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DIECI GIORNATE

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DIECI GIORNATE Narrazione di Nicola Castellini

10 Gennaio 2010 Ciao amore, je viens de t'écrire à la 5 du bon matin. Plusieurs foises j'ai essayé de te appéler au telephone, hier. Je respect ton silence. Tu es INQUIETA pour ta maman. Dieu vais l'aidér, très très fort. Tu es une très bonne fille, tu fais beaucoup des choses pour elle. Ça fait du tempo que elle souffre. Ma famille donne SOLIDARITE' pour toi et elle. Tous que je peut faire est la prière. La prière constant, toujour. La entre nous est une bénédiction. On communiquer mémé si on ne se voit pas. Il tenir on peut se rencontrer. Moi, je suis grave, toujour probleme avec ce croix de l'argent. Un homme un peu inutile, un homme que ne peut pas garantir le moyen pour


lui meme.. eheh, mais l'ésprit vais me sauver, si non depuis long temps je disait: BASTA. Tu vois, quand je suis calm je reflechis prophe. Nouveaux livres ils vient de sortir bientot. Amore, j'avait pensé de arreter nos relation. Mais, vraiment, quant arrive ce souci c'est pas bon. C'est le diable qui veut nous separer. Pour moi, je peut rien faire: c'est plus fort que moi. Je t'aime TANTO meme si tu es bizarre, nerveuse et ansieuse. Pour etre ONESTO, j'ai envie d'écrire une nouvelle histoire avec tout ce que on a passé a CANTALUPO. Des jours particulieres, encroyables si tu veut. Maintenant c'est comme si ce lettre ici est un commencement pour cette histoire. En tout cas, je sais que j'ai confiance, toujour confiance pour les bonnes choses de la vie et j'aimerai de te dire que tu es très très important pour moi. Parfois ça rensemble que je m'on fou de toi. Je veut te dire que tu es mervelleuse. Si tu vais decidre que tu n'a plus envie de me voire et de me repondre au telephone, moi je continuera à penser à toi, moi l'italien qui parle, parle.. parce-que mon coeur est avec toi. Donc, il faut prendre mon coeur pour le donner à ta mere, pour donner à elle long long vie et santé de fer. Per sempre Nicola

1. Mi sentivo imbarazzato, erano tre giorni che non dormivo. Non dormivo perché ero agitato. La mia ragazza veniva a trovarmi da Bruxelles e io ero in crisi esistenziale. Non mi succedeva da due anni. “On vais se choffer!” mi disse al telefono prima di partire. Era il 21 Dicembre, in tutta Europa aveva nevicato da tre giorni, Italia compresa. Il giorno che precedeva il sessantesimo compleanno di mia madre. Avevo preso a riordinare maniacalmente la mia camera da letto. Buttai via centinaia di fogli che ritenevo inutili riempiendo un'intera busta di plastica di quelle grandi della Ipercoop. Il mio scopo era unicamente di ritrovare la copia masterizzata di un cd. Dopo molte ore la ritrovai, con sollievo, nel punto più logico, in un certo senso, per me. Giaceva verticale accanto al libro di Salgari, ancora imbustato, che comprai con Brigitte. Il cd era infatti collegato a lei, me lo aveva dato una sua amica. Una compilation di canzoni haitiane di una coppia non vedente di fine anni '70 – inizio '80 dal nome evocativo: Chaudette et T Pierre. Potevo finalmente dedicarmi al trolley, riempiendolo di indumenti per la vacanza ormai prossima. Partii alle 5 del mattino di buon'ora uscendo di casa dal nono piano del numero 2 di via Catanelli col trolley verde e una busta color panna del Cesvol piena di scartoffie. Presi l'ascensore piccolo


e rapido fino al -1, che dava sui corridoi del garage. Spalancai un paio di porte antincendio prima di raggiungere il mio grande garage dove riposava l'automobile di mio fratello, una Punto grigia di benzina. Sistemai i miei affari e misi in moto l'aggeggio, aspettando qualche secondo per farla rodare. Feci manovra in retromarcia, chiusi il garage, sistemai il pacchetto di Marlboro poggiando tre sigarette sul cruscotto, accesi la radio mettendo il cd ritrovato, pigiai il pulsante di apertura automatica della grata posta sulla rampa d'uscita dei garages, e cominciai il mio viaggio prendendo confidenza col mezzo. Non guidavo da sette mesi, tranne un'unica parentesi domenicale. La notte scura non aveva ceduto il passo all'amico giorno. Mantenendo i limiti di velocità, uscii lemme lemme dal mio quartiere, Ponte San Giovanni, in maniera irreale. Uno stop, una rotonda, una dritta ed ero in superstrada. Una specie di trance interrotta unicamente dalla concretezza delle sigarette. Mantenendo costantemente la corsia di destra superai i cartelli di Deruta, Marsciano, Todi, Acquasparta, S. Gemini, Terni scoprendo uno svincolo agile e per me nuovissimo per Roma. Andavo con molta calma, una calma di chi non dorme da un po'. Superai Amelia, fino allo svincolo per Orte. Pigiai un tasto blu col palmo della mano per prendere un ticket. Si alzò una sbarra a strisce trasversali. Ero in autostrada. Non mi fermai neanche una volta fino all'uscita per Roma Est, pagando di scatto l'importo al casellante. Dell'alba neanche un segno. Un paio di clacson mi chiedevano di andar più veloce. Il raccordo anulare, dovevo cercare l'uscita 23, quella dopo Ciampino centro. Imboccatala, non ricordavo la tortuosità del tragitto che precede l'entrata dell'aeroporto dove è sempre appollaiata una pattuglia della Polizia. L'emozione comincia a prendere il sopravvento, cerco di controllarmi, di entrare nel parcheggio a pagamento, ma riesco a imboccare l'uscita. Rifaccio manovra, pulsanteticket-sbarra e spengo la Punto. Tolgo la cintura, scendo, mi sgranchisco e vado agli arrivals dell'aeroporto. Manca quasi un'ora, ritardo compreso. Mi prendo un cappuccino al bar su bicchiere di plastica, quando squilla il cellulare prestatomi da mio padre. “On est arrivée, on attend la valise”. Passano ancora 20 lunghi minuti in cui prego, guardo la macchina automatica per il pagamento del parcheggio, forse pago con lieve anticipo. Come per incanto arrivano, tutte insieme, in discrezione. La mia Brigitte mi bacia subito in bocca, come è sua abitudine dopo che non ci vediamo da mesi, Myriam, sua figlia diciassettenne, due baci sulla guancia, poi l'amica con sua figlia. Brigitte è vestita bene, giacca di lana blu, stivali e un vestito intero di misto lana verde, treccine. Dico loro di aspettarmi e vado a prendere la macchina. La prendo, parcheggio momentaneo davanti agli scalini dell'aeroporto, sistemiamo i bagagli, risaliamo in macchina, io alla guida, Brigitte al navigatore, Myriam, Prisquille e l'altra Brigitte, sua madre, dietro. Ci fermano due vigilesse chiedendo spiegazioni, che non possiamo sostare, dico che stiamo partendo, vogliono sapere perché è scaduta l'assicurazione. Il tagliando rinnovato era sotto l'ultimo, lo metto in visibilità e ci lasciano andare. Prendiamo dritti per Roma, dalla statale, chiedendo a un distributore per la prima metropolitana. Brigitte è contenta di vedermi, si sistema più volte la gonna allungandola fino al ginocchio, poi risolve mettendoci sopra la sua giacca blu scuro. Parcheggiamo in una via con un fruttarolo, adiacente l'ingresso della metro. Apriamo il portellone posteriore per prendere delle


cose, il fruttarolo ci guarda e mentalmente gli chiedo di farci da guardia. Ci incamminiamo tutti e cinque fino a un negozio dove comperiamo delle pile per le due macchine fotografiche digitali, poi scendiamo in metro comperando i biglietti. Dodici fermate prima di scendere per la nostra meta. Seguendo le indicazioni, con gli ombrelli al seguito per il tempo inclemente, raggiungiamo il Vaticano. Una grande fila di persone vuole entrare nella Basilica di San Pietro. Le ragazze fanno le loro foto, Myriam immortala me e Brigitte sulla grande piazza.

Mi allontano da loro al riparo sotto i padiglioni. Sembrano a loro agio nonostante la pioggia. Torniamo verso la metro, ci ferma un tipo che vuole portarci al ristorante, rifiutiamo. Abbiamo la prima discussione io e Brigitte. La sua amica chiede di poter comprare dell'olio santo in uno dei tanti negozi di merchandising religiosi. Ne proviamo tre invano. Facciamo un salto in un bar appena prima della metro prendendo un caffè, andando in toilet, dell'acqua, una birra, Brigitte nulla. La sua amica cerca di alleggerirci, ci riesco dicendo una battuta. Riprendiamo la metro, medesimo tragitto al contrario. Usciamo, abbiamo un passo lento in cui io, Cicerone della giornata, dovrei far l'andatura su richiesta di Brigitte. Traversiamo la strada per arrivare alla nostra Fiat Punto, vicino al fruttarolo. La sua amica, omonima, si avvicina al banco della frutta per ritrarsene immediatamente. Gran comÊdien. Ripartiamo alla ricerca dell'imbocco per le autostrade, seguendo le indicazioni verdi per Firenze. Pulsante blu, mi rilasso troppo alla guida e chiedo una sosta per riposare.


