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COLLETTIVO SODA

CORE DE ROMA CORE BASTARDO

EDIZIONI SODA


COLLETTIVO SODA - CORE BASTARDO, CORE DE ROMA

È CAPITALE CORE DE ROMA CORE DE MAMMOLA FINESTRA SUL TAVOLO ROMANITAS SCRAPPER! PIAZZA MANCINI TANTE CARE COSE FABRIZI ESTENSCION GIROLIMONI

MadMac Astrosio La Nena Paolo Raffaelli Paolo Raffaelli Makkox Marco Candida Paolo Raffaelli Luciano Freud Diderael L. Costantini e L. Falcone Diderael INSERTO SPECIALE I BARBARI LA TUSCOLANA DI NOTTE Malfredo PANTHEON Paolo Raffaelli AL PONTE BLU BAR MilesFaber BAR ALL’APERTO Malfredo DA ADRIANO Luigi Castaldi UN VIAGGIO IN EUROPA Tamas A CASA DI ASTROSIO Astrosio A EST NEL NORD-EST Marco Salvador LA PIOLA MERAVIGLIOSA Mario Bianco LA PORTA Mario Bianco CHE BELO, CHE BELO! La Teresina

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LECHNER FUNNY LIFE TRASTEVERE IN MANSARDA MOKA ROBBE’ RACCORDO ANULARE DOMANI POMERIGGIO AL CAFFÈ GRECO PLANETARIO OMAGGIO A SCHIFANO AR TELEFONO SI FA PRESTO A DIRE ROMA FEATHERS

Diderael Monica Nardozi Benedetta Claudia F. Paolo Raffaelli Antonio B. Diderael Marco Bertollini Benedetta Diderael Giorgio Califano Tamas Beatrice Lencioni

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ROA-MING ROMA COLOSSEO CENTURIONE

Luca Paci Malfredo Makkox

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Collettivo Soda presenta:

CORE BASTARDO, CORE DE ROMA testi di Antonio B.: www.hellzabloggin.diludovico.it Astrosio: www.astruserie.blogspot.com Marco Bertollini: www.cyrano66.splinder.com Mario Bianco: www.societe.splinder.com Giorgio Califano: www.lapoesiaelospirito.wordpress.com Marco Candida: www.lamaniaperlalfabeto.splinder.com Luigi Castaldi: www.malvino.ilcannocchiale.it Laura Costantini & Loredana Falcone: www.lauraetlory.splinder.com Claudia F. Luciano Freud: www.lucianofreud.splinder.com MadMac: www.madmacshow.blogspot.com Malfredo: www.malfo.splinder.com MilesFaber: www.milesfaber.splinder.com Monica Nardozi: www.zeroin-coscienza.blogspot.com la Nena Luca Paci: www.anarchica,net Marco Salvador: www.marcosalvador.com Tamas: www.gattusometro.blogspot.com la Teresina: www.verdemare.blog.tiscali.it opere iconografiche di Astrosio: www.astruserie.blogspot.com Benedetta: www.benwithcappuccino.blogspot.com Mario Bianco: www.mariobianco.net Diderot: www.diderot.tumbl.com Beatrice Lencioni: www.flickr.com/photos/demona Makkox: www.canemucca.com Malfredo: www.malfo.splinder.com Rael: www.raelisreal.tumblr.com Paolo Raffaelli: www.paolobn.blogspot.com Roberto Tossani: www.robertotossani.splinder.com ove non specificato le immagini sono state tratte da motori di ricerca. da un’idea di Diderot e Rael; si ringraziano gli artisti che han partecipato per i loro entusiasmo, contributo e partecipazione. si ringraziano Marco Dambrosio e Skiribilla per l’affetto, l’incoraggiamento e i consigli tecnici. si ringraziano il sito www.roma.it per aver concesso la foto di copertina e Hellzabloggin’ per averci ricordato che il Molise non esiste. un grazie speciale a Franz Krauspenhaar per la sua disponibilità e la sua amicizia. www.rael-is-real.org/soda

collettivosoda@gmail.com

Aho’, e mo’ leggete e nun rompete.

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È CAPITALE Bisogna andare a Roma. Ma mica di passaggio, mica capitare nella capitale, no... andare per restare. Salire a Roma. Ché a noi che stiamo giù viene in salita, che fatica, ma si sa che la vita è fatta a scale, il rumeno scende e il terrone sale. Sale a Roma. Roma è il Centro. Tutte le strade portano là. Magari vuoi andare a Pisa, dice che ci sta una torre che un altro po’ casca e nessuno fa niente, il governo se ne frega, la solita Italia, i soliti italiani, ora vado a Pisa a vedere, a manifestare. E finisci a Roma. Te l’avevo detto di girare a sinistra. E che vai a fare a Roma? Qualsiasi cosa, che qualcosa la trovi. Se non la trovi a Roma, dove la trovi? E intanto cerchi quel che vuoi fare davvero, anche se ancora non sai cos’è, a Roma è più facile che ci sbatti contro e lo riconosci. Se non ci sbatti contro a Roma, scusa... Intanto ti trovi un lavoretto e quando ti stufi molli e te ne cerchi un altro. Che, non ti piace manco questo? E te ne trovi un altro ancora. Che a Roma si lavora quanto basta. Il giusto. Con equilibrio. A Roma c’è sempre qualcosa da fare, posti dove andare. Pure non fare niente dà una soddisfazione diversa, ché a Roma c’è sempre qualcosa da fare e oggi decido che non faccio niente, che vergogna, che spreco, i bambini in Africa piangono perché vogliono venire a Roma e io me ne sto steso a letto, a Roma, e non faccio niente. Aaaaah. Che a Roma c’è vita e di conseguenza c’è speranza. A Roma c’è movimento, c’è fermento. Se fai una foto a Roma, viene mossa. A Roma dove scavi trovi robe antiche. E poi so’ cazzi tua. Quando stai a Roma sono gli altri che vengono da te, ti chiamano e dicono che salgono a Roma, perché Roma sta in salita, oh, senti, saliamo a Roma! Bravi! Venite, vi aspetto, vi porto in un posto... vi faccio vedere... e cammini con sicurezza in testa al gruppo, che Cicerone te fa ‘na pippa. Oh, siamo stanchi, fermati un attimo! Non posso, a Roma c’è movimento. Che a

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Roma cambi vita. Magari cambi pure lingua, aò! Giri per Roma e dopo un po’ ti abitui a tutto. Ti abitui alla metro, ai turisti, ai monumenti coi buchi, agli artisti di strada, alle mostre, al papa,

a Totti, al fiume, ai topi del fiume. E magari pensi che stress… come stavo meglio prima, quando non stavo a Roma, a non fare niente, mica come ora. Stai a Roma e magari pensi che te ne devi andare a Londra, che lì sì che... che è tutta un’altra storia... che come si vive a Londra... e poi a Londra non ci vai però intanto stai a Roma. Bisogna andare a Roma, che Remotti c’ha lasciato il posto. Bisogna andare a Roma. È importante. Anzi, deppiù. È capitale.

Mad Mac composizione di Astrosio, “Core de Roma”

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CORE DE MAMMOLA Core de Roma, core ‘ngrato quando che ti bramavo e tu non m’hai mai cagato. fino che, trasferita mia sorella, poco de bono alta dù metri pure quella me racconta delle strade ‘nvase da li mercatini, mutande a poco, romani malandrini.

E ogni volta che me viene a trovare mi piglia le misure per comprare. “Ho trovato queste a dù euro “ e ci ha già l’accento, “Guarda quanto sò belle e sò contenitive de la panza”. ma io de Roma non ne ho mai abbastanza se solo m’avessi detto ‘na parola.

Core de mammola, che son carciofi tuoi senza le spine, morbidi e rosei mai la soddisfazione ebbi d’assaggialli ma solo de sentire raccontalli. Avremmo sfogliato cuore a cuore ogni foglia per dargli un morsichino, e dopo il pasto finire a festeggiare su un bel lettone (o su un materassino?)

Core de Roma, me dicono sei allegra che la gente nun ci ha paura ‘è niente, mà sora un dì cor fijio e ‘na valigia piena s’è presa er treno e nun è tornata più.

Gna à fazzo ad ascoltare tutto quanto,

che li musei li giardini, le amene ville di cui mi mena vanto, che a cinquanta chilometri ci ha il mare e che ad altri cinquanta può sciare. E sette colli e sette colli ancora, su quale ci saressimo incontrati s’avessi preso un aereo su due piedi e fossi corsa a Roma a rianimarti?

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Ma è possibbile che son nata qua quando che poi ci si diverte là? allora è sfiga, io che t’aspettava e ti lisciava e mi prostrava e amava l’umida voce col labbro raccolto, mai nemmeno t’avevo visto in volto. Quando t’ho visto nun è cambiato gnente, io t’aspettavo ma tutto inutilmente. Ora magari te sei pure comprato la sedia de canale cinque quella che t’alza senz’esser scomodato, che alle persone anziane le distingue. Lo stesso ti vorrei vedere, vorrei vedere un pezzo del tuo corpo, vorrei sentirti dir che m’ami molto e che ci fosse una passione immantinente di quelle che non t’interessa più di niente. Florentino e Firmina staveno a Roma e Firmina era gnocca ma crapona. Però a ottantanni ce sono riusciti, grazie alla bramosia e all’amor di Florentino s’è preso la sua vecchia su un lettaccio che ormai erano tutte e due ‘no straccio.

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COLLETTIVO SODA - CORE BASTARDO, CORE DE ROMA Ma lui era felice come mai, come prima era stato nella vita, per abbrazzare quella testarda donna, per poterle cingere la vita. Qui i ruoli s’invertono, si sa la vita stupisce più del varietà. Saprei aspettare anch’io fino agli ottanta, ma tu ne avresti almeno centrotrenta, o te sbrighi o me se smonta tutta quanta!

T’abbraccio, coratella e fegato de Roma t’abbraccio tutto quanto, non c’è bisogno che t’alzi da ‘a poltrona: che ci ha il telecomando. T’abbraccio e bacio e sogno e vivo e spero, e mi domando ancora se sei vero, perché si sa che se una cosa avanza o è la panza oppure è la speranza.

Come l’amore vero, lei non more mica ma questo nun c’è bisogno che lo dica, nun sò chi ha più memoria: pisello o fica?

E scrivere ancora è una gran pena perché di desideri ho la memoria piena, mai realizzati, umidi e sognanti, turbinosi affannati e assai toccanti. Toccanti o toccabili valea la pena. or ti saluto, sono io, la Nena: l’antimateria che non vuoi vedere. Ti abbraccio e unisco una foto del sedere.

La Nena tavole di Paolo Raffaelli, “Finestra” - “Sul Tavolo”

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Makkox

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SCRAPPER! Fai le cose per bene. La inviti a cena. Casa tua. Cucini tu. Palline di prosciutto in brodo. Pasta di Pierina. Lesso con pearà. Bistecche alla Isa. Biscotti di nonna Maddalena. Torta di pane. Fai le cose per bene. Sì. Metti musica di prima scelta. Coleman Hawkins. Art Tatum. Jaco Pastorius. Lei si presenta con un Namoru Nagano. Cuspidi. Placche metalliche. Le manca la frusta. Tu addosso hai un Fritz August Breuhaus. L’hai ereditato. Dal nonno. Dopo la cena, lei ti schiaccia un Manolo Blanhnik. Sullo sterno. Ti fa a pezzi. Non puoi chiedere di meglio. Una virago. Una geisha. Una santadonna. Hurrà. Poi. Ti svegli. È mattino. Lei è andata. Ti dici: “Boh?” Prendi i calzoni. Boh? Dov’è? Infili la gamba destra. Boh? Che sia successo qualcosa? Infili la gamba sinistra. Boh? Colpa tua? Tiri su la cerniera della patta. Boh? Fai per chiudere il bottone. E. Ti rendi conto che il bottone non c’è. È un bottone di madreperla. Ti scoccia. Dov’è finito? Ti fa rabbia. Perdere i bottoni. Perdi bottoni sempre. Li perdi sempre. Tre settimane fa ti sei reso conto che ti è rimasto un bottone soltanto del cappotto. Gli altri bottoni… spariti. Che rabbia. Bottoni di corozo. L’avorio vegetale. Arricchisce l’abbigliamento. Il classico. Lo sportswear. La maglieria. La arricchisce. Dove sono finiti i bottoni? Dio, tu ci tieni a queste faccende. Lo stile. Dio. Lo stile. Hai perso bottoni di poliestere. Hai perso bottoni di corno. Bottoni di galatite. Bottoni di rafia. Li hai persi. Deve essere lo stress. Colpa della metro. Colpa dei tassisti. Colpadei ristoranti. Certa carne che ti servono sembra pompata d’asteroidi. Roma. Che città. Ti fa stress. Guardati le unghie. Tutte mangiate. Guardati i lati del pollice. Tutti scavati. Ti aspetta un’ulcera perforante. Ecco cosa. Ti stacchi i bottoni dallo stress. Ecco cosa. Li tormenti. Senza accorgerti. Poi li perdi. Sì. Guardi a destra. Guardi a sinistra. Sul pavimento il bottone non lo trovi. Ti togli i calzoni. Apri un cassetto. Tiri fuori altri calzoni. Infili la gamba destra. Infili la sinistra. Tiri su la cerniera della patta. Il bottone, non c’è. Lo dicevi a lei. Del bottone. Della sua importanza. A ristorante. A letto. Boh? Non lo ricordi. Ma glielo dicevi. “Lo sapevi – le dicevi – che durante la guerra di secessione statunitense 1861/ 1865 nordisti e sudisti portavano divise con i bottoni cuciti sulla schiena? Così volevano i comandi. In questo modo i soldati non dormivano troppo a lungo. E non russavano. Si voltavano da un fianco all’altro. Appoggiavano la schiena. Venivano punzecchiati dai bottoni. E si svegliavano”. “Lo sapevi – le dicevi – che la Regina d’Inghilterra aveva fatto cucire bottoni sulle maniche delle divise militari per evitare che i soldati si pulissero il naso con la manica?” “Lo sapevi – le dicevi – che nel 1936 a Milano i bottoni d’oro erano vietati per chi non fosse cavaliere o dottore in legge o in medicina?”. Tre o quattro volte devi anche averle riassunto la storia del bottone. Le piaceva. 1100. Data di nascita del bottone. Ufficiale, almeno. “Pur trovandosi come elemento decorativo anche durante l’età etrusca e nell’oreficeria dei nomadi asiatici del VII e VIII secolo – le dicevi – è nell’età moderna che durante le crociate attraverso gli ottomani il bottone è arrivato alla nostra cultura. L’uso si diffonde in Francia verso il 1200 ad opera degli artigiani, ma le fabbriche nascono solo tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700. A Birmingham. In Italia, invece, la prima produzione risale al 1870".

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Non parlate dei bottoni soltanto. Parlate soprattutto di moda. Di stilisti. Perché questo c’entra con la tua attenzione per lo stile. Frida Giannino. Alberta Molinari. Le parli di stile. Lo stile. Dio. Lo stile. Lei ti ascolta. La virago. La valchiria. La dominatrice. Parla pochissimo. Fa parlare te. A te va più che bene. Lei, sembra non saper parlare d’altro che di scrap. E’ un periodo, dice. Poi le passa. Ma adesso: scrap. E ancora: scrap. E sempre: scrap. Che cos’è lo scrap? “Prima di tutto – ti dice – scrap significa “ritaglio” e book “libro”, e scrapbooking significa libro di ritagli. Fornire una definizione, però, non si può. Molte di noi, tra l’altro, lo praticano senza nemmeno saperlo. Chi ama scattare foto a più non posso. Poi raccoglie in un album. Inserisce nomi. Inserisce date. Inserisce luoghi. Sensazioni. Qualunque ritaglio. Bigliettini. E’ una tecnica che ha origini molto antiche. Pare risalga agli inizi dell’800. Si pensa che lo scrap sia nato in America. Non è così. Lo scrap è nato in Germania. Vedi – ti dice – lo scopo dello scrapbooking è salvare i momenti. Così una pagina scrap dovrà contenere fotografie – tagliate rotonde, quadrate, triangolari, appiccicate per il diritto, per il rovescio, all’incontrario, come si vuole. Si possono usare i templates, dove incastonare le foto. E il journaling. Io ci metto Munari. Ci metto Rodari. Difficilmente faccio journalig: non so cosa mettere. La parte divertente, però, sono gli embellishments. Lì ci si può sbizzarrire. Però bisogna stare attenti. Una volta ho attaccato una cosa, non mi ricordo cosa, adesso… Una cosa… Be’ insomma questa cosa, comunque, qualunque fosse non era acid free. La foto s’è sbiancata. S’è tutta scancellata. Che rabbia. Per colpa dei solventi. Capito? Guarda – ti dice – lo scrap è una bomba. È creatività allo stato puro. Dovresti provare. Ti farò provare. Non puoi non provarlo. Guarda, scegli il formato. Il numero di pagine. Decidi numero e tipo di foto. Guarda, inizi con pagine semplici, fin quando non trovi il tuo stile. Lo stile. Dio. Lo stile. Il tuo. Per cominciare, però, lasciati dire di non usare tutti i materiali in un’unica pagina. Scegli sempre quelli che si addicono di più alle foto. Inserisci, poi, gli elementi base: foto, titolo, journaling. Poi vai di abbellimenti. E il gioco è fatto” ti dice, ed è estatica. Ci sono concorsi scrapbooking. Boh? Tiri fuori un altro paio di pantaloni. Ci sono blog scrapbooking. Boh? Osservi la patta dei pantaloni. Ci sono centinaia di scrapper. Centinaia di blogger scrapper. Boh? Non puoi crederci. Anche questi pantaloni non hanno il bottone. Controlli la camicia. Non ci sono bottoni. Nemmeno sulle maniche. Ma cosa…? Embellishments. Mentre ancora stai pensano allo scrapbooking, questa è la parola che pensi subito. Embellishments. Non trovi più un solo bottone. Da nessuna parte. Non sulle giacche. Non sui cappotti. Non sulle camicie. Non sui pantaloni. I bottoni in tutta la casa. Embellishments. Che scherzo è questo? Boh? Vuoi vedere che… La virago. La valchiria. La mangiauomini. La ladra. La ladra di bottoni. Non perdevi i bottoni per lo stress… No. Macchè stress… Non era per la metro. Non era per i tassisti. Non era per Roma. Roma è una città fantastica… No. Era per la virago. La scrapper. La ladra. Ecco perché ti frequenta. Embellishments. Non per il tuo stile. No. Non per i ristoranti. Per Alberta Molinari. Per Fritz August Breuhaus. Per Lennie Tristano. Per la pasta di Pierina. Non per il tuo stile. Dio. Lo stile. No. Perché ti vede come uno scrigno. Di embellishments.

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Per questo. Per saccheggiarti. Per la sua mania. Che rabbia…

Prendi una cintura. Ti metti un maglione. Esci di casa. Vai a riprenderti i bottoni. Sì. Adesso le fai vedere chi è uno che sa fare le cose per bene.

Marco Candida foto di Paolo Raffaelli, “Piazza Mancini”

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LUCIANO FREUD - TANTE CARE COSE

LUCIANO FREUD

TANTE CARE COSE XIII


LUCIANO FREUD - TANTE CARE COSE

ME PRESENTO, SO’ LUCIANO FREUD. è già un po’ che scrivo di leteratura e gira e rigira mi è venuta l’idea di mandà i miei scritti ar computer a er Colettivo Soda. appena l’ho detto a mia moglie e a egidio lanzone, il mio amico ex del ministero come me, a momenti gli veniva a tutti e due un colpo. “ma che fai alla tua età al computer?”, mi ha detto mia moglie. egidio non ha comentato, ma io lo conosco bene, lui non disce niente ma è come se parla quando sta zitto, ha il silenzio che parla più di mille parole. però mica mi sono fatto influenzare, e allora eccomi qui. già prevedo che mio figlio rinaldo, anni 39 e momentaneemente disoccupato (ha fatto il servizio d’ordine della s.s. lazio nell’era cragnotti e poi con lotito più niente)mi dirà “a papà,ma che te metti a fà a l’età tua, stai a giocà col computer, perchè invesce non mi spieghi come se fà che ci metto i curiculum e mando a destra e a manca che io voglio lavorà?”, e allora che gli dovrò dire a rinaldo? come se è facile scrivere un curiculum. quello ha fatto il fattorino dell’acotral nel 89 per tre mesi, poi ha fatto lavoretti vari di idraulica, è stato a bottega da un falegname sulla prenestina per un anno, poi ha fatto il servizio d’ordine della s.s. lazio perchè era uno della nord ed è grande e grosso, qualcosa a casa portava, ora da quando c’è lotito niente, mi sa che ha fatto qualche cazzata grave, che gli ha fatto lui a lotito? sto’ sempre in pensiero, quello sta a guardare la televisione tutto il giorno, maria de filippi, augias, verissimo, la vita in diretta, italia sul due, e poi tutti i tiggì, matrix, porta

a porta, fino a blob, poi ancora i films, poi a volte lo vedo sul divano alle tre di notte che dorme con la televisione accesa, la canottiera zozza di sugo di pomodoro o di matriciana, la barba lunga e il ciuffo alla bobby solo disordinato sulla testa, che russa come un castoro dei documentari di piero angela e suo figlio (buono quello!, quanto invidio sta coppia di padre e figlio, piero angela ha spianato tutta l’autostrada al figlio, mica come me che non sono riuscito a fare di rinaldo un uomo responsabbile, niente) e allora me viene una botta di sconforto, sapete che c’è, io sono uno sensibbile e me viene da piangere. mio figlio alla domenica una volta andava a vedere la lazio, e anche la roma, quando la lazio giocava fuori, ora non va più alla partita perchè disce che non vuole essere di peso alla famiglia. sulle ragazze niente, non scopa, disce che le ragazze di oggi vogliono tutte incastrare i calciatori e gli imprenditori del mattone o i chirurgi plastici, disce che le regazze sono come l’arcuri e hilari blasy, lui le vede così, io penso che sono tutti quei programmi di fregnacce che vede, come verissimo e la vita in diretta e la domenica domenica in con la venier, chealmeno una volta c’era gianpiero galeazzi che diceva “a me m’ha rovinato mara venier” e con la sua stazza da 180 kili ti faceva venire l’allegria, che la domenica èproprio una pena per tutt i. allora rinaldo è disoccupato, non c’ha la regazza e guarda tutto il giorno la televisione, si alza al mattino alle undici e poi si butta avedere la clerici e quello toscano coi capelli bianchi che a sentire lui

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tutte dal chirurgo plastico e in palestra a fare piling e fa tutto schifo a parte la pappa col pomodoro, e capirai!, e poi va avanti così fino anotte. una pena. con le regazze niente, niente din don din don amore cento campane dichenode si come cantava ai bei tempi del puff il nostro lando fiorini, oggipilafes, e poi nei locali alla moda per incastrare i calciatori gli imprenditori e i chirurgi plastici indossando pantaloni attillati di cavalli e ste fusciacche da mignottona di dolce è gabbana. io sono quasi disperato,per cui oggi ho scritto su vibrisse alla signora scarparo di trovare lei un posto per rinaldo, la signora m’ha scritto di provare col tg5 e il giornale, disce che cercano giornalisti, io sono scettico anche perché rinaldo non scrive mai e legge ancora meno. magari ce provo io, che mi sa che per fare i giornalisti oggi bisogna avere un reddito sicuro, e io ho la pensione del ministero. così poi ho scritto pure a nazzione indiana che lì pure è pieno di capoccioni, alcuni simpatici come biondillo gianni che però sta a milano anche se non mi pare milanese perchè mi pare più un meridionale perchè c’ha cuore, insomma, la verità è che scrivo sur Collettivo Soda anche per trovare un posto a mio figlio. tante care cose dar vostro

lucianone

A SCOLA CO’ LUCIANONE: CORSO ACELERATO DE ROMANESCO A CURA DE LUCIANO FREUD. PE’ EVITA’ CHE NUN ME CAPITE. amici cari, augurando a voi e a la vostra famijia tantissime care cose, siccome capisco che po’ esse faticoso capì come me esprimo, cheso, tipo a’ gente de ventimijia, che se po’ pretende che capischeno er romanesco? Enno, nun ce stanno a capì na fava, e così lucianone vostro fa er corso accelerato de lingua de trilussa. ogni tanto ve piazzo qua de le cose de la lingua mia e ve le spiego. magara se tratti de cose che ar cinemma per esempio co’ arbertone o mio cuggino bombolo l’avete capite e le sapete dì, però nun sapete de che venghino. mo’ co’ lucianone vostro potete capì mejo certe cose der romanesco. ve augguro tantissime care cose! ANVEDI! ”Anvédi!” è ‘n grido de sorpresa ner vedere quarcosa particolarmente notevole, o strano. è la coruzione enfatica de “vedi!”, sempre ar singolare. Pò esse usata sola, oppure ner contesto de artre espressioni sempre cor significato de “Guarda un po’ quà”, “Che cosa incredibbile!”. care cose dar vostro

lucianone

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LUCIANO FREUD - TANTE CARE COSE

