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Nèura Magazine Non È Una Rivista d’Arte

Numero 5 1° novembre 2012

Percorsi Eunomia Tomás Saraceno all’Hangar Bicocca Cantiere del ‘900 alle Gallerie d’Italia

“Fiato d’artista” I fotogrammi di Fabio Torre I viaggi nella memoria di Carla Filipe

Nèurastenie Gli appuntamenti della settimana 1-7/11

Logo ©Cristiano Baricelli


©Nèura Magazine 2012. Nèura Magazine è uno spazio culturale di prospettiva. La redazione è composta da Anna Castellari, Silvia Colombo, Sonia Cosco e Roberto Rizzente. Nessuna parte o contenuto di questa pubblicazione può essere duplicata, riprodotta, trasmessa, alterata o archiviata in alcun modo senza preventiva autorizzazione degli autori. I contenuti di questa pubblicazione non hanno carattere periodico e non rappresentano prodotto editoriale ex L.62/2001. Logo ©Cristiano Baricelli, Ictus, 2005. Per contatti, scrivi: info@neuramagazine.com www.neuramagazine.com


Nèura Magazine - 1 novembre 2012

Editoriale - Percorsi

Il numero #5 di Nèura Magazine fa capolino all’inizio di novembre, tra la nebbia mattutina e dopo aver superato brillantemente la festa delle streghe. Volete leggerci questa settimana? Potete farlo seguendo i nostri Percorsi – il tema prescelto per la prima uscita del mese. I percorsi sono quelli museali delle Gallerie d’Italia, e più precisamente del Cantiere del ‘900 che ha appena inaugurato nel cuore di Milano, ma anche i passi insicuri e morbidi dell’installazione di Tomás Saraceno all’Hangar Bicocca – per prepararvi alla visita vi forniamo le nostre ‘istruzioni per l’uso’. Di diverso tipo sono le strade percorse dall’artista bolognese Fabio Torre, ora in mostra presso la Galleria Studio G7, come ci racconta la sua foto in bianco e nero di un paio di boots usurati e slacciati. E, ancora, è metaforico, legato alla memoria e all’identità di un Paese – il Portogallo – il cammino riproposto dall’artista Carla Filipe attraverso le sue opere. Racconti, impressioni, riflessioni e associazioni – il nostro viaggio è appena all’inizio. Buona settimana. La Nèuraredazione 3


Indice - Numero 5

Editoriale - Percorsi

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Eunomia - I dodici comandamenti di Tomás Saraceno

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Eunomia - Le Gallerie d’Italia aprono al contemporaneo. Un cantiere del ‘900 nel cuore di Milano

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“Fiato d’artista” - Le non-storie di fotogrammi di Fabio Torre

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“Fiato d’artista” Nell’archivio di Carla Filipe

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Nèurastenie - Design

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Nèura Magazine - 1 novembre 2012

Eunomia - I dodici comandamenti di Tomás Saraceno Silvia Colombo

Fausto Melotti, La Sequenza (1981) - installazione collocata all’esterno dell’Hangar Bicocca

Una sintetica digressione sullo spazio espositivo, condito da un breve prontuario per evitare figure imbarazzanti visitando l’installazione On Space Time Foam di Tomás Saraceno all’Hangar Bicocca di Milano. Arte, architettura, scienza o, di nuovo, spettacolo? Primo appunto. L’Hangar Bicocca è un’imponente struttura che deve le sue forme alla precedente funzione cui era adibita: prima di diventare un centro espositivo di grande richiamo (nel 2004), era sede dell’azienda Ansaldo-Breda. Persa però in un punto anonimo della periferia cittadina, al limite con Cinisello Balsamo, è mal collegata con la rete dei mezzi pubblici (quasi un paradosso, tenendo conto che l’Ansaldo-Breda si occupa della produzione di mezzi di trasporto su rotaie) ed è priva di qualsivoglia indicazione segnaletica. 7


