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Magazine

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La dott.ssa Marcella Chiesi ci consiglia come affrontare al meglio lo Smartworking Crittografia dibattito aperto tra il diritto alla privacy e la sicurezza dei cittadini Newcert associata al CNIM, Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione

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Redazione: Laureana De Prado Carmen De Sena Damaris Di Carlo Maria Monica Foglia Cristina Gatto Alessandro Giurelli Fabio La Porta Giulia Luciani Chiara Puzo Livia Sebastianelli Questo magazine non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene pubblicato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.


Il mondo di Newcert, ci presentiamo

L'editoriale di Fabio La Porta

Newcert socio del CNIM per contribuire alla cultura della manutenzione e dell’economia circolare

Smartworking, i consigli della dott.ssa Marcella Chiesi per affrontarlo al meglio

Crittografia, dibattito aperto tra il diritto alla privacy e la sicurezza dei cittadini

L’efficacia e i benefici della certificazione volontaria: il caso dell’Azienda Publiservizi Brunico


Operiamo nel settore delle certificazioni in qualità di business partner di organismi di certificazione accreditati italiani ed esteri. Dal nostro oggetto sociale è espressamente esclusa l’attività di consulenza per l’implementazione di Sistemi di Gestione (Qualità, Ambiente, Sicurezza, ecc.). La nostra sede è a Roma e operiamo sull’intero territorio nazionale, rivolgendo i nostri servizi a tutti i tipi di aziende. L’esperienza maturata permette ai nostri tecnici di svolgere la funzione di assicurazione della conformità di organismi accreditati per la certificazione di prodotto (ISO/IEC 17065), ispezioni (ISO/IEC 17020) e certificazione del personale (ISO/IEC 17024). Ci contraddistinguono la competenza e la professionalità, l’esperienza nel settore e l’aggiornamento continuo. Siamo apprezzati interlocutori di diverse realtà aziendali, grazie al nostro impegno professionale e alla conoscenza delle normative e degli standard. Siamo una vera e propria squadra e lo spirito di gruppo fa sentire ciascun membro del nostro team ben accolto e supportato, complice anche l’apertura mentale che ci contraddistingue. Ci impegniamo con entusiasmo nel nostro lavoro perché lo troviamo estremamente stimolante e sfidante, vista la varietà di aziende e di settori nei quali operiamo. Ed è anche per questo che siamo molto versatili e troviamo 1 estremamente formativo e gratificante il nostro lavoro.

"Certificarsi per competere."


Le competenze del nostro team nei settori della certificazione dei Sistemi di Gestione si sono consolidate sempre di più nel corso degli anni, permettendoci di conquistare un ruolo sempre più attivo in questo settore e rendendoci partner affidabili di enti di certificazione nazionali e internazionali. Siamo un punto di riferimento per i nostri clienti perché riusciamo a rispondere alle loro molteplici esigenze anche in virtù della stretta collaborazione con professionisti esperti in settori integrativi. Da febbraio 2020 siamo soci del CNIM, Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione. Questo ci consente di acquisire maggiore centralità tra le aziende che operano per migliorare la produttività delle industrie e la sicurezza delle persone e di entrare in contatto con realtà che hanno le nostre stesse finalità, concentrandoci, in prima linea, sui temi e le iniziative proposte dello stesso CNIM. Siamo anche associati all’UNI, Ente Italiano di Normazione, e all’AICQ, Associazione Italiana Cultura Qualità Centro Insulare, dove abbiamo un nostro rappresentante presso il MAQ, Comitato Metodologie di Assicurazione della Qualità. Siamo partner di importanti realtà formative e aiutiamo le organizzazioni e le persone a migliorare le loro competenze e abilità professionali. Operiamo in qualità di CFPT, Centro di Formazione Paritetico e Territoriale UNASF (Unione Nazionale Sicurezza e Formazione) - Conflavoro PMI (Confederazione Nazionale Piccole e Media Imprese). Abbiamo anche recentemente siglato una partnership con l’ateneo eCampus, per garantire una formazione sempre più completa.