AO’ MO VE RACONTO L’ANNI SESANTA QUANNO ERO GGIOVANE E FASCEVO STRAGGI. carissimi e ‘n po’ che ve volevo racontà de quanno ero ggiovane. perchè so’ stato ggiovane pur io enno’? ebbè, dato che so’nato ner 32 me possinocecà, fai presto a fà er conto. alora disciamo che ner 60 ciavevo 28 anni, e ner 62 ciavevo 30. mo’ ve dico che ner 62 a ostia annavo come er pane quelo tipo rosetta. mica ciavevo a’panza de oggi, er faccione tonno tonno et cetera. ciavevo a panza come ‘na tajata, er muscolo mica grosso ma inzomma fascevo a’ porca figuraccia mia, cor capello castano come en crine de cavallo e l’ochio azurro. mo’ quel estate se stava a girà er sorpasso, sapete quer filme co’ er dottor gasman e co’ l’artro, la’artro è gianluitrintignan, e su li jukeboxe sonavano doardo vianello co’ guarda come dondolo, cor fuscile ‘a pinna e l’occhiali, a proposito anche lui è romano de roma, poi ne l’anni 70 mortacci sui se mise a cantà co’ su moje che nun è romana, se chiama wilmadammelaclava goic,e fescero er duo i vianella co’ canzoni strapalacrime come semo ggente de borgata nun potemo pagà semo ricchi de volontà, core mio core mio ‘a speranza nun costa gnente tanta ggente ciha tanti sordi ma l’amore no, e stamo mejo noi che nun magnamo mai. robba de sturbo, e dire che ‘e parole le scrivette quer genio der califfo, mortacci sui, forse perchè a quei tempi ciaveva probblemi de sordi, enno’? comè comenun è tornamo ar 62. a ostia cereno tutti sti buzziconi che magnavano li rigatoni ar sugo su ste fondine de plastica, tutto quer sugo che colava da ‘ a bocca e sti fisconi de veletri che lo beveveno a garga. tutti su ‘a spiaggia sotto st’ ombrelloni tremenni verdi militare metapprezzo. ho visto sta scena pure in un artro filme che ve consijo, se chiama corpo de sole, ner senso no der corpo corpo, ner senso der corpo scritto in romanesco che vorrdì corpo co’ a elle ar posto de ‘a erre. in quer fime ce’ arberto lionello, e antonella steni che fa la moje rompicojoni, lando buzzanca grandissimo che va a magnà co su moje su lo yotte de’ n’ industriale milanese avaro da fà schifo che je da solo du spaghetti in bianco perchè gli snobbe pure alora nun magnavano gnente e so’ pure avari. vabbè che pure certa ggente che nun ci ha sordi è avara, e fa schifo ugualeperchè ve lo disce lucianone vostro, l’avari so’ li peggio. se nun ve danno lo spaghetto nun ve daranno manco er sugo. capita ‘a antifona?

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mo’ vengo ar duncue: na’ vorta nel agosto 62 me ricordo bene vidi in una botta sola tognazzi bonanima che ce provava co ‘ na regazza bionda che cia aveva ‘n culo che parlava (scusate la chiarità)che sarà stata una che voleva fà er cinnema, e elio pandolfi che ce provava co’ n’ bagnino. vabbè, li gusti so’ gusti. comunque a me me piascevano ‘ e donne da fame venì o’ sturbo, me ricordo na regazza se chimava clara, mora, du seni a punta, sto bikkini che me faceva partì ‘o sturbo prima che arinventassero er turbo. pure er culo era di bona manifatura coloniale, ce se poteva stirà li pantaloni co’ a riga in mezzo. embè, io ce provai ar solito modo mio de classe. che fai bella, tutta sola qua a ostia? sai che anch’io so’ solo, me piascerebbe fà du chiachiere, me sento triste nun sai quanno. a vorte quanno discevo sta vangata de fregnacce ‘e regazze me discevano: ma va a magnà er sapone, a burino! ma quella era na regazza bella brava e bona e me stese ad ascortà per tutto er pomeriggio. ala fine gliè racontai ‘a verità, che a dì la verità era propio vero che ero solo e nun c’avevo na lira. inzomma, a la fine ce scappò un bascio, io volevo annà più a fondo ahò, me capite enno?, solo che rimasi in bianco, lei era fidenzata, me disse,nun ho mai capito se fusse vero onnò. chissà che fine ha fatto sta clara, poi quel’estate ho imbrocato co’ na franscese che se chiamava giann (nun c’entra gnente er comico) questa era carozata de femina citroen, e co’ ‘na tedesca maggiolone che se chiamava tilde o quarcosa così, na biondona che me mordeva l’orecchie mentre lo facessimo. era scatenatta, li mortacci! co’ le nostre era dificile, certo quarchevvorta se riusciva a rimedià pure er prodottointernolordo, disciamo che ereno soddisfazioni. co’ le straniere annavi abbastanza lisciogastaferarelle, co’ ‘e nostre quanno arrivavi a sentì l’efeto firmamento ereno veramente cose incredibbili! poi ner 64 conoscetti annammaria e finì ‘ a mia breve cariera de latinlovere. ma ve devo dì che fu ‘a sarvezza mia. bè, annammaria ciosà, glielho racontato, je dico tutto, io quela clara m’a ricordo ancora. annammaria era n’antra cosa, ma quanno nun magni er boccone te viè sempre er pensiero de come doveva esse. quindi ggiovani ve do’ sto’ consijio:se propio vedete che ciè no’ spazio de manovra provatesce fino a la fine sennò poi magara quanno sarete vecchi penzerete: embè ner 2006 ciera quella X che magara se insistevo npo’ de più ce stava. vabbè, l’importante che ho trovato annammaria ner 64 e ner 66 è nato rinalduccio mio e ner 65 me so’ sposato senza manco ‘n dubbio. vabbè, mo’ vado a dormì che domani ciho ‘a partita a scopone co’ eggidio lanzone, franco marcono e nando toricelli ar bar a le 10 nun posso mancà!

tantissime care cose dar vostro

lucianone

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LUCIANO FREUD - TANTE CARE COSE

ER VOSTRO LUCIANONE VE RACCONTA DE QUANNO CONOSCETTI ER GRANDE MARIO BREGA. come ho detto ner titolo conoscetti mario brega, er grande attore romano che nun c’è più e pasce a l’anima sua. lo conoscetti in un giorno ‘nfausto, che era pure er giorno che ‘a roma vincette lo scudetto dopo ‘na fame atavvica de quarche decenio. era l’84 me pare, io co’ le date brutte me scordo. comè come nun è, me trovavo a porta portese con mio cuggino franco lechner in arte bombolo, vedi linke der suo sito a sinistra in arto,a un certo punto franco me disce: ‘a luciano’, mo’ te faccio conoscere ‘n amico mio, ts ts ts ts ts... ve ricordate come fasceva bombolo, ennò? io glie discetti: a franco, e chi gliè? e lui: nun te preoccupà, ts ts ts ts... mo’ vedi, è n’attore grande e pure grosso, ts ts ts ts... lo possino! tutta roma era ‘n casino grosso come ‘na casa, tutti ‘sti romanisti li possino cecalli che facevano ‘n casino tremenno. io nun volevo manco uscì, era ‘na giornata storta, a vedè quelli che faceveno festa e ce davano giù contro ‘a lazio mia... mortacci! però franco me convincette a uscì, e alora erevamo fori in ‘sto casino. a ‘n certo punto ariva n’omone granne e grosso co’ a barba, e franco disce: è lui, ts ts ts ts... ariva ‘st’omaccione e glie tira ‘na pacca a franco, poi me disce piascere. piascere mio, glia risponno. ‘a luciano’, ‘ndovina chi è? mechiede franco. io rimango come ‘no stocafisso pe’ du minuti, poi l’artro disce: mario brega, atore romano, piascere ancora. a quer punto me so’ divennato tutto rosso in faccia, e ho capito. me ricordavo li uester de’ sergio leone, e poi ‘a parte der padre de verdone de un sacco bello, quello der macellaro che a n’certo punto tira su er braccio e urla: io so’ communista cosìììììì!!!! ve devo dì che mario er ‘n signore, proprio er vecchio core de roma. ‘na persona spesciale, divertente e intelliggente. tanto grosso quanno intelliggente. d’allora ce semo visti ancora quarche vorta, nun posso dì che era proprio n’amico mio, però ve devo dì che m’ha invitato nella sua casa a roma due vorte, a magnà ‘a coda a la vaccinara e ‘ e seppie co’ e patate. era n’omo de granne qualità, e lo vojo ricordà per voi ggiovani che magara manco sapete chi è stato er grande amico mio mario brega. a parte che quer bravo giovane der piotta in una canzone tutta parlata ‘na vorta ha detto, me pare in supercafone: sono coatto- più de mario brega... ahò, sarà stato n’coatto, ma se tutti li coatti fossero come mario, se starebbe da papi e da re. tantissime care cose dar vostro lucianone, domani me ne vado a nemi, ar lago, co’ annammaria e magara pure rinaldo che se deve riprenne da’ a delusione de la indurpress, li possino ammazzalli!

vostro lucianone

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LUCIANO FREUD - TANTE CARE COSE

MO’ VE RACCONTO COME RINALDO SE STAVA A FA’ FREGA’ DA CERTA GGENTE. nun se finisce mai d’imparà, disceva mi padre buonanima panettiere eroico. l’artro ieri mi fijo rinaldo che come sapete tutti è momentaneemente disoccupato risponne a ‘n inserzione sur messaggero de roma. cercaveno dei venditori pe’ spazi su internett. je dico: ‘a rinà, vacce subbito nun te fa sfuggì l’occasione! io ce sto su internet, me pare ‘na bella cosa! se tratta der futuro! e lui : ‘ a papà io ce vado subbito, così pure l’amici tua der colletivo soda so’ contenti! capito quanto è bravo rinalduccio mio? se preoccupa pure de voi, l’amici de soda! beh, lui va a ‘st’incontro co’ sta ditta, la indurpress esseerreelle, je fanno ‘na capoccia così. se trattava de annà da li commercianti de tutti i tipi a cercà de vendere li spazi pubblicitari tipo paggine gialle eletroniche, solo che erano de la indurpress. quanno è tornato tutto ringalluzzito discendo: ‘ a papà, m’hanno assunto! so’ n’ venditore de la indurpress! io, che so’ uno sgamato, gl’ho chiesto tutti i particolari. mo’ ve dico. lui assieme a tutti l’artri poracci momentaneemente disoccupati e senza ‘na lira doveva annà pe’ tutta roma e provincia A SPESE SUE a contattà sti comercianti e cercà di piazzà sti spazi su sto sito internett a 400 euri l’uno. pe’ ogni spazio o contratto se beccava 200 euri. lui ieri è annato in giro tutto er giorno, ha speso 12 euri de autobus e metro , è tornato a ‘e nove de sera co’ i piedi che glie fumaveno. ha visitato sette comercianti, possino cecalli se quarcuno ha abboccato! gnente, ha speso 12 euri pe’ gnente. mo’ capite che se trattava de ‘na fregatura. io ieri sera l’ho preso da parte e gl’ho detto: fijo mio, tu c’hai tanta bona volontà, ma nun lo vedi che semo in un paese de stronzi? questo è er lavoro che te prospettano. solo vendite de gnente. mica come a li tempi mia. ora sti ggiovani poracci stanno flessibili, come disce berlusconi, lo possino cecallo! inzomma, rinalduccio mio a momenti se metteva a piagne. che ce volete fà, questa è na’ valle de lacrime. ma io nun mollo! vojo ‘n posto fisso pe’ rinaldo! dateme ‘na mano amici cari, è n’padre anziano che ve parla!

tantissime care cose dar vostro lucianone

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LUCIANO FREUD - TANTE CARE COSE

scusate, torno a parlare de mì fijio rinaldo. tanto vale mettere qua il curiculum di rinaldo nella speranza esaudibile che quarcheduno di buona volontà e di virtude e canoscienza si metta senzaltro la mano sul core e pensa un pochino anche a chi è bisognoso. io a me non mi manca nulla, voglio dire per corretezza nei vostri confronti, solo che mio figlio rinaldo è parecchio disoccupato, dire momentaneemente è dire un’efeumismo. è un giovane di 39 primavere sulla groppa ha bisogno urgentissimo di lavorare, non importa in quale mansione specifica o non specifica. qua sotto mi permetto di segnalare alla vostra cortesissima attenzione il curiculum vita di mio figlio rinaldo freud. chiunque ha una segnalazione da fare per un posto, anche un posticino per dire a esempio partetime puo’ contattare sor colletivo soda. ringrazio ancora per il sostegno morale e la simpatia piena di calda romanità la dottoressa gemma gaetani, il dottor gianni biondillo milanese di grande bontà d’animo e talento (oggi dottore comincio il suo con la morte del cuore), il dottor trespolo uomo esperienzato, il dottor fiorani, nonchè per il suo consiglio dato sul vibbrisse di ieri la dottoressa angela scarparo e il dottor giulio mozzi per l’ospitalità del sitoblog. alla prossima, e grazie infinite a tutti voi da luciano

CURICULUM VITA RINALDO FREUD NOME. RINALDO FREUD NATO A. ROMA (rm) il 1.12.1966 militensente. patente b conseguita all’autoscuola civile. studi. terza media. un anno e mezzo istututo geometri (rm) 1989-1989 fattorino all’acotral -azienda consortile trasporti lazio 1990-93 disoccupato 1994-2001- servizio ordine s.s. lazio 2001-2003-disoccupato 2004-2004-impiegato partetime falegnameria corati - (rm) e filiale rocca di papa (rm) 2005-2008 -disoccupato svolge lavori con le mani ovvero manuali, d’idraulica a prezzi modicissimi. anche come fattorino è disponibile, o operatore ecologgico. il presente curiculum vita è ai sensi della legge sulla privacy.

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COLLETTIVO SODA - CORE BASTARDO, CORE DE ROMA

Diderael

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COLLETTIVO SODA - CORE BASTARDO, CORE DE ROMA

Estenscion Della coda dall’incrocio della Laurentina con la Colombo fino a piazza dei Navigatori, a Luana non gliene frega niente. Qualcuno si agita a sinistra della smart, alle sue spalle un motociclista suona come un forsennato chiedendo strada, ma lei lo ignora e tira fuori il beauty. E’ una scheggia a passarsi l’eye-liner, aiutandosi con lo specchietto retrovisore sversato. Poi è la volta del gloss. Il tatuaggio permanente sulle labbra è fatto a regola d’arte, proprio come quello delle sopracciglia. Melissa è una grande, cercano tutti lei al centro estetico. Il traffico si muove di qualche metro. Il motociclista rompicoglioni riesce a passare e la manda vaffanculo. Luana si limita ad alzagli il medio. Ha in mano il pennello del fard e simula un sorriso per evidenziare gli zigomi. Non è ancora ora di gonfiarli, ma prima dei trenta le tocca sicuro, lo dice anche Melissa. Il resto è a posto. Dalla punta degli stivali a quella delle tip con il french di strass. L’unica nota dolente sono i capelli. Il colore le piace: un bel nero carico, naturale. Ma sono pochi, senza volume. Li lava ogni sera, per eliminare il puzzo di fritto dopo otto ore da banchista di pizzeria. E ogni mattina li piastra, perché la frangia, perfettamente a metà pupilla, sia impeccabile. Li vorrebbe diversi, Luana, lunghissimi, da squaw. Proprio come quelli della stronzetta che tutte le mattine cerca di imbrattarle il parabrezza immacolato della smart. Non le concede neanche l’apertura del finestrino per rifiutare la solita colata di schiuma densa e grigiastra. “T’ho detto de no, cretina!”, la apostrofa lasciando la frizione e dandole un colpetto col cofano. La zingarella, avrà dodici anni, la segue con lo sguardo cattivo ma Luana ha già la testa altrove. Pizzamania a viale Angelico è un punto di ritrovo per tutti quelli che lavorano alle produzioni televisive. La Rai è a due passi e Luana, dall’una alle due, serve tranci di margherita a programmisti, montatori e operatori di ripresa. Un’ora di lavoro massacrante, ma lei la aspetta con ansia, perché è il suo momento di gloria. È gente abituata a lavorare con strafiche come la Arcuri o la Canalis, eppure non mancano mai di farle un complimento. Niente a che vedere con gli apprezzamenti che riceve al Laurentino 38. Questa è gente di un certo tono, che ti dice come sei carina, anche se pensa quanto sei bbona . E poi c’è Luigi. Lui è un figo vero. Parcheggia l’Honda sul marciapiede, si ravviva i capelli e con un sorriso che la stende ogni volta chiede il solito trancio tonno, cipolla e peperoni. Il sor Pietro ha capito l’antifona e la prende sempre in giro. “Io te vorei vedè a fatte bacià dopo quer trancio de pizza!” “La cipolla cotta non puzza”, ribatte.

Quando sta al lavoro, Luana ce la mette tutta a parlare giusto. Il dialetto va bene per

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COLLETTIVO SODA - CORE BASTARDO, CORE DE ROMA

i bori del Laurentino 38, mica per la gente di Prati. Luigi, che la guarda tutto il tempo, finita la pizza e la birra fila via. È evidente che vorrebbe attaccare bottone, ma c’è qualcosa che non lo convince. Luana sa cos’è: i capelli. Uno come lui lo nota che c’ha quattro peli in testa. Sarebbe tutto diverso se potesse mettere le estenscion. Ma perfino Melissa, che è un’amica, le ha chiesto una cifra assurda. Luana non c’ha dormito. Ormai è ovvio che la situazione con Luigi non si sblocca. Sorrisi, strizzate d’occhio, poi sgasa su viale Angelico e sparisce. Così non può andare avanti. È cotta, deve dargli una scossa, stupirlo. L’idea arriva all’improvviso mentre è in piedi davanti allo specchio, indecisa sul pinocchietto a vita bassa, oppure gli shorts coi leggins a rete. Esce di casa cinque minuti prima per essere sicura di metterla in atto. Stavolta la solita coda sulla Colombo le pesa. Ha fretta. Non si passa neanche l’eye-liner. Tiziano Ferro canta Perdono quando Luana guadagna il semaforo. La stronzetta c’è e la riconosce. Non accenna neanche ad avvicinarsi con la spugna. Luana abbassa il volume, tira giù il finestrino e la chiama. “Te li voi guadagnà cento euri?” La zingarella la guarda sospettosa. Esita, ma l’esca è invitante. “Allora?” Succede il finimondo quando, incurante della fila alle sue spalle, Luana accende i lampallarm e scende dalla smart. In mano ha un paio di forbici. Le dicono di tutto mentre cercano di districarsi, ma lei ha un compito da svolgere. Toccare i capelli della zingara le fa parecchio schifo. Le passa gli elastici. “Bassa la coda, me raccomando, mica te do cento euri pe’ quattro peli.” Le forbici quasi non ce la fanno a tagliare quel cordone di capelli neri, lucidi e pesanti. Chiude il trofeo in un sacchetto di plastica e risale in macchina. Luana ha dovuto aspettare quattro giorni per sentire il peso dei capelli della zingara sulle spalle. Adesso sono una cascata nera e lucente sotto la cuffietta bianca da banchista. E’ mezzogiorno e venti e non sta più nella pelle. Smaltisce sei teglie di pizza prima di riconoscere il rombo della moto. Questa è la volta buona, si sente irresistibile. Il sor Pietro le passa la funghi appena sfornata. E’ attraverso il vapore che vede Luigi. Ha già tolto il casco e ravviato i capelli ma stavolta il sorriso non è per lei. Entrano in due. “Ciao Luana, ce li fai due tranci bresaola e rughetta?” Glieli fa. Si muove come un automa. Luigi non se ne accorge, accarezza la zazzeretta bionda della ragazza e le bisbiglia qualcosa nell’orecchio. Ridono. Che cazzo c’hanno da ride? pensa Luana, cento euro in meno in saccoccia e mezzo chilo di capelli di zingara in testa. E alla stronzetta gli ricrescono pure!

Laura Costantini e Loredana Falcone

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COLLETTIVO SODA - CORE BASTARDO, CORE DE ROMA

diderael

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INSERTO SPECIALE - I BARBARI

Speciale Core De Roma

I Barbari

Dispensa a uso delle popolazzioni fori dell’Urbe pe’ magnà e divertisse a Roma e pure nell’artre reggioni italiane apparte er Molise che nun esiste

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INSERTO SPECIALE - I BARBARI

La Tuscolana di notte Con questa rubrica vi porteremo nei quartieri storici e lungo le strade delle città più belle del mondo, in modo che sappiate sempre dove trovare il vero cappuccino a Manhattan, il Mont Blanc a Sidney, dove poter bere un primitivo di Manduria a Tokyo o dove mangiare il sushi a Manduria. Il primo numero è dedicato al quartiere Appio-Tuscolano di Roma. Se un giorno vi troverete lungo la leggendaria via del cinema romana, e non la Via Veneto di Fellini e Mastroianni, ma la più metropolitana Tuscolana, la strada che porta dalla piazza dei grandi eventi, San Giovanni in Laterano, alla fabbrica dei sogni, Cinecittà, e vi accorgete che è troppo tardi per bussare alla vetrata di Meo Pinelli o per ordinare un’orata a “le Streghe”, allora potrete seguire il nostro itinerario nei posti simboli di questa parte di Roma. La prima tappa è l’ Orfeo di Arco di Travertino: quella di Orfeo è una catena di attività notturne, tra bar, paninoteche e cornetterie, quello nello specifico, al numero 561 di via Tuscolana, è riconoscibile dall’insegna “Orfeo 2”. Prima di entrare vi imbatterete in una testa di leone in marmo, con la scritta “Orfeo: re della notte”, sintesi perfetta del gusto postmoderno di questo posto. Qui potrete provare quello che a Roma viene chiamato “il panino alla zozzona”; date come costanti due fette di pane dovrete decidere tra decine e decine di variabili, dalle cippole borretane in agrodolce all’insalata russa, dai carciofi alla giudia al polpo in umido, ma solo dopo aver scelto l’ingrediente chiave della vostrapietanza, qui le opzioni sono meno originali: fettina di pollo, di vitello, hamburger

o salciccia. A servirvi cisaranno ragazzida ogni parte del mondo, e forse per via di questa babele si è equivocato sulla traduzione di crepes, quindi se non desiderate una frittata vi sconsigliamo di ordinarne una. Il locale è frequentato da una clientela variegata accomunata dalla passione per lo spuntino di mezzanotte. Dietro la cassa ci troverete Mister Orfeo, una specie di Maurizio Costanzo più alto e più grosso, anche se la sua reale statura è solo immaginabile per approssimazione; sono pochi i clienti che l’hanno visto in piedi. Come pochi hanno visto libere la slot machine e il video poker in fondo al locale, perennemente occupate da un italiano di mezza età e da un giovane bengalese, che comunicano col mondo esterno attraverso lo stesso esperanto fatto di grugniti e borbottii. Ma l’elemento più interessante dell’arredamento è un televisore al plasma che si sintonizza magicamente da solo su qualsiasi frequenza in cui si parli dell’ A.S. Roma. Se mangiato il vostro panino alla zozzona sentirete un bisogno impellente di glucosio potrete percorrere a piedi i pochi metri che separano “Orfeo 2” da “Cornetto Notte”, ma se volete un consiglio risalite in macchina e percorrete la Tuscolana fino a Piazza Re di Roma; se cercate una gelateria-pasticceria a Roma avete solo l’imbarazzo della scelta, se cercate un buontiramisù di produzione artigianale la scelta si restringe ad un centinaio di locali, ma se cercate un tiramisù alla fragola allora non potrete che andare da Pompi, al civico

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INSERTO SPECIALE - I BARBARI

nove di via Albalonga. Nella Roma degli sfottò, un locale con un nome così, poteva chiudere dopo un mese o diventare una leggenda, e Pompi è ormai aperto da tempo immemore. Anche se da due anni il volto di questo locale è cambiato radicalmente, prima di tutto si è allargato guadagnando il doppio della metratura, ma soprattutto da bar scalcinato e retrò, che sarebbe piaciuto a Stefano Benni, è diventato una Disneyland della ristorazione: sala da the, lounge bar, enoteca, biogelateria e a tarda notte disco pub, compresa musica a palla interrotta di tanto in tanto dagli inviti a spostare una punto grigia in doppia fila.

