalzata e fatta rotolare sui sassi, un chilometro più indietro. Stavolta l’ha combinata
Il giovane Luigi Lazzarin con la bicicletta Bianchi.
grossa e fa dietrofront raschiando la ghiaia che solleva garze di polvere; la trova in piedi, col fazzoletto in mano e un sorriso grande così, parecchio ammaccata, ma senza problemi da medico o ospedale. Così questo diventa l’argomento principale dell’incontro col nipote: risate a non finire, ipotesi strampalate, fuga di pensieri saggi per lasciar posto alle stupidità più divertenti. Anche raccontando di lui, si allevia il dolore della perdita. Non ci si ferma, lo si deve anche a lui, a Giusto, a quello zio che l’anno prima ha regalato la bicicletta da corsa a Luigi, nientemeno che una Bianchi: la prima del genere nella zona montelliana. Un gioiello apprezzato anche da Adolfo
La Fondazione
59
Grosso, ciclista professionista di Camalò, in quel di Povegliano, presente sulle scene d’Italia e d’Europa, passista e vincitore di premi e trofei. Grosso diventa anche suo allenatore in quell’ora pomeridiana quando i genitori si ritirano per il riposo. Certo il giovane Lazzarin lo segue solo per un po’, troppo preoccupato di ritornare a casa in tempo e troppo forte l’atleta. Quella bicicletta è oggetto di desiderio degli altri due figli di Nanni, Armando e Bruno. Il piccolo se la mangia con gli occhi, non per la voglia di correre: per salirvi, soltanto salirvi. È costretto a piegarla fin quasi a terra nel tentativo di spingere la gamba oltre il tubo e poi, e poi l’equilibrio viene a mancare, ma la fuoriserie resta in piedi. Un giorno decide di infilare la gamba sotto il tubo, come fa con quella di papà Nanni, ma quel manubrio così gobbo, così piegato in giù è irraggiungibile e patatrac, eccolo a terra. Grazie a Dio, la bici cade sopra di lui senza subire nemmeno un graffio. La riprende col cuore in tumulto, la rimette a posto, la scruta da vicino e da lontano, e poi va, lento, dentro casa.
60
La famiglia di Nanni e Rina Luigi, Armando e Bruno
Giovanni (Nanni) Lazzarin (1911-2001)
Rina Pamio (1910-1991)
Nell’ottobre del 1936 sposa Giovanni e lavora in latteria assieme alla suocera Maria.
61
Giovanni (Nanni) ci mette impegno ed energie nell’avvio della vecchia latteria. Affianca mamma Maria e la moglie Rina delegando spesso i lavori urgenti dei campi ai figli, anche se ancora piccoli. Luigi, Armando e Bruno non dimenticano l’aranciata acquistata dal papà come premio per avere raccolto il fieno mentre lui produceva il formaggio. Lo rivedono, come fosse oggi, tornare dall’osteria, odono i passi della mamma avvicinarsi, la osservano mentre riempie una terrina di acqua di fosso per poi versarci dentro l’aranciata, la più piccola in commercio, da dividere in cinque. Acqua con un vago sapore, acqua che nel blu amaranto della notte diventa aranciata pura, tanta è la gioia di sedere insieme sul ciglio del fosso.
Luigi
Armando
Bruno
Figlio maggiore di Giovanni, nasce nel 1937 e fin da ragazzino si divide tra il formaggio e i campi. Luigi è raccoglitore di latte, anche per questo è legato al territorio che conosce palmo a palmo. Dal 1965 al 1969 gestisce la latteria di Povegliano, acquisita da suo padre. Negli anni successivi si occupa della parte commerciale del caseificio di cui è presidente fin dagli anni ’50. Sposa Emma Marin e hanno due figli: Paola e Gianni. Oggi, dopo aver ricevuto il premio capitano dell’anno e quello di Imprenditore dell’anno (novembre 2016), è presidente onorario di Nonno Nanni ed ha tutto il tempo per seguire le sue passioni. E, come faceva suo padre, ogni mattina varca la soglia dell’azienda.
Classe 1941, fin da ragazzo segue i genitori nel lavoro della terra; in latteria è addetto alla produzione del burro. Dal 1973 al 2006 si occupa insieme allo zio Bentivoglio (Ferruccio), dell’allevamento di suini a Lovadina. Nel 2006 torna nel caseificio, dove ancora oggi segue il confezionamento e l’officina. Qualche volta seguiva il papà nelle battute di caccia e ricorda ancora un’intera mattinata di attesa sul Montello nel luogo indicato da suo padre, perché di là sarebbe di sicuro passata la lepre. E la lepre alla fine passa. Pratica il tiro all’elica, specialità nella quale ha vinto parecchi premi. Sposa Diana Baldasso e hanno tre figli: Tiziana, Alessandro e Mirca.
È il minore dei figli di Giovanni. Riservato e riflessivo, lavora in caseificio fin da ragazzo e ben presto la sua passione lo porta a curare la produzione, ma segue anche il marketing e il packaging. Sposa Nila Bettiol, già segretaria in latteria, e hanno tre figlie: Silvia, Elisa e Daniela. È proverbiale la sua precisione, il suo voler mettere nero su bianco ogni minimo particolare riempiendo così di appunti e note la casa e l’ufficio. Dedica il tempo libero al tiro al piattello e alle arti figurative di cui è appassionato fin da ragazzo. È stata sua l’idea della scultura all’esterno dell’azienda, idea apprezzata dai fratelli. È venuto a mancare il 3 agosto 2016.
1957-1968
Gli anni ’60
Nanni acquista la parte di Ferruccio. Si raddoppia e arrivano le caliere a vapore
A
lla morte di Giusto i fratelli si rimettono attorno a un tavolo. Nanni è intenzionato a prendersi la latteria e gli altri concordano: soltanto Bentivoglio (Ferruccio) chiede di restare nella proprietà, ma tocca al maggiore tenere la barra
dritta. Nel 1957 imbarca i figli Luigi, 20 anni, e Armando ancora adolescente che a 16 anni da compiere ha l’incarico di fare il burro. Un lavoro di gran conto, una produzione di 70-80 chili al giorno. Giornate lunghe per il ragazzino, pesanti come quando, durante la mietitura, deve portare a spalla i sacchi di frumento in granaio e lo fa già da qualche tempo. Armando sogna un pallone sul verde dei campi, sul ghiaino del cortile, immagina parate memorabili, ma per ora lavora. Bruno è ingaggiato per quello che riesce a dare alla sua età. Luigi che pedali, visto che ama tanto il ciclismo. Già dal 1950 è lui alle sette in punto a incontrare i raccoglitori di Santi Angeli là, da Bazzichet, dopo la Brentella. Si carica il latte sul carretto trainato dalla bicicletta per portarlo a casa due volte al giorno, tutti i giorni della settimana. Intanto, in una stanza costruita apposta nel cortile della latteria, a un passo dall’allevamento di suini e dalla stalla, il primo spaccio apre i battenti, una cosa piccola, tre metri per quattro, gestita alla meglio in famiglia da chi ha del tempo, ma punto di riferimento delle Colonnina con la distribuzione di vapore, acqua, etc. per le varie apparecchiature. Secondo impianto (1957).
65
66
genti del luogo dapprima e di quelle più lontane poi. È l’estate del 1957. I figli di Nanni sono cresciuti. Si può contare sempre di più sul loro aiuto, anche se il primo ha arrischiato la naia: 15 mesi fuori a fare niente, tempo rubato alla famiglia, ma un figlio su tre è esente, lo dice la legge, carte alla mano. Il maggiore resta a casa, agli altri due si penserà più avanti. Nello stesso anno la latteria fa un balzo in avanti con due caliere in rame semoventi, riscaldate a vapore. Arrivederci e grazie alla legna, ora si lavora con la nafta nera 5/7. I raccoglitori di latte sono passati dalla bicicletta al carretto trainato dal mulo. Vuoi mettere andare e venire seduti sopra là: la vita cambia, lo sanno Angelo e Toni; e Bruno, il figlio di Toni (vedi la fortuna di nascere qualche anno dopo?) viaggia addirittura in jeep. D’accordo, una vecchia carcassa dell’esercito, un gran lavoro di braccia per metterla in moto con la manovella, ma poi, quando l’aria raccoglie l’odore del petrolio e ci gioca fino a liberarlo dentro le case, quando sali e scendi per le prese del Montello senza ombra di fatica, allora ti senti il capitano di quel bosco che, purtroppo, di capitani ne ha avuti fin troppi, uomini che ai tempi degli splendori della Serenissima, cacciate le genti, con i loro aiutanti giravano a cavallo a punire chi si permetteva di tagliare la legna, patrimonio per l’Arsenale. E così le querce venivano potate, piegate e modellate in base alle esigenze delle navi da costruire. Tempi andati, ma rimasti nel dna dei bisnent – quelli che possiedono meno di niente – che alla fine hanno dovuto vendere in massa quel pezzo di bosco avuto dalla legge Bertolini del 1892, per pagarsi il viaggio verso la Merica in carrette squassate dalle tempeste e spesso finite in fondo all’Oceano, senza le lacrime di nessuno perché la famiglia lo veniva a sapere mesi dopo, forse. Tempi da non dimenticare. Dalla bicicletta al mulo, dal mulo alla jeep, all’Ape, al camioncino. Gli affari girano per Nanni che non abbandona i campi, anzi ne acquista e ne acquista. Certo la mano è appoggiata al freno, pronta all’occorrenza perché è un uomo intelligente e ha tanto di quel fiuto dell’affare da competere con chiunque, si tratti di campi, di formaggio, di stalle.
Gli anni ‘60
67
I figli non hanno di che lamentarsi, in cortile c’è un Maggiolino, l’auto in voga tra chi può permettersela, l’auto che fa voltare le ragazze. Ci sarà anche tanto lavoro, ma nelle serate di libertà, quando Luigi e Armando Lazzarin scendono dal ‘bolide’, i ragazzi della piazza si avvicinano in cerca di uno strappo. Bruno, lo studente in deroga che dovrebbe per forza fare i Qui sotto: primi anni ’50, la classe prima Ragioneria del Collegio Balbi Valier di Pieve di Soligo, il terzo ragazzo da sinistra della prima fila è il giovane Bruno Lazzarin.
compiti e prepararsi per l’interrogazione del giorno dopo, in latteria è sempre presente e, nonostante frequenti l’Istituto Balbi Valier di Pieve di Soligo, a 17 anni ha già l’esperienza di un adulto.
Da sinistra Aldo, Nanni, Rina, Luigi ed Emma appena sposati, Bruno. Alle loro spalle i due mitici maggiolini Volkswagen.
70
“Cosa stai facendo? Non hai ancora finito quelle quattro boiate? Scendi, muoviti”, un mantra che scandisce le ore di studio, togliendogli anche la minima concentrazione e che gli fa decidere di lasciare i libri per dedicarsi a tempo pieno alla latteria. Saranno Luigi e Bruno a darle la spinta, come quella di mamma Rina quando li aiutava a salire sul carro da bimbi. Luigi decide di sposare Emma, una giovane di Selva; all’annuncio, Nanni non batte ciglio, anzi organizza al meglio il matrimonio: pensa che due braccia in più servano in casa, purché la bocca resti chiusa. Tanto più che Armando è sotto la naia e pare che se la spassi, a sentire quello che racconta un ragazzo della zona e visto che non torna mai a casa. La data è fissata al quattordici di ottobre 1961. Un anno prima il comune di Arcade ha perso la frazione di Giavera, ponendo fine a una serie di diatribe ormai insostenibile. Non c’è momento peggiore per le nozze con l’uva matura, le stoppie da tagliare e la caccia sul Montello, la grande passione di Nanni. Un giorno rubato alla caccia è una mezza maledizione, eppure lui ingoia il rospo, rinuncia alla lepre, e matrimonio sia. Quel sabato mattina c’è un gran daffare per le nozze, ma Luigi, di ritorno da una consegna veloce a Volpago, fuori di un bar scorge alcuni amici che gli urlano di fermarsi. Frena e sterza, una manovra per stupire, per non smentirsi. Mentre si attarda in chiacchiere, alle spalle entrano due donne mai viste. Una lo avvicina. “Lei non è Luigi, quello che stamattina deve sposare mia nipote?” gli chiede. I parenti da Bassano sono già in zona. “Arrivo in orario”, borbotta lui lasciando il bar di gran carriera. E poco dopo, bello come Adone, a bordo della 130, l’ammiraglia della Fiat che fatica a stare dentro la carreggiata di via Lavagei, giunge sul piazzale della chiesa di Selva, là dove un amico ha già parcheggiato la Giulietta rossa e dove la Flavia di Rostolis è affiancata da altre fuoriserie, una visione da far cadere il secchio di mano alle donne, da incuriosire gli uomini col
Gli anni ‘60
71
rastrello in spalla. Dopo la cerimonia, per il pranzo e la cena Nanni sborsa senza fiatare 73 lire a persona. Il giorno dopo Emma si sveglia in casa Lazzarin e inizia a lavorare in latteria. L’anno successivo Nanni diventa nonno della piccola Paola, figlia di Luigi ed Emma, un evento che gli fa storcere il naso. Una bimba? Meglio un maschio perché in casa servono uomini, ma si rassegna presto, anzi è orgoglioso di sentirsi chiamare Nonno Nanni in famiglia. Nello stesso periodo offre al fratello Bentivoglio (Ferruccio) la possibilità di scambio Qui sotto: il primo furgoncino Volkswagen, fine anni Cinquanta.
della sua piccola quota in latteria con la partecipazione al 50% dell’allevamento. L’accordo va in porto.
