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THOMAS RAY
p.3
NOSTALGHIA
AKAB vs FABRIZIO LASCIMMIA
p.9
UN ANGOLINO DI CIELO
GIANNI MIRAGLIA vs JAIME LASCIMMIA
p.16
CHIUSO
MR.BRACE vs PONA
p.20
NIENTE SPARISCE MAI PER SEMPRE
FABRIZIO LASCIMMIA vs FRANCESCO CATTANI FORSE HO I SEGNI
p.24
JAIME LASCIMMIA vs. ARIANNA VAIRO
p.26
LONTANI DALLA VERITA’
OFFICINA INFERNALE
p.30
SANGUE
MASSIMILIANO BOMBA
p.30 e p.37
NEON DARK
MARINO NERI
p.38
LO SCHERZO
FABRIZIO LASCIMMIA
p.45
AUTUNNO CUT-UP
SILVIO MANCINI
p.51
RAZOREN
JAIME LASCIMMIA
p.57
IL BOATO
la copertina è di BOMBO! le frattaglie sono state affettate e assemblate da Fabrizio Lascimmia vestito da maiale e fotografate da Ottavia Rosa
Lascimmia Lascimmia Lascimmia Lascimmia Lascimmia Lascimmia Lascimmia
Per Natale il nuovo regime economico lancia una nuova tipologia di regali. Noci e mandarini per i bambini, una rosetta per i conoscenti e un filoncino per gli amici intimi. Per fidanzati e familiari si può arrivare alla carne in scatola. Il filetto è sputare in faccia alla miseria. Abbiamo adattato il prezzo della rivista al nuovo regime di neo-baratto post-liberista: 5 chiodi. È un prezzo onesto, non vi pare? Dato che la merce è tornata ad avere un valore intrinseco un libro vale l’equivalente del suo potere riscaldante misurato in gas metano. Che non puzza più. Perché l’additivo per odorarlo vale più del gas stesso. Da quando le fabbriche sono state prese d’assalto per saccheggiarne i tetti di eternit per farci baracche lungo i fiumi la richiesta di gas è crollata, vertiginosamente. E dato che è il mercato che regola.. La nostra crisi la pagherete voi, abbiamo scritto. La crisi, che nessuno vuol pagare, ha finalmente un volto: Totò con gli spaghetti in tasca. Dove la nobiltà però non ha un valore perchè non produce scambi di denaro. Dove la Cina si è comprata gli stati uniti in cambio del suo peso in acciaio. La prima cosa che si aggiornerà sarà “Chi vuol essere milionario”. I premi verranno ricollocati. Per la prima domanda ci sarà una michetta. Il primo premio da punto fermo saranno 2 etti di prosciutto. Poi una manciata di chiodi, del grano, una tanica di acqua potabile, il secondo punto fermo è una gallina e come gran premio finale ci sarà una vacca, magra. Come in Unione Sovietica, come nell’antica Roma. Il salario torna ad essere sale, grano, acciaio, panno di lana grezza. Boutique di Prada che chiudono e si riconvertono i prestinai, dentro una Milano che torna a rivoltarsi per chiedere pane, la Moratti che offre brioches, al buio perché le brioches non ci sono più da mesi. Ma mancano 4 natali appena. Il 5° non verrà, con sollievo.
è: Fabrizio Festa e Nicola Jaime Grandi. Con: Akab, Arianna Vairo, Bombo!, Francesco Cattani, Gianni Miraglia, Marino Neri, Massimiliano Bomba, Moz/Officina Infernale, Mr.Brace, P0na, Silvio Mancini e Thomas Ray. è una rivista completamente autoprodotta. Se per “completamente” si intende “interamente finanziata da” e con “autoprodotta” “il Politecnico di Milano”. Grazie ad Anna e Monica ci permettono di essere così cialtroni. non è un periodico, quindi non c’è da fare tutta quella cosa con la camera di commercio eccetera, capito questura? vuole bene un po’ a tutti, ma ad alcuni di più. Come a Silvia, ad Alberto e alla Isa. Ma tutti voi altri non sentitevi trascurati, mi raccomando. Una parola buona e un po’ di affetto di circostanza non ve lo si nega. non è protetta da copyright, ma ha amici grossi e con un brutto carattere. stavolta non le vengono in mente le solite gag fulminanti, le spiace. ti ringrazia per averla acquistata, scambiata, rubata o ricevuta in dono.
