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N.6

Magazine

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Ripartire nell'anno zero del turismo La responsabilità amministrativa degli enti Combattere l'anoressia: l'esperienza di Cristina Alla riscoperta della Roma Antica con l’Associazione Neronis Conservare e valorizzare il patrimonio artistico secondo l'Associazione Restauratori Italiani


Redazione: Lucrezia Aleotti Marco Bassetti Laureana De Prado Carmen De Sena Damaris Di Carlo Maria Monica Foglia Cristina Gatto Alessandro Giurelli Fabio La Porta Giulia Luciani Consuelo Marani Chiara Puzo Silvia Rossi Livia Sebastianelli

Hanno collaborato a questo numero: Valentina Bavuso Stefano Brutti Elena Caruso Cristina Ciurleo Filippo Conti Guglielmo del Fattore Roberta Denaro Lorenzo Nicolò Meazza Sergio Salvati Kristian Schneider

Questo magazine non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene pubblicato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.


Il mondo di Newcert, ci presentiamo

Il punto di Fabio La Porta

Il non problema dell'overtourism: ripartire nell'anno zero del turismo di Guglielmo del Fattore La mia battaglia contro l'anoressia: "Come polvere" di Cristina Ciurleo

L'importanza di parlare di restauro e delle sue norme in Italia

Intervista all'Avv. Meazza sul D.Lgs. 231/2001

Intervista all'Avv. Roberta Denaro di Rome LogiPort

Alla riscoperta della Roma Antica con l’Associazione Neronis: Foro Olitorio e Foro Boario

Rubrica a cura del CNIM: intervista a Kristian Schneider e a Sergio Salvati dell’ARI, Associazione Restauratori d’Italia


Il mondo di Newcert, ci presentiamo

Operiamo nel settore delle certificazioni in qualità di business partner di organismi di certificazione accreditati italiani ed esteri. Dal nostro oggetto sociale è espressamente esclusa l’attività di consulenza per l’implementazione di Sistemi di Gestione (Qualità, Ambiente, Sicurezza, ecc.). La nostra sede è a Roma e operiamo sull’intero territorio nazionale, rivolgendo i nostri servizi a tutti i tipi di aziende. L’esperienza maturata permette ai nostri tecnici di svolgere la funzione di assicurazione della conformità di organismi accreditati per la certificazione di prodotto (ISO/IEC 17065), ispezioni (ISO/IEC 17020) e certificazione del personale (ISO/IEC 17024). Ci contraddistinguono la competenza e la professionalità, l’esperienza nel settore e l’aggiornamento continuo. Siamo apprezzati interlocutori di diverse realtà aziendali, grazie al nostro impegno professionale e alla conoscenza delle normative e degli standard.

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Siamo una vera e propria squadra e lo spirito di gruppo fa sentire ciascun membro del nostro team ben accolto e supportato, complice anche l’apertura mentale che ci contraddistingue. Ci impegniamo con entusiasmo nel nostro lavoro perché lo troviamo estremamente stimolante e sfidante, vista la varietà di aziende e di settori nei quali operiamo. Ed è anche per questo che siamo molto versatili e troviamo estremamente formativo e gratificante il nostro lavoro. Le competenze del nostro team nei settori della certificazione dei Sistemi di Gestione si sono consolidate sempre di più nel corso degli anni, permettendoci di conquistare un ruolo sempre più attivo in questo settore e rendendoci partner affidabili di enti di certificazione nazionali e internazionali. Siamo un punto di riferimento per i nostri clienti perché riusciamo a rispondere alle loro molteplici esigenze anche in virtù della stretta collaborazione con professionisti esperti in settori integrativi. Da febbraio 2020 siamo soci del CNIM, Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione. Questo ci consente di acquisire maggiore centralità tra le aziende che operano per migliorare la produttività delle industrie e la sicurezza delle persone e di entrare in contatto con realtà che hanno le nostre stesse finalità, concentrandoci, in prima linea, sui temi e le iniziative proposte dallo stesso CNIM. Siamo anche associati all’UNI, Ente Italiano di Normazione, e all’AICQ, Associazione Italiana Cultura Qualità Centro Insulare, dove abbiamo un nostro rappresentante presso il MAQ, Comitato Metodologie di Assicurazione della Qualità. Siamo partner di importanti realtà formative e aiutiamo le organizzazioni e le persone a migliorare le loro competenze e abilità professionali. Operiamo in qualità di CFPT, Centro di Formazione Paritetico e Territoriale UNASF (Unione Nazionale Sicurezza e Formazione) Conflavoro PMI (Confederazione Nazionale Piccole e Medie Imprese).

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Il punto di Fabio La Porta, CEO di Newcert Ringrazio coloro che hanno dedicato il loro tempo per arricchire questo numero della nostra rivista giunta ormai al sesto numero. Si vede luce alla fine del tunnel e abbiamo tutti una grande voglia di rinascere, di riprenderci le nostre giornate e le nostre abitudini. La grande bellezza ci aspetta!

re anche rispettare le norme che regolano il nostro viver comune (in ambito ambientale e di sicurezza sul lavoro, per esempio); in termine tecnico parliamo di gestione della compliance aziendale. Abbiamo approfondito l’argomento, anche qui, con un vero professionista del settore, l’Avvocato Lorenzo Meazza.

Muoverci e riscoprire le meraviglie che il nostro Paese ci offre. Ripartiamo quindi dal turismo: abbiamo saputo o sappiamo valorizzarlo? C’è ancora da fare in questo senso e lo abbiamo chiesto a chi vive da protagonista questo settore: Guglielmo Del Fattore, titolare e manager operativo della Curti Hotels, realtà attiva a Roma nel campo dell’investimento e gestione di attività ricettive, (ad oggi Charme Spagna Boutique Hotel e Residenza Canova Tadolini).

Concedersi il piacere di passeggiare alla scoperta della città di Roma ci permette di riscoprire chi siamo e da dove veniamo. Osservare da vicino il patrimonio artistico, ammirare lo splendore dei monumenti antichi, scoprire angoli suggestivi, che ci proiettano direttamente a spasso tra i secoli nell’epoca romana.

In virtù della collaborazione con il CNIM, abbiamo il piacere di ospitare l’intervista a Kristian Schneider, Presidente di ARI, Associazione Restauratori d’Italia, e Sergio Salvati, Consigliere di ARI e Presidente di GEA Gruppo Emergenza ARI. L’ARI fa parte della FINCO, a sua volta associata al CNIM; con loro abbiamo approfondito le problematiche inerenti alla manutenzione e il restauro dell’immenso patrimonio artistico italiano. Valorizzare il patrimonio vuol di-

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Abbiamo però bisogno di una guida, così, da questo numero, avviamo la collaborazione con Neronis, un’associazione nata dalla passione del suo fondatore per le gesta della Roma antica, che ci ha proposto una serie di itinerari che ci permetteranno di conoscere più da vicino le bellezze tramandateci dai nostri antenati. Cominciamo dal cuore di Roma: il Foro Olitorio ed il Foro Boario. Con l'Avvocato Roberta Denaro di Rome LogiPort, membro del Direttivo Confcommercio di Civitavecchia e consigliere Terziario Donna Roma, è stato possibile approfondire le strategie utili per migliorare l’attrattività

del territorio di Civitavecchia in un periodo così difficile come quello pandemico e post pandemico. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Cristina Ciurleo, che ha vinto la sua battaglia contro l’anoressia e può testimoniarci cosa vuol dire non perdere la speranza e soprattutto avere la forza di trasformare questa crisi in opportunità: raccontare la sua esperienza e rappresentare una compagna di viaggio, discreta, per ragazzi e ragazze che stanno affrontando le sue stesse paure. Crisi, resistenza, lotta e rinascita; un alternarsi continuo che caratterizza la nostra esistenza; ma per dirla con le parole di Papa Giovanni XXIII: “Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare.”