Percorsi

Se la questione è ancora accettabile nel caso di un centro temporaneo, come abbiamo visto per Manifesta 9, dovrebbe essere invece la conditio sine qua non da cui partire, nel caso si tratti di un luogo che vuole essere “uno dei principali agenti della crescita culturale e sociale del territorio circostante” (cit. dal sito ufficiale). Fortunatamente intervengono, appaganti alla vista e utili per la risalita del buonumore, le due installazioni permanenti: all’esterno, antistante all’ingresso, l’opera La Sequenza (1981) di Fausto Melotti, ivi collocata nel 2010, in L’artista Tomás Saraceno seguito a un ventennale peregrinare per durante la conferenza l’Italia, e all’interno I Sette Palazzi Cestampa all’Hangar Bicocca lesti di Anselm Kiefer, lavoro realizzato nel 2004. Il ferro ormai arrugginito e l’affascinante, melanconico e imperfetto cemento armato parlano la nostra lingua e scandiscono i primi passi del visitatore nello spazio. Secondo appunto. Veniamo al dunque, alla mostra temporanea On Space Time Foam di Tomás Saraceno aperta a Milano dal 26 ottobre. Premetto che da qualche tempo seguo le tracce dell’artista argentino, un po’ per caso e un po’ per interesse. Lo scorso 2011, al MACRO di Roma, è andata in scena la suggestiva Cloudy Dunes. When Friedman Meets Bucky on Air-Port-City, allestita nella sala Enel. Un potente, ingombrante eppure quantomai leggiadro intreccio di tubi semirigidi per cavi elettrici, affogati in un buio squarciato da raggi di luce, tesi a rievocare la ricerca dell’architetto Richard Buckminster Fuller in tema di ‘rete di energia’. Sempre nel 2011, presso l’Hamburger Bahnhof di Berlino – dove peraltro Saraceno risiede e lavora – ha preso vita una delle sue Cloud Cities: un pullulare di sfere trasparenti e sospese in PVC, pulsanti e a tratti verdeggianti, a prova di interazione col pubblico. A Milano, invece, cosa accade? On Space Time Foam, il titolo prescelto cui sono sottesi concetti 8


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provenienti dalla meccanica quantistica e l’idea di creazione dell’universo, è realmente un site-specific? Se si considera la definizione di Nick Kaye, secondo cui esso indica le “pratiche che articolano gli scambi tra l’opera d’arte e i luoghi in cui sono definiti i suoi significati”1, sembrerebbe di sì. D’altra parte, ritengo che pensare a un luogo non significhi solamente ‘cambiare forma’ all’installazione, passando da una sfera a un cubo (un parallelepipedo a tre strati?) perché la configurazione spaziale della sala lo suggerisce, bensì compiere ricerche più profonde anche sulle tradizioni, le abitudini e la cultura di un Paese. Ora, due veli trasparenti in materiale plastico – piuttosto suggestivi, nulla da ridire – sospesi sofficemente a mezz’aria e pronti ad accogliere i passi insicuri dei futuri fruitori che vi sprofonderanno, possono funzionare in Italia? Si tenga conto che: la visita può avvenire per gruppi di massimo dieci persone, è sconsigliata (così si legge sulla liberatoria) a individui il cui peso sia uguale o superiore ai 100 chili e può durare per

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N. Kaye, Site Specific Art: Performance, Place and Documentation, Routledge, Londra 2000, p. 65.

Tomás Saraceno, Cloud Cities, Hamburger Bahnhof (Berlino, 2011) - particolare 9


Percorsi

Tomás Saraceno, On Space Time Foam - Hangar Bicocca (Milano, 2012)

un tempo massimo di mezz’ora. Inoltre, ecco l’elenco dei divieti, dei dodici comandamenti che sicuramente manderanno in crisi i più. Per prevenire eventuali momenti imbarazzanti, ricordate che per accedere ai due piani alti (intermedio e superiore) occorre: togliere le scarpe prima di entrare; indossare le calze; avere abiti privi di oggetti contundenti (borchie comprese); non indossare accessori contundenti o appuntiti, tra cui cinture, orecchini, brac-

ciali, piercing, forcine; depositare oggetti appuntiti, dalle macchine fotografie agli ombrelli, dalle chiavi alle monete; rimanere distanti almeno un metro dai bordi dell’opera; evitare corse e capriole; non lanciare oggetti; non accedere con animali; non mangiare, fumare e scattare foto [ndr, azioni peraltro impossibili, dal momento che si dovrebbero depositare tutti gli oggetti all’ingresso]. Un consiglio: quando programmate la visita pensate a cosa porterete con voi, in che modo vi pettinerete e vestirete. Già in sede di presentazione stampa si sono verificati disguidi: attese per firmare le 10


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liberatorie, abiti inadeguati (ricordate: no alle gonne) e lamentele. Il dilemma è: noi italiani, che spesso non siamo nemmeno in grado di preparare un bagaglio a mano di dieci chili per volare con le compagnie low cost, saremo capaci di rispettare tutti i divieti, i dodici comandamenti, o contribuiremo alla vita breve dell’opera?

Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti - Hangar Bicocca (Milano, 2004)

Tomás Saraceno. On Space Time Foam Milano, Hangar Bicocca - Ingresso libero 26 ottobre 2012 – 3 febbraio 2013 Orari. Da giovedì a domenica 11-23 11


Percorsi

Tomรกs Saraceno, On Space Time Foam - Hangar Bicocca (Milano, 2012)

Carsten Nicolai, Undisplay - Hangar Bicocca (Milano, 2012) 12


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Eunomia - Le Gallerie d’Italia aprono al contemporaneo. Un cantiere del ‘900 nel cuore di Milano Anna Castellari

Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano. L’ingresso delle Gallerie in Piazza della Scala

Ha inaugurato in una sala gremita di giornalisti, all’interno di un’ex banca nel centro di Milano, il Cantiere del ‘900, la sezione contemporanea delle Gallerie d’Italia. Un luogo quasi opposto alla sezione ottocentesca adiacente, con tanti capolavori, da Manzoni a Fontana, passando per Guttuso, Isgrò, e tanti altri. È una mattina soleggiata di ottobre. Camminando nella galleria Vittorio Emanuele, verso Piazza della Scala, tra le frotte dei turisti e i milanesi dal passo veloce, ci dirigiamo verso le Gallerie d’Italia. Non sono così lontani gli anni novanta, quando i veri ritrovi dei milanesi erano Fiorucci, il Panino Giusto e la Ricordi. Ma, senza nulla togliere a un passato tutto lustrini e paillette qual è stato quello del capoluogo lombardo, a noi fa decisamente più piacere vedere che l’arte contemporanea 13


Percorsi

Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, Messina 1937) L’ora italiana, 1986 riporto fotografico, acrilico e assemblage (orologio) su tavola, venti elementi, diam. 100 cm ciascuno. Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano

si sta inserendo pian piano nel tessuto urbano, rendendo il centro meno commerciale e più abitabile – almeno, così ci auguriamo. Dopo l’apertura del Museo del Novecento e della sezione ottocentesca delle Gallerie d’Italia nel 2011, questo autunno vede un nuovo, importante centro culturale. Diciamocelo: il rischio di una “mummificazione” delle opere della collezione Intesa San Paolo, collocate entro le mura di un museo, c’era tutto. Ma per fortuna, con un allestimento attento e, di per sé, piuttosto mobile (su pannelli bianchi), il nuovo museo di Milano dedicato al Novecento ha scongiurato questa deriva. E non è nemmeno la solita mostra Milanocentrica, in cui sembra che l’arte novecentesca italiana passasse solo attraverso la terra meneghina. Infatti, tra gli artisti, si annoverano, per esempio, il friulano Afro (Basaldella), il pugliese Pino Pascali, la siciliana Carla Accardi, l’anconetano Corrado Cagli, il romano Giuseppe Capogrossi e il parmigiano Ettore Colla. Solo per citarne alcuni, tra i 153 artisti ospitati nello spazio. Si chiama “cantiere” il nuovo polo dedicato all’arte novecentesca nel cuore di Milano, e a noi piace tanto già il nome. Sì, perché, come afferma il curatore Francesco Tedeschi, esso è un «luogo 14


