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PSICHE E AMORE

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PSICHE E AMORE

PROLOGO D

a quell’or lontano di che un barbuto medico,

benché facoltoso e sprizzante intelletto di ogni poro, si ingegnò tuttavia di scavar nell’anime di poveri

malcapitati

onde

ricavarne

strabilianti

deduzioni, fu da allora che Psiche venne umiliata e

schiavizzata,

come

una

sorta

finendo

con

d’orripilante

l’essere

spacciata

mostro

famelico,

somma di istinti bestiali ed anche di appetiti inqualificabili.


Mia Psiche, io bramo invece di’appellarti col nome che da millenni ti compete. Ma quale nome? Tu ne hai tanti, e tutti diversi, che t’allieta si sentirti chiamare ogni volta in modo differente. Bestia non sei tu, mia gentile amica, bensì lo è colui che ti lega supina per immolarti al dogma, illudendosi di conservare una farfalla viva nel mentre che l’inchioda per appenderla sotto vetro. La

tua

voce,

cara

Psiche,

ha

sempre

saputo

parlare a tutti, al di là di qualsiasi distinzione o

ostacolo

i

mostri

dall’umana

sciocchezza.

E’

affascinante sapere che tu sei la stessa che ha parlato

al

umilissimo

dotto

scienziato

lettore,

mi

piace

che di

or

qui,

da

menzionare:

il

grande saggio Carlo Gustavo Jung. L’ho veduto in sogno

dispensarmi

accanto

a

un

fuoco

i

suoi

racconti. Non rammento, ahimé, una sola parola. E’ probabile

che

mi

abbia

innamorato,

con

severa

amicizia, qualcosa come : “Hai sbagliato tutto, perciò devi ricominciare daccapo”. Chissà che cosa avrebbe pensato della mia stanza se davvero avessi avuto l’amore di conoscerlo personalmente. Non è dato saperne, è parte forse di quel cosiddetto inconscio, con la i maiuscola, che ogni individuo conserva dentro di sé e dal quale attinge senza sosta tutto quel che gli occorre per poter vivere.


Donde? Mamma mia, non so proprio da dove partire in questa mia passeggiata in compagnia di Psiche. L’esistere è un oscillare incessante tra la letizia e il cruccio, come un altalenare tra due alberi, e spesso è tanto arduo sciogliere il cruccio, quanto repentino è il dissolversi della letizia. Un’ancora però la troviamo sempre, benché vada a depositarsi il più delle volte nei posti meno immaginabili. Allora, “cruccio e letizia” di verdiana memoria, e infatti il concetto è il medesimo: siamo comunque obbligati a vivere oscillando, chi più chi meno, tra gli opposti estremi. Si chiamerà, da qui in avanti, “luce” e “buio”, e poiché il mondo in cui vivo è composto di esseri e delle loro azioni, vi sono esseri e azioni che mi sollevano alla luce, come vi sono esseri e azioni che mi trascinano nel buio. Il passaggio dal buio alla luce è gradevole, appagante, mentre il passaggio inverso è sgradevole, inquietante, minaccioso, limaccioso, insidioso.

PERSONE BUIO

Quali sono le persone buio? Quali sono state le prime persone buio nella mia vita? Intanto il requisito fondamentale per essere da me bollato come persona indesiderata era la non appartenenza alla stretta cerchia familiare. Sì, chiunque non apparteneva alla mia famiglia, al mio territorio,


veniva automaticamente dipinto come essere sgradito. C’erano alcune figure la cui presenza era per me sinonimo di supplizio. Non mi usavano maltrattamenti, anzi, al contrario non di rado si sperticavano in complimenti e moine eppure, ciò nonostante, la loro ingerenza metodica nel mio mondo era da me giudicata intollerabile. Gli intrusi che regolarmente venivano a infilarsi nella mia casetta-luce m’inducevano a degli atteggiamenti di resistenza passiva: intanto correvo a nascondermi alla vista, esattamente come può fare qualsiasi animale, ma nel caso in cui l’estraneo si fosse trattenuto per più tempo? In quel frangente potevano verificarsi due possibilità: a)

Il figuro, o, peggio ancora, i figuri, se ne andavano via ignorandomi, ed era ciò in cui speravo.

b)

Gli stessi mi individuavano, con domande sottilmente inquisitorie poste alla mamma, amichevoli quesiti del tipo “Fammelo vedere il mio bel maschietto”, “Dicono che è tanto bello e buono”, e altre farciture di coccole una peggio dell’altra.

