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L’occhio amoroso e la mano Lezioni di design di Nigel Coates monica a.g. scanu
Nigel Coates. Foto: Kensington Leverne.
Ho incontrato Nigel Coates a Roma in una bella serata estiva, nella verde e piacevole corte di un ex piccolo insediamento industriale nei pressi di Porta Portese, dove si trova la galleria di art design Secondome di Claudia Pignatale. In galleria sono esposti oggetti e arredi disegnati da Nigel Coates e presentati nell’ambito della mostra collettiva “Déjà Vu!” con la quale è stato inaugurato qualche mese fa il nuovo spazio romano. Come sottofondo della nostra conversazione, il musicale cinguettio degli uccelli sui rami. Nigel Coates, classe 1949, inglese eclettico ed estroverso, è architetto e designer e autore. Appare molto a suo agio a Roma, dove viene spesso per il suo lavoro soggiornando nei pressi di Piazza Navona. Parla anche un italiano forbitissimo! Nigel Coates è una figura solare e complessa, la sua esperienza spazia fra vari campi e ambiti: dall’architettura, al design, all’arte. Come afferma lui, è la sua vita che lo ispira. Sono i luoghi e le esperienze, che possono essere quelle legate all’intimità sessuale, ma soprattutto agli oggetti che hanno con sé un senso di dinamismo, che suggeriscono un significato che va oltre l’oggetto stesso. Sono la sua vita, l’infanzia, la sua persona, e poi quello che lo circonda, l’ambiente, costruito e naturale, a ispirargli quasi direttamente la forma degli oggetti e delle architetture. Racconta del suo amore per l’Italia che parte molti anni fa, quando all’Architectural Association di Londra comincia a conoscere i radicali di Firenze, da Archizoom a Superstudio. Negli anni coltiva questo amore, cercando di portare nella sua architettura le proprie esperienze: nella sua opera ha voluto portare l’essenza di Firenze, del cibo — ridacchiando confessa che l’Inghilterra era pessima all’epoca da questo punto di vista — dell’arte, e quel senso di civiltà che possono esprimere una città come Firenze o come altre città italiane con una piazza, con dei palazzi, il duomo, ecc. L’Italia è stato ed è tuttora un luogo di scoperta per lui, e gli ha dato la possibilità di esprimere qualcosa di se stesso che non si era ancora manifestato. Sin dagli inizi della carriera Nigel Coates si occupa di architettura e anche di design: in una delle sue prime esperienze giapponesi, il Caffè Bongo a Tokyo; oltre al Caffè progetta e fa realizzare tavoli, sedie, lampade, e commissiona a diversi artisti che lavoravano negli anni
Ottanta, come André Dubreil, Tom Dixon, ecc., opere d’arte che hanno fatto parte dell’interior design del Caffè. In quel momento, questo era un nuovo modo di fare interior design. Ogni cosa nel Caffè Bongo era stata progettata in base all’idea di Nigel di portare la Dolce Vita di Federico Fellini — ancora Italia! — nel mezzo di Tokyo, per dare una risposta all’esigenza dei giovani giapponesi di entrare in contatto con il mondo, di venire in Europa. Questo rapporto di Nigel Coates con l’Italia è d’amore ma è molto legato alle sue esperienze lavorative. E sin dalle prime esperienze si legge una predilezione per realtà industriali ma molto legate alla tradizione artigianale e alla sapienza manuale. Sin dal 1990 collabora una prima volta con l’azienda Poltronova, poi riprende in occasione della Biennale di Architettura del 2008. Il Direttore della Biennale, Aaron Betsky, chiede a Nigel di creare un allestimento sul sesso, uno spazio “erotico”: allora Nigel inventa Hypnerotosphere, un paesaggio vero e proprio ma composto da mobili realizzati in cuoio, di colore simile alla nostra pelle e anche più scuro. Progetta quattro prodotti che dal punto di vista superficiale ricordano la pelle del corpo umano, ma anche simili a un paesaggio toscano, per il colore e le ondulazioni. E indirettamente, innova il modo di lavorare dell’azienda, introducendo nuove tecnologie realizzative. Poltronova in quell’occasione ha realizzato un lavoro che Nigel ha molto apprezzato, con il pezzo centrale dell’allestimento rappresentato da una sella, con due cuscini molto grossi che rappresentano il cavallo, e poi una forma molto semplice sopra che è l’idea sintetica di una sella inglese ridotta però a un segno molto semplice. Questi pezzi sono stati importanti per l’azienda perché prima di realizzarli si occupava soltanto di riproporre dei pezzi storici, come ad esempio il Guanto Joe e lo specchio Ultrafragola, e invece in questa occasione c’è stata la scoperta di poter fare dei nuovi pezzi realizzati con delle tecnologie innovative. Il rapporto con Poltronova continua anche oggi con delle edizioni limitate, come il Coffee Table della serie “Domo” esposto in galleria, un elegante piccolo tavolo in cui la quercia inglese è accompagnata da un top in cristallo temperato che dà l’impressione di essere inclinato. Il Coffee Table si collega a un altro oggetto della prima collezione sviluppata negli anni
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Veduta esterna della galleria Secondome a Roma.