Il non problema dell'overtourism: ripartire nell’anno zero del turismo Fino al 2019 uno dei temi più abusati nell'ambito turistico era l'overtourism. Termine che personalmente mi ha sempre dato la stessa sensazione delle unghie passate lentamente su una lavagna. Ho letto spesso che l’obiettivo per il nostro Paese, in particolare per le cosiddette “Città d’arte”, sarebbe limitare i flussi e ricercare una clientela “alto spendente”. In poche parole, cercare di lavorare unicamente su realtà di nicchia, abbandonando il tanto vituperato e dannoso “turismo di massa”. L’overtourism, dal mio punto di vista, è un non problema: spiego di seguito le mie motivazioni. Dobbiamo partire da un presupposto: in Italia il turismo viene abitualmente associato al concetto di turismo culturale. Tralasciando le motivazioni storiche e sociali del perché vi sia questo assioma, dobbiamo però comprendere che il turismo culturale è solo una delle componenti dell’industria turistica. Di fatto, il turismo è un fenomeno complesso e di natura economica, industriale e, naturalmente, anche sociale. L’altra premessa riguarda il contesto del turismo in epoca pre, durante e post COVID.

Parliamo di un comparto che con la fine della guerra fredda, l’economicità degli spostamenti e la rivoluzione del web ha avuto un’esplosione inarrestabile. Il viaggio, la vacanza ormai sono un diritto. Quante volte noi tutti abbiamo usato proprio questa frase: “ho il diritto di andare in vacanza”? Come noi, in media lo dice anche il resto dei 7 miliardi circa di esseri umani. I dati ci dicono che già nel 2019 eravamo arrivati più o meno a 1 miliardo e 200 milioni di persone che viaggiavano ogni anno, ovvio che ora il tutto si è ridotto a spostamenti a livello nazionale se non regionale, ma appena sarà possibile, è oggettivo che vi sarà una nuova deflagrazione di persone in movimento in quello che è il primo vero caso di fenomeno di massa globale e globalizzato

della storia. Pertanto, COVID o non COVID, il turismo di massa è un fenomeno irreversibile e la soluzione è tutto fuorché la limitazione dei flussi, il cui contenimento non solo è impossibile, ma rappresenterebbe un chiaro caso di autolesionismo. È tuttavia altrettanto corretto identificare i problemi che questo fenomeno globale di massa comporta: lo spopolamento dei centri storici, la gentrificazione di alcune aree, la riduzione a immensi parchi a tema di altre zone. Nessuno vuole negare questa serie di danni collaterali, ma le colpe di ciò sono solo da imputare al turismo di massa? Ci si lamenta che siamo pieni di turisti “di basso livello”, 4


addirittura di “turisti straccioni”, di “vacanzieri mordi e fuggi” etc., ma a prescindere che la divisione tra turismo di alta qualità e di basso livello è una corbelleria che denota una forma di classismo inapplicabile a un fenomeno democratico come il turismo, la verità è che la “ciccia” sta nella classe media e nei grandi numeri. La colpa di tutto ciò, pertanto, è dei turisti che desiderano venire nel nostro Paese? Devono essere loro a subirla? Eppure, siamo noi che ci beiamo di frasi quali “Ah, l’Italia, il Paese più bello del mondo”, “Ah, l’Italia, il Paese con più siti UNESCO al mondo” (N.d.R. al pari con la Cina), “Ah, il turismo, il petrolio d’Italia”, “Ah, come si mangia in Italia non si mangia da nessuna parte al mondo.” In pratica, in base a queste frasi che tutti avrete sentito dire (o detto), in Italia sembra assurdo che non ci si debba venire per forza, è un

sacrilegio anzi pensare il contrario (eppure conosco molte persone a cui non è piaciuta. I nostri avi, che erano molto più razionali di noi, utilizzavano l’espressione: “de gustibus”…). Comunque sia, a parte l’immensa ignoranza del mondo e il gretto provincialismo che tradiscono tutte quelle frasi, la domanda è: “ma questi turisti li vogliamo o non li vogliamo?”. La risposta vera è, al netto dell’ipocrisia che ammanta la gestione del turismo nello Stivale, “certo che li vogliamo!” Basti solo pensare alla “mazzata sui denti” che ha costituito la loro assenza in questi due anni. Il problema nasce nel momento in cui questi flussi immensi, nella nostra consueta disorganizzazione, non li sappiamo minimamente gestire. Tutto è frazionato tra i mille rivoli delle suddivisioni amministrative, per via dell’inopinata riforma del Titolo V della

Costituzione e per l’aver demandato alle Regioni la responsabilità della materia turistica. L’incompetenza regna sovrana sia per la mancanza di professionalità settoriale che per il gap formativo retrostante. Anche i privati hanno la loro dose di colpe, rimanendo ancorati nella polverizzazione e nel nanismo delle imprese pur di salvaguardare l’“orticello” (dai su, fatemi il nome della più grande catena alberghiera italiana. Come, non vi viene in mente? Forse perché, al contrario di Spagna e Francia, non abbiamo nessun player internazionale?). Eppure, le soluzioni spesso sono più vicine di quanto pensiamo. Il primo passo però deve essere un cambio di visione. Come abbiamo detto, i problemi insisti nel turismo di massa ci sono, ma i flussi sono inarrestabili: quindi? Un primo passo da prevedere potrebbe essere l’emanazione di norme uniche e coerenti a livello nazionale rispetto all’accoglienza e ai servizi offerti: ci sembra che l’indirizzo dell’attuale Governo vada in questa direzione. Il secondo è più lapalissiano di quanto sembra, ossia adoperarsi per ridistribuire i flussi su territori più vasti e non concentrandoli in micropunti come i centri storici o hotspot tipo la Costiera Amalfitana o le Cinque Terre.

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Siamo ovviamente razionali, portare grandi flussi internazionali su tutto il territorio italiano è altrettanto impossibile. Degli oltre 7900 Comuni italiani forse meno della metà avrà un reale appeal turistico, ma intanto potremmo iniziare realmente a far conoscere e a promuovere sul mercato internazionale quelli che questo appeal possono averlo e al momento non lo sfruttano. Pensate ad esempio all’Abruzzo, regione magnifica a due passi dal principale hub italiano e che è praticamente inesistente per i radar turistici internazionali. Parliamo di agire anche a livello di comunicazione e promozione. Di fatto, noi diamo per scontato che gli stranieri conoscano le nostre differenze regionali, le nostre specificità locali in base alla medesima presunzione campanilista di cui sopra. Ma per curiosità, voi sareste in grado di elencarmi le regioni e le province dei nostri diretti competitors, cioè Francia e Spagna? E non parlo di quelle più famose tipo Provenza o Andalusia, ma proprio tutte. Non ci riuscite? E perché allora il turista che viene da noi deve conoscere le nostre per forza? Parliamoci chiaro, l’Italia, nell’ottica del turismo globale, è un prodotto unico da Lampedusa alla Valle Aurina, la cui proposizione sul mercato è però demandata a terzi, senza alcun intervento da parte nostra. Di conseguenza, viene naturale per

chi ha scarsa conoscenza del nostro prodotto intero concentrarsi solo su poche aree specifiche più rinomate. L’effetto di questa mancata gestione già si era visto negli anni precedenti con una riduzione drastica dei tempi di permanenza media in Italia, scesi pericolosamente intorno ai 10 giorni, sui singoli territori (a Roma non si sta più di 2-3 giorni), nonché di spesa turistica. Tutto a vantaggio, invece, dei nostri concorrenti, che questa redistribuzione la applicano da tempo e pure molto bene. Penso che in questi due anni disgraziati ci si sia resi sufficientemente conto di quanto l’industria del turismo internazionale pesi per il nostro Paese: perderla o limitarla è una follia degna di chi non conosce come funziona questa industria a livello globale. Parliamo di semplice incontro tra domanda e