Se il tiramisù alla fragola vi ha fatto venire voglia di un cicchettino e il carrattrezzi vi ha portato via la macchina, non disperate, ci sono due pub dalle parti di Re di Roma che potrete raggiungere tranquillamente a piedi: il primo è lo “Shanti”, un locale orientaleggiante in cui potrete fumare da narghilè giganti vari tabacchi aromatici, ma non fatevi trarre in inganno, anche in questo locale è in vigore lalegge Sirchia, quindi se volete fumare una normalissima sigaretta dovrete farlo fuori. L’altro pub è il “Latte più”, ad angolo fra via Albalonga e via Etruria, un locale ispirato al capolavoro di Kubrick “Arancia Meccanica”, qui potrete degustare l’assenzio come lo consumavano Baudelaire e compagni; sì avete capito bene, l’assenzio viene tuttora classificato dai nostri codici come sostanza illegale, ma una normativa europea sul libero scambio delle merci ha di fatto reso legale la vendita del liquore estratto dall’artemisia absinthum. Una leggenda metropolitana vuole che un giovane scrittore, di cui non facciamo il nome, si sia preso in questo locale una ciucca storica, tanto da indurlo a un gesto sconsiderato; il tentativo di allagare il pub forzando il lavandino del bagno, fortunatamente gli amici riuscirono a portarlo fuori prima che chi di dovere se ne potesse accorgere. Ma queste sono leggende, e le leggende, si sa, non raccontano storie vere. Quasi mai.

Malfredo foto di Paolo Raffaelli, “Pantheon”

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INSERTO SPECIALE - I BARBARI

Al Ponte Blu Bar A volte mi sembra di esserci nato qui, al Ponte Blu, mi sembra di sentire le urla di mia madre a gambe divaricate su questo bancone di legno e mi immagino Livio, il barista, con la mascherina da infermiere che taglia il cordone ombelicale (nonostante io abbia almeno dieci anni più di lui). E di gente ne ho vista passare tanta e quante cose potrei dire. Quanti racconti, storie di fratelli, di amici e di gente incontrata per caso, conosciuta con uno sguardo. E di amanti poi, potrei dirne tante. Di donne e uomini che amano e di uomini e donne che si lasciano amare. Di tradimenti. Di notti insonni a far l’amore in silenzio per non svegliar nessuno o chiusi in squallidi stanzini o comodissimi, invece, in lettoni d’albergo. Potrei raccontare la storia dolceamara di Nando ‘er carrozzina, il cliente più vecchio, settant’anni di cui metà sulla sedia a rotelle per un incidente che tutti hanno scordato, ancora contrabbanda cianfrusaglie in una traversa di via Napoleone III. Ha seppellito quattro figli, due gemelli morti bambini di una malattia che nessuno capiva, uno ucciso a coltellate per questioni di corna e l’ultimo morto d’infarto appena tre giorni fa. Della moglie che ha o che aveva, nessuno ha mai saputo niente. Lo puoi incontrare, se vuoi, è quel vecchietto handicappato che guarda il culo alle signore, con la faccia scavata di rughe e gli occhiali tondi e spessi, fino alle otto lo trovi davanti la stessa porta, in quella traversa di cui non mi riesce di ricordare il nome. Se fai più tardi lo trovi qui al Ponte Blu con una media chiara sgasata poggiata sulle gambe.

Oppure potrei dirvi di Camillo, ma per farlo dovrei essere bravo a non render banale con le parole una vita come la sua, che a quarantatre anni ha tutti i capelli bianchi per le cose che sa e che ha visto, per le donne che ha amato e che hanno amato lui. Da ragazzino si sposò con la meglio figliola de Roma, così la dicevano tutti, a ventun’anni aveva due figli, a trenta era un ubriacone senza una lira, pieno d’amanti e senza una moglie, che quella se n’era tornata dalla madre piangendo, s’era portata i figli e non era tornata più. Se entra al bar un forestiero, qualcuno di certo gli indicherà Camillo dicendo - guardalo ‘sto ‘mbriacone c’aveva na moje ch’era ‘na fata e che mo è pure mejo - e quello risponderà come sempre - co quella che cce fai? Poi riprenderà la chitarra senza una corda e inizierà a suonare un jazz di quelli tristi. E se passasse una donna o una ragazzina lui le racconterà la storia di quando viveva in Irlanda e viveva di musica per le strade, ma in verità, Camillo, d’irlandese ha visto solo bottiglie di whisky e qualche cartolina mandata da chissà chi e ora attaccata dietro il bancone. E poi Claudia. Claudia che mi si stringe lo stomaco se solo penso alla sua voce, che non si capisce perché canti qui per noi al Ponte Blu che potrebbe fare i milioni con quella voce. Che quando canta Summertime, per esempio, gli esce dal ventre per entrarti dritta dentro, vibrante, e sembra che ti squarti il cuore. La guardi negli occhi azzurri e ti immagini di avercela nel letto morbida com’è,coi fianchi di burro, il seno grande e rotondo, chiudi gli occhi

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INSERTO SPECIALE - I BARBARI

e ci stai facendo l’amore in un sogno che sa di alcool e di fumo, ti stai scopando lei e la sua voce. Non ti svegli finché non ha finito, ma noi che qui veniamo e la vediamo ogni giorno abbiamo imparato a sperare che dopo la prima non gli vada più di cantare per quella sera, così che puoi staccarle i pensieri di dosso e ubriacarti in santa pace. Qui dentro tutti dicono d’averci fatto l’amore, io non ci credo, che secondo me quella è un angelo, non è nemmeno vera. E di me che potrei dire, nato vecchio e vissuto tra strada, carcere e ospedali. Chiedimi della mia casa, ti risponderò che quel che più ci somiglia è questo bar, il Ponte Blu. Praticamente ci vivo da non so più quando, che ho davvero scordato l’età che ho, ma ricordo ogni donna con cui sono stato, amandole tutte. Forse non i nomi, ma le facce, le cosce, le bocche. Che se hai qualcosa da bere e la tua vita l’hai vissuta davvero e non solo per raccontarlo, la trovi sempre una donna o sono loro a trovare te. A me poi, sanno sempre dove trovarmi, a questo bancone di legno che è forse l’unico, qui, che ne sa più di me. Forse ci avrei anche la voglia di raccontarvi le mie ore, quelle di questa e di altra gente, di tutti quelli che sono passati di qui, avrei anche voglia di inventarla qualche storia, ma le lacrime, il sudore, le risate o il sangue, che fossero veri o inventati, varrebbero più di uno sputo per terra? Vale una vita, una vita qualsiasi, più di uno sputo? Si ferma il tempo, il vento, vi fermate voi se uno campa o muore, se uno vi racconta di gente che campa o muore? A chi di voi cambierebbe qualcosa? Di certo non cambierebbe agli ignari protagonisti, non cambierebbe a me e nemmeno a voi. Basta che vi guardiate un po’ intorno o un po’ allo specchio per vedere qualche povero disgraziato, e la sua storia è sempre lì a portata di bocca o d’immaginazione, ci pensate mai? A cosa vi servono le parole di uno stronzo ubriacone come me? Livio, amico mio, diglielo tu che mi lascino in pace, consumino o vadano via, poi fallo anche a me un altro, che sono rimasto senza.

Miles Faber foto di Malfredo, “Bar all’Aperto”

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da Adriano Fosse per me, starei a girarmi i pollici su un divano per interi secoli, guardandomi in vhs vecchie puntate di Ottoemezzo, la Lulù di Pabst e La via lattea di Bunuel, leggendo e rileggendo Eliot, Pound e Beckett, sfogliando riproduzioni di Bacon e Cranach. Mi salva la fidanzata. Quando s'accorge che sta crescendomi un po' di muffa sotto il cervelletto, prende la macchina e mi scorrazza in giro per l'Italia. Io faccio il muso e bofonchio, ma si capisce che è un rituale, il primo ad esserne contento sono io. Ci si muove, si va a sfruculiare l'Appennino. Stavolta, Carovilli. Carovilli, perché su l'Espresso di questa settimana c'era la recensione di un ristorantino, "Adriano", via Napoli 14/i, n. tel. 0865/838688 (attenzione, perché quella merdaccia di giornale dà il numero sbagliato, a quello giusto qui sopra ci si è arrivati alla Claudio Bisio, con l'892424!). Carovilli è un paesino come tanti. Gente cordiale, con qualche tollerabile punta d'invadenza verso i forestieri. Assicuro che, se uno come me dice "cord iale" e "tollerabile", la gente di Carovilli potrebbe sembrare celestiale a un qualsiasi altro essere umano, perché sono un tipaccio, ho ucciso mamma a undici anni, perché insisteva con la maglia di lana. Ma è meglio non divagare. Siamo in collina, fa fresco, con un tenue rimpianto d'afa. C'è una sezione del Pds (sic!), a Carovilli si sono persi due tre passaggi intermedi verso il Partito Riformista, di cui pare stia per schiudersi l'uovo. In chiesa, leggiamo sul sagrato, ci sarà un coro di Agnone in serata. Non c'è neppure bisogno di azzardare una bozza di proposta. L'altra metà del mio cuore me la stronca con quell'obliquo sguardo da Giuditta su Oloferne, come per dire "musica per mufloni dopo aver mangiato?". Andiamo "da Adriano". Abbiamo fatto bene a prenotare. Cerchiamo di metterlo in difficoltà chiedendo del vino bianco, giusto per fare un po' gli stronzi. Smorfia di dolore dell'oste che torna con un Fiocco del 2002 e con un correttivo-propedeutico-moratorio-lenitivo: un'anima di miele su un tocco di ricotta caprina. Ci viene amorevolmente intimato di non toccare il pane, un po' perché il tripudio di tartufo che sta per scatenarsi ne soffrirebbe, un po' perché la cena ha nove portate (il menù è a discrezione di "Adriano"). Obbediamo. Tralascio il resto, perché consiglio vivamente il ristorante e la sorpresa dei piatti è parte del godimento. 62,50 euro in due, grappa di rovere, regalini da portare a casa (marmellata del posto e formella di ricotta), stretta di mano, promessa di ritorno.

Luigi Castaldi

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INSERTO SPECIALE - I BARBARI

Un viaggio in Europa Il diario di un intellettuale Ci può essere un’Europa rimossa o dimenticata? Io credo di sì. Può esserci un’Europa lontana, quasi aliena, invisibile? Sono persuaso che sia così. Può esistere un’Europa fuori d’Europa, un’Europa non europea? No, questo proprio no: fuori d’Europa ci sono solo negri e musi gialli. Per questo motivo, un giorno che avevo ben poco da fare, spinto dalla sete di conoscenza e dalla curiosità che è il motore di ogni intellettuale, nonché da un fracco di euri fruscianti, ho preso la diligenza a Trieste e mi sono diretto verso la Mitteleuropa: il calderone del nostro continente, il cuore pulsante da cui provengono la Sacher, Gheorghe Hagi e gli zingari, insomma quelle lande desolate che se portano un film a Venezia lo applaudono tutti anche se per novanta minuti viene inquadrato un vecchio che si masturba sotto un pesco in fiore, perché “l’idea non è male” e perché “pare brutto fischiare un film di un promettente autore ruteno e non sia mai che poi la mafia rutena si indispone”. Avete presente quei posti? Noi (io, va bene) che siamo colti e filo-europei, abbiamo voluto raccontarne l’anima attraverso un viaggio: un viaggio fisico, che però si lega e si confonde con un viaggio della mente. Mi pare.

14 gennaio. Partiamo da una Trieste livida, nebbiosa e quasi subalpina. Le fabbriche sullo sfondo sembrano quelle di Torino, il mare non si vede, la gente in attesa dell’autobus parla calabrese. Cazzo, sto a Torino sul serio. Ma che ha capito quel tassista? 16 gennaio. Partiamo da una Trieste soleggiata e quasi calda, che mi boicotta tutta l’atmosfera mitteleuropea morbosa e claustrofobica. Tempo slavo del cazzo. L’autobus che mi porterà a Lubiana comunica allegria al primo sguardo: le diafane bellezze balcaniche sono molto socievoli e disponibili, previo passaggio di mano di trenta-cinquanta euro; i loro uomini, poi, indulgono al cameratismo e allo scherzo: che ridere, quando mi hanno puntato un coltello alla gola! Che matto, quello Jovan! Per gioco gli ho dato il portafoglio. Sempre per gioco, me l’ha ridato senza denaro: dev’essere una costumanza di queste parti. Mi immergo nella lettura del mio amato Kafka. Marek però deve fare una canna con l’ultima pagina del libro. Non saprò mai come va a finire il Processo. Non avranno mica incarcerato Kafka?

17 gennaio. Una notte tranquilla, quella appena passata. Specie dopo che mi hanno buttato giù e mi è toccato dormire in un campo di segale. Ho fatto un paio (13) di chilometri a Ma lasciamo che a parlare sia la carta piedi, poi poi ho bussato alla porta di un della mia fedele Moleskine, su cui oltretutto mi contadino. Con la barba incolta, l’omone è tocca scrivere piccolissimo perché ha dodici sbucato dal retro, sentendo i colpi. Che pagine e costa ventisei euro. scenaepica e primigenia, quell’ospitalità Spero di ricopiare bene, anzi. antica! Quanti ricordi classici mi ha risvegliato! Mi sono sentito come Enea

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quando con il suo cane Argo va a chiedere ospitalità a Circe e apre Barbablù. L’omone uscito dall’Ulissea mi ha offerto un piatto di baklavska: il gustoso spezzatino di lontra con patate e cavolo nero, guarnito di orecchie di austriaco. Si tratta del celebrato piatto nazionale sloveno. Purtroppo non si vedono austriaci da un po’, per cui misono accontentato delle favone semiputrefatte che il contadino ha tratto a piene mani da un sacco. Mi guardava con fiducia e quasi con affetto, il gigantesco Milan, mentre masticavo le favacce malefiche. Non volevo deluderlo, così le ho mangiate tutte. Più tardi mi ha confidato che era uno scherzo, che quelle fave erano marce quando c’era Tito e che lui gioca sempre lo stesso tiro agli ospiti, ma è la prima volta che vanno oltre la terza. Mi ha regalato degli zoccoli di betulla e una carriola. Mentre mi allontanavo nel vialetto, sentivo che sparava in aria in segno di giubilo. E’ tempo di lasciare la Slovenia e il suo nobile popolo. 18 gennaio. In mattinata, mentre camminavo sul ciglio della strada, la Guardia di Finanza slovena mi ha fermato per vedere se avevo della droga. Non ne hanno trovata e mi hanno anche preso per il culo. Poi hanno avuto un rimorso e me ne hanno regalata un pochino. Ho preso un altro autobus per la Croazia, ma lì mi hanno sequestrato la carriola. Sono appena arrivato a Zagabria, scrivo dalla stanzuccia di un fetente albergo nei pressi della stazione, uno scarafaggio danza sul lampadario, nella stanza vicina fanno l’amore.Io leggo un libro di Enver Klutko, autore di padre serbo e madre bagascia* :scoperto da poco dalla critica italiana, come sempre provinciale e disattenta, egli sa invece

narrare con maestria e disincanto, e qualche volta anche senza errori grammaticali, vicende sospese nel vuoto esistenziale di una cittadina persa nei Balcani profondi, reali, europei (prendo tre euro ogni volta che scrivo “Europa”, se ve lo state chiedendo). La bravura di quest’uomo si estrinseca specialmente nella Trilogia del Paese mai stato verde”, il ponderoso volume che sto leggendo. La trama è tanto semplice quanto affascinante: una cittadina della Galizia, una lavandaia dagli occhi azzurri, un ragazzetto veloce coi sassi che non ha mai trovato l’amore, la mobilitazione, famiglie che si dividono e si ritrovano, le sinagoghe e le chiese: sullo sfondo, crolla un Impero e un mondo immutabile da secoli; e passano dei negri in un sidecar. 19 gennaio. Ho mangiato “Al massacratore di minoranze etniche”, delizioso ristorantino nella città vecchia zagabrese. Non ho certo disdegnato la bulavska, gloria della cucina croata: un seducente pasticcio di nutria, con patate e cavolo rosso, guarnito di orecchie di serbo. In seguito mi hanno detto che la nutria era finita, ma non ho indagato oltre. Notevoli, tra una portata e l’altra, le sparatorie amichevoli tra commensali, spesso divisi da gustose rivalità etniche o da divertenti screzi mafiosi. Ma se riuscite ad evitare le pallottole, il prezzo della cena è assolutamente concorrenziale. Solo un appunto: carta vini sporca di sangue umano. 20 gennaio. Lascio Zagabria con la morte nel cuore. Ho passato la serata in un baretto di quartiere, ad osservare i vecchietti e i giovani nella loro routine quotidiana. Ho osservato le loro vite. Ho sorriso con loro, ho pensato come pensavano loro, ho bevuto

*I Bagasci (Bagaši), sono un fiero e antico popolo affine ai Sorbi e ai Borussi; gli uomini sono noti per il valore guerriero, le donne per essere delle grandi, autentiche bagasce (in senso lato). XXXII


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insieme a loro. Sono quasi finito in coma etilico e non ho capito nulla. Slavi maledetti.

TAC. 25 gennaio. Anche a Niš c’è un fiume. Ho pensato così mentre il treno che mi portava via dalla Serbia sfrecciava, a 23 km all’ora, verso la Bulgaria, le sue rose, i suoi non so cosa (non ci sono mai stato, perdonatemi). Il computer l’ho ricomprato dal primario, una persona corretta che mi ha solo reciso un tendine perché stavo tirando troppo sul prezzo. Lì ho capito che era tempo di lasciare la Serbia e il suo nobile popolo. Il viaggio in treno è allietato da una comitiva di zingari equilibristi che cerca di non pagare il biglietto fingendosi una famiglia di bagagli, ma soprattutto dalla lettura di un romanzo del troppo spesso dimenticato Yordan Paciugov, Il monte dei cani impassibili. Una storia triste che mi introduce alla Bulgaria che sto per visitare. Svetlana ama Krassimir, ma Krassimir ama solo il flipper. Quando però la Bulgaria attraversa una crisi economica e nessuno ha più i soldi per i gettoni, Krassimir pensa di farla finita: ma Svetlana rimane incinta e Krassimir ci ripensa. Alla fine del libro, dopo mille disavventure, i due si ritrovano insieme: ma sono ancora tristi. Terminata la lettura dell’ultima pagina, hoavvertito un groppo in gola ed ho capito che la Bulgaria dev’essere proprio un posto di merda.

21 gennaio. Belgrado! Dolce città regina dei fiumi! Parigi dei Balcani! Così dicono i depliant, ma sono truffaldini. La città è in realtà una Milano con meno voglia di lavorare. Ma si impone lo stesso un giro per i Navigli della Sava, l’ascolto dei Baustelski, una rapida puntata nei mille mercatini abusivi che fioriscono prima che arrivino gli sbirri; e la sera, una cena in una trattoria a due passi dalla Sava, se possibile al di sopra del livello del fiume, perché le alluvioni rovinano il gusto dei piatti. Lì, anche se siete da soli, gusterete la pelle chiara e gli occhi appassionati delle donne serbe; ma fatelo quando i loro compagni sono in bagno o in galera, perché il coltello tra le scapole è sport nazionale. Io ho fatto così e sono ancora qui a scrivere. Poi ho ordinato una bikliska, la cosiddetta cassoeula dei Balcani, con il possente sapore della carne di orsetto lavatore mitigato dal contorno di patate e cavolfiore; il tutto contornato e impreziosito da un rosario di orecchie di albanese. La cucina serba è ricca e goduriosa. Peccato solo che i serbi stessi non abbiano i soldi per pagarsela e debbano mangiare tutti da McDonald. Mentre guardavo la maestosa piazza che si apre davanti alla cattedrale di San Fagiolino vergine e martire, ho sentito il bisogno di declamare ad alta voce i versi della grande poesia epica serba. Ma devo aver 27 gennaio. Sono tornato in Italia. Ho sbagliato qualche parola, perché è arrivato un attraversato Sofia e mi ha fatto davvero cagare. tifoso del Partizan e mi ha preso a cinghiate. Sono andato di corsa all’aeroporto. Mi ha fermato il proprietario di una piccola osteria, 22 gennaio. I pronti soccorso belgradesi linda e pittoresca: ho buttato in un tombino non sono poi male. Non mi hanno ancora ferito lui e la sua bulkarska (zuppa di marmotta con col bisturi. A Frosinone non mi sarebbe andata patate e cavoletti, arricchita da una così bene. decorazione di orecchie di turco). Adesso scrivo da Padova e sto proprio 23 gennaio. Mi hanno rubato il com- bene. Non ci andate in quei posti di merda, al puter. Sto scrivendo dalla macchina che fa le diavolo anche l’Europa.

Tamas XXXIII


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A Casa di Astrosio Ambiente minimalista, al limite del numero massimo e minimo consentito: surreale. all’ultimo piano di un palazzo insostanza ogni prenotazione deve essere ordinario nella splendida via Giambellino di perquattro persone. Occorre prenotarsi con minimo un giorno di anticipo. Caratteristica del locale è che si serve solo un tavolo alla volta. Cucina casereccia ma al contempo esclusiva, dovuta solo all’estro del cuoco, nonché gestore e proprietario del ristorante, Astrosio. Fra le leccornie, ci sentiamo di consigliare le trofie con burro, cipolla e tonno. un piatto leggero, nonostante la presenza del burro, in quanto tutto è precedentemente mantecato a crudo. Altro primo interessante, le linguine alla Milano, già ricordata da Giorgio Gaber in una greca, ovvero una sorta di insalata di pasta famosa canzone, una vista splendida apre lo condita con pomodorini, acciughe, pinoli, sguardo su una fetta della città meneghina cetrioli, olio extravergine di oliva e aglio. molto rappresentativa . Fra i secondi spiccano le costine di maiale ai L’accoglienza è ferri, servite su piatti ikea, e l’hamburger fredda, ma in compenso il vegetariano. Specialità è la trevigiana grigliata gestore mette a proprio all’aceto balsamico. I dessert lasciano un po’ a agio i clienti invitandoli desiderare, ma risulta interessante la proposta gentilmente a fare “un po’ audace: mars, smarties, m&m’s e altri famosi checcazzo ve pare”. snack, serviti ancora nella loro confezione. A Cucina ordinaria, richiesta, sono disponibili tutti i dolci del tradizionalista, ma mulino bianco. Vino rigorosamente in assolutamente adattabile a bottiglia, da scegliere ogni tipo di gusto. Ogni piatto è preparato rigorosamente con quando si prenota. ingredienti provenienti dalla esselunga di via È possibile Solari e\o dal gastronomo sotto casa (p.e. pasta fresca e spezie). La spesa può inoltre concordare il sembrare lievemente sproporzionata rispetto menù direttamente alle portate, si va da un minimo di 150 euro a con lo chef al momento un massimo di 320,per quattro persone, il della prenotazione.