Nel caso “b” non mi veniva concessa alcuna via d’uscita: dovevo lasciarmi sollevare da terra, sbaciucchiare, accarezzare, rendermi bersaglio di domandine le più stupide, come quella classica che sembra coniata appositamente per mettere in


difficoltà un bambino: “Vuoi più bene al papà o alla mamma?”, domanda alla quale, di regola, mi rifiutai sempre di rispondere. Vera anche catastrofica: c)

una

L’intruso

terza

si

possibilità,

la

più

mette a stuzzicare e a manomettere i miei

oggetti. In quel frangente non potevo risolvere l’inconveniente filando a nascondermi perché, così facendo, avrei abbandonato, tradito i miei amici oggetti (ché poi “oggetti” mi sembra un termine tutt’altro che adeguato, ma ora non riesco a trovarne di migliori). Vederli spostare, manipolare senza senso alcuno si trasformava per me in una autentica tortura. M’imponevo di non intervenire, anche se avrei potuto farlo piangendo o chiamando la mamma: e invece no, lasciavo fare, mi chiudevo a riccio perché ogni risposta da parte mia avrebbe dato adito all’estendersi dell’azione dell’intruso. “Se adesso lo fermo, questo comincia a frignare e passa per vittima”, pensavo. C’era una ragazzina, cara amica di mia sorella, che si divertiva un mondo a stuzzicare i miei giocattoli così, deliberatamente, per scherzo, per vedere come avrei reagito. Biondina sì, carina sì, però anche un po’ canaglietta: era ospite abituale nei pomeriggi, veniva a studiare


con mia sorella. Non le parlavo, al massimo le rispondevo con un ringhietto sommesso e prolungato che si differenziava da quello di un cagnolino solo in quanto non sfociava in un’abbaiata, e più ringhiavo e più lei si metteva a toccare, specialmente l’elicottero di cui ero particolarmente geloso. Divenne questa una radicata abitudine, sicché può ben dirsi che quello era il linguaggio che ci scambiavamo; in fin dei conti ci “parlammo” in quel modo. Pazienza, in una casetta-luce qual era la mia, anche dispettucci e rivalse perdevano prima o poi il loro contenuto di cattiveria. Lì dentro avevo tutto e tutto aveva me: la mia famiglia era da me considerata una vasta cerchia, composta non solo da genitori, figli e parentame, ma anche da tutti gli esseri, animati o meno, che andavano a popolare la casa: gatto, televisione, automobile a pedali, pecora a rotelle e tanti, ma davvero tanti altri inseparabili compagni dell’esistenza di ogni giorno. Non ero scorbutico con tutti gli ospiti, ma anzi ero sempre ben disponibile, a patto che quelli si astenessero dal comportarsi come invasori. V’erano di quelli che, pur non facendo parte della famiglia, non mi dispiaceva affatto di vederli regolarmente: rammento un’amichetta di mia sorella (non quella che toccava i giocattoli per dispetto ma un’altra, della quale mi sfugge il nome). Veniva a fare i compiti e a vedere la “tivù dei ragazzi”; era contenta della merenda