offerta. La richiesta di Italia resta forte nel mondo, ma la risposta al non problema overtourism è infatti non su una focalizzazione dell’offerta, ma in una sua diversificazione sul piano orizzontale, per rispondere ai diversi tipi di turismi, integrata a una differenziazione sul piano dei livelli dell’offerta, per dare una risposta alle singole esigenze degli appartenenti ai diversi segmenti. Se la soluzione non è perciò nella ricerca di un turismo elitista, ma nella redistribuzione sui territori dei flussi, la voce più importante in questo senso può essere rappresentata dalle aree metropolitane, che in ottica turistica possono configurarsi come tutti quei territori raggiungibili entro un’ora e trenta di spostamento dal centro di un'area urbana, anche al di fuori dei confini amministrativi. In termini più semplici, sono i territori che noi stessi frequentiamo e amiamo nei dintorni dei luoghi dove abi6


tiamo. Cosa intendiamo? Se voi prendete qualsiasi mappa turistica di Roma sembra che racchiuda tutto, ma in realtà, se la sovrapponete a qualsiasi mappa reale della città, vedrete che riguarda solo un rettangolino. Iniziamo a far conoscere ciò che circonda quel rettangolo, quello che appunto noi stessi viviamo nella nostra quotidianità. Lo stesso vale per Firenze, Venezia, Napoli e Milano. Iniziamo a comunicare che le città sono un tutt’uno con il loro circondario e che spesso sono in grado di offrire di tutto. Pensiamo sempre a Roma, una città che in pratica è sul mare ma non lo sfrutta, come a distanza di poco più di un’ora da Piazza di Spagna ha le montagne e i campi da sci. Nel mezzo abbiamo borghi meravigliosi e le campagne incredibili dei Castelli o della Tuscia, paradisi dello shopping e dell’entertainment sulle consolari. Eppure, il turismo di massa ignora tutto questo. “E te credo” (detto alla roma-

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na)! Se nessuno lo dice ai turisti, come possono saperlo? Se non ce li portiamo o se non gli permettiamo di arrivarci per mancanza di collegamenti, infrastrutture e servizi, come possiamo pretendere di ridistribuire questi grandi numeri? Siamo all'anno zero del turismo, sappiamo tutti che quando ci sarà la ripartenza vera il nostro sarà il primo settore a giovarne. Ripensiamo il nostro modello turistico partendo da un punto differente che veda al primo posto l’integrazione tra le varie aree e offerte turistiche dell’Italia. L’altra risposta è in una possibilità già offerta dal nostro ordinamento giuridico. In questo caso ci rivolgiamo ai privati, a quegli imprenditori che oggi hanno la grande opportunità di unirsi in reti di impresa, perché dal marasma in cui siamo discesi ne possiamo uscire solo uniti e indirizzati verso obiettivi condivisi. L’ultimo spunto riguarda noi

tutti operatori del turismo e tutti quelli che desiderano lavorare in questo campo. I professionisti del futuro devono partire sin da ora nello sviluppare determinate attitudini e competenze: - Visione internazionale - Mentalità aperta - Lungimiranza - Empatia Questi sono solo spunti, che si possono condividere o meno, ma c’è un aspetto sul quale sicuramente siamo obbligati a essere tutti d’accordo: il “si è sempre fatto così” è finito, non funziona più. Questa è l’ora di guardare oltre.

Guglielmo del Fattore COO - Curti Hotels Roma, Coordinatore Modulo Manageriale Operativo - Docente Master Lingue Comunicazione Interculturale e Management del Turismo, Università degli Studi Roma Tre


La mia battaglia contro l’anoressia: “Come polvere” di Cristina Ciurleo Cristina Ciurleo, classe 1997, ha raccontato in un diario la storia della sua battaglia contro l’anoressia, che ha dovuto affrontare all’età di quindici anni. Arrivata a pesare trenta chili e otto grammi, decide di affrontare la situazione e di riprendere in mano la sua vita. Un’esperienza che l’ha di certo segnata ma anche fortificata, dandole modo di sviluppare una grande capacità di resilienza, grazie alla quale è riuscita ad andare avanti e non solo. Cristina Ciurleo ha trasformato il suo diario in un libro, “Come polvere”, edito da BookRoad, per raccontare la sua storia a beneficio di chi oggi sta lottando contro l’anoressia. Abbiamo avuto il piacere di porle qualche domanda in merito. Il diario da cui è tratto il libro “Come polvere” racconta la storia di una Cristina Ciurleo quindicenne, del dolore che ha provato e di come ha sconfitto l’anoressia. Se potessi, cosa diresti alla Cristina di allora? Le suggerirei di guardarsi più attorno. Ascoltare più gli altri e meno se stessa. La mia totale chiusura verso il mondo esterno mi ha portata a esse-

re concentrata solo ed esclusivamente su di me. Ho sfogato tutte le emozioni possibili sulla mia persona. Mi sono amata così tanto fino ad arrivare al punto di odiarmi. La Cristina di oggi chiederebbe a quella di un tempo di non pretendere da se stessa così tanta perfezione. Vorrei rivelarle un segreto scoperto nel tempo grazie alle esperienze vissute: la ricerca della perfezione non ti rende più felice ma solo perennemente insoddisfatta. La scelta di raccontare la tua storia è stata molto coraggiosa: l’anoressia, infatti, è un tema ancora oggi oggetto di numerosi pregiudizi. Ciononostante, sei stata molto altruista nel raccontarti, diventando fonte di ispirazione per quei ragazzi che attualmente stanno affrontando una situazione simile a quella da te vissuta. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? Ho rimesso mano al mio diario durante il periodo del lockdown. Avevo buttato giù quelle pagine quando avevo deciso di ricominciare a vivere e ricominciare a mangiare. Scrivere ciò che mi passava per la mente mi aiutava a non tenermi tutto dentro e al tempo stesso a tutelare la mia famiglia e i miei migliori

amici. Un’altra cosa che mi dava conforto era leggere le storie di ragazzi e ragazze che stavano o avevano vissuto la mia stessa situazione; considerare il fatto che alla fine di un percorso difficile per molti di loro c’era stato un lieto fine mi dava speranza nonché la giusta carica per andare avanti nei momenti di crisi. Ho pensato che quello fosse il momento giusto anche per me di parlare. Io, che in un momento di difficoltà a livello mondiale, parlo di un mio momento di difficoltà personale. È stato doppiamente terapeutico. Parlando proprio di pregiudizi, quali sono quelli che hai dovuto maggiormente subire e come sei riuscita a sconfiggerli, ai tuoi occhi e a quelli degli altri?

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C’è chi pensa che l’anoressia sia uno stupido capriccio da bambini. Non tutti riescono a vedere davvero cosa si nasconda dietro. Sentire il bisogno di essere così magra è semplicemente l’esternazione evidente di un disagio molto più profondo, di ferite rimaste aperte nel tempo. Mi è stato dato spesso della folle, dell’irresponsabile e dell’egoista. Non dico di non esserlo stata ma vorrei che in molti capissero che quando diventi vittima dell’anoressia non hai la lucidità per comprendere fino in fondo ogni tuo atteggiamento. Cosa ti ha spinto maggiormente a riprendere in mano la tua vita e a combattere contro l’anoressia? Non provavo più amore per me stessa, ma non ho mai

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smesso di amare i miei genitori. Potrà sembrare una frase scontata ma principalmente l’ho fatto per loro. Per loro, la mia famiglia, i miei migliori amici. Quando ho preso consapevolezza di quanto fosse grave la situazione ero profondamente delusa da me stessa. Paradossalmente quello è stato il momento in cui mi sono voluta fare più male. Allo stesso tempo, però, mi rendevo conto di quanto continuare a non mangiare stesse facendo soffrire le persone che avevo vicine. Non potevo più permettermi che questo accadesse. È stato questo che mi ha spinta a combattere. Cosa possono fare, secondo te, i genitori, gli amici e, più in generale, la società per aiutare qualcuno affetto da questo disturbo

alimentare? Parlare, parlare e ancora parlare. Non farlo con chiunque ma scegliere in modo consapevole con chi farlo. Consiglierei a chi si ritrova a dover sostenere una persona affetta da disturbi dell’alimentazione non solo di esserci ma anche di informarsi su come sia più appropriato o meno confrontarsi. Solamente il dialogo aiuterà entrambe le parti. Fingere di non vedere o sottovalutare il problema non porterà a nulla di buono. Più in generale penso che la società debba iniziare a smettere di imporre canoni estetici. Se da un lato è ingiusto condannare una persona per qualche chilo in più, è altrettanto ingiusto puntare il dito contro chi si sente bella anche con il “sedere piatto”.


