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Newcert Magazine 33

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N ews World C ertification Testing

10 anni

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Circular value

Leggi il Cambiamento: L’intelligenza aumentata nel mercato del lavoro tra opportunità, bias ed equità di genere Meravigliosa...mente: Intelligenza Artificiale e psicoterapia

Responsabilità Aziendale: Cybercrimes e modello 231 Reput-Azione: I dati affidabili non bastano: occorre condividere le conoscenze

Luglio/Agosto/Settembre 2026

Trimestrale tecnico professionale sul mondo delle Certificazioni e dell'Empowerment

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Redazione: Iman Abouabdillah Chantal Comegna Maria Chiara Casale Alessandro D’Agostini Monica Di Prima Alessandro Giurelli Daniela Esposito Roberto Fioretti Cristina Gatto Domenico Giovinale Fabio La Porta Maria Teresa Muscari Tomajoli Cosima Palazzo Roberto Pansini Chiara Puzo Francesca Simone Federica Terrone Gemma Trinca

Hanno collaborato a questo numero:

Filippo Conti Laura Degiovanni Giulia Gregorini Lorenzo Nicolò Meazza Aurelio Misiti Annunziata Staffieri Andrea Tiveron

Questo magazine non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene pubblicato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. La responsabilità dei contenuti delle rubriche del magazine è in capo ai soggetti titolari delle stesse. Le foto che ritraggono i titolari delle rubriche e delle interviste del magazine sono fornite dagli stessi. 2


Indice Il mondo di Newcert, ci presentiamo

ll punto di Fabio La Porta, CEO di Newcert

Economia circolare: una sfida sostenibile Tutelare l’uomo per salvaguardare il pianeta

"Meravigliosa...mente" Rubrica a cura di Giulia Gregorini: Intelligenza artificiale e psicoterapia

"Responsabilità aziendale" Rubrica a cura di Lorenzo Nicolò Meazza: Cybercrimes e modello 231

MM - Manteinment Rubrica a cura del CNIM L’Arte nobile della manutenzione - quando riparare diventa un atto circolre, strategico e competitivo.

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Indice “Sustainainment” Rubrica a cura di NCERT L’Entertainment circolare e sostenibile: come la circolarità nell’Entertainment ridisegna scenografie, materiali e infrastrutture dello spettacolo

“Leggi il cambiamento” Rubrica a cura di Annunziata Staffieri ’intelligenza aumentata nel mercato del lavoro tra opportunità, bias ed equità di genere

"Reput-Azione" Rubrica a cura di Laura Degiovanni: I dati affidabili non bastano: occorre condividere le conoscenze “Il futuro è oggi” Rubrica a cura di Andrea tiveron

Roma circolare: dove nulla si perde A cura dell’Associa<ione Neronis

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Il mondo di Newcert, ci presentiamo

Il nostro nome è Newcert S.r.l. Certificazione, qualità e professionalità sono i tratti distintivi della nostra realtà aziendale. Siamo una società operante nel settore delle certificazioni, in qualità di business partner di Organismi di certificazione accreditati italiani ed esteri. La nostra sede è a Roma, ma operiamo su tutto il territorio nazionale con professionisti qualificati in grado di offrire servizi a tutti i tipi di aziende. Grazie all'esperienza maturata nel corso degli anni, i nostri tecnici possiedono le competenze necessarie per assicurare la conformità di Organismi accreditati per la certificazione di Sistemi di Gestione (ISO/IEC 17021), di prodotto (ISO/IEC 17065), nel campo delle ispezioni (ISO/ IEC 17020) e nella certificazione del personale (ISO/IEC 17024). Dal nostro oggetto sociale è invece esclusa l'attività di consulenza per l'implementazione dei Sistemi di Gestione (Qualità, Ambiente, Sicurezza, ecc.). Newcert Magazine

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Siamo apprezzati interlocutori di diverse realtà aziendali grazie al nostro impegno professionale e alla conoscenza delle normative e degli standard di settore. Tra gli elementi distintivi che ci vengono generalmente riconosciuti dai clienti, possiamo citare la competenza e la professionalità, esperienza nel settore e l’aggiornamento professionale continuo. Perché riusciamo a offrire un servizio di qualità cosi elevato? Perché siamo una vera e propria squadra! Lo spirito di gruppo fa sentire ogni membro del nostro team ben accolto e supportato, complice anche l’apertura mentale e i confronto costruttivo, obiettivi concreti della nostra modalità di relazione. Ci impegniamo con entusiasmo nel nostro lavoro perché lo troviamo davvero stimolante e sfidante, vista la grande varietà di aziende e settori nei quali operiamo. É anche per questo che siamo molto versatili nel nostro lavoro e troviamo estremamente formative e gratificanti le nostre missioni. Nel corso degli anni siamo stati in grado di conquistare un ruolo sempre più attivo in questo settore, consolidando le competenze dei nostri professionisti nei settori della certificazione dei Sistemi di gestione. Questo ci permette di essere considerati partner affidabili di enti di certificazione nazionale e internazionale. Inoltre siamo un punto di riferimento per i nostri clienti perché riusciamo a rispondere alle loro molteplici esigenze, anche in virtù della stretta collaborazione con esperti in settori integrativi. Da febbraio 2020 siamo soci del CNIM, Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione: questo ci consente al approfondire temi nevralgici peri miglioramento della produttività delle imprese e la sicurezza delle persone nella consapevolezza che la manutenzione è una questione di civiltà. Per conto del CNIM il nostro amministratore cura i contenuti e l'aggiornamento del Magazine MM - Maintenance and Facility Management. Siamo anche associati all'UNI, Ente Italiano di Normazione, all'AICQ, Associazione Italiana Cultura Qualità Centro Insulare, dove abbiamo un nostro rappresentante presso iI MAQ, Comitato Metodologie di Assicurazione della Qualità. Cooperiamo con importanti realtà formative e aiutiamo le organizzazioni e le persone a migliorare le loro competenze e abilità professionali. Operiamo in qualità di CFPT, Centro di Formazione Paritetico e Territoriale UNASF (Unione Nazionale Sicurezza e Formazione) Conflavoro PMI (Confederazione Nazionale Piccole e Medie Imprese). Nell'ambito della collaborazione con LL-C, operiamo con l'associazione ERCA European Register of Certificated Auditors per la Certificazione delle competenze professionali.

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Il punto di Fabio La Porta, CEO di Newcert di business. Lo stesso principio ritorna nella rubrica del CNIM, con “L'Arte Nobile della Manutenzione”: riparare non è più un gesto residuale, ma una scelta strategica. Manutenere significa governare il tempo delle cose, preservarne la funzione e prolungarne il valore prima che diventino rifiuto.

Bentrovate e bentrovati, questo numero (il 33 ndr) del Newcert Magazine è dedicato all'Economia Circolare e abbiamo voluto che questo principio non restasse soltanto un tema da raccontare, ma diventasse anche il metodo con cui sviluppare il numero stesso. Per questo abbiamo affiancato nuovi contributi ad alcuni articoli del nostro archivio che conservano intatta il loro valore. È una scelta che nasce dalla stessa logica della circolarità: non sempre produrre quando

non sempre produrre qualcosa di nuovo significa creare. A volte è sufficiente saper riconoscere ciò che merita di essere recuperato, ricontestualizzato e rimesso in circolo. Il percorso si apre con “Chiudere il cerchio della conoscenza”, a cura della Redazione Newcert Magazine, che ci porta nell'esperienza del Biltehqeeq Center of Research, Sustainable Development & Innovation. Il tema è quello di una ricerca organizzata e sistematica, capace di trasformare conoscenza dispersa in innovazione, circolarità e nuovi modelli Newcert Magazine

Nella rubrica Sustainment, a cura di NCERT, la circolarità entra invece in un ambito meno immediato: quello dell'intrattenimento. Scenografie, allestimenti e materiali utilizzati negli eventi diventano il punto di partenza per interrogarsi su come riuso e progettazione consapevole possano trasformare anche settori che raramente associamo alla sostenibilità. A questi contributi si affiancano alcune riflessioni che abbiamo scelto di recuperare dai numeri precedenti del Magazine. “Economia circolare, una sfida sostenibile”, pubblicato nel Numero 4, torna a ricordarci i principi fondanti di questo modello, dall'eco-design alla lotta all'obsolescenza programmata. “Tutelare l'uomo per salvaguardare il pianeta”, dal Numero 5, riporta invece l’atten-

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zione sul legame tra dimensione umana, sociale e ambientale. Abbiamo voluto rimettere in circolo anche “I dati affidabili non bastano: occorre condividere le conoscenze” di Laura Degiovanni, già riproposto nel Numero 30. Il fatto che trovi nuovamente spazio in questo numero non è casuale: se parliamo di circolarità, dobbiamo parlare anche della capacità di non disperdere la conoscenza e di farla diventare patrimonio condiviso. Lo stesso vale per alcune rubriche che tornano oggi con una nuova chiave di lettura. In “Intelligenza Artificiale e psicoterapia”, dalla rubrica Meravigliosa...mente della Dott.ssa Gregorini, il rapporto tra innovazione tecnologica e dimensione umana viene osservato con equilibrio e senso critico.

In “Autenticità nel mondo dell'intelligenza artificiale”, il Dott. Tiveron riflette invece sul rapporto tra linguaggio, verità e relazioni in un mondo sempre più mediato dalla tecnologia.

Abbiamo scelto di non separare rigidamente ciò che è nuovo da ciò che ritorna. Abbiamo preferito costruire un unico percorso, nel quale contributi originali e contenuti recuperati dall'archivio dialogano tra loro e acquistano nuovi significati.

Ritroviamo infine “Cybercrimes e Modello 231” dell'Avv. Meazza, già pubblicato nella rubrica Responsabilità Aziendale, per ricordare come anche il rischio informatico debba essere affrontato con logiche di prevenzione, organizzazione e responsabilità.

Con l'augurio che questo numero vi ispiri a guardare a ciò che vi circonda — materiali, competenze, esperienze e conoscenza — non come qualcosa da consumare una sola volta, ma come qualcosa il cui valore può essere preservato, trasformato e rimesso in circolo.

Chiudiamo, come sempre, con un itinerario dell’Associazione Neronis. “Roma Circolare: dove nulla si perde” ci accompagna dal Colosseo a San Clemente e ci mostra come la Città Eterna abbia praticato riuso, recupero e rigenerazione ben prima che coniassimo l'espressione “economia circolare”.

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Buona lettura! Fabio La Porta CEO Newcert

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Chiudere il cerchio della conoscenza Dalla ricerca alla sostenibilità circolare Come il Research Management e la standardizzazione dei processi possono trasformare le evidenze scientifiche in innovazione, nuovi modelli di business e sistemi produttivi realmente circolari. L'esperienza del Biltehqeeq Center suggerisce un percorso nel quale ricerca, sostenibilità e gestione dell'innovazione convergono.

Di redazione Newcert Magazine Tempo di lettura 5 minuti Parlare di innovazione e circolarità è relativamente semplice. Più complesso è costruire organizzazioni capaci di trasformare questi principi in processi strutturati, misurabili e, soprattutto, operativi. È proprio in questo spazio, tra ricerca, innovazione e sostenibilità, che si colloca l'esperienza del Biltehqeeq Center of Research, Sustainable Development & Innovation, con sede a Sialkot, in Pakistan. Il Centro propone un approccio interessante: considerare la ricerca non soltanto come produzione di conoscenza, ma come una vera e propria infrastruttura organizzativa, capace di alimentare decisioni, innovazione e sviluppo sostenibile. Un'impostazione particolarmente attuale di fronte alle sfide della transizione ecologica e dell'economia circolare, perché la circolarità non coincide con il semplice riciclo a fine vita: richiede la capacità di ripensare prodotti, processi, materiali,

modelli di consumo e intere catene del valore. dati misurazione sperimentazione organizzazioni capaci di trasformare ciò che apprendono in decisioni e prassi operative In altre parole, richiede ricerca organizzata. La ricerca esce dal laboratorio Per molto tempo il termine “ricerca” è stato associato prevalentemente alle università, ai laboratori scientifici o ai dipartimenti R&D delle grandi imprese. Ma cosa accade quando la stessa logica viene trasferita all'intera organizzazione? La prospettiva proposta da Biltehqeeq parte proprio da questo interrogativo: collegare gli sforzi di ricerca di un'organizzazione ai suoi obiettivi di sviluppo sostenibile. Il Centro Newcert Magazine

dichiara come propria missione favorire lo sviluppo sostenibile e l'innovazione attraverso la ricerca, creando al tempo stesso occasioni di collaborazione tra ricercatori, organizzazioni e stakeholder. Alla ricerca affianca attività di networking, workshop, formazione e iniziative dedicate alla comprensione e all'applicazione di standard nazionali e internazionali. Il punto di interesse è soprattutto il cambio di prospettiva. La ricerca non è più necessariamente qualcosa che precede il business o che vive parallelamente a esso. Può diventare il metodo attraverso il quale un'organizzazione individua inefficienze, comprende rischi e opportunità, misura gli impatti, studia i propri flussi di materia ed energia e sviluppa nuove soluzioni. Per un'economia che vuole

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diventare circolare, questa capacità assume un valore strategico. Research Management: trasformare conoscenza in valore Questa impostazione trova una delle sue espressioni nel concetto di Research Management for Sustainable Development – RMSD. Sul proprio sito, Biltehqeeq fa riferimento alla Pakistan Standard PS 5549:2022 (Research Management for Sustainable Development), collegando la gestione strutturata della ricerca agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'organizzazione e proponendo attività di valutazione dei relativi sistemi. Al di là del riferimento normativo specifico, è il principio sottostante a risultare particolarmente interessante. Ogni organizzazione produce continuamente conoscenza: quando analizza uno scarto di produzione o ricerca la causa di una non conformità; quando confronta l'efficienza di due processi; quando raccoglie le istanze provenienti dalla propria filiera; quando sperimenta un materiale alternativo; quando valuta gli effetti ambientali di un prodotto durante il suo ciclo di vita; quando cerca di comprendere perché un progetto di recupero o riutilizzo abbia funzionato – o

perché abbia incontrato ostacoli. Il problema è che questa conoscenza rimane spesso frammentata: nelle persone, nei reparti, nei database, nei report, nelle non conformità, nelle esperienze maturate sul campo. Il Research Management introduce invece un'idea diversa: trasformare questa conoscenza dispersa in un patrimonio organizzativo. Significa passare da analisi occasionali a un processo nel quale domande, ipotesi, dati, sperimentazioni, risultati e decisioni vengono gestiti in maniera sistematica. Ed è proprio qui che ricerca e sistemi di gestione iniziano a parlare la stessa lingua. Il nesso strategico: Ricerca → Innovazione → Circolarità → Standardizzazione L'economia circolare non si realizza attraverso una semplice dichiarazione d'intenti. Ripensare un prodotto, un processo o una filiera per mantenere il più a lungo possibile il valore delle risorse richiede conoscenza, sperimentazione e capacità di misurazione. Newcert Magazine

Una buona idea di riuso, riparazione, rigenerazione o recupero non costituisce ancora un modello circolare. Per diventarlo deve essere valutata, sperimentata, misurata e, quando dimostra di produrre valore, integrata nei processi dell'organizzazione. 1. Ricerca – Comprendere Fornisce dati ed evidenze per comprendere materiali, processi, impatti, inefficienze, rischi e opportunità. Life Cycle Assessment, analisi dei flussi di materia, studio delle materie prime seconde, valutazione degli scarti e analisi delle prestazioni diventano strumenti per conoscere prima di decidere. 2. Innovazione – Trasformare Le evidenze generate dalla ricerca possono essere trasformate in nuove soluzioni: eco-design, nuovi materiali, modelli di riuso e riparazione, remanufacturing, recupero di materia, simbiosi industriale, nuovi servizi e nuovi modelli di business. È in questo ambito che si inserisce anche la ISO 56002:2019, standard internazionale che fornisce linee guida per istituire, implementare, mantenere

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e migliorare continuamente un sistema di gestione dell'innovazione. La norma non prescrive una singola metodologia e non è uno standard di requisiti per la certificazione: offre piuttosto un framework organizzativo per rendere l'innovazione meno episodica e più sistematica.

value network da configurazioni lineari a configurazioni circolari. ISO 59020:2024 – introduce un framework strutturato per misurare e valutare le performance di circolarità.