che le offriva la mamma, la sentivo insomma anche amichetta mia, ma a un certo punto intercorse una frattura, non so esattamente perché e vorrei saperlo. Una persona luce s’andava trasformando in persona buio? Fatto sta che qualcosa, d’un tratto, provocò la mia irritazione mentre ci dilettavamo nel colorare un album di disegni: io partecipavo nel dare un po’ di verde e marrone al guscio e alle zampette di una bella tartaruga se non che l’album, prima che venisse completato, venne da me scagliato in aria con forza, mandato a percorrere una lunga traiettoria fino all’angolo opposto della stanza. Uno strizzacervelli sentenzierebbe che nel momento in cui l’attenzione di amichetta e sorella, incentrata su di me, si è allentata, ecco che mi sono arrabbiato. E’ probabile, ma può darsi anche che non stiano così le cose. Ecco adesso l’intruso principe, quello al cui semplice annuncio di venuta veniva da me visto come un torturatore professionista: il professor Luciani, il medico. Un supplizio da dover subire per non provocare dispiacere alla mamma, che teneva alla mia salute più che a ogni altra cosa al mondo. In fondo non era che un essere umano come tutti gli altri, anzi molto più educato e pacato. Ma aveva il grave torto di essere il manipolatore di corpi che sapeva insinuarsi nel mio mondo quando meno me l’aspettavo: un torturatore ignaro di esserlo, che disponeva di una serie di arnesi fabbricati apposta per


scavare dentro di me chissà che diavoleria. Contro di lui sfoderavo non il collaudato ringhi etto ma un’arma passiva ed efficace: l’assoluta ed imperturbabile immobilità, per l’intera durata della visita. Neanche una volta gli è riuscito di farmi aprire bocca. “Ma questo da grande deve fare la guardia del papa”, era il suo affranto commento. Qualcuno si è forse salvato dalla scuola? Che io sappia, no, e nemmeno io ho potuto sottrarmi al dolore. Rammento con precisione il primo giorno di prima elementare, con tutto il suo sapore di tempo completamente diverso da quello attuale: piantati sui banchi ad occupare ciascuno il proprio posto rigorosamente assegnato, la lavagna gigantesca, la cattedra ancora vuota ma per poco, i cartelloni incombenti affissi alle pareti, qualcuno che scoppiava a piangere vedendo la mamma defilarsi, il bidello e il maestro che ci attendevano un po’ come lupi camuffati al varco. Io non piansi, benché quella fosse la prima occasione in cui mi vedevo separare dalla mamma, e la mano che ci separava era invisibile, era di qualcuno che aveva il potere del comando ma che, proprio per questo sua prerogativa, se ne stava celato alla vista dei più. Il maestro non era che una pedina. Ero quasi tranquillo, sapevo già leggere e scrivere ed ero quindi avvantaggiato, non avevo mo-


tivo di allarmarmi e lo sapevo benissimo. Non sapevo, però, che mi attendeva un quindicennio di severo regime auto coercitivo che avrebbe fatto impallidire perfino un Gandhi. Imperturbabile, silenzioso, immobile, imprevedibile, diligente, tanto che non faticai molto ad essere eletto “primo della classe”, indicato come incarnazione della serietà ogni volta che il maestro rimproverava la classe o doveva far bella figura coi colleghi. Sul muro pendeva un tabellone coi nomi di tutti gli scolari: ogni merito veniva premiato con una casellina rossa, un demerito invece con una casellina nera. Io di caselline rosse ne guadagnavo tre alla volta e a fine anno figuravo tra i vincitori. Un idillio? In parte sì, tanto che si protrasse a lungo, ma anche il miglior idillio ha un suo rovescio, un rovescio di mostri viscidi e osceni. Per farla breve, ero obbligato a essere parte integrante di tre realtà equidistanti e perfettamente estranee l’una all’altra: gli insegnanti, i compagni, la famiglia. Non potevo più muovermi come avrei desiderato, ero legato e imbavagliato dentro. Avrei cordialmente mandato all’aria la scuola intera, ma i “quant’è bravo quello lì” che ricevevo, mi servivano per fare contenta la mamma. Si stava verificando la situazione peggiore che avessi potuto immaginare: dovevo obbedire a persone-buio, per non


infrangere la tranquillità dei miei genitori. I miei silenzi erano, sì di persona seria, ma troppo accentuati, sicché il maestro, nel tentativo di sciogliermi la lingua, mi chiamava in cattedra per farmi raccontare alla platea quel che avevo mangiato il giorno precedente. Il massimo dell’umiliazione, ma non potevo ribellarmi. I compagni non erano tutti uguali, c’erano i buoni ed i cattivi e, peggio ancora, i ficcanaso che non la smettevano di tempestarmi di domande: “oh, ma tu stai sempre fermo? Oh, ma tu stai sempre a casa? Oh, ma tu stai sempre zitto?”. Gli amici si cercano, si scelgono, invece scuola vengono imposti dall’alto.