L'importanza di parlare di restauro e delle sue norme in Italia Ora che il turismo è prossimo alla ripartenza, è importante investire su quello culturale, dal momento che l’Italia detiene il primato di siti dell’UNESCO, ben 55. Avere questo privilegio è senz’altro un grandissimo punto di forza da sfruttare quanto più possibile, sebbene vi siano delle ingenti responsabilità di cui bisogna tener conto. Il turismo culturale è un nuovo tipo di turismo, il cui obiettivo principale è lo spostamento verso una destinazione per conoscerne la cultura, le tradizioni e il territorio. Per invogliare i turisti a continuare a visitare le nostre città d’arte, a fotografare le opere storiche e artistiche delle quali siamo quotidianamente circondati, è necessario che si riescano a preservare dalla loro rovina, al fine di mantenere intatta la loro bellezza. È di vitale importanza che vi sia una tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale e artistico e, nel caso in cui si deteriorasse, procedere al suo tempestivo restauro. Con il corso del tempo, si è ritenuto necessario fissare standard, metodi di conservazione e che vi fosse un attento studio dei materiali utilizzati per il re-

stauro, al fine di permettere che l’opera d’arte ritornasse al suo stato originale.

stilato una serie norme in cui sono illustrati i metodi di conservazione e di restauro.

Chi si occupa di redigere le linee guida tecniche è l’UNI, l’Ente Italiano di Normazione. Ad oggi, ha stilato diverse norme, in accordo con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e con il Ministero dei beni e delle attività culturali, volte al miglioramento e alla preservazione del patrimonio storico e artistico nazionale.

La norma UNI ISO 21127:2015, per esempio, stabilisce le linee guida per lo scambio d’informazioni tra le istituzioni che gestiscono beni culturali: musei, biblioteche e archivi, allo scopo di integrare e di scambiare la documentazione scientifica eterogenea relativa alle collezioni che detengono.

Tuttavia, le direttive fornite dall’UNI vengono adottate in maniera volontaria da enti pubblici o privati. Non bisogna confonderle, tuttavia, con le leggi del codice dei beni culturali e del paesaggio, che obbligano la tutela, la valorizzazione, la conservazione e il restauro dei beni culturali mobili e immobili. Nel corso del tempo, l’UNI ha

Per quanto riguarda il restauro edilizio, la norma UNI 9124-1:1987 si riferisce all’edilizia residenziale con lo scopo di classificare le operazioni di riparazione, integrazione, consolidamento e sostituzione che vengono effettuate sulle strutture, sugli elementi strutturali o su componenti simili, che influenzano la struttura degli edifici nella manutenzione ordinaria e straordinaria, di ristrutturazione edilizia, di ri10


sanamento conservativo e di restauro. L’UNI è artefice, inoltre, di una metodologia per definire i dettagli e le informazioni che vengono scambiate e fornite durante il ciclo di vita di un bene edilizio. Per questo motivo è stata redatta la norma UNI EN 174121:2021, la quale è applicabile a tutte le fasi: dalla pianificazione strategica alla manutenzione, ristrutturazione e restauro. Quando ci si occupa di restauro edilizio è fondamentale conoscere le caratteristiche principali del materiale utilizzato: la malta. La prima norma da tenere in considerazione è la UNI 11488:2013. Essa contiene le linee guida per la classificazione, la definizione della composizione e la valutazione delle caratteristiche delle

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malte che devono essere impiegate negli interventi di restauro delle opere di interesse storico, artistico, architettonico e archeologico. È doveroso informarsi sulle differenze tra le malte storiche e quelle impiegate per il restauro, come viene ben chiarito nella norma UNI 11089:2003 per la composizione del materiale di alcune tipologie. Se si desidera determinare la composizione chimica di una malta per poter effettuare un’analisi, bisogna far riferimento alla norma UNI 11189:2006, la quale fornisce anche dei metodi di prova. Il legno è un ulteriore materiale da conservare e restaurare, quindi la UNI 11161:2005 descrive i requisiti da tenere presente per tutti i manufatti lignei che

appartengono al patrimonio dei beni culturali. La norma UNI 11138:2004, invece, fornisce indicazioni sui criteri da seguire per la valutazione preventiva, l'elaborazione dei progetti e l'eventuale esecuzione di interventi di parti lignee che costituiscono elementi portanti di edifici di interesse culturale. Per quanto riguarda la conservazione, la norma europea UNI EN 15759-1:2012 fornisce linee guida circa il riscaldamento nei luoghi di culto, per evitare danni ai beni culturali, ma allo stesso tempo rendere il loro utilizzo sostenibile ai visitatori. La UNI EN 15759-2:2018 è la seconda parte della direttiva appena illustrata e la completa, poiché riguarda il clima all’interno degli edifici che appartengono al patrimonio culturale, le strategie


della ventilazione e delle soluzioni generiche tecniche per massimizzare la loro funzionalità. Le due norme devono essere utilizzate congiuntamente qualora si facessero delle scelte concernenti strategie e sistemi di riscaldamento, mentre è possibile utilizzarla in altri contesti come il miglioramento delle prestazioni energetiche o la sistemazione di edifici. La norma UNI CEN/TS 16163:2014 espone le tecni-

che e i mezzi di illuminazione migliori per le esposizioni in ambienti interni, al fine di salvaguardare e di conservare al meglio i beni culturali esposti. Purtroppo, non prende in considerazione l’illuminazione in altri contesti culturali come le collezioni all’aperto.

tutela, per rendere sostenibili le tecniche che vengono utilizzate, al fine di dare modo alle generazioni future di fruire di tutto il patrimonio culturale e artistico italiano che oggi abbiamo il privilegio di ammirare.

In conclusione, l’UNI ha ritenuto fondamentale standardizzare e fornire linee guida specifiche, per dare omogeneità alle procedure di restauro, conservazione e

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Intervista all’Avv. Lorenzo Meazza sul D.Lgs. 231/2001 Lo Studio Legale dell’Avvocato Lorenzo Nicolò Meazza ha sede a Milano e opera a livello nazionale. Presta assistenza a italiani e stranieri, privati, piccole e medie imprese, ma anche a multinazionali ed enti pubblici in tutti i settori del diritto penale, dai più tradizionali, al diritto penale d’impresa. Oltre all’opera di assistenza in tutte le fasi del giudizio a indagati, imputati, persone offese e parti civili, lo Studio offre anche la propria consulenza stragiudiziale nella redazione di pareri, nell’elaborazione di modelli di organizzazione e gestione degli enti ex D.Lgs 231/01 e dei sistemi di deleghe di funzioni. Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’Avvocato Meazza in merito al D.Lgs. 231/2001. A vent’anni dall’entrata in vigore del decreto legislativo n. 231, che bilancio è possibile tracciare, considerando gli effetti avuti sulle aziende e sui procedimenti? Il D.Lgs. 231/2001 ha avuto un cammino lento, ma costante. La sua disciplina, è stata inizialmente introdotta per adeguarsi a obblighi comunitari e dirompente rispetto al principio “societas 13

delinquere non potest” che vigeva nel nostro ordinamento. Nel corso del tempo, ha sempre più influenzato l’organizzazione delle aziende italiane, fino a porsi come il principale strumento di presidio rispetto al rischio di commissione di reati. Data la sempre maggiore estensione del catalogo dei reati presupposto alla responsabilità degli enti, la sua applicazione sarà in continua crescita e la mancata adozione dei Modelli diventa un rischio che le imprese non possono più permettersi, data l’invasività delle sanzioni, che arrivano anche alla previsione dell’interdizione dell’esercizio dell’attività della società. Nella sua esperienza professionale ha potuto riscontrare la presenza di qualche aspetto in particolare del D.Lgs. 231/2001 che ha dato modo di dimostrare la sua efficacia? Ho constatato che, ancor più che l’efficacia esimente, il Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo risulta essere un valido strumento