3. Circolarità – Applicare L'innovazione diventa circolare quando contribuisce a preservare il valore delle risorse, ridurre l'impiego di materie vergini, estendere la vita utile di prodotti e componenti e ripensare i modelli di creazione del valore. La circolarità diventa così una proprietà del sistema, non una semplice attività collocata alla fine del ciclo produttivo.

Tre dimensioni – principi, trasformazione e misurazione – che mostrano quanto la circolarità stia progressivamente evolvendo da aspirazione strategica a disciplina gestionale.

4. Standardizzazione – Rendere replicabile e misurabile Quando una soluzione funziona, occorre trasformarla in un processo stabile, documentato, misurabile e migliorabile. È qui che la standardizzazione assume una funzione strategica. La nuova famiglia internazionale ISO 59000, dedicata all'economia circolare, offre oggi un riferimento particolarmente significativo: ISO 59004:2024 – definisce vocabolario, principi e linee guida per l'implementazione dell'economia circolare. ISO 59010:2024 – affronta la transizione dei modelli di creazione del valore e delle

Dal progetto pilota al sistema È forse questo il passaggio più importante. Molte organizzazioni dispongono già di iniziative circolari: recuperano materiali, riducono gli scarti, modificano imballaggi, introducono componenti riciclati o sperimentano nuove modalità di utilizzo dei prodotti. Ma un insieme di iniziative non costituisce necessariamente un sistema circolare. La differenza risiede nella capacità di apprendere dall'esperienza e replicare ciò che funziona.

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Senza una gestione strutturata della conoscenza, un progetto virtuoso può rimanere confinato a un reparto, a un prodotto o alla competenza di poche persone. Quando invece i risultati vengono analizzati, documentati, misurati e integrati nei processi organizzativi, l'innovazione può diventare metodo. Ed è qui che il cerchio della conoscenza comincia davvero a chiudersi: OSSERVARE → RICERCARE → SPERIMENTARE → MISURARE → STANDARDIZZARE → MIGLIORARE La conoscenza generata dal sistema ritorna nel sistema e ne alimenta una nuova evoluzione. Sostenibilità: dalle dichiarazioni alle evidenze Lo stesso ragionamento può essere esteso alla sostenibilità nel suo complesso. Negli ultimi anni, organizzazioni pubbliche e private hanno moltiplicato strategie, policy e impegni collegati agli ESG e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Ma tra dichiarare un impegno e dimostrarne gli effetti esiste una distanza

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considerevole. A colmarla sono i dati, le evidenze e la capacità di misurare. La ricerca assume quindi una funzione che va oltre l'innovazione tecnologica: diventa uno degli strumenti attraverso i quali l'organizzazione può verificare se le proprie strategie producano realmente gli effetti attesi. Anche la composizione multidisciplinare presentata da Biltehqeeq riflette questa impostazione. Il Centro dichiara competenze che spaziano dalla sostenibilità alla leadership organizzativa, dai grievance mechanism all'efficienza industriale, dalle tecnologie ambientali all'energy management, fino al project management, alla formazione e alla gestione del rischio e della resilienza. Una pluralità che richiama un principio fondamentale: la sostenibilità non appartiene a una singola funzione aziendale. E nemmeno la circolarità. Entrambe richiedono una trasformazione di sistema. Formare chi dovrà costruire il futuro C'è poi un ulteriore elemento dell'esperienza Biltehqeeq che merita attenzione: il rapporto tra ricerca ed educazione. Il Centro propone percorsi rivolti anche agli insegnanti nell'ambito del Research Management for

Sustainable Development and Innovation, affrontando temi quali SDGs, innovazione nell'educazione, fondamenti della ricerca, action research, raccolta e analisi dei dati, comunicazione dei risultati e collaborazione con gli stakeholder. È un aspetto tutt'altro che secondario. La transizione circolare e sostenibile non è soltanto una transizione tecnologica: è una transizione delle competenze. Possiamo disporre di tecnologie avanzate, sistemi digitali, standard internazionali e quantità crescenti di dati. Ma senza persone capaci di formulare le domande corrette, interpretare le informazioni, verificare le fonti e trasformare conoscenza in decisione, il potenziale dell'innovazione rimane incompiuto. In un'economia circolare, quindi, anche la conoscenza deve essere circolare: deve circolare tra persone, funzioni, organizzazioni e generazioni. Collaborare innovare

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per

La conoscenza contemporanea difficilmente può essere confinata entro il perimetro di una singola organizzazione. Ancora meno può esserlo la circolarità. Un materiale che per un'impresa rappresenta uno scarto può diventare una risorsa per un'altra. La riprogettazione di un prodotto può coinvolgere produttori, fornitori, utilizzatori, manutentori, operatori del recupero e riciclatori. La disponibilità di dati affidabili lungo la filiera può determinare la possibilità stessa di misurare la circolarità. Per questo, networking e collaborazione costituiscono un'altra componente dell'approccio dichiarato da Biltehqeeq: mettere in relazione ricercatori, organizzazioni, istituzioni e industria per condividere conoscenza e sviluppare nuovi progetti. È un principio che supera la singola esperienza del Centro. L'impresa del futuro sarà sempre meno un sistema isolato e sempre più un nodo all'interno di un ecosistema della conoscenza. Università, imprese, professionisti, organismi tecnici, istituzio-

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e organismi di valutazione della conformità possono contribuire, con ruoli differenti, a trasformare le rispettive competenze in capacità collettiva di innovazione.

sperimentare; misurare; imparare dagli errori; utilizzare ciò che abbiamo appreso per modificare il sistema.

Nella transizione circolare, la collaborazione non è quindi un elemento accessorio: è una condizione strutturale.

È difficile non riconoscere, in questa sequenza, la stessa logica del miglioramento continuo. Anche il ciclo Plan-Do-Check-Act parte, in fondo, dalla capacità di comprendere ciò che accade per decidere come fare meglio.

Chiudere il cerchio L'esperienza del Biltehqeeq Center of Research, Sustainable Development & Innovation offre infine lo spunto per una riflessione che va oltre la singola organizzazione. Siamo abituati a pensare alla ricerca come al luogo in cui nascono nuove idee. Dovremmo forse iniziare a considerarla anche come una competenza permanente delle organizzazioni. Ricercare significa: osservare prima di decidere; distinguere una percezione da un'evidenza; formulare ipotesi;

L'economia circolare aggiunge un'ulteriore dimensione: ciò che apprendiamo non deve servire soltanto a produrre meglio, ma a ripensare il modo stesso in cui utilizziamo risorse, materiali, prodotti e conoscenza.

È anche il cerchio della conoscenza: dalla ricerca all'innovazione, dall'innovazione alla circolarità, dalla circolarità alla misurazione e dalla misurazione a nuova conoscenza. Un ciclo continuo. Perché un'organizzazione realmente sostenibile non è quella che pensa di avere già trovato tutte le risposte. È quella che ha costruito un sistema capace di continuare a formulare le domande giuste. Perché un'organizzazione realmente sostenibile non è quella che pensa di avere già trovato tutte le risposte. È quella che ha costruito un sistema capace di continuare a formulare le domande giuste.

Per questo, il vero cerchio da chiudere potrebbe non essere soltanto quello della materia.

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Economia circolare, una sfida sostenibile Tempo di lettura: 3 minuti L’economia circolare è un modello di produzione e di consumo che estende il più a lungo possibile il ciclo di vita dei materiali e dei prodotti esistenti, attraverso la loro condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo. L’obiettivo è quello di ridurre al minimo la produzione di rifiuti. In sintesi, costituisce un sistema economico sostenibile. Il tradizionale modello economico lineare, da più fonti è considerato non più praticabile. Quest’ultimo, infatti, si basa sullo schema “estrarre, produrre, usare, gettare” che richiede la disponibilità di enormi quantità di materiali e di energia facilmente reperibili e a basso costo, ma con costi ambientali molto alti, in termini di rifiuti prodotti ed emissioni di gas serra. Economia circolare comporta dover ragionare in una logica di sostenibilità già al momento della progettazione dei prodotti e dei servizi. È quello che si intende per eco-design, ovvero l’ideazione di oggetti d’uso o servizi con un approccio responsabile, che tenga conto del benessere dell’ambiente e della società. Nel design ecologico i materiali sono

sempre riutilizzabili, biodegradabili, riciclabili, non tossici e devono assicurare la massima durata nel tempo dell’oggetto stesso. Questo approccio rappresenta un grande cambiamento rispetto al design industriale tradizionale, il cui obiettivo è sempre stato quello di introdurre rapidamente nuovi beni aderenti agli standard di qualità, al minor costo possibile, senza tenere conto delle eventuali conseguenze ambientali e sociali negative. Concetti come quelli di flessibilità e modularità diventano fondamentali in Newcert Magazine

in quest’ottica. La costruzione modulare dei prodotti facilita le modifiche e gli aggiornamenti e ne favorisce la riparazione e il riuso. La riduzione al minimo della varietà dei materiali all’interno dei prodotti multicomponenti e la loro smontabilità permettono invece di gestire il fine vita dei prodotti in ottica di riutilizzo e recupero nella loro interezza o nelle loro componenti. Smontare facilmente un prodotto, facilita la rigenerazione e il reinserimento sul mercato, allo stesso modo smontarlo in sezioni monomateriali, singolarmente riciclabili, rende semplice il riciclag-

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gio dei materiali che lo compongono. Uno dei punti fondamentali dell’economia circolare è proprio la lotta all’obsolescenza programmata, la pratica che consiste nel produrre beni che vengono progettati per avere una vita limitata, accorciando il potenziale di utilizzo e riducendo i tempi per una eventuale sostituzione o riparazione. Tale pratica comporta un aumento di profitto per le aziende, che vedono incrementare la richiesta di prodotti, ma si traduce in un aumento dei costi per i consumatori, oltre che nella produzione di grandi quantità di rifiuti, risultando nociva per l’ambiente. L’Unione Europea sta lavorando attivamente per promuovere la transizione verso un’economia circolare, in sostituzione dell’attuale modello economico lineare.

Il 22 febbraio 2021, a margine della quinta Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente, è stata lanciata GACERE (Global Alliance on Circular Economy and Resource Efficiency): l’Alleanza Globale per l’Economia Circolare e l’Efficienza delle Risorse. Le promotrici dell’iniziativa sono l’Unione Europea e l’Onu. L’appello a un’alleanza globale era già stato lanciato a marzo 2020 dalla Commissione europea, in occasione della presentazione del Piano d’azione UE per l’economia circolare. A distanza di un anno sono 11 i Paesi ad aver aderito, che si aggiungono a quelli dell’Unione Europea: Canada, Cile, Colombia, Giappone, Kenya, Nuova Zelanda, Nigeria, Norvegia, Perù, Ruanda e Sud Africa. Obiettivo dell’Alleanza è quello di dare impulso alla

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transizione verso un’economia circolare, allineandosi a livello globale su standard condivisi in materia di ecodesign, lotta all’obsolescenza programmata, riduzione dell’impronta ambientale dei prodotti, recupero di risorse. Presente all’evento di lancio il Commissario Europeo per l’ambiente, gli oceani e la pesca, Virginijus Sinkevičius, il quale ha affermato con forza la necessità di una transizione a un’economia circolare per far fronte alle crisi ecologiche del pianeta. La circolarità, mantenendo i prodotti più a lungo all’interno del mercato, limita i cambiamenti climatici in quanto la maggior parte dell’impatto ambientale di un prodotto si riscontra nella prima fase di progettazione: quasi la metà delle emissioni totali di gas serra proviene dall’estrazione e dall’elaborazione delle risorse.

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Finora l’economia ha funzionato con un modello “produzione-consumosmaltimento”, modello lineare dove ogni prodotto è inesorabilmente destinato ad arrivare a “fine vita”. Si stima che nell’Unione Europea ogni anno si usano quasi 15 tonnellate di materiali a persona, mentre ogni cittadino UE generi una media di oltre 4,5 tonnellate di rifiuti l’anno, di cui quasi la metà è smaltita nelle discariche. Un sistema non più praticabile. La transizione verso l’economia circolare è sostenuta da un numero sempre maggiore di politiche e iniziative. Tuttavia, ci sono

ancora delle barriere politiche, sociali ed economiche da superare per giungere a una realizzazione pratica e a una maggiore accettazione. Tra queste: la mancanza di consapevolezza o di capacità da parte delle imprese di mettere in pratica le soluzioni dell'economia circolare; scarsi investimenti nelle misure di miglioramento dell'efficienza, perché percepiti come rischiosi e complessi; bassa domanda di prodotti e servizi sostenibili, soprattutto se richiedono modifiche di comportamenti.

la partecipazione e l’impegno di diversi attori: i decisori politici, le imprese, i cittadini. Ai primi spetta il dovere di offrire alle imprese le condizioni strutturali affinché possano adottare un nuovo modello di produzione; alle seconde il compito di creare prodotti concorrenziali di lunga durata; ai cittadini, infine, si chiede di ripensare il modo in cui acquistano beni e servizi, avviando una vera e propria trasformazione critica del pensiero: da consumatore a utilizzatore.