Le ragazze scendono, l'autogrill le può ospitare. Riesco a dormicchiare qualche minuto, poi aspetto. Tardiamo un po' secondo la mia concezione del tempo. Vado in autogrill e le scorgo sedute ad un tavolo a rifocillarsi. Brigitte viene verso di me chiedendomi qualcosa. Vado in toilet a sciacquarmi il viso, ordino una spremuta d'arancia al bancone, pago. Lo bevo guardando di soppiatto le ragazze. In contemporanea decidiamo di uscire, avviandoci alla macchina. Ci rimettiamo in viaggio, sollevati, anche se secondo me abbiamo allungato la strada. Usciamo dall'autostrada pagando infatti un pedaggio maggiore dell'andata. Si avvicina l'Umbria e la mia ragazza è su di giri per l'emozione, illustrando alla sua omonima amica con quale chilo in più le bellezze naturali, i paesaggi del cuore verde d'Italia. Imboccando la E45 sono contento ma dispiaciuto per aver lasciato la capitale così di fretta. Brigittona, la sua amica, comincia a polemizzare facendo attenzione alla mia guida, ricordandomi di andar piano, non accelerare. Solo io con la mia ragazza abbiamo le cinture di sicurezza che ci legano. Da dietro Myriam se la gode. Arriviamo all'uscita precedente Ponte San Giovanni, in cui si comincia a vedere la proma della città di Perugia. L'emozione ci prende. Facciamo sosta a Ponte San Giovanni per la felicità illustrativa di Brigitte, fermandoci davanti al nuovo negozio africano di una ghanese. Le due mamme acquistano carne, pesce, manioca, sauce d'arachidi, birra. Telefono a Teresa, ci chiede dove siamo ed è un po' incazzata con me. Le dico che stiamo arrivando. Usciamo dal Ponte passando per la Chiesa, c'è il traffico delle 18. Brigittona Oyane mi chiede di portarla a comprare un pollo. Mi confondo con le strade del mio quartiere, risolvendo insieme la questione andando al paese dove abita mia madre. Prendo per Miralduolo, Torgiano, Passaggio di Bettona. Le due mamme scendono a comperare della carne dal macellaio, aspetto in macchina con le figlie, poi scendo a contribuire all'acquisto. Ripartiamo diretti fino alla meta superando Santa Croce fino a Cantalupo. Dopo il bar, la rotonda a sinistra, una strada sbrecciata fino a due cassonetti, poi ancora a sinistra e a sinistra in via Fiaggia, alberi, un agriturismo e casa di Tea, Teresa. Intonacata di giallo. Parcheggiamo davanti la Panda bianca di Massimo, scendiamo i primi bagagli. La porta di casa è chiusa dall'interno, ci viene ad aprire con un sorriso, ci accoglie, mostra la casa a due piani. Facciamo entrare le valigie. A sinistra dell'entrata c'è la cucina, dritto c'è il soggiorno, a destra le scale che portano al reparto notte. Le ragazze sistemano la spesa e cominciano a cucinare. Tea e Massimo ci salutano ed escono. Vado a prendere mia madre a 13 chilometri di distanza, tanta la strada tra Cantalupo e Passaggio di Bettona. Prima di arrivare a casa sua squilla il telefono di mio padre, fermo la macchina, rispondo rimpiangendo di averglielo chiesto in prestito per un giorno, su richiesta di tranquillità della mia ragazza. E' Brigitte che mi dice che non si cena più e che devo andare a comprare della birra. Arrivo a casa di mà che c'è mio fratello e mio padre. E' un po' contratta, forse ha fame. Abbiamo una discussione, lei sclera e alza la voce, io tremo. Rinuncia alla cena, da una pianta, una stella di Natale, a mio padre che verrà con me. Mio fratello rimane con mamma a cenare insieme, è il suo sessantesimo compleanno. Mio padre si urta con mà a parole, uscendo da casa di lei. Ci chiude la porta Marco, mio fratello. Mia madre urla sempre di più. Andiamo in macchina, papà è silente per poco, poi mi attacca. Gli chiedo di non parlare. “Per favore, papà, per favore!”. Mi rispetta. Arriviamo a casa, con la pianta. La cena è


pronta, ci mettiamo a tavola tutti e sei. Mi siedo a capotavola dalla parte più vicina all'uscita. Mio padre alla mia destra. Brigitte Oyane serve del pesce. Pà mangia con appetito. La mia Brigitte commenta in francese “il mange tout, il est simple à manger”. Rivede in me atteggiamenti di mio padre. Io non riesco a sollevare il cucchiaio. Aprono una bottiglia di Muscador. Vorrei stare vicino a papà ma vedo che si destreggia bene e chiedo commiato. Mi ritiro nella stanza assegnataci da Tea, quella che da sulla cucina, una comoda stanza con bagno, con letto futon e tavolo di lavoro, artistico. Mi spoglio, sento le voci in cucina, sono contento in fondo. Di più ancora quando papà prende commiato, saggiamente. Io e Brigitte torniamo a dormire insieme dopo una pausa di quattro mesi e mezzo. 2. Non abbiamo più la macchina. Papà ha riportato la Fiat Punto a mio fratello. S'è ripreso il telefonino. Ci svegliamo pensando a questo. Tea un cucina prepara la colazione scusandosi con me per non essere rimasta la sera ad accoglierci come avrebbe voluto. Allo stesso tempo mi chiede come vogliamo organizzarci. Lunedì prossimo tornano i suoi figli, due gemellini di 5 e una bambina di sette anni. Trovare una macchina, trovare una accomodation. Mi blocco, non so che fare. Le ragazze chiedono come poter fare per andare in paese. In qualche modo ci riescono, a far spesa. Tea mi dice di attivarmi, di darmi da fare, di dimostrare che mi interesso della situazione. Di consultare internet. Di telefonare all'ostello allo stadio, a Perugia. Di trovare un taxi. E' il 23 Dicembre. Chiamo l'ostello dove per settimane avevo telefonato al Peyo, che mi ha distrutto la Panda con un tamponamento. Mi dicono che è disponibile una stanza per 4 escluso il 31. Chiamo un taxi, mi risponde un'anziana signora che suo marito è via. Poi chiama Tea, in pochi attimi si fa dare una tariffa precisa, da Foligno per Cantalupo fino a Perugia. Il telefono nero è sopra un tavolino di legno. Mentre le due Brigitte sono a far compere, rimango sul soggiorno a tener compagnia a Myriam e Prisquie, col camino acceso. Tea mi dice che deve arrivare Luca, il fratello di Massi, a prendere il quadro che Massimo ha fatto per la mostra organizzata dall'associazione culturale di cui sono il Presidente. Lo aiuto trasportando fuori il quadro per farlo asciugare da una sostanza spray che ha dato. Arriva Luca, mi saluta, poi Tea gli offre un caffè. Mangio un piatto, un piattone di manioca cucinata la sera prima assieme a uno stufato di carne, sedendomi davanti al camino. Arriva il pomeriggio. Aspettiamo il taxi, le ragazze sono inquiete: troverà il giusto indirizzo? Esco un attimo, guardo il tempo, dico: “Il viens de arriver”. Squilla il telefono che sta arrivando. Mi siedo sul divano, prendo la busta del Cesvol tirando fuori le scartoffie e il blocchetto per scrivere. Il camino arde. La mia ragazza gira per il soggiorno vestita con jeans e giacca blu, a suo agio. Tea è davanti al computer. Massimo siede vicino a me. Brigitte si piega in avanti verso Tea, i jeans attillati mostrando la bellezza del suo sedere. Prendo il blocchetto e comincio a scrivere. Non riesco più a muovermi, ho come degli impulsi ad alzarmi, eppure sono inchiodato. Il corpo ha dei sussulti. Arriva il taxi, del pomeriggio. Le quattro ragazze se ne vanno, sento una risata della mia Brigitte. Tea va a farsi una doccia perché è invitata a casa della madre di Massimo. Massi mi chiede come mai sono stato frettoloso la mattina con suo fratello.


Gli rispondo che stavo badando alle figlie. Poi riesco finalmente a parlare scioltamente, di un argomento in comune. Parliamo di Valentina, che lui conosceva all'Accademia di Belle Arti. Di come l'avevo conosciuta, di come ci eravamo messi assieme, di suo padre, del fatto che è diventata mamma, che sta con un ragazzo diverso dal pazzo che la picchiava, con cui ha fatto due figlie. Mi apro, e mi fa tanto bene. Dico a Massi che ho conosciuto Brigitte l'anno prima di Valentina. Gli racconto la mia storia che non sa, e mi vien bene. Parliamo in confidenza, quasi da fratelli, fino all'arrivo di Tea, sdocciata e pronta per partire. “Il gallo ha cantato” mi dice vedendomi recuperato. Li saluto, rimango da solo ma in compagnia del gatto Mimì con un occhio pesto. Dormo sul cuscino sopra la sedia in cucina, vicino alla stufa. Apro il computer, scarico il filmato dei 23 artisti della mostra “Libera opzione – il cielo è di tutti”, quasi tre mesi e più di lavoro fatto di contatti, richieste al Comune, riunioni. Il primo artista che compare è Massi, poi gli altri, l'ultimo è Patrizio, che ha curato il filmato video di presentazione abbinato a della musica elettronica. Comincio a piangere, l'emozione finora bloccata si scioglie, urlo, posso urlare finalmente, sono solo in una campagna in una casa a due piani. Poi tutto finisce, ritorna il silenzio, occhieggio un libro di Pennac, me ne nutro, la protagonista si chiama Teresa. Vicino al gatto Mimì, vicino alla stufa, riesco ancora a rilassarmi, a non pensare. Mi vien fame, come sempre con un buon libro, sbuccio una mela mettendo la pelle sopra la stufa. “Attento al fuoco” aveva ammonito Tea col sorriso prima di uscire per la soirée. Prendo della legna accatastata, la lucidità riacquistata mi fa togliere le bucce dalla stufa. Dura poco, perché s'è fatta notte, l'orologio ticchetta le 19 passate, poi le 20. Rientrano le ragazze, finalmente. Si mangia, si cena. Sono state a Foligno col taxi, 35 euro, han preso il treno fino alla stazione di Perugia, poi il minimetrò fino in centro, Brigitte mia faceva da Cicerone. Un giro per le vetrine, Perugia è cara. Dolci amori miei, sono tornate, presto. Han fatto un giro all'andata, il medesimo di ritorno. E sono qui a tenermi compagnia, a preoccuparti per la mia salute, amore. Grazie. Abbiamo la nostra camera. Prisquille, la figlia di Brigittona, è silente, fuma vicino alla stufa. Myriam sprizza gioia. Dal blocchetto. 23 Dicembre 2009 “Davanti al camino seduto sul divano, un tappeto rosso sul parquet, sento la voce della mia amorosa, il micino miagola, l'energia nella stanza è mutevole, variabile, quanto voglio bene a lei. Finalmente è qui, sei qui, amore, e stamattina ho rivisto il tuo viso, le tue espressioni, reali davanti a me. Sarà così per sempre, perché Dio Santissimo vuole così? Le persone sono strane, bizzarre, stranissime, alternano stati di tranquillità a botte di ansia feroce, io ora sono triste perché è un periodo che sono triste ma prima o poi le cose cambieranno, avrò il piacere di poter offrire qualcosa di altro alla mia donna, se lei vorrà. Mi rivolgo sempre e sempre al Signore Santissimo, e che questo fuoco possa scaldare i nostri cuori, possa portare pace e serenità, possa darci gioia, condivisione, ben sperare. Quando si spera bene... Brigitte mi conosce come nessuno, io la amo e sempre la amerò”. “Seduto sopra un bois, il cielo si sta aprendo, ho fatto una doccia stupenda. La