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Il cambiamento è l’unica costante che possiamo osservare in questi anni, ma non è strano, anzi: le organizzazioni sono costituite da persone e le persone cambiano in continuazione, sia nella sfera lavorativa, sia nella sfera privata. A causa del fenomeno pandemico in corso, ci siamo dovuti confrontare con il telelavoro, lo smartworking e in generale con un modo nuovo di gestire le attività lavorative e di conciliarle con gli impegni personali; le campagne vaccinali proveranno a riportare indietro le lancette, ma a questo punto credo sia tardi. Uscire dalla zona di confort è difficile ma, come in questo caso, a volte è un’esigenza. Grazie all’incontro con la dottoressa Marcella Chiesi, fondatrice dello Studio D.U.O. – Donne e Uomini nelle Organizzazioni, trattiamo le principali criticità legate al cambiamento in atto. In questo contesto sempre più interconnesso, nel quale le tecnologie digitali sono lo strumento necessario per continuare le nostre attività, la gestione delle implicazioni derivanti sotto il profilo della privacy è ormai una necessità imprescindibile. Il bilanciamento tra privacy e sicurezza delle informazioni da una parte e tutela dell’interesse pubblico e della sicurezza nazionale dall’altra è uno degli aspetti più delicati dell’era digitale; per questo proviamo a porci delle domande in un articolo di approfondimento sulla bozza di risoluzione pubblicata dall’emittente austriaca Orf.at in cui la Commissione Europea, al fine di contrastare reati odiosi come la pedopornografia e il terrorismo, proporrebbe di aggirare i sistemi di crittografia utilizzati nei programmi di messaggistica. Scelte difficili, ma un mondo senza regole sarebbe complicato, se non impossibile da vivere.

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Ecco allora che con le regole dobbiamo convivere e per farlo abbiamo bisogno di conoscerle, sia quelle cogenti che volontarie. Proprio per contrastare il Coronavirus abbiamo imparato la differenza tra mascherine chirurgiche, FFP2, FFP3 e, in maniera gratuita, grazie all’impegno dell’UNI – Ente Italiano di Normazione (a cui Newcert è associata) le norme a livello internazionale, europeo e nazionale che regolano le prove a cui queste mascherine debbono essere sottoposte per poterne certificare l’efficacia.


Certificare un prodotto, una professionalità o un sistema organizzativo è spesso un obbligo richiesto dal mercato ma a volte è frutto di una visione strategica che va oltre l’obbligatorietà; e in questi casi assume un’efficace ancora maggiore. Questa è l’esperienza che testimonieremo presentando il caso dell’Azienda Multiservizi di Brunico. Viviamo quindi in un contesto complesso che cerchiamo di approfondire attraverso l’attività di Assicurazione Qualità svolta per diversi Enti di Certificazione Accreditati, attraverso la partecipazione al Consiglio Direttivo del Comitato Metodologie di Assicurazione della Qualità (MAQ), un organismo tecnico dell’AICQ – Associazione Italiana Cultura Qualità che ha tra i propri fini la divulgazione dello stato dell’arte delle metodologie per l’assicurazione della qualità dei processi aziendali, e attraverso l’impegno diretto nella promozione delle attività del CNIM – Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione, un ente senza fini di lucro costituito nel 1990, sotto l'alto patrocinio dell’allora Ministero dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato, per rispondere ai bisogni di una precisa scelta politica e culturale che individua in una corretta e ben pianificata manutenzione un importante elemento per migliorare la produttività e la competitività, nonché la sicurezza, la salvaguardia dell'ambiente e l'uso razionale dell'energia. Qualità, Sicurezza, Ambiente ed Energia sono solo alcune delle tematiche che affronteremo in questa rivista che avrà, così come le iniziative formative, lo scopo, ambizioso, di fornire una bussola grazie alla quale orientarsi in questo mondo fatto di norme, certificazioni e sviluppo delle conoscenze e competenze necessarie per vivere e competere. Con l’augurio che l’iniziativa venga apprezzata, approfitto dell’occasione per ringraziare tutte le persone che con il loro lavoro hanno reso e rendono possibile tutto questo.

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Il Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione, così come definito nel suo statuto, è un Ente senza fini di lucro, costituito nel 1990, sotto l'alto patrocinio del Ministero dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato, per rispondere ai bisogni di una precisa scelta di politica industriale, che individua in una corretta e ben pianificata manutenzione un importante elemento per migliorare la produttività e la competitività delle imprese, nonché la sicurezza delle persone, la salvaguardia dell'ambiente e l'uso razionale dell'energia. Nel dicembre 1999 il Comitato è stato, poi, riconosciuto dal Ministero dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato (MICA) l'Istituto che meglio in Italia può occuparsi di coordinare l'elaborazione di studi e ricerche per lo sviluppo delle imprese di gestione e manutenzione di opere e impianti (DM 16/12/99). Nel tempo si sono succedute iniziative per la diffusione della cultura della manutenzione, in Italia e nel mondo, attraverso, ad esempio, la Conferenza Internazionale sulla Gestione della Manutenzione e sul Facility Management, divenuta negli anni uno degli eventi tecnici di riferimento per il settore della manutenzione, nonché un’occasione unica di scambio e confronto conoscitivo e informativo sui diversi aspetti caratterizzanti i processi, le metodologie e gli strumenti innovativi della manutenzione tra i diversi soggetti italiani e stranieri operanti in un mercato in fase di costante e significativo sviluppo.