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simbolico di una costruzione in fieri, e insieme occasione di scavo e ricerca». E continua: «La nuova sezione del museo è dedicata all’arte di un periodo ancora vicino, nel quale affonda le radici del presente, la cui storia appare delineata nella conoscenza dei maggiori autori e delle sue linee complessive». Di buono, in questa ex banca riconvertita a polo museale, ci sono certamente due caratteristiche: il recupero rispettoso di un dispositivo del passato, che non viene sconvolto nella sua architettura ma mantiene intatta la sua personalità; e poi, l’accostamento di un edificio affascinante quanto complesso con le opere più vicine al nostro presente. C’è anche da dire che, talvolta, l’accostamento non è riuscitissimo, forse anche per via della presenza molto forte di un gusto costruttivo di inizio Novecento, seppur rivisto dall’architetto Michele De Lucchi. Come il pavimento del corpo centrale del museo, dove sono collocate alcune opere che, cromaticamente, non godono di grande visibilità: questo vale ad esempio per la mezzaluna senza titolo di Mauro Staccioli, o per il Ferro (Scultura policroma o Astroformal) di Ettore Colla. Diverso invece il discorso – grazie a un rosso sgargiante – del Concetto spaziale di Lucio Fontana. L’esposizione, a partire da quella rotonda centrale, cuore della spazialità museale, si snoda, poi, lungo le sale circostanti, in un percorso didattico e tematico. Certo, talvolta, la presenza di ‘etichette’ non giova rendere idea in maniera complessiva del lavoro artistico di un autore – si pensi a Guttuso misteriosamente finito nella zona pop art, o a Novelli ‘smembrato’ in diverse sezioni – ma danno, quantomeno, l’idea di un lavoro ‘interattivo’, Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano ricco di scambi e di commistioCantiere del ’900. Opere dalle collezioni tra le correnti e gli artisti. ni Intesa Sanpaolo. Ouverture 1 15


Percorsi

Afro (Afro Basaldella) (Udine 1912 - Zürich 1976), Senza nome, 1959. Tecnica mista su tela, 104 x, 130 cm. Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano

Si entra in un’atmosfera angosciante, varcando la soglia della sala dedicata all’Ora italiana, l’opera dell’onnipresente artista Emilio Isgrò – sì, onnipresente a tutte le importanti manifestazioni d’arte: il giorno seguente l’abbiamo ritrovato anche al Mart di Rovereto – il quale ha letteralmente aggregato (ticchettio annesso) una serie di orologi,con immagini di scene di vita quotidiana bolognese e con le sue cancellature d’artista: come a rimarcare che, nell’ora X della strage di Bologna, si sarebbero cancellate vite umane, e niente sarebbe più stato come prima. L’altro percorso monografico è dedicato al “Colore come forma plastica”, incentrato sulle ricerche cromatiche operate durante il futurismo a partire da Balla, quando il colore assunse un ruolo spaziale e materico, fino ad allora inedito. Bellissimo e ben conservato anche il caveau, risultato di un progetto di conservazione sugli ambienti sotterranei della banca. È uno spazio visitabile su prenotazione – si tratta di un luogo nascosto ma 16


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passibile di un’ispezione, un’innovazione tra gli allestimenti del musei contemporanei, se si pensa per esempio al Pompidou, che fa ruotare le proprie opere tra i magazzini e gli spazi espositivi, ma non permette mai una visione completa in un’unica visita. Buona, poi, l’idea di riservare spazi sufficientemente ampi e articolati ai servizi di accoglienza, bar e ristorazione, con bookshop, accessibile dall’esterno, senza passare obbligatoriamente attraverso le sale museali. Si crea finalmente uno spazio che ha a che fare con la città: non è un’entità a sé stante, bensì un luogo da frequentare. Che – almeno si spera – contribuisca a rendere un po’ più vivibile un centro ormai frequentato quasi solo da turisti.

Giuseppe Capogrossi (Roma 1900 – 1972), Superficie 154, 1956. Olio su tela, 80 x 100 cm. Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano

Gallerie d’Italia - Cantiere del ‘900. Piazza della Scala, 6 - Milano Da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30 (ultimo ingresso 18.30). Giovedì dalle 9.30 alle 22.30 (ultimo ingresso 21.30). Lunedì chiuso. Ingresso libero | Audioguida gratuita Per informazioni: www.gallerieditalia.com 17


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Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 - Milano 2006), Mitologia in nero e rosso, 1962, dÊcollage su tela, 135 x 98 cm. Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano 18


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“Fiato d’artista” - Le non-storie di fotogrammi di Fabio Torre Sonia Cosco

Alcuni dei fotogrammi di Fabio Torre

Qual è il filo che attraversa fotografia, cinema e pittura? È la domanda che ci poniamo di fronte alle opere dell’artista bolognese Fabio Torre, con una personale presso la galleria Studio G7, che dura fino al 17 novembre. “Picture Star” — l’inizio del film — è il countdown che apriva le pellicole in bianco e nero, sequenze che, con la mostra di Fabio Torre (classe 1955), da negativi fotografici diventano frame pittorici. Una tecnica e contenuti particolari quelli che propone l’artista. Non c’è ‘soggetto’, ma ci sono ‘i soggetti’: macchine fotografiche, pistole, anfibi, visi che reclamano la nostra attenzione. Noi, smettiamo di correre e iniziamo a osservarli, senza aver fretta di passare oltre. Quando ha iniziato a contaminare la fotografia con la pittura? Il filtro della fotografia nasce insieme al mio lavoro già in origine. Non è un processo di contaminazione, ma semplicemente una sorta di ‘punto di vista’ sul mondo. La fotografia opera una sintesi, in senso temporale e spaziale e a essa io aggiungo un ulteriore lavoro di riduzione e rielaborazione nella progettazione e nell’esecuzione 19