campagna è bellissima, ho i capelli bagnati morbidi con lo shampoo nuovo.¹ Ruggieri² dirette che suggerisce se le mie pellicine sono alzate, un và e si blocca un po' e si riblocca, il circuito perché i nervi sono fatti loro un discorso è questione di bocca, sai? Probabilmente è giusto avere le strade si esportano come un ceto gioviale, è bello non essere essere anche lo è, per di più era ora tra un po' suggerisce lo stomaco di trovare un circuito senile ma tuttavia è anche tempo di saper non chiedere niente, io non esisto, non pretendete troppo da me se non è il caso. Pico della Mirandola, mirandolina esplicita massima comodità eppure è un cieco benessere comprare gli acidi tra le vene del mare non saprei cosa è successo nel dire un certo e poi anche di più, cometa era già detta mescola la famiglia e la ragazza esterna un cinguettìo e sinapsi amorose eppure lo stappo del tappo intoppo lo smacco esterno d'aurora subisce un cinguettìo, ecco dei tacchi e le mani che son fredde tutta incazzata sapremo andare, d'amor non si fa, la ciurma non ha, esterno di colpa chiomato d'aurora la chioma e ficin d'argine straripa esterno e culo e contatto e duro e mulo il mento tra noi, canzoni partout va bene così la logica del cip, cantava ridendo comare spavento, invece deriva la sua maldracchina, non ora, non bello, il canto d'uccello soleva guardare la Mirna uscire, eppure era sé tra canti e stambecchi ma fallo sortire tablò all'infinire io non ho e neanche tu e questo è certo provarlo di più, si scioglie il braccio si canta un pochino, sparisce sinatra la banda lussata, com'era ruggito è un poco smarrito, in quanto ambiva a un cacchio di diga, la scuola è già pronta, la maga risorta, com'è un gelato di canto bruciato, amatemi ne ho bisogno, voletemi bene, voletemi. Sono in difficoltà però è normale, un canto facciale, sereno di brina il mio destino è scrivere.” “Le 17 più o meno, superficialmente. Il camino è acceso, ora scrivo un po' più ordinato. Le ragazze sono andate a fare la spesa. E' bello scrivere sulla carta lucida, comunque sto notando che appena uno si rilassa scatta subito qualcosa. E' normale. Insomma sto facendo la parte del matto per non prendermi le mie responsabilità. Cosa è la responsabilità esattamente? Papà, cosa è la responsabilità? Indosso la tua giacca, rifugiandomi nel mio mondo fatto a righe. La mia ragazza si rilassa come? Guardando la televisione. Bene. Tirare fuori le palle. Che vuol dire? Come risolvere questa bloccata situazione stando attenti alle gelosie? Anch'io sono geloso.” ¹Comperato da Elisabetta, erborista e pittrice partecipante alla mostra ²Roberto, direttore del Centro Universitario Teatrale che frequento da anni 4 La sera Tea e Massi guardano un film. Seduti sul divano accanto al camino. Il film è “Incontri ravvicinati del terzo tipo” che contiene una breve apparizione di Truffaut. Massimo commenta il film con la sua consueta voce rauca. Si è fatto la barba. Fuma una cicca vicino al camino, con loro, un paio di scene, poi di là in cucina dalle quattro


ragazze. Faccio su e giù, non ho pace. Massi capisce che vorrei unire tutto il gruppo. Non è cosa facile. Brigittona, di notte quando Tea e Massi si ritirano, mi chiede di mettere musica di Ndong Mboula da youtube. E' la musica del suo matrimonio. “La cucina! Il tavolo della cucina offre parole. E mestiere. Sto scrivendo ordinatamente sulle righe, seguendo il corso della vita. Cosa posso fare per migliorare le cose? L'importante è fare qualcosa, qualcosa di creativo. Il cervello fibrilla. Tutto ciò che fa questa nuova mia famiglia, dell'Africa, Io sono scrittore e non produco suoni. Io sono scrittore e non produco suoni. Io sono scrittore e non produco suoni. Quanto sono attore. La mia cherie è vicino al fuoco in cucina con un vestito stupendo. C'è un film sulla televisione³ che ha messo Massimo, sono seduto sul divano accanto alla sua borsa di pelle, il fisico mi fa male, la testa, le dita, e sento i movimenti delle persone in giro per casa, i cambiamenti di energia, come se il corpo sentisse degli scossoni. Continuo a scrivere, e la mia sensibilità si apre, con degli allineamenti particolari, ma io avanzo, e scrivo alla penultima riga. Il film sembra interessante, e forse ora sarebbe meglio smettere di scrivere. Quanto tempo sprecato. Ho ricevuto due chiamate, una da mia madre, e una da mio fratello. Prima fuori stavo pensando a una cosa. L'adattamento di gruppo delle ragazze può essere positivo in vista di un loro viaggio in Africa. Siamo al sicuro dalle intemperie. Fa un caldo incredibile, io son molto vestito, la mia cherie parla in cucina al gruppo, sto per avere un orgasmo interiore.” “Sto notando che sto avendo un atteggiamento di controllo il quale m'impedisce di avere un corretto rapporto amoroso.” ³Il film è stato scaricato da internet. Viene visto sullo schermo del pc. 3 24 Dicembre 2009 “Metà mattino. Mi sento molto agitato, forse per via del caffè, ma ho pure fame e non ho preso cibo non mio. Di sopra casa di Teresa tutti dormono. Nel piano di sotto siamo io e Brigitte. Io scrivo sulla living, lei è in bagno a prendersi una meritata, rilassante doccia. Abbiamo un po' discusso e non ci siamo dati una carezza, un bacio, niente. Siamo lontani ed estranei. Che il Signore ci abbia abbandonato? Abbiamo questa idea, questa mentalità che è Dio che decide, è un pensiero molto grosso che può essere contestato, criticato, ma ora come ora non ricordo come. Casa di Teresa, la casa che han rimesso in sesto. Casa a suo dire pregna di discussioni col suo ex, lasciato per volere di lei, e a cui, a suo dire, lui è ancora attaccato a lei, dipendente. Quale è la mia posizione per il futuro? Questo periodo di fine anno è stato difficile, ed è normale che ho avuto problemi di depressione e ansia. Mi sono successe, o


meglio, ho fatto accadere, ho fatto sì che succedesse, insomma non lo avevo previsto, di ritrovarmi a terra. La situazione, per me, è che non ho voglia di scriverlo. C'è un muro, c'è sempre stato e forse sempre di sarà. Interiormente. Un gran muro.” Il 24 Dicembre di pomeriggio Brigitte va in centro a Perugia con taxi, treno, minimetrò. Insieme a Myriam, Prisquie e Brigitte Oyane. Durante la crisi sul divano apro il blocchetto e scrivo POLTERGEIST FACENDO FORZA POTENTE INCREDIBILE AUTOSTIMA LA PANCIA, NELLA BOCCA DELLO STOMACO, VIOLENTI ATTACCHI DI PANICO, AVATAR DISCHIUSI I TUOI OCCHI UN SISTEMA DI IMPULSI senza punto So che mia madre è in centro a prendere un potente rimedio omeopatico del caro dottor Ascani in via dei Priori. Vorrei farle incontrare e risparmiare un viaggio in taxi alle ragazze. Potrebbe riportarle lei a casa. Necessito di spedire un messaggio. Apro il computer e su google cerco un sito per spedire sms gratuiti, lo schermo è di molti pollici, scelgo due siti, poi uno: sms giovani. Compongo il testo e digito il numero di cellulare di mia madre, di Brunella. Ci ripenso. Allungo il messaggio ma devo cambiare sito. Spedisco anche quest'altro messaggio, in solitudine dopo aver visto il video della mostra, dopo aver letto il libro di Pennac, dopo aver sbucciato una mela. La sera mi chiama dicendomi che ha ricevuto i messaggi ma che era troppo tardi, le do spiegazioni. M'interrompe la cena. Le dico che doveva forse andare così, mi chiede se sto meglio, le rispondo di sì. IL MIO TRAUMA, GESU' NATALE, IL MIO TRAUMA E' FARE IL FILM. FINCHE' NON LO HO FATTO NON E' POSSIBILE STARE BENE. COME E' POSSIBILE FARLO? Scrivo questo pensiero in mezzo a tutti e sei. Il calore della casa coi suoi rumori degli abitanti apre un barlume di speranza per il futuro. I miei genitori vengono a portarci la macchina. Teresa e Massi sono a cena dalla madre di Massi. Non c'è musica. Si siedono in cucina, Brigitte apre una bottiglia di Muscador, bianco. Versa su dei bicchieri. Mio padre ne beve veloce. Mia madre sorseggia. Poi pà rubacchia dal bicchiere di mà, che fa finta di niente. 4 25 dicembre 2009 “seduto sul divano ascoltando musica soffusa davanti a una tavolata di persone che condividono dei momenti”. Scrivo questo pensiero dopo pranzo di Natale. Siamo a casa di mia madre Brunella. La cucina soggiorno e il tavolino allungato, arriviamo e Brigitte saluta di cuore mia madre che non vedeva da primavera. Myriam riceve molti baci. Ricevo un regalo da mio padre, Claudio, un maglione celeste di misto cachemere dentro una confezione. E' un morbido regalo che si abbina a quello di mia