74
Ormai si scoppia, vengono aggiunti muri e spazi da tutte le parti, c’è voglia di lasciare via Lavagei, di spostarsi più vicino alla provinciale. Ecco, è il momento di frenare un po’. Ampliamento sì, ma nella sede di origine e, nonostante il pruriginoso desiderio di impianti e luoghi moderni, Nonno Nanni fa il passo adatto alla gamba pur mettendo l’occhio su un altro affare. È il 1964 e lui ha 53 anni. Passa un anno, forse meno: la latteria di Povegliano è in vendita, proprio quella che, ignara, li ha spinti a iniziare l’attività. Non ci pensa molto Nonno Nanni, la acquista per inviarci Luigi, così si vede se il contadino, il raccoglitore di latte, il casaro, il ragazzo del Maggiolino, lo sposino, sa far funzionare un’azienda. La latteria di Povegliano nasce da una storia di dolore e di coraggio. Nel 1928 un terremoto annienta interi paesi del Friuli e costringe la gente a migrare in cerca della sopravvivenza. Una famiglia arriva nel trevigiano, si guarda attorno per mettere su un’attività. Il padre, che ha visto andare in frantumi la propria fabbrica di sapone, non piange pur avendone voglia, non volge il pensiero al passato, cerca il futuro. A Carbonera trova un locale dove inizia a far formaggio. Tutto funziona così bene che l’attività passa al figlio Nella pagina a fianco: Luigi ed Emma convolano a nozze il 14 ottobre 1961.
e si sposta in un edificio più idoneo. A Povegliano, appunto, dove una ventina d’anni dopo puntano gli occhi Nanni Laz-
Gli anni ‘60
Una stradina attraversa il Montello.
78
zarin e il mediatore Nino Menegheto, che – per la verità – di cognome fa Bettiol. Una stretta di mano con il proprietario Danilo: l’affare è fatto. Tra Nanni e Danilo c’è subito feeling, grazie alla comune passione per la caccia. La gestione va a Luigi che intanto ha dato a Paola il fratellino Gianni; alza il baffo Nonno Nanni: il maschio è arrivato. A Giavera, Bruno, il minore, fresco di servizio militare svolto a Roma nel reparto artificieri, il migliore per un giovane riservato e riflessivo, ha la responsabilità del casaro: fortuna che c’è lui perché suo padre preferisce i campi e la caccia. Fortuna che si impegna con precisione, calcola e valuta, ha la visione del futuro più di quanto sia percepita in famiglia. Armando continua a produrre burro. A onor del vero si trova un altro lavoro sulle spalle. Suo padre infatti gli affida le stalle prese in affitto di qua e di là del Piave e il giovane ha un gran daffare a preparare i mangimi, un gran girare per consegnarli, tanto che qualche volta ingaggia perfino la fidanzata Diana poco avvezza a stalle e polvere, ma tant’è, per amore ci si spezza le unghie, si rinuncia allo smalto e si mesta e rimesta il preparato per salvarlo dalla muffa. Ora però, pensa Armando, il carico è completo. E progetta il modo per togliere fatica a sé, alla
79
mamma e a Emma che ogni santo giorno devono armarsi di spazzola e acqua per lavare le tavole del formaggio. Lui ha un’idea in testa che non rivela. Quell’oretta di siesta di suo padre, per Armando si consuma in prove, errori, speranze dentro un laboratorio artigiano. E quando il lavoro riprende, eccolo pronto in latteria senza dire una parola della sua invenzione. Gliel’ha chiesto la mamma, gliel’hanno chiesto i fratelli che cosa stesse facendo giù dall’artigiano. Silenzio. Tra un riposino e l’altro di Nonno Nanni, l’argano sarebbe pronto se non ci fosse da pensare anche al matrimonio ormai in dirittura d’arrivo. Lasciata per qualche giorno la zangola, Armando sposa Diana in uno splendido quattro maggio del 1968: un sogno realizzato. Viaggio di nozze in Spagna, tra consigli e suggerimenti. Vai a Siviglia, non perderti la Giralda, la Plaza de toros, Madrid col Palazzo reale. Un viaggio stupendo anche se il pensiero vola nel laboratorio artigiano di Giavera dove corre subito, appena rientrato in casa. Pochi ritocchi e il segreto sarà svelato. Una decina di giorni dopo Nonno Nanni se ne sta seduto in cortile. Al rumore del furgoncino, volge appena lo sguardo. Armando scende, gli fa un cenno, gli chiede attenzione mentre a fatica poggia a terra l’oggetto misterioso: un attrezzo in acciaio, una specie di cassa. Ma che dia-
81
volo combina e, per non sbagliare, Nanni si fascia la testa con le mani: meglio scoprirlo piano piano. Strano che Armando non parli, che non si volti a guardarlo. Tutto è pronto nel cortile di fronte la latteria, a tre o quattro passi dall’ingresso dello spaccio. Il motore è acceso. Nonno Nanni, alzato lo sguardo curioso, vede il figlio prendere una tavola da formaggio, infilarla nella macchina che prima se la risucchia e poi, con un’energia impensata, la lancia come un ariete contro la porta dello spaccio. Nanni affonda le mani tra i capelli. “Calma – dice Armando –, c’è stato un errore, tra un minuto vedrai il bello, l’invenzione del secolo”. Apre lo sportello, inverte le cinghie e riparte: la tavola attraversa la macchina lavatrice, si impregna di vapore e intanto belle spazzole di acciaio la lavano per lasciarla uscire poi leggera come una ballerina. Pulita così i Lazzarin non l’avevano mai vista. Certo il danno alla porta dello spaccio resta, il rischio corso da Nonno Nanni pure, ma da quel giorno non si fatica più e si è fatto un balzo nella qualità del prodotto. Mamma Rina può lasciare in un angolo la sua spazzola. E diciamolo subito, la prima nata degli sposi è Tiziana, bella finché vuoi, ma bimba. “Non iniziano mai bene questi figli”, commenta Nonno NanIl 4 maggio 1968 è la volta di Armando e Diana.
ni guardando con simpatia la piccola. Intanto tra una forma e una casatella, tra un furgoncino e un altro, tra campi e spac-
82
cio, la segretaria Norma lascia il lavoro. Norma, classe 1928 era approdata in latteria a 19 anni nel 1947, dopo essere stata a Torino, a servizio delle suore. Aveva cercato e ottenuto quel lavoro lontano da casa grazie all’intercessione del parroco di Selva che conosceva bene il fratello di lei Aldo, vescovo in Cile, e anche il nipote Padre Renato, dei Missionari della Consolata. In latteria è segretaria tuttofare con 600 portatori di latte da tenere in contabilità. Dopo una decina di anni, lascia tutto ed emigra in Canada dove sposa l’uomo che non ha mai conosciuto: si chiama matrimonio per procura. Pochi giorni dopo essersi visti, i due giovani sono sull’altare e quattro anni più tardi eccoli di ritorno con una figlia per mano e un’altra in arrivo. Nonostante la gravidanza, Norma è tornata in latteria, rimanendovi fino al 1967. Nulla di più facile trovare chi la sostituisce; le orecchie sono ritte, attente a captare le offerte, ma Nino Menegheto prende l’occasione al volo. “Domani vai a lavorare da Nonno Nanni” dice alla figlia. “Doma… da… lavora…”. Nila non può che balbettare e deve farlo anche sottovoce. Ma guarda te, 15 anni appena, di ritorno da un istituto dove si era iscritta a un corso di studi, una volata in bici spinta dalla felicità, la ragazzina è ignara che a casa troverà una pagina già scritta. E che non sarà cambiata. Nila ci mette tutto l’impegno di cui è capace nel conteggiare il latte, nel tirare le somme, nel preparare le buste dei pochi dipendenti e, in caso avanzi qualche minuto, là fuori c’è il fieno da rastrellare, lo spaccio che gestito da tutti, Rina e Emma comprese, ormai va come un treno, richiamando clienti perfino da Venezia. “La qualità non è acqua – dice e ripete ai figli il capofamiglia – non dimenticate le casatelle di Nonna Maria”. Poi volge lo sguardo burbero a Luigi, il maggiore: “Se sgarra il più vecchio, gli altri gli vanno dietro”. Luigi, già padre, già responsabile di un caseificio, teme lo sguardo di Nonno Nanni e ancor di
Gli anni ‘60
83
più il suo giudizio. Nessuno fiata, non lo fa nemmeno Rina che sogna un pastificio per produrre gnocchi, quel piatto a chilometro zero tanto gradito dai figli: uova, patate e farina. Una specie di sfida alla suocera, maestra nelle casatelle. Pazienza nonna Rina, verrà, quel giorno verrà. I due scapoli d’oro si sono accasati. Resta il terzo, Bruno, che ha altro per la testa. Il caseificio così com’è non prenderà mai il volo. E in una giornata di festa lui cerca un foglietto per tracciare il primo progettino del nuovo edificio. Lo rifarà deQui sotto: la stalla della Latteria di Nonno Nanni intorno al 1965.
cine di volte. Non è ancora tempo, Bruno, dice Nonno Nanni. Bisogna fare in fretta, pensa il figlio.
Una veduta del Montello con i ruderi dell’abbazia di Nervesa della Battaglia, distrutta dai bombardamenti durante la prima guerra mondiale.
86
Latteria Turnaria Sociale Lazzarin 1947-1956
In questa pagina e in quella a fianco: attrezzatura utilizzata in Latteria Montello negli anni 1947-1956.
87
Latteria Turnaria Sociale Lazzarin 1957
1969-1979
Gli anni ’70
Il sogno dei fratelli Lazzarin. Nuova sede da 1.500 metri quadrati e poi ancora, e poi ancora.
S
ono gli anni del cambiamento in tutto il Veneto, l’economia sta passando con rapidità da agricola a industriale. A metà degli anni ’50 appare la televisione con il Musichiere e Lascia o Raddoppia, programmi che riempiono di giovani le osterie,
uniche, in questi nostri luoghi, a possedere il televisore. Nanni e l’intero borgo sono là tutte le sere; la novità costringe a tirar tardi, senza pensare alla levataccia dell’indomani per il lavoro anche d’inverno, quando l’occupazione principale è il taglio della legna per la gente di questa fascia di territorio costretta ancora a nutrirsi di agricoltura. È il profumo del latte caldo, che sale dalla cucina, a rendere gradevole il risveglio, è lo scoppiettio della legna nella stufa che spinge a fare un balzo dal letto, vestire in fretta per la colazione, uscire nel buio lungo stradine appena accennate, dentro sentieri ignoti ai foresti, con gli attrezzi sulle spalle e la bicicletta a mano. Quando, in questi anni, sulla scia dei pionieri Lazzarin (detti S-cianta), il territorio inizia a diventare cantiere di laboratori, piccole attività familiari e capannoni, la latteria ha già un nutrito bagaglio di esperienza, competenze di produzione e vendita, base ideale per un bel balzo in avanti. Le condizioni economiche dei montelliani stanno migliorando, grazie ai nuovi piccoli industriali che hanno arrischiato, e le emigrazioni diventano qualificate. Non sono più i ‘bisnent’
Strada sul Montello.
91
92
ad andarsene, ma i tecnici, gli operai specializzati, gli ingegneri al seguito delle nostre aziende e delle multinazionali. Cresce la latteria e crescono altre realtà. Nel frattempo Luigi rientra da Povegliano. Pur senza alzare i toni, pur con rispetto, Bruno insiste, sempre d’accordo con i fratelli: urge trasferirsi in un luogo più grande. Gli affari volano, i tempi sono propizi e lui non capisce cosa si stia aspettando. Tace Nonno Nanni, maledetto silenzio. Eppure proprio lui ha da tempo messo gli occhi sui campi dei Negrin, là dove i figli ora vorrebbero costruire il nuovo caseificio. Lunghi giorni, tempo infinito per i giovani: un sì oppure un no deve arrivare, almeno la risposta, perbacco. Una mattina, di ritorno dalla battuta di caccia, sarà stata la felicità per la bella lepre nel carniere, sarà stato il sole apparso dopo giorni di pioggia, Nanni annuncia ai figli che i loro bozzetti sono già passati nelle mani di un professionista per il progetto edilizio. E miracolo sia. È il 1969. Si acquistano i terreni, si lavora alla costruzione della latteria e delle abitazioni per tutti. A onor del vero, il capofamiglia ha in mente una casa divisa in tre. Eh, le vecchie abitudini faticano a lasciarti, ma Luigi gli spiega che, se le fiNella pagina a fianco: 1971, uno scorcio del reparto produzione della Latteria Montello, in primo piano il terzo impianto con le caldaie semi-sferiche da 15 ettolitri attive a partire dai primi anni ’70.
nanze lo permettono, ognuno dovrebbe avere la propria casa, là dove le porte sono sempre aperte a fratelli, parenti e amici. Sul progetto per la nuova azienda di famiglia le notti bianche non si contano. In particolare Bruno partecipa con la creati-
Gli anni ‘70
96
vità che gli è innata e l’esperienza maturata sul campo. Poi Bruno assieme a Luigi si confronta con il geometra Gino Bastianon e tirano tardi, molto tardi. Una notte, verso le due, ecco la paletta dei carabinieri fermarli e chiedere conto di dove siano diretti a quell’ora, certi di aver scoperto chissà quale trama. Armando, che lavora a Lovadina in allevamento, è sempre informato di ogni particolare. Si pensano gli spazi, compresi quelli per il vapore, per i servizi, per gli uffici, per lo spaccio. Lo spaccio è diventato il pallino di Luigi che lo considera un affare e propone di aprirne altri altrove, anche se non la pensa così Bruno. Due visioni diverse, due stili di imprenditoria. Luigi segue la parte commerciale, dopo aver lavorato a lungo da casaro, e quindi conosce il mercato meglio del fratello che si occupa della produzione: tecnico e commerciale, due angolazioni differenti. Armando ascolta ed esprime il proprio parere. Tutti insieme, come sempre nelle dispute costruttive, alla fine concordano. Sintonizzati sulla stessa linea d’onda, i fratelli Lazzarin stanno diventando imprenditori, artefici e protagonisti di quella crescita economica del Nord Est che scalda gli anni sessanta. Tra ruspe all’opera e camion di ghiaia, i muri crescono, le impalcature vanno su fino al tetto. Nonno Nanni e i tre figli, nonostante il formaggio da produrre, i campi da lavorare, le stalle da curare, nelle ore più impensate arrivano in cantiere. Luigi vi giunge di mattina, dopo aver caricato sul furgone il formaggio della latteria di Giavera da vendere a Povegliano, perché lui è il commerciale. Il passaggio dai 250 metri quadri di via Lavagei ai 1.500 del nuovo impianto è un’emozione che non ha nulla a che vedere con i futuri ampliamenti: il primo non si scorda mai, recita un vecchio adagio riferito all’amore. Piastrelle candide ovunque, luce e ancora luce, uffici e lo spaccio all’angolo sinistro con tanto di vetrine. Nel nuovo stabilimento entrano ben quattro caldaie polivalenti da 40 quintali, l’ul-
Gli anni ‘70
97
tima frontiera della tecnologia. Dalla caliera riscaldata con la legna del Montello, alla semovente a vapore, a queste ultime che tolgono altra fatica di braccia. Si comincia con pochi dipendenti e si arriva a breve ad averne una trentina. Il pensiero va agli inizi, alla vecchia casa, a Maria, Giusto e la moglie Antonia, Pierina, Nanni e Rina. Tempi andati, persone presenti nella mente e nel cuore dei La sede di Latteria Montello, progettata dal geom. Gino Bastianon nel 1967 e realizzata dall’impresa Bordignon nel 1971.
fratelli Lazzarin, certi che la propria forza giunge da quelle radici nate quando loro erano bimbi e cresciute salde nel tempo.