Percorsi

dei dipinti, che rispetto alla fotografia subiscono un processo di astrazione. Non riuscirei a datare la nascita di questo metodo, perché è istintivo e ha riguardato fin dai primi momenti il mio lavoro. Certo la fotografia e la pittura sono cose diverse e tali restano. Non amo confondere le carte o fare un gioco di mimesi o illusionismo, non mi interessa che si dica che i quadri ‘sembrano fotografie’. Semplicemente considero l’obiettivo fotografico, con le sue problematiche di inquadratura, scorcio, luce ecc., uno strumento necessario per selezionare e indagare la realtà. Ci descrive nel particolare la tecnica che ha usato per la sua personale presso Studio G7? La mia tecnica è costante da molti anni, quello che può apparire di volta in volta diverso è il grado di risoluzione che intendo raggiungere. In questi ultimi lavori sentivo la necessità di lavorare ad ‘alta risoluzione’. La tecnica è piuttosto tradizionale. Metà del lavoro è progettuale: eseguo fotografie, le seleziono e stampo in grande formato quella che mi interessa. Quindi decido il formato del quadro e su questo viene eseguito un disegno e un abbozzo che devono essere accurati per evitare incertezze e sorprese. I passaggi col colore a olio sono molti, in quanto non amo la pittura materica e questo impone diversi strati di pittura poco corposa per saturare i colori. Il dettaglio richiesto da questi ultimi lavori ha comportato tempi lunghi di esecuzione (per alcuni quadri oltre tre mesi). È il quadro a dirti a un certo punto che ti devi fermare, altrimenti il lavoro di dettaglio sarebbe potenzialmente infinito e comunque preferisco che sul quadro si legga pittura e non pseudo fotografia. Il dato fotografico deve essere concettuale prima che iconico. La sperimentazione dei suoi lavori ha qualcosa di contemporaneo e nello steso tempo retrò. Quali sono i suoi riferimenti del passato e del presente? Non amo il gusto rétrò, ma devo ammettere che il mondo fotografico e cinematografico a cui guardo è interamente analogico, il che è come ammettere di guardare al passato. I riferimenti più forti sono il cinema e la fotografia degli anni sessanta-settanta, anni caratterizzati da forti contrasti che 20


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l’iconografia del tempo ci ha trasmesso. Oggi il digitale ha la capacità di assorbire, metabolizzare e ridistribuire tutto in particelle uniformi. Il contrario avveniva con l’analogico di quarant’anni fa: un corpo, un viso, un evento minimo assumevano un fortissimo valore iconico col semplice ricorso a luci, espressioni, ambientazioni. Fabio Torre, Contact sheet 7 Pensiamo, per fare un solo esempio (Boots), olio su tela 2012 tra gli altri, a tutto il corpus fotografico realizzato sui luoghi e sui personaggi della Factory di Andy Warhol. Del contemporaneo mi interessa tutto, ma resto convinto che l’opera d’arte per essere tale debba passare attraverso un filtro tecnico che non si può evitare, sia esso pittura, video, scultura o altro. La tecnica dà spessore anche al lato concettuale dell’opera. Trascurarla o ritenerla inutile genera un lavoro che non m’interessa. È frequente assistere a mostre in cui c’è poco da vedere e molto da leggere e sentirsi dire alla fine che il tutto è stato sdoganato da Duchamp. Ma Duchamp ha fatto le sue provocazioni un secolo fa. Chi guarda davvero indietro? La pellicola cinematografica ha in sé un paradosso: l’immobilità del movimento. Anche le sue opere pittoriche sembrano frammentare la storia e nello stesso tempo ricomporla. Cosa Fabio Torre, Contact sheet 3 vuole raccontare? (Revolver), olio su tela 2012 Buona domanda. Gli americani direbbero: «What’s the point?». Credo che si possa rispondere ammettendo un doppio livello di lettura del lavoro. Il primo, diciamo quello cinematograficonarrativo, può sembrare il meno ricco perché non c’è una storia, neppure un’azione che si consumi nel corso delle sequenze. In 21


