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carvr detroit techn-off

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Carvr è una progetto di Fabrizio Festa. Con il contributo di Arianna Arcara e Andrea Pagano. © delle immagini Arianna Arcara, 2009 nessuna immagine può essere riprodotta senza il consenso esplicito dell’autrice

◊ In copertina: Una ragazzina cerca di dormire sul proprio divano dopo una notte in bianco. Alcuni ladri hanno provato ad entrare nella sua casa durante la notte.

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carvr detroit techn-off

immagini: Arianna Arcara parole: Andrea Pagano

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◊ Nella pagina precedente: Una donna disoccupata di fronte alla propria casa nel quartiere di Delray. Delray è un quartiere residenziale collocato nella zona industriale di Detroit.

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◊ La popolazione, attestata intorno ai 1.85 milioni di persone negli anni 50 del 900, è ora scesa di oltre il 50%.


si possa pensare, almeno da un punto di vista prettamente simbolico. Nella città simbolo della decadenza urbana statunitense la techno è, ◊ Nobody listens to techno infatti, come lo è stato (e continua ad esserlo) asseriva il detroitiano il rap, strumento di Marshall Bruce Mathers emancipazione sociale: (più comunemente fuga dalle case bruciate noto da noi come e dai quartieri fantasma, Eminem) in una sua evasione dalle case vecchia hit da classifica, traballanti, e da quelle ventilando un’apparente del crack. Cassa dritta, inconciliabilità tra i incessante, sporca mondi delle street e dei d’olio, acciaio e sudore, club, principali poli di forgiata negli stampi costume nella capitale americana dell’automobile industriali della General Motors, eredità pulsante (e del degrado urbano). di una scura città che Ma la realtà va ben oltre come poche fu piegata il dissing e le liriche dalla “crisi”. Insomma, demenziali, ed un’analisi molto più industriale, anche superficiale della e sottilmente luddista, realtà suburbana rivela di tanti generi musicali come la cosiddetta auto-professatisi “Detroit Techno” abbia “industrial”. Basti pensare molto più a che spartire a come l’ormai vintage con la scena hip-hop Roland tr-909 – nota autoctona di quello che

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drum machine anni ’80 – dei Cybotron, gruppo seminale della scena formato da Juan Atkins e Rick Davis, sia stata manovrata ed ispirata nelle tessiture elettroniche dalle teorie “cyber-punk” del sociologo/futurologo Alvin Toffler, simpatico vecchietto che in quegli anni parlava proprio di imminente riscossa dei “tecnorinnegati della società” e dell’incombenza dai cosiddetti new media. La leggenda vuole che se gli amici del ghetto optarono per Caddy e rime (più o meno) baciate, un “bizzarro trio di afroamericani” (ricordiamo che la popolazione nera di Detroit è passata da un 30% degli anni ’60 ad un 80% dei giorni nostri) composto da Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson declinò cordialmente il mic e decise di coltivare un fiore diverso nella merda delle baracche, un fiore

◊ Downtown Detroit, agosto 2009. La città è conosciuta come il centro di manifattura automobilistica più importante del mondo.


dai petali volutamente sintetici e decisamente più criptici rispetto all’urgenza espressiva del flow(er) rappato: la Techno, un’afona marcia di danza e catarsi scolpita sui ritmi ossessivi di una città che dà meno di quello che chiede. Fu un parto a sei

mani tutt’altro che privo di decise basi programmatiche, a sentir parlare del loro pargolo i diretti interessati. In un’intervista del tempo, infatti, May diede una definizione oramai rimasta negli annali: “Questa musica è come Detroit, uno sbaglio completo. È come George Clinton ed i Kraftwerk bloccati in un ascensore”. Rilanciò invece Juan Atkins con la dichiarazione: “Voglio che la mia musica suoni come due computer intercomunicanti, non voglio che sembri una band reale. Deve suonare come se l’avesse fatta un tecnico. Ecco cosa sono io: un tecnico con sentimenti umani”. C’è chi parlerebbe di umano con schemi robotici, ma questa è un’altra storia... Fatto sta che lo stesso nome techno (derivante da technologic), riferito all’uso esclusivo del suono sintetico e del segnale nella composizione, prende le


distanze dal noto suono house, ispirato al celebre locale “Warehouse” della florida e prospera Chicago, caratterizzato dal connubio fra le drum machines e i caldi campioni pre-registrati dei dischi della scena disco/latina/black. Una diversità