99
Le porte, che profumano ancora di vernice, si aprono alle famiglie Lazzarin al completo nel luglio del 1971, se lo ricorda Nico, figlio di Danilo ex proprietario della latteria a Povegliano. Nico lavora da tempo con Luigi, ecco perché segue gli sviluppi e corre a vedere la nuova azienda; stesso, identico ricordo di Pietro, casaro dall’età di 15 anni fino alla pensione. A benedire il nuovo caseificio è il Vescovo di Treviso in persona e tutti vogliono esserci: Bruno, Nonno Nanni con la moglie Rina, Luigi e Armando con Emma e Diana, i nipotini – Paola, Tiziana, Gianni – che si credono autorizzati a corse e giochi; anche Nila, la ragazzina addetta alla contabilità, ormai diciannovenne, partecipa all’entusiasmo. Bruno le ha messo gli occhi addosso da un po’ di tempo, amore nato tra i libri, lontano da latte e formaggio. I giovani, Alcuni scorci dell’azienda. In alto a sinistra, la visita di Monsignor Mistrorigo avvenuta nel 1971, a destra il magazzino formaggi duri dell’epoca. Al centro, a sinistra: l’inizio della produzione dei formaggi molli; a destra: la raccolta del latte su vasi da 50 litri. In basso, a sinistra: Luigi Lazzarin ritira un premio alla Fiera di Thiene; a destra: il salone produzione all’inizio degli anni ’80 con la caldaia in primo piano e la macchina polivalente sullo sfondo.
deciso di riprendere gli studi di ragioneria in orario serale, si vedono fuori del luogo di lavoro, dove tutto è diverso, l’animo si fa più leggero, gli sguardi si possono fermare. Grazie a Dio, anche questa ragazza piace a Rina e Nonno Nanni: e come potrebbe non essere? Della figlia di Nino Menegheto si tratta: un nome, una mezza garanzia. Il parroco, don Luigi, alla vista del cantiere, aspetta con pazienza l’occasione per chiedere a qualcuno della famiglia di assumersi le spese del nuovo battistero. Tocca ad Armando, nel 1973 quando si presenta in canonica per il battesimo di
102
Mirca. “Tra lei e noi, chi ha più necessità di soldi in questo momento siamo noi”. Risposta chiara, smentito il detto che si aprono le porte a chi sa attendere. Se nei locali stretti si lavorava sodo, ora nulla cambia, tranne l’entusiasmo. Bruno e Luigi sono sempre presenti per seguire Alla Fiera di Thiene, inizi anni ’70. In alto: il conferimento dei quattro premi “Spini d’Oro” e il saluto dell’onorevole Marcora a Luigi Lazzarin; in basso: la visita dell’onorevole Bernini allo stand della Latteria Montello.
la produzione, Luigi, già da fine 1969, agli inizi del nuovo caseificio è rientrato da Povegliano, dove resta Nico per lo spaccio e la raccolta del latte allargata a Camalò, Villorba, Santandrà. Nico fa funzionare l’ingranaggio con i contadini al mattino e alla sera e impiega il pomeriggio negli uffici della nuova sede. Anni di lavoro che non pesano. Niente facce imbronciate, niente sospiri, un po’ di stanchezza a fine giornata che regala sonni profondi. Nonno Nanni si intestardisce con l’allevamento di suini, in quel di Lovadina, dove 50 campi sono già di proprietà dal 1961. Era presente anche Luigi alla conclusione dell’acquisto da Pagnossin: una stretta di mano, affare fatto. Nanni si rimbocca le maniche per scavare le vasche e tirar su i capannoni; pala e piccone alla mano, lavora come un mulo, gira così veloce – si racconta – da essere costretto all’attesa dei camion di ghiaia che non riescono a tenere il suo ritmo. Sarà una leggenda metropolitana, ma del vero deve esserci, conoscendo il personaggio. L’allevamento, là dove ha già deciso di passare i futuri giorni, è pronto con sei capannoni; la latteria è in
Gli anni ‘70
103
mano ai figli, passaggio generazionale senza clamori e nomina a presidente di Luigi, il maggiore, nel 1970. Fuori tutte le donne della famiglia, ora per loro è giunto il momento di respirare. Felici come non mai, assaporano la libertà, incredule all’inizio che si possa vivere così, senza ammazzarsi di lavoro. Un uomo intelligente e indipendente come Nonno Nanni non può che sorprendere: lo ha fatto nel 1970 quando ha lasciato la latteria alla nuova generazione, lo fa nel 1973 – a 62 anni – quando torna ai suoi campi, sostituito in allevamento, fianco a fianco di Bentivoglio (Ferruccio), da Armando che tiene la quota di proprietà e i contatti quasi quotidiani con i fratelli; lo fa per passione, per non perdere gli sviluppi, per dare il proprio consiglio. Gli impegni di Armando aumentano di pari passo con la crescita dell’allevamento al quale vengono aggiunti terreni, capannoni e scatti verso le nuove tecnologie. Ormai si possono allevare ottomila suini. Levatacce per giungere all’alba a Parma e far ritorno con centinaia di animali acquistati, levatacce in attesa dei camion in arrivo, di quelli in partenza. Gli affari hanno il vento favorevole anche in questa attività. Non potrebbe essere diversamente, vista la passione di Armando per la meccanica e l’occhio attento al miglior funzionamento. A un passo scorre il Piave, il fiume sacro, quello che ha accolto il sangue di troppe vittime di guerra, quello che nel 1963 è stato incapace di contenere la massa di acqua, l’onda che ha raggiunto, in quel di Longarone, 70 metri di altezza dopo la frana di 270 milioni di metri cubi di rocce. Nulla ha potuto il Piave, né contro la guerra, né contro la diga del Vajont perché tutto era nelle mani degli uomini. Il Piave è come la piazza, luogo di incontri soprattutto nelle domeniche estive quando i ricchi vanno al mare, convinti di lasciare a casa i poveracci ed invece è qua che cresce la miglior gioventù, sui sassi chiari, con i piedi nell’acqua e il Ciao a due passi. Armando ormai non è più
104
nella stagione dei fanatici del Piave, la famiglia si è ingrandita e i figli sono tre, e nemmeno Luigi ha l’età; Bruno sì, ma il suo pensiero percorre strade differenti. Dopo sei anni di fidanzamento, dopo tutte le battaglie per lo studio, per il lavoro, decide di mettere su famiglia. Programmato il matrimonio senza tralasciare nulla, sotto una pioggia battente, si presenta all’altare nella parrocchiale di Cusignana e Nila non si fa attendere. È il 22 settembre del 1973, undici giorni dopo la fine di Allende e un giorno prima della morte di Pablo Neruda, premio Nobel per la letteratura. Vanno ad abitare al primo piano della nuova casa di fronte la latteria, dove, al piano terra, si sono sistemati da qualche giorno Nanni e Rina. Luigi abita già accanto al caseificio. Armando invece rileva una casa in centro paese. Il 6 ottobre scoppia la guerra dello Yom Kippur tra paesi arabi e Israele. È questo l’anno della crisi del petrolio, non perché scarseggi, piuttosto per la strategia dei produttori a danno dei paesi occidentali, europei soprattutto, che si vedono aumentare il costo dell’oro nero. Il rialzo del prezzo e la riduzione di rifornimenti hanno l’obiettivo di costringere l’Occidente a neutralizzare Israele. L’Italia corre ai ripari con il risparmio energetico e l’obbligo delle targhe alterne, ma la Il matrimonio di Bruno e Nila celebrato il 22 settembre 1973.
crescita economica rallenta. Nel 1977 Paola, la maggiore di Luigi, ha 15 anni e un’occupazione già pronta, accanto a Nico,
Gli anni ‘70
107
negli uffici della latteria. Qualche volta la vedono partire col furgone per le consegne ai clienti e ai grossisti, altre volte sostituire una persona assente. Dodici anni di un lavoro che le piace, nell’azienda in espansione. Quando scopre, con gioia, che sarebbe diventata mamma, fa la scelta di rimanere a casa per dedicarsi ai suoi figli. Soprattutto perché è fermamente convinta che per crescere una famiglia nel migliore dei modi ci voglia tanto impegno e tanta dedizione. Si ritira dal mondo del lavoro, in quanto si rende conto che ci sono delle competenze che lei ritiene di non avere e che un aggiornamento richiede troppo tempo. Nonno Nanni continua a scorrazzare con la sua R4, ma ormai i riflessi sono meno pronti e la sua guida non è una garanzia di sicurezza nemmeno per chi si trova sulla sua scia. Paola lo vede, si preoccupa soprattutto per la scarsa attitudine del nonno all’utilizzo delle frecce, per quel suo svoltare senza segnalare un bel niente costringendo così gli automobilisti a manovre da rally. Paola decide così di farglielo notare, ma per nulla al mondo Nonno Nanni cambia abitudini per le osservazioni fatte dalla nipote. A lei non resta che seguirlo con la propria auto, sempre incollata dietro, per segnalare con la freccia ogni sua svolta. Anche la Latteria ha un momento di crisi: le vendite non aumentano e il formaggio invenduto nei magazzini preoccupa Una veduta aerea dello stabilimento Latteria Montello negli anni ’70.
108
così tanto da riunire, una sera del 1979, i tre fratelli fino a tardi: un’idea prima o poi verrà. Luigi guarda il muro e non parla. Se ne accorgono Armando e Bruno nonostante la frenetica ricerca di soluzioni che alla fine li conduce a lasciarsi inghiottire dallo sconforto, a spegnere una serata già buia. Luigi batte un pugno sul tavolo: vola un foglio di carta, rotola la matita e alzano lo sguardo i presenti. “Ci siamo. Quel prodotto lo vendo, costi viaggi, trattative, invenzioni commerciali” promette. Torna la speranza. Si deve partecipare all’asta bandita dall’Esercito, un’impresa ciclopica, lo ammette, ma ci crede Luigi, pur consapevole che i concorrenti saranno troppi, che riuscire a vendere è una necessità vitale per tutti, che la crisi sta mordendo le calcagna. Nervi saldi, la gara sarà nostra, pensa. Una bella mano può dargliela l’esperienza che gli viene dall’essere membro del Consiglio dell’Asiago, ed eccolo a Firenze, al Comando, con la determinazione che gli è caratteristica, pronto a vincere l’asta. Così è: superato ogni ostacolo, piazza ben 400 quintali di Asiago del caseificio di Giavera. Il formaggio esce dai magazzini, il denaro entra nelle casse, il respiro torna normale. Ora i fratelli Lazzarin hanno ossigeno a sufficienza per potersi occupare delle strategie commerciali di un prodotto già vincente in qualità. Nulla a che vedere con i sondaggi di mercato, parola sconosciuta. L’interesse è rivolto alla presenza fisica nelle borse del formaggio, soprattutto in quella di Thiene, patria dei prodotti caseari. Luigi la frequenta ogni lunedì accompagnato da Emma, a volte da Nico, altre da Pietro, altre ancora dal figlio Gianni, e, visto che è di strada, lungo il percorso fa le consegne ai grossisti; produrre: un gran lavoro per Bruno; vendere: un’impresa non meno difficile per Luigi. C’è affiatamento, si progredisce, ognuno ha il proprio incarico e insieme si lavora per quell’azienda che tanto amano. Ogni mattina il nonno passa in caseificio per farsi due chiacchiere
Gli anni ’70
109
con le vecchie conoscenze; storce il naso alla vista dei nuovi macchinari, del personale che sta aumentando, del graduale passaggio alla produzione di soli formaggi freschi. Saluta Nico: “Qua se comissia dal cuert (Qui si comincia dal tetto)” dice; dà una pacca sulla spalla al casaro Pietro: “Qua se comissia dal cuert” ripete. Deve per forza obiettare, proprio come quando i figli erano Di pari passo con la produzione si affina anche l’attenzione alla promozione dei prodotti. Si punta molto sulla qualità della presentazione e delle immagini.
bimbi, anche se l’azienda cresce mentre altre stanno ancora soffrendo. Non si lascia andare ad alcun elogio, nonostante la felicità per il successo e la soddisfazione di vederli lavorare insieme.