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CHIUSO GIANNIMIRAGLIAVSJAIMELASCIMMIA
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Sta in silenzio la vecchia. Poverina mi viene da dire dentro. A nessuno racconto che pulisco la merda altrui perché fa vita dura e che ti stai glorificando. Non ho bisogno di attirare l’attenzione. Negare le luci. Non lavoro più in un ufficio moderno perchè mi hanno fatto dimettere con la scusa che sfrutto risorse aziendali per usufruire della pornografia più vietata. Autocacciato è meglio dire, passano gli anni e ti rompi i coglioni. Sono fatto così, non c’entra un cazzo che mi faccio le seghe pensando a una donna in minigonna pvc che m’incula. Non ho bisogno di raccontare in giro delle mie seghe vietate. Non sono uno rincoglionito, uno che ti può sembrare impacciato. Sono quello che fa ridere, riservato, per i cazzi suoi, sono uno che dice le cose che fanno ridere, anche la commessa del negozio di scarpe rideva. Il segreto è ridere per primi. Mi viene in mente la mia colpa, quelli che cercano di fare ridere è che sono timidi cose così. Dentro ti senti un caso patologico, la mia colpa c’entra con le seghe, con il mio modo di vedere il mondo, di non sapere esistere tra gli adulti. Sono un adulto invisibile, 35 anni,
verso i 36 e ho scopato 8 volte. E’ l’ora di svegliare la signora anziana e non più autosufficiente e portarla in bagno. La prendo da un lato, la aiuto a camminare, un passo alla volta, l’alito di quando diventi vecchio. La putrefazione del cibo ha l’odore della merda. Nella merda c’è cibo putrefatto. La devi svegliare con dolcezza, infinita dolcezza, quella che si meritano i dimenticati dalle luci, la devi sollevare dal letto con lentezza. L’umanità della Padrona Immensa, le fighe stronze, le fighe finte degli aperitivi. Gli schiavi che vedevo sulle sue foto e filmetti erano più sereni di me, te ne accorgi dopo un po’ che non sono così lontani dalla tua vita. Non c’è niente da giudicare sulla sessualità degli altri, commetto il crimine di aver scopato solo 8 volte, nessuno lo può sospettare perchè non divento rosso davanti alle fighe. Ieri mattina mi sono masturbato davanti alla tv c’era la conduttrice col finto sorriso stivali e minigonna del programma del mattino. Parlava al mondo degli anziani con quel sorriso che ti fa vedere la sua vita fuori dalla tv, scopavamo, mi scopava, mi sfruttava, mi umilia-
va, mi faceva sborrare. Mi sono appena infilato il guanto di gomma per massaggiare il buco del culo della vecchia signora. La fai sedere sul bidet e accendi l’acqua calda, la devi accarezzare, e parlare a bassa voce. Le devi massaggiare il buco del culo per stimolare il retto pigro e inconsapevole della necessità di evacuare della merda in corpo da almeno 4 giorni. Lei capisce le intenzioni, è lo stesso discorso che fai per i cani, capiscono il tono del voce non le parole. Le parole non servono a un cazzo. Se dico in giro della mia mansione passo per una persona buona, anche per uno sfigato: non si sa perché ha mollato tutto per fare un mestiere di merda. Le massaggio il culo con dolcezza, le rispetto le anziane e gli anziani, sono io sei tu tra pochi anni. Siamo noi, quelli che quest’ora non sentono la mancanza sociale per non essere in posti migliori. La parola migliori fotte il mondo da sempre. Scorreggia senza gioia, sta uscendo la merda. Continuo a massaggiare il buco del culo, è contornato da emorroidi
prolassate, stimoli la spinta della merda. Se non ci sei col cervello ti dimentichi di cagare e ti riempi l’intestino di merda. Espiazione, vicinanza al senso buio e più libero delle cose. Fare la vita che faccio ora s’avvicina a significati iniziatici simili a quando ti tatui la faccia nelle gang, nelle sette, niente da perdere dice il gioco della domanda e dell’offerta di ruoli umani nella vita là fuori. Vivo e penso da solo, sono fatto male, so che sono difettoso. Raccolgo la merda col guanto sterilizzato, quello dei serial killer dei film. Sono biondo, assomiglio a Brad Pitt, ma con lo sguardo di uno che non piace. C’è la stanchezza nel mio sguardo e quelle cose che piace vedere negli altri per sentirsi meglio di me. La signora fa dei versi che ricordano l’inizio di parole. Senti l’aria che le esce dal culo. Non è un oggetto sessuale, mi sono fatto le seghe accanto a lei perché la conduttrice usciva fuori da quella tv, con il suo atteggiamento sorridente e falso, parlava alle vecchie e ai casi umani, mi faceva venire il cazzo duro proprio mentre io diventavo il caso umano. Non mi merito la pace sociale, sono più libero di tut-