Siamo di fronte a una sfida che per essere vinta richiede

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Tutelare l’uomo per salvaguardare il pianeta Tempo di lettura: 2 minuti Il concetto di sviluppo sostenibile è stato definito per la prima volta nel 1987 nel Report Brundtland come lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromet-tere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Pur essendo uno dei tre pilastri dell’Agenda 2030, la sostenibilità sociale non gode della stessa rilevanza e interesse mondiale della sostenibilità ambientale e di quella economica. Eppure, la sostenibilità sociale interseca le dimensioni del benessere, dell’equità sociale, dell’accesso ai servizi sociali/sanitari e all’istruzione, di un’equa distribuzione del reddito, di migliori condizioni lavorative, di coesione sociale e inclusione: aspetti ugualmente importanti per garantire una vita migliore alle generazioni future. Lo scorso 5 maggio 2020, in piena crisi pandemica, è stato pubblicato il Report Social Sustainability: Concepts and Benchmarks voluto dalla Commissione Employment del Parlamento Europeo. Lo studio prende in considerazione le aperture sui temi della sostenibilità della Presidente della Commissione Europea Ursula

Von Der Leyen, che, proprio nel suo discorso di insediamento, ha proposto di perseguire la “via europea” di valorizzare il potenziale delle popolazioni europee, i talenti e le diversità per creare una Unione più giusta ed egualitaria. Negli ultimi anni, l'Europa ha dovuto affrontare diverse sfide che hanno avuto un importante impatto sociale e il cui superamento ha richiesto una risposta globale all'azione politica locale, nazionale, europea e mondiale. La disuguaglianza tra le generazioni, le migrazioni climatiche, Newcert Magazine

l'iniquità nelle condizioni di lavoro e lavoro e la crisi produttiva hanno, infatti, determinato una crescita della in-work poverty. Questioni, queste, strettamente interconnesse nell'ambito degli obiettivi dell'Agenda 2030 e che possono essere affrontate solo all'interno di una piattaforma comune attraverso politiche di sviluppo economico green, capace di produrre lavoro dignitoso, retribuito equamente tra i lavoratori, in un contesto nel quale venga promosso il superamento delle discriminazioni nei confronti delle persone più vulnerabili e, in generale, delle minoranze.

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A livello europeo sono state individuate numerose iniziative politiche, nazionali e locali, volte a promuovere in modo concreto le esperienze della sostenibilità economica, sociale e ambientale, capaci di incentivare la coesione e la vita sociale nei quartieri svantaggiati, così come iniziative imprenditoriali sostenibili e verdi in grado di favorire equità salariale e posti di lavoro di qualità. Non da ultimo, sono state realizzate esperienze di partecipazione e coinvolgimento delle comunità nei processi di sviluppo e crescita locale e nella promozione del benessere dei cittadini.

La drammatica crisi economica e sociale legata all'emergenza Covid-19 e le ripercussioni che avrà sull'intero sistema dei servizi sociali, sanitari, sul mondo del lavoro e su quello delle imprese, così come su qualsiasi dimensione del vivere quotidiano, richiede fin da ora di porsi in un'ottica nuova, rivoluzionando, ad esempio, l'approccio al sistema dei servizi. Proprio il tema della sostenibilità sociale, in un periodo di aumento dei bisogni e di diminuzione delle risorse pubbliche, potrebbe diventare il punto di riferimento per uscire dalla

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crisi che stiamo vivendo. In questo contesto la carenza di risorse renderà necessario promuovere il coordinamento tra le politiche sociali, nel tentativo di contribuire a raggiungere tutti gli aspetti rilevanti della sostenibilità attraverso l'identificazione di sinergie e un uso più efficiente delle risorse.

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“Meravigliosa...mente” Rubrica a cura di Giulia Gregorini Intelligenza Artificiale e psicoterapia zio pensato per tutti coloro che hanno voglia di informarsi su diversi temi "psicologici" che tratteremo in modo semplice e pratico

Tempo di lettura: 3 minuti "Meravigliosa..mente" nasce dal-la collaborazione con la psicologa e psicoterapeuta Giulia Gregorini grazie alla quale cercheremo di rendere la psicologia accessibile a tutti al fine di migliorare il nostro quotidiano. La psicologia, attraverso lo studio del comportamento umano, offre infatti una chiave di lettura su ciò che accade intorno a noi e può guidarci nella vita di tutti i giorni, dandoci così un valido contributo nel migliorare il benessere di ciascuno di noi, consentendo di vivere una vita sana e soddisfacente. Meravigliosa..mente è uno spa-

Buongiorno dott.ssa Gregorini e benvenuta. Cosa ne pensa dell’applicazione dell’Intelligenza Artificiale nel Suo campo professionale? Penso che sia una questione complessa da approfondire. È importante non acquisire un atteggiamento iper­critico ma poter mantenere un proprio senso critico. Sembra un gioco di parole ma intendo dire che trovo rischioso sia un atteggiamento chiuso verso le novità, sia una posizione eccessivamente passiva.

verso la sperimentazione. Ad oggi, ritengo che l’applicazione dell’Intelligenza Artificiale nel campo della salute mentale richieda una formazione ad hoc e che possa offrire nuove risorse e al contempo comportare dei rischi. Come si possono incontrare il mondo della psicologia e quello dell’IA? L’Intelligenza Artificiale si occupa di elaborare programmi informatici capaci di eseguire operazioni simili a quelle eseguite dalle mente umana, come l’apprendimento o il ragionamento logico; la psicologia si propone di studiare la mente, il funzionamento e il comportamento delle persone e degli animali.

Inoltre, se delle cose si possono ipotizzare, altre si acquisiscono solo attraNewcert Magazine

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Quali possono essere i maggiori rischi? Innanzitutto, occorre porre attenzione alle questioni etiche e al rispetto del codice deontologico da parte Esiste quindi un’intercon- dello psicologo e psiconessione, facendo entrambe terapeuta. ricorso alla sfera cognitiva e comportamentale. La psicolo- Operare nel campo della gia dona, però, anche salute mentale presuppone centralità agli aspetti emotivi, una piena presa di inconsci, affettivi e relazionali. coscienza che sembra difInoltre, il corpo e il linguaggio ficile da realizzare per una non verbale assumono un macchina. ruolo essenziale in stanza di terapia. In ambito applicativo Inoltre, nel lavoro psicoci sono ad oggi evidenze terapeutico assume centrapositive sull’utilizzo di sistemi lità la relazione umana che di Intelligenza Artificiale, ad si instaura tra psicoterapeuta esempio nel campo della e paziente, le risonanze “psicologia educativa” si emotive, lo svelamento di ricorre a sistemi di tutor aspetti inconsci. Azioni che intelligenti, robotica educativa non possono essere e neuroeducazione a sup- delegate totalmente a un porto dell’apprendimento, dispositivo. mentre nei settori delle “neuroscienze” e della Fondamentali sono la “psicologia cognitiva” l’Intel- trasparenza e il coinvolgiligenza Artificiale sostiene la mento attivo del paziente ricerca e la conoscenza. durante l'intero processo di cura. Le persone devono Sono diversi i settori della essere adeguatamente psicologia che possono informate e consapevoli del beneficiare dell’Intelligenza ruolo che l'Intelligenza Artificiale. Artificiale può svolgere nel loro percorso, compresi i Chiaramente, è un “work in limiti e i rischi associati e progress”. Ci sono molti studi devono essere partecipi nel di ricerca che si stanno processo decisionale per occupando, infatti, di assicurare sinergia e approfondire l’impatto e i coerenza tra le scelte risvolti dell’applicazione relative all'utilizzo dell'Inteldell’Intelligenza Artificiale nel ligenza Artificiale e le loro campo della salute mentale. preferenze, con il focus sugli Newcert Magazine

obiettivi terapeutici condivisi. Si rischia di semplificare eccessivamente una questione complessa. Quali sono potenzialità?

invece

le

La tutela della salute mentale deve essere una priorità sociale. Sia nell'ambito della prevenzione che in quello della cura è incessante la necessità di potenziare gli interventi. In tal senso, l'Intelligenza Artificiale si può costituire come una valida alleata nel migliorare la qualità degli interventi e nel sostenere la ricerca scientifica. Potrebbe apportare agevolazioni per gli operatori e per i pazienti, ad esempio attraverso l'automatizzazione di alcuni aspetti del trattamento. Può generare strumenti di monitoraggio, registrazioni, rilevando modelli o cambiamenti significativi nelle narrazioni dei pazienti. L'Intelligenza Artificiale possiede il potenziale per apportare crescita e miglioramento nelle basi scientifiche e sperimentali della psicoterapia. Una delle sue applicazioni più promettenti sembra essere la capacità di supportare studi clinici controllati su larga scala, configurandosi come

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un ausilio straordinario per incrementare la comprensione delle dinamiche di cura e per l’identificazione di nuove modalità di trattamento, orientando la pratica clinica verso risultati più efficaci e personalizzati.

In primis, l’applicazione dell’Intelligenza Artificiale in psicoterapia richiede una preliminare e costante valutazione rigorosa per garantirne un uso consapevole e responsabile.

Può quindi essere considerata un valido strumento di integrazione e supporto ma non un sostituto. Il lavoro dello psicoterapeuta è dotato di complessità e richiede competenze trasversali e multidimensionali da preservare e garantire, come la capacità di utilizzare il proprio approccio terapeutico flessibilmente a servizio della soggettività del paziente, operando una valutazione caso per caso. L’intelligenza emotiva è fondamentale per l’operato dello psicoterapeuta. Inoltre, bisogna essere consapevoli dei danni che potrebbe provocare un errore da parte del sistema dell’Intel-ligenza Artificiale.

È essenziale, a mio avviso, riconoscere che l’Intelligenza Artificiale non può e non deve sostituire la presenza dell’essere umano, le sue capacità di ascolto attivo, la sua empatia.

È auspicabile una formazione preliminare e continua, una valutazione fondata e critica delle potenzialità, dei rischi e delle implicazioni etiche dell’Intelligenza Artificiale,

Quali sono secondo Lei le “raccomandazioni utili”? Credo che ci siano delle coordinate da non poter trascurare.

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tutelando il fondamentale equilibrio tra il suo contributo e le abilità umane indispensabili per rispondere ai bisogni delle persone e garantire l’efficacia della cura. Il corpo, lo sguardo e il calore umano non possono essere assorbiti da un dispositivo e l’unicità di ogni relazione di cura non può essere eclissata in un rapporto uomo-macchina. © Di Giulia Gregorini, a cura di Alessandro Giurelli Riproduzione riservata

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“Responsabilità Aziendale” Rubrica a cura di Lorenzo Nicolò Meazza

Cybercrimes e Modello 231 D.Lgs. 231/01 e dei sistemi di deleghe e funzioni. In questo numero di Newcert Magazine parleremo del Modello 231 come base per la "cyber resilience".

Tempo di lettura: 2 minuti Responsabilità aziendale nasce dalla collaborazione con l'avv. Lorenzo Nicolò Meazza, il cui Studio ha sede a Milano e opera a livello nazionale, prestando assistenza a italiani e stranieri, privati, piccole e medie imprese, ma anche a multinazionali ed enti pubblici, in tutti i settori del diritto penale, dai più tradizionali, al diritto d'impresa. Oltre all'opera al assistenza in tutte le fasi del giudizio a indagati, (imputati, persone offese e parti civili, lo Studio offre anche la propria consulenza stragiudiziale nella redazione di pareri, nell'elaborazione di modelli di organizzazione e gestione degli enti ex

I cd. Cybercrimes - reati informatici sono le fattispecie che prevedono comportamenti messi in atto attra-verso l'uso di computer o della rete che in questa occasione diventano strumenti e/o luoghi di commissione del reato. La particolare sensibilità del legislatore relativamente questo specifico ambito di criminalità ha trovato massima espressione con la Legge 48/2008, la quale ha introdotto una serie di modifiche al codice penale e al codice di procedura penale concernenti i reati in Newcert Magazine

materia informatica e ha introdotto, nel D.Lgs. 231/2001, l'art. 24bis recante la previsione di nuove fattispecie di reato in merito a delitti informatici e al trattamento illecito di dati. In particolare, i reati informatici, così come emendati dalla novella normativa si possono distinguere in tre gruppi: il primo gruppo comprende i reati che puniscono danneggiamento di hardware, di software e di dati (artt. 615ter, 617quater, 617 quinquies, 635bis, 635ter, 635quater 635quinquies c.p.), i quali si concretizzano mediante l'accesso abusivo ad un sistema e l'intercettazione o l'interruzione di dati compiuti attraverso l'installazione di appositi programmi; il secondo gruppo costituito dai reati che

è

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puniscono la detenzione e la diffusione abusiva di software e/o di attrezzature informatiche diretti danneggiare/ interrompere un sistema informatico e la detenzione/diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici (artt. 615quater 615quinquies c.p.); il terzo gruppo, infine, comprende i reati con cui viene punita la violazione dell'integrità dei documenti informatici e della loro gestione attraverso la falsificazione di firma digitale (artt. 491 bis e 640quinquies c.p.). Con riguardo alla attività aziendale, in particolare, la diffusione della criminalità online ha fatto sì che i digital crimes non costituiscano più solamente una minaccia interna al perimetro dell'azienda, ma colpiscano anche soprattutto dall'esterno, attraverso attacchi cyber e data breach.

A fronte di sempre più diffusi episodi di violazione dei sistemi informativi aziendali perpetrati dagli hackers e tra l'altro incrementati dalla peculiare situazione geo-politi-ca che stiamo vivendo, gli enti sono tenuti a prendere maggiore coscienza della necessità di provvedere non so- alla difesa della rete aziendale interna, ma anche ad un'azione di tutela rivolta verso l'esterno. L'occasione privilegiata per dare attuazione a una strategia di protezione si rivela essere la redazione e l'implementazione di un efficace Modello 231, che ponga le basi per un concreto progetto di "cyber resilience". A tal fine, il primo step è da identificarsi con l'inventariazione delle attività aziendali, l'identificazione delle aree di rischio e dei reati rilevanti, per pol procedere all'analisi dei rischi di possibile commissione delle

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rilevanti condotte illecite. A questo punto occorrerà provvedere alla redazione dei protocolli necessari per colmare il cd. rischio residuo emerso dalla mappatura alla luce dei presidi già in es-sere, rinforzando le procedure già attive con presidi adeguati alla prevenzione dei rischi informatici. Entrando più nel dettaglio, gli enti dovranno verificare il loro livello di esposizione a rischio rispetto a questo tipo di reati e quindi, a seconda del livello di informatizzazione dell'ente e conseguente-mente del rischio emerso, dovranno implementare piani di cybersecurity adeguati che comprendano in maniera coordinata ed efficiente aspetti tecnologici (es. soluz tecnico-informatiche), organizzativi (es. formazione, policy e procedure) e legali (es. contrattualistica a supporto).