a

ESSERE-LUCE

Viviamo in un mondo inondato di luce, ma siamo resi schiavi dall’inossidabile cricca di furbacchioni che regolarmente ci accalappia, costringendoci a imboccare percorsi ingannevoli, labirinti ciechi disseminati di congerie di voci allettanti, più insidiose delle sirene di Ulisse. Lo sappiamo tutti che è così, non è mica un segreto, ma sciogliere la corda che ci incapretta non è facile, nella pratica.


Non c’è un solo individuo, che apparentemente si voglia al regno animale, a quello vegetale o a quello minerale, che non abbia la sua brava compagnia di esseri-luce che lo aiutano a comperare i frangenti dei tanti eventi che si susseguono in questa incomparabile, ma anche incomprensibile superficie terrestre. Li si incontra casualmente, li si cerca e li si vorrebbe accanto per sempre, senonché in natura il “sempre” che si vorrebbe va immancabilmente a perdersi: in mille rivoli che, non si sa se in apparenza o per davvero, si allontanano per scomparire senza lasciare traccia. Ognuno si inventa il modo che più gli aggrada per auto convincersi che quel qualcosa o qualcuno, che è stato tanto insostituibile e importante, proprio quello, sul più bello, non è andato a sparire per sempre. Forse meglio ha fatto la luna a starsene lì da sola, senza sobbarcarsi l’onere di caricarsi di gente. Adesso voglio tornare a vedere uno dei miei luoghi-luce a cui sono rimasto più legato. Lo conobbi quasi cinquant’anni fa, non avevo ancora sei anni e mi trattenni lì per appena un mese. Che cos’è un mese rapportato a una vita? Poco o niente, eppure ho vissuto più lì che altrove. Era una semplice vacanza estiva, ma per me fu un bagno nella rinnovata letizia del libero vivere. E’ certo che se avessi saputo che la benzina occorsa per il viaggio era fatta col petrolio delle sette sorelle, non sarei stato altrettanto felice, ma non è semplice intuire tutti i


tranelli a cinque anni d’età. Un luogo-luce popolato di esseri-luce, ma non elfi, fate o gnomi usciti da qualche libro di fiabe, bensì normalissimi esseri umani, che per un favorevole esito del naturale concatenarsi degli eventi, s’incontrarono e vissero uniti in una casetta nel breve arco di un mese, e uno di quegli esseri ero fortunatamente io. In un bel luglio promettente al massimo grado, si partì dalla città a bordo di una auto d’eccezione, ampia, fresca, dal passo vellutato, una fiammante “millequattro”, proprio quella immortalata da De Chirico nel famoso dipinto col cavallo alato. Non era nostra, infatti noi avevamo la “cinquecento”, ma ci fu prestata da un collega del babbo, perché lui era impegnato col lavoro e quindi non poteva ancora raggiun-gerci. Quando la si lascia, la città diventa piccola piccola giocando a nascondersi dietro le colline finché, d’un tratto, ci si accorge che è sparita. Nessuna nostalgia, anche perché dopo un mese, nel percorso inverso, sarebbe tornata a giocare salutando in lontananza, pronta a riabbracciarmi. Non sapevo quasi nulla di dove saremmo andati, ma intuivo che avrei goduto della possibilità, negata in città, di tuffarmi in lunghi sentieri nel verde per compiere esplorazioni a non finire, tra gli alberi e le rocce.