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Negli ultimi anni poi l’attività del Comitato, sotto la guida del Presidente (e fondatore) On. Prof. Ing. Aurelio Misiti, si è concentrata sul tema delle infrastrutture. Il volume Linee Guida per la Manutenzione delle Infrastrutture nel Territorio, edito dalla DEI, casa editrice del Genio Civile, ha rappresentato una novità assoluta nel panorama dei manuali culturali tecnici riguardanti la Scienza e l’Ingegneria della Manutenzione nel campo. Il testo tratta della Cultura della Manutenzione in una visione unitaria non separata in ambiti di competenza.


Il libro riserva una particolare attenzione al tema dei trasporti. Infatti il sistema dei trasporti, visto come un unicum sia dal punto di vista tecnico-scientifico che gestionale, è un concetto noto ma non applicato, che va concretamente perseguito sia per ridurre i costi che per aumentare i benefici. Nel 2018, poi, il Comitato ha siglato un accordo con il Gruppo FS (attraverso RFI, Trenitalia) e tre universitĂ (La Sapienza di Roma, Calabria CS, Mediterranea RC) per approfondire gli studi sul trasporto ferroviario a idrogeno, individuandone benefici e funzionalitĂ . In particolare è stata studiata la possibilitĂ di sostituire i motori diesel con celle a combustibile e batterie nei convogli che attraversano le linee ferroviarie non elettrificate. L'idrogeno è considerato dagli esperti del settore un pilastro del Green New Deal europeo e degli investimenti per la ripartenza postCovid, vista la necessitĂ di decarbonizzare i trasporti per una mobilitĂ piĂš efficiente e sostenibile. I risultati di questa ricerca sono molto incoraggianti e possono in breve tempo essere considerati realizzabili concretamente nelle officine delle Ferrovie. Infine ricordiamo l’impegno diretto del Presidente del CNIM per la definizione e l’avviamento di un ampio e strutturato progetto di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, fattore nevralgico nel piĂš ampio contesto europeo. Si tratta di un progetto sistematico che comprende “infrastruttureâ€? della logistica e dei servizi (Ponte sullo Stretto di Messina, TAV su Roma-Catania), “infrastruttureâ€? delle innovazioni: scientifica, tecnologica e neo-industriale (uso dell’idrogeno per la produzione di energia elettrica) e “infrastruttureâ€? della cultura, del benessere e degli stili di vita (l’accesso e la fruizione dello straordinario patrimonio archeologico, storico e artistico della Sicilia e del Mezzogiorno in generale). Sicurezza, ambiente, energia, sviluppo ed economia circolare sono i temi centrali nell’ambito delle attivitĂ della Newcert S.r.l., per questo, all’inizio del 2020, la societĂ ha fatto domanda di associazione al Comitato. Da marzo 2020 è stata avviata una proficua collaborazione tra l’Amministratore della Newcert, Fabio La Porta, e il CNIM per la cura di MM (Maintenance and Facility Management – www.mmcnim.net), il giornale elettronico del CNIM che include notizie, note tecniche, brevi articoli, corsi di formazione e iniziative legate al mondo della manutenzione, della sicurezza e del facility management. Il 21 e 28 dicembre p.v. la Newcert S.r.l. ha programmato il corso online “đ?—–đ?—źđ?—ťđ?˜ đ?—żđ?—źđ?—šđ?—šđ?—ź đ?—§đ?—˛đ?—°đ?—ťđ?—śđ?—°đ?—ź đ?—ąđ?—˛đ?—šđ?—šđ?—˛ đ?—Śđ?˜ đ?—żđ?˜‚đ?˜ đ?˜ đ?˜‚đ?—żđ?—˛ đ?— đ?—˛đ?˜ đ?—Žđ?—šđ?—šđ?—śđ?—°đ?—ľđ?—˛â€?, patrocinato dal CNIM. Obiettivo dei due incontri è fornire un approfondimento tecnico-normativo sulle Costruzioni Metalliche, analizzando argomenti come i Requisiti EN 1090 sulle “Costruzioni Saldateâ€? e la ISO 3834 per il Sistema di Gestione Saldatura. L’augurio per il 2021 è che la Newcert possa svolgere un ruolo sempre piĂš attivo nelle iniziative del Comitato e quindi nell’economia italiana.

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare la dottoressa Marcella Chiesi, Sociologa del lavoro ed esperta nella gestione e sviluppo delle risorse umane, da anni consulente e formatrice per aziende private e organizzazioni sindacali, nonché fondatrice di Studio duo, donne e uomini nelle organizzazioni. Secondo recenti studi, in Italia oltre la metà delle donne si occupa della casa, dei figli e dei genitori anziani, senza riuscire a condividere le mansioni con il proprio partner. Si calcola che a causa della pandemia il 31% delle donne ha dovuto rinunciare al proprio lavoro per sopperire a tutte le incombenze familiari. Questa situazione ha contribuito ad ampliare le differenze di genere in ambito lavorativo anche sotto altri punti di vista? Sicuramente la pandemia ha contribuito ad aumentare le differenze di genere sia nella famiglia che nel lavoro e sicuramente durante il lockdown le donne hanno avuto una maggiore incombenza dei lavori domestici, della cura dei figli e della cura di genitori o suoceri non autosufficienti. Questa fenomeno si è verificato perché il nostro Paese non ha tutti gli assi al loro posto, per quanto riguarda la conciliazione. Affinché la vita di una donna o di un uomo possa avere una sana conciliazione c’è bisogno di tre grandi sistemi che devono determinare delle sinergie tra di loro.