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ti quando rifiuto la pace sociale, la normalità che ti fa sentire meglio e accetto già ora di diventare vecchio e senza nessuno e i soldi per pagare nessuno che mi pulisce il culo. L’acqua scorre, la merda finisce, pulire il culo coi guanti di gomma perché la carta le fa sanguinare il culo. So tutto di emorroidi perché quando mangi cibo di merda e vivi di merda ti vengo facilmente le emorroidi. Immagina uno di 35 quasi 36 anni che ha la colpa di aver scopato 8 volte, immagina una persona che nessuno ha accarezzato abbastanza, per gli attimi di finta sociale che fa stare bene. Dite amore, dite cose che ti fanno sentire al caldo. Do retta alle mie pulsioni, la verità, non sono masochista, non sono un reietto inginocchiato, seguo le pulsioni del mio cazzo. Della mia libertà. Usare sapone intimo e prodotti dal ph delicato. Pulire le zone intime, pure la fica oltre il culo. Massaggiare mentre l’acqua fa scivolare via. Sono grigi i peli che rimangono a una signora anziana di 80 anni, ha fatto figli, ha sorriso alla nascita del figlio, alle carinerie del marito e alle cose che io non conoscerò perché il punto di non ritorno esiste se non riesci a mentire a te stesso. La signora mi guarda con un occhio, lo strabismo di chi non sa più che significa guardare. La signora a cui do le carezze che questa società di merda dovrebbe dare a chiunque non parli la lingua che va bene. La abbraccio teneramente quando la sollevo. Forse sono il
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pezzo di figlio che le manca da qualche parte del sua memoria. La sto accompagnando lentamente verso la sua stanza. Si sente l’odore di chiuso. Apro lo zaino con gli oggetti che mi servono. La signora guarda il vuoto, crede in Dio e nelle cose che vedi nelle sue foto bianco e nero, a colore e oggetti presi dai viaggi verso il mare, i monti e i laghi delle primavere milanesi. Seduta sul bordo del suo letto, tra odore di chiuso, piscio vecchio e lysoform. La vecchiaia è il presepe di un orrore troppo vero per essere considerato, nessuno sorride quando pronuncia la parola anziano. Una società basata sull’autosufficienza. L’auto-miglioramento prevede la morte di chi non dice sì. Borotalco, leggero sulle gambe, ci vuole l’amore che nessuno riserva a chi non dice le parole che vanno bene. Sono botte di vita che do, pure lei sente l’intenzione, onoro il suo passato di salute e normalità. Il mio respiro sta cambiando, lo so solo io che sto
provando le sensazioni che non hanno le parole degli altri. La signora guarda all’altezza del suo Dio, della vita che ha respirato, l’innocenza di quando sei anziano, bambini e anziani sono la stessa cosa. Le prendo la gamba, in ginocchio sul tappeto, con la dolcezza di chi non vuole più la luce e i sorrisi. Sono il silenzio, la libertà, una persona che ammette la fine. Apro lo zaino, gli oggetti necessari, sa di bene l’odore che esce dal mio zaino Sterilizzare le sensazioni che non nascono da te. Sono libero, lontano dalle parole che vanno bene. Il figlio sa che io ho il coraggio di pulire il culo a sua madre. Il mio respiro sta cambiando, tiro fuori dallo zaino gli autoreggenti, sono dei minuti, sono azioni che c’entrano con la libertà, gli stivali in pelle lucida, sono oggetti per i momenti della mia libertà. Ho scopato solo 8 volte, il respiro mi cambia. Le gambe da adorare, sono quello che ha scopato solo 8 volte. Appoggio la si-
gnora anziana sul deambulatore, sta in piedi da sola, si regge dalle ascelle asciutte. Blocco da dietro il deambulatore con una cinghia da tapparelle. Chiudo il deambulatore col cazzo che mi sta cambiando, sta in piedi da sola, statuaria, immobile. Una statua da adulare. Non può cadere quando la fissi con la cinghia al deambulatore. Guarda alla sua altezza, un vita piena che ha aderito alle parole. M’inginocchio, è la prima volta. Ho scopato solo 8 volte. Il cazzo sta diventato quello che mi porta via, il cazzo duro. Lecco la pelle lucida, nudo in ginocchio, il cazzo in mano. La caviglia, la forma della caviglia avvolta dalla pelle lucida. Anche lei ha avuto l’età per fare male e quelli come me. Immobile statuaria, leccare gli stivali, i tacchi, sotto i tacchi, lecca bene è l’ordine che mi do. Leccare in ginocchio, aprire gli occhi, il cazzo duro tra le mani, ci metto poco a venire.