madre, l'ultimo libro di Erri de Luca. Il grande albero di Natale, luccicante col piccolo Presepe in pietra ai suoi piedi, propone due buste di auguri. Ci sono dei soldi. Brigitte riceve un paio di orecchini, dai miei genitori, e Myriam una crema per il viso, una per le mani. Una cosa sola che va a provarsi in sala da bagno. Prisquille una confezione di cioccolatini Perugina. Hanno pensato a tutto. Ci prendiamo tutta la calma e il tempo necessario per scartare i pensieri di Natale, prima dell'antipasto a base di tartine con salmone, una foglia di limone e prezzemolo imburrato. Ci disponiamo a tavola, secondo posti assegnati. Pranziamo con della musica proposta da mio fratello, etnica. Arrivano i cappelletti in brodo fatti a mano con una bella porzione senza sale apposta per Myriam. Sessantadue cappelletti contati e messi da parte in una domenica d'inizio Dicembre dalla mia famiglia. Poi la parmigiana, che è un piatto elaborato in cui si lessa un ortaggio chiamato gobbo, lo si frigge, lo si condisce col sugo, parmigiano e besciamella. Brigitte ne va matta. Il suo viso è ridente quando sortisce il piatto. Il tipico pranzo della nostra famiglia del 25. C'è pure della carne, bocconcini di maiale al forno con alloro. Il dolce per eccellenza, il Panettone, ben confezionato. Ne tagliamo a fette io e mio fratello, ordinandole sui piattini rossi. Il caffè, chissà cos'altro. Pà ci propone di andare a visitare i Presepi. Abbiamo la Fiat Punto di mia madre che possiamo utilizzare. Eppure rimaniamo in casa tutto il giorno, sul divano. E' come se sentissi i piedi pesanti, se Myriam me li rendesse pesanti, per rimanere lì al calduccio, da Brunella. Marco e Prisquille si adocchiano un po', ma non è aria. Mio fratello è intento a lavare i piatti e non viene a far conversazione. Ci viene mia madre, su suo invito, di Marco, perché è stanca e comincia a non sentirsi bene. Papà è in camera di mia madre, di sua moglie, di Brunella, a guardare la tv, poi si alza, diventa un po' rosso in viso come quando gli manca l'aria e va a farsi un giro, va a fare quattro passi ed a un tratto mi dispiace. Dopo tre cd proposti da mio fratello faccio una scelta musicale con una musicassetta pena di suoni di percussioni e dindjeridu che col vino rosso ci sta bene. Mia madre però domanda aiuto per la casa. Finiscono le sigarette, esco arrivando al bar di Passaggio di Bettona di nuova gestione, e ad un ragazzo cogli occhi a mandorla domando Marlboro e della buona birra. Mette le bottiglie e i pacchetti in una doppia busta di plastica. Saluto e mi ricambia con gli auguri, torno a casa e trovo zio Fausto, il fratello di mia madre, con la sua compagna Linda. Mi mette sulle mani i suoi regali, una volta poggiata la busta, il sacchetto, per terra con lieve rumore di vetro. E' un libro, e una t-shirt riportata dal Brasile. Non il libro, quello è stato scritto da un autore americano, vivente, ha la copertina rossa. Quello di mia madre ha la copertina lucida, con una foto rielaborata di uno stambecco che sembra un Capricorno. Fausto si mette di seguito a far foto alle ragazze, chiedendo a Prisquie, sempre un po' dimessa e sulle sue, il permesso. Riesce a sorridere per un attimo, a guardare l'obiettivo.


Quando ti guarda Prisquie sembra solcarti, domandarti qualcosa, chiederti dentro il permesso oppure di fare qualcosa, qualsiasi cosa per toglierla dall'imbarazzo, una interrogativa che dura poco, ma molto forte. Tra lo spaventato e il bisognoso. Come che avesse bisogno di risposte, che non trova, di protezione, di attenzione e coccole


che sua madre non le dà. O che prova a dargliele ma non ci riesce e si sente frustrata, e cerca di vendere come un pacco questa figlia a mio fratello, che però è indaffarato ad alleviare il lavoro casalingo a sua e mia madre, come se preferisse così, come per difendersi da una minaccia, da qualcosa, da una donna con problemi psichici, attraente e pericolante, di 23 anni, che da 3 anni ha smesso di vivere imbottita di psicofarmaci da dopo la separazione dei suoi, in cui ha vissuto il primo periodo con il padre, forse belga, e che sua madre aveva diritto a vederla due volte al mese. Poi ha scelto la mamma, non esce più di casa per andare in una struttura privata con piscina, giochi, informatica e chissà cos'altro, non vede più le amiche con cui condivideva un appartamento interamente ridipinto e arredato con gusto, non lavora più come ballerina di locali chic del francofono. Non disegna più i suoi fogli, i tatuaggi e altra grafica, come al secondo matrimonio con di madre, Brigitte Oyane. Si è inceppato qualcosa, ora mangia spesso ma poco, ora beve solo analcoolici e fuma sigarette. Eppure quando giriamo per la città si muove come un felino, a volte sta davanti che conduce il gruppo, il suo istinto è molto forte, poi si scazza, poi recupera, poi rischia di prendere un vicolo cieco, di andare verso un muro vero che non riesce ad individuare, poi si gira verso di noi e ride, ci ride sopra e noi lo stesso con lei, in un'ironia salvificante. Non più tardi di Agosto, Prisquie, in vacanza a Ostende sei venuta con tua madre a bordo di una qualsiasi macchina e mi hai salutato con “Cocou” e poi abbiamo fatto il bagno assieme e l'acqua del mare sembrava abbracciarci, cogli occhidi tua madre e quelli della mia ragazza a guardarci. La mia ragazza, o presunta tale. La mia “ragazza”. O un passatempo, un divertimento, una persona con cui far finta di essere in amore, imporsi di amare, forse la prima vera donna con cui ho avuto un rapporto completo. La prima donna che si è mostrata completamente, che mi ha mostrato la sua famiglia, la sua figlioletta di tre anni che ora ne ha diciassette, sempre con lo stesso bel nome, Myriam, il fuscelletto quindicenne che ora ha ormoni da quasi donna, e che nel web si fa chiamare Pamela. E' tua madre che amo? Me lo ripeto ogni giorno che Dio ha fatto. O è un passatempo, il pensiero di pensare di amarla di cui ho bisogno di pensare per sentirmi in comunione con qualcuno? O quello che significa per me? Il passato, l'esotismo africano, la semplicità ivoriana, l'inserimento sociale e lavorativo in Europa, la maison sociale, il divorzio, l'avermi ricercato lei, voluto, amato, custodito per otto mesi e rispedito al mittente, a casa, in malo modo? Brigitte che deforma la realtà, che ha un'energia mentale fortissima, che mi dice “Io voglio un uomo!”, un uomo che la sostenga, la aiuti, la incoraggi economicamente a badare a una figlia malata di reni, Myriam, a una madre gravemente malata di cuore a cui ogni mese manda dei soldi. E non si tratta di fandonie, di trappole in internet per spillare soldi ai polli, ma di vita vera. Cosa ha da aspettare? Sono 3 anni che spera io mi rimetta, psicologicamente, socialmente e lavorativamente. Aspetta, paziente, ma la pazienza ha un limite. Questo limite è la mia paura, il mio terrore nel mettermi in gioco, nel lavorare, nel chiedere, nel ricominciare a chiedere lavoro, a stare in mezzo a persone che lavorano da 20 anni, io che son 15 che ho smesso da quando mi licenziai al discount per aver perso l'aereo della Costa d'Avorio, lo stesso anno che ci siamo conosciuti, stella mia. Il rifiuto totale di un mondo in cui moltissimi ne fanno parte: il mondo del lavoro, un salario, un reddito da lavoro, alzarsi presto, fare delle