Novanta, una consolle che aveva una forma ispirata ai vecchi attrezzi da lavoro della campagna toscana, in particolare all’attrezzo di legno che si mette al bue o al cavallo per trascinare l’aratro — il basto. La consolle nasceva dalla fascinazione subita da Nigel da questi pezzi consumati, tutti lisci, in cui si vede la venatura del legno ma soprattutto i segni dell’uso quotidiano dell’attrezzo. A partire da questa prima consolle, che aveva una sola gamba, Nigel ha cercato di creare una nuova collezione a partire dalla forma della gamba, convinto che questo particolare riuscisse a esprimere qualcosa di contemporaneo, un primitivismo, un po’ di esoterismo etrusco, un po’ di scultura, anche un po’ di Brancusi. Il nuovo tavolo Domo è nato scannerizzando e computerizzando la gamba della consolle, poi riverificando il particolare in diverse scale, creando dei modelli in ccn per sperimentare il tavolo in altre dimensioni. Nigel costruisce così una famiglia di oggetti riutilizzando ed enfatizzando un dettaglio già usato molti anni prima, riproponendolo con gli stessi piccoli difetti che avvicinano l’oggetto all’imperfezione delle cose reali, come succede con le nostre gambe, che non sono esattamente lisce, ma fatte di leggeri incavi. I prodotti di Nigel Coates parlano di memoria e di luoghi, ma anche del lavoro dell’uomo, di una forma evoluta di artigianato, di qualcosa che è semi artigianale o semi industriale in cui diventa decisiva la capacità di certi software di prefigurare come sarà la forma finale dell’oggetto, e in
cui le lavorazioni finali sono opera dell’uomo. Nigel ha sviluppato negli anni un suo pensiero sulla realtà aziendale italiana del settore del mobile, frutto della sua esperienza professionale: osserva che alcune realtà aziendali italiane del settore del mobile, se devono realizzare un pezzo intagliato, oggi lo fanno utilizzando le macchine più adatte per quel lavoro, oppure ricorrendo a degli artigiani esterni, che sono come dei piccoli pianeti che ruotano attorno a una o più aziende principali. Oggi questo modello è in crisi. Ma, a suo avviso, il sistema italiano ha anche un altro grande atout, che è la sua grande capacità di vendere nel mondo gli oggetti realizzati con un grande contributo di artigianalità e di abilità manuale, di innovarsi da dentro dal punto di vista dell’organizzazione e nella comunicazione. La sua attenzione verso alcuni tipi di aziende italiane si vede anche nei prodotti sviluppati con l’azienda Fratelli Boffi di Lentate, azienda che parte vari anni con un intagliatore di sedie, il capostipite, e poi evolve in una diversa direzione, a partire dalla sua artigianalità, lavorando con i designer nella sua produzione e conquistando una sua nuova identità. Inizialmente l’azienda lavorava con il contract e realizzava qualsiasi tipo di mobile in legno, e aveva tantissimi modelli realizzati conservati nella loro fabbrica. Il primo progetto che Nigel Coates ha fatto con loro è stato di scegliere nel loro ampissimo magazzino diversi pezzi che poteva riadattare, e di realizzarne di nuovi facendo un bricolage. Il divano
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de sign Buttoned Up, morbidissimo divano con dettagli molto tradizionali, deriva da quel periodo. Ci sarebbero tanti altri aspetti della vita professionale di Nigel Coates da affrontare. Lavora con alcuni artigiani italiani del vetro di cui lui dice che hanno un linguaggio che può cercare di capire e tradurre in oggetti. Ha lavorato con AV Mazzega, azienda di illuminazione di Murano, e più di recente con l’artigiano Massimo Lunardon, e sempre in ambito illuminotecnica, collabora con Slamp, azienda di Pomezia, di cui è art director. Con Lunardon e con i pezzi di Secondome c’è un linguaggio tutto particolare dettato dalle dimensioni del tubo in cui si soffia il borosilicato, e Coates si stupisce che neanche a Venezia si possa fare un elemento di vetro che sia più lungo della lunghezza del braccio, quindi che la tecnologia del vetro detti le sue leggi e vincoli il prodotto finale. I pezzi in vetro per Secondome sono dei vasi di diverse forme archetipali, delle sorte di cupole con un disco che galleggia sopra, che nascono in occasione della partecipazione alla mostra “Kama Sesso & Design” curata da Silvana Annicchiarico nel 2012 alla Triennale di Milano, in cui Nigel ha cercato di realizzare una lampada che esprimesse l’effetto della lampadina a incandescenza. Aveva nella sua mente Francis Bacon mentre dipingeva molte volte una particolare lampadina che aveva al suo studio, una lampadina tradizionale con il filo e la lampadina pendente, riuscendo a rappresentarne l’alone luminoso in diversi modi. Ecco, lui ha cercato
di esprimere l’effetto dell’alone attorno alla lampadina, e le lampade Carry Artids hanno davvero degli effetti molto particolari, la luce della lampadina è ampliata dalla forma delle curve dell’oggetto. Il lavoro di Nigel Coates ci racconta che dietro ogni prodotto c’è molto tempo e anche una grande passione, a partire dagli schizzi — numerosissimi — che ho avuto la fortuna di vedere nel suo bellissimo taccuino, in cui ci sono tantissime idee di lampade e di altri oggetti, molte delle quali non diventeranno mai dei prodotti. E ci racconta anche che le cose vengono anche un po’ dall’istinto, e che se sei un designer puoi essere anche molto presente e rigoroso, ma una parte di te deve essere sempre libera, ci deve essere una sorta di “tilt” dentro di te, che non deve essere né catturato né spiegato.
Monica A.G. Scanu è architetto. Vive e lavora a Roma. Nigel Coates è nato nel 1949. Vive e lavora a Londra.
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Hypnerotosphere saddle, 2008. Materiali vari.