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realtà è vero il contrario: la persistenza dell’immagine, non la sua ripetizione, fa storia. La sequenza svela che l’immagine singola è insufficiente e apre alla percezione qualcosa di più vicino alla realtà, ovvero il continuo flusso di immagini che caratterizza la vita. www.galleriastudio7.it www.fabiotorre.com/biographi [sin-te-si]: s.f.inv. Nel senso di lavorare cercando di sottrarre il più possibile per arrivare ai termini minimi dell’immagine, alle lettere del suo alfabeto. Fabio Torre AA VV Dizionèuro 2012

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“Fiato d’artista” - Nell’archivio di Carla Filipe Roberto Rizzente

Carla Filipe, As Primas da Bulgária, scatti dell’installazione, linoleum e china su carta, 2012, foto di Andrea Rossetti, courtesy Kunstverein (Milano)

«Noi siamo come nani seduti sulle spalle dei giganti» era solito dire Bernardo di Chartres. Non occorre essere degli storici marxisti per comprendere quanto la storia influenzi e, anzi, condizioni la vita e l’identità stessi dei singoli. Piccoli e grossi cambiamenti su scala globale, guerre, rivoluzioni, movimenti politici, emigrazioni di massa, carestie, hanno un impatto continuo e necessario sulla vita dell’individuo, spesso indirizzandolo verso mete impreviste e imprevedibili. Indagare questi contesti e da lì ripartire per tracciare la parabola esistenziale del singolo è, da sempre, uno dei compiti privilegiati dell’arte. Restringendo il campo d’osservazione all’ultimo trentennio, scopriamo come l’archivio sia uno egli elementi più presenti, considerati, studiati nelle pratiche estetiche (ma lo stesso Merzbaudi Schwitters è, in prospettiva, un archivio ante litteram). Specie 23


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nell’Europa dell’Est, dove i recenti sommovimenti hanno imposto una riflessione sulla società, le tradizioni, i cambiamenti in atto. Esemplare, in questo senso, è il caso di Carla Filipe. Portoghese, classe 1973, una partecipazione a Manifesta (2010) alle spalle, guarda a Est, nella fattispecie la Bulgaria, per trovare tracce del proprio presente. È un po’ un viaggio alla Safran Foer, a ritroso nel tempo, quello che propone alla sua prima milanese, “As primas da Bulgária”, fino al 30 novembre ai Frigoriferi Milanesi, curatela di Kunstverein, in collaborazione con FARE. Solo che questo viaggio è instabile, incerto, periglioso. Colpa, certo, della documentazione, assolutamente lacunosa. La storia delle due cugine che tra il1976 e il 1982 emigrarono in Bulgaria, come tanti prima di loro – era una vera e propria moda, incoraggiata dal Partito Comunista di Álvaro Cunhal, in auge dopo la Rivoluzione dei Garofani del 1974 e la fine della dittatura salazarista – giace sepolta sotto una coltre di silenzio. Non esiste uno studio, se si eccettua il volume di Luis Gonzaga Ferreira, gli archivi del Partito rimangono inaccessibili, i ricordi di famiglia sfumano nelle nebbie del tempo.

Carla Filipe, As Primas da Bulgária, scatti delle installazioni, linoleum e china su carta, 2012, foto di Andrea Rossetti, courtesy Kunstverein (Milano) 24


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Carla Filipe, As Primas da Bulgária, scatti dell’installazione, linoleum e china su carta, 2012, foto di Andrea Rossetti, courtesy Kunstverein (Milano)

Non resta, all’artista, che rivolgersi a internet. Consapevole dell’impossibilità di attingere ad una verità certa, inoppugnabile, Carla Filipe affastella documenti, studia relazioni, traccia diagrammi, rotte, collisioni. Immagini dai blog scorrono nella memoria, affollandosi sulla parete. Estratti dal diario personale, riflessioni estemporanee, domande, pagine di storia, trascritte a penna, istantanee del repertorio folcloristico complicano le carte, fondendosi in un tutto compatto, unico e indistinto, dalle molteplici direzioni. Prende corpo così una mappa rizomatica, direttamente ispirata alle teorie di Foucault, per tentare di restituire il senso e l’origine del viaggio. Le frasi, stampate su carta e linoleum, si cancellano, le lingue – portoghese, inglese, russo – si moltiplicano, i soggetti si sdoppiano, imboccano nuove strade, nuove relazioni. Le foto galleggiano su cornici vuote, i simboli si confondono, il braccio teso può indicare sì l’ideologia comunista, ma anche un rito della tradizione, piuttosto che commemorare la rivoluzione portoghese. Non ci sono punti a capo, non ci sono assiomi, teoremi, dimostrazioni. Il fascino di questa ricerca sta nell’irriducibilità alla 25