in ottica preventiva. Lo stesso, difatti, è in grado di far emergere i segnali d’allarme rispetto alla commissione di un illecito, permettendo così di evitare che venga integrato. In ogni caso, riveste particolare importanza la sua personalizzazione: il Modello deve essere creato su misura dell’ente e in base alle sue caratteristiche peculiari, essendo insufficiente una mera trasposizione di procedure standardizzate. Al fine dell’efficacia, inoltre, un aspetto da tenere in considerazione è l’operato dell’Organismo di Vigilanza, a cui spettano fondamentali poteri di controllo. La legge 22 maggio 2015, n.68, e la legge 27 maggio 2015, n. 69, art. 12, introdu-


cono al decreto legislativo 231/2001 la responsabilità amministrativa degli enti anche per i reati ambientali e per quelli societari. Ritiene che ci siano anche altre tipologie di reati perpetrabili dalle aziende che non sono stati ancora presi in considerazione dal legislatore? Dalla entrata in vigore del D.Lgs. 231/2001, il catalogo dei reati presupposto alla responsabilità degli enti è stato via via sempre più ampliato dal legislatore. I più recenti interventi hanno introdotto i reati tributari e i reati di contrabbando, mentre è in fase di approvazione l’estensione anche ai reati agro-alimentari. Tra le tipologie di reati economici ancora non ricomprese, invece, possiamo citare i delitti di turbativa d’asta (artt. 353 e 353bis c.p.). La corretta applicazione del MOG, Modello Organizzativo Gestionale, conforme a questo decreto consente all’ente l’esimenza, ovvero la sua

esclusione dalla responsabilità amministrativa per il reato commesso. Trattandosi di un’applicazione su base volontaria, le aziende hanno cambiato il loro orientamento nel corso del tempo? Come correttamente premesso, il Modello non è obbligatorio. Nel tempo, però, la sua diffusione è sempre più aumentata, in quanto si pone come efficace strumento di prevenzione dei reati e, quindi, delle pesanti sanzioni che possono gravare l’azienda in caso di condanna; oggi, difatti, numerosi partner commerciali richiedono che i propri contraenti abbiano adottato il Modello e un rispetto reciproco del sistema di compliance. Il Modello, inoltre, incide positivamente anche sulla reputazione e l’immagine della società, oltre a essere uno degli elementi da valutare per l’attribuzione del “rating di legalità”. Sostanzialmente, il Modello è diventato un vero e proprio strumento di business.

È stata recentemente pubblicato lo standard ISO 37301:2021 per la certificazione dei Sistemi di Compliance, che si configura come norma certificabile. Come si orienterà la giurisprudenza nel verificare l’idoneità dei Modelli Organizzativi le cui previsioni siano state allineate a questo standard? A differenza, ad esempio, dalla Spagna, non è previsto che una certificazione possa portare di per sé a considerare adeguato un Sistema di Compliance; anche se, naturalmente, l’attestazione di un ente certificatore sarà un elemento che il Giudice potrà valutare positivamente in adeguatezza ed efficacia del Modello. Oltre alla certificazione, chiaramente, sarà importante attestare come le procedure di Compliance non siano solo sulla carta, ma vivano quotidianamente nell’azienda (ad esempio attraverso la formazione e le sanzioni nei confronti degli autori di violazioni).

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Intervista all'Avv. Roberta Denaro di Rome LogiPort Rome LogiPort è una giovane società di multiservizi con sede a Civitavecchia (Roma). Opera in ambito nazionale per offrire un’ampia gamma di soluzioni, in primo luogo per la sanificazione di ambienti, strutture e mezzi, e per la cura del verde, la disinfestazione/derattizzazione e altri servizi per le aziende. È un’azienda che crede molto nell’importanza della certificazione e che ha scelto di affidarsi a Newcert per gli audit. Abbiamo avuto il piacere di porre qualche domanda all'Avvocato Roberta Denaro di Rome LogiPort, membro del Direttivo Confcommercio di Civitavecchia e consigliere Terziario Donna Roma. Rome LogiPort si occupa di diversi servizi nell’ambito della manutenzione (sanificazione, cura del verde, disinfestazione/derattizzazione e servizi per le aziende): come è cambiato il vostro lavoro con l’avvento della pandemia da COVID-19? A causa dell’emergenza pandemica abbiamo registrato un incremento delle attività di sanificazione, servizio che già effettuavamo per ospedali e RSA. La nostra società è certificata ISO 9001, 14001 e 45001 e offre 15

servizi di qualità, garantiti e su misura, in base alla destinazione d’uso degli ambienti, dando priorità all’ascolto del cliente. Ovviamente, tra tutti i servizi proposti, le sanificazioni sono andate per la maggiore. Si tratta di un servizio che richiede attenzioni particolari, dovute a diversi fattori: non tutti i luoghi possono essere sanificati allo stesso modo. Quindi, è importante conoscere molto bene il contesto in cui si va a operare. Gli altri settori, invece, hanno avuto una flessione di mercato, dovuta soprattutto alla mancata disponibilità delle società a investire, ad esempio, nella cura del

verde. Anche il mondo degli appalti pubblici è cambiato. Molti sono stati sospesi durante il primo lockdown. Nonostante tutto, noi continuiamo a porci sul mercato come fornitori affidabili, nell’ambito delle sanificazioni e non solo. Siete certificati ISO 9001 (Sistemi di Gestione per la Qualità), ISO 14001 (Sistemi di Gestione Ambientale) e ISO 45001 (Sistemi di Gestione per la Salute e Sicurezza sul Lavoro): quanto ritiene importante valorizzare e standardizzare queste tematiche ai fini di un miglioramento delle performance aziendali? La nostra è una società gio-


vane. Dunque, ci siamo approcciati al mondo delle ISO poco dopo l’apertura ed è stato un passaggio fondamentale, non solo al fine di garantire ai nostri clienti una qualità standardizzata a livello internazionale, ma, soprattutto, come biglietto da visita per i lavori con la pubblica amministrazione, per i quali rappresenta uno dei requisiti essenziali per partecipare alle gare. Come è stata l’esperienza con il personale di Newcert, business partner dell’ente RIR Certification con accreditamento IAS, internazionalmente riconosciuto? La nostra esperienza è stata di completa e totale fiducia, grazie a un rapporto molto sinergico tra le amministrazioni. Questo per noi vuol dire molto. Abbiamo ottenuto la prima ISO durante l’emergenza pandemica, nel primo lockdown, ed è stato possibile lavorare in sinergia tra amministrazioni grazie ai vari portali di riferimento, dove abbiamo potuto caricare

tutta la documentazione. Il personale di Newcert è stato molto rapido nel rispondere e nel richiedere la documentazione necessaria. Prendere una ISO implica sottoporsi a un audit e avere degli auditor troppo lenti nello svolgere i dovuti accertamenti rallenta il lavoro di tutti gli attori coinvolti. Il personale di Newcert, da questo punto di vista, è stato molto rapido, preciso e ordinato. In qualità di membro del Direttivo Confcommercio di Civitavecchia e consigliere Terziario Donna Roma, quali sono, a suo avviso, le strategie utili per migliorare l’attrattività del territorio di Civitavecchia in un periodo così difficile come quello pandemico e post pandemico? Ritiene utile una valorizzazione dei beni culturali della città e della zona per un rilancio in questo senso? Assolutamente sì, infatti è quello che stiamo cercando di fare con il contributo di

Confcommercio. Tra le tante proposte che abbiamo fatto all’amministrazione Tedesco c’è quella di creare una nuova linea che porti i turisti all’interno della nostra città e non solo verso Roma. Sia per creare un indotto a livello commerciale, che per mostrare le bellezze di Civitavecchia, quali, ad esempio, le Terme Taurine, la Ficoncella, la zona del Forte Michelangelo e la Frasca, custode di reperti storici delle ville romane. C’è tanto da vedere, da valorizzare e un buon investimento porterebbe un indotto a tutti, dal negozio di abbigliamento fino al commerciante che vende souvenir. Sicuramente, potrebbe essere il nostro biglietto da visita, perché è vero che abbiamo una grande vicinanza con Roma ma è anche vero che non tutti i turisti vanno a Roma, molti si fermano in città ma finiscono per girare tra le strade del centro spaesati, senza sapere dove andare.