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Nulla sparisce per sempre. E’ un ciclo innaturale ma pur sempre un ciclo. Le merci fanno il loro ingresso nelle case, vengono surclassate dalle nuove per poi tornare supportate da quel gusto che ci siamo abituati ad apprezzare e chiamare “del vintage”. Mi ero completamente dimenticato della sua esistenza. Per me poteva anche non essere mai esistita. Non facevo più nessun tipo di affidamento sull’eventualità di poterne in qualche modo fruire. Eppure l’ho ritrovata. Senza cercarla. Come un’amica di penna straniera dei tempi delle elementari che ricominciasse a scriverti vent’anni dopo lasciandoti sgomento. Dov’era finita in tutto questo tempo? Aveva completato gli studi? Si era sposata? I suoi genitori erano ancora vivi? Perché tornava a penetrare il flusso dei miei pensieri? C’era ancora spazio per lei? Ne avrei avuto più in un qualche modo bisogno? Ne avevo mai avuto? Non ricordo. Era stesa su un letto di lattuga, circondata da carote, olive nere e zucchine tagliate à la julienne. Signore e signori: la carne Simmen-
thal, in tutta la sua gelatinosa cilindricità. Ma cosa diavolo pensano di darci da mangiare? Passi pure che in mensa hanno finalmente abbassato il prezzo delle insalatone e con un buono pasto ora ci prendi anche il pane, l’acqua ed un frutto. Passino anche i surrogati del pesce. Il surimi che sembra un bastoncino di zucchero del Luna Park e i micro-gamberetti slavati, probabilmente conservati sotto candeggina. A qualcuno sembrano piacere. Ma cosa c’entra la Simmenthal? Il cameriere incurante del mio sguardo inorridito quando chiedo un’insalatona passa in rassegna con l’indice tutte le tipologie per fermarsi, neanche a farlo apposta, proprio su quella. Non ci pensare neanche un istante, bello! L’avrò anche già mangiata ieri ma non c’è ombra di dubbio, mozzarella tutta la vita. Rischio l’intossicazione da diossina ma la Simmenthal te la mangi te. Prendo anche una banana, il pane, i grissini e un pacco di cracker, mi venisse mai fame nel pomeriggio. Mentre mangio non riesco a smettere di
pensare al cilindro di latta rosso con l’immagine della mucca. Mi vengono in mente quelle belle scatolette forate sul fondo che se le capovolgi fanno “muuu” con cui ci si faceva due risate da piccoli. Chissà dove sono finite anche quelle. Chissà se le fanno ancora. Mi piacerebbe ritrovarne una. I miei colleghi parlano di calcio e fantacalcio. Non ci capisco niente. Devo solo attendere che passi una tizia un pò tirata o ben messa con tanta voglia di farsi spalmare sguardi addosso che poi si parte con l’altro immancabile argomento. Non che mi aspetti grandi evoluzioni riguardo a questo, sono sempre le stesse considerazioni e battute grossolane, ma almeno potrò divertirmi un po’ a sentire chi la dice più grossa o più assurda. Sempre meglio che cadere in una totale alienazione. Potrei provare ad intavolare una discussione sulla Simmenthal. Chissà se conoscono
quella leggenda del tizio che spremendo sotto la forchetta il prodotto appiccicoso trovò oltre alla solita gelatina e ai brandelli di carne filamentosa anche un artiglio di topo. Ma forse non gradirebbero. Siamo in pausa pranzo. Noto che un mio collega ha scelto volontariamente quel modello di insalata. Sarebbe ineducato fargli sorgere simili dubbi riguardo alla bontà della sua decisione. Facciamo che sto zitto e penso ai fatti miei. Guardo oltre la vetrata i lavori in corso del cantiere che circonda l’enorme edificio che ci contiene. Dove sono? Cosa sto facendo qui? Mangio e lavoro. OK. Ma intendo: cosa ci faccio veramente qui adesso? Come ci sono finito? Come sono finito a lavorare in questa città? L’ università, la prima opportunità di lavoro degna di questo nome, un colloquio, una valigia e un appartamento in affitto. Molto semplice, in realtà. Ma ci saranno mai evoluzioni? Ci sarà una via d’uscita? Oppure è veramente tutto qui? E’ così che deve andare “forever and ever”? Saluto gli altri augurando un buon prosegui-