110
Il Caseificio
Una storia lunga 70 anni
1947
1950
1957
1965
1968
La latteria apre i battenti a Giavera in Via Lavagei, al piano terra di una casa acquistata da Benedetto Lazzarin. Si dota di due caliere in rame da 12 ettolitri e di una di 3 ettolitri per l’acqua calda; tutto il necessario per la stagionatura e per la produzione di formaggio e burro.
La latteria non è più turnaria e resta in mano a Maria, Giovanni, Difendi, Giusto, Bentivoglio (Ferruccio) Lazzarin, i cinque figli di Benedetto.
Un incidente stradale si è portato via Giusto due anni prima. Giovanni e Bentivoglio (Ferruccio) acquistano le sue quote e quelle di Maria e di Difendi. In latteria lavorano Luigi (20 anni) e Armando (16) figli di Giovanni. Anche Bruno, il più piccolo fa quello che gli permette la sua età (13 anni).
Nonno Nanni acquista la latteria Povegliano che affida alle mani di Luigi. A Giavera restano Armando e Bruno. Più tardi (nel 1970) tornerà anche Luigi a Giavera.
La latteria ha già raggiunto, in varie fasi di ampliamento, i 250 metri quadrati con annesso spaccio di 3x4 metri quadrati. Armando inventa la lavatrice per le tavole del formaggio fino ad allora lavate a mano con spazzola.
111
Una vita lunga settant’anni, revisionata giorno dopo giorno per farla durare altri cento e più di cento. Questa la filosofia del caseificio Nonno Nanni. Crescere tutto il possibile, uno sviluppo armonico come quello del corpo di un giovinetto, prendersene cura e chiedergli il massimo di efficienza, di qualità. Di qualità soprattutto. Non è cresciuto come i muscoli dopati, non si è sgonfiato come un palloncino che si affloscia al primo ostacolo. Cresce e lascia parlare i numeri.
1971
1985
1989-1990
1994
2001
È inaugurata la nuova sede di 1.500 metri quadrati, sempre a Giavera, in via Fante d’Italia lungo la provinciale. I portatori di latte sono oltre 600. 30 i dipendenti.
Si producono soltanto formaggi freschi con il brand Nonno Nanni.
Si passa a 8.000 metri quadrati di superficie, i dipendenti sono saliti a 60. I fornitori di latte raggiungono il migliaio.
Primo coagulatore di alta tecnologia.
Grande ampliamento: da 8.000 metri quadrati si passa ai 30 mila di oggi; altro coagulatore da 75 metri con robot. Diventa il caseificio più bello del mondo (parola di esperti tedeschi). I dipendenti sono 250.
2016 Passaggio generazionale.
1980-1990
Gli anni ’80
Altro balzo, altro ampliamento Lo stracchino
È
notte fonda, ma le luci del caseificio sono accese e l’aria raccoglie le voci che disperde nel buio. Nessuno le ode nel paese già consegnato al sonno. Luigi, Armando e Bruno, i tre imprenditori di Giavera, sono ancora al lavoro in
quella sera del 1980. L’accordo c’è; si discute sul come, sul chi, sul quando, su tutto insomma, ma la decisione è presa: come annunciarla a Nonno Nanni, si vedrà. Se c’è bisogno di spazio, non resta che allargarsi, aggiungere a destra, a manca, dietro: quel che basta per togliere di nuovo il sonno. Del resto chi dorme non piglia pesci, sostiene un proverbio, e loro i pesci li vogliono, quelli piccoli e quelli grandi. C’è un mercato là fuori che apprezza i loro prodotti e che accetterebbe volentieri anche un cambiamento di rotta. Sono gli anni della svolta effettiva. Intanto si affaccia in azienda anche Gianni, il figlio di Luigi fresco di studi, momento atteso dal padre con impazienza. Al più giovane nessuno risparmia rimproveri, tutti impartiscono ordini e lui passa dalla produzione alla vendita, dalle incombenze in banca alle consegne. Un mezzo inferno anche se conosce da tempo l’ambiente. Tra la produzione, una trattativa e un affare, i fratelli Lazzarin stanno maturando la convinzione che sia arrivato il momento di produrre formaggi freschi. Peccato che questo prodotto abbia una clientela tutta da catturare, diversa dalla loro, e che Luigi, ben inserito nel mercato degli stagionati, non conosca il settore. Ci vorrebbe un esperto,
115
116
ma dove trovarlo non si sa ancora. Chi ha un ottimo lavoro non lascia la vecchia strada per imboccare la nuova, eppure a volte c’è chi lo fa, per crescere, appunto, come stanno pensando i tre fratelli di Giavera. “Conosco il direttore vendite di un’azienda del settore, uno in gambissima, esperto del mercato e del prodotto. Possiamo provarci” afferma Luigi. I fratelli concordano. L’appuntamento è subito fissato. All’incontro partecipa anche Gianni, una presenza nell’ombra, capace, certo, di esprimere un’opinione, se qualcuno l’ascoltasse. Il direttore vendite spiega le strategie, dimostra esperienza, parla di know-how. Rivolto al commercialista, convocato pure lui, illustra meccanismi, snocciola le possibilità di nuovi clienti. La parlata fluente, i discorsi di chi è un passo avanti, di uno che sa il fatto suo. Ottimi argomenti, ma non sono questi a convincere i fratelli Lazzarin e il nipote: la testa funziona, i programmi sono chiari e la voglia di un nuovo mercato è grande. Gianni ascolta, pronuncia qualche parola che è addirittura apprezzata, ma non c’è riscontro. La decisione non pare presa quando gli attori principali escono dai locali dello spaccio, lasciando, a guardarsi incerti, il commercialista e il giovane Lazzarin, che manda la voce: “Non abbiamo concluso nulla, che si fa?”. Da lontano arrivano tre sì. Sono d’accordo. Momento da segnare sul calendario. Inizierà presto la produzione di soli formaggi freschi che avrà un proprio direttore vendite. Siamo agli inizi del 1985. Gianni quasi non ci crede, eppure deve ammettere che suo padre e gli zii hanno la statura e il coraggio degli imprenditori. Loro che vendono gli stagionati ovunque, che per questi prodotti sono apprezzati e ricercati dalle famiglie, loro decidono di lasciare la vecchia strada per la nuova. Non si chiedono se sarà un sentiero impervio oppure un’autostrada. Hanno la certezza del successo. E si pensa subito al brand Nonno Nanni. Luigi ed Emma, in uno di questi giorni, arrivano a Firenze da un cliente col quale hanno
Gli anni ‘80
117
un buon rapporto di amicizia. La giornata trascorre un po’ inquieta: il fiorentino parla della pioggia e del bel tempo, argomento che non meriterebbe un viaggio così lungo. Seduti a Ponte Vecchio, i due trevigiani osservano le luci della città fremere nell’Arno, la notte calare, la strada correre, stringersi fino a staccarsi dalla terra e sciogliersi, laggiù, nel buio. Osservano. E il pensiero va al ritorno senza aver concluso l’affare. Luigi prende più volte la situazione in mano, racconta al Un’altra immagine realizzata a metà anni ’80 per i materiali promozionali dei prodotti Nonno Nanni.
cliente di quello stracchino così buono della latteria di Giavera. Per un prodotto eccezionale serve un nome all’altezza. La conversazione va e torna sul merito fino a quando l’amico
119
I primi schizzi preparatori di Bruno, che hanno portato alla definizione dell’immagine utilizzata in tutto il packaging Nonno Nanni. L’insalata e il pomodoro rimandano alla genuinità della dieta mediterranea.
si alza, entra nel locale ed esce quasi subito. “Vi ho prenotato una stanza in albergo. Non potete partire a quest’ora di notte. Vi rendete conto che sono le 2,30?” “Nonno Nanni: ecco. Se lo chiamiamo così, ce lo compri?” azzarda Luigi. “Affare fatto. Nonno Nanni sa di antico, profuma di buoni sapori, offre emozioni”, risponde l’amico. Un nome che piace a Luigi ed Emma e subito accolto da Bruno e Armando. Colori alla mano, Bruno, appassionato di pittura e arte in genere, mette su carta la propria idea di confezione. Un nome così denso di affetto non può che essere raccontato dal verde dell’insalata e dal rosso del pomodoro che richiamano la dieta mediterranea. Pochi giorni dopo, lo stracchino Nonno Nanni cattura gli sguardi e stuzzica il gusto ancor prima che venga assaggiato. Gianni entra in azienda nel momento della trasformazione, con il vento in poppa. Sente l’energia crescergli dentro, affianca papà Luigi e il direttore vendite, inietta dinamismo nelle decisioni, impara in fretta, molto in fretta. Il futuro è già iniziato, ma il passato è appena dietro. E il pensiero va ai giorni in cui, libero da scuola, ancora ragazzino, accompagnava il papà alla borsa di Thiene, là dove i mediatori li aspettavano per conto dei grossisti, i veri clienti del buon formaggio di Giavera, imprenditori che arrischiano nell’ac-
121
Nella pagina a fianco. alcuni scatti dello stabilimento ormai avviato sempre più verso la produzione di formaggi freschi. In alto, a sinistra: automezzi per la raccolta del latte in Latteria Montello; a destra: gettata della cagliata negli stampi per la produzione della casatella. Al centro, a sinistra: la produzione dell’Asiago doc su macchine polivalenti; a destra: la sistemazione delle casatelle nelle forme. In basso: la nascita dello stracchino Nonno Nanni, la produzione si dedica solo ai formaggi freschi.
quisto e che poi si impongono delle maratone per la vendita. Un rapporto di fiducia trasformato in affare per l’uno e per gli altri, un feeling che si consolida. I fratelli Lazzarin hanno prodotti collaudati dal palato dei consumatori, i grossisti li spingono. Tutto facile. Certo, ma il merito è nella cultura, nel saper mettere al primo posto le persone, nel rispetto reciproco. Se viene a mancare anche uno di questi presupposti, l’impianto crolla. Un equilibrio da mantenere con il massimo di attenzione per poter variare, concedere, ridiscutere. Ormai Gianni, Luigi e il direttore vendite non dialogano più con gli intermediari, puntano sulla presenza capillare presso i grossisti, da imprenditore a imprenditore: non c’è canale
Qui sotto: Armando con lo zio Bentivoglio (Ferruccio).
più affidabile, non c’è successo senza colui che piazza il prodotto. Il mercato è diverso da quello frequentato finora, la clientela del fresco è da conquistare anche se Nonno Nanni ha una discreta rete di grossisti, un giro che attraversa l’Italia, scende fino a Roma, a Bari, a Napoli, passa lo stretto e raggiunge la Sicilia e la Sardegna. E c’è un altro particolare dell’ingranaggio da mettere a punto. Attenti come sempre alla qualità, i fratelli Lazzarin si accorgono subito che il formaggio fresco richiede una confezione diversa, una carta particolare che raccolga la parte umida senza rilasciarla sul banco o nella borsa della spesa come succede ora.
122
Non può certo sfuggire la notizia che oltre confine, poco lontano da Parigi, un’azienda sta producendo una carta speciale a due strati: il primo, quello a contatto con lo stracchino, trattiene la parte umida, l’altro si presenta bello asciutto e appetibile. Un’informazione è utile se la fai tua subito, quindi nello stesso giorno Luigi, Bruno e Gianni salgono in auto, macinano chilometri, si fermano lo stretto necessario per poter arrivare al più presto nei pressi della capitale. I nostri tre non riescono a immaginare i pensieri dei francesi al primo approccio – i soliti italiani, solo chiacchiere e zero fatti –, nessuno pensa che sia difficile ottenere credibilità, nonostante gli occhi gonfi di sonno, i capelli arruffati e le poche parole di francese maccheronico pressoché incomprensibile. Da buoni imprenditori, i francesi accettano il rischio, forniscono la carta speciale pur nel timore di perdere il saldo. Non sarà così: i Lazzarin pagano, eccome. Lo stracchino Nonno Nanni in pochi giorni percorre l’Italia dentro quella confezione bella e pratica. Uno scatto, un salto in lungo. Bruno dedica anima e corpo alla produzione, tutto preso tra analisi di laboratorio, esperimenti, prove: lui, il bongustaio, colui che non vede l’ora di tornare a casa per il pranzo, eccolo invece arrivare con confezioni di stracchino da mettere in frigo, da far asciugare, da far assaggiare con questo o con quel contorno, da cucinare. Certo, la famiglia lo asseconda e si rassegna a mettere da parte tegami e aromi, ma quando lo stracchino entra nei camion è perfetto. Lo dice Bruno, lo dicono i fratelli e i dipendenti che superano la sessantina, lo conferma Gianni che segue il commerciale, e c’è l’imprimatur delle vendite. L’ossessione per i microbi di Bruno, il suo occhio sempre al microscopio, la determinazione nel coniugare qualità e salute, tutto questo, non è acqua fresca, è serietà. In azienda c’è soddisfazione, la manifesta lo stesso Armando la sera quando arriva dopo il lavoro all’allevamento. Nonno Nanni finge indifferenza. Direttore vendite, know-how e altro: parole e soldi buttati.
Gli anni ‘80
123
Se i suoi figli non scendono da quella tradotta in corsa, andranno a sbattere, dichiara senza convinzione. Vede che gli affari girano, coglie il valore di quello che hanno costruito, ma non riconosce i meriti nel timore che si lascino andare. E lui vuole che l’attività avviata insieme ai fratelli quarant’anni prima continui a crescere, anche perché c’è già un nipote in azienda e a breve sarà pronto Alessandro, ora quindicenne. Non può nemmeno immaginare che i figli abbiano in mente Il primo mezzo “ammiraglia” destinato alla grande distribuzione con il vecchio logo della Latteria che rappresentava le morbide pendici del Montello.
di ampliare il caseificio; fuori discussione, visto che è stato appena inaugurato a Cusignana il pastificio Nonna Rina, tanto desiderato dalla moglie.