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Il primo è quello individuale e soggettivo, vale a dire che le donne e gli uomini hanno necessità di dividere diversamente questi carichi di lavoro. Durante il lockdown nazionale si è registrato che nella stragrande maggioranza dei casi le donne si sono trovate maggiormente responsabilizzate. Non è il caso di parlare di responsabilità particolari, perché a volte capita anche che le donne assumano delle iniziative per sostituire i partner per timore che non svolgano certe azioni verso i figli e verso la casa nel mondo in cui le svolgerebbero loro stesse. Quindi è necessaria in primis una capacità degli uomini e delle donne di rimettere in discussione la divisione tradizionale dei ruoli all’interno della famiglia e della coppia.


Per farlo bisognerebbe avere la capacità di fare una negoziazione del tipo “io vinco tu vinci” all’interno della coppia. Il fatto che all’interno delle famiglie la suddivisione dei compiti non è stata paritaria ha creato dei conflitti e sicuramente può aver generato anche violenza all’interno della famiglia stessa. I ruoli tradizionali nella nostra cultura sono ancora molto forti. Abbiamo una cultura maschilista e patriarcale perciò, da questo punto di vista, c’è molto da lavorare. Il secondo grande asse perché ci possa essere conciliazione è relativo all’azienda. Il lavoro si può organizzare in modo tale che la conciliazione tra responsabilità professionali e responsabilità genitoriali o di vita di ciascuno di noi ci permetta una maggiore qualità di vita stessa. Il terzo ambito è quello sociale. Sul nostro territorio abbiamo una grande difficoltà ad avere i servizi sociali e, da questo punto di vista, siamo un Paese arretratissimo. Basti pensare che, secondo l’ultima ricerca sul bilancio di genere svolta dal Ministero dell’Economia e della Finanza, presentata a ottobre 2020, i servizi educativi pubblici per la prima infanzia coprono solo il 12,5% del fabbisogno (senza contare che durante il lockdown questi servizi erano chiusi perché tutte le scuole erano bloccate). Questo stesso bilancio di genere ci rivela anche che le donne hanno preso congedi parentali per 233.000 casi mentre gli uomini solo per 63.000 casi. Questo ci suggerisce lo squilibrio che c’è all’interno della coppia, favorito anche da un’incapacità della nostra politica e della nostra società di fornire maggiori servizi indispensabili. Durante il lockdown, proprio perché le scuole erano chiuse, proprio perché si è dato per scontato che fosse la donna a occuparsene, purtroppo molte donne sono state costrette a dare le dimissioni dal loro posto di lavoro. La stessa decisione non è stata mai presa da un uomo e questo ce la dice lunga sul senso di responsabilità genitoriale che scatta in maniera così tanto diversa tra uomo e donna.

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Sono mesi ormai che moltissimi lavoratori di tutto il mondo sono ricorsi allo smartworking, chi per scelta e chi per necessità. Una maniera di vivere l’esperienza lavorativa già conosciuta e applicata prima della diffusione della COVID-19, specialmente all’estero, ma che ha inevitabilmente avuto una larghissima diffusione nel 2020. Come è cambiato l’atteggiamento delle aziende italiane nei confronti del lavoro agile? Quali modalità lavorative sceglieranno di adottare nel prossimo futuro e quale soluzione secondo lei sarebbe meglio adottare? Sullo smartworking ho lavorato moltissimo in questi mesi perché è stata un’esperienza dirompente. Basti pensare che prima della COVID-19, cioè a febbraio 2020, si calcolava che i dipendenti in smartworking fossero intorno ai 570.000, con un numero alto tra le imprese di media e grande dimensione e molto basso nella pubblica amministrazione. Siamo arrivati invece ad aprile/maggio 2020 con ben 6 milioni e mezzo di persone in smartworking, tra pubblica amministrazione e aziende, anche private. È importante conoscere come queste aziende siano arrivate allo smartworking per comprendere come poi hanno reagito. Molte ci sono arrivate del tutto impreparate, perché non erano assolutamente pronte ad affrontarlo, ovvero non avevano fatto nessuna sperimentazione, non avevano messo in campo le piattaforme e la parte hard dell’informatica necessaria, perché ci possa essere la possibilità di svolgere da remoto le attività come se si fosse in ufficio. Per cui bisogna dire che per molte aziende e tante pubbliche amministrazioni non si è trattato di smartworking, ma si è trattato di homeworking, ovvero le persone hanno portato a casa il lavoro, quello smaterializzato, e hanno lavorato da casa, senza connettersi al cloud o ai computer che erano in sede. Le aziende che hanno fatto questo tipo di esperienza l’hanno vissuta come qualcosa di traumatico ed estraneo alla loro realtà e potrebbero decidere di tornare indietro, appena sarà possibile tornare alla normalità.