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mento di giornata. Torno in laboratorio per farmi un po’ di fatti miei su Internet prima di ricominciare a lavorare. Controllo la mail. Poi cerco su Google la parola “Simmenthal” e trovo una bella storia che sa d’antico: il giovane ristoratore milanese Pietro Sada, nel 1881, serviva ai suoi clienti del manzo lessato veramente ottimo. La voce si sparse e ben presto accorsero così tante persone affamate di manzo lessato che non riuscì più a star dietro a tutte le ordinazioni. Allora si mise a studiare i più avanzati metodi per la conservazione del cibo. Mi piace molto il concetto di conservazione, così come quello di riparazione e riciclo. Si dovrebbero studiare metodi avanzati di conservazione per tutto. Penso alle mummie, agli animali impagliati, alle conserve di pelati poi alle marmellate fatte in casa. Penso alla grande lavorazione che ci sta dietro: la scelta della frutta giusta, il ritagliarsi tempo da dedicare a questa attività, i pentoloni, lo zucchero, i trucchi segreti tramandati di madre in figlia, l’amore e tutte quelle cose a cui ormai non siamo più abituati a dare il giusto valore. Una volta quando facevo le medie fui invitato al compleanno del mio amico Fabio. Non avevo i soldi per fargli il regalo e allora mia madre confezionò un barattolo della marmellata di pesche che aveva fatto qualche settimana prima. A me non sembrava per niente un bel regalo e mi sentivo un po’ sfigato a portarglielo. I regali belli erano i Transformers, la piramide degli Exogini o al limite si poteva duplicare una cassetta con su un gioco per il Commodore 64, che però non avevo. Mi presentai al compleanno col barattolo di marmellata e Fabio, secondo me, finse di gradirlo ma in realtà non vedeva l’ora di scartare gli altri regali. Però finse così bene che quasi gli credetti. Anche sua madre fece una gran festa a quel regalo dicendo che era stata un’ottima
idea. Ci credo. Era un’idea da mamma. Io mi vergognavo molto e per superare l’imbarazzo mi buttai sul tavolo delle pizzette e non ci pensai più. Anni dopo però capitò più di una volta che Fabio me lo ricordasse. Io avrei dimenticato volentieri quella e tutte le umiliazioni passate, ma indubbiamente Fabio aveva conservato un ricordo veramente affettuoso di quell’insolito regalo e a pensarci bene non aveva tutti i torti. Anch’io adesso sarei felice se mi regalassero un vasetto di marmellata fatto da una mamma. Mentre sto leggendo mi passa dietro un giovane collega che buttando l’occhio alle mie attività sul pc si mette a ridere. Mi fa: perché leggi della Simmenthal? Gli racconto dello stupore provocatomi dalla sua inaspettata riscoperta. Lui mi racconta che ne ha sempre mangiata e che anzi è tra i cibi più consigliati dalla dieta che gli hanno proposto in palestra. A detta degli esperti è praticamente priva di grassi. Pensa te. Finisco di leggere velocemente perché il laboratorio ricomincia a popolarsi.
Fu così che studiando vari metodi all’avanguardia il giovane e intraprendente ristoratore ebbe l’idea di conservare la sua preziosa carne lessata rinchiudendola in una scatola avvolta in gelatina. Per promuovere a dovere l’innovativo prodotto propose allo svizzero Gondrand che si accingeva ad intraprendere la prima trasvolata delle Alpi in mongolfiera di portarsi come parte dell’equipaggiamento il suo bollito in scatola. Prime strategie di marketing. Era in gamba il tizio della carne lessa. Fu un grande successo tanto che nel 1979 la multinazionale Kraft decise di acquistare il brevetto ed il marchio e di farne un prodotto a larghissimo consumo. Vedi, a volte basterebbe una mongolfiera. Quella sì che sarebbe una via d’uscita. Dovrei procurarmene una. Potrei partire un bel giorno dal terrazzo del bar al quinto piano sotto gli occhi increduli di tutti i miei colleghi. Farei un figurone. Mollo tutto e tutti spiccando il volo dentro un cesto sormontato da un lanciafiamme che gonfia un enorme pallone sul quale scriverei “ciao a tutti, siamo stati bene
insieme ma adesso vado”. E magari provo a portarmi dietro anche qualche scatoletta di Simmenthal che chissà non mi torni utile. Col fatto che è un alimento praticamente privo di grassi non si sa mai che possa essere la volta buon che riesca a dimagrire un po’. Eliminando zavorra riuscirei a volare ancora più in alto, fino a vedere i miei colleghi piccoli piccoli e l’enorme complesso aziendale starmi tutto tra indice e pollice. Sfonderei finalmente oltrepassandolo questo scudo grigio-bianco di cielo che non se ne può più. Cerco su Google la parola “mongolfiera”. Chissà quanto può costarne una. Le produrranno ancora? Forse no. Ma è solo questione di tempo. Nulla sparisce per sempre.