124
Il packaging e la comunicazione 1985-2016 Una carrellata delle principali fasi di evoluzione del packaging del prodotto piĂš amato di Nonno Nanni, lo stracchino. Sotto tutti i prodotti Nonno Nanni oggi.
1985
1990
2000
2015
125
La storia pubblicitaria di Nonno Nanni inizia nel 2008. Prende il via in quell’anno la serie di spot caratterizzata dagli stracchini che volano, che diventerà la costante di tutte le presenze TV di Nonno Nanni: il nonno più buono che c’è. La campagna diventa immediatamente un successo per l’aria di libertà, allegria e genuinità che porta con sé in ogni spot. A siglarla una musica che anche lei è diventata un ingrediente imprescindibile di ogni film Nonno Nanni. In questi ultimi tempi gli spot si concentrano sulla figura di Nonno Nanni, proprio per sottolineare la discendenza diretta di questo amatissimo prodotto dal suo creatore.
1991-2000
Gli anni ’90
Stabilimento da 8.000 metri quadrati Il coagulatore
N
el 1991 una presenza importante viene a mancare alla famiglia: nonna Rina, la moglie di Nanni, se ne va il 16 agosto. È stata lei accanto alla suocera Maria all’inizio della latteria, è stata lei, insieme alle donne della famiglia, a lavorar-
vi per anni.
Il nuovo direttore vendite, sempre affiancato da Luigi e Gianni, mette a disposizione la propria rete di conoscenze e regala soddisfazioni vere. C’è poco da dire, lo stracchino di Giavera soddisfa così tanto che ora il consumatore non ne chiede più uno qualunque, pretende il “Nonno Nanni”. Una sera, Gianni, tra un discorso e l’altro nei corridoi del caseificio, fa presente a suo padre e allo zio Bruno che ci sarebbe ancora un problema, una piccolezza, ma la qualità è esigente. Anche se la confezione non cola più come all’inizio, qualche goccia riesce a uscire da quelle alette pur ben confezionate a mano. Non si perde tempo. Bruno si fionda nel reparto produzione a recuperare alcune confezioni di stracchino, fa un fischio a Luigi che arriva nel suo ufficio. Le aprono, e il profumo va a
Il quinto impianto di produzione: il moderno coagulatore progettato per preservare la qualità artigianale dei prodotti Nonno Nanni.
129
130
tormentare lo stomaco a quell’ora di sera. A casa la tavola è pronta da tempo, la famiglia ha già cenato, i ragazzi sono alla televisione. Sarà l’appetito, sarà l’ora disperata, sarà la convinzione di poter risolvere ogni problema, ed ecco, alla fine, una soluzione facile come l’uovo di Colombo: le alette, che vanno ad appoggiarsi sotto il formaggio, dovranno essere volte verso l’alto. Pensata di Bruno? O di Luigi? Problema risolto insieme, dicono i protagonisti, anche se tra i dipendenti di vecchia data c’è chi parteggia per l’uno e chi per l’altro. Quella goccia in meno fa crescere il numero di consumatori insieme all’orgoglio dei grossisti che presidiano e servono con i propri mezzi aree ben definite. Senza batter ciglio, arrivano i camion di ghiaia: dentro si produce stracchino e fuori si preparano nuovi spazi. “A quant voeu rivar (A quanto volete arrivare)?” chiede Nonno Nanni all’architetto che segue i muratori. “In totale saranno ottomila metri quadrati” borbotta l’altro con finta distrazione nella speranza che la reazione sia minima. Nessuna risposta, soltanto il gracchiare del motore e l’accelerazione nervosa. Bruno segue la produzione con passione, col bagaglio di competenze, con la presenza costante. Pretende il massimo da sé, dai casari, dal responsabile della confezione, dai venditori. Corretto, rispettoso, ma deciso nell’ottenere il miglior prodotto possibile. La qualità dello stracchino, la sua cifra, la soddisfazione del palato: lo ripete sempre e a tutti. Per dare il meglio si deve puntare sulla migliore materia prima, sui migliori uomini, sulla migliore attrezzatura e su un ambiente confortevole. D’accordo su tutto pur con qualche dubbio sull’acquisto del grande coagulatore che il fratello ha in mente. Comunque, nulla si scarta senza capire e i due fratelli arrivano in Germania, per vedere, soltanto per dare un’occhiata.
Gli anni ’90
131
Il titolare dello stabilimento chiede informazione, li lascia parlare e alla fine li consiglia di desistere, pur contro i propri interessi, ma la macchina è sovradimensionata rispetto alle esigenze dei fratelli Lazzarin. Luigi è d’accordo, non così Bruno. Il mattino seguente in ufficio inizia il confronto che non è una passeggiata e nemmeno un concerto di musica classica. Si discute, si portano le proprie ragioni e alla fine, eccoli concordare con quel coraggio che li contraddistingue. La va o la spacca: la discussione è stata costruttiva, tra i due c’è intesa. A sera, quando passa Qui in basso, un altro scorcio del coagulatore in continuo: in primo piano la porzionatrice.
in ufficio, Armando viene informato dell’acquisto e, come sempre, concorda. Il primo di gennaio del 1994 viene inaugurato il grande coagulatore tedesco a base singola che è entrato nel locale soltanto dopo averne tagliato un pezzo e ricollegato poi. Ormai la nuova generazione è cresciuta e porta la propria competenza in azienda. Come Tiziana, la maggiore di Armando, che nel 1995 è pronta per ottenere la laurea in economia e commercio a Ca’ Foscari. Il giorno della discussione sbarca a Venezia l’intera famiglia con zii e parenti per quella che loro considerano una gita, rendendole più leggero il momento. La sua tesi sullo sviluppo di una piccola e media azienda casearia non è altro che teoria e pratica unite, proprio come scuola e impresa vanno predicando.
132
Soddisfazione generale, di zio Bruno in particolare che le lascia il weekend libero per chiederle di entrare in azienda il lunedì successivo. Tempi brevi ai quali i giovani Lazzarin si dovranno abituare. Primo compito è la cura del personale che inizia dai colloqui di selezione fino alle assunzioni. Tiziana si deve arrangiare, non c’è scampo. Suo padre lavora fuori della latteria, gli zii hanno altri impegni e lei dovrebbe essere già svezzata, altrimenti ti viene da pensare che all’università abbia contato le gondole invece di imparare modelli finanziari. Lo scopriranno presto di quale pasta è fatta. Carattere, sensibilità, fiuto e competenze: il necessario c’è e abbonda. E allora meglio affidarle anche il settore finanza. La giovane contribuisce a dare un’impronta più moderna a quest’azienda che non si è mai fermata, è vero, ma che ora si trova a un livello tale da doversi munire di competenze per discutere alla pari con le banche, per prendere decisioni economiche senza cadere nel rischio dei derivati o nella rete di altre lusinghe. Prudenza ereditata in famiglia, competenze acquisite negli studi e sicurezza nelle proprie capacità, un mix vincente. Anche per merito delle sue scelte finanziarie in azienda, il personale passa dai 66 dipendenti del 1996 ai 142 del 2000. Gianni intanto continua il rapporto con la rete vendita della quale apprezza le nuove idee anche se il direttore vendite non pare convinto. D’accordo, gli spiega Gianni, d’accordo stabilire contratti non convenienti, elargire omaggi, promuovere il prodotto, d’accordo, ma soltanto nei termini stabiliti, in un arco di tempo breve. Il direttore però non riesce a inserire né precisione, né conti da pareggiare, e tantomeno a considerare le esigenze di bilancio nel suo meccanismo oliato che, in effetti, gira. E allora serve un momento di confronto tra i protagonisti, direttore vendite incluso. Gianni prende la parola e vuota il sacco di idee e iniziative. Armando, Bruno e Luigi tacciono, eppure lo sguardo parla, i muscoli della faccia raccontano, l’irrequietezza delle mani è chiara: di lasciare andare l’uomo che ha contribuito alla svolta non se la sentono proprio.
Gli anni ‘90
133
È il 1997 e Gianni da mesi sta programmando con Stefania il matrimonio già fissato per settembre. Passa ancora un anno e più, il problema del direttore vendite è sempre presente, la situazione in stallo. Una mattina Bruno chiede al nipote di passare in ufficio il più presto possibile per affrontare la questione. Gianni con un balzo è già dentro. Alessandro, il figlio di Armando che sta per finire l’università ed è pronto a entrare in azienda acI camion Nonno Nanni fanno parte della rete di trasporto diretta: pronti a partire dallo stabilimento per garantire la consegna dei prodotti in tutta Italia in tempi rapidissimi.
canto a Bruno, li lascia soli chiudendosi la porta alle spalle. “Vuoi chiedere al direttore vendite se è disposto a lasciare? Bene, devi farlo tu di persona, ma prima assicurati dai rischi
134
di una scelta del genere. Scelta che potrebbe implicare il futuro dell’azienda” gli dice scuro in volto, tanto scuro da fargli tremare il mento. Breve il silenzio. Di là una porta sbatte facendo balzare Gianni sulla sedia: tensione alle stelle. Luigi e Armando dialogano in corridoio, li raggiunge Bruno. In ufficio entra un parlare fitto e concorde: Gianni capisce che i tre hanno la convinzione di sempre, che non ce la fanno a togliersi da una situazione complicata. Difficile, anche per Uno scorcio dei serbatoi dello stabilimento Nonno Nanni utilizzati per la raccolta del latte.
lui, trovare le parole giuste per quella persona che l’ha cresciuto nel settore, ma sta diventando una necessità. Tocca a
135
me, pensa, e quando Bruno rientra e si siede al tavolo, il giovane si alza, va verso la porta, si ferma e, senza voltarsi: “Gli parlo io” dice. È il 1998 e Gianni diventa direttore commerciale. Si sente pronto a svolgere un incarico così determinante per il caseificio, affiancato da un nuovo direttore vendite. Da quel momento i promoter di tutta Italia passano sotto il suo controllo, fanno parte dell’organico, e passo su passo diventano dirigenti e capiarea. La grande distribuzione (Gdo) chiede di avere contatti diretti con Nonno Nanni, vuole abbassare i costi saltando un anello della catena. Altra soluzione non è possibile. Se vuoi vendere, ora il mercato è in mano a loro. Spiace per i grossisti, spiace davvero. La situazione è difficile, ma Nonno Nanni non li lascia, non dimentica la passione e fa il possibile. Affida loro i piccoli supermercati, gli indipendenti e procura anche un aggancio con la grande distribuzione. I grossisti hanno i mezzi, conoscono l’Italia, girano, e Nonno Nanni nelle trattative offre alla Gdo il loro servizio di logistica. Spesso, molto spesso la proposta è accettata. Il passaggio alla Grande Distribuzione, determinante per resistere sul mercato, non è per nulla semplice. Indispensabile conoscere i Gruppi, le strategie, i modi di operare. Conoscere, insomma, perché la conoscenza sta quasi sempre alla base di risultati positivi. E chi percorre in lungo e in largo l’Italia di conoscenze ne ha. Luigi ad esempio e Gianni, che è già direttore commerciale, un ruolo conquistato sul campo. Le occasioni non mancano dunque, gli amici sono pronti a introdurli sia per la stima personale, sia per la qualità dei prodotti. Il primo contratto con la Conad è un’altra di quelle pagine che non si scordano.
I tre fratelli Lazzarin col padre Giovanni al centro, a sinistra Bruno, a destra Luigi ed Armando.
2001-2011
Gli anni 2000
Il caseificio raggiunge i 30.000 metri quadrati Il nonno più buono che c’è
I
l 2000 è l’anno della fine del mondo annunciata, come il 1900, come il 1000 e come molti anni di mezzo. Ma per l’inizio dell’ultimo secolo le voci si moltiplicano lasciando spazio alla fantasia di persone che, come i bambini, cercano l’attenzione di chi li ha la-
sciati in disparte. Sarà una tempesta solare, sarà una diversa interpretazione di Nostradamus, sarà quel letale buco nero causato dall’acceleratore del Cern. Sarà. E siccome non succede un bel niente, con una virata a stile libero e senza scomporsi, le sibille del XXI secolo spostano la fine dei nostri giorni tra il 2019 e il 2036 a causa di quell’asteroide che, al momento, non ce la fa proprio a passarci sopra la testa. I fatti concreti raccontano invece che a marzo 2000 Putin diventa presidente della Russia, a maggio muore il ciclista Gino Bartali e che l’11 settembre dell’anno dopo (2001) l’attentato alle Torri gemelle di New York miete oltre 3.000 vittime e fa vacillare le certezze di ognuno. Il primo gennaio 2002 arriva l’euro a braccetto della lira fino a febbraio per diventare poi la nostra moneta. Ma torniamo a casa, a Giavera. Il 19 novembre del 2001 l’aria profuma di caldarroste, dentro le pentole cuociono le patate americane e l’odore delle vinacce strappa una strizzatina d’occhio: in paese si sta distillando
141
142
la grappa sotto i portici o chissà in quali angoli nascosti. I fratelli Lazzarin hanno il pensiero altrove, il vuoto dentro, la voglia di chiudere gli occhi per tenere fermo il volto del papà che all’alba li ha salutati per sempre dal suo letto in casa di Bruno e Nila. Ha lasciato andare il pallino dell’ultima partita di bocce. Nonno Nanni non c’è più per nessuno. Non ci sarà per i figli, per i nipoti, per un mondo grande che gli sta intorno. Ha deposto il carniere, il Montello non avrà i suoi passi, i campi lo chiameranno invano col profumo di terra. In casa il suo cappello che, al minimo soffio oscilla all’attaccapanni, fa salire i ricordi, soffocare il respiro e ricacciare le lacrime. Se n’è andato. “Vardé de essar onesti e semplici. Tendéghe ala vostra roba e no ste profitar de quea de chealtri (Siate onesti e semplici. Abbiate cura dei vostri beni e non approfittate di quelli degli altri)”. Queste le ultime parole rivolte ai figli Luigi, 64 anni, Armando, 60 e Bruno, 57. Onestà e semplicità: un marchio a fuoco, un testimone da consegnare alle nuove generazioni. Pur con un groppo in gola, nell’area dello stabilimento le gru, mai tolte, cominciano a muoversi di nuovo per inizio lavori, non per essere portate via. I metri quadrati di superficie diventano 30.000, entra un coagulatore a base doppia di 75 metri. I concorrenti sono avvisati: sarà dura stare al passo. La passione contagiosa trasmessa ai figli copre le spalle dei fratelli Lazzarin, garantisce la continuità e li spinge a quell’investimento così importante. La famiglia, ancora la famiglia. A fine 2001, Gianni il maggiore dei nipoti, 36 anni, è già direttore commerciale, Alessandro, 29 anni, segue la produzione accanto a zio Bruno, Tiziana si sente a proprio agio tra bilancio, finanza, personale. Mirca, la più giovane dei figli di Armando è presente da due anni. Finita la scuola superiore, la ragazza ha in mente un percorso diverso, vorrebbe iscriversi all’università e insieme lavorare in azienda. Categorico Armando: si studia o si lavora. Va bene, capito il messaggio, Mirca opta per i libri e, come un bolide di Formula Uno, va veloce, raggiunge la meta in quattro anni, si laurea in giurisprudenza e si offre a una scuderia, quella del
Gli anni 2000
143
caseificio di famiglia. Fermi tutti, prima c’è il nuovo status da gustare con un bel viaggio. Per iniziare il lavoro chiede consigli al papà. “Come hai fatto nel percorso scolastico, ti devi arrangiare” è la risposta. Si rivolge allora agli zii; non ha dubbi Luigi, lei è adatta per gli acquisti, un ruolo che le sta come un vestito sartoriale. Non c’è tempo per chiederle se le possa piacere: una nuova mansione è da ricoprire e senza esitazione Mirca pensa alla Qui sotto, a sinistra, il pittore Paolo Scarpa mentre crea l’affresco Allegoria di Nonno Nanni, realizzato nel 2001 e collocato all’ingresso della sede di Nonno Nanni a Giavera del Montello: a destra Nonno Nanni e Bruno.