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In particolare, il Modello di Organizzazione e Gestione dovrà essere progettato in modo da far sì che i rischi individuati siano ridotti ad un livello accettabile, attraverso l'attuazione di specifici protocolli e procedure funzionali volte ad innalzare il livello di sicurezza e ad indirizzare con azioni efficaci le corrette regole di comportamento, unitamente a un sistema adeguato di controllo e verifica. Solo dopo aver posto in essere tutte queste misure si potrà dimostrare, in una eventuale sede giudiziaria che la commissione di uno dei reati presupposto sia stata realizzata necessariamente eludendo i presidi di controllo attivi, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare in termini esimenti di responsabilità dell'ente. © Di Lorenzo Nicolò Meazza Riproduzione riservata

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“Il futuro è oggi” Rubrica a cura di Andrea Tiveron

Autenticità nel Mondo dell’intelligenza artificiale mo sempre più immersi. Ed è incredibile dover constatare che in un Mondo che si dichiara essere sempre più evoluto, in un flusso continuo e ininterrotto del cosiddetto progresso della scienza e della tecnica, le nostre esistenze sono condotte lontano dalla verità e dalla realtà delle cose.

Tempo di lettura: 3 minuti

“Il futuro è oggi" nasce dalla collaborazione con Andrea Tiveron, economista e direttore della società e-Metodi. Il dott. Tiveron è esperto di economia digitale e di innovazione delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di Business Process Management, di automazione di processo nei più differenti ambiti di impegno, di gestione tecnica del costruito e di Facility Management.

Il termine "autenticità" letteralmente significa "corrispondenza alla verità", così come il termine “autentico” significa "corrispondente al vero" o, il che non cambia, "ciò che non è falso". Il legame con termini come "verità" e "realtà" apre a scenari di grande complessità, che si deve alla grande difficoltà che abbiamo di comprendere i fenomeni nei quali siaNewcert Magazine

Si tratta di quella diffusa abitudine alla mistificazione dei fatti attraverso il banale ma quanto mai subdolo utilizzo distorto del linguaggio, che ho definito già nel 2006 "confusione terminologica" e che viene correntemente esercitato al fine di non dover mai giustificare le nostre azioni e il nostro comportamento. E il tema del linguaggio diviene veramente affascinante se si considera con la dovuta attenzione qual è il suo ambito di intervento all’interno di quel marasma che sono le relazioni umane.

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Infatti, è possibile separare completamente il dominio dell’autenticità per le cose fisiche da quello delle cose non fisiche, come sono appunto le relazioni umane. E questo vale particolarmente proprio per l’utilizzo delle diverse tipologie di linguaggio dato che ci stiamo orientando in un Mondo sempre più condiviso con “agenti” non umani. Per il dominio delle cose fisiche, farò solo un accenno, tanto questo è banale. Nelle cose fisiche, infatti, la verità è determinata da una misura e in un Mondo sempre più digitale per questa misura vengono impiegati i numeri continui. La particolarità del digitale, quindi, è quella di una possibile approssimazione infinita, il che non è poca cosa nel tentativo di avvicinarsi alla realtà dei fenomeni. Insomma, il digitale aiuta a oggettivizzare la realtà. Ovviamente, dovremmo tutti sobbalzare sulla sedia se in questo stesso momento prendiamo atto che questa oggettivazione, realizzata a vantaggio della conoscenza e della trasparenza, nonostante la sua sovrabbondante disponibilità, è ben lontana dall’esistere nella stragrande maggioranza dei sistemi.

Ma tanto è. Una certa forma di impreparazione culturale ci rende solamente vittime del digitale e mai attori primi. Ma è nel dominio delle cose non fisiche che il problema dell’autenticità diventa quello che di fatto appare: un problema irrisolvibile. Supponiamo di dire che la realtà sia un dato di fatto: una rappresentazione originale non interpretata di un evento. E supponiamo che, invece, la verità sia la rappresentazione della realtà di ogni persona. Avremmo quindi una realtà e moltissime verità ed è giusto che sia così. Vale di ricordare che elaborare una rappresentazione della realtà è espressione di una forma dell’intelligenza umana e non è un caso se, recentemente, molte persone stanno facendo questi ragionamenti a causa Newcert Magazine

della nuova presenza delle cosiddette "intelligenze artificiali". La cosa si semplicemente.

spiega

Se la nostra abitudine è quella di mistificare la realtà utilizzando il linguaggio, cosa succederà quando la maggior parte dei messaggi linguistici saranno generati da agenti artificiali? Molti considerano l'intelligenza artificiale né più né meno come una delle tante nostre tecnologie, come, ad esempio, l'energia nucleare o la robotica. Il riferimento è sempre lo stesso. La bontà dell'uso di queste tecnologie dipende dall'uomo. Gli esempi del nucleare e della robotica, infatti, possono essere impiegati per scopi positivi: la fusione nucleare come forma di energia pulita e l'utilizzi di robot per l’assist-

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enza alle persone disabili, ma anche per scopi terribilmente negativi contrari all'idea di umanità come, ad esempio, nei casi di impieghi militari: la bomba nucleare o i robot soldati. In realtà questo assimilare l’intelligenza artificiale alle altre tecnologie è un grave errore. L’intelligenza artificiale infatti è una tecnologia “agentica”. Mi riferisco alla categoria dei cosiddetti “algoritmi non supervisionati” che sono in grado già ora di assumere il controllo di interi sistemi ma soprattutto di decidere autonomamente. Vorrei suggerire a tutti i gentili lettori di iniziare un percorso di conoscenza di questo fenomeno perché, se presto, tutti insieme, non decideremo come generare i perimetri di intervento delle macchine, ci ritroveremo in un Mondo ben più complesso di quello attuale. E, come sempre, sarebbe di

fondamentale importanza avere quella umiltà di voltarsi indietro per prendere dal passato tutto quello che di buono è già stato fatto e detto e per ricordare anche tutti gli errori che abbiamo già commesso per non ripeterli affatto come, invece, purtroppo spesso facciamo. È un dato di fatto che l’uomo tecnico e tecnologico questa umiltà non la ha mai avuta e, di contro, cresce la sua superbia nel ritenere che egli sia capace di risolvere sempre tutti i guai che continuamente si è trovato a generare. È ben nota l’attuale influenza degli algoritmi rispetto alla autenticità delle cose. Un utilizzo di questi è riferito al cosiddetto feed dei social network, ovvero alla capacità degli algoritmi di mostrare sequenze di contenuti programmate al fine di controllare il comportamento delle persone. Altri utilizzi sono quelli della produzione di enormi quantità di dati detti

"sintetici" ovvero generati appositamente dagli algoritmi stessi. Insomma, dovrebbe essere evidente che, se tutto questo venisse lasciato nelle mani di macchine completamente autonome il rischio di ritrovarsi in un Mondo completamente inautentico sarebbe elevatissimo. E così a conclusione vorrei citare Norbert Wiener, considerato il padre della cibernetica, la scienza della comunicazione oltre che del controllo interdisciplinare, che nel suo libro, Introduzione alla cibernetica del 1948, così scriveva: “Qualsiasi macchina costruita per indicare delle decisioni, se non possiede la facoltà di imparare, agirà sempre in conformità di uno schema meccanico. Guai a noi se la lasceremo decidere della nostra condotta senza aver prima studiato le leggi che governano il suo comportamento e senza sapere con certezza che questo comportamento sarà basato su principi che noi possiamo accettare”

© Di Andrea Tiveron Riproduzione riservata

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“Sustainainment” Rubrica a cura di NCERT L’Entertainment circolare e sostenibile: come la circolarità nell’Entertainment ridisegna scenografie, materiali e infrastrutture dello spettacolo

Tempo di lettura: 13 minuti “Sustainainment” è la rubrica a cura di NCERT: uno spazio di analisi per comprendere come i principi ESG possano diventare leva di innovazione, di resilienza e di valore nel mondo dell’entertainment. Quante volte, uscendo da un concerto, da una fiera o da un festival, ci siamo chiesti che fine facciano le scenografie, gli allestimenti, i costumi e i materiali impiegati in quelle poche ore o poche set-timane? Un occhio attento forse spesso, mentre un occhio non allenato potrebbe pensare che questo sia un problema marginale, quasi un

dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori. In realtà, che lo si veda con un occhio o con l’altro, esso apre uno degli scenari più concreti e meno raccontati della transizione ecologica contemporanea quello della circolarità applicata all'intrattenimento. L'economia circolare, intesa come modello di produzione e consumo fondato sulla riduzione degli input vergini, sull'estensione della vita utile dei beni e sulla chiusura dei cicli di materia ed energia, sta progressivamente ridiseNewcert Magazine

gnando il modo in cui si concepiscono la produzione, l'allestimento e persino la dismissione degli spazi e degli oggetti che rendono possibile lo spettacolo. Pochi settori mostrano questa esigenza in maniera tanto evidente quanto quello dell'entertainment, un ecosistema produttivo che unisce creatività, tecnologia, logistica e una intensità di utilizzo dei materiali spesso sottovalutata da chi ne osserva solo il risultato scenico finale. Non si tratta soltanto di riciclo di materiali o di raccolta differenziata efficace all'interno di un festival: ciò che si osserva, con crescente evidenza, è una ridefinizione strutturale delle filiere produttive, logistiche e organizzative dello spettacolo contemporaneo. Cinema, televisione, eventi live, festival, teatri e parchi tematici stanno progressivamente integran-

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grando logiche circolari lungo quasi tutto il ciclo produttivo: dalla progettazione delle scenografie alla scelta dei materiali, dalla gestione dei costumi e degli allestimenti fino allo smontaggio, al ricondizionamento e al riutilizzo delle strutture temporanee. In altre parole, la circolarità non rappresenta e non deve rappresentare più una pratica isolata di “buon senso”, bensì una infrastruttura culturale e industriale che muova le sorti del nuovo mercato. È tuttavia opportuno, fin da queste prime righe, sottolineare che non sempre tutto ciò che ci appare “eco” lo è davvero; la riduzione degli impatti ambientali non dipende solo dal azione in sé, ma dai confini del sistema considerato e richiede una valutazione lungo l'intero ciclo di vita. La circolarità nell'entertainment: dove siamo oggi Lo stato dell'arte attuale mostra come la circolarità sia già presente, seppur in modo disomogeneo, nelle grandi industrie dell'intrattenimento. Nel cinema e nella televisione, la gestione circolare delle scenografie ha progressivamente ridefinito il concetto stesso di set. Grazie a strutture modulari, materiali riutilizzabili e magazzini condivisi tra produzioni, molte case di produzio-

ne riescono oggi a ricostruire ambienti complessi senza dover necessariamente acquistare e smaltire, ogni volta, scenografie interamente nuove. Le produzioni possono noleggiare elementi scenici, condividere inventari tra set diversi e ridurre parte degli sprechi materiali tipici della logistica tradizionale. Questo approccio trova un fondamento concettuale nell'ecodesign, ovvero nella progettazione che integra fin dalle prime fasi creative i criteri di smontabilità, standardizzazione dei componenti, compatibilità dei materiali e facilità di manutenzione. Una scenografia pensata secondo criteri di progettazione modulare non è semplicemente una scenografia "riutilizzabile" nel senso generico del termine: è un sistema di componenti interoperabili, dimensionati secondo standard condivisi, capaci di essere ricombinati in configurazioni diverse senza perdita significativa di funzionalità o di qualità estetica. È un principio mutuato, con i necessari adattamenti, dall'industria manifatturiera e dall'edilizia temporanea, dove la modularità costruttiva è Newcert Magazine

da tempo un fattore abilitante della circolarità. Parallelamente, i festival musicali e gli eventi live utilizzano sistemi sempre più strutturati di riuso per palchi, transenne, strutture di copertura e materiali di allestimento. Ad esempio, il Glastonbury Festival, nel Regno Unito, ha sviluppato negli anni un sistema di gestione dei materiali che integra il riuso pluriennale di strutture, la riduzione della plastica monouso e programmi di recupero degli allestimenti a fine manifestazione; il Roskilde Festival, in Danimarca, rappresenta un caso di riferimento europeo per l'integrazione tra gestione dei rifiuti, coinvolgimento dei volontari e progetti di economia circolare applicati agli spazi temporanei.

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La promessa circolare dell'entertainment

Anche parchi tematici e teatri stanno rivedendo il rapporto tra creatività e materiali, attraverso costumi riparabili, scenografie modulari e componenti elettronici destinati alla seconda vita. Disney Imagineering, la divisione che progetta le attrazioni e gli ambienti tematici dei parchi Disney, ha reso pubbliche, in diverse occasioni, prassi di manutenzione predittiva e di reingegnerizzazione di elementi scenografici e animatronici pensate per prolungarne significativamente la vita utile, riducendo la frequenza delle sostituzioni integrali. Nel mondo teatrale, la Broadway Green Alliance promuove da anni linee guida per la gestione sostenibile delle produzioni, incoraggiando il riuso di scenografie e costumi tra allestimenti diversi e la sensibilizzazione degli operatori tecnici sulle pratiche di economia circolare applicate al palcoscenico.

Nel comparto cinematografico e televisivo, un riferimento metodologico rilevante è rappresentato da BAFTA albert, il programma britannico che fornisce strumenti di calcolo dell'impronta di carbonio delle produzioni audiovisive e certificazioni di sostenibilità per film e programmi televisivi. L'esperienza di albert è significativa perché mostra come la misurazione, prima ancora dell'azione, sia condizione necessaria per orientare correttamente le scelte produttive: senza un sistema di calcolo condiviso delle emissioni, qualunque affermazione di sostenibilità in ambito cinematografico resterebbe priva di un fondamento verificabile. Newcert Magazine

In questo scenario, la circolarità porta con sé una promessa significativa dal punto di vista della sostenibilità ambientale, ma anche, e non secondariamente, da quello economico e organizzativo. Pensiamo a un caso concreto: un tempo, la costruzione di ogni scenografia, l'acquisto di materiali sempre nuovi per ogni evento, lo smaltimento di allestimenti temporanei e la produzione di costumi monouso comportavano un carico elevato di rifiuti, materiali vergini, gestione operativa e, spesso, sprechi di lavorazione. Oggi, grazie alla progettazione modulare e al riuso pianificato fin dalla fase creativa, una parte di questi impatti può essere concretamente ridotta. Una scenografia può essere smontata, adattata e riutilizzata in un'altra produzione; un costume può essere riparato anziché sostituito; una struttura temporanea può essere noleggiata più volte anziché costruita ex novo. E un discorso analogo vale per il lato gestionale: magazzini condivisi, piattaforme di noleggio tra produzioni e reti di fornitori specializzati nel riuso pos-

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sono ampliare la disponibilità di materiali senza replicare integralmente il modello tradizionale dell'acquisto e dello smaltimento. Questo tipo di configurazione corrisponde, in termini più tecnici, alla costruzione di una supply chain circolare, ovvero di una catena di fornitura progettata non secondo il tradizionale schema lineare "estrazione–produzione– consumo–smaltimento", ma secondo un modello che prevede flussi di ritorno, ricondizionamento e reimmissione dei materiali nel ciclo produttivo. Perché questo modello funzioni realmente, però, è necessario che la logistica inversa (la gestione dei flussi di materiali che tornano dal punto di utilizzo al punto di ricondizionamento o riutilizzo) sia progettata con la stessa attenzione riservata alla logistica diretta, e non trattata come un'appendice secondaria del processo produttivo.