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Garanzia di genuinità e cura nella preparazione dei piatti, è che il cuoco, proprietario e gestore, Astrosio, consumerà il pranzo o la cena insieme ai clienti. Diventa, insomma, oltre che proprietario, gestore e cuoco, anche commensale, si impegna infatti

a intrattenere gli ospiti con barzellette su: totti, berlusconi, carabinieri e inoltre, a richiesta, la può buttare sul culturale (arte, teatro, cinema, letteratura eccetera). Sempre

a richiesta, può stare anche zitto. I clienti più fortunati raccontano inoltre di casi in cui il gestore, proprietario,

cuoco, commensale, avendo abbondato con

l’alcool si è lasciato andare in performance in cui ha perso ogni brandello di dignità rendendosi comico e patetico al contempo. Durante il desinare si può assistere alla proiezione di film di ogni genere, dall’action movie alla nouvelle vague francese; il locale è anche dotato di postazione internet, e il clientepuò veramente sentirsi a casa sua: può guardarsi la tv, può fumare quanto vuole (se vuole). Il consistente repertorio musicale di cui dispone il locale, consente ampia scelta anche ne lla musica che eventualmente si v o g l i a a s c o l ta r e ; u n a fornita libreria è a d isposizione dei cl ient i che abbiano voglia di leggere un po’. Un’ esperienza minimal e fuori dalle consuete “rotte” gastronomiche.

Astrosio

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A Est nel Nord-Est

Pordenone è provincia abortita da quella di Udine. La madre non ce la faceva più a sopportare le vanterie del feto. Troppo ricco, e tutto d’un colpo grazie a quattro grosse industrie nate dal nulla. E il diluvio di denaro a spazzato via ogni cosa che sapesse di vecchio. Perciò, in città, non vi è un posto che valga una freddolosa uscita invernale. Ma tre bastardi sono sopravvissuti. Uno lo trovare a Spilimbergo. Non serve chiedere per trovarlo. Basta annusare. Giunti in piazza, seguite l’odore di vecchio casino. Meglio, di vecchie baldracche sporche. Si chiama ‘Al bachero’, e fanno il baccalà più buono della regione. Baccalà inteso come stoccafisso, cucinato tipo alla vicentina. Ma meno grasso e più saporito. Ha sentori di antico sesso femminile. Se chi è con voi non lo ama, è gay, o non è lesbica, alla polenta può abbinare trippe o gulasch. Se poi volete salire un poco sui monti, da Spilimbergo inerpicatevi fino a ‘Lo Stalon’ (fra Anduins e Pielungo). È una vecchia osteria-stalla, un tempo posto di sosta e cambio cavalli per carrozze e diligenze. Ha un enorme focolare e una grande griglia. Quello che hanno ve lo cuociono due fratelli sempre incazzati. Lo fanno bene, ma al massimo grugnendo. Oppure, e infine, da Pordenone andate a Caneva. Alle sorgenti del Livenza c’è ‘La trota blu’. Se non vi è posto, vi cacciano. Ovviamente buttano una trota (appena tolta viva dalla peschiera) sulla griglia e voi potete accompagnarla con una salsetta agliata da stendere un bue. Oppure vi danno anguilla in umido. La polenta c’è sempre. I vini da enoteca scordateveli, solo sfusi agresti. I prezzi? In tutti e tre i posti è come andare in pizzeria.

Marco Salvador

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La piola meravigliosa Con mio cugino Ernesto ci siamo visti due o tre giorni fa quando è tornato dai suoi trasferimenti slavi e non so com’è, parlando parlando, l’ho accompagnato fino in centro a piedi da un certo commercialista, uno che fa da tramite con una banca ucraina: i soliti abissali ingarbugliamenti di Ernesto. Io come un burattino lo seguivo, lui si profondeva in un profluvio di parole perché sono due mesi che non ci vediamo, e lui, poi, quando torna, è uso farmi una tiritera lunghissima o sunto paranoide ma affascinante di ogni piccolo fatto occorsogli: pare un fiume impetuoso o valanga di cavalieri mongoli. Insomma camminavamo spediti e lui parlava e gesticolava da almeno tre quarti d’ora quando arriviamo in Via Mazzini angolo via Rattazzi, lui si ferma di botto, io gli sbatto addosso e dico: Macazzofai?! Lui pareva del tutto imbambolato e assorto, fisso in una vetrina scintillante di un’enoteca, poi con gli occhi spalancanti e un certo sorrisino mi fa: Di’… ma Mario…ma ti ricordi…di quella volta, qui?…che tu poi… E poi si è messo a ridere proprio di gusto. Io ho fatto finta di niente e ho detto: Visto che siamo qui, ti offro un bicchiere….vàà! Abbiamo bevuto, anzi sorseggiato con cura e letizia del Rochè di Castagnole Monferrato (che poi è il paese dei nostri padri e noi questo vino ce l’abbiamo nel sangue fin dai primi giorni di vita). Ernesto mi guardava, sorbiva e ridacchiava, anzi, una volta, ha pure sbruffato il vino, tanto che mi ha fatto anche venire il nervoso. Ecco: è una storia di quaranta anni fa quando io e Ernesto abitavamo insieme in

una soffitta di Via Valperga Caluso e guadagnavamo poco o nulla, e una sera, anzi una notte di febbraio, che c’era una nebbia spessa da tagliare col coltello, mio cugino mi trascinò in una passeggiata/cavalcata in centro per scoprire cosa si vedeva, ovvero non si vedeva, tra le spesse brume torinesi, ché gli piacevano le luci e i suoni ovattati. Di fatto, non si distingueva un contorno, solo ombre e luci sfumate e il freddo pungeva le orecchie; arrivati in piazza Bodoni, che non si avvistava un’anima neanche morta, lui tira fuori un suo coltellino dai calzoni e muovendosi come un povero spastico faceva tutta una sua sceneggiata dicendo: Taglio la nebbia col coltello, guarda….Mario! Roba da manicomio e da vergognarsi. Dico: Fatti furbo e senti…andiamo lì che c’è una piola, che ci prendiamo qualcosa da riscaldarci…ecco. Lui smise la sua vergognosa farsa e fece subito di sì. Era tutta una luce, la piola, o meglio, distinta fiaschetteria, un brillio di stelline su mille bottiglie da abbagliare; per di più, dopo essere entrati scalando un paio di gradini udimmo, nascente leggero da una saletta posteriore, un cantico corale singolare, armoniosissimo che mi incantò: sapeva come di russo, orientale, melanconico, struggente. Eravamo tutti e due allocchiti, scrutavamo stupiti gli scaffali rutilanti e la porta del fondo come fossimo giunti in Betlemme, quando una padrona alta, nera, secca e ruvida, ci chiese di ordinare qualcosa. Optai per una bevanda calda, ed ebbi un ottimo punch di rhum martinicano, bello, forte; Ernesto prese

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il suo tipico marsala Garibaldi. Stavamo lì col nostro beveraggio a sentire, a cogliere la sottile atmosfera, quando avvertii frammenti di una conversazione che si svolgeva a non più di due metri da noi. Infatti là, due uomini sui sessant’anni, ben portanti, con abiti scuri sobri ma distinti, molto simili uno all’altro, anzi, uno lo specchio dell’altro, seduti presso un barilotto rovesciato, usato quale tavolino, andavano discutendo quasi solennemente d’Arte. Io raddrizzai l’orecchio, avendoci il debole. Discorrevano in armonia, e citavano, anche in francese, tedesco e spagnolo, artisti antichi e moderni, e dicevano di vari personaggi entrati nella Storia, ricordavano il giorno passato a Vence con Matisse, della luminosa casa del povero De Stael ad Antibes, lodavano la dirittura di Orwell, criticavano le melasse di Dufy, un lampo su Picasso a Barcelona, si immelanconivano sulla faccia e per la pena di Durruti, evocavano lo studio di Cezanne. Tutte cose che mi innamoravano e fecero sì che mi avvicinassi a loro ed osassi interloquire: i due, molto cortesemente, mi offersero un sedile, che poi era un altro bariletto. Ma dissi poco, benché i due fossero curiosi di conversare con un giovane: ero incantato e scopersi che erano due anarchici che avevano molto viaggiato, profughi in vari paesi, reduci dalla guerra di Spagna, esuli poi in Messico ed in luoghi mai uditi. Stetti ipnotizzato, esterrefatto e convinto di aver trovato due maestri di vita, o Socrate con Aristotele. Durò non so quanto, poi Ernesto tutto sorridente mi avvisò che erano passate circa due ore e che lui aveva conversato amabilmente con Armida, la padrona falsa arcigna, da cui aveva avuto una ricca e originale storia di vita: di quando stava ad Odessa con un meraviglioso marinaio russo, di come avesse combattuto contro i tedeschi

nelle steppe da volontaria partigiana e di come fosse buono il vino georgiano del suo secondo marito ed altri mille fiabeschi aneddoti che si perdevano su balke, Caucasi e lontanissimi Urali. Uscii di là quasi con gli occhi lucidi, non prima di aver abbracciato i due miei favolosi mentori, facendo segni e promesse di nuovi, attesi, fruttuosi incontri. Il mattino dopo la nebbia non c’era più, nemmeno Ernesto che era presto partito per un giro commerciale. Io mi dimenavo come un pazzo, non riuscendo a prepararmi una decente colazione perché ancora tutto preso da entusiasmo, eccitazioni intellettuali e smanie per lo straordinario simposio della notte precedente. Per tutta la mattina mi perdetti senza riuscire a tirare un riga dritta con le mie matite. Verso l’una rincasò mio cugino tutto incazzato per il fallimento di un suo colloquio di lavoro: io lo spiavo, non riuscivo a capacitarmi della sua faccia storta, per rallegrarlo gli ricordai la piola meravigliosa della notte e i favolosi incontri fatti in Via Mazzini. Lui mi fissò mentre apriva il frigo: Ma cazzo dici?! Ma sei diventato tutto scemo, adesso?! Ma se ti ho trovato addormentato come una zucca mentre dovevamo andare al cine, cristo! Ti eri fatto fuori mezzo bottiglione di barbera, coglione!!…Lui beve e sogna, beve e sogna e poi mi conta di incontri meravigliosi! Ma va vàààà! Fatti una doccia gelata ch’è meglio! Ci rimasi malissimo. Tutto il resto del giorno lo passai in una sorta di prostrazione; fino alla sera, quando per conto mio ritornai in Via Mazzini molto ansioso, con il cuore in gola; facevo fatica addirittura a camminare,

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una paura mai sentita mi tenagliava le gambe. La piola c’era, sì, ma non tale e quale, proprio no: meno luci, meno splendore, meno bottiglie. Ma entrai lo stesso, mi feci proprio coraggio nel salire quel gradino. L’interno era pressoché uguale, ma non c’era il barilotto in piedi nell’angolo a destra, non c’era Armida al banco, ma un tipo grosso, in camice giallino, con due baffetti che nettava il bancone e dietro tutto stagnava un odore fastidioso di detersivo. Osai parlare al gestore, chiedere di gente che c’era la sera prima, di un coro sentito lì, di un’eventuale sua moglie di nome Armida vista al banco poche ore prima. Quello mi guardò storto, prima di rispondermi, poi abbassò la testa e riprendendo deciso a fregare il banco mi disse: Tanto per dire… mia moglie si chiama Cesarina e viene qui solo la domenica…E tu... se hai voglia di prendere la gente per il culo e rompere le scatole, vai a cantare in un altro cortile, capito, fuori dalle balle, nèèèèè! Quasi mi ribaltai fuori semisoffocato dalla delusione, e presi a correre via, lontano, verso la mia isola sicura in Borgo San Salvario. Per circa venti anni cercai di evitare quel cantone, quello spigolo doloroso di Via Mazzini, quelle vetrine, tuttavia e ancora, gremite di bottiglie ben disposte; solo dopo parecchio tempo ripresi il discorso con Ernesto, quando eravamo già tutti e due sposati e con figli, e lui rideva, rideva e ride ancora. Io no, rido meno: ci ho ancora un pezzo di cuore, anche se piccolo, incollato ed incantato dentro il nocciolo di quella piola, dentro le facce dei miei due Re Magi.

Mario Bianco opera di Mario Bianco, “La Porta”

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Che Belo, Che Belo! Ciao a tuti, bela compania. I me gha dito de contarve de una gita che gho fato recentemente con la parocchia del me paese, ma non son tanto brava a scrivere e alora portè pasciensa, spero de farme capire da voialtri gente studiata che mi gho fato solo la tersa lementare ma no me lamento che va ben anca così. Dunque, spetè che me meto insieme le idee che le me scapa da tute le parte e le va via col vento come con la Bora a Trieste. Insoma, scomincio sennò po’ no me movo più. Alora ssemo partii el giorno prima della liberassione del 25 de aprile con el pulman . Madona santa!!! gèrimo in così tanti che me se confondeva le idee. E per fortuna che xe vegnù la Loli che la me gha fato un piasèr che ela no la xe tanto de ciesa, ansi proprio gnente ma la gaveva paura che me perdesse in giro per el mondo. E così bon. Me gero portà drio una valigia de roba fina che non volevo fare bruta figura anche se son vecia ma ghe tegno perchè dovevimo andare dale suore a dormire. Tuto pulito e camerete e colasione nel convento Gesùmaria, mi al pensiero me la facevo soto le gone. ma insoma gho ciapà coragio stavolta, che magari non fasso in tempo se non me sbrigo de andare dal PAPA ‘sta primavera. E così son andà anca dalla parrucchiera che la me ga fato una bela permanente tuta di ricci fitti fitti e anche la tinta e con tanta di quela laca che i cavei me sta in testa come una cattedrale con i ghirigori.Insoma, va ben.

Che po’ mi gho viagià bastansa, anche se non i crede qui al me paese; son andà: - dala madona nera, - dala madona de monte berico, (ma quela no conta che ghe vado a piè) - e po’ me piasaria andare dala madona de lurds ma la xe così distante che me manca el fià. (però i dise che quela madona lì sì che la fa i miracoli, non come le altre che insoma miga tanto) No so, mi ve digo così ma son gnorante e non capisso ben. Ah, po’ so andà anca: - dala madona de Poleo, ma anca questa la xe visina , bisogna ciapàr la machina, ghe vol 20 minuti, beh, ecco, quando semo rivà e semo dismontà dala machina de un amigo dela Giorgina, gho sentìo un profumo de rose così forte che me xe vegnù subito mal de testa. Pensè che i gha dito che gera i frati che i scrollava el profumo dalla boccetta… prima che ‘rivasse la gente, ma mi non ghe credo che i dise tante robe poco vere tanto per ciacolare. Certo però che le rose vere non le me fa mal de testa. Mah! Beh, ecco, insoma, semo partiii còl pulman de matina presto con un frescheto de la madona (minuscola eh!). Gèrimo quasi tutte done, pochi omini e vecioti, messi male, insoma, tanto che mi me son subito sentà davanti con la Loli che non i credesse che volevo stare vizina a lori che mi invece...figuremose. Xe montà un poco alla volta gente de vari paesi col pulman che se fermava un poco de qua e un poco de là. Mi gero in confusion

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al principio ma, po’ gho vardà indrio de mì e gho visto bela gente che conoscevo e alòra me son fata corajio. Però intanto pensavo, gesùmaria (minuscolo eh!) le xe tute signorine o vedove ‘ste done. Cossa ghe fae ai omini… non se sa… che, ad una certa età lori sparise e lore, le vedove, digo, le xe tute alegre e le va in giro de qua e e là. Mah, non so … che tanto mi son signorina anche se vècia perlamordedio (el me scusa signore se la nomino ogni tanto, ma con rispeto, eh)

tenevo stretta stretta la borseta e vardavo avanti con l’ocio duro, eco. Però al bagno me gha tocà spetare così tanto con tutte ste done che le ghe meteva un mucho de tempo, (quanto ghe vorrà a pisciare, mi no lo so). La cosa strana jera che bisognava pagare per andare dentro el gabinetto, ma, insoma, pagare per… lassemo perdere va là che me vien el nervoso. Comunque, dopo tuto ‘sto ‘spetare, me son tira sù con un bel cafè forte forte che volevo coregerlo con la graspa, ma non savevo se far ben e alora, nel dubio lo gho bevù lissio.

Beh, intanto mi me jera vegnù fame che con tuto ‘sto trambusto dela partenza e via discorendo me jero dismentegà de fare colassione.

Beh, per farla breve quando semo tornà nel pulman el conducente, un bel ragasso moro con i cavei rissi e i oci ciari, el gha verto la radio, ma dopo un po’… un omo xe andà al Intanto el paroco el gaveva ciapà el microfono e gha comincià a cantare e noialtre microfono, quelo del pulman, e spiegava tuto se semo sveià fora e fasevimo el coro come quanto per ben e po’ el gha cominsià a recitare ‘na volta quando andavo in gita con la Giovane le preghiere con tutte noialtre che ghe Montagna che se girava in pulman e se cantava andavimo drìo, ma po’ non me ricordo più e se faceva amicissia, non come ancò che i và gnente perché me son indormensà. tuti in machina e tuti rabià e scontrosi. O Gesù che figura! La Loli la podea svejarme, Beh, per farla breve, quando lu el se gha stufà no? Ma ela, la gha dito che dormire me fa ben el gha domandà se ghe jera qualchedun altro più dele preghiere. Mah, non so, la xe tanto che voleva prendere el suo posto, e alora, mi e bona la Loli, ma non la capisse niente de ciesa. la Ada se semo vardà fisse, che noialtre (La Loli la xe la figlia della signora dove andavo cantemo sempre quando se trovemo insieme a servissio io l’ò incontrata a caso un giorno e e semo andà davanti col pulman che andava e abiamo parlato tanto e ela non la faseva che il giovanoto che guidava tuto serio e composto. dire uh oh e la me basava le guance che mi me veniva el magon tanto tempo che l’era che non Me vergognavo un poco, devo dirvelo de la incontravo e me vergognavo un poco che scapòn, ma po’ ghavemo ciapà l’anda e via. magari non gero vestia legante. Il suo nome vero non è Loli, ma da picola la chiamavano Ah che belo, che belo.Però, a un certo così. Lei no. l’è proprio carina veh) ( adesso la momento, xe sucessa una cosa strana, che dise eh..eh… non so perché). mentre che cantavimo “El spazacamin” la Loli la xe diventà rossa come un peperone e ghe Insoma, finalmente se semo fermà al bar veniva da ridere tanto tanto che quasi la se dell’autostrada che i te fa fare un giro della sofogava che jero anche preocupà. madona per tornare fora tanto per farte Non gho miga capìo perché la faceva tuti quei comprare robe, ma mi son furba eh, me sesti, ma po’ la me gha spiegà che le parole de

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la cansòn le gera un po’ osé (boh, voialtri, bela compania, lo savì cossa vol dire osè? ) che mi no, ma per non fare bruta figura de ignorante gho tirà su col naso e ravanà nella borseta per trovare un fazoleto e così me son dà un contegno. Cossa bisogna fare, per far finta de niente, mi non lo so. Beh, insoma, per farla breve tra el dito e el fato gera ‘rivà mezzogiorno e passa e alora tuti gha tirà fora el “pranso al saco” come gera scrito sulla carta che i ne gaveva dà. Mi me jero portà tre ovi sodi e pan e salame anca per la Loli che quela la vive tuta de spirito che se no ghe penso mì no la magna gnente e una bottiglia da litro de vin Durelo, quelo dei contadini, mescolà con tute le uve, che el xe asprèto, ma el va zò che el xe un piacere. La Loli la gavea portà fruta e delle fete de torta buonissima fata con le cartine, ma che bona, che bona non se pol dire quanto…e acqua minerale. Mi non so… tuta sta aqua… ghe crescerà i girini in pansa un giorno o l’altro, vuto metere el vin? Quelo sì che xe salute e fa le ganasette rosse. Beh, insoma per farla breve xemo rivà a Roma. Gesùmaria che trafico! E quanta bela gente. E tanti sigava per le strade e i diceva…Aò…che noialtri in veneto semo silensiosi e un poco timid i e invece lì, madonnina mia, che sboccamento e che sigamento generale. Va ben, no importa. Insoma “ogni luogo xe paese” i dise. Intanto, però, mi me tenevo streta streta ala Loli che ghavevo paura de perderme in mezo a tuta sta confusion. Non so come e con cosa, che gero più de là che de qua per lo sturbio, ma alla fine semo arrivà a “IL COLOSSEO”. Gera scrito in grande el nome su un cartelo e fora ghe gera zente vestìa strana, da antichi

romani i me gha dito, ma se vedeva che gera roba de lata altrochè e i me faseva un poco pena, devo dire, con quel caldo che gera ‘rivà e i me pareva anca ridicoli. Dei omini grandi e grosi vestii da pajassi, sarà che i deve guadagnarse el pane e alora non digo niente, ma insoma. E pensare che tuti i turisti i andava da lori a farse fare le foto. Che vergogna, mi no eh, che gho una dignità, mi. E po’ sto COLOSSEO cosa saràlo mai. Per carità i ne gha contà la storia degli imperatori romani e dei cristiani mangià dai leoni e tuti sti fati… ma anca a Veona ghe xe l’ARENA, che po’ la xe solo più picola, ma gnanca tanto e, in cambio, visin se va a vèder la casa de Giulieta e Romeo che tute le volte me vien da piansere per la comosion Eco. Va ben, insoma son rimasta un poco scornà. Poi gavemo incontrà un gruppetto de preti con la tonaca nera. Qua se usa così se vede, che da noialtri i xe in pantaloni.e questi i gera un po’ tristarelli. E gho pensà, non so come me xè vegnù in mente, ma dove sono andati queli, queli che avevano i vestiti lunghi e rancio? I diseva che i gera anca lori de una religiòn che no me ricordo. Una volta i se vedeva ogni tanto in giro per i marciapiedi e lori girava tuti in compagnia e le done con i cavei lunghi e spettinate che io volevo dircelo, guarda che ti sei dimenticata di petinarti, chè mia mama mi diceva sempre “pétinate, pétinate” e lavati la faccia che te pari un rospo. E un giorno i me gha regalà una rosa e, chè mi una rosa no me la gha offerta mai nissiun, e alora la gho ciapà e gho dito,”grassie tante” con un bel soriso da parte a parte dela boca, e mi veniva un poco da pianzere ma gho fato la fàcia indifferente così che non capivano e giravano intorno con le braccia alzate.E mi hanno invitato ad una festa che avevano una

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festa che avevano una casa con un cortile mica tanto distante e si mangiava strano, “vegetariano”, me dise la Loli che la xe qua, ma era così belo, loro che ballavano e mi hano fato fare il girotondo che poi me girava la tessta ma ero tanto contenta, poi, non so, adesso non li vedo più. Loro i sa dove sono andati, bela compagnia? Che vorrei tanto vederli ancora coi bracialetti e tuto e anche le colane. Ma speta che qua vado fora strada col raconto e dopo non me trovo più. Beh insomma, a farla breve, po’ se semo incontrà con un grupo che i andava in giro con le cravate verdi. Dale nostre parte i ghe n’è de più e me son domandà cossa che i faseva qua con quele cravate e el fazoleto verde anche quelo che i me pareva dei poareti, insoma no tanto fini che quando li vedo anca da mì, dale me parte voio dire, vorìa sigarghe ma cossa fasì con quei strafanti verdi, non vedì che i ve stà male, ma le vostre mame non le ve gha ‘nsegnà niente? Un poco de leganza, insoma e vorìa dirghe e.. cambieve ogni tanto no? Volì metere una bela cravata rossa che bela e anche i fazoleti rossi per aria che i sventola al sole… beh.. sarà che mi i me parlava del sol delavenìr i me vecioti e alora con questi no me trovo anca se mi so’ ignorante ma lo so e me vergogno ma lori no. Beh eco. Intanto gera vegnù sera e semo andà in convento da le suore che le jera de vari colori de pele, da dove venivale non se sa, ma tanto boneee eh… anca se mi le suore le me fa un poco de impression con quele veste lunghe lunghe e i cavei coverti come se i cavei fosse una vergogna… de cosssa mi digo e i preti, alòra, anca loro gha i cavei ma scoverti al vento e a la pioggia… e non capisso.. ma po’, a furia de pensare me son indormensà e basta.