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nell’attitudine capace di approssimare e caratterizzare efficacemente due realtà cittadine distanti, per quanto siano entrambe di chiara derivazione industriale. Ma è con Jeff Mills e la sua “Underground Resistance” (letteralmente “resistenza


◊ Molti abitanti hanno lasciato la città abbandonando a sè stessi un numero incredibile di edifici.

◊ Il quartiere di Delray è stato fortemente colpito dalla crisi economica che ha causato il declino dell’industria automobilistica. La disoccupazione e la povertà sono i problemi maggiori dei residenti rimasti a Delray.

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â—Š Una bambina gioca nel cortile della propria casa nel quartiere di Delray.

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che viene dal basso”) che la scena di Detroit attualizza e unifica la sua carica militante e rivoluzionaria. Si parlava ormai di vero e proprio movimento di ispirazione politica (sincronizzato alla recessione economica che l’America dovette affrontare sotto il mandato di Reagan), e lo stesso Mills non si è negato di dichiarare quanto l’ideale di fondo del progetto/ collettivo musicale fosse ispirato dalle attività di sovversione e “sensibilizzazione sociale” messe in atto dalle Black Panthers negli anni ’70. Lavoro che per altro, dalla parte opposta del marciapiede, si impegnavano a portare avanti a colpi di ghettoblaster e liriche di denuncia gli amichetti Chuck D, Flavor

Flav, Professor Griff e Terminator X, meglio conosciuti col nome di Public Enemy. C’è infine da dire che, nonostante in 30 anni di militanza si siano raggiunti traguardi e conquiste libertarie (perlomeno per quanto riguarda il versante musicale), con l’avvento di lauti cachet, stagioni ad Ibiza, minimalismi chic (vedi Richie Hawtin) e orchestrazioni varie (vedi Carl Craig) lo spirito caustico e ribelle degli inizi sia leggermente andato perduto, a favore dei grandi numeri e di un’identificazione con un target progressivamente sempre più “fighetto”. Nulla è perduto però, specie se si considera che l’eredità di ribellione da schemi (sociali) e stilemi (musicali) la ritroviamo nelle numerose derive che il suono tonante che

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la città del Michigan ha generato: acid, drum and bass e break beat, solo per citarne alcuni. Derive che (fortunatamente, aggiungerei) vengono ancora oggi guardate con diffidenza da chi gestisce soldi nel nome del conformismo discografico e dell’opulenza del grande club. La stessa diffidenza che, probabilmente, potrebbe provare un white collar in limo perso fra le vie del ghetto, immaginando che magari fra quelle baracche di rude manovalanza si possano affilare synth e preparare bombe carta.

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◊ Tutte le foto sono state scattate nell’Agosto del 2009, a meno di un anno dal crack finanziario della società di servizi finanziari Lehman Brothers Holdings Inc., avvenuto il 13 settembre 2008, principale causa della crisi che ha colpito il mondo intero tramite una terribile reazione a catena.

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Arianna Arcara Brianzola, classe 1984. Studia fotografia al Milwaukee Institute of Art and Design e allo IED di Milano, fa parte del collettivo Cesuralab diretto dal fotografo Magnum Alex Majoli. Nella febbraio 2010 vince (grazie al progetto qui presentato) il prestigioso Premio Canon come “Miglio Portfolio”, con la merito di “aver saputo costruire un racconto visivo coerente e di grande impatto emotivo [...] rivelando una delicatezza visiva sempre rispettosa della dignità umana.

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Andrea Pagano Milanese autoctono, classe 1987. Studia alla Bocconi ma non si direbbe. Si divide tra gli esami universitari, il clubbing estremo e una promettente carriera di giornalista musicale.

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