Eccoci alla meta: il mio piedino passa dal soffice tappetino dell’auto al vellutato manto erboso che circonda la casa, una casa come tutte dovrebbero essere, con una scalinata che conduce al bel portone incorniciato da un folto drappeggio di rose rosse, un piano terra adibito a cucina e sala da pranzo, poi un piano supe-riore per il riposo. E’ grande, e infatti ha una metà tutta per noi, mentre l’altra porzione è destinata a un’altra famiglia, anch’essa in vacanza estiva proprio come noi. C’è ampio modo di sgranchirsi; il cortiletto è ombreggiato e si può scegliere si sedersi sul muricciolo oppure sui gradini dell’ingresso. Si intravedono, tra le fronde degli alberelli, alcune montagnuzze in lontananza: mi piacciono, mi fanno sentire più piccolo e quindi più leggero, ma soprattutto mi fanno sentire a debita distanza dal folle agglomerato cittadino. Lo capisci subito quando un’abitazione, tugurio o palazzo che sia, ti è amica o non lo è, te lo dice da sola se ha intenzione di imprigionarti o di liberarti, e nel momento in cui la promuovi “luogo-luce”, allora l’intesa è fatta, la casa può diventare la tua migliore amica, magico scrigno di innumerevoli amici. E’ certo che se all’epoca avessi saputo che vivere in una casa costava comunque denaro e compromessi, non sarei stato tanto contento, ma non sapevo ancora fino a che punto può arrivare la voracità della specie umana, perché altri-


menti avrei preferito accamparmi all’addiaccio seguendo le orme degli animaletti del bosco. “Qui

siamo tutti contenti”, pensavo, e anche adesso vorrei allungare all’infinito il ricordo di quei giorni che valevano tanto oro quanto..? non pesavano. E gli abitanti del casolare? Vorrei rivederli ora, adesso, tutti assieme e senza le tracce impietose del tempo che si sono sovrapposte separandoci; vorrei presentarli potendo dire: “Ecco, riprendiamo la vacanza”, dove vacanza non è da tradurre in dolce far nulla, ma in vivere uno per tutti e tutti per uno, senza i condizionamenti e i legami cuciti per ragioni di interesse materiale. Tornando agli abitanti, vi era una terza famigliola in casa, discreta e perfettamente rispettosa dell’altrui presenza: un gruppetto di pipistrelli che non disdegnavano di appendersi lì intorno, finché capitava che uno di loro, svolazzando qua e là, imboccasse il portone aperto raggiungendo il soffitto dell’atrio. Panico? Beh, se quei sorcetti alati ci avessero fatto dispensa delle loro assidue visite, forse non ci sarebbe dispiaciuto troppo, anche perché uno di loro, evidentemente inesperto sul volo, andò a planare scegliendo come pista di atterraggio il lettino di mia sorella suscitando, stavolta sì, un certo diffuso panico. Va anche detto che il soffitto dell’androne era alto


abbastanza da permettere loro, appesi lassù, di scomparire quasi alla vista. Si potevano quindi ben tollerare. C’era poi la soffitta che probabilmente ospitava alcuni topolini, a giudicare dallo zampettìo frettoloso che spesso si avvertiva. La presenza di tutte quelle simpatiche bestioline aveva il potere di farmi sentire in un ambiente amico e sconfinato, perché il fuori e il dentro quasi perdevano ragione di essere, tanto che la casa non era più l’atavica spelonca da serrare a chiave per preservarla dalle grinfie di fantomatici malintenzionati: i gradini della scalinata e i sentieri che portavano al bosco erano un unico percorso, tutto da conoscere. Avrei potuto stringere un legame davvero indissolubile con quegli esseri, se non fossi stato costretto ad abbandonarli dopo un mese appena, per non rivederli più. C’era anche qualcuno decisamente più attraente dei pipistrelli, ed era la Maria Grazia, una della famiglia che soggiornava con noi nella casa. Quasi tre volte la mia età, eppure perfetta compagna d’avventura: giocavamo a tennis, un tennis molto semplificato nel quale lei si limitava a lanciarmi la pallina, ma in maniera stupenda, quasi gareggiando in altezza con gli alberi e sapeva indirizzare la palla in maniera che io la raccogliessi senza troppe difficoltà, vedendola calare dal cielo, un cielo che, è