Anche sul piano organizzativo, in settori complessi come l'intrattenimento, la circolarità può supportare la previsione dei fabbisogni, la gestione degli inventari, la manutenzione predittiva e un migliore utilizzo delle risorse fisiche. Questo aspetto introduce un tema più ampio, quello della gestione degli asset (asset management), ovvero dell'insieme di politiche e pratiche finalizzate a massimizzare il valore che un'organizzazione ricava dai propri beni fisici lungo tutto il loro ciclo di vita, bilanciando costi, rischi e prestazioni. Applicato al settore dell'entertainment, l'asset management circolare implica che ogni elemento scenico, ogni struttura di allestimento e ogni componente tecnico venga trattato non come un bene "a perdere", ma come una risorsa da tracciare, mantenere e valorizzare nel tempo. Tutto ciò rappresenta un progresso rilevante sia dal punto di vista economico che ambientale, e sarebbe scorretto non riconoscerlo. Sarebbe, tuttavia, altrettanto ingenuo fermarsi esclusivamente a questa narrazione. La domanda Newcert Magazine

che occorre porsi, infatti, non è se la circolarità sia "sostenibile" in astratto, ma in quali condizioni, rispetto a quale scenario di riferimento e con quali confini di analisi essa consenta effettivamente una riduzione netta degli impatti ambientali rispetto all'alternativa lineare che sostituisce. È un quesito metodologicamente ineludibile, perché è proprio a partire da esso che emergono i cosiddetti costi nascosti della circolarità. I costi nascosti della circolarità Alcuni bias cognitivi ci portano a percepire il riuso come qualcosa di intrinsecamente virtuoso, quasi privo di controindicazioni, proprio perché "evita lo spreco". Di conseguenza, diventa più difficile immaginare di doverne comunque quantificare gli impatti. Eppure, la circolarità applicata all'entertainment è un processo profondamente materiale, energivoro e, in alcuni casi, sorprendentemente intensivo dal punto di vista logistico. Dietro ogni scenografia riutilizzata, ogni costume ricondizionato o ogni struttura noleggiata esiste una rete strutturata di trasporti, magazzini, sistemi di pulizia e manutenzione, imballaggi e logistica che

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occupano spazio fisico spesso più di quanto si sia disposti ad ammettere. Il primo elemento da considerare è, infatti, il trasporto. Pensate: un elemento scenico che viene riutilizzato in tre produzioni successive, dislocate in città o addirittura in paesi diversi, genera chilometri percorsi che, sommati, possono superare significativamente quelli associati alla produzione di un elemento nuovo destinato a un solo utilizzo locale. Questo non significa che il riuso sia meno efficiente della produzione ex novo, ma che l'efficienza non può essere data per scontata: va verificata caso per caso, con un'analisi che tenga conto della distanza percorsa, della modalità di trasporto impiegata e della frequenza dei trasferimenti.

Il secondo elemento è lo stoccaggio. Conservare un inventario di scenografie, costumi e strutture tra un utilizzo e l'altro richiede spazi riscaldati, climatizzati o comunque protetti dall'umidità e dagli agenti atmosferici, con un consumo energetico continuativo che si somma, mese dopo mese, indipendentemente dal fatto che il materiale sia effettivamente in uso. Un magazzino di grandi dimensioni, mantenuto attivo per anni al fine di sostenere la circolarità di un insieme di produzioni, rappresenta esso stesso una infrastruttura con un'impronta ambientale non

trascurabile. Il terzo elemento riguarda la manutenzione, il lavaggio e il ricondizionamento. Un costume che deve essere riutilizzato in una nuova produzione richiede, nella maggior parte dei casi, un trattamento di pulizia, eventuali riparazioni sartoriali e controlli di conformità alle normative di sicurezza; una struttura scenica metallica richiede verifiche statiche, trattamenti anticorrosione ed eventuale sostituzione di componenti usurati. Ognuna di queste operazioni comporta un consumo di acqua, energia, detergenti e materiali di consumo che, sommato nel tempo, costituisce una voce di impatto tutt'altro che trascurabile. Il quarto elemento, spesso il più sottovalutato, è il deterioramento progressivo dei materiali. Nessun elemento scenico ha una vita utile infinita: ogni ciclo di utilizzo, trasporto e ricondizionamento comporta un'usura fisica che, superata una certa soglia, rende il componente non più recuperabile o ne riduce le prestazioni al punto da Newcert Magazine

renderne preferibile la sostituzione. La determinazione di questa soglia (ovvero quando un elemento smette di essere circolare e diventa rifiuto) è una delle questioni più delicate nella gestione pratica della circolarità, perché richiede una valutazione tecnica che va oltre la semplice intenzione di riutilizzo. Sulla base dei dati disponibili in letteratura relativi al settore degli eventi e degli allestimenti temporanei, la logistica dei materiali riutilizzati rappresenta già oggi una voce di impatto comparabile a quella della produzione stessa; e sebbene la crescita della circolarità rappresenti uno dei principali driver di riduzione futura degli sprechi, il tema dei trasporti e dello stoccaggio resta un nodo concreto da affrontare con strumenti analitici adeguati, non con affermazioni di principio.

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A questi elementi si aggiunge un rischio sistemico particolarmente insidioso: il cosiddetto rebound effect, o effetto di rimbalzo. Se il riuso rende più economico e più rapido allestire eventi e produzioni, il rischio è che il volume complessivo delle attività aumenti in misura tale da annullare, in tutto o in parte, i benefici ambientali ottenuti grazie alla circolarità stessa. È un fenomeno ben documentato in altri settori dell'economia circolare, dall'edilizia al tessile, e non vi è ragione per ritenere che l'entertainment ne sia strutturalmente immune: se disporre di magazzini condivisi e materiali riutilizzabili abbassa la soglia economica per organizzare un evento aggiuntivo, l'effetto netto sul sistema potrebbe risultare, in determinate condizioni, persino peggiorativo rispetto allo scenario di partenza. Un ulteriore fenomeno da tenere in considerazione è il cosiddetto burden shifting, ovvero lo spostamento dell'impatto da una categoria ambientale a un'altra, o da una fase del ciclo di vita a un'altra, senza che si realizzi una reale riduzione complessiva. Un esempio tipico, applicabile anche al nostro contesto, è quello di una scenografia che riduce il consumo di materiali vergini grazie al riuso, ma che, per essere trasportata e mantenuta in condizioni idonee, genera un incremento delle emissioni associate ai trasporti e all'energia di stoccaggio tale da

compensare, parzialmente o totalmente, il beneficio ottenuto a monte. Solo un'analisi che consideri simultaneamente tutte le fasi del ciclo di vita è in grado di rilevare fenomeni di questo tipo, che restano invece invisibili a una valutazione parziale o intuitiva. Una cosa, a questo punto, dovrebbe risultare chiara: il riuso, da solo, non garantisce in maniera automatica la sostenibilità. È necessario uno strumentario capace di misurare, comparare e, quando necessario, correggere le scelte operative. Ma quindi, come procedere concretamente? LCA, LCC e Social LCA: la necessità di misurare davvero Per rispondere a questa domanda, strumenti come la Life Cycle Assessment (LCA), o Analisi del Ciclo di Vita, diventano indispensabili. La LCA, normata a livello internazionale dagli standard ISO 14040 e ISO 14044, consente di analizzare gli impatti ambientali lungo l'intero ciclo di vita di un prodotto o di un servizio, dall'estrazione delle Newcert Magazine

materie prime fino al fine vita, articolandosi in quattro fasi metodologiche tra loro interdipendenti La prima fase, definita goal and scope definition, richiede di stabilire con precisione l'obiettivo dello studio, l'unità funzionale di riferimento ad esempio, "l'allestimento scenico di un evento con capienza di diecimila spettatori" e i confini del sistema analizzato, ossia quali processi, quali fasi e quali flussi vengono inclusi o esclusi dall'analisi. È in questa fase che si decide, in larga misura, quale racconto la LCA sarà in grado di restituire: uno studio che escluda a priori la fase di trasporto e stoccaggio, ad esempio, produrrà inevitabilmente un risultato più favorevole al riuso rispetto a uno studio che la includa, senza che questo implichi alcuna scorrettezza metodologica, purché i confini scelti siano dichiarati con trasparenza. La seconda fase, l'inventory analysis, consiste nella raccolta sistematica di tutti i dati re-

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lativi ai flussi di materia ed energia in ingresso e in uscita dal sistema: consumi di carburante per i trasporti, consumi elettrici degli spazi di stoccaggio, quantità di detergenti utilizzati per la pulizia degli allestimenti, quantità di materiali di scarto generati a ogni ciclo. È la fase più onerosa dal punto di vista operativo, perché richiede una raccolta dati puntuale lungo l'intera filiera, spesso distribuita tra fornitori, magazzini e produzioni diverse. La terza fase, l'impact assessment, traduce i dati di inventario in categorie di impatto ambientale — cambiamento climatico, consumo di risorse idriche, uso del suolo, eutrofizzazione, tossicità — attraverso modelli di caratterizzazione riconosciuti a livello scientifico. È in questa fase che si calcola, ad esempio, la carbon footprint associata a un determinato allestimento, distinguendo tra emissioni dirette (Scope 1, derivanti da fonti controllate direttamente dall'organizzazione, come i mezzi di trasporto di proprietà), emissioni indirette da energia acquistata (Scope 2, ad esempio l'elettricità utilizzata per climatizzare i magazzini) ed emissioni indirette lungo la catena del valore (Scope 3, che includono i trasporti affidati a terzi, la produzione dei materiali acquistati e, in molti casi, la quota più consistente dell'impronta complessiva). La classificazione in Scope 1, 2 e 3,

mutuata dal GHG Protocol, lo standard internazionale di riferimento per la contabilizzazione delle emissioni di gas a effetto serra è particolarmente utile nel contesto dell'entertainment, dove gran parte degli impatti si genera proprio in Scope 3, attraverso fornitori, noleggiatori e vettori di trasporto esterni all'organizzazione che promuove l'evento o la produzione. La quarta fase, l'interpretation, richiede di leggere criticamente i risultati ottenuti, verificarne la coerenza, individuarne i limiti e trarne conclusioni prudenti, evitando generalizzazioni che i dati non sostengono. È una fase spesso trascurata nella comunicazione pubblica dei risultati LCA, ma che rappresenta, in realtà, il momento in cui la scienza si trasforma in indicazione operativa credibile. Accanto alla LCA, un ruolo complementare è svolto dal Life Cycle Costing (LCC), la metodologia che consente di valutare i costi economici complessivi associati a un prodotto o a un servizio lungo l'intero ciclo di vita, Newcert Magazine

includendo non solo i costi di acquisizione, ma anche quelli di manutenzione, stoccaggio, trasporto e dismissione. Applicato al nostro contesto, l'LCC permette di rispondere a una domanda tutt'altro che scontata: il riuso di una scenografia è realmente conveniente, una volta contabilizzati i costi di trasporto, stoccaggio e ricondizionamento, oppure il risparmio apparente sui materiali viene in parte assorbito da questi costi accessori? Solo l'integrazione tra LCA e LCC consente di evitare scelte virtuose sul piano ambientale ma insostenibili su quello economico, o viceversa apparentemente convenienti ma fondate su una sottostima degli impatti ambientali. A completare il quadro metodologico interviene la Social Life Cycle Assessment (S-LCA), che estende l'analisi alle dimensioni sociali della filiera: condizioni di lavoro degli addetti al montaggio e allo smontaggio delle strutture, sicurezza sul lavoro nei magazzini di stoccaggio, equità nei rapporti con i fornitori, valorizzazione delle competenze artigianali coinvolte nella manutenzione e nel ricondizionamento di scenografie e costumi. La

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permette di mappare e quantificare i flussi di materiali che attraversano un sistema, un magazzino condiviso, una rete di noleggio, un intero comparto produttivo individuando dove si concentrano le maggiori perdite, gli accumuli di scorte inutilizzate o le inefficienze nella movimentazione. circolarità nell'entertainment, infatti, non impatta soltanto sui rifiuti: impatta sulle filiere dei fornitori, sul lavoro tecnico e artigianale, sull'accesso alle infrastrutture di stoccaggio e sulla gestione dei costi logistici lungo tutta la catena degli eventi. Quando LCA, LCC e S-LCA vengono impiegate in modo integrato, si parla di Life Cycle Sustainability Assessment (LCSA), un approccio che restituisce una visione simultanea delle tre dimensioni della sostenibilità ambientale, economica e sociale evitando che l'ottimizzazione di una di esse avvenga a scapito delle altre due. È un framework metodologicamente più esigente rispetto alla sola LCA, ma è proprio questa maggiore esigenza a renderlo coerente con la complessità reale dei sistemi produttivi dell'intrattenimento, dove le decisioni tecniche, economiche e sociali sono strettamente interdipendenti.