qualità del lavoro, alla condivisione dentro e fuori azienda. È già entusiasta, certa che potrà crescere, costretta a balzare con velocità da un settore all’altro, a districarsi tra tubature, impianti, packaging e qualunque cosa entri in caseificio. I cordoni della borsa dell’azienda dipendono dalle sue mani.
144
Lavoro difficile, ma se, come fa lei, al centro si mettono il dialogo e l’apertura mentale, tutto si semplifica. La famiglia di Bruno nel frattempo si ingrandisce: nel 1976 nasce Silvia, poi Elisa e quindi Daniela. Silvia ha una laurea in lingue, ma il sogno di una cattedra di tedesco, covato durante gli studi, vacilla. Lasciata Ca’ Foscari, lontano dagli occhi, tanto per citare un detto, e vicino al cuore di Nonno Nanni, cambia rotta scegliendo di lavorare in azienda accanto ai cugini. “Prova, no te costa gnént provar (Prova, non ti costa nulla provare)” le ripete da qualche tempo il nonno che abita al pianterreno della stessa casa della ragazza. Qualche mese dopo la laurea, Silvia è già in ufficio insieme a papà Bruno che non mette parola sulla sua scelta, per farla decidere in autonomia. C’è poco da lasciar liberi se comunichi passione, se le figlie ti ascoltano e rivivono i momenti importanti della tua giornata. Sei un modello da seguire. Bruno, oltre a occuparsi della produzione, gestisce anche il marketing e la comunicazione, spesso da solo, a volte con Luigi. Cura cataloghi, locandine, ricettari, stand per le fiere, affiancato da un’agenzia, che però si aggancia alla falsariga da lui tracciata. Ora basta, sua figlia è arrivata come manna dal cielo, il settore è assegnato a lei, così si vede se negli anni di università ha imparato qualcosa o acchiappato farfalle. La giovane, venticinque anni, con un po’ di cartelle in mano, qualche numero di telefono, il primo giorno di agosto si siede in ufficio accompagnata dal gesto della mano di suo padre. Addio mare, addio progetti di viaggi sconfinati con gli amici, addio relax nell’amaca in giardino: si lavora da subito. Le viene spiegato ben poco e, pur con le idee per nulla chiare in testa, la matricola si china sul tavolo e comincia a sfogliare. Bruno vuole che sua figlia prenda decisioni e le porti a termine, anche se alla fine sarà lui a farle notare gli errori. La vede sudare, alzarsi e sedere, riflettere, cercare un caffè, chiedere il parere di Mirca, la cugina. Faccia
Gli anni 2000
145
pure, deve sciogliere da sola i nodi delle difficoltà. La grafica ha bisogno di un po’ di restyling, il packaging pure, per la visione di un giovane. Silvia ci mette l’anima, chiede il parere a Gianni che ha i contatti con gli acquirenti. Sinergia importante tra giovani con lo stesso scenario del domani. E nel frattempo in produzione i casari, Alessandro, Bruno e Piero senza lesinare consigli, preparano il miglior prodotto. I genitori insieme, i figli insieme. Dal 1947 a oggi, ogni successo poggia sul vigore delle prime radici, sulla forza della famiglia. Dopo quattro anni di gavetta, tra apprezzamenti e rilievi di Bruno, Silvia si trova a gestire il giro di boa nella I tre fratelli Lazzarin, da sinistra Armando, Luigi e Bruno, durante la festa per il 55° anniversario della Latteria Nonno Nanni.
comunicazione, anche grazie a Gianni che, con la pazienza di Giobbe, suona spesso la stessa musica, sicuro di coinvolgere tutti nella sua idea: per Nonno Nanni è tempo di spot televisivi. Nessuna intenzione di rinunciare a carta stampata, a stand, a quanto fino a oggi è stato utilissimo, ma, visto che si è fatto trenta, si può arrivare a trentuno. Pur in sintonia e nonostante il desiderio di un bel balzo, Silvia, sicura di dover programmare per bene l’iter da percorrere verso la nuova decisione, non vuole cavalcare la tigre e conclude che l’azienda non è pronta. Un’intuizione merita il tempo necessario per trasformarla in decisione senza farsi prendere dai ritmi di Rai, Mediaset e di altre emittenti che premono, ti stanno col fiato sul collo. Silvia analizza materiali, contatta agenzie di
148
comunicazione, si confronta in azienda. Alla fine, nel 2006, è indetta la gara tra le agenzie; insieme a Bruno, Luigi, Armando e ai cugini, sceglie quelle che sono ritenute le due migliori proposte tra le quali decidere senza esitazioni, altrimenti si rischia di girare in cerca di ciò che, magari, hai già in mano. E qua entra in scena il cerchio magico che ruota attorno a Nonno Nanni. Nella grande sala riunioni non manca nessuno: c’è il personale tutto, la famiglia al completo: mamme, mogli, In seconda fila da sinistra: Mirca, Elisa, Daniela, Silvia, Alessandro, Paola, Gianni, Tiziana. In primo piano: Armando, Luigi e Bruno.
figli e nipotini – tester utilissimi –, c’è lo staff dell’officina, la forza vendita, arrivano alla spicciolata perfino il commercialista e l’avvocato. Silvia spiega – ecco la professoressa di tede-
149
sco – approfondisce, risponde. Alla fine vince a grande maggioranza lo spot che avrà il successo nazionale. Lo stracchino Nonno Nanni vola e va sopra prati, lungo fiumi, nell’azzurro del cielo. “Nonno Nanni, il nonno più buono che c’è” è lo slogan. E chi lo dimentica più? A dire il vero, la filosofia di Silvia ha un ruolo importante nella scelta dello spot. Nessun testimonial, nessuna voce nota, nessuna musica in voga. Deve essere lui, lo stracchino, l’unico protagonista. Il resto è coreografia, sono belle immagini del territorio, facce sorridenti, bimbi in festa a richiamare suggestioni da associare al prodotto. L’idea incontra la perplessità di quella corrente di pensiero che punta su un personaggio capace di catturare l’attenzione e trascinare il marchio. Appunto, osserva Silvia, il testimonial oscura il prodotto. Non è sufficiente una giornata, non è abbastanza una settimana. Il dibattito si prolunga nella convinzione che si debba lavorare insieme per produrre l’idea ritenuta vincente. I punti di vista vengono messi in discussione, sezionati per valutarne i pro e i contro nella certezza del brindisi unanime. Uno, due, tre… prosit, si stappa a Nonno Nanni protagonista: tocca a lui diventare famoso, senza spinte e senza alchimie. Così sia, e così sarà. È il 2007, la decisione è presa; c’è una grande voglia di vederlo da spettatore nelle proprie case, di sera, alla televisione. Armando ha lasciato l’allevamento con la voglia di respirare il profumo dell’ozio. Una mattina, in caseificio, espone la propria decisione al fratello Bruno. Bene, se lui lascia l’allevamento, ora può dare finalmente una mano qui nello stabilimento, pensa Bruno che sposta un po’ di cartelle, libera il tavolo e lo invita a occupare la propria poltrona. “In pensione? Riposati un po’, se vuoi, ma il tuo posto è qua accanto a noi” gli dice. Armando, contento che siano apprezzate le sue qualità umane e l’esperienza, si offre di seguire il reparto confezionamento; perfetto, là ci sono alcune cosine da sistemare, gli ricorda Bruno. La passione del fratello per la meccanica permette di adeguare macchine, di costruirne di nuo-
150
ve, di far risparmiare molto denaro. Tutti e due insieme a progettare, a sperimentare, a fare. Insieme si cresce. E Luigi approva con piacere. Silvia è già convolata a nozze con Paolo. Tra cataloghi, totem, test e tutto il resto, riesce anche a mettere al mondo la piccola Giulia; nonostante il progetto dello spot televisivo chiami la neo mamma al lavoro quando la bimba ha due mesi appena, la gioia trabocca in casa di Bruno. Per dirla in breve, chi spasima dal desiderio di vedere Nonno Nanni volare in televisione si deve mettere il cuore in pace. Arriverà, non c’è fretta, arriverà al momento giusto. Al momento giusto per davvero: sbarca negli schermi nell’agosto del 2008, in concomitanza con le Olimpiadi di Pechino, un tempismo da professionisti che produce risultati da terno al lotto. Bolt nei 100 metri e poi nei 200 e ancora nella staffetta, la Pellegrini, che promette e poi non ce la fa, coinvolgono, mettendo addosso tanta, troppa tensione agli italiani di ogni età. Nessuno vuole perdersi questa o quella gara e lo stress da tifo prende tutti senza distinzione di età, sesso, religione. Ti prende e amen. Una breve pausa pubblicitaria con lo shampoo oppure con la crema miracolosa, aiuta a rallentare i battiti, ma a farti sentire protagonista è quello stracchino che, in volo nella quiete, arriva a casa tua. Ti riconosci dentro lo spot, sorridi e concludi che devi averlo in frigo per gustarlo in compagnia tra una gara e l’altra. Deve essere andata così in moltissime famiglie, visto il continuo movimento di camion carichi di stracchino Nonno Nanni già acquistato, non in conto vendita e nemmeno da esporre soltanto. Denaro sonante insomma. Nel 2007 un altro avvocato entra in caseificio: Elisa, figlia di Bruno, 28 anni. Con lei in pratica nasce l’ufficio legale. Che sia utile? Si domanda qualcuno. Le buone abitudini non sono più sufficienti, spiega con sensibilità la nuova arrivata, oggi servono contratti precisi per evitare contenziosi, per la difesa del brand. La guardano con una smorfia gli zii e il papà che non capiscono tanta diffidenza. Stavolta l’università deve aver fallito, pensano, dovrebbero mettere anche la stretta di mano nelle materie curriculari. Ma Elisa ci vede giusto,
Gli anni 2000
151
i tempi sono cambiati con la stessa velocità del caseificio. La stretta di mano vale meno di una pipa di tabacco, i furbi sono in agguato e ogni azione deve essere perfetta. Non servirà molto tempo per avere ragione anche se nessuno ammetterà di essersi sbagliato. Pazienza, la soddisfazione si legge sui loro volti. Difficile anche essere apprezzata tout court dai dipendenti. Non è sufficiente essere figli del padrone, bisogna dimostrare le capacità sul campo. Elisa ha un ricordo tenero del suo rapporto con l’azienda, quando, poco più che bimba, correva, col cuore in tumulto, a portare al papà il panino farcito con burro e zucchero. E Bruno, che si trovava al lavoro dall’alba, gradiva sia per il gesto, sia per l’appetito.
Un frame dello spot televisivo Nonno Nanni, ambientato a Treviso, sul Sile, andato in onda nel 2010.
2012-2017
Oggi
Ed ecco gli spalmabili Lo stabilimento più bello a livello mondiale, parola di esperti
B
runo ama osservare dalla finestra dell’ufficio la grande quercia cresciuta insieme allo stabilimento. “Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande morta…” poche parole di una poesia imparata alle medie. È vero, quella quercia potrà diventare secola-
re, ma prima o poi se ne andrà senza lasciare tracce. Sposta lo sguardo verso destra, là dove lo spazio è ideale per una scultura che rappresenti l’evoluzione del latte, il lavoro dei fratelli Lazzarin. Pensa al latte in movimento, in trasformazione, a una goccia scendere e tornare su, a un’opera capace di comunicare emozioni positive a prima vista e sulla quale riflettere poi. Per un appassionato dell’arte com’è lui, la scultura è là, la vede presente, cerca il punto preciso studiando il contesto perfino dal giardino di casa. Confida il proprio pensiero a Silvia che accende la miccia. Lo zio Luigi ci sta, e in men che non si dica, individuano il tipo di pietra da utilizzare. Gianni, Alessandro, Tiziana, Mirca, Elisa e Daniela sono perplessi. Logico. Tra bilancio, vendite, produzione e il resto non ce la fanno, di punto in bianco, a concentrarsi su una scultura. Qualcuno prova a defilarsi, qualche altro fa orecchie da mercante, altri dicono il proprio parere. Eh, insomma, tra i giovani l’en-
Le mani dei tre fratelli Luigi, Bruno, Armando raccolte attorno alla miniatura della scultura L’evoluzione del latte, dell’artista Valter Fingolo.