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Ci sono poi le aziende che avevano già iniziato a occuparsi dello smartworking e quindi hanno avuto la possibilità di accelerare moltissimo i loro processi, ritrovandosi in condizione di innovarsi


fortemente, scoprendo anche dei risvolti molto interessanti. Ho delle testimonianze di alcuni imprenditori inizialmente contrari allo smartworking, che hanno poi notato che stava funzionando, il business teneva e l’azienda riusciva a continuare a svolgere le proprie attività. Hanno cominciato anche a fare dei piccoli sondaggi tra i propri clienti, scoprendo che la maggioranza non aveva trovato differenza qualitativa tra avere supporto, servizi e prodotti da personale da remoto rispetto a quando erano di persona. Inoltre una percentuale non banale di clienti ha addirittura ritenuto che il servizio offerto in smartworking fosse stato migliore di quello che riceveva in precedenza. Quindi questo tipo di aziende hanno cavalcato l’onda con grande slancio e penso che continueranno a svolgere lo smartworking. Infine c’è un piccolo nucleo di grandi aziende che avevano già lo smartworking all’interno della loro struttura organizzativa ed erano anche molto preparate in merito, per cui questo ha dato una spinta ulteriore. Si pensi che in alcune realtà sono andate in smartworking anche l’80%-90% dei dipendenti, quindi, anche le grandi aziende che erano molto preparate non avevano questa numerosità in precedenza. Abbiamo assistito a un fenomeno di massa che ha permesso un grande balzo in avanti. E stiamo assistendo a un fenomeno di massa anche nella pubblica amministrazione, vista la decisione del Governo e della Ministra per la Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, di fare dello smartworking un asse portante ell’innovazione della pubblica amministrazione. Quindi almeno il 50-60% dei lavoratori delle attività “smartworkabili”, dovrebbe adottarlo. La conciliazione tra lavoro e vita privata è un argomento delicato da sempre e in questa situazione pandemica il confine tra le due sfere rischia di assottigliarsi sempre di più. Quando tutta la famiglia è a casa e si lavora in smartworking cosa suggerisce per riuscire a gestire in maniera separata ed efficiente i due aspetti della propria vita?

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Il mio primo suggerimento per poter ottenere effettivamente una conciliazione soddisfacente con lo smartworking è arrivare a condividere con la propria famiglia, in maniera esplicita, il vissuto operativo quotidiano di chi fa lo smartworking. Ovvero quali sono le esigenze della donna o dell’uomo che lavora da casa rispetto a determinati orari da rispettare, determinate attività e priorità da dover svolgere. Il secondo passaggio per aver una buona conciliazione è saper negoziare, come dicevo prima. Una negoziazione “win win”, una negoziazione “io vinco tu vinci”, non una contrapposizione, non una rivendicazione, ma una negoziazione delle responsabilità all’interno della coppia, all’interno della famiglia. Inoltre rendere partecipi il proprio partner e i propri figli delle vision che le donne e gli uomini hanno rispetto alle loro prospettive lavorative, alla loro possibilità di crescere professionalmente e di fare carriera. Quindi quali scelte di vita vogliono portare avanti, anche condividendo le responsabilità familiari. Nello smartworking è fondamentale autorganizzarsi, è una condizione sine qua non, perché non c’è nessuno a controllare. Bisogna anche essere in grado di automotivarsi e soprattutto di essere autonomi. Quindi oltre all’accordo con l’azienda sugli obiettivi delle attività da svolgere da remoto e sui traguardi da raggiungere, bisogna fare in modo che quegli obiettivi diventino la propria pianificazione e bisogna saper ben distinguere le attività tra urgenti e importanti. Bisogna quindi sapere dare le priorità alle proprie mansioni. Infine lavorare per obiettivi presuppone mettere mano ai processi lavorativi, perché non tutte le attività sono “smartworkabili” e bisogna quindi verificare quali sono le attività che effettivamente si possono svolgere da remoto.