cose per conto di altri, delle mansioni stipendiate. Perché? E' il primo perché di questa narrazione maledetta, perché questa invincibile fottuta resistenza al lavoro? Questo muro di gomma silenzioso e assurdo che mi autolesiona, che mi castra, che m'inibisce e non mi permette di avere un corretto rapporto con gli altri, con le donne che ho amato e che se ne sono andate per questo. Perché? Più ci penso e meno ne so. Più vado avanti con gli anni e più si fa grave. Perché? Cosa cazzo aspetto? Perché sono così spaventato, c'è un trauma sepolto dietro tutto ciò, un senso di inadeguatezza, mi mancano gli stimoli, di crederci? Credere a cosa? A cosa? Non lo so. Neanche la forza più grande, più potente al mondo, quella di un amore, di un affetto, per una ragazza, per la famiglia, per Dio mi fa muovere. Niente, niente da fare. Rien ne va plus. E se mi odiassi, se mi punissi fisicamente per qualcosa di cui mi sento responsabile e che non voglio riconoscere? Se mi punissi per aver causato, o pensato di aver causato, la separazione dei miei genitori? Se ci avessi goduto a farli soffrire, come forse io soffrivo carenze di affetto, bisogni d'amore e di attenzione quotidiana, soffocante, avvilente, tappante? Protettrice, iperprotettrice, una sciarpa eterna che ti scalda e protegge ma t'impedisce di parlare e sentire, anche di vedere con occhi tuoi. O è un altro brutto pensiero, da ricollocare e gestire, da rimettere in ordine tra i frammenti della personalità? Perché allora non semplificare, perché non riaccostarsi, riprendersi il proprio tempo, aggiustarsi, continuare a sperare o forse non farlo più, pregare, prendere i rimedi naturali di acqua spirituale del dottor Ascani e convincersi che c'è un disegno con una cornice più grande, molto, molto più grande, larga e infinita, fatto per me come per ogni altro individuo, che siamo un granello di un deserto, collegati geometricamente in cui se se ne sposta uno, ne cadono mille altri. Rimandare tutto al disegno Divino, con delle considerazioni sulla scienza, la coscienza, l'anima, la mente, il cervello, il corpo. Dove sta la verità? La via di mezzo? C'è una verità per ogni individuo? Chissà. S'è fatta luce, il Sole brilla alto a metà giornata, intanto che faccio ordine ai pensieri e ricomincio cronologicamente il racconto dei dieci giorni. La mano che scrive fa male ma non fa niente, è bello veder scrivere la matita. Ho un senso quello che sto facendo, che sto scrivendo? Partire dal 22 Dicembre per arrivare al 2 Gennaio tentando naturalmente di ricordare i dettagli, di stendere mescolati ricordi, come fare l'impasto per la pizza, o la sfoglia per le tagliatelle, che sa sempre di plasticoso. Come creare un contenitore, una cornice direbbe il professore di letteratura italiana, e riempirlo strabordante e asserendo che nessun contenitore può contenermi. Una presunzione, o una dichiarazione d'onestà. Papà, il lavoro nobilita, ma lo rende schiavo. A chi non piacerebbe ricevere soldi senza far niente, goderseli stando a casa o in giro per il mondo a scoprire nuove culture, altri stimoli, differenti colori, diverse organizzazioni sociali? Perché ti fa tanto male la mia verità? Perché se dico quello che penso ti butta giù, dimmelo Claudio. Perché sei in pena, perché pensi alla morte, perché ti rattristi forse, per la separazione, cosa ti preoccupa? Ogni volta che vado in depressione, che sono in crisi, tu ti abbui, non parli, non parli più, ti sovraccarichi, hai il muso lungo, non favelli, mugugni, mi interrompi, mi rimproveri su tutto, sulle mie scelte, sul fatto di prendere o meno l'ombrello, sull'andare o meno in un posto, a un'inaugurazione, ad un appuntamento, a


cercar lavoro, a telefonare, a mettere a posto il curriculum, a reagire come pensi possa reagire tu? Ti infastidisco perché non sono come tu vorresti, perché funziono diversamente, perché sono io. Non sono te. Non sono mio fratello, zio, mia madre. Non accetti fino in fondo la mia scelta di scrittore, come se fosse facile. Ho scritto la parola “scrittore” e mi fibrilla, mi fischiano le orecchie. Si è scrittori per il solo fatto di scrivere, o di organizzare un discorso? O ci vuole riconoscenza, riconoscimenti immediati? Ci vuole voglia, stimoli, non sono automatici, non sono automatismi. Si sceglie col cuore, con la passione, le lacrime, il sangue, il dna la propria strada. Molte sono sbagliate, errate, erratissime, e le gambe ti conducono al posto giusto, le gambe sanno dove andare mentre la testa pensa alle soluzioni, nella passeggiata ottusa della vita. Non ci sono pause, è un allineamento, uno stand-by continuo anche nel riposo, si cresce, si fa riposo, si può andare giù, precipitare nell'inferno delle visioni cattive, perché l'anima fa il suo viaggio per cercare la Santa Verità, e si deve ripulire, e San Giovanni dalla Croce lo dice profondamente e spaventevolmente. Il castello interiore di Santa Teresa d'Avila, che non si può trovare se non si scava dentro, ma molto, molto dentro, e non è detto che ci sia acqua pulita, si può trovare un pozzo stagnante nel tempo, filtri ingolfati, impigriti, fiori della giovinezza essiccati e fiori del mestiere non nati, terreno infertile, arido, crepato, sterile. Hai paura di vedere tutto questo, babbo? O li vedi meglio di me, da prima di me, da chissà quanto prima di me... tu chi eri da bambino chi eri prima di nascere, cosa eri, ci hai mai pensato? Ci hai pensato da sempre ma te lo tieni per te. E allora che non squilli il telefono, che non risponda Brigitte alle mie chiamate, non importa se domani [ il mio trentottesimo compleanno, e non riceverò una sega, ad aspettare gli auguri, forse un invito da Brunella, forse sarò lì e le confesserò tutto, con l`aspettativa di chiamarla, che chiamasse in vece mia Brigitte per cordoglio, per esprimere cordoglio, forse annuncerò la malattia di sua madre, di contattare emergency, il dottor Ascani, ma sarà tutto inutile, anche se fosse, anche se Brunella parlasse con Brigitte, non parlerebbero di me, non parlerebbero, o forse Brigitte le direbbe cose brutte sul mio conto, non risponderà né domani né tra una settimana. Domani lavora, non so che turno, mi manca. Brunella dice che, forse soffro di amore cortese, di quell`amor stilnovista in cui mi piace sognare, pensare alla mia amata quando non c`è, e quando c`è non goderne della sua presenza. Dulcinea di Toboso, ecco, la ricordo con queste lettere, le espressioni del viso semplice come può esserlo quello di una persona che è se stessa, quando è se stessa, che ascolta gli altri per far loro piacere e si addormenta seduta però resiste per educazione. Che non fuma davanti a sua figlia per educazione. Che trovo in bagno, di notte, al buio, con la cicca accesa ad aspirare come unica luce. Che mi travolge con la sua semplicità africana, e mi tormenta con le complicazioni nevrotiche europee. Che mi butta addosso le preoccupazioni, i pensieri, i dubbi per telefono. Che quando è rilassata e parla sembra che canti continuamente, e quando è nervosa una mitragliatrice con proiettili direttamente ai neuroni. Che va in estasi in sogno d'intimità. Ecco, mi sembra di aver scolpito un disegno tra questo foglio, una V, o la chioma di un albero di lettere, a cui manca il tronco e le radici. E mentre lo scrivo sento continue scosse, continui pizzichi alle dita della mano scrivente, e del pollice del piede sinistro. Lei è dello scorpione, molto fiera ed orgogliosa cioè fragilissima e testarda.


5 Ho provato a chiamarti anche oggi, sbagliando. Perché mi ostino a farlo se hai chiesto silenzio? Sto facendo stalking? Mi aggrappo ai miei bisogni, di sentirti e dirti cose carine, di aprirmi. Dovrei riprendere cronologicamente questa penosa narrazione, in attesa di un pranzo, del pranzo della domenica con la tv accesa, in cui dovrò sgomberare questa compagna tavola da cucina, che mi fa compagnia da otto ore nette. E poi, che ne sarà, come sopravvivrò con le vibrazioni della televisione, mentre fuori c'è il vento, e chissà quando uscirò, da questa porca situazione che mi sono creato, da questo triste compleanno che sarà domani in cui tu non sarai presente, né la tua voce, né un pensiero. Presa dal tuo orgoglio ferito per averti detto di comprare un libro, di frequentare una scuola che t'insegni la mia lingua, per essere preoccupata per tua madre, per inviarle soldi, per non poter contare su di me, per non essere convinta che ti paghi io un'istruzione italiana, per non darti garanzie, per vivere in famiglia, per avere dei problemi di personalità. E mi fa male la testa, prima si libera poi si ingolfa, in questi silenzi fortissimi, in queste azioni di altri, del babbo, di mio fratello, forsennate, ansiose, innervosite ed esasperate, maniere spicce, brusche e forti di liquidarmi. Allora forse li anticipo e sbaracco i fogli, ma dove? Aiuto. Basterebbe un sorriso. La location di scrittura è cambiata, il tavolo della sala, il portafogli addosso, riparato da una stella di Natale, la finestra della cucina spalancata di freddo invernale. Cambio d'aria, troppe sigarette, un ordine a me e un buongiorno a Marco. E io resisto, spaventato da quanto m'accade intorno resisto finché non mi si spezza la mano, ma tremo al pensiero delle vibrazioni televisive, del telecomando, del volume alto per problemi di sordità del papà. Dovremmo mangiare lo spezzatino con le patate che ha cucinato ieri e che m'ha vietato di mangiare per cena, per cena di sabato preferendo una cena fredda, scaldata da Paulo Coelho. E poi a letto a leggere, scegliendo “Notte oscura” di Giovanni della Croce, addormentarsi alle 22, svegliarsi alle 3, un sogno bellissimo in movimento e uno più brutto ed angosciante. E allora via, che comincia la Domenica televisiva per la famiglia senza madre e sposa, stasera di ritorno da Milano dopo un fine settimana offerto dalla ditta di cosmetici con cui lavora in prepensionamento. Ora avverto della fame, lo stomaco brontola, rumori di vettovaglie, un breve dialogo, molto silenzio che sarà riempito da un pulsante. Il vento parla, sibila, rimanda, la voce di un vicino che dice: “E' messo l'acqua?” e la tv prende vita, per modo di dire, almeno fino a mezzanotte. Un altro pranzo, in cui mi deprimerò, o farò finta di non farlo, il mio cuore è in pena, il mio orgoglio maschile ferito, feritissimo. Ma ha tutto un senso, dalla sofferenza nascono dei fiori e questo che sto componendo ne è uno, nel campo. In fondo basta aspettare, saper aspettare il momento buono, come quando allo stadio lo ripetevi sugli spalti, io bambino e tu giovane papà. Non sarà un vero lavoro lo scrivere, ma è qualcosa, fosse anche un passatempo, ma è un fiume in piena di parole che sgorgano dal nulla. Sono i punti che m'imbarazzano, perché interrompono i pensieri, il flusso, il torrente interiore che bagna il mio dolore, tentando di alleviarlo per questa perdita forse inevitabile,