A supporto di questi strumenti valutativi si affiancano indicatori più operativi, pensati per un utilizzo continuativo nella gestione quotidiana delle produzioni. Il Material Circularity Indicatori (MCI), sviluppato nell'ambito dei lavori della Ellen MacArthur Foundation, misura il grado di circolarità di un prodotto o di un sistema produttivo in funzione della quota di materiale riciclato o riutilizzato in ingresso, della quota destinata al riciclo o al riuso in uscita e della durata di utilizzo rispetto a un prodotto medio di settore. Applicato a una scenografia o a una struttura di allestimento, l'MCI consente di quantificare, con un valore sintetico, quanto un determinato asset si discosti dal modello lineare tradizionale. La Material Flow Analysis (MFA), a sua volta, Newcert Magazine

Un ulteriore strumento, ancora in fase di diffusione ma di crescente interesse, è il Digital Product Passport (DPP), un sistema di tracciabilità digitale che accompagna un prodotto lungo il suo intero ciclo di vita, registrandone i materiali costitutivi, la storia degli utilizzi, gli interventi di manutenzione subiti e le condizioni di fine vita. Applicato a una struttura scenica modulare o a un componente tecnico di allestimento, un passaporto digitale di questo tipo potrebbe, in prospettiva, permettere a ogni produzione successiva di conoscere con precisione la storia dell'elemento noleggiato: quante volte è stato utilizzato, quali interventi di manutenzione ha ricevuto, quale margine di vita utile residua possiede. Si tratta di una prospettiva ancora in larga parte sperimentale nel settore dell'entertainment,

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ma coerente con la direzione intrapresa da altri comparti industriali, dal tessile all'elettronica, dove la tracciabilità digitale è già un requisito normativo emergente. Il ruolo abilitante della manutenzione Tra tutti i fattori che concorrono a determinare se un modello circolare produca effettivamente una riduzione netta degli impatti, la manutenzione occupa una posizione particolare, che merita un approfondimento specifico. Se la progettazione modulare crea le condizioni tecniche per il riuso, è la manutenzione a determinarne l'effettiva realizzazione nel tempo: un elemento scenico progettato per essere smontato e riassemblato più volte non produce alcun beneficio ambientale se, in assenza di manutenzione adeguata, si guasta o si deteriora dopo un solo ciclo di utilizzo. La manutenzione, in questo senso, va intesa non come un costo accessorio da minimizzare, ma come un vero e proprio abilitatore della circolarità, con effetti diretti su almeno quattro dimensioni. La prima è l'estensione della vita utile: interventi programmati di controllo, pulizia e piccola riparazione permettono a un elemento scenico o a una struttura tecnica di superare la soglia di degrado che ne deter-

minerebbe altrimenti la dismissione anticipata. La seconda è l'affidabilità, ovvero la capacità di un componente di funzionare correttamente al momento dell'utilizzo, un aspetto particolarmente critico nel settore dello spettacolo, dove un guasto durante un evento live comporta non solo un costo economico, ma anche un rischio per la sicurezza del pubblico e degli operatori. La terza dimensione è la disponibilità, cioè la reale possibilità di attingere a un elemento del magazzino condiviso nel momento in cui serve, senza che tempi di fermo per riparazioni impreviste compromettano la programmazione delle produzioni. La quarta, infine, è la riduzione dei consumi e l'ottimizzazione delle risorse: una manutenzione predittiva, basata sul monitoraggio delle condizioni reali di un asset anziché su intervalli fissi predeterminati, consente di intervenire solo quando necessario, evitando sia gli sprechi di una manutenzione eccessiva sia i rischi di una manutenzione insufficiente. Non stupisce, quindi, che gli standard internazionali dedicati alla gestione degli asset, in primo luogo la ISO 55001 che definisce i Newcert Magazine

requisiti di un sistema di gestione degli asset fisici, attribuiscano alla manutenzione un ruolo centrale nella creazione di valore lungo il ciclo di vita dei beni. Applicata al contesto dell'entertainment, una gestione degli asset strutturata secondo questi principi trasforma la manutenzione da attività reattiva, innescata dal guasto, ad attività pianificata, integrata nella programmazione stessa delle produzioni e degli eventi. Certificazioni e standard: strumenti per far emergere i gap reali Quando si parla di circolarità nel settore dell'entertainment, il tema delle certificazioni genera le classiche due reazioni opposte: da un lato l'entusiasmo per il cosiddetto "marchio green", dall'altro il timore che si tratti soltanto di burocrazia aggiuntiva. Le certificazioni, gli standard e gli schemi di verifica non servono a dichiarare che una scenografia o un evento siano circolari in senso assoluto: il loro valore più autentico risiede nella capacità di costruire processi che facciano emergere i gap reali delle fi-

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liere produttive, rendendo visibile ciò che, diversamente, resterebbe implicito e non verificato. In un settore complesso come quello dell'entertainment, questo aspetto diventa decisivo. Se ben utilizzati, standard e certificazioni aiutano a comprendere dove si concentrino realmente i punti critici: nella progettazione modulare, nella scelta dei materiali riutilizzabili, nella gestione della logistica, nella durata effettiva degli allestimenti e nella gestione dei rifiuti residui. Lo standard ISO 20121, specificamente dedicato alla gestione sostenibile degli eventi, fornisce un sistema di gestione applicabile a festival, manifestazioni fieristiche e grandi eventi internazionali, dalle cerimonie olimpiche ai concerti su larga scala, orientato a integrare le considerazioni ambientali, sociali ed economiche in ogni fase dell'organizzazione, dalla pianificazione alla chiusura dell'evento. La ISO 14001, riferimento più generale per i sistemi di gestione ambientale, permette alle organizzazioni del settore come: produzioni cinematografiche, società di noleggio scenografico, gestori di parchi tematici di strutturare un approccio sistematico al controllo e al miglioramento continuo delle proprie prestazioni ambientali, indi-

pendentemente dalla natura specifica dell'attività svolta. La ISO 50001, dedicata ai sistemi di gestione dell'energia, assume un rilievo particolare proprio alla luce di quanto discusso a proposito dei costi nascosti della circolarità: i magazzini di stoccaggio, i sistemi di climatizzazione e le infrastrutture tecniche impiegate negli allestimenti rappresentano voci di consumo energetico che uno standard di questo tipo consente di monitorare e ottimizzare in modo strutturato. La già citata ISO 55001, relativa alla gestione degli asset, fornisce invece la cornice metodologica per integrare la manutenzione, la pianificazione degli investimenti e la gestione del rischio in un'unica strategia coerente, particolarmente rilevante per le organizzazioni che gestiscono grandi inventari di elementi scenici e strutture riutilizzabili.

circolare; la ISO 59010 offre indicazioni per la transizione dei modelli di business e delle catene del valore verso approcci più circolari, un riferimento diretto per le produzioni che intendano ripensare strutturalmente il proprio rapporto con fornitori e materiali; la ISO 59020, infine, definisce metodologie per la misurazione e la valutazione delle prestazioni di circolarità a livello di organizzazione, un tassello complementare rispetto agli indicatori più specifici come il Material Circularity Indicator. Sul fronte della contabilizzazione delle emissioni, il già citato GHG Protocol resta lo standard internazionale più utilizzato per calcolare e comunicare le emissioni di gas a effetto serra secondo la classifica-

Un ruolo crescente è svolto dalla famiglia di norme ISO 59000, dedicata specificamente all'economia circolare: la ISO 59004 fornisce la terminologia, i principi e il quadro concettuale di riferimento per l'economia Newcert Magazine

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zione in Scope 1, 2 e 3, mentre EMAS, il sistema comunitario di ecogestione e audit, rappresenta per le organizzazioni europee un ulteriore livello di rigore, richiedendo la pubblicazione di una dichiarazione ambientale verificata da un soggetto terzo indipendente, con una trasparenza superiore rispetto alla sola certificazione ISO 14001. Di fatto, la funzione più importante di questo insieme di standard e certificazioni non consiste nel dichiarare che una produzione sia "circolare", ma nel rendere trasparenti i confini del sistema osservato: cosa viene incluso, cosa resta escluso, quanti chilometri percorrono davvero i materiali riutilizzati, quanto dura effettivamente un allestimento e dove si concentrano gli impatti più significativi. In un'epoca in cui il rischio di greenwashing e quello, più specifico, di circularwashing, ovvero la sovrastima comunicativa dei benefici ambientali della circolarità è sempre più concreto, la trasparenza metodologica diventa essa stessa una forma primaria di responsabilità. Una visione sistemica: dalla progettazione al fine vita Per comprendere appieno la portata della trasformazione in corso, è necessario superare una lettura del tema centrata esclusivamente sui materiali e

dottare, invece, una prospettiva sistemica, capace di abbracciare l'intero ecosistema che rende possibile lo spettacolo: progettazione, approvvigionamento, logistica, manutenzione, utilizzo, riuso, ricondizionamento e fine vita. Nella fase di progettazione, le scelte compiute quali: modularità, standardizzazione dei componenti, selezione di materiali durevoli e facilmente separabili a fine vita determinano il margine di circolarità effettivamente disponibile per tutte le fasi successive: un elemento progettato senza criteri di ecodesign difficilmente potrà essere reso circolare, per quanto efficiente sia la gestione logistica a valle. Nella fase di approvvigionamento, la scelta dei fornitori, la preferenza per materiali riciclati o riciclabili e l'instaurazione di rapporti di fornitura di lungo periodo, anziché transazioni occasionali, condizionano la possibilità di costruire una supply chain realmente circolare. Nella fase logistica, l'organizzazione dei trasporti, consolidamento dei carichi, ottimizzazione dei percorsi, scelta di vettori a minore intensità Newcert Magazine

emissiva determina in larga misura il peso della componente di trasporto discussa in precedenza. Nella fase di utilizzo e di manutenzione, come si è visto, si gioca gran parte della reale efficacia del modello circolare, mentre nella fase di riuso e ricondizionamento si concentrano le operazioni tecniche: pulizia, riparazione, verifica di conformità che permettono a un elemento di tornare disponibile per una nuova produzione. Infine, nella fase di fine vita, la capacità di separare correttamente i materiali, di indirizzarli verso filiere di riciclo adeguate o, quando possibile, verso un ulteriore ciclo di utilizzo in un contesto diverso da quello originario, chiude il cerchio del sistema, determinando se un elemento scenico termini il proprio percorso in discarica o in un nuovo ciclo produttivo.

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La sostenibilità dell'intero sistema, dunque, non emerge dall'ottimizzazione isolata di una singola fase, ma dall'interazione coerente tra tutte queste componenti. Un progetto scenografico eccellente dal punto di vista dell'ecodesign, ma sostenuto da una logistica inefficiente, può produrre un bilancio ambientale deludente; viceversa, una logistica impeccabile non può compensare scelte progettuali che rendano un elemento scenico intrinsecamente non riutilizzabile. È questa inter-dipendenza sistemica, più che la singola pratica virtuosa, a determinare l'effettivo profilo di sostenibilità di una produzione o di un evento. Conclusioni Giunti al termine di questo percorso, ciò che emerge con maggiore evidenza non è una lista di soluzioni pronte all'uso, quanto piuttosto un metodo di lettura della realtà. La sostenibilità, nel settore dell'entertainment come altrove, non risiede nelle soluzioni semplici, ma nella capacità di porsi le domande corrette, e di accettare che tali domande raramente trovino una risposta definitiva e immediata. Abbiamo visto come la circolarità applica-

ta a scenografie, costumi e infrastrutture dello spettacolo rap-presenti una direzione di lavoro reale e concre-tamente misurabile, soste-nuta da esperienze significative dai grandi festival europei alle produzioni cinematografi-che certificate, dai parchi tematici ai teatri di Broadway e da un impianto normativo e metodologico ormai maturo, che spazia dagli standard di gestione ambientale e degli asset agli strumenti di valutazione del ciclo di vita, fino agli indicatori operativi di circolarità. Abbiamo visto, al tempo stesso, come questa stessa circolarità comporti costi nascosti: trasporti, stoccaggio, manutenzione, deterioramento, rischio di rebound effect e di burden shifting che nessuna narrazione ottimistica e concreta può legittima-mente ignorare. Il punto di sintesi tra queste due prospettive non è la rinuncia alla circolarità, né la sua accettazione acritica, ma la costruzione di sistemi ca-

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paci di misurarla, comprenderla e governarla nel tempo. La vera sostenibilità, in altre parole, non nasce dall'adozione isolata di singole pratiche "green" (per quanto lodevoli possano essere nelle intenzioni) ma dalla capacità, più ampia e più esigente, di misurare, comprendere e governare sistemi complessi, tenendo insieme le dimensioni ambientale, economica e sociale lungo l'intero ciclo di vita dei beni e delle attività. La circolarità, in questo senso, non rappresenta un punto di arrivo, bensì un modo di guardare la realtà: uno sguardo sensibile, critico e consapevole, che si traduce in scelte non sempre definitive, ma continuamente interrogate e verificate. Ed è forse proprio in questa disponibilità a interrogare le proprie scelte, più che nelle certezze che talvolta si è tentati di proclamare, che risiede il valore più autentico e più duraturo del cammino verso una sostenibilità “smart” (come ci piace definirla ai giorni d’oggi).

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L'ARTE NOBILE DELLA MANUTENZIONE QUANDO RIPARARE DIVENTA UN ATTO CIRCOLARE, STRATEGICO E COMPETITIVO Il valore delle cose non termina con il loro acquisto

Tempo di lettura: 6 minuti

Per molto tempo abbiamo associato la manutenzione a un’immagine precisa: qualcosa si rompe, qualcuno interviene, il problema viene risolto e l’attività riparte. È, infatti, una rappresentazione che appartiene ancora alla realtà quotidiana di molte organizzazioni, ma che oggi descrive solo una piccola parte di ciò che significa realmente “manutenere”. In un sistema economico caratterizzato da infrastrutture sempre più complesse, tecnologie interconnesse, scarsità di risorse, instabilità delle catene di approvvigionamento e crescente attenzione alla sostenibilità, la manutenzione non può più essere considerata semplicemente

una funzione tecnica, ma è diventata una capacità organizzativa: quella di preservare nel tempo ciò che consente a un’impresa, a un’amministrazione o a un territorio di funzionare e generare valore. Ed è da qui che occorre ripartire. Manutenere non significa soltanto riparare una macchina. Significa prendersi cura di un edificio, di una rete, di un’infrastruttura, di un sistema informativo. Significa mantenere efficiente un processo, aggiornare una tecnologia prima che diventi obsoleta, conservare e trasferire competenze, prevenire il deterioramento di un patrimonio materiale e immateriale. In altre parole significa governare il tempo Newcert Magazine

Una parte consistente della cultura industriale del Novecento è stata costruita intorno alla capacità di produrre: più velocemente, in quantità maggiori, a costi progressivamente inferiori. Oggi quella stessa cultura deve confrontarsi con una domanda diversa: quanto siamo capaci di conservare il valore di ciò che abbiamo già prodotto? Una domanda economica prima ancora che ambientale. Ogni asset incorpora infatti molto più del proprio costo di acquisto. Contiene materie prime, energia, lavoro, progettazione, tecnologia, conoscenza e capitale. Quando un bene viene sostituito prematuramente, non perdiamo soltanto un oggetto: disperdiamo una parte del valore che era stato necessario creare per renderlo disponibile. La manutenzione interviene precisamente su questo punto. Non creando qualcosa di nuovo, ma impedendo che ciò che

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esiste perda valore prima del necessario. È per questo che continuare a considerarla esclusivamente come una voce di costo rischia di essere uno degli errori manageriali più significativi nella gestione degli asset. La domanda corretta non è soltanto “quanto spendiamo in manutenzione?”, ma anche “quanto valore proteggiamo attraverso la manutenzione?” Sono due prospettive profondamente diverse. La prima guarda al budget dell’anno; la seconda guarda alla continuità dell’organizzazione. Dalla cultura del guasto alla cultura della continuità Per decenni la manutenzione è stata prevalentemente reattiva: intervenire quando qualcosa smetteva di funzionare. Successivamente si è affermata la manutenzione preventiva, fondata sulla programmazione degli interventi e sulla capacità di ridurre la probabilità di guasto attraverso controlli periodici. Oggi siamo di fronte a un passaggio ulteriore. Infatti, la vera rivoluzione della Manutenzione 4.0 nasce dall’integrazione tra manutenzione e trasformazione digitale: Sensori IoT, sistemi di monitoraggio continuo, Big Data, Edge e Cloud Computing, Digital Twin e

Intelligenza Artificiale stanno modificando profondamente il modo in cui conosciamo e gestiamo gli asset. La disponibilità continua di dati permette di passare dalla fotografia periodica delle condizioni di un sistema alla comprensione della sua evoluzione nel tempo. È un cambiamento sostanziale: non si interviene più soltanto perché una scadenza lo prevede o perché un guasto si è già manifestato, ma si interviene quando le condizioni reali dell’asset indicano che è necessario farlo, possibilmente prima che il degrado comprometta la prestazione, la sicurezza o la continuità operativa. La manutenzione predittiva rappresenta una delle espressioni più concrete di questo nuovo paradigma. Attraverso l’analisi dei dati è possibile riconoscere segnali deboli, anomalie energetiche, usure progressive, perdite di efficienza e

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variazioni delle prestazioni che, considerate isolatamente, potrebbero apparire poco significative, ma che nel loro insieme possono anticipare una criticità. Il punto, tuttavia, non è semplicemente prevedere quando qualcosa si romperà. La vera innovazione consiste nel disporre delle informazioni necessarie per decidere come, quando e dove intervenire, distinguendo ciò che deve essere sostituito da ciò che può continuare a operare, evitando interventi non necessari e concentrando risorse e competenze dove producono maggiore valore. In questo senso, la Manutenzione 4.0 segna il passaggio dalla cultura del guasto alla cultura della continuità. Il dato non sostituisce l’esperienza del manutentore: la rende più tempestiva, più informata e più integrata nei processi

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decisionali ne.

dell’organizzazio-

E qui emerge anche la dimensione manageriale della trasformazione digitale. Un sensore può rilevare un’anomalia, un algoritmo può individuare una tendenza e un modello predittivo può stimare la probabilità di un guasto. Ma nessuna tecnologia, da sola, governa un asset. È l’organizzazione che deve trasformare quei dati in conoscenza e quella conoscenza in decisioni: pianificare un intervento, allocare risorse, gestire un rischio, modificare un processo o programmare un investimento. La Manutenzione 4.0, quindi, non è semplicemente una manutenzione dotata di nuove tecnologie, ma un nuovo modo di governare la continuità e il valore attraverso la conoscenza. Ed è proprio questo passaggio: dal reagire al conoscere, dal conoscere al prevedere, dal prevedere al decidere a rendere oggi la manutenzione una funzione pienamente strategica. Manutenzione ed economia circolare: conservare prima di sostituire Questa prospettiva assume un significato ancora maggiore nel passaggio da un’economia lineare a un’economia circolare.