La matina se semo svejià intontie ma felici. Sul tavolo ghavemo trovà tutto pronto, pan e latte e marmellata. Mi el solo fato de trovar la tavola imbastìa ben, sensa dover preparare tuto tovaia e piati e scudele.. Me gera una grassia che mi al paese me toca fare tutto e penso al Nani che adesso el me guarda le bestie e le galine e le vache fin che son via e za me domando cossa trovarò al ritorno che i omeni i xe bravi a fare i lavori lori ma de casa no i capisse gnente. Gesumaria! Meglio che no ghe pensa. Ah, che bele le me galline, non podì credere che mi de matina le ciamo… cochee…cochee…cochee… e lore le vien tute de corsa e quando le gha i pulzini alora digo…piii…piiii e lori riva tuti biondini e tondeti che mi ghe ne ciapo sempre in man qualchedun e lo caresso. E po’ le anatre… lore le ciamo aneee…aneee.. e lore ‘riva…insoma dopo i dize che le bestie no le sa le parole… ma le mie si… ostrega! Beh, insoma dopo la colascione che me son scolà tutta per paura che dopo me vien fame semo andà verso Piazza San Pietro. Però che strano! in television la me pareva più grande, ma no importa. Quanta gente che xe rivà qua. Pensavo, da tuto el mondo. madonna santa!!! Non poso credere a le me recie e neanche oci. Intanto per la strada andava dela gente in bici: i bambini di gesù, mi hano deto che si chiamano così e sono tristarelli bianchi bianchi e sempre in bicicletta con il casco e hanno un vestito nero con la giacca e a camicia bianca anca quela, chissà so mama poareta a lavarla e stirarla tuti i dì, beh, non importa, e sono sempre in due. Loro però sono solo maschi e non ho mai visto una ragassa Ma, me domando, gesù non ha mica mai avuto filie femmine?

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Lei lo sa? E voi bela compagnia? E poi sono sempre seri seri e puliti puliti con le scarpe nere tutte lucide. Ma dove vanno sempre in bicicleta che poi è anche un pericolo con el trafico che c’è e una volta no. Eco. Però a me mi piacevano di più gli altri che erano bronzati e avevano i sandali e cantavano e allora cantavo anche io anche se sono stonata ma, stonata, loro mi dicevano canta canta che importa? Eco questo volevo dire. e anche altro ma ho confusione nella testa un po’ e alora no. E po’ gho anche un gato che la mia loli gli piaccono tanto che quando era bambina lei stava ferma ore con il gato in bracio per non svegliarlo. Eco basta. E la Loli mi insegnava le parole che dice che non si dice ciricinesche, ma SARACINESCHE, ma tanto lei mi capisce uguale, ma gli altri no. E lora mi sto atenta per un poco ma dopo me perdo via con i miei pensieri e alora me desmentego de tuto. Insoma semo in piaza e lassù da una finestrina picola si afaccia il PAPA. Mi nonvedognente e continua a domandare ..ma xelo lù? Ma xelo lù o un altro? E Lu scominsia a parlare, ma tra il non vedere e non sentire penso che in telvision se vede pulito, non qua che Lu el xe così distante e alora me vien lo sconforto e me vien voglia de tornare a casa mia. E intanto scominsia a piovere e tuti verze l’ombrela e se vede ancora manco e i scapa da tute le parti e anca mi che gho la permanente da salvare con tuti i soldi che la me gha costà e…alora digo una preghiera svelta svelta e me infilo anca mi in corriera che finalmente se torna a casa. Eco. Finìo.

La Teresina

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Diderael

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Funny Life Ero in cerca di lavoro, uno qualsiasi oltre che di una vera esistenza. Erano giorni appiccicosi e puzzavano di fame, ero talmente mal messa che malgrado riducessi l’assunzione di cibo a un pasto al giorno, confesso che riuscivo a stento a evitare l’accattonaggio. Vivevo in un seminterrato nella periferia est della città, un luogo in cui l’essere periferico è un concetto chiaro solo agli altri, una specie di fogna per pantegane con le grate alle finestre e una luce da sottobosco, muschi compresi. Da più di una settimana non avevo più un lavoro, ero stata licenziata. In malo modo. Piuttosto bruscamente. Rischiato linciaggio. In sintesi, avevo escogitato un metodo infallibile per fare la cresta sulle partite di carne da destinare alla rosticceria marocchina in cui lavoravo come cuoca in senso lato, perché poi in realtà le mie mansioni si esplicitavano in tutta una serie di servizi collaterali: pulizia cessi, lavapiatti, compiacimento clienti musulmani e via con dio. Perciò l’idea di spacciare carne di maiale per agnello, pagandola al fornitore la metà per poi fare la cresta sul nodo, mi fu fatale, anzi ora so che l’ira del musulmano reso impuro da una puttana occidentale avrebbe potuto davvero costarmi la vita. E invece no. Al contrario ero riuscita ad aggirare la lapidazione fuggendo prima che il titolare si facesse vivo per farmi a pezzi o impalarmi in quel suo lurido spiedo da kebab. Il magazziniere connivente, beneficiando del 30% dei miei traffici, si era sentito in dovere di farmi una salvifica soffiata e nel momento stesso in cui via telefono mi stava appunto dicendo che il Moamed di turno era già stato da lui lasciandogli sano giusto quell’arto con cui aveva composto il mio numero, lo vidi. Bastò far scivolare l’occhio oltre la vetrina del negozio perchè lo individuassi: il guerriero di Allah era arrivato! aveva parcheggiato la sua mercedes anni novanta dall’altra parte della strada ed era sceso buttando a fatica quel quintale e mezzo che era fuori dall’abitacolo. Ne emerse gigantesco come una terribile minaccia per l’umanità. Con la sua mole aveva oscurato la strada davanti a sè, le automobili e i passanti sembravano scenografie cartonate destinate a ripiegarsi al suo passaggio, con gesti sfuggiti al controllo del sistema nervoso centrale, faceva cenno alle macchine di fermarsi. Il semaforo favorevole da una parte, dall’altra la sua smania di ammazzarmi. La sua collera era qualcosa di così terribile, così oscena, così corpulenta che riuscivo a vederla e vedevo lui sfiatare dalle narici, lingue di fuoco purificatore decise a leccarmi via dal mondo come il peggiore dei mali. A quel punto avevo i secondi contati, non potevo che fuggire, presto, all’istante. Senza neppure riattaccare, mi arrampicai sul bancone come una bestia selvatica catapultandomi in strada . Ma in un attimo fui ancora dentro, con le mani nel registratore a svuotare l’incasso del giorno. La mia liquidazione. Presi a correre tra le macchine, infilandomi nella rete delle vie traverse, per non essere vista. Attraversai a semaforo rosso, un concerto di clacson mi ingoiò nel suo trambusto, dovevo correre, dovevo raggiungere casa, ma soprattutto dovevo pensare, prendere fiato e pensare. Girai l’angolo e una calca di gente compatta e forbita mi apparve dinanzi come una visione affollata; si dirigeva leggera verso la chiesa. Ma certo, era domenica.

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Mi infilai tra i cristiani confondendomi piuttosto male con le loro facce pulite e i loro begli abiti della festa, entrai con loro, nonostante il mio aspetto torvo e le loro occhiate di disappunto. Mi sedetti sul banco a prendere fiato, in quel momento quel luogo era la mia zona franca, oltre la quale il mondo mi stava col suo fiato marcio sul collo. Ripresi a respirare, i muscoli si andavano piano a piano rilassando e tra un inno e un ‘invocazione, il mio cervello riuscì ad organizzarsi in qualcosa che quanto meno assomigliava a un pensiero di senso compiuto. Vado a casa, prendo un po’ di cose e schizzo via velocemente. E invece non sapevo dove andare, non avevo amici e le uniche persone che conoscevo mi avrebbero volentieri rivisto, ma per spaccarmi la faccia. Sta notte starò nel dormitorio.. Cazzo tra i vecchi e i disperati. Era ovvio che anche la mia era una situazione disperata, ma a quell’epoca non riuscivo a considerare le cose per quello che erano veramente. Fino ad allora ero sempre riuscita in un modo o nell’altro a cavarmi dalla tana del lupo. Sembravo avere le nove vite di un gatto, tante erano state le volte, quella compresa che l’avevo fatta franca e questa condizione di apparente invulnerabilità mi conferiva un’ottusa presunzione; ognuno di quelli che incontravo era destinato a prendersela nel culo, a essere fregato truffato raggirato come se questa fosse l’unica formula possibile di reciprocità tra me e gli esseri umani. Ci dormo una sola notte e poi vado a cercare Walter. I fedeli si erano all’improvviso alzati in piedi, il coro cantava lamentoso di prostrazioni e peccati da scontare Sempre che riesca a convincerlo.. Piangerò, gli dirò che non ero in me che sono pentita gli dirò che lo amo. Sì. lo convinco scopiamo ed è fatta in chiesa si erano seduti di nuovo, il prete aveva iniziato uno di quei sermoni infiniti che lasciano tutti in quella sorta di asfissia temporanea spacciata per spiritualità. Certo che gliel’ho fatta proprio grossa, a Walter pensai sorridendo. I fedeli ora erano in ginocchio, in rigida attesa, subito dopo capii di cosa: tutti avevano preso a stringersi la mano l’uno con l’altro. La vecchia seduta accanto a me mi picchiettò sulla spalla per richiamare la mia attenzione “ Che la pace sia con te” e poi ebbi tra le mani cinque dita ruvide, una serie di legnetti friabili, superflui. Eppure quel gesto mi apparve come un presagio di salvezza. Walter mi avrebbe accolto e tutto sarebbe andato bene. Rincuorata e alleggerita, mentre la mia vicina era in fila per prendere l’ostia, stretta nel mezzo delle pecorelle di dio, sfilai il portamonete da una borsa incustodita sul banco e uscii con la faccia lieta e gli occhi pieni di speranza. In strada l’afa mi travolse vischiosa, la patina di fresco che si era rappresa come una corazza nella pausa ecclesiale, si disciolse all’istante e ricominciai a grondare senza pudore. Mi diressi verso casa. Boccheggiavo, dovevo bere e forse dovevo mangiare. Sulla strada avrei trovato un chiosco, accelerai il passo, procedevo a testa bassa guardandomi le punte dei piedi, notai la suola della sinistra lievemente scollata. Un uomo mi urtò, tirai dritto senza guardarlo appiccicandomi i capelli attorno al viso in ciuffetti umidi che non facevano un buon odore. La vecchia della chiesa aveva abbastanza soldi per delle buone sigarette e un pranzo decente. Passai davanti alla vetrina di un negozio d’abbigliamento sportivo, vidi dei guanti da motociclista, mi appiccicai al vetro per leggere il prezzo, avrei potuto comprarli e portarli a Walter, per rabbonirlo, ma l’indecisione durò una frazione di secondo e proseguii. Ormai ero

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convinta che mi avrebbe perdonato e lo avrebbe fatto con o senza guanti. Era impossibile comprarlo, tutto ciò che dava era esente da interessi, tutto ciò che dava era in nome di qualcosa che lui non riuscì mai a definire compiutamente, ma che io credo si trattasse di qualcosa di simile alla credenza popolare nelle streghe o nei morti, ossia la possibilità di amare qualcuno. Walter era un ragazzino pulito, faceva il giardiniere per conto di una famiglia della parte “bene” della città, in una di quelle sontuose ville residenziali, un po’ pacchiane per lo sfarzo eccessivo, ostentato. Credo di non aver mai saputo quanti anni avesse, ma mi sembrava giovane, non tanto per l’aspetto, quanto per quella stupida buona fede che aveva da subito riposto in me, dal primo momento che ci eravamo incontrati. Non che mi piacesse, ma neppure mi dispiaceva. Era uno sradicato pugliese, e per essere tale, era abbastanza alto e abbastanza bello quanto inadeguato e rumoroso. Lui mi invitava a cena, permettendomi di raddoppiare il pasto giornaliero; mi offriva dell’ottimo vino e mi faceva avere anche dei soddisfacenti orgasmi, ragion per cui non poteva che migliorare la qualità della mia esistenza. Cosa ci trovasse in una ragazza tisica e rovinata dalla malnutrizione, senza tette, senza culo, con le occhiaie verdi e le ossa di fuori rimaneva un mistero. La gente mi scambiava per un ragazzo, ma non un ragazzo normale, diciamo un essere asessuato, come possono apparire certi esemplari di essere umano, prima che la natura decida che sia giunto per loro il momento di sbocciare, in questa o in quell’altra direzione. La differenza tra me e un adolescente però era il fatto evidente che i miei occhi ne avevano viste di mattine : avevo 26 anni e me li portavo piuttosto male. E a lui, a Walter avevo fatto molto male. Aveva incrociato il mio percorso ed era stato investito, malamente accidentato. Ma intanto fluttuavo verso casa cercando di rendermi impercettibile, facendomi sempre più piccola, inesistente, cioè, esistente subdolamente, come quelle cose che ci sono al mondo ma che nessuno può vedere, perché poste negli angoli meno guardati o perché hanno forme che decisamente non catturano l’attenzione. E rasentando i muri, ricordai di quel giorno in cui lui mi aveva portato a casa sua di pomeriggio presto. Erano ormai tre settimane che ci conoscevamo, biblicamente; aveva appena chiesto e ottenuto un anticipo sullo stipendio. Io ero seduta sul letto e lui maneggiava tutti quei contanti come fossero carbone vivo posandoli ora sul comodino ora sulla scrivania, poi li contava si distraeva e ricominciava, li metteva di nuovo in tasca e intanto mi raccontava di quello che ne avrebbe fatto: “Compro la moto, pago le prime due rate, finalmente”. Ma le sue parole rimbalzavano sorde contro un livello zero di attenzione. Non riuscivo a ascoltare altro che non fosse quel fruscio di intesa tra la carta sfregata e il suo pollice molle mentre un incontrollabile formicolio cominciava a risalirmi dalle piante dei piedi su per la spina dorsale fino ad esplodermi incandescente tra le mani. Alla fine, ripose il mucchio in un cassetto e scomparve dietro la porta del bagno. Guardavo quel cassetto e lui guardava me, mi stava chiamando e io risposi, eccome se risposi, come una novizia alla voce di Dio. Non appena ce ne fu l’occasione. Quando riemerse dal bagno, bighellonò qualche istante nel perimetro della stanza fumando una sigaretta mentre si grattava l’ombelico, sporgente come quello dei neonati. Si capiva che non sapesse cosa fare, doveva avere due o più propositi in testa e quand’era così andava nel pallone perché non era capace di pensare a più di una cosa alla volta. Si aggirava circospetto come un leone tra le sbarre, poi cominciò ad aprire e chiudere le ante della dispensa

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ripetutamente, dopo fu il turno del frigorifero mentre io rimanevo incollata al letto ritta e comoda come fossi seduta su un rovo. Finalmente quando ogni stupido stipite era ormai stato aperto e chiuso dieci volte e poi aperto di nuovo e richiuso, dinoccolando mi venne accanto. “Ho fame, esco a comprare qualcosa…vieni?” Al pensiero partorito contrapposi il mio no, scotendo il mento che sembrava essere l’unica parte del corpo disposta a rispondere ai comandi, il mio era un rigor mortis che preannunciava la resurrezione. Walter fece spallucce e si infilò il giaccone. Non credo che in quel momento lo avesse minimamente sfiorato l’idea che io potessi scappare con tutto quel denaro, così uscì e quando tornò io non c’ero più e con me i suoi soldi. Da allora non lo avevo più visto né sentito né pensato. Adesso però Walter era, cioè doveva essere, la fune da cui risalire il pozzo. A casa il mio passaggio fu fulmineo, in 15 minuti avevo raccolto qualche straccio in una borsa e via subito in strada in cerca di un telefono pubblico. Già da un po’, prima del fattaccio con i musulmani, cercavo di stare in casa il meno possibile. Non avevo pagato l’affitto dell’ultimo mese e il proprietario aveva cominciato a cercarmi come un maiale da tartufo. Era un uomo enorme, uno di quelli che non avresti toccato neppure con guanto chirurgico per vivisezionarlo e capire perchè quel colore verdastro e quell’odore di carogna inondassero tutto il circondario mezz’ora prima che lui fosse alla mia porta. E lui ci veniva eccome alla mia porta, ogni mese con assoluta precisione come una vecchia al confessionale. Un giorno, entrando in casa lo avevo trovato seduto sul mio letto, ad aspettarmi, molle e umido come un enorme mollusco. Appena lo vidi ebbi un conato di vomito, pensavo all’alone d’appiccicume che si espandeva tra il suo enorme culo e il mio lenzuolo. Mi mancava l’aria. Mi era venuto vicino, alzandosi a fatica, si trascinava viscido spostando tutto il peso ora a destra e ora a sinistra, dondolando faceva un gran fetore, l’odore di una carcassa in decomposizione. Guardai altrove, setacciavo la stanza in cerca di qualcosa di familiare, qualsiasi cosa, un oggetto, un segno sul muro, il ricordo di un momento, di una pausa di quiete in quello spazio, per non svenire subito, per non rimmettergli addosso. Ero in ritardo con i pagamenti e in qualche modo quell’individuo ripugnante voleva saldare il conto e al momento non c’erano uscite d’emergenza. Era a un passo da me, ammiccò con occhio acquoso e poi prese a girarmi intorno sollevando a passetti impercettibili le caviglie rigonfie. Mi mise una mano sul culo e strinse forte, poi mi sussurrò sfiatandomi in faccia. Fu come se avessero scoperchiato in un solo colpo tutte le fogne della città. “Se non hai tutti i soldi, ci possiamo venire incontro” Mi vorresti venire addosso, montagna di merda. In effetti, ogni tanto, nei momenti più duri della mia lotta per la sopravvivenza, mi era balenato il pensiero che tra le gambe celavo una potenziale fonte di guadagno, ma quell’uomo no, da quel fenomeno da baraccone non mi sarei lasciata sfiorare neppure per sbaglio, quell’uomo no, quell’uomo non mi doveva toccare. Cercai con gli occhi un oggetto, un qualsiasi oggetto contundente che potesse in un solo colpo spaccargli il cranio in due come una noce di cocco. Ero furiosa; volevo affogarlo di sputi prima e poi colpirlo, ecco volevo colpirlo e vederlo stramazzare a terra come un animale da macello. Lanciavo occhiate veloci e fameliche tutt’intorno e sudavo bolle di liquido denso, avrei voluto che dal mio corpo schizzasse via tutta

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la bile che mi spappolava lo stomaco, su quella faccia da suino, corrodendola fino all’osso e poi oltre quello, fino al cervello che avrei dato in pasto ai cani, eccolo, trovato, ecco il martello era lì, a pochi metri da me, dovevo solo sporgermi un tantino e afferrarlo. Ma una melmaglia calda e umida prese a scivolarmi tra le mani, sempre più generosa, sempre più calda. Guardai giù, delle gocce di sangue cadevano vigliacche ai miei piedi, disperdevano la mia rabbia in pozzette dense, vive tra le macchie del pavimento. Avevo stretto i pugni così ferocemente che le unghie avevano lacerato i palmi e invece di uccidere lui avevo ferito me. Ma glielo avrei piantato in testa quel martello, se solo non avesse preso a squillare il cellulare e non si fosse dileguato dicendomi che avremmo approfondito un’altra volta. Così, dopo quell’episodio raccapricciante, per quanto mi muovessi velocemente, stare in quella stanza mi rendeva nervosa e distratta. Non riuscivo a pensare lucidamente a cosa mi sarebbe stato più utile prendere, così avevo riempito la sacca più o meno alla rinfusa e in meno di un quarto d’ora ero già all’angolo della strada. Sapevo che Walter avrebbe acconsentito a vedermi, i No non erano nel suo vocabolario, era bastata una telefonata confusa e allarmante per farlo precipitare da me. Mi avrebbe aiutato. E intanto, di schiena al semaforo, le spalle curve e il cappuccio cacciato fin sotto il naso, esaminavo gli interstizi del cemento; il respiro corto e una tachicardia galoppante mi facevano temere che da un momento all’altro si sarebbero aperte in una voragine apocalittica, per ingoiarmi e farmi scomparire per sempre, nel buco del culo della terra. Ogni centimetro di me, i pori della pelle, i capelli fino alle punte, le unghie, le interiora, ogni singola porzione della mia desolata persona era diventata occhio, milioni di occhi, tutti i sensi allertati a che non mi sfuggisse nulla, trepidavo nell’attesa e maledivo Walter perché ogni minuto passato su quel marciapiede mi preparava per una cena il cui piatto forte ero io. Finalmente arrivò e prima che riuscisse a parcheggiare ero già salita in macchina. “Vai, sbrigati, allontaniamoci, andiamo verso il mare, sbrigati” Lui mi guardò con espressione da bollito travolto da un concentrato d’ansia che non poteva capire. Imbambolato. “Muoviti” gridai. Scattò strizzando gli occhi come preso da una scossa e ingranò subito la marcia sgusciando nel traffico, senza aspettare i semafori. Aveva recepito. Durante il tragitto gli avevo raccontato l’accaduto. Non mi aveva fatto domande, mi aveva guardato appena, aveva rifiutato la sigaretta che gli avevo offerto, era distante e tremendamente irrigidito, però sfrecciava sull’asfalto, determinato, veloce, per portarmi in salvo. Una volta lontani dalla città, decidemmo di fermarci e scendere dalla macchina. Avevamo camminato per un pezzo lungo la spiaggia per lasciarci alle spalle la confusione che avevamo in gola, per respirare. “Mi dispiace, quello che ti ho fatto… Voglio dire, i soldi... Te li rendo tutti, appena trovo un lavoro, giuro mi dispiace”. Ce ne stavamo seduti lungo la riva, con i piedi a mollo e la salsedine spalmata in viso, in uno di quei posti in cui la campagna alle spalle e il mare di fronte sembrano il luogo più sicuro in cui andare a dormire dopo un incubo di notte. Lui maneggiava un tocco di fumo, lo scioglieva nel tabacco della sigaretta e ogni tanto faceva dei lunghi sorsi dalla bottiglia di vodka. Non mi guardava.