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Alla riscoperta della Roma Antica con l’Associazione Neronis Chiunque nel mondo conosce Roma e non può fare a meno di associarla alla sua grande storia e al suo immenso patrimonio artistico. Trafelati, stressati e sempre di fretta, spesso i romani stessi dimenticano di viverla. Ma ogni tanto è utile staccare la spina e prendersi il tempo per ripensare alla nostra città per quella che è: eterna, contraddittoria, imponente, da secoli specchio della storia italiana e mondiale. In questo senso concedersi il piacere di passeggiare alla scoperta della Roma Antica ci permette di riscoprire chi siamo e da dove veniamo. Osservare da vicino il patrimonio artistico, ammirare lo splendore dei monumenti antichi, scoprire angoli

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suggestivi, ci proietta direttamente nell’epoca romana. Newcert è lieta di presentare l’iniziativa in collaborazione con Neronis, l’associazione culturale fondata nel 2009 da Filippo Conti, che ricopre il ruolo di Presidente, e sua moglie Silvana Dolce. L’associazione, con sede a Grottaferrata, si occupa di studiare e diffondere gli usi e i costumi degli antichi romani e organizza con passione visite guidate su tutto il territorio nazionale. Ogni mese su Newcert Magazine verrà proposto un itinerario, che vi guiderà alla scoperta della Roma Antica. Potrete conoscere la Città Eterna e riscoprirne la sua grandezza attraverso i percorsi proposti dall’Asso-

ciazione, che vi porteranno in angoli suggestivi, alla scoperta di luoghi, monumenti e storie. Gli itinerari proposti prenderanno il via da Roma e dintorni, per poi arrivare a scoprire gli aspetti del mondo antico anche in altri suggestivi luoghi lungo tutta la penisola. Dal Foro Romano al Circo Massimo, passando per il Colosseo e le Terme di Caracalla, il Pantheon e i Fori Imperiali, Roma è una miniera d’oro di storie e bellezze da scoprire e riscoprire. Un nuovo itinerario ti aspetta sul Magazine Newcert per svelarti i segreti di Roma!


Itinerario: Foro Olitorio e Foro Boario Iniziamo la passeggiata dal parcheggio situato in piazza della Bocca della Verità, zona anticamente chiamata Velabro, cioè “Palude d'Oro”, a causa della sabbia “dorata” lasciata dal Tevere dopo gli straripamenti invernali. Secondo la tradizione, questo è il punto in cui si arenò la cesta contenente Romolo e Remo, nati dall’unione di Rea Silvia e del dio Marte, abbandonati alla deriva per ordine dello zio Numitore, usurpatore del trono di Albano. Prima di entrare nel vivo del percorso, ci spostiamo verso sinistra in direzione della Bocca della Verità, sotto al portico della Chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Inizialmente era il “tombino” della Cloaca Massima posto qui nel 1632, dopo essere stato prelevato dallo sbocco sul Tevere. Nel Medioevo venne usato come “Macchina della Verità” per i processi di adulterio e furto: a chi, una volta inserita la mano nella bocca, non diceva la verità veniva troncata. La chiesa venne eretta sui resti degli antichi edifici romani, dei quali fa parte un altare dedicato a Ercole che qui sconfisse il gigante Caco che spadroneggiava nella zona. Il re Evandro, che regnava sul Palatino prima della

fondazione di Roma, per celebrare la vittoria di Ercole gli dedicò un altare. Ragion per cui, l’area venne chiamata “Ara di Ercole”, dove ogni anno il 12 agosto si svolgevano, in memoria dell'episodio, solenni riti a cui non potevano assistere gli schiavi, i liberti e le donne. Gli altri edifici antichi esistenti, che fanno da sostruzione alla chiesa, erano destinati all’annona, ed è singolare che ancora oggi i caseggiati confinanti siano ancora adibiti dal Comune di Roma a tale scopo e che qui era stato impiantato il vecchio pastificio Pantanella. La chiesa venne edificata nell'VIII secolo da una comunità greco/bizantina che si era qui insediata e al titolo di Santa Maria venne aggiunta

la parola Cosmedin per identificare il tipo di decorazioni a mosaico del pavimento: da qui nacque il genere “cosmatesco”. Dall’interno si può accedere, dietro richiesta, all'Ara di Ercole, ed è possibile osservare nella navata sinistra delle colonne del I secolo appartenute all'Annona romana, e nella sagrestia, oltre a una colonna, è presente un bel “mosaico” del 706, portato qui dalla vecchia Basilica di San Pietro. Uscendo dalla chiesa si accede alla zona chiamata Foro Boario, dove si svolgeva il mercato del bestiame all'interno di un perimetro circoscritto da tre porte (Trigemina, Carmentale e Flumentana) facenti parte delle mura costruite da Servio Tullio nel 376 a.C. Nel giardi18


attraversare il fiume, anche quando era in piena.

no di fronte è possibile ammirare la Fontana dei Tritoni, costruita nel 1700 da un autore ignoto, a imitazione di quella di piazza Barberini e voluta da papa Clemente XI, nello stesso luogo in cui sorgeva una piccola fontana che era il punto terminale dell’Acquedotto Appio, costruito nel 132 a.C. e proveniente dalla attuale zona La Rustica. Da qui è possibile accedere alla rampa creatasi dopo il rialzo del terreno a causa della costruzione dei muraglioni e che porta al lungotevere, ripercorrendo una antica strada commerciale che, godendo del livello basso del Tevere, faceva da transito verso l'altra sponda, dove iniziava la Salaria che collegava Roma con le saline e le regioni etrusche. Giungendo sul moderno Ponte Palatino, lato sinistro, dopo qualche metro è possibile osservare in basso lo sbocco della Cloaca Massi19

ma, punto terminale della più grande “fogna” di Roma che qui arriva, come in passato, dopo aver attraversato il foro, che raccoglie i vari scarichi provenienti dai quartieri limitrofi. La Cloaca venne realizzata nel V secolo a.C. dal re Tarquinio Prisco, mentre l'anello esterno venne costruito nel 1900 in occasione della realizzazione dei muraglioni, mentre all'interno c'era il “Mascherone” della Bocca della Verità. Tutto il tracciato attuale è quello originale. Successivamente è possibile osservare un altro piccolo sbocco che è quello relativo al Fosso dell'Acqua Mariana, che, provenendo dai Castelli, passa a Morena, il Parco degli Acquedotti, la Tuscolana, sotto al Circo Massimo e finisce in questo punto. Qui era presente il primo ponte costruito dai romani sul Tevere e chiamato Sublicius, perché costruito in legno. Venne edificato per favorire i commerci con un passaggio più agevole per