d'amore. Ritornare in questo ambito, con questo orfanesco vestito, cercare di alleggerire ma poi torna e fa sempre più male, il dolore, il terrore dell'abbandono, di sentirsi abbandonati, soli e perduti, ma lo sarei lo stesso perché non sei qui, in fondo è solo un telefono che parla usando la tua voce, amore, le tue emozioni, i tuoi pensieri, è una ennesima macchina, un aggeggio elettronico fatto di fili che uniscono. E tu lo hai interrotto, forse per mio errore, per averlo provocato, per averti fatto in qualche modo male, per darmi una lezione o non so cosa altro pensare. E' così devastante e asfittica questa aria senza apparentemente il tuo amore? Perché ne dipendo? Perché ci sono attaccato nonostante tutto? Se fosse davvero finita, come a volte ho desiderato? Possano i nostri cuori riposare tanto, con bisogno, con calma, col tempo. .. 6 26 Dicembre 2009 Pomeriggio. Dopo il pranzo di mamma Brunella, stessi posti a tavola ma diverso menù e beveraggi, riusciamo a schiodare e a partire per Perugia. Parcheggiamo al mercato coperto, al garagino, prendiamo un paio di ombrelli con noi cinque, la solita formazione NBBMP, Nico, Brig1,, Brig2, Myri, Prisquie. Dove, come, quando fuori piove ma le convinco ad andare in via Oberdan al vernissage. Entriamo, ci accoglie Nadia e Paola Punk. Proiettili scintillanti di musica elettronica, quadri, al centro pilastri e sculture, nella saletta un mobiletto con uno scritto, eroi che salutano, baciano e fotografano. C'è anche Riccini, quello di Immaginario. Alcuni non li conosco. Altri mi salutano e si congratulano. Vado a parlare con Massi, che mi confessa all'Ex-Chiesa, e mi benedice, prima di aver bestemmiato. La situazione sfugge perché è un terremoto alla velocità della luce. Un bambino fa cadere una scultura, alcuni han bisticciato dei 23 artisti, al montaggio. Incrocio la figura filiforme di Stine, poggiata allo stipite, appena barcollante con capelli rifatti, tirati, sparati, e un paio di fucili fotografici. Fa qualche passo e la terra piange ancora. Un ricciolo di conversazione gelosa, la mia bella sfavilla tra tutti, orgogliosa del suo Presidente. Poi una storia di vicoli perugini, di scivolate cogli stivali, vicolo della pioggia viola, materassi che si rompono, un graffio all'autovettura, qui pro quo e rientro alla base, salutando di pipì periferie smorte come le festività. Ci attende un sospiro al rientro, un martellante scroscio di legna ardente, due bicchieri di rosso non bevuto, poi cos'altro, cara psicologa non ricordo, rammentami. Lignei e vitrei ragnetti tra cicche sporche e Prisquie che smattona silente, forse un film proposto il giorno dopo tanto per stare tutti, ma tutti insieme. Bloccati e indecisi sul video, schiocco le dita e “Action”, film cult in italiano, L'esorcista. Prisquie sembra un clown spaventato e spaventante, alcune diaboliche immagini la fan sobbalzare, la mia bella dorme beata seduta accanto a me in posizione africana. Non c'è altro, forse, fino all'arrivo dei pargoletti, quando la fatina Maya mi consegna una spiga di grano dal busto colorato di nero, per vincere la mia malattia, la depressione. I gemellini che balbettano mentre giocano col trenino facendo piste di legno, poi soldatini e film da bambini con effetti psichedelici, i giovanissimi milanesi figli di Tea che tanto somigliano al primo Harry


Potter. Il vento sibila sulla campagna di Cantalupo, invita a rosari, a gnocchi a pranzo con sugo potente e salsiccioso umbro, passami lo schiacciapatate e Brigitte, anima mia, che lava una scodella con la terra, come al villaggio, per togliere bruciature del cuore, e poi mi pulisce le scarpe di cuoio, con grazia. Ma piove e poi no, e i rigoli d'acqua nel breccino si manifestano, anche se è Maya a farmi giocare, a struffarsi come un gatto odorante di pipì, mi da un bacino, e si scopre che Andrea, uno dei gemelli, è innamorato di Myriam che ricambia con un disegno, dove è forte, che applica con una calamita sul frigorifero. 7 E' un girar del 1° Gennaio, Claudio e Marco vengono a prenderci, lasciamo casa di Tea, al loro arrivo è un tentativo di bloccar lacrime, perita, distacco, dolore. Le lacrime non si fermano, visualizzo le 4 ragazze che tra 20 ore dovrò portare là dove le avevo prese e dove perderanno l'aereo, a Ciampino. Torno filato a Perugia, i miei dolci genitori mi aspettano e m'informano che l'aereo è perso e devono aspettare 24 ore, senza soldi. Non so che fare, neutro e inebetito. Neanche Elena che ci aspetta si raccapezza tra il rosa delle nuove mura e i futon che ci offre, accanto a una cena da chef. Amelia, la sua città che non visitiamo, il lago vecchio scuro, l'acqua della cascata da bere e una Marlboro visualizzante la Croce di San Salvatore sopra una collina. La croce del cuore che è in noi e che ci tiene in vita, liberi. Il silenzio è una lama appuntita, il silenzio chiesto da una donna è un microchip dismesso, una pausa dilatata cui non si conosce il finale, il tempo prosegue eterno, gli affanni del pensiero per sopravvivere a un lutto, a una lotta terribile in cui gestire la frustrazione di non voler essere ascoltati e considerati come si desidera. Avrà le sue ragioni, si dirà, in fondo mi ama e mi vuol far capire qualcosa a cui tiene, si diverte o forse è spaventata e un giorno si rifarà, mi ripagherà alla sua maniera dello spavento di drogati sogni e spilli ansiosissimi tra le caverne della mente indisciplinata. La rarefazione degli attimi, la vita sembra un teatro in cui puoi far di tutto e non succede niente, ma è il contrario. Ci vuole tanta pazienza, che rafforza, che fa resistere e tener duro. Le cose non vanno er il verso cui uno desidera, ma se son due allora perché pulsa di lametta questo rovinarsi la testa nel pensare e guardarsi dentro, fissare i propri flussi, le pareti che montano e ti ingabbiano offrendo riparo nelle cosce, tra profilassi antidepressive e rimedi naturali? Rituale di tisana con foglie di fior di peti, logiche romane estese al centro, nuvole tra i palazzi, decolli giambici, e troppi libri da leggere, ahinoi in questo plettro fatto di cani randagi che non ci sono, di ragionamenti per sfangarla, per battere il giorno nell'illusione di farcela. A far cosa? Esistenza è viver bene, dormire con gusto, condividere la tavola, le sedie, i liquori e le bocche sorridenti, ma non basta mai e lesti proseguiamo il cammino verso la morte, allungandolo più che possiamo, perché è giusto così, non ci son Santi stanotte, il passo deficiente del pellegrino lunare, lo schiocco dell'anatra feconda, riposa stella mia coi tuoi occhi che uccidono, nella morbidezza dei tuoi lesti piedini, nelle coperte contente di ospitare i tuoi organi rallentati dal sonno del giusto, in una notte qualsiasi, ormai non più oscura, perché i sensi non contano, perché gli eterni ritorni


scandiscono galassie, vie lattee e buchi neri nel pensier che si calma, la stella cometa riapparirà anche per noi. 8 Risveglio flaccito della radio che sputa un irritante rap italiano, di primo mattino, con la nebbia fuor di casa, riprovo a chiamarla, ne reponds pas. Le invio un sms, c'è voluta una ninna-nanna cercata su internet, su youtube. M'alzo e trovo la cucina lucidissima, un giorno stupendo ch'affronto, per forza di cose, con calma come rinnovata, ora che la quarantena è passata, mi senti rinato. La malattia è un ricordo di quasi 24 ore fa, ancora sento i postumi d'indecisione, lieve, di cercare CORAGGIO dall'esterno, invece che dall'interno mio. Di non pensare. Di non ricordare altri risvegli deprimenti. D'andare fottutamente avanti, nonostante le difficoltà. Come vorrei parlarti, come amico, papà. Stabilire un programma mattutino, in felicità, proficuo e responsabile, razionale e capace, divertente e congruo. Invece non respiro, invece annaspo e mi lascio ancora una volta vincere dall'apatia, l'asfissia, il mal di pancia, dei ritmi interiori organici e percussivi. E tornan i pensieri, e torna questo loop del fare, ma fare cosa, fare una cosa, pensare di farla, pentirsene, seghe mentali, una dopo l'altra come insetti spiaccicati. Abbasso la testa. Babbo, un po' sconcertato di come possa, a 38 anni, trovare il mondo da costruire in tutto, per fortuna. Ho dormito 4 ore, va bene così. Non risponde Brigitte, va bene così. Va tutto come deve andare. Via. 27 Dicembre 2009 Abbiamo la voiture. Decidiamo di andare, di partire. Usciamo, prendiamo la statale, arriviamo al bivio, decidiamo per il lago, poi per le cascate delle Marmore a Terni. Prendo per il lago, ascoltiamo la radio in macchina, andiamo da Faliero, ci fermiamo a mangiare, scegliamo il tavolo, posiamo i soprabiti, prendiamo il biglietto per andare a ordinare il cibo, il numero 93. “Chi è il prossimo?” “93”, mi esce con voce profonda. Chiedo un pezzetto di torta al testo farcita con prosciutto crudo e spinace. Le ragazze scelgono il loro cibo. Contorno di piselli, stinco di maiale, coratella di agnello suggerita da me, prendo un pezzo di tortino, delle crocchette di patate, Brigitte prende delle scaloppine, poi da bere del vino, finalmente, e succhi di frutta. Ci sediamo, io e Brigitte vicino, di fronte c'è Brigitte2, condividiamo la coratella, verso la vetrata siedono una di fronte l'altra Myriam e Prisquie. Al di là il panorama lacustre. Mangiamo con calma, poi accompagno Brigitte in toilet, prendo il caffè, perché ho bevuto vino e devo guidare. Non riusciamo a mangiare tutto, tanto è imbandita la tavola. Alla mia sinistra sul tavolo più avanti un bambino in carrozzella allieta con la sua semplicità il chiostro di legno di Sant'Arcangelo, dove Maria, la moglie di Faliero, è famosa per la sua cucina umbra. Un'intesa col giovane barista per le consumazioni, offro il pranzo ed esco a fumare una sigaretta, seguito da Prisquie, che guarda il lago. Passa un ragazzo e una ragazza vicino, faccio per scansare, si mette al volante, mi dà un'occhiataccia, la sua compagna ha un moto goffo di accomodarsi in