proprio il caso di dirlo, si lasciava toccare con le dita. E così m’innamorai di Maria Grazia, benché dire “innamorarsi” sia stupidamente adulto, come lo sono “voler bene” o “amare”, infatti nessuno ha mai coniato una voce che identifichi in maniera inequivocabile il sentimento che lega un cinquenne a una tredicenne: i grandi… piccoli di cervello, ammettono un solo tipo di innamoramento, quello idoneo a generare prole utile alla tribù. E la chiamano civiltà. Io la chiamerei “viltà”, la viltà tipica ed esclusiva del capo-potere di turno, l’essere abietto, anzi l’antiessere che domina le sue vittime ovunque si trovino. Purtroppo per me, avevo trasformato una semplice vacanza estiva in un “locus” illimitato che, nelle mie intenzioni istintive e razionali, andava estendendosi all’infinito. Non c’è esperienza peggiore, in un cucciolo di uomo come di qualsiasi altra specie del regno animale, che di venir malamente prelevato e separato a forza da un ambiente in cui ha vissuto in completa armonia con gli altri. Tornare in città rientrava nei presupposti, lo so, anzi era assurdo pretendere di restare oltre il dovuto in una casetta scelta per la sola villeggiatura, ma tutto ciò era vero per i “grandi”, non per me. La partenza s’annunciò con un presagio. Si era


io insieme col babbo seduti placidamente sul muricciolo, come facevamo d’abitudine a conclusione di una lunga camminata trascorsa a cercar pinoli, funghi e ramoscelli, quando una frase cordiale, buttata lì dal custode della casa, mi suonò subito stonata: -Eh, buongiorno, un riposino sotto l’ombra ci vuole. Domani finisce la festa.Alludeva al ritorno anticipato del babbo per la ripresa del lavoro in città. Io lo sapevo, benché non volessi pensarci troppo, ma quel giorno arrivo decisamente presto, e anche se noi della famiglia saremmo restati lì ancora per un po’ di giorni, non volli digerire quella sorta di “chiamata alle armi”, prima per il babbo e poi per noi, e mi sentii subito ghermito dalla tenaglia inesorabile di chi si arrogava il diritto di disporre delle nostre esistenze. Finì così, che mi arrabbiai e presi a pugni la “cinquecento” con cui il babbo si apprestava a partire, procurando alla poveretta una vistosa ammaccatura sul cofano; poi, forse a causa dello sfinimento conseguente al pianto prolungato, mi buscai un febbrone che rovinò definitivamente quella che per me da semplice vacanza estiva si era tramutata in una ragione di vita. Promisi tremenda vendetta contro il sistema reazionario.


IL MITO

Ero un giovanissimo divoratore di libri di mitologia, che però regolarmente non contenevano il racconto di Psiche e Amore. Non conoscendo ancora la lingua greca, ero propenso a credere che quel titolo, “Amore e Psiche”, volesse alludere a un amore pensato intensamente, con tutta la concentrazione possibile, con la “psiche” appunto. A ingarbugliare la questione provvedevano poi le sculture neoclassiche che mostravano Amore e Psiche personificati: i due soliti bianconi innamorati nell'assetto di baciarsi con trasporto, uno con le ali e l'altra senza. “Ma

come fanno a essere due individui dalle sembianze umane, se i loro nomi indicano qualcosa che sta dentro la persona e non fuori di essa?”, mi chiedevo. “O i greci avevano le traveggole, o la pensavano in maniera diversa da noi”. C'era in effetti qualche particolare da approfondire: intanto Psiche non è quella psiche che si vuole anatomicamente inserita nel cervello di ognuno di noi, ma molto di più; inoltre Amore non è quello dei dischi da vendere nelle bancarelle, ma Eros, l'arciere volante dall'ineguagliabile mira. Due divinità, esseri evanescenti che godono un mondo nello stuzzicare i comuni mortali, non avendo nulla di meglio da fare per ingannare l'interminabile tempo. Ma perché s'incontrano e s'innamorano? Chi c'è di


mezzo? Davvero il Fato, o più prosaicamente lo scrittore di miti pagato dal signorotto per intrattenere piacevolmente gli ospiti di riguardo? Fu così che, bramoso di trovare rintracciai la storiella e la lessi.