155
156
tusiasmo deve ancora arrivare, ma, al momento opportuno, concentratisi per qualche minuto e intuito il messaggio da trasmettere, ecco, adesso sì, sono tutti d’accordo. Nella primavera del 2012 Bruno, Luigi e Armando partono verso il Cansiglio dove, spiega il primo, la pietra è bianca come il latte. La materia prima c’è, l’artista anche e in breve la gente che percorre la provinciale di sera si trova l’opera d’arte candida e illuminata davanti lo stabilimento. Un omaggio alle persone che hanno creduto e credono in Nonno Nanni, un pensiero candido alla terra rossa del Montello e a coloro che la amano. Bene pensare agli spazi esterni e a quelli interni, ottimo produrre lo stracchino più buono che c’è, perfette le spinte di marketing e comunicazione, ma in pentola deve pur bollire qualcosa di nuovo. Bolle da tempo e lo sanno bene Bruno e Alessandro, presi anima e corpo da un nuovo prodotto dopo due anni di ricerca. Dio Santo, sarà pur giunta l’ora di produrre questi benedetti spalmabili in vaschetta. L’approvazione è totale: pronto lo staff del marketing e comunicazione ormai allargato con altre due persone ad affiancare Silvia, prontissimo quello del commerciale, ai blocchi di partenza i venditori. I tester, nonostante i tempi cambiati, sono ancora i dipendenti e il mondo di Nonno Nanni. Il prodotto è pronto, le macchine, ben revisionate, sono in moto: Alessandro non ci sta nella pelle, Bruno tiene per sé le emozioni. Anche il 2014 è un anno significativo. C’è da conquistare il mercato degli spalmabili: difficoltà alta, rischi impattanti, valutano insieme i tre fratelli e i loro figli. Su come promuovere il prodotto le idee sono già chiare. Basta aggiornare lo spot con lo stracchino che vola, – il richiamo è indispensabile – e mettere in primo piano lo spalmabile in vaschetta. Un selfie del nuovo prodotto che trascina quello già accasato in tutto il Paese. Ancora una volta le vendite confermano la scelta e anche lo stracchino ha un’impennata. Due piccioni con una fava, parrebbe, e invece i due piccioni sono costati molto di più. Non c’è
Oggi
160
Nella pagina a fianco, un altro momento dell’inaugurazione della scultura con la famiglia Lazzarin al completo.
improvvisazione e nemmeno superficialità, ma un bagaglio di cultura: uno dei tanti segreti di Nonno Nanni custoditi nel modernissimo stabilimento. Mettere piede nel reparto produzione è istruttivo, ma soprattutto elettrizzante. “Mi chiamo Bond, James Bond”, ti viene da dire all’unica persona addetta al controllo dei ter-
In alto, i fratelli Lazzarin accanto alla scultura L’evoluzione del latte, realizzata nel 2012 e collocata nel giardino della sede di Giavera del Montello. In basso, il critico Paolo Levi durante la cerimonia di inaugurazione della scultura.
mostati e di congegni simili, che vedi là oltre quel coagulatore da 75 metri, un mostro di tecnologia, mentre sai che casari e tecnici ti seguono sugli schermi. Un vero e proprio set da film di spionaggio dove ti senti protagonista con cuffia in testa, soprascarpe, camice bianco e auricolari per poter comunicare sopra i rumori. Il percorso inizia dalle cisterne in acciaio, dove i camion hanno appena versato il carico di latte, non prima di averne sistemato un prelievo nella pipetta, una per ogni stalla. Non si sgarra, non si sbaglia, troppo grande è il rischio che un’eventuale positività all’antibiotico mandi alle ortiche un’intera partita. Il laboratorio non è da meno di tutto il resto. Qua ci lavora Daniela, l’ultima arrivata in azienda. Figlia di Bruno, laurea in scienze e tecnologie alimentari: per lei non c’è impiego migliore, anche se avrebbe voluto studiare un anno all’estero, almeno sei mesi, ma il silenzio in famiglia l’ha dissuasa lasciandole un pizzico di rimpianto.
Oggi
161
Ora si occupa di qualità, di leggi sulle etichettature in collaborazione con il marketing. Tra ampolle, certificazioni, etichette e tutto quello che è di competenza del laboratorio, Daniela si ricava il tempo per le visite guidate all’impianto, una delle attività più rilassanti. Vedere i bimbi incantati davanti il coagulatore, ascoltare i loro commenti meravigliati, spiegare la funzione delle attrezzature è un’emozione impagabile. Le visite degli studenti universitari o degli adulti hanno altro spessore, sono meno divertenti, ma lasciano una scia di soddisfazione. La guida alle visite è un’attività importante nell’economia dell’azienda. I visitatori possono osservare le fasi del formaggio, la tecnologia dell’impianto, l’abilità nel confezionamento. E Daniela ha le qualità per stabilire un feeling a prima vista con le persone. Sono quattro gli specialisti con laurea in laboratorio con lei, che si occupano anche della ricerca; con loro lavora altro personale. Alla prima domanda stupida, hai la risposta che ti meriti, ti sciorinano le certificazioni: sono tante, troppe per l’estraneo e, nonostante la de-
162
cisione di non muovere nemmeno un muscolo della faccia, ecco il tecnico precisare che sì, hanno anche la Carbon footprint e le EPD. Bingo, le uniche conosciute che ti fanno diventare subito loquace a dimostrare la tua adeguatezza. Certo la Carbon footprint: l’impronta di carbonio è un indicatore ambientale che misura la quantità di gas emesso dall’intero ciclo dalla stalla alla produzione e anche il consumo di materie prime e di energia. Non c’è sorpresa nel venire a sapere che le maggiori produttrici di gas sono proprio le stalle e che lo stabilimento è a livelli molto bassi, il 5%. A questo piccolo danno ecologico Nonno Nanni rimedia facendo piantare alberi che assorbono la CO2 presente nell’aria. Lo fa già da qualche anno. L’attenzione all’ambiente, al consumo energetico e di materie prime non fa che aggiungere valore affettivo allo stracchino, alla robiola, agli spalmabili già amati dai consumatori di ogni luogo per la loro bontà, frutto di ricetta segreta. Lo dicono i dati che piazzano il brand Nonno Nanni sul gradino più alto della classifica dei produttori di formaggi freschi da banco. Potrebbe raccontarlo con un certo orgoglio il giovane Alessandro, 44 anni, una laurea in tasca e in testa e una famiglia costruita con Silvia che gli ha dato due figli; ne parla invece con nonchalance, col pensiero a tutti quei primati che non ha ancora citato, con la voglia di farti visitare ogni angolo, con la padronanza di chi ha le mani in pasta. Questione di passione, ereditata dal nonno, dal padre Armando e dallo zio Luigi, e più ancora dallo zio Bruno che da fine anni ’90 affianca quel suo nipote per il quale si dice abbia una leggera preferenza. E stare alle regole di zio Bruno non è stata una passeggiata e nemmeno una maratona, ma una corsa sui ciottoli taglienti. Ora è orgoglioso di non essersi arreso, di essere lui a governare la produzione del caseificio più significativo d’Italia. Dal laboratorio si accede alla sala controllo, un centinaio di metri di lunghezza, dove tutto luccica, dove il rumore non è indifferente, sulla quale si apre la porta delle caldaie per la pastorizzazione: un rebus di tubi che vorrebbero farti perdere il filo, ma, superati i pochi
Oggi
163
gradini per raggiungere il coagulatore, ecco che oltre un oblò in vetro ritrovi il latte, ora pronto a diventare stracchino in quel coagulatore in continuo che non deve chiedere nulla, che dà l’impressione di saper decidere, che cattura occhi e cervello. Un robot abbassa dei separatori che vanno a formare le celle per il latte. Un gioco da ragazzini mescolare, aggiungere il caglio, ottenere la cagliata, tagliarla poi, togliere il siero e mettere il formaggio negli stampi. Un solitario. C’è quel roDue fasi del confezionamento del prodotto.
bot che cattura i separatori, li inserisce nel latte al momento giusto e, a lavoro finito, li affida al CIP di lavaggio da dove escono perfetti. Se non lo sai già, sei costretto a ripassare le fasi perché in pochissimi minuti ti trovi il latte che hai visto nelle cisterne trasformato in ottimo stracchino. E il pensiero va al passato, non tanto a quando il primo coagulatore, la metà dell’attuale, è stato acquistato, ma a quando donne e uomini eseguivano le operazioni una per una, con una fatica non indifferente. Ecco perché ti mette qualche brivido e interpreti James Bond caduto in una trappola. E invece scopri l’avanguardia del progresso tecnologico. “Gli esperti di una grandissima azienda tedesca di tecnologia, in visita qualche settimana fa, lo ha definito il più bel caseificio a livello mondiale” rivela Alessandro. Un giudizio
164
che deve avergli procurato un enorme piacere. Lasciati alle spalle il prodigio tecnologico e la zona salamoia, ecco il reparto confezionamento, il regno di Armando, che dedica ore e ore a migliorare il macchinario, a progettare nuovi strumenti, piccoli accorgimenti top secret, esclusiva di Nonno Nanni. Torna l’immagine di James Bond, perché lo spionaggio industriale è attivo anche in questo settore e pronto a minare la competitività. Qui però ci si sente tranquilli: si torna alla mezza normalità, si incontrano persone, tante persone in quel via vai laborioso che assomiglia un po’ al passato. “Certo – racconta Alessandro col suo sorriso aperto – una parte del confezionamento è fatta a mano dalle donne. Abbiamo voluto mantenere un legame col passato e aggiungere valore ai nostri prodotti”. Valore e valori qua vanno d’accordo. Il lavoro della donna da Nonno Nanni, pur basilare, conta meno della famiglia. Bruno, con la completa approvazione dei fratelli, ha nel tempo concesso una flessibilità non ipotizzata da altri imprenditori. La maternità è tutelata con la risorsa di congedo fino a un anno, così come l’assistenza a familiari in difficoltà, o anziani, è resa concreta grazie al permesso di arrivare al lavoro con elasticità. Ed è risolutiva la risposta di Bruno a una mamma timorosa di perdere il lavoro per seguire la bimba malata di leucemia: “Stai a casa con la tua piccola tutto il tempo che ti serve. Noi ti siamo accanto”. Nel percorso all’inverso, oltre un infinito corridoio che si apre su sale riunioni, uffici e auditorio per vertici con clienti e fornitori, all’ingresso ti cattura l’affresco allegorico di Paolo Scarpa che nobilita un’intera parete con il benvenuto delle tre generazioni Lazzarin nel paesaggio montelliano sorvolato dall’uomo, tema ricorrente nelle opere dell’artista veneziano. Nonno Nanni e nonna Rina seduti si godono la vecchiaia; Luigi, Armando e Bruno in piedi,
Oggi
L’azienda Nonno Nanni oggi: alcuni scorci dello stabilimento.
167
al centro del dipinto, sono attivi a indicare chi regge l’azienda. Comunicano simpatia i bimbi di spalle, sulla destra, in movimento sull’erba con lo sguardo alla collina: quei ragazzini, oggi adulti, hanno incarichi di responsabilità in Nonno Nanni e puntano lontano. Oltre i vetri dell’ingresso la scultura, veicolo di emozioni per il cuore di Bruno, racconta l’essenza dei fratelli Lazzarin, le battaglie per crescere, il tener duro fino a raggiungere il gradino più alto dei prodotti da banco di gastronomia. Bruno non vince l’ultima battaglia, pur credendoci fino in fondo, pur convinto di farcela proprio come sempre. Non avrebbe mai immaginato di trovarsi a tu per tu con un nemico così malvagio. Mesi di speranze, momenti di gioia nel sentirsi le energie addosso di nuovo, giorni dedicati all’ultima campagna pubblicitaria di Nonno Nanni, sicuro che tutto passerà con coraggio, quel coraggio che gli è accanto fino alla fine. La moglie Nila e le figlie non lo lasciano solo nemmeno un attimo: “L’abbiamo accompagnato con la luce nel cuore, dilatando intorno a lui tanta serenità e pace”, affermano. Appare meno candida la bella scultura del giardino, escono in silenzio le persone che Bruno ha avuto accanto, quelle che hanno ricevuto una ad una gli auguri di Natale con la sua stretta di mano. È il 3 agosto 2016. Qualcuno ci sarà ancora a porgere un augurio perché il suo insegnamento resta. Come resta il lavoro fatto insieme ai fratelli e alla nuova generazione. Con la perdita di Bruno, i due fratelli decidono di portare a termine il passaggio generazionale che era già in atto, un passo difficile per il brutto momento. Da ottobre 2016 il presidente di Nonno Nanni è Gianni Lazzarin, figlio di Luigi già presidente da sempre. Sono già in consiglio di amministrazione Alessandro e Silvia, figli di Armando e di Bruno. Ricoprono da tempo ruoli strategici Tiziana, responsabile della Finanza e del Personale, Mirca, responsabile dell’Ufficio Acquisti; Elisa cura l’ufficio legale e Daniela si L’azienda Nonno Nanni oggi: alcuni scorci del confezionamento.