vettura e partono. Le ragazze riescono a salvare il pasto non consumato in dei contenitori di alluminio che alloggiano sul portabagagli. Riprendiamo il nostro giro in macchina con le consuete posizioni in vettura, un po' di musica, pance soddisfatte, e arriva la superstrada per Bettolle. All'imbocco dell'autostrada c'è una volante cui riesco a non incrociare lo sguardo, perché mi sento in colpa per il vino, e lentamente abbiamo la nostra corsia. Ho preso la decisione di portarle a Firenze, come avrebbero voluto prima di partire. Non lo ho discusso, e questa imposizione mi crea una digestione con la mia Brigitte che si arrabbia. Per farla star tranquilla le avevo detto che saremmo tornati a Terni, ma realizza. Allora le parlo di una storia, una storia che ha a che fare col fiore della giovinezza, con l'entusiasmo di quando sei giovane e impulsivo, e con il fiore della vecchiaia, in cui hai imparato un mestiere che ti consente di vivere. Se quando sei nel fiore della giovinezza non hai ricevuto degli insegnamenti per dar vita a un mestiere il tuo fiore della vecchiaia sarà appassito. Brigitte si addormenta, e dietro le altre tre ragazze in silenzio. C'è armonia, un camion davanti che ci fa strada, dura non molto ma un po' dura. Alla prima indicazione per Firenze incominciano i rimproveri. Li glisso per un attimo uscendo a Firenze sud, evitando una grossa fila. Giriamo alla ricerca di un buon parcheggio, una mezz'ora abbondante in cui Brigitte Oyane riceve una telefonata seguita da un infausto messaggio, dal suo paese natale, il Gabon, una amica è partita, per sempre. Seguo le indicazioni per lo stadio, per Fiesole, poi per parking, su illuminazione di Brigitte. Riesco, riusciamo a trovare un parcheggio al coperto in cui scendiamo di un piano. “Descendez”, e le 4 ragazze eseguono senza esitazioni. Posiziono la Punto, la chiudo, raggiungo le ragazze, prendiamo l'ascensore e siamo in superficie. C'è una richiesta di sosta da parte loro in un punto di ristoro per bambini in cui non entro. Fanno subito a uscirne. Ci incamminiamo mentre che 4 ragazzini scoppiano dei petardi poco più in là. Faccio l'andatura ma chiedo a due persone la giusta direzione per il centro, tra l'odore della polvere da sparo e l'aspirazione della sigaretta. Ci indicano di passare una grande porta. Prima c'è una pista di ghiaccio per pattini, alimentata da 5 tubi da ci esce brina. Per me un sistema per mantenere calma interiore, accontentare le ragazze che pretendono di andare al mercato di San Lorenzo. Dopo la grande porta imbocchiamo un viale, dove la mia amorosa chiede in italiano informazioni per il mercato. “Ma è aperto?” “Sì, lo è, tutto il giorno” “Tu sais quoi..” le dico “ça rensemble comment qui eux, ils n'ont pas la chance, tu l'avait bloqué avec ta question” e scoppiamo a ridere. Nel cammino della via facciamo l'andatura io e Prisquie, coi suoi stivali col tacco. Sua madre incontra una farmacia aperta e compera dei medicinali. La cercava da giorni, per via di certi suoi mal di testa. Coincidenza vuole che conosca quella farmacia, dove presi un rimedio per la tosse il Giugno scorso dopo un falso provino per il nuovo film di Pieraccioni. Ma non lo dico, lo tengo per me, è come un segnale, come la passeggiata con Prisquie, che sembra seguita da un dolly e una videocamera. Passiamo per il marciapiede, io e lei attendiamo il ritorno trionfante delle 3 ragazze coi medicinali. Poi, con calma, arriviamo in piazza San Lorenzo, al mercatino. C'è


una grossa catena all'ingresso della piazza, che scavalco. Il gruppo però rimane compatto, e han ragione, perché il mercato si distende a destra. Brigittona compera dei maroni caldi, per sua figlia, che me ne offre uno. “Les artistes!” è il commento della mia Brigitte, perché mangiamo en plan air. Comincia la maratona delle bancarelle. Borse di pelle, nere per l'attenzione della mia Brigitte, colorate per l'altra. Arriviamo a una bancarella dove un venditore attira l'attenzione della mia ragazza indossando d'istinto un cappello. Poi le propone uno scialle, giustamente. Brigitte aveva donato il suo cappotto di lana blu scuro a sua figlia, che aveva lasciato a casa il montone rotto. Le sue spalle coperte ricevono il calore dello scialle bianco di lana avvolto dal venditore e riesco a dirmi di essere felice, lasciando la gelosia da parte. I sorrisi del bravo venditore, di origini nordafricane, sono retti da Brigitte che si scansa per un attimo. Bene così. E' un gioco innocente in fondo, e anche lei ha diritto a giocare, senza dubbio. Non troppo però, eh eh. Passiamo ore tra le bancarelle, a sbirciare, la mia distanza verso di loro si trasforma, e cerco di aiutare, di agevolare le trattative, ora per un venditore del Bangladesh che non riesce a pronunciare bene il prezzo, ora per l'acquisto di un paio di stivali per Myriam. Ci fermano anche un gruppo di neri che propongono orologi, e un sacco celeste contenente molte borse da donna, si offendono che non compriamo nulla, e per un attimo c'è un sentimento di paura tra di noi che si diffonde. Come se fossimo seguiti. Quattro belle donne e un uomo. Brigitte Oyane compera una borsa colorata. Chiede il prezzo di una borsa da uomo per documenti per suo marito, poi acquista uno scialle elegante con motivi e mi chiede di provarlo per farle un favore. Un'altra bancarella, ci sono delle maschere veneziane, ma tiriamo dritto. Si accendono le luci della via. Suonano le campane della Chiesa. Le ragazze entrano in una boutique di borse, rimango fuori a fumare. “Perché non sei entrato”, mi dice. “Tu Préfére rester ici”. Arriviamo alla fine del mercato, giusto dov'è il complesso del mercato coperto, oggi chiuso. Poi la via s'interrompe in un'altra via, dove circolano le vetture. Le ragazze scorgono un negozio di pelle, entriamo tutti e ne riusciamo. Scorgo un tipo di colore a cui chiedere informazioni per una direzione. Entriamo in un bar dove ci rilassiamo, andiamo a turno al bagno, ordiniamo chinotto, birra, un dolcetto, delle cose da portare via, salate, per il viaggio di ritorno. Aspettiamo che Brigittona termini la sua birra. Abbiamo molte buste, sacchi con gli acquisti. Siamo gli ultimi clienti del bar, per oggi. Uscendo penso già al piacere del ritorno, ma rifacciamo la via delle bancarelle che lentamente stanno chiudendo, tra carretti di legno con pacchi, persone paraplegiche, autoctoni, turisti inglesi, ragazzini che parlano di andare a Londra. Un padre con lo sguardo afflitto che accompagna suo figlio handicappato. Prendiamo Brigitte e Myriam, aspettando in un punto. L'attesa sembra interminabile e parto alla loro ricerca, scorgendo una bancarella per bambini dove c'è una magliettina sportiva. Riesco a ritrovare Brigitte che ha comperato un cappotto di lana blu a sua figlia. Riunito il gruppo ci incamminiamo verso la catena, il venditore di maroni, un piccolo supermercato, e un altro gruppo di fratelli africani che vendono borse sulla strada. Le ragazze perdono tempo e cominciano a parlare con loro, che gli fan vedere tutto il campionario e alla fine riescono a vendere loro qualcosa, a Brigittona. Devo vincere l'impazienza, stare calmo, evitare di sentirmi troppo solo, ma passano una mezz'ora di


conversazione. Ancora più carichi di acquisti, c'è da raggiungere il parcheggio, un po' lontano. La proposta di Brigitte Oyane è di prendere l'autobus, “c'est elle qui connais la ville”, dice la mia, un po' risentita. La assecondiamo, guardo la tabella della direzione e degli orari, non è la fermata giusta. Poco avanti un'altra fermata. Propongo di andare in piazza del Duomo, a pochi minuti. Ci andiamo ma torniamo subito indietro, e prendiamo un autobus senza fare il biglietto. Chiedo scusa. Ci indicano di scendere tra due fermate indicandoci le lettere degli autobus che si avvicinano al nostro parcheggio. Aspettiamo la coincidenza che è buio e abbastanza freddo, in piazza del rione San Marco, dove scorgo una A anarchica sotto una statua. Saliamo sempre senza biglietto, fino alla grande porta che annuncia la vicinanza del parcheggio che fa al caso nostro. Mi sembra di orientarmi. Facciamo le strisce pedonali. Il parco con la pista di ghiaccio, fino alla vettura. Sistemiamo i sacchi, il pagamento della sosta, la rampa, cercando le indicazioni per l'autostrada, che arrivano dopo un po' di ansia. Imbocchiamo la giusta strada ma come a volte mi capita ho la sensazione che non sia quella giusta, pur essendolo. Facciamo sosta in autostrada in un autogrill della Esso, in cui un benzinaio di colore ci serve e addirittura mi aiuta a far uscire del caffè caldo dall'automatico, domandandomi di mia moglie, per di più. Lo assecondo. Ripartiamo con gioia, mi sento rispettato per essere lo choffeur. Ascoltiamo qualche radiogiornale fino all'uscita per Bettolle e la E45 che mostra il lago calmo di notte. La Punto di mia madre ha il motore che suona una meraviglia. Qualche lievissimo screzio tra le due Brigitte ancora, poi ci rilassiamo con le luci della collina che precede qualche chilometro la prima galleria. Passiamo sopra il quartiere dove c'eravamo fermati il giorno che, stanchi, cercavamo il locale brasiliano, il 26. 9 La mattina si presenta in tutto il suo splendore, piovigginante, campagnola, scaldata dal nostro amore. Mi alzo a dedicarle un cappuccino con l'apposito utensile, in cucina. Fuori un mondo da esplorare. Come al solito, abbiamo la mattina per noi. Le 3 ragazze compariranno a mezzogiorno. In camera, a porta chiusa, cominciamo a sentire le voci dei piccoli figli di Teresa, in cucina. La prima che si aggaccia è Maya, coi suoi biondi capelli abbelliti da una coroncina da barbie di finti gioielli. Mi chiede se le prendo un oggetto sopra il frigo. Lo faccio e mi risponde: “Mh!” soddisfatta, e se ne va trionfante. I due fratellini gemelli, pestiferi, cominciano a far baccano coi loro giochi con gli aerei, elicotterini, che preludono la battaglia di soldatini schierati sul parquet in sala, a tappeto rosso sgomberato. Poi arriva Tea, e mi offro volontario per gettare la spazzatura, al cassonetto lungo la strada. Prendo l'ombrello e sul manico appoggio il sacchetto chiuso, come mia abitudine. La pioggia ha un che di rinfrescante. Quando torno Brigitte è già in cucina a lavare bicchieri, posate, piatti, tazze, un tegame. E' il suo trip per sdebitarsi dell'ospitalità, tanto attaccata a ciò che a volte ci troviamo a disagio, e Tea la invita a non fare nulla, ma lei prosegue. Il pranzo non è ancora comune, per cui mangiamo noi 5 gli avanzi del giorno prima, da Faliero. C'è un pezzo di stinco in cui ne ricevo un pezzo, Oyane mi dice che è agnello. Lo mangio preparando il palato al gusto stupendo di quella carne, anche se sono