Il modello tradizionale “estrarre, produrre, utilizzare, smaltire” mostra limiti sempre più evidenti. L’aumento della domanda globale di materie prime, la vulnerabilità delle catene di fornitura e gli obiettivi di decarbonizzazione impongono alle organizzazioni di utilizzare meglio ciò che già possiedono. In questo contesto, l’economia circolare viene spesso identificata con il riciclo, ma questa risulta un’estrema semplificazione. Riciclare significa recuperare materia quando il valore originario del prodotto è già stato, almeno in parte, perduto. La vera sfida consiste invece nel ritardare il più possibile quel momento, mantenendo prodotti, componenti, infrastrutture e materiali nella loro funzione e al loro Newcert Magazine

massimo valore. Ed è esattamente ciò che fa una buona manutenzione: prolungare la vita utile di un asset significa ridurre la necessità di produrne uno nuovo, limitare l’impiego di materie prime, evitare lavorazioni e trasporti aggiuntivi e ridurre la produzione di rifiuti. La manutenzione diventa così una delle infrastrutture operative dell’economia circolare: il punto nel quale un principio di sostenibilità si traduce in una decisione concreta di gestione. E questo vale ben oltre il perimetro della fabbrica. Si estende verso una strada, un ponte, una scuola e un ospedale, una rete idrica, verso il patrimonio immobiliare, i sistemi digitali e, più in generale, verso ogni asset pubblico o privato dal quale dipende la continuità di un servizio.

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La manutenzione comincia prima della manutenzione C’è poi un aspetto sul quale ritengo necessario insistere: la capacità di mantenere qualcosa dipende, in larga misura, da come quella cosa è stata pensata. Un prodotto difficilmente smontabile, un edificio nel quale gli impianti sono scarsamente accessibili, un software non aggiornabile o un’infrastruttura progettata senza considerare adeguatamente le attività manutentive incorporano fin dall’origine un costo futuro. La manutenzione, quindi, non comincia con il primo intervento. Comincia nella progettazione. Principi come Design for Maintenance, Design for Disassembly, modularità e aggiornabilità traducono questa consapevolezza in criteri progettuali concreti: accessibilità, sostituibilità, disponibilità dei ricambi, interoperabilità, possibilità di aggiornamento.

ircolarità e manutenzione si incontrano esattamente qui. Non possiamo chiedere a chi mantiene un asset di prolungarne indefinitamente la vita se chi lo ha progettato non gli ha dato gli strumenti per farlo. Anche il recente quadro europeo sull’ecodesign e sul diritto alla riparazione va letto in questa prospettiva. Riparabilità, disponibilità dei ricambi, accesso alle informazioni tecniche e maggiore trasparenza sul ciclo di vita dei prodotti non costituiscono soltanto prescrizioni ambientali: stanno progressivamente modificando il modo stesso in cui prodotti e servizi vengono progettati e immessi sul mercato.

interessante: il valore non deriva necessariamente dalla vendita dell’asset, ma dalla prestazione che quell’asset è in grado di garantire nel tempo. Il cliente non acquista semplicemente una macchina. Acquista disponibilità, ore di funzionamento, capacità produttiva, efficienza. Quando il produttore mantiene un interesse economico diretto nelle prestazioni dell’asset durante tutto il suo ciclo di vita, cambiano gli incentivi. Durabilità, affidabilità, aggiornabilità e manutenzione smettono di essere caratteristiche accessorie e diventano elementi del modello di business.

Dal possesso alla prestazione

C’è però un ulteriore salto culturale da compiere. Infatti, la manutenzione del XXI secolo non riguarda soltanto gli oggetti. Un’organizzazione può avere macchinari perfettamente funzionanti e, allo stesso tempo, processi fragili. Può disporre delle migliori tecnologie e perdere competenze decisive quando una persona lascia l’azienda. Può investire in nuovi sistemi digitali senza aggiornare procedure, responsabilità e capacità delle persone che dovranno utilizzarli. Anche questi sono fenomeni di deterioramento. Per questo ritengo utile recu-

Un ulteriore cambiamento riguarda il rapporto tra produttore e utilizzatore. I modelli Product as a Service e, più in generale, i Product-Service Systems introducono un principio economicamente molto

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Dalla macchina al sistema

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recuperare il significato più ampio della parola manutenzione: mantenere nel tempo la capacità di un sistema di svolgere la funzione per cui esiste. Vista in questo modo, la manutenzione dialoga naturalmente con l’Asset Management, con la gestione del rischio, con la sicurezza, con la qualità, con la sostenibilità e con la continuità operativa. Le famiglie ISO 55000 sull’Asset Management e ISO 59000 sull’economia circolare contribuiscono, da prospettive differenti, a consolidare questa visione sistemica. Non più singoli interventi isolati, ma decisioni lungo l’intero ciclo di vita degli asset, fondate sul rapporto tra prestazioni, rischio, costo e valore. È qui che la manutenzione entra definitivamente nelle stanze nelle quali si prendono le decisioni strategiche. Dal dato alla decisione La trasformazione digitale descritta nella Manutenzione 4.0 pone, tuttavia, una seconda questione: che cosa facciamo con la crescente quantità di informazioni che siamo in grado di raccogliere? Il rischio è confondere la disponibilità del dato con la

apacità di governarlo. Un’organizzazione può disporre di migliaia di sensori, dashboard sofisticate e modelli predittivi senza necessariamente prendere decisioni migliori. Digitalizzare un processo inefficiente significa, spesso, ottenere più velocemente la stessa inefficienza. Per questo la maturità digitale della manutenzione non dovrebbe essere misurata dal numero di tecnologie implementate, ma dalla loro capacità di migliorare le decisioni. Il dato acquista valore quando permette di anticipare un rischio, evitare un fermo, utilizzare meglio un componente, programmare un investimento o comprendere quando sia più conveniente mantenere, aggiornare, rigenerare o sostituire un asset. Anche il Digital Product Passport previsto dal nuovo quadro europeo sull’ecodesign può essere letto in questa prospettiva. La possibilità di disporre, lungo il ciclo di vita, di informazioni relative a composizione, caratteristiche, riparabilità e altri elementi rilevanti del prodotto può creare un collegamento sempre più stretto tra progettazione, utilizzo, manutenzione e gestione del fine vita. La questione centrale, Newcert Magazine

ancora una volta, non è accumulare informazioni. Non servono semplicemente più dati. Servono decisioni migliori. Misurare ciò che vogliamo preservare Questa evoluzione richiede infine capacità di misurazione. Durabilità, affidabilità, disponibilità, manutenibilità, consumo di risorse, efficienza energetica e capacità di recupero non possono rimanere dichiarazioni di principio. Devono entrare nei sistemi di valutazione delle prestazioni e nei processi decisionali. Anche gli strumenti sviluppati negli ultimi anni per misurare la circolarità delle organizzazioni, dalla famiglia ISO 59000 alla UNI/TS 11820 e ai diversi modelli di indicatori sviluppati in ambito scientifico, vanno in questa direzione: trasformare la sostenibilità da intenzione a informazione utilizzabile. Per chi governa gli asset, questo significa poter mettere in relazione dati che troppo spesso vengono ancora letti separatamente: costo, rischio, prestazione, durata, consumo

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di risorse e impatto ambientale. La manutenzione diventa strategica precisamente quando queste dimensioni vengono osservate insieme. Manutenere significa preservare valore In sintesi, la manutenzione del XXI secolo non può più essere identificata con il solo intervento tecnico destinato a ripristinare ciò che ha smesso di funzionare. Il suo perimetro è diventato molto più ampio: comprende progettazione, innovazione digitale, sostenibilità, sicurezza, gestione del rischio e, soprattutto, capacità di preservare valore nel tempo. È questo, probabilmente, il cambiamento culturale più importante. Manutenere significa prolungare la vita utile di un asset, ma anche garantirne prestazioni, affidabilità e sicurezza. Significa utilizzare meglio le risorse già disponibili, limitare sostituzioni premature e produzione di rifiuti, conservare competenze e conoscenza e rendere organizzazioni e infrastrutture più resilienti di fronte alla volatilità dei mercati, alla scarsità delle materie prime e a un quadro normativo sempre più articolato. In questo scenario, la Ma-

nutenzione 4.0 rappresenta uno dei principali strumenti operativi attraverso cui questi obiettivi possono diventare realtà. L’uso intelligente dei dati, le tecnologie predittive e i nuovi modelli di servizio permettono di conoscere meglio gli asset, anticiparne le criticità e prendere decisioni più consapevoli lungo il loro intero ciclo di vita. Ma la tecnologia, da sola, non è il punto di arrivo. La vera trasformazione avviene quando cambia il modo in cui consideriamo la manutenzione: non più un costo necessario per rimediare a un problema, ma un investimento strategico per evitare che quel problema comprometta valore, sicurezza e continuità. Per questo, anche la domanda che poniamo all’interno delle organizzazioni deve cambiare. Non dovremmo più chiederci soltanto quanto costa mantenere efficiente un asset, ma quanto ci costerebbe non farlo: quanto costerebbe sostituirlo prima del necessario, interrompere un servizio, perdere efficienza, disperdere competenze o affrontare un rischio che avremmo potuto prevenire. È in questo cambio di prospettiva che ritrovo il siNewcert Magazine

gnificato più autentico dell’“arte nobile” della manutenzione. Il valore economico di un investimento, certamente, ma anche quello delle risorse impiegate per realizzarlo, delle competenze necessarie a governarlo, della sicurezza delle persone che lo utilizzano e della funzione che quell’asset svolge per un’impresa, una comunità o un territorio. In un’economia che ambisce a diventare realmente circolare, la durabilità non può più essere considerata un ostacolo al rinnovamento. Al contrario, diventa una misura della nostra capacità di innovare responsabilmente: sapere quando conservare, quando aggiornare, quando rigenerare e, soltanto quando necessario, quando sostituire. È questa la convinzione che, come Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione, portiamo avanti da oltre trent’anni. Diffondere la cultura della manutenzione significa contribuire a costruire organizzazioni più sicure, efficienti, sostenibili e consapevoli del valore del proprio patrimonio. Continueremo a farlo anche attraverso le pagine di questa rivista, insieme a Newcert e a tutti gli attori: imprese, professionisti, mondo della

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ricerca, enti di normazione e Pubblica Amministrazione che condividono questa responsabilità. Perché la manutenzione riguarda certamente la tecnica e l’economia. Ma riguarda anche il modo in cui cui scegliamo di utilizzare ciò che abbiamo ricevuto, costruito e prodotto.

E, sotto questo profilo, la manutenzione è prima di tutto una questione di cultura. E, forse, anche una questione di civiltà.

Newcert Magazine

Fabio La Porta Segretario Generale Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione (CNIM)

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“Leggi il cambiamento” Rubrica a cura di Annunziata Staffieri

L’intelligenza aumentata nel mercato del lavoro tra opportunità, bias ed equità di genere rendere più efficiente l’organizzazione del lavoro.