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La situazione lavorativa in cui ormai tantissime aziende sono al momento immerse ha delle ripercussioni sui dipendenti ma anche, inevitabilmente, sui datori di lavoro. La distanza e l’iniziale sensazione di “perdita del controllo” può aver destabilizzato i direttori di alcune aziende. Che consiglio darebbe loro per mantenere stabile la loro leadership anche a distanza? Su questo sono stati fatti degli studi specifici: su come essere un leader quando le proprie risorse sono in smartworking, come essere un leader in questa fase di pandemia, come essere un leader in grado di affrontare questo trauma sociale ma anche economico che tutti noi stiamo vivendo. Alla luce dei metodi sperimentati dalle diverse realtà, nella mia azione di consulenza ho riscontrato come più efficace la leadership costruita sulla fiducia. È chiaro che se io ho paura di perdere il controllo è perché sono abituata o abituato a fondare il mio controllo sul controllo della persona. In modalità smartworking la persona non è controllabile a vista, ma posso assolutamente monitorare quali sono i risultati che quella persona sta ottenendo. Perciò la leadership si costruisce sulla fiducia, sia tra capo e risorsa che tra colleghi e colleghe, e quindi una fiducia che deve crescere anche nelle persone. Il vero leader, colui o colei che sa mantenere il controllo vero della situazione, è quello che responsabilizza le singole persone ma anche i piccoli team a portare a casa dei risultati e che lascia libertà, quindi delega un pezzo di responsabilità nei processi decisionali, sia ai singoli dipendenti che ai gruppi. Lascia quindi che le persone possano commettere anche dei piccoli errori ma che siano dentro una fase di assunzione di responsabilità. Questa è la leadership che è nel futuro delle aziende che sapranno realmente rinnovarsi. Potrebbe spiegare ai nostri lettori quali sono le potenzialità del reverse mentoring? Questa risorsa che connotati assume nel contesto dello smartworking?

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Il reverse mentoring è uno strumento di gestione, sviluppo e valorizzazione delle risorse umane all’interno dell’azienda. Lo si utilizza quando, per esempio, si vogliono far dialogare generazioni distanti tra di loro, come i neoassunti con i senior dell’azienda, o alcuni ruoli in un settore aziendale rispetto ad altri di altri settori, quindi diversità professionali. Il reverse mentoring è uno strumento che può essere utilizzato, sia in smartworking che non, per creare upskilling o reskilling, cioè creare nuove competenze nelle persone che fino a quel momento si occupavano di altro oppure aumentare le loro competenze. Ma al tempo stesso questo reverse mentoring è reciproco, quindi aiuta sia le nuove generazioni che i senior, è proprio la possibilità che le abilità di chi ha competenze in un certo ambito possano essere trasmesse a chi non le ha e chi ha altre abilità le fa conoscere a quest’ultimo. Quindi il mentoring si basa su un concetto fondamentale, non affianca la persona come nel caso del tutor, ma c’è un percorso nel quale il mentore mostra al mentee o alla mentee come lui o lei fa quella determina cosa nella quale è eccellente, quindi deve mostrare quali sono gli snodi che gli permettono di raggiungere quei tipi di risultati. C’è una reciprocità attraverso la quale tutti e due apprendono vicendevolmente nozioni diverse dall’altro. Ogni lavoratore ha un atteggiamento differente nei confronti dello smartworkig: c’è chi è perfettamente a suo agio a lavorare da casa e a chi manca molto recarsi in ufficio. Oltre a questo possono aggiungersi fattori come la mancanza di una postazione adeguata, i bambini piccoli dentro casa o la difficoltà nel distinguere le ore lavorative da quelle di svago. Cosa suggerirebbe a questa tipologia di dipendenti per incrementare la loro capacità di resilienza? Resilienza è proprio il termine giusto, perché è chiaro che tutti questi elementi si sono verificati durante il lockdown. Prima di tutto bisogna chiarire che noi siamo in una fase di emergenza.

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Quello che stiamo vivendo non è smartworking ma è homeworking, quindi dobbiamo sapere che è presente in questo modo nella nostra vita solo perché c’è una pandemia in corso. Una volta finita la pandemia lo smartworking non sarà così perché lo smartworking vero presuppone che ci sia una precedente formazione del personale e dei responsabili. Poiché lavorare in smartworking presuppone un cambio di mentalità e durante l’homeworking questo non si è verificato perché è arrivato improvvisamente e molte persone si sono sentite spaesate. È fondamentale ricordare che durante il lockdown nazionale abbiamo lavorato da casa cinque giorni su cinque. Invece lo smartworking non è mai cinque giorni su cinque: è tre a casa e due a lavoro, o due a casa e tre a lavoro o due dove si preferisce. Mentre durante il lockdown c’è stata una costrizione a stare nella propria abitazione e quindi potrebbero esserci stati degli spazi inadeguati dai quali si lavorava. Inoltre durante l’homeworking attuato in pieno lockdown le scuole erano chiuse, mentre nello smartworking i bambini solitamente sono all’asilo, a scuola, dai nonni o dalle babysitter. La resilienza serve a questo, a comprendere che questo trauma sicuramente termina e noi dobbiamo essere capaci, appena finito il trauma, di tornare di riposizionarci.