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“Davvero, scusami, non so cosa mi ha preso, volevo staccare, volevo andare”. Ma continuava a non guardarmi, non era un buon segno. Allora gli buttai le braccia al collo, maldestramente e lo baciai forte sulla bocca, non se lo aspettava e il tentativo di preparare una canna finì sulla sabbia. “ Che cazzo, guarda che hai fatto” protestò, ma non mi aveva allontanato. Allora continuai a baciarlo sulla faccia, sul collo. Gli sfilai la maglietta, tirai giù la lampo dei pantaloni. Lui lasciò fare e dopo poco mi era addosso e io ero nuda. Mi aveva perdonato. A casa sua non si stava male. Il frigo pieno, le lenzuola profumate, il televisore nuovo, le birre sempre in fresco e a giorni alterni una manciatina d’anfetamine giungeva canonica dalle mani generose del vicino di casa, infermiere pranoterapeuta, in cambio di fumo afgano e qualche soldo. Erano però la sua presenza e le sue stupide attenzioni che cominciavano a irritare la mia pazienza. L’irrequietezza aveva ripreso quel suo lento e inarrestabile lavorio di penetrazione tra i nodi della consapevolezza, facendosi largo nei momenti di lucidità, quando tra l’alcol e le droghe un’incostante linea di confine richiamava a sé a gran voce pesantezze e soffocamenti e paure e tremori da oscurare la vista, e incubi famelici di esistenze imposte e la miseria della mia condizione e il biasimo pudico verso i miei illusori tentativi di suicidio e tutta questa palla di dolore e rabbia, spossante e triste e buia e infetta e sconnessa arrivava correndo e aveva tutta l’ansia di consumarmi all’istante e di andar via senza pagare. Al decimo giorno di sospensione in una normalità avvelenata ormai scalpitavo. Quella mattina avevo frugato nei suoi cassetti affannandomi nella ricerca di qualcosa di valore, di un numero di carta di credito, avevo passato al vaglio il potenziale vendibile dell’appartamento. Niente. Nulla che mi assicurasse un margine di sopravvivenza per più di 2 o 3 giorni lontano da quella casa. Non potevo andare. E invece, proprio quel giorno, il giro che la fortuna fa prima di leccarti di nuovo si era concluso e io dovevo essere il traguardo. Quando Walter tornò dopo una giornata di giardinaggio, mi disse che nella casa in cui lavorava, avevano urgentemente bisogno di una cuoca, per un breve periodo, causa ricovero improvviso della colf affetta da ulcera perforante. Ecco l’occasione, il cavallo vincente mi aveva già in groppa. La possibilità di entrare nella vita di chi non sa che farsene dei soldi mi sembrò il paese delle meraviglie. E io Alice. Quella notizia aveva avuto l’effetto di una vincita al lotto, avrei cominciato in quello stesso istante, ma lui mi disse che avrei avuto necessariamente bisogno di una revisionata, sì, insomma, che così com’ero potevo non andar bene, che dovevo curami e assomigliare il più possibile, prima di tutto ad una ragazza e poi ad una brava ragazza. Mi disse che mi avrebbe presentato come sua cugina e li avrebbe convinti delle mie abilità culinarie e che dopo aver appurato personalmente, non avrebbero più potuto fare a meno delle mie orecchiette alle cime di rapa. La commessa cinese ci guardava angosciata, preoccupata per i suoi capi dozzinali, non faceva altro che starci addosso propinandoci l’impossibile. “ Provale questo, questo bene, bello pel te, tu magla” Entravo e uscivo da maglioncini rosa e gonnette di finto raso girando su me stessa, sot-

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to l’occhio tirato della commessa e il vaglio di Walter che sembrava non avere metro di giudizio, tanto tutto ti sta bene, prendi questo. Ma era come vestire una bambola. Una bambola kamikaze di pezza e tritolo con esplosivo nell’imbottitura Cominciava a far caldo e avevo addosso tutti i postumi dell’umanità. Non avevo ancora preso nulla, l’astinenza mi sorrideva schizzando getti di sudorazione gelida e annebbiamenti e capogiri e un impulso irrefrenabile all’ annullamento di ogni attimo avvenire. Fremevo sotto gli occhi innocenti del mondo, l’autonomia del mio tremore e il sudore acido mi rendevano impraticabile il gesto elementare di indossare l’ultimo capo che mi sfuggiva tra le mani, coordinare ogni minimo movimento stava per diventare un’impresa epica. Basta, andate a cagare. Gettai all’aria le ultime cose che avevo indosso e uscii dal negozio senza troppi complimenti, in mutande e con le scarpe in mano; Walter fece per trattenermi, lo guardai spietata come si guarda un pollo prima di spennarlo. Allentò la presa e sussurrò “Ci penso io, tanto per te è uguale. Aspettami in macchina”. Non so quanto tempo avesse impiegato per raggiungermi. Mi ero addormentata. Lo sbattere dello sportello mi svegliò. Aveva tra le mani un sacchetto ricolmo. Era nervoso. “Spostati”. Ero al posto di guida “Andiamo a casa, ti provi questi stracci e ti devono andare bene”. Non dissi niente. Quello spettacolo sembrava non dovesse aver termine. A casa, come al negozio, lo stesso baraccone, davanti allo specchio, nuda con la stessa dignità di un animale alla fiera del bestiame. Mi sentivo male. Vomitai. Walter era esausto, la sua pazienza doveva pur avere un limite. Andò in escandescenza. “Mi hai rotto i coglioni”. Diede un calcio mal riuscito alla scarpiera. “Basta, infilati questo e finiamola, non ne posso più”. “E pulisci lo schifo che hai combinato” disse, abbassando il tono. Ma in fondo era buono e si dispiaceva per il mio malessere. Scomparve dietro la porta del bagno e tornò con lo straccio per pulire. Raccolse il mio vomito. “Questo o questo?” Chiesi, completamente atona. “Frega un cazzo”. E andò a strizzare lo straccio. “Quello a fiori” gridò dal bagno. E poi finalmente, quell’estenuante gioco a fare la modella delle favelas a mezzogiorno in punto fu compiuto. Mi guardai intorno ed era come se fosse passata in quella casa una spedizione punitiva. Il caos regnava sovrano, il pavimento era scomparso sotto la coltre di stracci cinesi, l’odore acre del sudore e della desolazione aleggiava denso. E pesante. Mi sembrava camminassimo curvi, tanto era greve quel peso sulle nostre spalle. Ero curva, ma al fine vestita, svuotata, impacchettata, truccata. Pronta, come un tacchino senza ripieno. Walter mi guardò con gli occhi della commozione: gonnella a fiori piccoli, blu e gialli, camicia color perla, colletto di pizzo, ferretti dorati tra i capelli. “Allora?” Chiesi.

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Fece un lungo tiro dalla sigaretta, mi guardò ancora, con curiosità scientifica, come un botanico che osservi una specie tropicale estinta tre secoli fa: “Sembri… Santa Chiara”. “Vaffanculo!” “Dai, vai bene..sembri solo più pulita” “Vaffanculo” “Non ti devi vergognare…” In me non c’era e mai c’era stato neppure l’eco di un sentimento simile. “È solo che… Che sembri un’altra… Ecco! Un’altra, tutto qua…” Aveva addolcito il tono e anche i modi. Con aria compassionevole mi aveva poggiato il braccio sulle spalle. Mi scostai bruscamente. “Non mi toccare”. Faceva sempre quella stessa espressione, quando lo trattavo male, una smorfia di contrazione tra il labbro inferiore e il mento, un ghigno di sofferenza, fisica, come se avesse ricevuto un colpo. Nonostante questo mi venne più vicino e mi sussurrò “Dai, ti offro il pranzo, non hai fame?” Lo guardai dritto negli occhi, non avevo fame e a dirla tutta lo avrei cancellato dalla faccia della terra, ma rifiutare un pasto offerto non era nelle mie corde. “Sì, ma comunque vaffanculo!” Era tornato sorridente e fischiettando mi indicò un posto in cui cucinavano la più buona peperonata della città. Per me non faceva differenza. Ingoiammo un paio di pastiglie ciascuno e uscimmo. Cominciavo a star meglio anche se così confezionata mi sentivo un bidone della spazzatura con interni in pelle. Il tavolo era all’aperto, sotto l’ombra di un pergolato. Il proprietario era uno schifoso ciccione sudato che si asciugava la fronte con la stessa salvietta con cui serviva ai tavoli. Ci portò un magnifico rosso della Casa. Cominciammo a bere e prima che fosse passata un’ora eravamo già abbastanza ubriachi da essere rallentati nei movimenti quanto faciloni nelle deduzioni. “ Sono in quattro” disse svuotando il bicchiere. “ Moglie, marito, figlia e figlio”. Lo guardavo apparentemente attenta. In realtà non riuscivo a concentrami. Lo osservavo in quel gesto veloce di versarsi da bere e succhiare dal bicchiere. Ero disgustata dagli aloni d’opacità che lasciava sul vetro. Gesticolava come una scimmia da circo. Un filo di peperone gli era rimasto incastrato tra l’incisivo e il canino e ogni volta che apriva bocca sembrava dovesse schizzarmelo in faccia, mi stomacava. “Il figlio maschio studia a Londra, il marito non c’è mai..solo a sera, qualche volta”. Accesi una sigaretta e mi alzai dalla sedia. “Dammi da fumare” disse. Con un cenno indicai il pacchetto sul tavolo. “In pratica in casa ci sono sempre la vecchia e la figlia”. Da un buco nel pergolato filtrava un fascio di luce, furente, meschino. Me lo sentivo addosso, mi stava entrando sotto pelle. Mi difesi boccheggiandogli contro. Il mondo continuava ad aggredirmi anche da lì sotto. Ero stanca avevo la pancia piena, ma la sensazione che il mio ventre non sarebbe mai stato sazio né i miei polmoni ossigenati mi opprimeva.

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Si avvicinò l’oste. Ragliando ci chiese se avevamo bisogno di altro. “Niente, il conto” mi affrettai a rispondere. “Voglio andar via, mi sento soffocare, qui c’è puzza di marcio, mi sta entrando nel cervello”. Lui si avvicinò e mi prese il viso tra le mani. “ Vabbè, andiamo”. Mi venne più vicino fino a schiacciare il naso contro il mio. “Oh! Ci sei? Tra un po’ dobbiamo andare… Vedi di attivarti” Lo guardai ma vedevo attraverso di lui. Trasparente. Stargli accanto mi faceva sentire ancora più sola. Il mio vuoto lo inglobava. Prima di lasciare il tavolo, mi afferrò il braccio e scotendomi un poco disse: “Ricorda, non devi prendere alcolici dal piano bar, perché la vecchia è una che tracanna da paura… Se ne accorgerebbe di certo”. Nel giro di mezz’ora eravamo sul posto. Ci eravamo arrampicati su per la collina. Le curve e il vino erano stati un connubio infernale, mi avevano fatto venir voglia di rimettere. “Devo prendere un po’ d’aria” dissi. Aprii lo sportello e feci due passi sul ciglio della strada. Il caldo asfissiante mi appiccicava i vestiti sulla pelle. Un gatto attraversò la via rischiando di rimanerci. Con un balzo si arrampicò sul cornicione di una casa. Io ero quel gatto. Il sole pesante continuava a starmi addosso, cominciavo a cedere, mi rattrappivo, ancora più curva, ancora più sfatta. Il mio corpo era cartapesta, le mie ossa legno marcio, lo sentivo, le sentivo sgretolarsi, ripiegarsi attorno al nulla. Mi raggiunse con la macchina. “Come va?” Non aspettò risposta. “Sali, prendi questa che ti senti meglio”. Guardai dentro. Aveva preparato due strisce di bianca sulla custodia di un cd. Lui aveva già tirato, si muoveva a piccoli scatti e parlava sincopato. “Come ti senti come ti senti, Eh? Che botta!” Aveva cacciato un urlo animalesco dal finestrino, voleva dire che aveva gradito e che si sentiva carico come un leone. E in infatti la sostanza era talmente pura che l’effetto fu immediato. Tirai forte dal beccuccio improvvisato con una banconota arrotolata. La polvere mi raschiò le narici e giunse compatta al cervello come una secchiata decisa nel sonno. Mi sentivo rinata. Bene, ora si va. Questo incubo di giornata deve finire. Prendiamoci ‘sto fottutissimo lavoro. Entrammo. L’abitazione si aprì a noi in tutto il suo volgare splendore. Non avevo mai visto niente di simile, dal vero. Il cancello automatico si spalancò come se non aspettasse altro, come se dovessimo esser ricevuti dalla regina di cuori in persona. Al centro del viale, una fontana monumentale ci si parò davanti. Statue di donna dalle forme classiche, tenevano tra le mani poggiate sul ventre gravido anfore da cui l’acqua sgorgava senza sosta; che facce! Una in particolare ci guardava fisso. La gamba destra spostata in avanti a scoprire la coscia adescante, con quello sguardo sinistro a metà tra la fascinazione e la repellenza. Sembrava smaniare in quella cementazione forzata, sembrava doversi svincolare all’improvviso

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e per un istante la vidi, seduta sul bordo della fontana a gambe aperte, invitarci a raggiungerla e ridere di gusto, sguaiatamente. Ma intanto le siepi e le aiuole ai lati e tutt’intorno cambiavano forma. Fiori grandi come arbusti e alberi nani, gialli, blu, ondeggiavano furiosamente come in preda alla bufera, senza che ci fosse un alito di vento. “Ci siamo” mi disse. Walter aveva una luce insopportabile negli occhi. Si compiaceva di tutto questo splendore. Come se fosse merito suo, il piccolo giardiniere. Orgoglioso della sua mano, beandosi dell’effetto scenico che l’ingresso della villa offriva, mi guardava con labbro pendulo, aspettandosi commenti di giubilo. Lo odiavo. Odiavo in lui la possibilità di sentirsi soddisfatto, odiavo il suo fare con amore, odiavo i suoi stupidi entusiasmi e la sua capacità di essere appagato, comunque, in qualunque maniera e in qualunque posto poggiasse il suo culo maledetto. Fermò la macchina a pochi passi dalla porta d’ingresso. Grondava di sudore e passandosi una mano tra i capelli, sfiatò dalle narici. “Se la lascio qua, diventa un forno crematorio: parcheggio all’ombra”. Poi mi diede una rapida occhiata. “Madonna, sei ridotta uno schifo. Hai tutto il trucco squagliato e gli aloni sotto le ascelle”. Senza guardare fece retromarcia Tirai giù lo specchietto per asciugare le colate di mascara e fu allora che la vidi. Era una bambina, alta poco più di un metro, stringeva al petto una stupida palla colorata, arancione. La lanciò subito, la palla, scaraventandola lontano, come per metterla in salvo. Sulla maglietta, tra le trecce da vichinga spuntava un orsetto grigio, di quelli ricamati con cura, in modo tale che il bassorilievo dia l’impressione della presenza reale, materiale, dell’amico del cuore. Quell’essere aveva un non so che di sinistro, lo avevo visto venir fuori dall’indumento, lanciarsi meschino e bavoso contro il lunotto posteriore e poi squagliarsi lasciando sul vetro strisciate di liquido limaccioso, poi era scomparso. Ma lei ci aveva visti, aveva già capito, lo vedevo dai suoi occhi. Aveva lo sguardo di chi guarda lontano, no, non lontano, di chi guarda attraverso; quegli occhi mi avevano passato al vaglio, mi erano penetrati sotto pelle, avevano oltrepassato i muscoli, fino alle ossa, avevano fatto un giro tra gli organi molli e poi molecola per molecola, erano andati oltre. Ed erano occhi chiari, di quelli inespressivi come protesi di vetro, che al massimo possono sembrare finestre da cui guardare, ma mai penseresti potersi rivelare appuntiti attrezzi di ispezione. L’ultima cosa che vidi furono le sue mani, tese in avanti, mani atticciate con dita tronche e grasse come salsicce di maiale e poi quel gesto del capo, portato a compiere una torsione inumana, in una rotazione di centottanta gradi, quasi che avesse preferito fracassarsi la noce del collo piuttosto che assistere a ciò che doveva accadere. E poi un tonfo sordo, acquietante ci raggiunse entrambi. “Che è stato” traboccò Walter. Uscii io per prima. Fuori dall’auto, nel retro vidi la ragazzina accasciata, con il marchio della ruota sul torace, proprio lì dov’era il ricamo. Non si muoveva, non si lamentava, non diceva nulla. Le diedi un colpetto col piede. Niente. “È morta” dissi secca. “Hai investito una ragazzina”. Walter si avvicinò lento. Si affacciò e si ricacciò indietro, poi si affacciò ancora. Sembrava cieco, non diceva nulla, guardava senza vedere, lesso con la stessa partecipazione di chi assista

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al racconto mal riuscito di una tragedia piuttosto che alla tragedia stessa. Ma non appena un rivolo di sangue venne fuori dalla bocca del cadavere e si mischiò al mattonato, realizzò di trovarsi nella merda e cominciò a dar di matto. Iniziò a bestemmiare e dare colpi sul tetto della macchina. Si lamentava con le mani tra i capelli guaendo in idiomi sconosciuti, il dialetto della sua terra; invocava santi e madonne. Infine cadde in ginocchio. Piangeva convulsamente. “Che ho fatto, Dio che ho fatto, l’ho uccisa”. Poi mi guardava supplice: “Sono fottuto. È finita è finita”. Feci un giro intorno all’auto, dovetti allontanarmi per trattenere l’impulso di prenderlo a calci. “Smettila, non gridare”. Ma lui ora era diventato sordo, strillava come un invasato e senza capirlo si stava ricoprendo di letame. “Taci cretino” dissi piano, ma con la solennità di una condanna a morte. Gli avrei sfondato quella bocca da fogna a ginocchiate, stava facendo troppo casino. Quella sua patetica scenata era una delle cose più indigeste a cui avevo mai assistito in vita mia. Non mi permetteva di pensare. Si sbatteva come un maiale sgozzato, stava davvero esagerando. Ci avrebbero sentito tutti. E infatti, dalla porta di casa uscì qualcuno. Era la signora. Ancora non si vedeva, ma la sentivamo avvicinarsi con quella voce roca da fumatore ventennale, avanzava verso di noi “Chi c’è? Chi è?” Afferrai Walter per i capelli, lo feci alzare da terra. “Valle incontro, asciugati la faccia”.Lui mi guardava con l’aria di chi ha deciso di farsi travolgere. Ma io no, io non avevo deciso un bel niente, se non di sopravvivere, comunque. “Muoviti, valle incontro e dì che ci sono anch’io”. La vecchia era spuntata dal vialetto, ora la potevo vedere e lei vedeva noi. Si avvicinava. Lui un invertebrato, lei sempre più vicina, lui sempre più abbandonato al compiersi degli eventi. Gli mollai un paio di sberle. “Vai, imbecille, muoviti”. Con le unghie infilzate nella carne fissandolo con sguardo sicario, riuscii nella persuasione “Non fare lo stronzo, stai calmo, andrà tutto bene”. Mentre lui le andava incontro vacillando un poco, io salii sull’auto. Con la retromarcia passai di nuovo sul corpo della ragazzina e con qualche manovra feci in modo che il cadavere rimanesse perfettamente incastrato sotto la macchina; la bambina non c’era più, in tutti i sensi. Scesi, li vidi parlare vicino l’ingresso. Li raggiunsi in fretta, per evitare che Walter sproloquiasse, mi presentai. “Ecco, tu sei la cugina di Walter” disse la donna, fissandomi un po’ di traverso, intensamente, con gli occhi a fessura, come se da quell’angolazione riuscisse a vedere più cose di quanto non gli consentisse uno sguardo di petto. O forse era un po’ storta per via dell’età. Io non dissi niente. Meno avremmo parlato e meglio ce la saremmo cavata. Era una donna molto alta e molto magra, piuttosto scialba, aveva tuttavia la fronte eccessivamente aggrottata, forse per ripararsi dalla luce dell’esterno, forse perché quell’imbecille aveva parlato troppo o forse perché in quel momento non dovevamo avere un aspetto troppo rassicurante. Nonostante ciò ci disse di entrare, voltandoci le spalle riemerse nell’abitazione e noi dietro di lei.

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Io non avevo ancora emesso suono. Cercai di comunicare con Walter, guardandolo in faccia, ma lui non mi guardava, camminava dritto a testa bassa, sembrava in trance. Allora mi appesi al suo braccio dandogli una srcollatina, lui mi scansò facendo di no con la testa. Non capivo. Era evidentemente sotto schock. La donna ci ricevette in una stanza ampia e molto luminosa, un’intera parete era a vetro e si affacciava sulla piscina a forma di cuore con trampolino in punta. Si era accasciata sul divano, a peso morto, con la stessa compattezza di un sacco di yuta, pieno a metà. Io ero in piedi accanto alla finestra, Walter non riusciva a star fermo, si spostava a piccoli passi descrivendo una minuscola circonferenza oltre la quale non si sarebbe mosso, sembrava scavarsi la fossa. La vecchia ci guardava facendoci rimbalzare addosso occhiate inquisitorie. Poi fece un sorso dal bicchiere che nel frattempo aveva riempito con del ghiaccio e qualcosa di alcolico e giallo, aveva compiuto quel gesto in tutta disinvoltura, senza neppure guardare, come fosse stato un riflesso incondizionato. “Allora tu che sai fare?” Si alzò in piedi e prima che io potessi rispondere disse di nuovo: “Gradite qualcosa da bere?” Rispondemmo di sì all’unisono, velocemente, scattando come sollecitati su un nervo scoperto. La donna si voltò perplessa, mi guardò a lungo, questa volta da capo a piedi, in profondità. Stava cercando qualcosa. Mi scrutava. Poi, si voltò verso Walter, lo guardò più bonariamente, accarezzandolo con occhietti lessi. Lui era di famiglia. “Walter, mi sembrate un po’ stranucci” disse, tradita da un’ansia lieve, ma crescente. “ Che c’è, è per l’anticipo che non ti è stato dato?” chiese, in una smielata buona fede. Ma lui ora le voltava le spalle e non rispondeva. “È che abbia… abbiamo viaggiato …siamo stanchi” improvvisai. Non volevo che parlasse, non capivo cosa ci facesse girato di spalle, immaginavo però che non si trattasse di timidezza. Ma lei ignorò completamente il mio intervento e continuò a pungolare Walter. “Walter, perché non rispondi, Walter, per carità mi dici cosa c’è? Abbiamo fatto qualcosa che ti ha offeso?” A quel punto lui finalmente si voltò. Avrebbe fatto meglio a rimanere dov’era. Una gran bella trovata scenica: aveva la faccia tutta imbrattata, dal naso stava perdendo litri di sangue; i ceffoni che gli avevo mollato prima di entrare in casa, l’aver tirato coca selvaggiamente o ancora la situazione delirante, o forse tutte le cose assieme erano esplose dal suo misero essere sotto forma di emorragia, fluviale. Gli occhi da maniaco, i vestiti, a terra, le mani fino ai gomiti, uno schifo, tutto era intriso di sangue, di sangue e lacrime, perché ora aveva ricominciato a piangere, sangue lacrime e una specie di pappa più chiara, un misto di muco e bava, tutto ciò gli colava fin sotto il mento, giù per il collo fino alla maglietta che aveva definitivamente cambiato colore, ora che aveva cominciato ad usarla come tampone per fermare il flusso, maledettamente incontenibile. La vecchia alla vista di tutto quell’orrore trasalì. Cominciò ad emettere urletti atoni agitandosi tutta, con le mani alzate come per sottrarsi a ogni responsabilità. “Gesù, Gesù mio” diceva e non sapeva che fare. Si muoveva inconsulta, con gesti superflui prendeva e spostava oggetti inutilmente, poi afferrò un panno e voleva porgerlo a Walter ma non osava avvicinarsi tanto era lo schifo che provava verso quella faccia trasfigurata. “Dio mio, devi andare sotto l’acqua…vai, vai a sciacquarti” e intanto si teneva a distanza, come temendo il contagio.