Tempo di lettura: 3 minuti “Leggi il Cambiamento” è la rubrica dedicata all’equità e alla sicurezza tenuta dalla avv.ta Annunziata Staffieri, Capo Processo INL, Consigliera di fiducia e Diversity, Equity & Disability Manager, Advisor certificazioni DE&I ed esperta di salute e sicurezza inclusiva. È, inoltre, autrice del volume “Equità di genere nel lavoro. La sostenibilità”, Key Editore, 2025. ---

L’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ha portato alla ribalta un nuovo paradigma: l’intelligenza aumentata, un approccio che non punta a sostituire l’essere umano, ma a potenziarne le capacità. In un contesto lavorativo sempre più complesso e dinamico, questa tecnologia si presenta come uno strumento capace di amplificare competenze, migliorare i processi decisionali e Newcert Magazine

A differenza dell’intelligenza artificiale tradizionale, spesso associata all’automazione totale, l’intelligenza aumentata valorizza la collaborazione tra persone e algoritmi. È un modello che mette, pertanto, al centro l’esperienza umana, arricchendola con analisi avanzate, velocità di calcolo e capacità predittive. L’introduzione di tale nuova metrica nei contesti organizzativi sta generando benefici indiscutibili: • Produttività potenziata: le attività ripetitive vengono delegate ai sistemi intelligenti, liberando tempo per compiti strategici e creativi; • Decisioni più consapevoli: l’analisi dei dati diventa più rapida, oltre

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che accurata, permettendo, quindi, di individuare rischi e opportunità con maggiore precisione; • Riduzione degli errori: l’elaborazione automatizzata minimizza le imprecisioni dovute a stanchezza o sovraccarico cognitivo; • Accesso più equo alle informazioni: gli strumenti intuitivi rendono la conoscenza aziendale più accessibile, riducendo le barriere tecniche; • Valorizzazione delle competenze umane: l’IA non sostituisce l’intuizione, ma la rafforza, offrendo “insight” che arricchiscono il giudizio professionale. In questo scenario, la tecnologia diventa un’estensione delle capacità umane, non un rimpiazzo. Accanto ai vantaggi, l’intelligenza aumentata, tuttavia, porta con sé una questione cruciale: i bias algoritmici. Gli algoritmi apprendono dai dati, e i dati spesso riflettono le distorsioni della società. Se non vengono corretti, questi pregiudizi rischiano di infiltrarsi nei processi decisionali. Nel contesto lavorativo, le conseguenze possono essere significative:

ce non eque: modelli addestrati su criteri non inclusivi possono penalizzare stili comunicativi o comportamentali diversi; • Rischio di esclusione: tutti i gruppi sottorappresentati possono diventare “invisibili” ai sistemi, con impatti su opportunità e crescita professionale. Per evitare queste derive, è necessario adottare pratiche di controllo rigorose: dataset bilanciati, audit periodici, trasparenza nei modelli e supervisione umana costante. Strettamente legato alla questione dei bias è quella dell’equità di genere nel mondo del lavoro. Molti dataset aziendali riflettono squilibri storici: minore presenza femminile in ruoli STEM, gap retributivo, minori opportunità di leadership. Se questi dati

vengono utilizzati senza correzioni, l’IA rischia di: • Perpetuare stereotipi; • Sottovalutare competenze femminili; • Suggerire percorsi di carriera meno ambiziosi; • Penalizzare stili comunicativi non conformi a modelli maschili dominanti. Eppure, se progettata con attenzione, l’intelligenza aumentata può diventare un potente strumento per la promozione dell’equità. Può intercettare disparità salariali, segnalare pattern discriminatori, rendere più oggettive le valutazioni e supportare politiche di “diversity, equity & inclusion” basate sui dati. In questo modo, la tecnologia può contribuire a costruire ambienti di lavoro più giusti, inclusivi e armoniosi. L’intelligenza

• Selezione del personale distorta: se i dati storici privilegiano un certo profilo, l’algoritmo tenderà a replicare quello schema; • Valutazioni delle performanNewcert Magazine

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aumentata non rappresenta solo un’evoluzione tecnologica, ma un cambiamento culturale. Il suo impatto sarà tanto più significativo quanto più sapremo: • Usarla come strumento di empowerment;

• Vigilare sui rischi; • Promuovere trasparenza;

equità

e

• Mantenere l’essere umano al centro. Il futuro del lavoro dovrà essere, pertanto, impernia-

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imperniato sulla collaborazione intelligente tra persone e tecnologia. Un futuro in cui l’innovazione non cancella l’umanità, ma la esalta e la valorizza. © Di Annunziata Staffieri Riproduzione riservata

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I dati affidabili non bastano: occorre condividere le conoscenze avvero servire il pubblico se trattati come un bene proprietario. La collaborazione è essenziale.

minano, ma l’affidabilità e la reperibilità delle informazioni verificate rimangono disomogenee. Perché è importante

I recenti sviluppi sottolineano sia le promesse che le sfide:

Tempo di lettura: 2 minuti Cosa ostacola il processo? Silos ovunque: i rapporti sono disponibili in formato PDF, database e archivi istituzionali. I metadati sono incoerenti o mancanti, rendendo difficile la ricerca e il confronto. Standard non uniformi: Organizzazioni diverse utilizzano formati, vocabolari e standard di qualità diversi. Sovraccarico di informazioni: anche quando i dati esistono, sono sepolti sotto una montagna di rumore. I motori di ricerca privilegiano i clic rispetto alla credibilità, rendendo difficile trovare prove verificate. Proprietà vs. accessibilità: i dati affidabili non possono

Nel 2024, il Dipartimento federale degli affari esteri svizzero e l’Ufficio federale di statistica svizzero hanno commissionato uno studio su un osservatorio dei dati affidabili. Lo studio ha evidenziato un potenziale valore significativo, ma ha anche messo in guardia dalle sfide relative alla governance, ai metadati e al coinvolgimento. La Cina ha annunciato che entro il 2028 istituirà oltre 100 matrici di dati affidabili, con l’obiettivo di creare un’infrastruttura per l’uso condiviso guidata da regole consensuali. Negli Stati Uniti, l’86% degli adulti accede ora alle notizie tramite dispositivi digitali, tuttavia le fonti rimangono frammentate. Le piattaforme digitali doNewcert Magazine

La frammentazione non solo rallenta la ricerca, ma influisce anche sulle decisioni nel mondo reale. Le politiche, gli investimenti e la comprensione da parte dell’opinione pubblica rischiano di essere influenzati da ciò che è più facile da trovare o più forte da promuovere. Le intuizioni cruciali provenienti dalle economie emergenti o dalle ONG più piccole spesso vanno perse, restringendo la prospettiva globale sulla sostenibilità e lo sviluppo. Un nuovo paradigma: collaborazione e apprendimento continuo E se i dati affidabili non rimanessero archiviati in repository, in attesa di essere trovati? Immaginate un mondo in cui la ricerca e gli approfondimenti verificati siano:

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Collegati tra le diverse fonti, in modo da facilitare i confronti e le analisi; Accessibili a tutti, non solo agli specialisti o agli abbonati; Continuamente aggiornati, creando un ecosistema di conoscenza vivente. Condivisi apertamente, consentendo l’innovazione e l’apprendimento oltre i confini e le discipline. In questa visione, i dati non sono più una risorsa statica, ma diventano un motore collaborativo per decisioni migliori, aiutando ricercatori, responsabili politici e professionisti ad agire in modo più rapido e intelligente sulla base di prove concrete.

L’opportunità attende

che

ci

Abbiamo già tutti gli elementi necessari: ricerche verificate, ONG che producono rapporti di alta qualità e standard emergenti per la governance dei metadati e dei dati. La sfida consiste nel riunirli in un sistema che democratizzi l’accesso, promuova la collaborazione e alimenti l’innovazione. Questa è la strada da seguire: un paradigma in cui i dati affidabili siano utilizzabili, comparabili e condivisibili, una rete globale di conoscenze che

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consenta di agire in modo informato, acceleri la sostenibilità e amplifichi voci che altrimenti potrebbero non essere ascoltate. La questione non è più se i dati esistano. È se siamo pronti a trasformare la conoscenza in progresso collettivo. La Knowledge Shapers Partnership invita ricercatori, ONG e Organizzazioni orientate all’impatto a contribuire a rendere le informazioni verificate accessibili, reperibili e utilizzabili, plasmando il futuro del processo decisionale informato.

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Roma Circolare: dove nulla si perde Materiali, edifici e funzioni che rinascono A cura di Filippo Conti Presidente dell’Associazione Neronis

Roma ha vissuto consumando se stessa e, allo stesso tempo, rigenerandosi continuamente.

Tempo di lettura: 3 minuti Una città che riutilizza se stessa Prima di muovere il primo passo da Piazza del Colosseo, fermiamoci ad osservare ciò che ci circonda. Siamo in uno dei punti più celebri del pianeta, eppure il vero fascino di questo luogo sta in ciò che oggi non possiamo più vedere: la materia invisibile ma ancora presente sotto e dentro la città moderna. A Roma nulla scompare davvero. I monumenti cadono in rovina, ma le loro pietre ricompaiono pochi metri più in là, con nuove vesti e nuove funzioni. I templi si convertono in basiliche, i complessi imperiali vengono interrati per sorreggere nuovi quartieri, colonne e blocchi di marmo migrano da un cantiere all’altro

costruire la sua Domus Aurea. Nella valle compresa tra i colli sorgeva un grande lago artificiale circondato da portici e giardini pensili. Era una Molti secoli prima che reggia privata coniassimo il concetto di monumentale, sottratta economia circolare, la all'uso pubblico. capitale dell'Impero aveva già appreso l'arte del Alla morte di Nerone, la recupero perpetuo. nuova dinastia Flavia attuò un'operazione strategica e Questo itinerario è "circolare": restituire alla circolare due volte: lo è sul cittadinanza ciò che era piano geografico, poiché ci stato privatizzato. Il lago riporterà esattamente al venne prosciugato e nello punto di partenza, e lo è stesso invaso prosciugato, sul piano concettuale, Vespasiano avviò il cantiere facendoci seguire la dell'Anfiteatro Flavio, metamorfosi ininterrotta di inaugurato poi da Tito spazi, materiali e idee. nell'80 d.C. Dal lago di Nerone al Colosseo

[Spazio Privato di Nerone] ➔ (Prosciugamento del Lago) ➔ [Anfiteatro Proviamo per un attimo a Pubblico per la Città] cancellare con l'immaginazione la mole La vita del monumento non del Colosseo. Al suo posto si concluse con la fine degli dobbiamo visualizzare uno spettacoli dei gladiatori. specchio d'acqua Durante il Medioevo e il scintillante. Rinascimento, l'edificio divenne una vera e propria Dopo il devastante cava urbana: una miniera incendio del 64 d.C., aperta a tutti da cui estrarre l'imperatore Nerone travertino, bronzo e grappe confiscò un'area immensa di ferro per edificare la nel cuore della città per Roma dei Papi e dei nobili. Newcert Magazine

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grandi palazzi romani contengono, nelle loro fondamenta e facciate, l'ossatura stessa del Colosseo. L'Arco di Costantino: un monumento fatto di altri monumenti A pochi passi dall'Anfiteatro sorge l'Arco di Costantino, eretto nel 315 d.C. per celebrare la vittoria su Massenzio a Ponte Milvio. Guardandolo da lontano appare come un'opera armonica e unitaria, ma avvicinandoci scopriamo che si tratta di un vero e proprio "museo a cielo aperto" del riuso. I grandi tondi e i rilievi non furono scolpiti per Costantino: provengono da monumenti precedenti realizzati sotto Traiano, Adriano e Marco Aurelio. Il valore simbolico dello "spoglio": Riutilizzare le sculture di imperatori stimati non era soltanto una scelta economica per velocizzare i tempi di cantiere, ma un preciso atto politico. Costantino voleva legare la propria immagine alla memoria dei sovrani più amati della storia romana. San Clemente: scendere nel tempo Imboccando via di San Giovanni in Laterano raggiungiamo la Basilica di San

Clemente, dove la circolarità da orizzontale diventa verticale.

incamminandoci verso il Colle Oppio, incrociamo di nuovo l'eredità di Nerone.

Varcare la soglia di San Clemente significa intraprendere un viaggio a ritroso nella storia attraverso tre livelli sovrapposti:

Dopo la scomparsa di Nerone, la Domus Aurea venne smantellata e le sue sale vennero letteralmente riempite di terra e usate come sostruzioni e fondamenta per i complessi successivi, in particolare per le imponenti Terme di Traiano (all'inizio del II secolo d.C.).

Livello Superiore (XII secolo): La basilica medievale che accoglie i visitatori oggi, ricca di mosaici e pavimenti cosmateschi realizzati recuperando marmi antichi. Livello Intermedio (IV secolo): Scendendo una scalinata si scopre la prima basilica paleocristiana, poi abbandonata e usata come fondamenta per la chiesa superiore. Livello Inferiore (I secolo d.C.): Ancora più in basso si cammina tra le pareti di un mithraeum (tempio pagano dedicato al dio Mitra) e gli ambienti di un grande edificio pubblico, identificato in via ipotetica con la zecca imperiale (la Moneta), dove è possibile ascoltare lo scorrere di un torrente sotterraneo. Colle Oppio e Domus Aurea: seppellire per ricostruire Risalendo in superficie e Newcert Magazine

L'interramento, pensato per cancellare la memoria dell'imperatore, ha paradossalmente salvato le sue pitture. Quando alcuni artisti del Rinascimento — tra i primi Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli, e poco dopo anche Raffaello — si calarono tramite corde nei condotti sotterranei del Colle Oppio, credettero di esplorare delle "grotte" (alcuni pensavano fossero le Terme di Tito). Le decorazioni parietali rinvenute lì diedero origine allo stile artistico noto ancora oggi come grottesca, che proprio Raffaello avrebbe poi elaborato e reso celebre nei suoi cantieri, come le Logge Vaticane. San Pietro in Vincoli e il cantiere della città Dirigendoci verso Basilica di San Pietro in

la

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Vincoli, notiamo lungo la navata venti colonne doriche in marmo scanalato. Sono elementi di spoglio, probabilmente prelevati dal vicino Portico di Livia e riadattati per sostenere la navata della chiesa cristiana. La città antica è servita per secoli da grande magazzino di materie prime pronte all'uso, dove ogni frammento lapideo poteva trovare un nuovo significato decorativo e strutturale. I Fori Imperiali e la Basilica dei SS. Cosma e Damiano Scendendo verso via Cavour e affacciandoci sulla piana dei Fori Imperiali, ci troviamo di fronte a un paesaggio urbano stratificato: Età Classica: Grandi piazze pubbliche, basiliche civili e templi della Roma imperiale. Medioevo e Rinascimento: Abbandono delle strutture, innalzamento dei terreni, riuso dei materiali per abitazioni, torri difensive e conventi. Età Moderna (Novecento): Demolizione del quartiere medievale/rinascimentale (Quartiere Alessandrino) per aprire la via monumentale e riportare alla luce le rovine romane sottostanti.

Proprio al margine dei Fori incontriamo la Basilica dei Santi Cosma e Damiano. Nel VI secolo d.C., Papa Felice IV — grazie alla donazione di re Teodorico e della figlia Amalasunta — unificò due edifici di età romana: l'Aula della Biblioteca del Foro della Pace e la rotonda tradizionalmente nota come Tempio del Divo Romolo (attribuzione che una parte della storiografia considera ancora incerta), trasformandoli in un unico luogo di culto cristiano. Senza abbattere la struttura originaria, la nuova fede si è insediata nell'involucro dell'architettura pagana, garantendone la conservazione fino ai giorni nostri. Chiudiamo il cerchio Completando il nostro percorso di circa 3,5 chilometri, rieccoci di nuovo davanti al Colosseo. Il nostro cammino ha disegnato un anello sulla mappa, ma lungo la strada abbiamo incontrato decine di altri cicli storici e materiali:

l'anfiteatro della città. ● Un arco di trionfo composto da frammenti di sculture appartenute a quattro imperatori diversi. ●Una chiesa costruita sopra un'altra chiesa, edificata a sua volta sopra un tempio pagano. ● Un palazzo imperiale trasformato nelle fondamenta sotterranee di uno stabilimento termale. ●Pitture antiche dimenticate sotto terra che rinascono nelle botteghe del Rinascimento. Siamo abituati a chiamare Roma la "Città Eterna", immaginando una pietra immutabile nel tempo. La realtà è l'esatto contrario: Roma è sopravvissuta per tremila anni grazie alla sua costante capacità di mutare, adattarsi, demolire, inglobare e riutilizzare il proprio passato per costruire il proprio futuro. Guardando ora il Colosseo dal punto in cui siamo partiti, possiamo coglierne la vera natura: non un semplice fossile della storia, ma un organismo dinamico che ha saputo rinascere infinite volte.

●Un lago privato divenuto Il nostro itinerario finisce qui, esattamente dove era iniziato. Il cerchio si chiude. Roma, invece, ricomincia.

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