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casistica, la stratificazione progressiva dei livelli cui ognuno, teoricamente, può aggiungere un tassello, dare una lettura, un’interpretazione, come fosse un’opera aperta, pulsante, infinita. Un insieme eterogeneo di appunti scaturito dall’indagine viva e dispiegato nell’atto stesso del suo farsi. Un istante rarefatto di riflessione, strappato al fluire del tempo. L’obiettivo è quello, ancora una volta, di chiarire chi siamo, da dove veniamo. E nel mentre, capire chi finanziò gli studi dei giovani portoghesi in Bulgaria, decifrare i sentimenti degli emigranti, comprendere il valore legale di una laurea ottenuta all’estero. Dare una spiegazione, per quanto precaria, a questi interrogativi sarà lo scopo e il casus belli del lavoro venturo di Carla Filipe. Noi vi invitiamo a considerarlo. Per info: Frigoriferi milanesi: As primas da Bulgária (Part one) Via Piranesi 10, Milano Tel. 02.73981, mail info@frigoriferimilanesi.it

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Nèurastenie - #Design Silvia Colombo Cinque occasioni per avvicinarsi alla creatività contemporanea attraverso le arti applicate. Perché, a volte, è tutta questione di praticità, di stile... insomma, di design. #Milano Primo museo nazionale ‘di settore’, il Triennale Design Museum, allestito dall’architetto De Lucchi e ubicato al piano superiore dello storico edificio di Muzio, apre al pubblico nel 2007. Con un programma espositivo peculiare, rivolto alla valorizzazione della creatività italiana attraverso esposizioni tematiche di durata annuale, approda nel 2012 alla sua quinta edizione. Il tema di quest’anno, TDM 5: grafica italiana, si focalizza – com’è intuibile dal titolo – sulla produzione di graphic design dai primi del Novecento, con la ‘liberazione’ futurista, sino a oggi. Il percorso, scandito tematicamente nelle sezioni Lettera, Libro, Periodici, Cultura e Politica, Pubblicità, Imballaggi, Identità visiva, Segnali, Film e video, mette in scena illustrazioni comparse su “Il Manifesto”, foto di cronaca, loghi di prodotti e manifestazioni (La Biennale di Venezia). E ci rendiamo conto che tutto ciò che vediamo attorno a noi ha una paternità creativa importante. Dove e quando

Info e contatti

Triennale Design Museum, Milano 14 aprile 2012 – 24 febbraio 2013

Orari. martedì-domenica 10.3020.30 | giovedì 10.30-23 Ingresso. 8 euro intero | 6.50 euro ridotto | 5.50 ridotto gruppi sito web. www,triennaledesignmuseum.org 27


Percorsi

#Venezia Marino Barovier è il curatore di una rassegna monografica dedicata alla produzione di design in vetro di Scarpa, nel periodo in cui l’architetto ha ricoperto il ruolo di direttore artistico presso la società storica veneziana Venini. La mostra, intitolata Carlo Scarpa. Venini 1932-1947, si sofferma su un periodo cronologicamente limitato ma creativamente molto prolifico. Esposti presso Le Stanze del Vetro, spazio con sede sull’Isola di San Giorgio Maggiore, oggetti d’arte innovativi sia dal punto di vista materico e tecnico – sono presenti vetri cosiddetti ‘a bollicine’, sommersi, a mezza filigrana, murrine romane, lattimi, corrosi, a puntini e strisce, zigrinati, laccati, incisi... – sia da quello cromatico, ma anche bozzetti, documenti e foto d’epoca. Dove e quando Info e contatti Le Stanze del Vetro, Isola di San Giorgio Maggiore (VE) 29agosto – 29 novembre 2012

Orari. lunedì-domenica 10-19 | chiuso il mercoledì Ingresso libero sito web. www.lestanzedelvetro.it e-mail. info@lestanzedelvetro.it