Questa era anticamente la zona degli approdi e presso la sponda opposta a sinistra c'era il porto militare chiamato Navalia Inferiore, per distinguerlo dai Navalia Superiori che si trovavano prima di Ponte Garibaldi, mentre il porto commerciale era situato a destra dove oggi è presente l’anagrafe. È curioso notare che presso la Cloaca Massima vennero nascosti, in un punto chiamato poi Doliola, dei vasi contenenti vari oggetti sacri per sottrarli ai Galli, all'epoca della loro invasione nel 364 a.C. Scendendo nel giardino sotto il lungotevere è possibile ammirare il Tempio di Ercole, chiamato erroneamente di Vesta per la sua forma cilindrica, che venne costruito nel II secolo a.C.: il più antico a Roma tra quelli realizzati in marmo. È formato da 20 colonne (tutte originali), mentre il tetto è moderno. È riuscito a conservarsi perché adattato, nel 1200, a chiesa S. Stefano e, successivamente, a Santa Maria del Sole, fino al 1920 quando venne sconsacrata e riportata come in origine. Proseguendo verso sinistra in via Petroselli, è possibile osservare il Tempio di Portuno, dedicato al dio dei porti. Questo denota che la zona era adibita alle strutture presenti lungo il Tevere che, prima dei muraglioni, scorre-


va a fianco. La prima costruzione del Tempio avvenne nel VI secolo a.C., ma quello che abbiamo oggi è un rifacimento del II a.C. Le colonne originali sono in travertino rivestite d'intonaco, a imitazione del marmo, mentre il tetto è dell'870, quando venne trasformato nella chiesa Santa Maria Egizia, fino al 1920, anno in cui venne sconsacrata.

nicchie esterne si trovavano delle colonnine con piccole statue e all'interno sono ancora presenti delle sculture rappresentanti le dee Roma e Giunone sedute con Minerva e Cerere in piedi. Secondo una leggenda medievale, sotto l'arco si apriva a volte una voragine che si richiudeva solo buttandoci la cosa più cara che aveva Roma.

Più avanti, dopo via Ponte Rotto, è presente all'angolo la Casa dei Crescenzi: si tratta di una abitazione dell’anno 1000, costruita dall'omonima famiglia con vario materiale prelevato da parti di costruzioni romane esistenti in zona, come si nota dall'arco sopra il portale, dalla finestra a destra e dal davanzale. Si dice fosse la casa dove abitò Cola di Rienzo.

Salendo le scale adiacenti, a sinistra della piazza, e passando dalla parte opposta dell’arco, si arriva ad ammirare l'Arco degli Argentari, costruito nel III secolo dall'imperatore Settimio il Severo e dedicato ai banchieri e cambia valute che si trovavano in una strada alle spalle, oggi scomparsa. Nell'arco sono raffigurati i componenti della famiglia dell’imperatore. Caracalla, che gli succedette, fece cancellare il nome del fratello Geta dalla dedica, come si nota alla fine della terza riga, poi uccise lui e sua moglie

Proseguendo oltre è possibile osservare il Palazzo dell'Anagrafe che si trova sopra i magazzini, chiamati Horrea, dell'antico Porto Tiberino, che perse la sua importanza quando nel 179 a.C. venne costruito un nuovo porto presso la zona dell'attuale Testaccio.

Plautilla, facendo scalpellare anche la sua immagine. Sul pilastro di sinistra è possibile notare Settimio il Severo e sua moglie Giulia Domma, gli altri rilievi rappresentano Ercole, protettore dei macellai e del bestiame, mentre all'interno del pilastro sinistro si vede Caracalla di fronte a un tripode colmo di frutta. I fori presenti nei pressi della vacca e del toro sono stati praticati nel Medioevo per la ricerca di un tesoro che si credeva nascosto sotto quelle figure. Vicino all'arco c'è la Chiesa di San Giorgio al Velabro, che venne costruita dal 680 all'830, ed è costituita da tre navate poggianti su strutture romane, con impiego di colonne del I secolo d.C., con un portico composto da quattro colonne antiche, mentre sotto l'altare si trova la testa di San Giorgio con la spada e parte dello stendardo. Proseguendo in via del Vela-

Attraversando la strada e tornando in piazza della Bocca della Verità, è possibile osservare a sinistra l'Arco di Giano, che fu costruito dall'imperatore Costantino nel IV secolo ed è del tipo quadrifronte, per consentire il transito dal foro ai magazzini del porto da quattro lati. Nelle 20


Sotto l'altare c'è una statua della santa morente realizzata da un allievo del Bernini.

bro si incrocia via San Teodoro, che in antichità era nota come Vicus Tuscus (via degli Etruschi) e collegava il foro all'area commerciale del Foro Boario, e quindi verso il Ponte Sublicio, e si inoltrava verso l’Etruria. Girando a destra è possibile incontrare dopo poco a sinistra un grande cancello chiuso, mentre di fronte era presente la Grotta chiamata Lupercale, cioè il punto dove furono portati al riparo i gemelli Romolo e Remo, dopo il ritrovamento della cesta, e quindi allattati dalla lupa. Il luogo venne da sempre venerato e quindi ci venne costruito un tempio, di recente rinvenuto, mentre nei pressi sorgevano anche gli antichi altari (sacelli) dove furono sepolti Acca Laurentia e il pastore Faustolo, che furono i genitori adottivi dei gemelli. Qui si svolgeva il 2 febbraio la festa dei Lupercalia, che consisteva in riti propiziatori per la fecondità delle donne. 21

Queste portavano in giro delle fiaccole accese in onore della dea Cerere, usanza che in seguito venne imitata dalla religione cristiana, con la festa della Candelora. Inoltre, il cristianesimo stabilì che la festa del Natale venisse celebrata il 25 dicembre, per tenere conto che 40 giorni prima della Candelora era iniziata la purificazione della Vergine Maria, come riportato dalle sacre scritture. Proseguendo è possibile notare a sinistra nella piazza la Chiesa di Santa Anastasia, costruita nel 499 sopra alle rovine degli ambienti delle botteghe e i locali del Circo Massimo. All'interno sono presenti dodici colonne provenienti da edifici romani antichi che si trovavano in loco. La santa che ha dato il nome alla chiesa venne martirizzata con il taglio dei seni, delle mani e dei piedi nel 253 d.C. a Sirmione, e questi suoi resti vennero portati qui quando fu costruita la chiesa a lei dedicata.

Tornando indietro in via San Teodoro è possibile notare a destra la Chiesa di San Teodoro, costruita nel VI secolo, che si trova nel complesso degli Horrea Agrippiana, che osservabili alle spalle verso il Paladino, costruiti dalla nonna di Nerone alle falde del colle e collegate al foro. Questa chiesa è dedicata a un legionario romano arso vivo perché convertito alle fede cristiana e qui era conservata, fino al XVI secolo, la Lupa Capitolina, poi trasferita ai Musei Capitolini. Tornando indietro e andando a destra in via dei Fienili, si arriva a piazza della Consolazione, dove è presente la Chiesa di Santa Maria della Consolazione, con annesso l’ex Ospedale. La chiesa nacque originariamente nel 1400 come Cappella dell'Ospedale e poi venne ampliata nel 1500. Il nome della Consolazione ha origini antiche, perché questo era il punto dove si sfracellavano i condannati a morte gettati dalla Rupe Tarpea, che si trova direttamente sopra, nella parte alta del Campidoglio. Proseguendo a sinistra si raggiunge Vico Jugario, strada chiamata così anche anticamente perché vi venivano realizzati per i buoi (chiamati juga) degli acces-


sori. Questa via era quella che collegava il Foro Romano al Foro Olitorio e dove aveva casa il poeta Ovidio. Proseguendo oltre è possibile ammirare a sinistra la Chiesa di Sant'Omobono, sotto alla quale sono state rinvenute ceramiche e oggetti di culto di un’epoca che va dal IX al VI secolo a.C. circa (gli anni della fondazione di Roma o di poco precedenti). Più avanti è possibile vedere l'Area Sacra di Sant'Omobono, che comprende quello che di più antico c'è a Roma, come i resti del Tempio di Mater Matuta, fatto erigere dal re Servio Tullio nel 578 a.C., ed il Tempio della Fortuna del 534 a.C., dove venivano sacrificati gli animali gravidi come augurio alle donne che dovevano partorire. Il Tempio di Mater Matuta si trova sotto la Chiesa di Sant'Omobono, mentre