incredulo. Difatti agnello non è, essendo stinco di maiale. Ci vuole un po' per prepararsi, per andare a Perugia, in centro, al mercato coperto a rendre visite a Mounir, il mio amico che vende borse e quant'altro. Lo troviamo coi capelli un po' lunghi che indossa una giacca a vento rotta lateralmente. Fa subito un regalo a Brigitte, che già conosce, facendole scegliere due borsette nel suo atelier. Lei ci entra e sparisce cinque minuti. Intanto Myriam cerca di farmi rilassare, sono tesissimo, con un ombrellino blu giocando con dei brillantini. Prisquie fuma una sigaretta dietro l'altra, Oyane sua madre è intenta a scegliere, contrattare, pagare. Rifila a Mounir una banconota da 200 euro dopo un'ora e un quarto che siamo lì. Pure Brigitte ha la sua borsa, che pagherà tra qualche giorno, quando rientrerà a Bruxelles, chiedendo i dati di Mounir per il pagamento col corriere, e il suo numero di cellulare. Siamo in partenza, salutiamo Mounir, con i soliti pacchi, la macchina è lontana, parcheggiata vicino a Garibaldi. Si avvicina l'ora concordata per l'appuntamento col dottor Ascani. Le ragazze vorrebbero un bar. Decidiamo per via dei Priori, al bar in Piazzetta, dove si accomodano. L'amore mio viene con me, citofono al dottore poco distante, mi risponde suo figlio. Entriamo, prendiamo l'ascensore per due piani, ci fa accomodare, salta la luce. Aspettiamo in un silenzio irreale, le indico la toilet che è bellissima, curata, con uno stile elegante. Lo studio è come al solito ordinato, con tavolino, mettitutto, riviste, libri esoterici, scrivania, quadri d'epoca. Brigitte si siede su una sedia comoda, io sul divano. Sentiamo la presenza del dottore al di là della porta che divide la fantastica e rilassante sala d'aspetto con lo studio vero e proprio. “E' un po' come lo stile di casa di tuo nonno, qui”, mi dice. “Ah, sì, è vero! Un po' sì!”. Il dottor Ascani si presenta, col consueto camice bianco, alto, pettinato coi capelli brizzolati, la sua barba curata. Saluta la mia bella, ed entro lasciando la porta aperta. Poco dopo vediamo Brigitte prendere la via della sala da bagno, così chiede di poter chiudere la porta. “Così siamo più tranquilli”. Lentamente riesco ad esporre i miei problemi. Mi chiede se ho mal di stomaco, mi controlla la pressione. I miei problemi sono muscolari, che mi capita di non riuscire ad alzarmi dalla sedia, a volte che ho frequenti mal di testa, che sento dei picchi al sistema nervoso, come delle punture a volte. Come sempre riesce a “sentire” e mi prepara un rimedio naturale. Sono contento ed emozionato. Lo saluto con la mano, ha una mano grande e morbida, poi viene a salutare Brigitte sorridente. “Ti senti già meglio?” “Sì” torniamo al bar, sono leggero e felice, mangiamo una cosa calda insieme io e lei sul tavolino con le altre ragazze. Brigitte2 propone una birra alla sua amica. Non la ottiene, pago e andiamo via, passando per via della Cupa. Le ragazze si fermano ogni volta che passa una macchina. Faccio l'andatura davanti a loro, in silenzio. Arriviamo all'ex carcere femminile, traversiamo le strisce pedonali fino alla sede della Rai, poi giù fino a Garibaldi in direzione dell'autovettura. “Nicola!”, mi volto, è un uomo un po' grassoccio e abbastanza calmo con lo sguardo severo e il sorriso. “Non mi riconosci, eh?”. Strabuzzo gli occhi, proprio non focalizzo. “Sono Claudio!”. Cazzo, Claudio, quel Claudio dinamico e pazzarello conosciuto 18 anni fa a Foligno sotto militare? Come cambia le persone, il tempo. Proprio Claudio, con cui ho cominciato a drogarmi. E' un segno del destino. Mi sento così orgoglioso ora, che non tocco più nulla, che sto insieme a una persona stupenda e con la testa sulle spalle, che se ne sta


in disparte con l'ombrellino, aspettando con calma che termini la conversazione col mio amico. Gli dico che sono diventato scrittore, che ho pubblicato, rimane impressionato, mi dice che cercherà i libri in giro. Che bello. Che rivincita per me. Ripartiamo, dobbiamo ancora fare una commissione, a Ponte San Giovanni, a cambiare un vestito al negozio in via Manzoni “Hot Ice”. Ma stavolta sono diverso, parcheggio semplicemente, ascoltando la radio, e non come l'ultima volta che bloccai il traffico. Mi sento a mio agio, tolgo il pesante maglione di cachemire, fumo una cicca con Prisquie e Myriam che aspettano con calma, dietro. Le 2 Brigitte escono dal negozio senza esser riuscite a cambiare il vestito, la taglia, perché è finita. Allora provo a domandare se esiste ancora l'altro negozio in centro. No. Come no? No, c'è solo questo di negozio, l'altro è stato chiuso. Me lo dice il commesso, chiamato urgentemente da un'altra commessa, come se fosse scoppiata una bomba. Ritorno dalle belle e ripartiamo, mi viene in mente di mostrar loro gli altri ponti, di fare il giro dei tre ponti, dove vivono anche molti immigrati, a Ponte Valleceppi e Ponte Felcino. Poi mi ricordo del mio amico Andrea, del suo outlet di scarpe, vicino al passaggio a livello prima di via dei Loggi, sempre a Ponte San Giovanni. Lo avevo promesso. Ci andiamo sempre in auto, anche se dista pochissimo. Entrocontento, mi seguono tutte le ragazze. In un battibaleno spiego che abbiamo finito i soldi, Andrea fa scegliere un regalo a Brigitte, una cintura firmata. Lasciamo un recapito telefonico, magari domani sera possiamo uscire se ci viene a prendere. Poi usciamo, un po' frastornati, e invece del giro dei tre ponti ci ritroviamo nostro malgrado nella via del ritorno, non prima di aver fatto sosta all'ultimo bistrot prima di casa di Tea, per il consueto acquisto birre. Le tuborg sono di loro gradimento. 10 Si appropinqua la fine dell'anno, quest'anno che ha portato splendore, una pubblicazione importante, che aspettavo da sempre. Un po' di gloria, finalmente. Il 24 Agosto abbiamo riempito i tavoli, le sedie, il palchetto e il pavimento della Terrazza del Mercato: “Il Bunker” racconto a rimandi e giochi di parole. La soddisfazione più alta per un aspirante scrittore, che si considera il migliore di sempre. Dopo 4 mesi e una settimana Tea ci prepara una cena luculliana, mette una candela in tavola, la tovaglia rossa, il Muscador, una bottiglia di bianco e una di rosso. Casseruole tracimanti di cibo cucinato con una ricetta del centro America: un letto di riso al forno, bianchissimo. Da colmare con scampi al peperone, con carne di manzo in salsa piccante, e una fragorosa insalata che non riusciamo a toccare. La cena, l'atmosfera d'attesa, la campagna riposante, i bambini, amiche e amorosa. Veri e propri fuochi d'artificio del cuore. Nessun dettaglio mnemonico, il fuoco dei due camini arde e i bambini pure, che ci riempiono di attenzioni, che riempiono l'aria con le loro vocine amorose, che perfino il tempo sembra aver dimenticato che siamo a fine Dicembre. Quello che succede il primo secondo del 1° Gennaio è ciò che ti fa partire verso altre naturali galassie senza tempo, in un'eternità interiore inenarrabile, in un amplesso di riconoscenza e felicità in cui ogni precedente sforzo ha contribuito per entrambi ad arrivare alla semplicità di sentirci uniti sempre e per sempre, al di là del tempo e dello spazio. Come del burro che a un'elevata temperatura che si fonde, questo teatro fatto


di una casa colonica ristrutturata, di abbondante amicizia, di autovetture prestate, di pranzi del 1° in famiglia, di ripartenze e bagagli, pianti e sensazioni, fino ad Amelia da Elena che ci accoglie tra lo scroscìo dell'acqua del lago vecchio, poi è una storia di tentativi di riposare, materassi e futon, musiche e allarmi e sveglie in cui perdiamo, perdiam l'aereo ma l'aria è sempre la stessa.


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DIECI GIORNATE by nicola castellini - Issuu