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FORSE HO I SEGNI FABRIZIO LASCIMMIA vs. FRANCESCO CATTANI
Accendo piano, con cura, una sigaretta sotto il fornello del gas. La punta si brucia lenta e il cattivo tabacco che sta dentro scoppietta, mentre la carta si accartoccia e si fa nera. Sto fuori dal letto. Quel letto che scaldi con tutta quella rabbia. E che continui a riempire di macchie di mascara. Le tue lacrime calde sciolgono la matita e mi bruciano la pelle del petto, mi rendono mansueto. Le tue urla mi irrigidiscono e mi fanno arrampicare scemo su cumuli di orgoglio e frustrazioni. Sto seduto in cucina e mi impernio sulle stesse cose, di nuovo. Sul cielo bianco, il cielo di latte sopra i muri grigi del cortile interno. Sul finto marmo rosa, che non sembra mai pulito. E sui fazzoletti che lasci in giro. Su come scrivere di qualcosa che non stia già dentro Fight Club, o in Pompeo, o in Trainspotting, cercando di superare il mio immaginario, i libri che ho letto e le persone che mi hanno parlato. Sonorità nuove nella scrittura come feedback dentro le canzoni. 24
Cerco di metterci dentro il suono dell’accendino che non funziona, delle blande bestemmie sussurrate, ché tanto sono da solo, e del caffè che esce a spruzzi perchè quella cazzo di macchinetta funziona poco e male. Non la pulisco abbastanza bene o è il caffe da poco che infilo nella tasca di ditetro della borsa insieme al cioccolato e ai Mars per la chimica dopo cena? Mi alzo, faccio due passi a piedi nudi con le briciole di pane e di cenere che si attaccano alle piante sudaticce. Mi guardo attorno, squallido in mutande con addosso una maglietta bianca, la barba di tre giorni e la faccia che si perderebbe in una marmitta da tir. Una bottiglia, vuota di latte, sta sul tavolo. Del pane di ieri chiuso in un tupperware. Pentole sporche e una caffettiera con il fondo dentro, sopra i fornelli. Il pacchetto dei miei biscotti mi comunica che fare la prima colozione è una buona abitudine. Quello delle sigarette che il fumo danneg-
gia gravemente me e chi mi sta attorno. Sono piuttosto solo al momento. Riempirò con calma la vasca, verserò del sapone verde scuro nell’acqua che si depositerà sul fondo; e quello comincerà a svolgersi goffo e a fare la sua schiuma bianca. Starò nudo e girerò per casa. Forse la signora della casa di fronte potrà vedermi. “Beh? Non fare finta di scandalizzarti! Non ce l’hai un marito? O un figlio? Qui non c’è niente che non hai già visto!”. Mi farà sentire Bogart, parlare così duro. Macchioline di china, di ecoline, di caffè e di acqua sporca sui miei calzoni di spugna. E pennelli messi ad asciugare insieme alle posate sopra il lavandino. Un tagliere sporco del formaggio con cui ti ho preparato i sandwich, mentre uscivi di casa viola nella mattina azzurrata della nostra Milano bianca e ocra. Due tazze, sei bicchieri, quattro cucchiaini, un piatto, un coltello e una forchetta. Nel lavello, intendo. Era così bello e austero il vecchio
pacchetto delle Winston con la sua piccola aquila dorata. Ora, tutto bianco e arrotondato, sembra il pacchetto delle sigarette da puttana. Ho trovato per strada, tornando ubriaco, una vecchia macchina da scrivere che ora sta sopra l’armadio. L’ho raccolta, l’ho portata a casa e ho provato a farla scrivere, e funziona. È una lettera 32. Mi richiama una giacca di spinato verde, una sigaretta molle e la brillantina nei capelli. Sa di Pavese, nella mia testa; anche se non credo usasse questo modello. Tre barattoli di marmellata, dell’uva e un melograno fresco, e due pesche marcite. Tre tipi di formaggio e mezza confezione di pancetta dolce a cubetti. È il rilievo archeologico del mio frigorifero. Che è il nostro. Stamattina mi hai graffiato la schiena ed io ti ho morso il collo, forte. Forte. Forse ho i segni, dopo provo a guardarci. 25
Sidney 15 ottobre 2008 In fondo noi vediamo solamente ciò che vogliamo vedere. Ripetendo fra sé e sé questa convinzione Blossom Goodchild prese un’altra pillola dal flacone, la appoggiò sulla lingua e la buttò giù insieme al fondo del bicchiere di vino rosso. Seduta sul divano fissava lo schermo spento, le venne in mente la sua ultima intervista e uno strano sorriso le si disegnò in volto.