quello della Fortuna è presente all'angolo alla fine della strada. Tutti i resti sparsi nella zona sono circa del V secolo a.C., tra cui le basi di un Arco eretto nel 196 a.C., che è il primo costruito a Roma. Attraversando la strada e andando a destra in via del Teatro di Marcello, si giunge nell’area dell'antico Foro Olitorio, ovvero dove si svolgeva il mercato delle verdure. Parte di tre tempi di questo Foro si trovano sotto la Chiesa di San Nicola in Carcere, a sinistra. Guardando la chiesa dall’esterno, è possibile vedere ai lati alcune Colonne: quelle di sinistra sono riferite al Tempio di Spes, quelle di destra sono del Tempio di Giano e il Tempio di Giunone Sospita, che si trova sotto la chiesa ed è possibile visitare. Furono tutti costruiti nel III secolo a.C. Il nome della chiesa deriva

dal fatto che anticamente l'edificio era adibito a carcere, fino all’VIII secolo, quando venne trasformato in luogo di culto. Si racconta che una donna avesse nutrito con il suo latte il padre condannato e rinchiuso in questo carcere. Vi era presente anche il Tempio della Pietà, distrutto nel 44 a.C.da Giulio Cesare per far posto al Teatro di Marcello, completato poi da Augusto. Davanti a questo era posta la Colonna Lactaria, dove venivano esposti alla pietas dei passanti i figli indesiderati. Secondo l’usanza romana, alla nascita di un figlio se il padre lo alzava verso il cielo significava che era ben accetto, in caso contrario, sarebbe stato abbandonato. Come risaputo, era penalizzato il sesso femminile. La nostra passeggiata termina qui.

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"Manutenzione, una questione di Civiltà." Prof. Aurelio Misiti

Rubrica a cura del CNIM: Intervista a Kristian Schneider e a Sergio Salvati di ARI, Associazione Restauratori d’Italia Si occupa anche degli aspetti legislativi del settore, sia nell’ambito professionale che in quello imprenditoriale, partecipando come interlocutore qualificato a tavoli istituzionali. L’associazione promuove la formazione continua e l’aggiornamento costante dei suoi membri. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Kristian Schneider, Presidente di ARI, e Sergio Salvati, Consigliere di ARI e Presidente di GEA Gruppo Emergenza ARI. L’A.R.I., Associazione Restauratori d’Italia, (membro della FINCO, associata al CNIM) è l’associazione dei restauratori dei beni culturali, qualificati a norma di legge. Si adopera per ottenere una corretta e adeguata qualificazione della categoria, promuovendo e diffondendo la conoscenza della capacità tecnico-scientifiche e della responsabilità operativa connessa al corretto svolgimento della professione, richiedendo ai suoi soci il rispetto di alti standard etici, riassunti nel suo codice deontologico. 23

L’Italia è ricchissima di beni culturali: secondo voi viene posta sufficiente attenzione alla loro manutenzione, al loro restauro e al loro mantenimento? Spiace dirlo ma la risposta è no. Se infatti i fondi a disposizione per il restauro sono scarsi, per la manutenzione la cifra diventa irrilevante. È un atteggiamento miope che non tiene in considerazione che il costo della manutenzione, a regime, è inferiore a quello del restauro con il vantaggio, non trascurabile,

che mantenere costante nel tempo uno stato di conservazione ottimale permette di tramandare al futuro l’opera nella sua integrità. Auspichiamo che si comprenda finalmente che le cifre destinate alla manutenzione non sono un costo, ma un investimento, lo stesso che un buon padre di famiglia farebbe per tramandare ai nipoti ciò che ha ricevuto dai propri genitori. Solo questo cambio di prospettiva può proiettare il nostro Paese verso una conservazione reale dello straordina-


rio patrimonio culturale italiano, evitando il progressivo depauperamento che la valorizzazione e la fruizione, da sole, non sono in grado di scongiurare. Inoltre, una seria programmazione di manutenzione alimenterebbe un ecosistema imprenditoriale più sostenibile, favorendo un impiego a lunga durata invece delle assunzioni a progetto, che allo stato attuale del mercato sono un’inevitabile necessità. Come la manutenzione permette di garantire nel tempo la funzionalità di un bene così il restauro permette di far rivivere un bene antico. Quanto è importante il ruolo della professionalità in questo contesto? In Italia il ruolo del restauratore è da sempre riconosciuto come fondamentale per la conservazione del Patrimonio. Il settore del restauro conservativo è un patrimonio diffuso di piccole imprese altamente specializzate e la normativa riserva a queste imprese l’esclusiva sugli interventi di restauro specialistico. Eppure, sono troppi i casi di affidamento di lavori sui beni culturali ad altro tipo di impresa con una generica richiesta della presenza del restauratore di beni culturali nell’organico. Non funziona così e non siamo noi a dirlo ma la normativa – su questo scontiamo la mancata qualificazione delle

stazioni appaltanti. Il sistema si deve basare su due pilastri fondanti: la figura del direttore tecnico restauratore di beni culturali, che spesso coincide con la titolarità dell’impresa, per la corretta applicazione della metodologia ed etica professionale e il personale qualificato – restauratori di beni culturali e tecnici di restauro a garantire la corretta esecuzione dell’intervento. Un restauratore assunto da semplice dipendente, seppur qualificato, non ha la necessaria autonomia di scelta per garantire il rispetto delle procedure corrette. Questo sistema toglie lavoro a un tessuto imprenditoriale, orgoglio dell’Italia, che, in mancanza di risorse, rischia seriamente di andare disperso. Quanto ritenete importante il ruolo della standardizzazione dei processi nella valorizzazione dell’attività di restauro? Il restauratore, per sua formazione, opera all’interno del paradigma della teoria

del restauro che partendo da Cesare Brandi e le successive evoluzioni del settore, riconosce i valori immateriali che informano il sistema di qualità del restauro conservativo. Rispettare un sistema che comprenda il dettaglio delle procedure, con particolare riferimento alle istruzioni di lavoro, permette il controllo del processo indipendentemente dall’operatore (purché ovviamente qualificato) che esegue l’intervento. Resta inteso che nel nostro settore le istruzioni di lavoro non possono essere standardizzate ma vanno elaborate in un progetto a firma di un restauratore di beni culturali che, grazie al suo bagaglio scientifico, tecnico e umanistico, le adatta ad ogni singolo intervento. Un po’ più complesso che in altri settori, ma indubbiamente efficace. Potreste fornirci un quadro sulle iniziative che l’ARI, Associazione Restauratori d’Italia, sta portando avanti in questo periodo?

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L'ARI nasce nel 1985 e, con la partecipazione attiva ai tavoli istituzionali, svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo della professione del restauratore di beni culturali. Continuiamo in questa missione su diversi tavoli istituzionali per adattare il profilo del restauratore di beni culturali in continuo sviluppo all’interno di una società in cambiamento. Siamo presenti in due federazioni di secondo livello: F.IN.CO che raggruppa il mondo delle imprese specialistiche e ConfProfessioni che rappresenta il mondo dei professionisti. In questo periodo stiamo la-

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vorando agli aspetti attuativi del Contratto collettivo nazionale di lavoro dei dipendenti delle imprese di restauro di beni culturali, sottoscritto nel 2013 e rinnovato già due volte nel 2016 e nel 2020, in piena crisi pandemica. Stiamo aggiornando, per l’edizione 2021, il Prezzario Beni Artistici del quale siamo autori e che è oramai il riferimento a livello nazionale per la progettazione e l’esecuzione di interventi di restauro conservativo. A livello europeo facciamo parte di E.C.C.O., European Confederation of Conservators-restorers’ Organizations, con cui siamo

attualmente impegnati in un progetto per la mappatura, l’analisi e le raccomandazioni per lo sviluppo futuro del settore del patrimonio culturale in Europa (CHARTER European Cultural Heritage Skills Alliance, www.charteralliance.eu). Con G.E.A., Gruppo Emergenza ARI, siamo impegnati nella Protezione Civile per intervenire, esclusivamente con professionisti qualificati del settore, sui beni culturali in emergenza.


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