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Lui aveva preso a frignare, piangeva e si lamentava, e aveva ricominciato a invocare santi e parenti, in fine aveva cominciato a dire delle cose che avrebbe fatto meglio a tacere. “La macchina.. è lì sotto…” “Non l’ho vista, io non l’ho proprio vista…” bofonchiava confusamente con la bocca impiastrata e la voce strozzata. Ma intanto il mio potenziale d’aggressività era montato al massimo, se fossi stata sola con lui non avrei esitato a colpirlo a morte. Mi torturavo le mani nell’impossibilità di posargliele addosso. Avevo guadagnato qualche metro verso di lui, e speravo mi guardasse perché lo avrei fulminato con il veleno che mi schizzava dalle orbite, ma lui mi ignorava, era troppo preso dalle sue litanie. Continuava a borbottare frasi sconclusionate circa l’accaduto che la vecchia non riusciva, malgrado gli sforzi, a mettere in ordine. Di lì a poco si sarebbe definitivamente perso tra atroci sensi di colpa. Non poteva accadere. “Walter, smettila, falla finita” gridai e gli fui addosso. La vecchia mi guardò sconcertata. “Ma che dici, non vedi che sta male?” Gracidò stizzita. Ma lui continuava e alla fine sbottò. “Signora, non l’ho fatto a posta. Non volevo, giuro, non volevo proprio” Io ormai lo scuotevo torturandolo con le unghie nella carne, con quanto più livore potessi investire nel tentativo di salvarmi. “Smettila idiota”. La vecchia adesso era seriamente agitata. Si avvicinò anche lei, tremolante, ubriacata dall’ansia e dalla pazienza giunta al culmine: “Insomma dimmi” traboccò stridente in un tono alterato e fastidiosissimo come un’unghia sulla lavagna. Aveva gli angoli della bocca tesi, come se qualcuno la stesse tirando dalle orecchie e teneva gli occhi chiusi, tremando tutta, perché in fondo aveva una paura marcia di conoscere la verità. “Walter, ti spacco la faccia”. Lui era andato. “La bambina, signora, la bambina”. A questo punto lei impazzì del tutto. Urlò ferinamente e con un balzo gli fu addosso anche lei. Lo aveva agganciato e lo scuoteva come un panno. Ormai eravamo un groviglio di mani e di teste e di piedi che si contorcevano in una danza oscena, che si dibattevano senza regole, eravamo scivolati clamorosamente, ma io non volevo cadere. “Che cosa, che cosa hai fatto a mia figlia?” A quel punto non c’erano più scorciatoie. Quella domanda esigeva una risposta, tutte le vie traverse si erano ricongiunte in quell’unico punto, lo stallo, avvolto nell’eco di un grido che aveva nella mia testa l’effetto di un’implosione. E poi successe. Accadde in un attimo. Intontita dallo sciame che avevo nelle orecchie, portai la testa indietro e una prospettiva ribaltata mi si presentò dinanzi insolita e fertile come un continente inesplorato. Le pareti della stanza sembravano lontane anni luce, lo spazio dilatato. Gli oggetti avevano perso quella patina di fiacchezza che li rende usati, consueti, sottovalutabili. Così alla fine lo vidi, l’attizzatoio, accanto al camino, poggiato inerme, inutile nel suo essere attizzatoio in Agosto. Andai da lui, lo afferrai, era massiccio e appena appena ruvido; mi dava un tale senso di sollievo tenerlo tra le mani che mi trattenni dal fare qualsiasi cosa, godendomi il fresco del metallo tra le dita. Ma poi come per disincanto, mi raggiunse di nuovo secco il guaito della vecchia e allora

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la infilzai, in un gesto pulito, all’altezza dell’addome. La trapassai come una preda troppo facile. Non credevo fosse così semplice cacciare un ferro su per il ventre di un essere umano. L’arma sembrava animata di intenzione propria, era bastato poggiarla che in un attimo le carni si erano aperte accoglienti come burro e lei era caduta, pesante in un tonfo con gli occhi vuoti e ancora in volto quell’espressione stuccata. “Ciao ciao” sussurrai, mentre la osservavo perdere le forze Lei sprofondò definitivamente nel pallore solo dopo qualche minuto; prima di smettere di esistere e di far rumore aveva cercato ancora di dire qualcosa, ma dalla bocca gorgogliava un rivoletto scuro, ansioso di venir fuori e forse era soffocata prima ancora di morire dissanguata. Finalmente il silenzio. Mi abbandonai sul divano, ero stanca, guardai nel bicchiere che fino a un momento fa lei aveva maneggiato, il ghiaccio si era sciolto, lo sorseggiai dapprima, poi con un gesto veloce lo svuotai mandando giù un boccone insapore tuttavia ingombrante. “A che ora arriva il marito” chiesi a Walter, senza voltarmi. Ma non ci fu risposta. “Walter, ti ho fatto una domanda”. Lo sentii muoversi, forse si era grattato, ma non avevo voglia di guardarlo. “Walter” “Questa sera, sul tardi” rispose con un filo di voce che non sembrava la sua, profonda e lontanissima, come fosse nascosto in una grotta. Con una mano gli feci cenno di raggiungermi sul divano. Lui arrivò, lo accarezzai e lasciai che poggiasse la testa sulle mie ginocchia. Accesi una sigaretta ,mi guardai intorno, in quella posizione era più facile rendersi conto di quanto fossero ricchi i ricchi. Lasciai cadere la cenere a terra, come per dispetto; tutta la stanza era piena di oggetti di valore, dalla tecnologia alle paccottiglie d’antiquariato. Lei era rigida sul parquet, da capo a piedi non occupava che una piccolissima porzione di spazio. Si era come raggomitolata in punto di morte, sembrava sgusciata via all’improvviso dal ventre di chissà quale animale mitologico, lì, in quella posizione fetale in quella pozza di sangue. Un piede, l’altro piede senza scarpa, chissà dov’è andata a finire; la cavigliera, ma guarda, dalla cavigliera penzolava una S d’oro, dalla S d’oro penzolava un grumo di sangue, Samantha, Silvana, come ti chiami? gli anelli, due, tre, quattro sulla destra, tre sulla sinistra, no, quattro sulla sinistra, allungai il collo per vedere meglio, il mignolo galleggiava arenato nella pozzanghera motosa che continuava a sgorgare dal punto in cui il ferro l’aveva trafitta, avevo sentito dire che il corpo umano può contenere due litri di sangue circa, quella donna doveva averne delle riserve extra nelle braccia flaccide, nel seno gonfiato. Sul seno una spilla, ancora una S, appuntata lì dove gli schizzi avevano creato un disegno inaspettato, il collier, pesante, a maglie doppie, brutto, una catena d’oro per una vacca profumata, l’ orecchino, corallo e perla sul lobo grinzoso , simile a un frutto lasciato seccare al sole, l’altro era schiacciato contro il pavimento, assieme a quella parte della faccia che era annegata nel proprio rigurgito. Aveva dei lunghi capelli quella donna, pochi come chi soffra di calvizie, a tratti sulla nuca le si aprivano tra un ciuffo e l’altro banchine di cute arida, di

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un colore insipido, tra il grigio e il rosa, in netto contrasto con il colore acceso dei capelli che colpiti dal sole, riflettevano di un rosso cupo, stoppaccioso, come pelo di cane. A giudicare dalla luce non doveva essere troppo tardi, guardai fuori, questa stagione maledetta non finirà mai doveva fare ancora molto caldo, caldo da boccheggiare. Faccio un tuffo in piscina La sigaretta era finita, la spensi sul divano. Mi scrollai Walter di dosso e mi allontanai a un passo dal divano. Il cadavere era ai miei piedi, lo guardai un momento, preferii oltrepassarlo con un balzo piuttosto che girargli intorno, mi cadde l’occhi sullo scaffale degli alcolici Anzi, mi preparo un drink due di ghiaccio, gin feci una carrellata sulle bottiglie, e rum . Però avevo anche fame. Pensai alla cucina, in fondo ero andata lì per quello magari prima mangio qualcosa, si, prima mangiare poi nuotare. Allacciai le mani dietro la testa, mi sentivo accartocciata, come se due braccia da gigante avessero improvvisato con me una palla sbilenca, troppo leggera per resistere alla corrente, troppo poco compatta per sopravvivere al primo rimbalzo. Una nuotata mi farà bene. E solo all’idea già stavo meglio. Non c’è fretta, non c’è proprio nessuna fretta. Abbiamo tempo. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Tutto il tempo del mondo.

Monica Nardozi

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Trastevere

Benedetta

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In Mansarda La sculacciata arriva bruciante e secca, quasi a sorpresa: Lisa toglie veloce la mano dal muro cui si appoggia e se la porta alla bocca per non gridare, ma le esce un’esclamazione soffocata. Ha perso una scommessa fatta con Luca e ora la sta pagando: sette sculacciate in silenzio e, in più, fra l’una e l’altra subire giochi sui seni. Una volta arrivata nella mansarda, lui le aveva ricordato gli accordi: non doveva mai aprire la bocca per gridare, anche se erano concessi gemiti e mugolii: mai parlare, limitarsi a muovere la testa per rispondere a eventuali domande. Aveva poi elencato le punizioni a cui in più si sarebbe dovuta sottomettere nel caso di silenzio non rispettato, indicando due oggetti sul grande letto. Lisa aveva pensato che doveva assolutamente stare zitta, a qualsiasi costo. - Hai usato una mano per chiuderti la bocca. Lei annuisce con la testa. - Hai ragione, non avevo detto che non potevi aiutarti in qualche modo. Rimediamo, non voltarti. Lisa lo sente camminare per la grande camera prima di prenderle i polsi e legarglieli dietro la schiena con forse un foulard. - Ora dovrai contare solo sulla tua volontà per non aprire bocca, Lisa. La fa girare. È ancora quasi vestita, con i jeans abbassati e le mutandine attorcigliate come un perizoma. E sulla natica sinistra il segno delle cinque dita di Luca. Lui le slaccia la camicetta, guardandola negli occhi e sorridendole: prende i seni con le due mani per accarezzarli e stringerli, solleticando i capezzoli attraverso il pizzo nero. Sente che Lisa inizia a sciogliersi un po’ e che nonostante tutto si sta godendo quel momento, la vede trasalire quando le scopre del tutto il petto facendolo uscire al di sopra del reggiseno, che le lascia addosso allacciato. Lisa si sente improvvisamente più nuda così che se le togliesse tutto. Quando Luca la bacia sul collo e sui seni, si accorge di non aver mai fantasticato su quell’uomo. Ha ventidue anni e lui trentasei, è amico di suo fratello, lo conosce da tanto. E ora… E ora lui si china e le slaccia le scarpe da ginnastica, gliele toglie, abbassa i jeans e glieli sfila. Era previsto ma si sente ugualmente un po’ spiazzata. - Vieni, appoggiati a questa scrivania, mettiti comoda. Guarda come sorride, lo stronzo, pregusta già il panorama, per fortuna ho ancora le mutandine.

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Va verso lo scrittoio sotto una finestra. Non ci sono tende e Lisa guarda fuori. Ha smesso di piovere e il sole che fra poco tramonterà rende tutto dorato e luminoso. Vede diverse terrazze a vari livelli, con gradini e porte-finestre e, sullo sfondo, i colli. Ci manca solo che qualcuno mi veda mezza nuda che prendo sculacciate. A immaginare che questa vacanza sarebbe finita così non sarei neanche partita. Si appoggia e i seni si schiacciano contro il legno mentre si mette in posizione con il pensiero fisso di tenere la bocca chiusa. - Apri di più le gambe, Lisa. Le apre. Si sente esposta e impotente. Aspetta. Lui le accarezza le natiche, risale un po’ sulla schiena, sotto la camicetta, scende. Lei pensa che avere i polsi legati è strano ma eccitante. Poi all’improvviso si sente tirare per i capelli scompigliati, arriva una sculacciata fortissima sulla natica già colpita: si morde le labbra per non gridare ma le scappa lo stesso un gemito e poi un altro, perché fa male e brucia da morire. Lui le lascia andare i capelli. - Vieni, alzati, bravissima e ubbidiente. Non me l’aspettavo, ribelle come sei. Lei vuole rispondere di andare a quel paese, lui e la sua scommessa vinta, ma ricordando la punizione si limita a guardarlo ferocemente. Luca ride, poi le prende tra le dita i capezzoli e ci gioca a lungo, pizzicandoli forte e tirandoli,

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alternando strizzate e torsioni a baci e piccoli morsi, godendo nel vedere che lei si dimena stringendo le labbra, cercando di sottrarsi. - Ora coricati sul letto, a pancia sotto. Lisa va sul letto, si sistema, sente bruciore ovunque, sulla natica e ora anche sui seni e poi ha bagnato le mutandine. È stupita di sentirsi eccitata. Non ha mai subìto niente del genere: qualche storia, come tutti, ma con sesso tranquillo. Molto tranquillo. - Lisa, ti tolgo le mutandine. Fa parte del patto, lo sai. Fa di sì con la testa, lo sapeva. - E ora alza il culo, come se lo facessi di tua iniziativa. Non è facile, con le mani legate, ma ci riesce e si ricorda ancora una volta di non gridare, che il cuscino forse l’aiuterà a soffocare un urlo, se necessario. Cosa fa? Starà guardando lo spettacolo, forse non si aspettava che avessi la passera depilata. Se si accorge che sono bagnata m’incazzo. Anche se forse sente l’odore. Spero di no. Cosa sta facendo? Mi accarezza il culo. Scende anche sotto, lo sapevo. Luca è incantato ed eccitato dalla donna che lo tratta da sempre come un fratello. Beata scommessa vinta, grazie Lisa per il tuo carattere impulsivo che ti fa cacciare nei guai: tutta depilata, che troietta fantastica! Troietta, poi. Non la vedeva spesso, ora che lei non abitava più a Roma, ma sembrava una ragazza dalla vita sessuale molto più tranquilla di quello che voleva far credere. Le fa aprire di più le gambe per vedere da sotto le natiche anche la passera bagnata e mira proprio lì in mezzo, con una sculacciata potente e cattiva che colpisce tutto quello che lui vuole colpire e le provoca un gemito strozzato, e subito dopo un’altra sempre lì, ancora più forte: sorride a vedere Lisa soffocare il viso sul cuscino per non urlare. Si annusa la mano, l’odore dell’eccitazione di Lisa è buonissimo e lei è riuscita ancora una volta a non gridare. Ma non è finita, pensa divertito. B r u tt o s tr o n z o f a n a t i c o v a f f a n c u lo t e e i ltu o q u a dr o d i m e r da c h e a m o a l l a f o l l i a e c h e s a r e b b e a c a s a m i a senonavessipersoquellascommessadelcazzocheerosicuradivincereaocchichiusi. Lisa è senza fiato. Le brucia tutto, anche la passera. Due sculacciate insieme. Stronzo. Non ha urlato per miracolo. E ora lui giocherà con le sue tette. Stronzo al cubo. - Sei stata bravissima anche questa volta. Ora girati, rilassati un po’. Brucia? Lisa lo fulmina con uno sguardo pensando No, figurati! Tanto non ti do soddisfazione, non parlo, niente punizione, scordatelo! E non sorridere, cazzo! Luca prende uno dei due oggetti dal letto, un robusto frustino per cavalli, e inizia ad accarezzare con quello i seni di Lisa: pian piano scende a solleticare ombelico e passera e gambe e poi risale, insistendo sui capezzoli, torna a scendere, ancora e ancora.

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Lei pensa a come sia possibile avere i polsi legati, bruciare ovunque e nello stesso tempo sentire il piacere salire chissà da dove, sempre più intenso. Poi, smette di pensare, godendo il momento. - Alzati ora. Andiamo in fondo alla camera. Il tetto si abbassa, sul fondo della mansarda. Luca la slega e lei si sgranchisce le braccia, camminando e guardando fuori dal finestrone ad arco, distraendosi e guardando in lontananza la statua sul Vittoriano che si intravede fra le case. - Togliti la camicetta e il reggiseno. Si riscuote e ubbidisce. È nuda. E lui sempre vestito. Ed eccitato, si vede sotto i pantaloni e lei gongola soddisfatta. Salvo poi tornare seria quando lui le alza le braccia e le lega i polsi a un anello di ferro appeso al soffitto di legno, che in quel punto è piuttosto basso. Ci risiamo, pensa Lisa. Lui è alle sue spalle: La abbraccia da dietro, gioca con i seni stringendoli forte e maltrattandoli, e più Lisa si dimena più lo sente grande e duro contro il sedere. Si sforza di non aprire bocca. Luca smette di toccarla all’improvviso, le si affianca e le assesta due sculacciate così forti che le mani gli fanno più male del previsto. Le guarda il viso. Vede che ha gli occhi lucidi, le labbra serrate da cui esce solo un rantolo. Ha un’espressione di sfida totale. Adorabile. Ancora una e poi esco da questa situazione assurda, è quasi finita, sono stata brava, sì, toccami pure le tette, stringile, ora anche i morsi, vaffanculo posso resistere, non ho urlato, niente punizione, perché mi bagno così, non è giusto, non continuare che vengo, smettila, basta, non capisco più niente, basta, mi fai male, quasi vengo, basta cazzo basta. Luca si ferma sorridendo, come le leggesse nel pensiero, a sorpresa le tira i capelli per farle rovesciare indietro la testa e la bacia sulla bocca. E Lisa risponde al bacio. Già finito? Lui la slega. - Dai, ancora una sculacciata e hai pagato la scommessa. Si siede su un ampio divano basso. - La posizione più tradizionale, Lisa, sulle mie ginocchia. Lei si avvicina, si china per sistemarsi, si puntella con le mani per terra, stomaco e bacino sulle gambe di Luca, seni che sporgono in fuori, gambe semipiegate, esposta ancora una volta. Attraverso i pantaloni sente il cazzo duro premere contro di lei. Fa un sospiro profondo. Lui le accarezza schiena e sedere, dolcemente, come a volerla tranquillizzare prima del colpo finale e allora Lisa, lasciandosi andare per un attimo, pensa al castigo previsto nel caso gridi.

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Luca era stato chiaro: - Se apri la bocca per urlare, anche solo una volta, per punizione poi la aprirai anche per succhiarmi il cazzo, finché ne avrò voglia. E poi sicuramente la aprirai per urlare quando sul tuo bellissimo culo userò quel frustino che vedi là sul letto. E poi scommetto che la aprirai per gemere forte quando ti prenderò la prima volta, perché non sarò molto gentile. Poi, in ultimo, vedi quel vibratore? Te lo infilerò nella passera mentre sei a pecorina sul letto e intanto ti inculerò così a lungo che urlerai supplicandomi di smettere, ma prima di accontentarti passerà molto tempo… Lisa sente che è quasi fatta. L’ha scampata bella, scema che era stata. Pensa che il suo culo rimarrà vergine ancora per un bel po’ di tempo, poco ma sicuro! In attesa di chi? Già. Luca smette di accarezzarla, con un sorriso segreto dentro. Lei si irrigidisce, preparandosi. Oddio ci siamo, sta arrivando. La sculacciata arriva. Leggera, la più leggera di tutte. E Lisa urla forte, con la bocca aperta… apertissima…

Claudia F. tavola di Paolo Raffaelli, “Moka”

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Robbe’

A Robbe’, non devi d’ave’ paura. Vie’ qua, te porto in un posto bello bello. Te ricordi quanno guardavi ‘e giostre e te piacevano tanto, co’ tutte ‘e lucette. Che s’appicciavano e se spegnevano, s’appicciavano e se spegnevano. Eh, te ricordi? Che te mica ce salivi sopra, ché ci avevi paura. Stavi sur muretto, er gelato in mano, a guarda’ ‘e lucette e stavi a pensa’ che quelle stavano a significa’, un codice, un codice alieno, sa Iddìo cazzo te passava per la testa. Ecco, aspe’, famme passa’. Essu, e mo’ che c’è? Nun fa quella faccia e schiodate quei piedi da terra e movete, su. Famme apri’ ‘a porta. Ecco, guarda quanto è bella sta stanza, quanta luce c’è! Eh, Robbe’, te piasce? Eppoi, te ricordi de quanno te ne sei annato pei monti per guarda’ dall’alto tutte quelle svisate ner campo de grano de tu’ nonno e dicevi “So’ lloro! Ce vonno comunica’! Ce vonno comunica’ quarcheccosa!”. E urlavi, e mica volevi scenne da quella cazzo de montagna, mentre tutti erano a consola’ er nonno all’ospedale, ché s’era annato a schianta’ cor trattore contro er casolare per un fiaschetto di vino in più. ‘Nnamo Robbe’, nun fa’ storie, entra. Guarda che pareti! Te ce l’avevi mai avute? Eh? Tocca, tocca, so’ morbide, nun è strano Robbe’. Mo’ te do’ una mano, eh. Mettete sta camicia. E no, cazzo, la devi da gira’! Se mette ar contrario. ‘E maniche so’ lunghe? Eh, grazie al cazzo, quelle mica si abbottonano.

Antonio B.

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Diderael feat. Roberto Tossani

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Domani Pomeriggio al Caffè Greco Il Conte Celestino Totunno amava il Caffè Greco soprattutto d’estate, quando l’arsura del clima e il fetore dei vicoli spingeva i gentiluomini al coperto, lontani dal volgo che affollava le strade. Appendeva la tuba sui pomelli oltre la soglia, e si muoveva tra i tavolini rotondi, maneggiando il bastone e slacciando la marsina color panna. Salutava le signore, faceva un cenno di intesa verso un borghese (cui doveva un prestito in scadenza), si inchinava a una Marchesa rinsecchita. Una volta seduto si concedeva un caffè, ovvero un’acqua e limone per calmare la sete. A suo modo, la frequentazione del Caffè in Via dei Condotti, era quasi un lavoro perchè Celestino Totunno aveva un segreto. Il Caffè era frequentato da un’umanità variopinta e spigliata, che discuteva le idee stravaganti e coraggiose che animavano il secolo, a dispetto delle giustizie che avvenivano ai Cerchi o a Piazza del Popolo. Ma al Caffè Greco gli sbirri del Papa non s’eran mai fatti vedere, forse per via degli stranieri o magari perchè perfino il Santo Padre preferiva ignorare quell’interessante luogo di perdizione: pittori, filosofi, musicisti e mignotte, scrittori, nobili e avventurieri. Ma quel giorno di Maggio del 1818 il carbonaro Conte Celestino entrò al Caffè Greco perchè aveva un appuntamento. Riconobbe l’uomo che l’aspettava in piedi, contro una parete, unicamente per il fiore azzurro all’occhiello. Portava una giacca nera e polverosa, sembrava scolpito nel carbone, con il tratto sfocato. Celestino lo rag-

giunse nella prima sala e si portò il pomello del bastone alla fronte, in segno di saluto. L’altro unì il pollice e il medio della mano e sollevò rapidamente l’indice all’altezza del naso, con lo sguardo torvo. Celestino vide il gesto e rammentò il segno dei Calderai. Si sedettero e Celestino rimase stupito per la trasandatezza, i capelli ricci e scuri, le dita sporche dell’uomo. - Dunque? Come vi chiamate? – chiese Celestino, non nascondendo l’imbarazzo di averlo vicino. - Mi chiamano Remo.- rispose l’uomo che parlava senza accento. Celestino si disse che era strano: possibile che quel furfante non parlasse ciociaro o napoletano? - Io sono il Conte Celestino Totunno. E come mai non vi hanno impiccato in Molise, insieme agli altri? L’uomo sollevò le labbra per ridere (ma gli apparve uno spavento antico negli occhi, fatto di macchia e di montagna e di sbirri che inseguono coi cani, di forche erette nei paesi, di baracche, morti de fame e buie galere). Lasciò andare un rantolo, sempre sorridendo. Poi s’acquietò, come le frattaglie che bollono in pentola, una volta messo il coperchio. L’uomo rimase accigliato, scuro in viso. Avvicinò il volto sporco a quello di Celestino: - mi hanno mandato per ricordarvi il vostro compito, qui a Roma. Anzi, si può dire che sia io, il vostro compito. - Che c’è che non va? E quale compito? – rispose l’altro. Celestino odiava aver a che fare con quel genere di uomini, sozzi avventurieri

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che scampavano la forca e la ghigliottina, assassini e stupratori. L’altro, che sapeva come la pensava, disse: - Sono tre Lune che non vi fate sentire e che rifiutate i contatti coi fratelli. Dobbiamo pensare che siate passato dalla parte dei lupi? Taluni, ve lo confesso, ne sarebbero felici. – disse l’uomo in nero e continuò a fare sfoggio di quella sua parlata corretta, a dispetto del suo abito e del generale apparire. - Ci vuol tempo per entrare in certi ambienti, specialmente in quelli romani. - Ma sono ambienti che v’appartengono, fratello. Avete passato tutta la vita tra i nobili affamatori e tra i tiranni del popolo. E questa è cosa nota.- Così come è noto che voi nasceste tra i briganti e al soldo dei papisti.- Rispose il nobile Totunno, che ancora non si spiegava la decisione della Carboneria di prendersi all’interno questi banditi. - Adesso facciamo le cose insieme, non ve l’hanno detto? – insistette l’altro. Celestino sorbì il caffè. Due tavoli più a sinistra vide la Marchesa di Narbonne, con cappellino e guanti ancora calzati, in compagnia di un nobiluomo polacco (reduce da una visita ai Palazzi Vaticani, per conferire con l’Elemosiniere Papale). Si guardò in giro preoccupato e pensò che doveva liberarsi in fretta del suo personale bandito. La Marchesa per il momento non sembrava essersi accorta di nulla. Era una bella donna, non più giovane ma charmante, La Marchesa aveva un passato in penombra, di cui tutti sapevano poco. Nei corridoi dei palazzi romani, alle cene e nelle file di carrozze che andavano in campagna per sfuggire l’arsura e l’aria malsana, si rincorreva la voce che lei fosse ricchissima, per il lascito di suo marito, un Barone di Francia (che non aveva lasciato la Patria, durante il periodo di Napoleone). Il Barone (pare, bellissimo) aveva servito negli eserciti del Corso con il grado di

Colonnello, fiero di essere Repubblicano. Si diceva pure che la Contessa, a Firenze, avesse un amante, che però nessuno aveva mai visto. Un cocchiere che Celestino conosceva, affermava che era stata pure in galera, a Genova, dove era stata frustata dalla sbirraglia. I capelli biondi le scappavano in boccoli, da sotto il cappellino. Celestino vide con l’occhio della mente una sottana lampeggiare, arrotolata su una coscia. Si volse verso Remo, sudando freddo suo malgrado: - Dunque, che devo fare, mio buon fratello? Finiamo questa conversazione, ve ne prego. Altrimenti sarò costretto a chiedervi di uscire anzitempo. - Questa sera, a Piazza di Spagna. Alle nove. Ci sarà anche io, se non vi dispiace. Celestino annuì, felice che si fosse arrivati al punto, disturbato dalla presenza di Remo, preoccupato che qualcuno (la Marchesa per esempio?) potesse notarlo in compagnia di un simile personaggio. - E i Soci sono avvertiti? - Sono loro che mi hanno mandato qui. Ci vediamo al tramonto. - E’ inteso. E adesso vogliate scusarmi. Ho delle faccende da sbrigare. Come la riconoscerò? - Conosco la sua carrozza. La vedrò arrivare io.- rispose Remo, che si alzò, non senza un’ultima occhiata. Si girò e spintonando la gente che affollava il Caffè, si dileguò verso l’uscita, sparendo nella canicola pomeridiana, lui e le sue pessime maniere. Celestino sospirò. Ripensò alla solennità del giuramento che fece a Napoli tre anni prima, in un Natale freddo e piovoso: giuro di impiegare tutti i momenti della mia esistenza a far trionfare i principi di libertà, di uguaglianza e dì odio alla tirannia.. E poi finalmente Roma, e i salotti della nobiltà, il suo ambiente congeniale, da convertire alle nuove idee libertarie. Le carrozze lanciate sulle bianche strade notturne o nel mezzo della Processione di S. Antonio con il vetturino che si faceva largo schioccando