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La giornalista si chiamava Naoko Kiyoaki e lavorava per la Nhk television, la rete nazionale giapponese. Era arrivata a casa sua senza nessun preavviso e, dopo aver suonato alla porta, aveva aspettato pazientemente. Blossom aveva aperto in vestaglia e si era ritrovata davanti Naoko affiancata dal cameraman che le puntava addosso la macchina, dietro di loro dei tecnici orientavano la luce con cerchi di metallo. Socchiudendo gli occhi ancora assonnati aveva chiesto un minuto per cambiarsi e, dopo aver fatto accomoda-
re tutta la troupe asiatica in salotto, era salita in camera; sfilata la vestaglia, si era messa uno dei suoi vestiti floreali e una collana fatta di semi secchi. Seduta davanti allo specchio si era passata del rossetto sulle labbra e, dopo essersi passata del kajal sugli occhi, con un dito si era disegnata un puntino rosso in mezzo alla fronte. Scendendo le scale aveva tentato di ricordare quella buffa frase giapponese insegnatale da una sua amica durante l’ultimo corso di numerologia tantrica; ma non le era venuta in mente, peccato aveva pensato. Per l’intervista si erano sistemate in giardino, in piedi davanti alle rose che Blossom amava tanto. Naoko le aveva chiesto educatamente se poteva cominciare l’intervista, Blossom aveva annuito e aveva fissato sorridendo l’obbiettivo della telecamera che aveva di fronte a sé. La spia rossa si era accesa. “Come ci si sente ad essere responsabile della morte di un ragazzo di sedici anni?” Questa era stata la prima e l’unica domanda
dell’intervista, era passata solo una settimana da quando aveva pubblicato in rete il suo annuncio, ma nel frattempo tutto era cambiato. Blossom si riempì una altro bicchiere di vino, prese tra le dita un’altra pastiglia e la appoggiò sulla lingua, sentì un sapore acido sciogliersi in gola. Svuotò il bicchiere in un colpo solo e si lasciò cadere all’indietro, contro il divano, gli occhi al soffitto, i primi sentori di una illusoria pace artificiale. Distese le mani sul divano e ritrovò il telefono. Lo aveva staccato ieri sera e da allora non lo aveva più riattaccato. Aveva oscurato anche il suo sito, disattivato la casella di posta elettronica. Nei giorni precedenti era stato un continuo di telefonate e mail, tutti le scrivevano, tutti volevano sentire a stessa storia e tutti, incredibilmente, le facevano le stesse domande, telegiornali, quotidiani, talk show… tutti volevano intervistarla. Durante l’ultima settimana questa era stata la routine, una routine che Blossom aveva inseguito per una vita intera. Una vita spesa fra corsi per diventare attrice, comparse in
alcuni film e partecipazioni a piccole commedie indipendenti fallimentari. Eppure alla soglia del suo cinquantatreesimo compleanno i suoi maggiori successi erano stati in ordine uno spot per un farmaco che stimolava l’attività intestinale e la partecipazione a una televendita. E invece era bastato un singolo video caricato su youtube a farla conoscere all’intero mondo e a realizzare il sogno di una vita. L’aveva registrato a casa, con una macchina digitale da pochi soldi, in salotto, seduta sullo stesso divano su cui si trovava ora. Il discorso lo aveva imparato a memoria, ripetendolo davanti allo specchio decine e decine di volte, ogni volta sforzandosi di avere un espressione serena, neutra; né spaventata né eccitata. Il rischio che l’avrebbero presa per pazza era alto, ne era cosciente; inoltre voleva essere sicura di non allarmare nessuno. L’ultima cosa che desiderava era scatenare il panico. Il suo doveva essere un messaggio di pace e amo-
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re universale. Sorrise mentre con la mano prendeva un’altra pastiglia dal flacone bianco. La prima volta che il suo terapeuta gliela aveva proposta, le aveva spiegato che lavorava normalizzando l’equilibrio dei naturali messaggi chimici del cervello, “…in pratica serve ad appiattire le tue emozioni, ad opacizzarle, rendendole neutre ed inoffensive”. Le aveva detto di prendere una pillola due volte al giorno, e in ogni caso non prendere più di una pillola per volta. Poi le aveva dato un foglio di controindicazioni lungo due pagine, la parola suicidio ricorreva con una frequenza spaventosa. Dopo l’iniziale timore Blossom aveva accettato il trattamento e la sua situazione era sembrata migliorare. Ormai erano due anni che la assumeva regolarmente. Prese il flacone e fissò la scritta blu dell’etichetta; i caratteri che formavano la parola Prozac le ricordarono quelli del logo della ABC news di Sidney. Loro erano stati i primi.