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L’emittente austriaca orf.at e Politico hanno recentemente diffuso la bozza di risoluzione, datata 6 novembre, secondo la quale il Consiglio europeo ha proposto di aggirare il sistema crittografico che serve a proteggere i dati presenti sui diversi dispositivi elettronici e utilizzato dalle app di messaggistica (WhatsApp, in primis) per criptare i messaggi end-to-end. L’intento è contrastare il terrorismo e la pedopornografia online, garantendo maggiore protezione ai cittadini e rafforzando gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine, che potranno eseguire intercettazioni legalmente autorizzate. Si torna così a riaccendere il controverso dibattito su quale sia il giusto equilibrio tra il rispetto della privacy online e la sicurezza dei cittadini. Questo argomento è tornato all’attenzione dell’UE perché per il 21 dicembre è prevista l’adozione del Codice europeo globale delle comunicazioni elettroniche, anche detto e-Privacy. Secondo quanto chiarito dalla Commissione europea, la nuova direttiva non contiene una base giuridica che permetta alle aziende di continuare a segnalare gli utenti che diffondono materiale pedopornografico, contrariamente a quanto previsto dal GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati), attualmente in vigore in Europa.

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Per continuare a permetterlo è necessario che venga adottata a livello europeo una misura legislativa urgente entro il 21 dicembre, anche se difficilmente sarà possibile riuscire a trovare una soluzione entro quella data. Per questo motivo Ylva Johansson, Commissaria europea per gli Affari interni, ha proposto di adottare la direttiva e-Privacy, sospendendo per i prossimi cinque anni la sezione del testo ritenuta problematica e proponendo, nel frattempo, alcune soluzioni.


Nella proposta non viene specificato il metodo da utilizzare per aggirare il sistema crittografico, anche se secondo un’analisi della Electronic frontiere foundation l’intenzione sarebbe quella di ricorrere a un sistema per bloccare la crittografia sui dispositivi o nelle chat. O per permettere alle forze dell’ordine di analizzare, anche tramite sistemi automatici, i file prima che vengano inviati e quindi criptati, utilizzando la tecnica del client-side scanning, che consente di verificarne la legalità e la legittimità per poi, eventualmente, procedere con il blocco e la segnalazione del caso alle autorità competenti. La bozza, prima di diventare una risoluzione vera e propria, deve essere adottata dalla Commissione permanente per la Cooperazione operativa sulla sicurezza interna (COSI) e passare al vaglio del Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione Europea (COREPER), per essere poi adottata dal Consiglio. Va da sé che nel corso di questo iter potrebbe essere soggetta a delle modifiche, come auspicano gli esperti di cyber security, secondo i quali, rispetto a vent’anni fa, i pericoli derivanti dall’indebolimento della crittografia sono ancora più gravi, dal momento che viviamo in una società digitale e ogni aspetto della nostra vita può essere tradotto in un dato informatico, divenendo quindi tracciabile. Il delicato dibattito tra il diritto alla privacy e la sicurezza dei cittadini torna quindi a riaccendersi: non ci resta che scoprire come evolverà la situazione nei prossimi mesi.

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L’Azienda Publiservizi Brunico è un’azienda di approvvigionamento di energia elettrica che ha sede nella cittadina altoatesina. Tra gli obiettivi principali della loro attività, c’è l’impegno nel contribuire allo sviluppo della loro zona di approvvigionamento con una politica per la qualità e investimenti economicamente realizzabili nel rispetto dell’ambiente. Per loro è di fondamentale importanza assicurare un servizio personale, sicuro e affidabile per continuare a soddisfare i loro clienti. Alla base del loro successo ci sono: personale motivato, criteri volti a un’alta efficienza aziendale e innovazione continua. Per ridurre al minimo i potenziali effetti negativi per la salute umana o per l’ambiente l’Azienda Publiservizi Brunico è certificata da tanti anni. Recentemente ha scelto l’LL-C per gli accreditamenti e il personale di Newcert si è occupato della verifica.

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Abbiamo fatto qualche domanda al geom. Patrick Fumanelli, responsabile ambientale e responsabile per la qualità (per quanto riguarda le certificazioni) e responsabile per l’acquedotto e per la rete fognaria dell’azienda, e all’ing. Laureana De Prado e alla dott.ssa Cristina Gatto di Newcert che hanno condotto l’audit. Vediamo come è andata…