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la frusta. E poi gli appuntamenti galanti e il brivido dell’incognito, lungo il Tevere o nelle zone desolate del Prenestino. Pensava a queste cose, quando sentì una voce femminile: - Signor Conte, credevo di non sbagliarmi. Quando ho visto il gaglioffo, ho pensato che con lui non potevate esserci voi. Ed è qui che invece mi sbagliavo. Celestino vide che la Narboneuse gli sorrideva dietro il ventaglio, a cinque tavolini di distanza. Si alzò anche lui e la raggiunse, rimanendo in piedi di fronte al tavolino, le mani lungo i fianchi, una delle quali a reggere il bastone. Il Gentiluomo polacco lo guardò con la bocca spalancata, incredulo sull’atteggiamento di Celestino. - Perdonate la poca attenzione, Signora Marchesa, per non avervi notata per primo. Vi siete sbagliata: ero proprio io quello insieme al gaglioffo. Certi affari vanno trattati direttamente, non credete? Permettete che mi presenti al vostro gentile ospite. La Marchesa sorrise, tenendo alto lo sguardo, ma non fece nulla per presentarli. Il suo accompagnatore ansimò per lo sforzo di non alzarsi, e la donna gli appoggiò una mano sul braccio, carezzando piano la stoffa della marsina dell’altro. Il polacco parve diventare più tranquillo, ma rimase vigile, attento, con il monocolo stretto tra zigomo e sopracciglio. Celestino pensò che non aveva voglia di finire la giornata con un duello (sebbene dovesse provare la sua nuova pistola francese) e la Marchesa riprese a sventagliarsi, guardandolo fisso. – Talvolta capita anche a me, di stupirmi della canaglia che entra qui dentro. – aggiunse lui rimanendo in piedi. Ed era vero. Non si sarebbe mai abituato a quella gente. Quando aveva giurato nella Carboneria, si immaginava una società segreta di spiriti filosofici, idealisti, dediti all’umanitarismo. Non pensava di dover dividere la sua militanza con il volgo, dal momento che le sue idee libertarie presumevano comunque la persistenza del privilegio. E quindi era vero, questo suo stupore che stava comunicando alla Marchesa, che rispose: - La vostra è coda di paglia. Io mi riferivo allo scontro dell’altro giorno, proprio qui davanti a me, in questo caffè greco. Finalmente una cosa eccitante in questo Paese: un vecchio pazzo che farneticava contro il nazionalismo della Germania, aggredito da una ciurma pari a lui. Per poco non s’ammazzano, mio caro Celestino. - Vi riferite a quel filosofo...? aggredito da quei, come si chiamano tra loro, Nazareni? – Disse Celestino. - E’ lui. Pittori gli altri, credo. O fanatici decadenti. Stranieri, tedeschi comunque, chi altri si lancia con tanto entusiasmo verso la purezza, di questi tempi? Ormai caro Celestino, in questo nostro, vecchio paese, le novità avvengono solo grazie a loro. – - Paese? Quale Paese, signora Marchesa? – Rispose Celestino. La donna appoggiò la tazzina. Il polacco continuò a guardarsi intorno, infastidito dalla presenza di Celestino. L’uomo non capiva il movimento nella sala del caffè: tante persone diverse, non solo gentiluomini e nobildonne, ma militari delle ambasciate, artisti piccolo borghesi, poeti che si sbandieravano addosso i loro libelli, giornalisti clandestini, vecchi anarchici, lesbiche e scrittrici, servette di cucina e operai che portavano sacchi o cassette. Un intreccio di conversazioni e piccoli salotti: quelli produttivi per la cultura, per l’arte, per lo spionaggio, per il tradimento, per le teorie rivoluzionarie che agevolavano il lento affermarsi di volontà superiori, che dovevano aiutare (e in futuro sostituirsi al) la borghesia. - Questa sera darò un buffet, a Palazzo Germani. Volete unirvi alla compagnia? Avremo Monsieur Chopenhauer come ospite.

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- Ne sarò lieto.- rispose Celestino, - così potremo arricchire i dettagli dello scontro con i Nazareni. - E sarete ben accetto. Pensate che ho invitato anche Monsierur Overbeck. Sarà una serata interessante. Tuttavia. - Tuttavia? – chiese Celestino, che era stato assorbito dalla voce di lei, non dalle cose che diceva, ma a causa dell’attrazione che sentiva per la sua bocca, per la sua pelle, per lo sguardo drammatico degli occhi, per il timbro con cui s’esprimeva, e quindi quel tuttavia, così perentorio e sbagliato, lo trasse di nuovo nel presente, al Caffè Greco, in piedi al tavolino della Marchesa e del suo insofferente accompagnatore polacco. Poi lei, inaspettatamente, diede un colpo di tosse, violento, accelerato. Il polacco si sporse verso di lei, e lampeggiò uno sguardo verso Celestino. – So che avete un incarico.- continuò la Marchesa, passandosi un fazzoletto bianco sulle guance - e la vostra delicatezza, ne sono sicura, v’impedirà di chiedermi come lo so. - Celestino fece di sì con la testa. Certo che aveva un incarico. Ce l’aveva doppio, per così dire, il primo dei quali era per lei, qualunque cosa volesse. Il secondo era per quello screanzato di Remo. Rispose: Posso venirvi a trovare, chiuso l’incarico? – E da fuori venne un brontolio e l’agitazione del popolino. Quella tensione (che forse era l’aria elettrica del temporale), si propagò agli avventori, come le onde concentriche dello stagno. Ma se fuori dal Caffè Greco c’era fretta e paura, dentro al Caffè si provava sollievo, per essere al coperto. Dopo tutto, si pensava, forse un temporale estivo avrebbe spento la calura, e ripulito l’aria, almeno sui colli. Il Tevere si sarebbe ingrossato e ingiallito, le vecchie fontane di marmo e travertino (infossate nella terra e nei prati) avrebbero gettato fango e i vicoli delle zone basse sarebbero diventati ruscelli, talvolta fiumi (portandosi via cristiani, zozzerie e monnezza). - Guardi, sta piovendo. – Disse la Marchesa, colorandosi in volto. E in effetti l’acqua iniziò a scrosciare, battente, violenta, su Via dei Condotti. La Piazza era ferma, sotto il cielo grigio che mandava una pioggerellina. La fontana larga e sporca era chiusa alla vista dalla folla del popolino, ma Celestino la vedeva con lo spirito, quella gran barcaccia sfonda, bellissima. Lui e Remo si erano spinti fino all’inizio dello scalone. La prospettiva della Chiesa li schiacciava nella terra impregnata e battuta, ai margini della folla. Remo si teneva stretto il soprabito sul petto, e Celestino portava un fazzoletto di seta al naso, per vincere gli odori e filtrare l’umidità. Le voci si aprivano in romanesco e le grida degli ambulanti accompagnavano quelle dei bambini, che correvano tra i banchetti improvvisati, tra i piccoli recinti e sollevando le sottane che incontravano. Sulla destra si alzava un patibolo rozzo composto di assi di legno inchiodate alla buona. Sulla corta spianata di legno s’ergeva una ghigliottina che doveva aver visto tempi migliori e il sole calante traeva dal ferro della lama una riga di luce. Il boia stava ritto, fermo nel suo mantellone rosso, distogliendo l’attenzione da chi lo chiamava, tra la folla. Intorno al patibolo si alzavano gli stendardi dei preti incappucciati. I tamburi del corpo di guardia, scandivano l’attesa. Celestino era preoccupato, una piazza piena di popolani non è un bel posto per un nobiluomo come lui. Ma non poteva lasciarsi intimidire, per la sua educazione dopo tutto: in fin dei conti si trattava di mettere in pratica ciò per cui era stato addestrato, a governare il popolo e nient’altro. Cresciuto come rampollo e destinato agli alti gradi della diplomazia borbonica, o dell’esercito. Nulla di terreno vi può toccare, perchè la Nobiltà e la Famiglia vivono

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per sempre. Possono pure ammazzarvi, l’importante è non essere d’accordo, fare finta di niente, perfino di fronte alla morte. E allora Celestino si mischia con la folla, una mano sul fianco (a reggere la bisaccia bianca a tracolla), e l’altra stretta contro il cuore, a celare pistola e fazzoletto di seta. - Che dobbiamo fare? – chiese Celestino risoluto, come se a quel punto l’incoscienza potesse davvero trasformarsi in missione. - Lo vedrete, avete la pistola con voi? Vi servirà. Celestino si scostò un poco, per guardare meglio la nuca di Remo e la consapevolezza di morire lo colpì all’improvviso e rispose: – Ho sempre una pistola dietro. Questa poi è firmata da Boutet. E’ una pistola che viene da Versailles. - Me ne infischio della manifattura. Sapete usarla? – Remo non si girava mai, continuava ad avanzare verso il patibolo, facendosi largo tra la folla, a spallate. - Ditemi su chi devo usarla, e sbrigatevi. Perchè potrei rivolgerla contro di voi, e troverei la cosa divertente, gaglioffo che non siete altro.- L’altro si fermò all’improvviso e Celestino quasi gli finì addosso. Remo sollevò la schiena per respirare e poi disse: - Tra poco lo saprete. Seguitemi. Celestino provò un senso di stordimento, perchè si rese conto che la chiamata era finalmente giunta e che ai soci della Carboneria non sarebbero bastate più le sole informazioni raccolte in feste e banchetti. Questa volta, si disse Celestino, si faceva sul serio e almeno per quella sera, sarebbe stato difficile rivedere la Marchesa di Narbonne, e questo gli dispiaceva più di tutto il resto. Poi Remo si fermò e si volse verso di lui. Indicò con il mento il patibolo di fronte: - Tra breve porteranno il condannato, quello che lo accompagnerà è il nostro bersaglio. E’ il Cardinal Sorrentino, il comandante delle Gabelle sul Tevere. Salirà sul patibolo, per la sentenza. Noi mireremo e gli spareremo al cuore.- disse Remo. - Spareremo al cuore.- Celestino rimuginò sulla cosa. - E poi? – chiese. - Scapperemo. Il punto di incontro sarà domani pomeriggio, al Caffè Greco. – continuò Remo, fissando il patibolo. Celestino pensò a quello che gli sarebbe costato mettersi in salvo tra la folla. Da quel momento, anche se l’avesse scampata, sarebbe stato un ricercato e avrebbe dovuto cambiare città. Niente più Roma, ma Catania magari, o peggio Ferrara, altro che Caffè Greco! Poi l’intensificarsi dei tamburi segnalò l’avvicinarsi della carretta e un certo movimento lento e compresso nella folla, diede loro segno che il corteo di gendarmi e il condannato erano in marcia. Celestino capì che il suo tempo sarebbe terminato velocemente, anche se non sapeva che farsene del tempo residuo. Per un istante con l’immaginazione si vide superare l’ultima fila di gente, puntare l’arma verso il patibolo, tra i commenti salaci del popolino, e sparare contro il prete. E poi? Che avrebbe fatto, dopo che lo sparo si fosse dissolto nell’aria? Come sarebbe rientrato nella folla impaurita, per far perdere le tracce? E con quel vestito, poi! E continuò a farsi quel genere di domande, nei minuti successivi, dando il tempo al corteo e alla carretta di raggiungere il patibolo, preceduta dai fratelli dell’Orazione e della Buona Morte, che facevano oscillare gli stendardi del’Arciconfraternita. Alcuni sbirri rimasero ai piedi della scala, con le facce nere, i cappellacci calati sulle tempie, i bastoni stretti in pugno. I Dragoni di scorta presero posto dietro al patibolo, per proteggere Sua Eminenza il Cardinal Sorrentino. Era il momento, si disse Celestino, e in quell’istante non riuscì a pensare alla Marchesa di

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Narbonne (che forse lo aspettava a Palazzo Germani, insieme a quel suo filosofo tedesco) e nemmeno gli riuscì di udire quel farabbutto di Remo che gli chiedeva con insistenza se avesse affilato la pietra focaia. Sentì invece, un attimo dopo, la forte spinta che l’altro gli diede alle spalle, e si trovò barcollante, stupefatto, con la pistola di squisita fattura puntata verso la polvere, e la voce di Remo che urlava alle sue spalle, nell’improvviso silenzio: ...ABBIANO I PRINCIPI E I SOVRANI DELLE PRINCIPALI NAZIONI A SOTTOSCRIVERE GARANZIE DI LIBERTA’ CIVILE E PERSONALE... Celestino si guardò in giro smarrito e alzò la faccia al patibolo. Il Cardinale si era girato, tra le sottane svolazzanti, con il bastone decorato in una mano e la croce nell’altra, il boia armeggiava sulla ghigliottina, con le braccia tese dallo sforzo, il condannato in camicione pareva un pupazzo, sorretto da due uomini che puntavano i piedi sul tavolato di legno. .. TOLLERANZA DI TUTTI I CULTI ED ABOLIZIONE DELL’INQUISIZIONE, UGUAGLIANZA DI TUTTI IN FACCIA ALLA LEGGE, ABOLIZIONE DI OGNI PRIVILEGIO E DIRITTO FEUDALE... Celestino sollevò con eleganza la pistola e la puntò in direzione del Cardinale, mentre gli sbirri si facevano largo tra i tamburini, brandendo i bastoni. Dietro, dove ancora risiedeva il corteo dei preti incappucciati, un ufficiale s’impennò sul cavallo, provocando una mareggiata nelle file del popolo. ... LIBERTÀ DI STAMPA, RESPONSABILITÀ DI MINISTRI E IMPIEGATI, ABOLIZIONE DELLA TORTURA, MIGLIORAMENTO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, ELEGGIBILITA’ D’OGNI CITTADINO A QUALUNQUE IMPIEGO, CARICA O DIGNITÀ, PURCHÈ SIA CAPACE DI SOSTENERLI CON DECORO ED UTILE DELLO STATO! Celestino fece fuoco, mantendendo l’eleganza della postura e la precisione della sua educazione Borbonica. Poi Remo gli sparò alle spalle e l’impatto della palla sulla schiena lo fece cadere a muso in giù, nella polvere. Il Cardinale Sorrentino osservò il bastone d’oro, spezzato all’altezza del ricciolo, dove la palla di Celestino l’aveva colpito. Il vecchio rimase a bocca aperta, nella piazza che si stava sollevando come le onde del mare in tempesta. La Marchesa di Narbonne si portò il fazzoletto al naso, soffiando via un dolore che già conosceva. Rimase stordita vedendosi recapitare quella notizia non dal Conte Celestino Totunno ma da Remo. Non disse nulla e abbassò lo sguardo sulla tazzina del caffè. La sala più interna del Caffè Greco era deserta, eccetto lei e Remo. Poi si alzò, per lasciare il tavolino, ma l’altro la fermò, mettendole una mano sul braccio. Lei si strappò da quella presa e si girò verso di lui: Devo pensare che abbiate fatto il possibile, non è vero? – soffiò. - Sì Signora. Ma non è la prima sconfitta e non sarà l’ultima. La Patria è soffocata dai lupi, lo sa bene. Lei ristette, e qualcosa dentro le fece del male: - Patria? Quale Patria? – disse girandosi. Si prese le gonne e si diresse velocemente verso l’uscita.

Marco Bertollini LXXIV


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Planetario

Benedetta

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Diderael

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Ar Telefono L’antro ier sera quanno tramontava e er chiaro de la sera se scioglieva e faceva la notte ner baleno d’una romana e dorce tiritera me sò fatto coraggio e t’ho chiamata ar telefono amico dei codardi. Senza che tu vedessi la mia faccia pregna de stordimento e in più d’ambascia t’ho detto che partivo un po’ più tardi senza famme capì co li miei sguardi. Nun hai fatto la piega né un sospiro m’hai detto ch’eri invero si contenta ma co la voce che drento ar respiro procedeva annoiata e pure lenta. “Allora che voi fa, voi venì qui?” m’hai domannato un po’ pè fare fiato un po’ pè famme credere de si che davero volessi famme grato. Era dorce e cattiva ner contempo quella tua frase detta circospetta me faceva capì ch’era ormai tempo de vortammese er core a chi l’aspetta. “No, nun te preoccupà, c’ho un po’ da fare” t’ho dato pè risposta questo motto ”nun m’aspettà, e svagate un pochino, fatte trovà da l’amicucce care”. Io volevo venì, tutto d’un botto pè famme amare come so partito come a li tempi belli der trasporto quanno rispetto a oggi era invertito questo rapporto nostro ar suo traguardo; quanno m’amavi tu cor solo sguardo che te scoccavo quanno t’abbracciavo te intorcinavo tutta de passione te facevo smanià la convulsione come ar montaggio de la majonese ner novero dei piatti alla francese: e più m’amavi più me te negavo.

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Ora, co sto bruciore ar core de lo stommaco m’intorcino er cervello e le budella co l’interiora ar posto de la mente e ar posto der cor tuo la coratella. Me consolo magnando, svaporando de bianco imbecillente cor bianco der lenzolo pè sudario e a fine pasto diggerisco gnente. Ripenso a li bei tempi ora in carcassa a quanno me chiedevi “voi venì?” cor core in tal tumulto che la Sip ce faceva pagà la soprattassa. E quella sera stessa, attaccàti l’un l’altro come fronde me davi in pasto core e pure sesso movendo ner mio corpo mille onde. Ma se ho ben donde de parlà de onde è perché de ‘ste cose sono esperto: si, l’onde der mare solo e sempre a luglio e l’onde radio pè captà li mejo; ma l’onde der telefono conosco mejo der tipo losco le sue tasche: perché quell’onde lì sono un po’ strane te bucano er cervello cò l’impulsi de piagne solo le tue gocce vane pè finì dritto ar giro de l’insulsi. Ora la storia bella s’è invortata come ar tegame er fritto de frittata; quello che soffre adesso è il qua presente che appende la cornetta e in più se pente persino per averte disturbata.

Giorgio Califano Giorgio Califano, Tripoli, 1938, è il fratello gemello del famoso cantautore Franco. Autore di tre raccolte poetiche: “E mo’ sò arivati tutti” - 1964, “Fingere, fingere, fingere, sei vero se sei finto” - 1972, e “Sò tempi questi da lupi e da marrani” -1993. Si ringrazia lo scrittore Franz Krauspenhaar, curatore dell’opera omnia di Giorgio Califano, e la web rivista La Poesia E Lo Spirito per la gentile concessione.

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Si Fa Presto a Dire Roma Si fa presto a dire Roma. Roma però è grande, anche se ha un nome tanto compatto, e bisogna scioglierla e dividerla per raccontarla. Pure, rimane ancora troppo persa e vasta, troppo raccontata, troppo Roma per poterne dire qualcosa di nuovo e insieme di sensato; e allora cominciamo da me, che sono assai più piccolo di Roma e più facile da riassumere. Io e Roma ci conosciamo da anni, ma questo non è un incipit che vada bene; diciamo che io e Roma ci frequentiamo, e che lei c’è spesso quando mi succedono delle cose. C’era ad esempio: -al Prenestino, quando mi sono visto triste e solo, e ho pensato che la mia vita rassomigliasse al 14 che sferraglia ogni giorno verso la stazione, limitato io come lui da binari che non si potevano rompere, costretto ad una normalità brutta ed anonima. E vi assicuro che il Prenestino non è il posto più consigliato per una tale presa di coscienza; e benché oggi tenda a pensare che no, non avevo visto giusto quanto al mio futuro, pure non ho più avuto voglia neanche di avvicinarmi al 14 che continua, credo, a muoversi rumorosamente sul suo percorso di sempre, ed è solo un tram e questo soltanto lo salva dall’essere triste (eppure sono convinto che se un tram potesse essere triste, il 14 lo sarebbe di sicuro, sicuramente assai di più del 19, salvato da quella svolta a destra che lo porta ad un quartiere più vivo e a strade

che profumano di piante); -alla Balduina, in cima in cima ad una salita e a diverse rampe di scale, mentre mi spogliavo davanti ad una finestra, ed era ottobre ma era come fosse primavera; e io stavo tra lei e il sole che si ostinava ad entrare dall’ampia finestra, tra i raggi gialli che mi battevano sulla schiena, e non rinunciavano ancora, e i suoi occhi verdi che mi guardavano. Ora che ci penso, forse ero in controluce e il mio corpo grande e bianco era nero, come pieno dei suoi contorni, e il contorno che sporgeva di più (sporgeva nella media, diciamo; non utilizzerò certo questo spazio per vantarmi) era quello che poi sarebbe sparito per la prima volta nel biancore del suo corpo morbido. Lì sono stato felice, felice per tutta una serie di cose e di sentimenti che vanno molto oltre la situazione in sé, e anzi mi scuso con lei per non averla saputa vedere a sufficienza e per aver continuato costantemente a guardare oltre; -a Cinecittà, mentre fumavo e guardavo i gabbiani nel cortile interno, che erano ancora lì anche se era già notte. E lì ero tranquillo, anche se pensavo e pensavo e tutta la mia vita futura aveva la stessa consistenza del fumo blu che si apriva dinanzi a me; -al Policlinico, mentre tornavo alla metropolitana dopo aver fatto piangere una donna, lasciando alla pioggia il compito di annegare le sue lacrime e di nasconderle; me, me invece mi bagnava solo la pioggia, e di

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questo un po’ mi vergognavo, e forse avevo volendo assegnare a quel caso la giustizia e la ragionevolezza che in realtà sarebbero state fuori luogo, benché, per loro stessa definizione, giuste e ragionevoli; -allo stadio con altri 250, e per ognuno di noi c’erano cento posti liberi, e tutto sembrava troppo grande e le dimensioni parevano improbabili, finché non si era costretti a lasciar perdere la partita e a concentrarsi sull’assurdità delle proporzioni e su tutto quel bianco (era dicembre, come se non bastasse il resto, e il vuoto sembrava allargarsi al cielo banalmente e convintamente lattiginoso, padano come sono padani certi pomeriggi invernali a Roma, città cosmopolita anche nel clima); -e infine sul prato e sui supponenti gradoni d’anfiteatro al di fuori della Biblioteca Nazionale, quando di nuovo ho provato la sensazione di felicità completa e possibile, ma stavolta c’ero, c’ero io e c’era la felicità, e non avevo bisogno di allungare lo sguardo a chissà quali distanze. Roma, intanto, era tutt’intorno e fa parte di questo e di tanti altri miei ricordi, non tutti egualmente gradevoli o significativi, ma tutti comunque miei e impossibili (volessi; ma non lo voglio comunque) da rifiutare. In tutto questo la città mi ha fatto compagnia, tutto sommato mi è stata vicina e forse mi è anche stata d’aiuto. In ogni caso, mi ha sempre fornito degli scenari molto belli, spesso anche azzeccati e appropriati alle circostanze, e ha collaborato a quel processo narcisistico e cialtronesco, buono solo a mandare in malora gli psicologi col sostituirsi a loro, che consiste nel trasformare la propria meschina vita in scadente letteratura. Che è quello che io ho appena fatto, e ringrazio Roma.

Tamas foto di Beatrice Lencioni, “Feathers”

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Roam- ing Roma o mar

orma

(shhh) roma (splat) armo (bang!) roma rom-a (za-zaaa) ramo (pio) roma amor (smack) roma

‘r mao mora ah

roma

(shhtung!) roma (0)mmm(o) amo r oma ( uhh) roma…

Luca Paci foto di Malfredo, “Colosseo” LXXXI

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Collettivo Soda speciale Roma è dedicato a Gioacchino Belli e Franco Califano.

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