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Erano stati i primi a contattarla dopo che il suo video su youtube era stato visualizzato da milione di persone in un solo giorno. Le avevano annunciato di volerla intervistare durante il telegiornale serale. Il responsabile della produzione che le aveva telefonato, le aveva snocciolato fieramente i dati di ascolto dicendole che l’edizione della sera era normalmente vista da 20 milioni di persone in tutta l’Australia. Blossom non aveva esitato più di un paio di secondi prima di accettare. Per lei era la prima volta davanti a una telecamera dopo tanto tempo e la cosa la eccitava, milioni di persone l’avrebbero vista, ascoltata, conosciuta; non era per la fama che lo avrebbe fatto si ripeteva, la sua era una missione. Il fatto che sarebbe diventata una celebrità erano solo aspetti secondari, per quanto gradevoli. Dopo che la ragazza del trucco le ebbe tamponato il viso, si era ritrovata seduta a fianco di Charles Gibson, l’anchorman di World
News Tonight. Si erano accese le luci e un countdown era iniziato. Dopo la sigla e gli annunci dei servizi Charles aveva guardato Blossom negli occhi, poi in camera e aveva detto “Buona sera signori e signore benvenuti a World News Tonight. Questa sera è qui con noi Blossom Goodchild. Nota medium con importanti rivelazioni per l’umanità!” poi dopo averle sorriso aveva fatto cenno a Blossom di iniziare. Lei aveva fatto un respiro profondo prima di cominciare il discorso che aveva imparato a memoria, ripetendolo davanti allo specchio decine e decine di volte : “Esattamente il 14 ottobre, gigantesche astronavi appariranno nei cieli di tutto il mondo e restaranno visibili per 72 ore, invulnerabili a qualsiasi attacco dovessero condurre i militari, mentre un messaggio telepatico di pace e fratellanza sarà ascoltato da tutti gli abitanti del pianeta. Gli alieni hanno buone intenzioni sono fratelli non hanno intezioni di conquista o guerra” Dopo quella apparizione era diventata fa-
mosa, troupe televisive erano giunte da tutto il pianeta per intervistarla. Nel giro di pochi giorni la notizia aveva raggiunto la quasi totalità della popolazione mondiale. Due ragazzi si erano tolti la vita per paura delle sue parole, uno in Giappone, uno in India. Tutto il mondo aveva aspettato giorno per giorno l’alba del 14 ottobre. Chi per dichiararla pazza, chi per curiosità, chi per dimenticarla così brevemente come aveva imparato a conoscerla. Ieri tutto il mondo aveva fissato il cielo. Nessuno però aveva visto le navi aliene sospese in volo, nessuno aveva ricevuto alcun messaggio telepatico di amore e pace. Nessuno le aveva più telefonato; almeno così credeva, non poteva esserne convinta in quanto erano da due giorni ormai che rimaneva chiusa in casa, telefono spento e sito oscurato. Fissando ancora la cornetta staccata, prese una delle ultime due pillole rimaste e l’inghiottì. Sentiva freddo, le mani ormai erano lontane gli occhi le si chiudevano, ora non ricordava nemmeno più perché era successo tutto questo.
Due persone si erano uccise ma non era stata colpa sua; l’idea che si fossero suicidate per via del suo annuncio la amareggiava molto ma non si sentiva responsabile; questo era anche quanto aveva detto alla giornalista giapponese che le aveva domandato quali fossero i suoi sentimenti a riguardo. Eppure si stava suicidando, ormai faceva fatica a stare sveglia, non sentiva più le parti del corpo più lontane. Mentre osservava le sue stesse dite posarle in bocca l’ultima pastiglia, le scese una lacrima. Si accasciò sul divano, lo sguardo vagò fino all’angolo della stanza, fissò la massa informe grigio scuro del cranio. L’essere la fissò a sua volta; gli occhi neri, grandi e privi di pupilla, la scrutarono. Immobile, le lunghe braccia ai fianchi, stava in piedi nell’angolo in penombra del soggiorno di Blossom. Lei prese il bicchiere di vino, inghiottì; fissò l’essere per l’ultima volta e chiuse gli occhi.
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LO SCHERZO
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FINE
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ENTRA NELLASCIMMIA ma fai il bravo Se vuoi bene al tuo corpo, se gli vuoi male; se hai un talento e vuoi sprecarlo, se non ce l’hai e vuoi fingere; se disegni o se scrivi, se sei dislessico; se pensi di essere una bella persona, se sai di essere una brutta persona scrivi allascimmia, lei ti presterà attenzione, finchè non si stanca. e magari finisce che ci finisci pure tu dentro.
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