#Prato Al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato è in corso UFO Story / Storia degli UFO. Dall’architettura radicale al design globale, una panoramica sul lavoro del gruppo fiorentino che, dal 1967 al 2012 ha 28


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operato attivamente al limite tra l’architettura, l’arte e il design. Il materiale, proveniente dall’Archivio Lapo Binazzi – UFO (in parte ceduto in deposito presso il museo toscano) permette di approfondire le sperimentazioni del gruppo composto da Carlo Bachi, Lapo Binazzi, Patrizia Cammeo, Riccardo Foresi, Titti Maschietto e (inizialemente) Sandro Gioli. Tutto parte dalla creazione dei primi Urboeffimeri oggetti gonfiabili – di grandi dimensioni – fatti per “mettere a punto azioni ripetute di disturbo delle abitudini sociali e dei riferimenti architettonici della città” e arriva sino ai lavori più recenti, come i Vassoi autostrada, le Zuppiere Vongola (1991) di Binazzi, presentati a Pitti Immagine – Palazzo Strozzi di Firenze. Dove e quando

Info e contatti

Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 30 settembre 2012 – 3 febbraio 2013

Orari. Lunedì-domenica 10-19 | chiuso il martedì Ingresso libero sito web. www.centropecci.it e-mail. info@centropecci.it

#Istanbul Prima edizione per la biennale turca dedicata al design, l’Istanbul Design Biennial che intende “esplorare i prodotti e progetti creativi provenienti da tutte le discipline delle industrie creative, urban design, architettura, disegno industriale, design grafico, di moda, per i new media...”. Aperta dalla metà di ottobre e per i due mesi successivi, la rassegna si divide in due nuclei principali, Musibet e Adhocracy, a cura rispettivamente di Emre Arolat e Joseph Grima: il primo è una riflessione sullo sviluppo urbanistico della capitale turca, mentre il secondo – ove il titolo sottolinea l’opposizione a tutto ciò che è burocrazia – è incentrato sulla rielaborazione del design dal punto di vista politico ed economico. Vengono inoltre proposti diciotto documentari e video provenienti da otto Paesi diversi, iniziative parallele in varie sedi della città e un fitto programma di seminari. 29


Percorsi

Dove e quando

Info e contatti

Istanbul Design Biennial, Istanbul 13 ottobre – 12 dicembre 2012

Orari. MUSIBET / Istanbul Modern da martedì alla domenica 10-18 | giovedì aperto fino alle 20 ADHOCRACY / Galata Greek School da martedì alla domenica 10-19 | giovedì aperto fino alle 20 Per entrambe: chiuso il lunedì e il primo giorno delle feste religiose Ingresso. 10 euro intero | 5 euro studenti sito web. www.istanbuldesignbiennial.iksv.org e-mail. ist.designbiennial@iksv.org

#Londra È sempre lì, una certezza, nonché una delle istituzioni più prestigiose, a livello internazionale, dedicate al design. Si tratta del Victoria & Albert Museum di Londra, il museo dedicato alle arti applicate fondato nel 1852, dopo il grande successo della celeberrima Esposizione Universale del 1851 ospitata all’interno del Crystal Palace di Paxton. Oltre ai dipartimenti dedicati alle collezioni storiche e alla conservazione dei materiali, l’istituto si tiene al passo coi tempi, poiché dal 1999 ha aperto al pubblico il Contemporary department, destinato ad accogliere mostre incentrate sulle “creazioni migliori delle arti contemporanee e del design – compresa la moda, l’arredo, il product design, i digital media, l’architettura e la fotografia”. A volte, è proprio la capacità di rimanere coerenti e scientificamente rigorosi pur nella varietà. Ora è visitabile l’esposizione Hollywood Costume e, in arrivo nel 2013, la grande personale dedicata a David Bowie. 30


Nèura Magazine - 1 novembre 2012

Dove e quando

Info e contatti

V&A South Kensington Cromwell Road, Londra

Orari. lunedì-domenica 10-17.45 | tutti i venerdì l’apertura è prolungata sino alle 22 Ingresso. variabile a seconda delle esposizioni presenti in museo [attualmente tra le 7 e le 11 sterline] – lo staff del museo raccomanda di prenotare in anticipo. sito web. www.vam.ac.uk e-mail. vanda@vam.ac.uk

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Nèura Magazine #5