Geom. Patrick Fumanelli dell’Azienda Publiservizi Brunico: Cosa vi ha spinto a implementare e certificare i vostri sistemi di gestione per la qualità e per la sicurezza sul lavoro? Nel 2005 abbiamo iniziato con la registrazione EMAS, una certificazione ambientale, e abbiamo riscontrato dei benefici per quanto riguarda i processi interni, la documentazione e l’archiviazione dei tanti documenti. Così abbiamo deciso di espandere questa certificazione anche per la qualità e per la sicurezza, per avere una gestione più regolare di tutti i processi dell’azienda. Avevate dei dubbi prima di decidere di certificarvi? Se sì, in che modo li avete affrontati? Dubbi non direi. Abbiamo fatto delle valutazioni, questo sì. Abbiamo esaminato il carico di lavoro che poteva essere aumentato, abbiamo considerato come si potessero certificare i vari reparti, però abbiamo deciso subito, senza avere grandi dubbi. Come valutate la vostra esperienza con il personale Newcert, che ha condotto la verifica per conto dell’ente LL-C? Abbiamo fatto tutto l’audit tramite videoconferenza e questa è stata una novità per noi, però devo dire che è stata un’esperienza positiva, il colloquio è stato molto aperto e chiaro. Quali benefici avete riscontrato dall’ottenimento della certificazione? È un modo per avere processi regolari e scritti su carta, per avere della documentazione quando viene assunto personale nuovo ed è anche un modo per poter dire ai nostri clienti che lavoriamo in una certa maniera per garantire la qualità dei servizi che offriamo. Noi proponiamo cinque servizi alla popolazione locale della città di Brunico: telescaldamento, acquedotto, corrente elettrica, servizi a banda larga e manutenzione delle reti fognarie. Quindi il cliente sa che noi lavoriamo in un certo modo, che possiamo garantire sempre un servizio ottimale e di alta qualità. Che consiglio dareste a un’azienda ancora indecisa sul certificarsi o meno? Io consiglio di certificarsi per avere dei vantaggi per il personale, delle procedure palesi, un esplicito modo di lavorare e anche per avere una documentazione chiara e in regola con le attuali normative.

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Ing. Laureana De Prado e dott.ssa Cristina Gatto di Newcert: Quali sono le capacità e le competenze necessarie per gestire questo tipo di verifica? Ing. Laureana De Prado: Le capacità e le competenze per gli auditor sono elencate e definite nelle linee guida della ISO 19011. Poi bisogna avere le competenze nel settore e conoscere le attività dell’azienda, grazie allo studio e all’esperienza relativi. Io ho lavorato nel settore EA 25, Produzione e distribuzione di energia elettrica, e ho anche svolto degli audit in questo campo. Dott.ssa Cristina Gatto: Io non ho la preparazione specifica per poter svolgere l’audit per questo particolare settore, infatti ero in affiancamento a Laureana, che ha le competenze relative a questo campo. Per cui io ho valutato l’implementazione del sistema di gestione dell’azienda, senza entrare nel merito dell’attività. La verifica è stata condotta durante l'emergenza dovuta alla COVID-19: come avete gestito tale situazione? Ing. Laureana De Prado: L’audit è stato eseguito da remoto seguendo il metodo CAAT / ICT 100% - EE (IAF ID 3), permesso in contingenza di eventi straordinari, come la pandemia da COVID-19. È stato quindi possibile condurre le verifiche a distanza tramite la tecnologia, svolgendo videochiamate tramite Zoom, avendo accesso da remoto ai documenti di sistema dell’azienda, ricevendoli via email e WeTransfer o visionandoli tramite condivisione dello schermo. Dott.ssa Cristina Gatto: Abbiamo organizzato la verifica da remoto nel rispetto delle disposizioni previste dallo IAF. In particolare ci sono degli ID che permettono la gestione da remoto in casi particolari delle verifiche di certificazione o mantenimento della certificazione. Per cui ci siamo organizzate con l’azienda per effettuare delle videochiamate che ci hanno permesso di confrontarci con loro su ogni aspetto. Ci hanno dato la possibilità di poter visionare i loro documenti fornendoli in condivisione. Andiamo sempre incontro a quelle che sono le 19 disponibilità e le esigenze dell’organizzazione.


Che ambiente avete trovato presso l’Azienda Publiservizi Brunico? Ing. Laureana De Prado: Abbiamo trovato un’azienda molto trasparente, ci hanno fatto vedere tutto senza nessun problema e sono stati molto disponibili. C’è stato un grande impegno e hanno messo a disposizione tutte le loro risorse nel fornirci tutti i dati richiesti. È un ambiente molto sereno perché loro sono preparati, hanno un sistema che funziona e poi sono abituati, essendo certificati da anni. Dott.ssa Cristina Gatto: Un ambiente collaborativo e aperto al confronto. Hanno accettato qualsiasi nostra proposta di miglioramento: quello che noi abbiamo individuato loro l’hanno accolto senza particolari problemi. Sono stati molto cortesi, gentili e disponibili al confronto e nella condivisione dei documenti. Vista la tipologia di cliente c'è qualche criticità che avete dovuto gestire durante l’audit? Ing. Laureana De Prado: Non abbiamo riscontrato nessuna criticità perché erano molto preparati e il sistema funziona. Ci sono state delle opportunità di miglioramento e delle raccomandazioni, ma nessuna non conformità e nessun commento. Dott.ssa Cristina Gatto: No, non ci sono state criticità particolari. Abbiamo avuto più riunioni nell’arco della giornata, confrontandoci con i vari reparti dell’azienda.

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