170
occupa del laboratorio. E intanto stanno crescendo Maria Teresa, Alessio e Valentino (figli di Paola), Beatrice, Marco e Vittoria (figli di Gianni), Alberto, Agnese e Alessia (figli di Tiziana), Anna e Alessandro (figli di Mirca); Giovanni e Pietro (figli di Alessandro), Giulia e Nicola (figli di Silvia) e ancora Davide e Marco (figli di Elisa) e il piccolo Leonardo (di Daniela). Luigi non lascia passare giorno senza entrare nel caseificio anche per replicare le ramanzine che Nonno Nanni faceva a lui. “Vardè che ghe vol umiltà, rispeto par le persone e serietà par essar rispetadi e tanta passion par el laoro (Guardate che ci vuole rispetto per le persone e serietà per essere rispettati e tanta passione per il lavoro)” dice Luigi. Qui sotto: riuniti attorno alla maestosa quercia piantata nel giardino dello stabilimento i 250 dipendenti dell’azienda.
Armando resta saldo al reparto confezione, una spalla per quell’azienda nata dalla testa e dalle braccia di una famiglia e che ora produce formaggi freschi di massima qualità. Un grazie particolare ai dipendenti che con passione hanno contribuito a realizzare il sogno di Nonno Nanni. Persone di oggi, di ieri e del passato meno recente, forze che si incrociano e producono soltanto cose buone. Persone che ci hanno messo impegno, sentimento e partecipazione, che hanno contribuito a far assegnare a Nonno Nanni decine di attestazioni e di premi. E il domani sarà come l’oggi, fatto di onestà e di semplicità.
Oggi
172
La terza generazione
I figli di Luigi, Armando e Bruno
Paola
Gianni
Paola la prima nata, lavora in azienda fino alla nascita dei figli, dedicandosi poi a tempo pieno alla cura della famiglia.
Gianni, da ottobre 2016 è presidente di Nonno Nanni. Nato nel 1965, dopo gli studi entra in azienda e sperimenta tutti i settori, dalla produzione ai rapporti con le banche. Si occupa poi del commerciale affiancato da un direttore vendite. A fine anni novanta ha un’ottima esperienza e può assumere l’incarico di direttore commerciale.
Tiziana
Tiziana, la maggiore, dopo la laurea in economia e commercio entra nel caseificio nel 1995 come responsabile del personale e della finanza. È lei a trattare le condizioni con le banche, punto vitale per un’azienda. Inoltre ricerca le risorse umane per supportare lo sviluppo e la crescita dell’impresa.
Alessandro
Alessandro, classe 1972, laurea in veterinaria e passione vera per la produzione. È il responsabile dell’acquisto del latte e della produzione della quale conosce tutti i meandri, competenza maturata in oltre 15 anni di lavoro. Il suo reparto è visitato di continuo da classi e gruppi. Da ottobre 2016, è diventato amministratore dell’azienda.
173
La forza di Nonno Nanni, il caseificio più significativo d’Italia, viene anche dalla presenza della famiglia. Prima i figli di Benedetto, poi quelli di Nanni e ora i figli di Luigi, Armando e Bruno. Sono otto i nipoti di Nanni; sette di loro hanno ruoli strategici in azienda. Gianni, Alessandro e Silvia fanno parte del consiglio di amministrazione dal 2014. Dopo il passaggio generazionale di fine settembre 2016, Gianni è diventato presidente; Silvia e Alessandro sono diventati amministratori.
Mirca
Silvia
Elisa
Daniela
Mirca ha la responsabilità degli acquisti. Agevolata dalla laurea in giurisprudenza e dalla prontezza nel comprendere le necessità dei diversi settori, è l’approdo obbligato per ogni altro dirigente. La sua cortesia non significa accondiscendenza, ma dialogo per conoscere nei particolari le richieste interne e le proposte dei fornitori.
Silvia, la maggiore, è a capo della Comunicazione e del Marketing, un settore strategico per il caseificio. La comunicazione giusta dà valore al prodotto. Perfetta si è rivelata la scelta dello spot “Il nonno più buono che c’è” entrato nelle famiglie degli italiani. Silvia cura anche i rapporti con la stampa. Da ottobre 2016, è diventata amministratore dell’azienda.
Elisa, laurea in giurisprudenza, segue il legale, incarico che svolge soprattutto per proteggere il brand. La scelta dell’azienda, anche su consiglio di Elisa stessa, è quella del dialogo per risolvere eventuali controversie.
Daniela, la minore delle figlie di Bruno, si occupa del laboratorio: nulla di meglio per lei che ha una laurea in scienze e tecnologie alimentari. Contribuire alla qualità del prodotto le dà soddisfazione. Inoltre segue le visite guidate all’azienda.
174
I Premi Premio Speciale EY L’Imprenditore dell’Anno 2016
Capitani dell’Anno 2016
Il Premio è stato assegnato a Luigi Lazzarin, Presidente Onorario di Nonno Nanni, alla guida dell’azienda fin dagli esordi. La società veneta ha raggiunto questo importante traguardo per aver saputo eccellere, sia a livello nazionale sia internazionale, con un’offerta di prodotti di alta qualità, riservando costantemente un ruolo privilegiato alla ricerca, allo sviluppo e all’innovazione.
Nonno Nanni è stato insignito quest’anno del Premio «Capitani dell’Anno 2016» per l’eccellente qualità del proprio prodotto e per il forte radicamento della realtà nel territorio. Il Premio Capitani dell’Anno in circa vent’anni e diciassette edizioni ha premiato quasi 200 imprenditori di rilevanza nazionale. Quella del 2016 è la prima edizione nel settore Food & Benessere ed è stata realizzata con il Patrocinio dell’Università di Parma.
Eletto Prodotto dell’anno 2016
World Cheese Awards 2016
Nonno Nanni si è aggiudicata quattro medaglie al World Cheese Awards 2016, la più famosa manifestazione al mondo dedicata al settore caseario. Sono quattro i prodotti premiati: il Caprino di latte vaccino Nonno Nanni ha vinto la medaglia d’oro, il Caprino di latte vaccino senza lattosio Nonno Nanni quella d’argento, così come la Robiola senza lattosio e il Fresco spalmabile senza lattosio, entrambi vincitori di una medaglia d’argento.
Premio Save the brand per la Redditività del branded business - ICM Research
Nell’elenco delle eccellenze italiane stilato dall’osservatorio di ICM Advisors c’è anche Nonno Nanni, che riceve il prestigioso riconoscimento per la «Redditività del branded business». Tra le oltre mille imprese analizzate 50 aziende, tra cui Nonno Nanni, si sono contraddistinte anche per un’attenta gestione degli asset marketing tra cui il brand. Il riconoscimento vuole premiare il fatto che Latteria Montello ha saputo distinguersi negli ultimi anni con buone performance rispetto all’andamento del settore e superare la congiuntura negativa puntando sulla creazione di valore e sulla redditività del branded business.
La Linea Senza Lattosio Nonno Nanni si è aggiudicata il titolo di Prodotto dell’Anno 2016, il più importante premio all’Innovazione basato esclusivamente sul voto dei consumatori.
Formaggi&Consumi Awards 2016
Durante la settima edizione dei Formaggi&Consumi Awards, premi dell’eccellenza assegnati dal retail, Nonno Nanni ha ottenuto ben due premi: “Miglior campagna new media”, grazie alle attività digital dedicate al Fresco Spalmabile Nonno Nanni e “Miglior Logistica”, grazie all’efficienza e alla puntualità del servizio di logistica.
Premio Food 2016
La Robiola senza lattosio Nonno Nanni si è aggiudicata il Premio promosso dalla rivista Food nella categoria ‘Formaggi’, superando tutti e tre i livelli di giudizio: le performance sul mercato distributivo, il giudizio dei retailer e quello degli esperti.
Brands Award 2015
Il Fresco Spalmabile Nonno Nanni si è aggiudicato il terzo premio nella categoria “Alimentari Freschi” al Brands Award 2015, il premio dedicato alle migliori marche dei beni di consumo promosso da Gdoweek e Markup, realizzato in collaborazione con IRI, Toluna e Blogmeter. È l’unica iniziativa che premia le migliori ‘performance’ annue di marca nei beni di largo consumo attraverso criteri oggettivi e riscontrabili che coinvolgono i dati di vendita, i consumatori finali, il giudizio dei manager della GDO e le performance sui Social Media.
Formaggi&Consumi Awards 2015
Durante la sesta edizione dei Formaggi&Consumi Awards, organizzati dalle riviste del Gruppo editoriale Tespi Mediagroup dedicate al food, Nonno Nanni si è aggiudicato il riconoscimento come “Miglior campagna stampa trade” con la campagna adv del nuovo Fresco Spalmabile Nonno Nanni.
Eletto Prodotto dell ’Anno 2015
Il Fresco Spalmabile Nonno Nanni è stato Eletto Prodotto dell’Anno 2015 nella categoria “latticini”. La selezione dei vincitori avviene attraverso una ricerca di mercato che coinvolge più di 12.000 consumatori, chiamati a votare online i propri prodotti preferiti, suddivisi per categorie merceologiche. A venire eletto è il prodotto che, per ciascuna categoria, ha ottenuto la media voto più alta tra innovazione e soddisfazione del consumatore.
Le Certificazioni
SGS Process Control Certificazione di prodotto
Certificazioni UNI EN ISO 14001 e ISO 9001
CSQA Carbon Footprint certificata
Certificazione IFS
Certificazione BRC
175
International Cheese Awards 2014, 2015 e 2016
Gli International Cheese Awards, fondati nel 1897, si tengono ogni anno a Nantwich, in Inghilterra. Rappresentano il più importante evento in UK e uno dei più importanti eventi nel mondo. La Robiola Nonno Nanni ha vinto per due anni consecutivi la medaglia d’oro nella categoria “Soft&Cream Cheese” tra gli oltre 4600 formaggi candidati da tutto il mondo. Nel 2016 il Fresco Spalmabile Senza Lattosio ha vinto la medaglia d’argento nella categoria “Cheese spread” e la medaglia di bronzo nella categoria: “Soft, semi soft cream cheese”.
Premio Food 2015
Il Fresco Spalmabile Nonno Nanni si è aggiudicato il secondo posto nella categoria formaggi al Premio Food 2015, istituito dall’omonima rivista specializzata con l’obiettivo di valorizzare i nuovi prodotti lanciati sul mercato negli ultimi due anni. La giuria del concorso ha preso in esame ben 171 candidature di nuovi prodotti, realizzati da 86 aziende alimentari italiane grandi e piccole.
Global Cheese Awards 2014
I Global Cheese Awards sono la più longeva manifestazione dedicata all’industria casearia in Gran Bretagna. Dal 2011 l’evento ha aperto le porte anche ai migliori formaggi provenienti da tutto il mondo. La Robiola Nonno Nanni si è aggiudicata la medaglia d’argento 2014, uno dei più prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale.
South West Awards 2014
Great Taste Awards 2013
DM Awards - Migliore App 2014
Formaggi&Consumi Awards 2012
I South West Awards sono un premio di notevole importanza perché inserito all’interno del “Mid Somerset Show”, fiera che si tiene nel Somerset, in Inghilterra, regione rinomata per la sua tradizione casearia. La Robiola Nonno Nanni si è aggiudicata il secondo posto nella categoria formaggi spalmabili.
I DM Awards sono un concorso organizzato da Distribuzione Moderna, il quotidiano on-line dedicato al settore del largo consumo, per valorizzare le migliori iniziative di marketing e di comunicazione sul web effettuate dalle imprese nelle categorie industria e distribuzione. “Nonno Nanni Piccoli chef” ha ottenuto il primo premio come migliore App nella categoria Industria tra tutti i progetti web candidati e votati dai lettori del quotidiano.
World Cheese Awards 2014
Da oltre 20 anni i World Cheese Awards riuniscono acquirenti e venditori dell’industria casearia di tutto il mondo. Sono la più grande e prestigiosa competizione al mondo in tema di formaggi: la Robiola Nonno Nanni ha conquistato la medaglia d’argento nella sua categoria, tra gli oltre 3000 formaggi candidati provenienti da 33 Paesi e valutati da oltre 250 giurati esperti di ogni parte del mondo.
L’impegno nel Sociale F.I.A.D.D.A.
Agli “Oscar del cibo”, i Great Taste Awards 2013 in Inghilterra, la Robiola Nonno Nanni ha ricevuto una stella di riconoscimento. Il giudizio tiene in considerazione esclusivamente il gusto e la qualità degli ingredienti, dato che i prodotti vengono presentati in forma anonima e sono valutati da oltre 400 giudici che includono chef, critici e giornalisti, ristoratori e buyer.
Latteria Montello vince il premio “Miglior materiale POP per il punto vendita”. Il materiale promozionale relativo al lancio della Robiola Nonno Nanni si è aggiudicato il premio “Miglior materiale POP” nella terza edizione dei Formaggi&Consumi Awards.
Sapore dell’anno 2012
L’unico ed esclusivo marchio di qualità assegnato direttamente dai consumatori a seguito di assaggi fatti in modo da garantire l’anonimato del prodotto. Sono stati i consumatori a decretare che Nonno Nanni è “Sapore dell’anno 2012”. Latteria Montello si è aggiudicata, tra i suoi concorrenti, l’esclusiva del marchio per l’intera categoria stracchini e robiole.
Premio Città Impresa 2012
È stato assegnato a Luigi Lazzarin il Premio Città Impresa 2012, promosso nell’ambito della quinta edizione del Festival Città Impresa “Le Fabbriche delle idee”, per il contributo portato, attraverso l’attività creativa aziendale, allo sviluppo economico, sociale e culturale del nostro territorio e dell’intero Paese. Il Premio, che ha selezionato 1.000 fabbricatori di idee del Nordest, tra oltre 2.500 segnalazioni arrivate da docenti universitari, associazioni di categoria, enti e istituzioni no profit, giornalisti e altri osservatori del territorio, è un importante riconoscimento attribuito da Corriere della Sera e Nordesteuropa e celebra ancora una volta il successo di Nonno Nanni.