spiegazioni,

Gran delusione; mi parve di primo acchito un incubo di quelli che si fanno dopo aver mangiato troppo a cena, ma forse l'impressione era generata da più d'un motivo, magari dalla traduzione scarna, dall'assenza di accompagnamento musicale (i greci raccontavano in musica le loro favole), o anche dalle stratificazioni che ci separano dall'epoca in cui il mito venne ideato e scritto. Il titolo poi è già una questione a parte: i titoli sono importanti, come potremmo se no riconoscere e identificare opere come l'Odissea o l'Iliade? Un titolo non è necessariamente costituito da un'unica parola, ma anche da due o più. “Amore e Psiche” ne ha due, cioè i nomi dei protagonisti, ma chi ha deciso la disposizione? Perché Amore prima e Psiche dopo? Non ho mai sentito dire da nessuno “il mito di Psiche e Amore”. Forse incide l'impronta cristiana, per cui la parola “Amore” è preponderante e non di rado viene adoperata per camuffare l'odio. Altra osservazione: il titolo è bilingue, infatti Amore è italiano, quindi latino, invece Psiche è


greco. Forse è stato il solito zampino religioso a non volere “Amore e Anima” e neanche “Eros e Psiche”. Non mi soddisfa tradurre Psiche in Anima, parola questa che ci strappa malamente dal mondo greco legandoci ai dogmi cristiani. Psiche è diversa, è anche corpo, non ha bisogno di alette posticce come quelle dell'asfissiante, inopportuno Amore. Eros, invaghitosi della fanciulla Psiche, scatena una più che biliosa invidia nella "collega" Afrodite, celeberrima dea della bellezza: rabbia e gelosia in dose massiccia si scatenano sulla povera ragazza. La dea è furente al punto di escogitare tutta una serie di trappole sopraffine da tendere alla giovane vittima. Altro che scaturigine della spuma del mare di Cipro! Ma perché tanta protervia? Eros non pone tempo in mezzo e seduce Psiche, ma non lealmente, a viso aperto, bensì nell'oscurità più rigorosa, perfino ingiungendo all'amata di astenersi sempre dal guardarlo alla luce del sole. Psiche è però una persona, ultimamente curiosa, e non resiste alla voglia di sapere quali fattezze abbia l'essere con cui si accompagna; piglia allora una lampada e si avvicina al dormiente, ma non ha il tempo sufficiente di bearsi di quella vista, giacché. Il Fato ci mette lo zampino facendo cadere una stilla di olio della lampada proprio sulla soave cute di Eros il quale, destato di soprassalto, s'adira e scuotendo le ali come un pollastro


braccato, s'invola e scompare. Le ustioni non s'addicono agli dei. Psiche si dispera e decide di mettersi alla ricerca del fantomatico amante non esitando, in tutta ingenuità, a chiedere lumi proprio all'Afrodite che tanto lo odia e che non aspetta altro che l'attimo propizio per sfoderare la sua possente vendetta. Va a finir bene, tuttavia, infatti Eros decide di rendersi, una volta tanto, utile alla società e pone in salvo Psiche, sposandola e rendendola immortale. Non v'è comune mortale che non abbia vissuto una sua favoletta di "Psiche e ...". Ma certo, sì, Psiche e basta, senza quell'idiota damerino di Eros. Io l'ho vissuta con Maria Grazia in quel delizioso mesetto di vacanza in campagna, e non lo scorderò mai. Eravamo due Psiche in armonia completa, assolutamente scevre da mire di potere materiale sul mondo, eppure in illimitata espansione.

Pistapepe


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