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SPECIALE STRADA REGIA ITINERARIO IN CAMPANIA

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Neosnet è una testata registata dalla Neos - Giornalisti, Fotografi, Operatori Culturali di Viaggio Associazione - Milano

GLI SPECIALI

La strada Regia delle Calabrie in Campania

In viaggio con NEOS

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Speciale La strada Regia delle Calabrie - Itinerario in Campania

© Neosnet.it Piazza Castello 9 - 20121 MILANO www.neosnet.it Pubblicato nel mese di ottobre 2026 Direttore Luisa Espanet Progetto grafico e impaginazione Fabrizio Lava A questo numero hanno collaborato Francesca Motta, Natalino Russo In copertina La Scala Elicoidale della Certosa di Padula fotografia di Natalino Russo

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Editoriale L’obiettivo degli Speciali Neos come di Odisseo, l’abbiamo scritto spesso, è far scoprire luoghi meno frequentati, anche se in Paesi di grande turismo, vicini e lontani, in Italia e nel mondo. In questo Speciale parliamo della Strada Regia delle Calabrie con i testi di Francesca Motta e le fotografie di Natalino Russo. Che non significa solo il paesaggio di un percorso tra tre regioni italiane, ma una strada che con i suoi 260 chilometri è l’indiscussa protagonista e racconta 2 mila anni di storia. Una storia che non riguarda solo la Campania, la Basilicata e la Calabria, ma rivela le testimonianze di secoli di civiltà. Voluta da Ferdinando IV di Borbone a metà del 1700, come è scritto nell’epigrafe oltre il ponte del Sele dove la strada parte, non serviva solo a collegare villaggi sperduti, aiutandone gli scambi ma eliminava la piaga del brigantaggio favorito dall’isolamento. Un’opera monumentale fatta di costruzioni di ponti e arcate, di tagli di montagne, di deviazioni di fiumi, di cui si trovano testimonianze lungo tutto il percorso. Caratterizzato da una grande varietà che attraversa secoli. Dalle architetture settecentesche delle regge del Miglio d’Oro alle ville vesuviane con gli affreschi del Vanvitelli, dalla città sepolta di Ercolano agli esempi di architettura longobarda, dalle arcate settecentesche alla città romana, alle grotte degli eremiti. Luoghi straordinari, alcuni già patrimonio Unesco, altri in iter per diventarlo. Luisa Espanet

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La Strada Regia, l’impresa che cambiò il viaggio nel Sud di Francesca Motta, fotografie di Natalino Russo

La strada, voluta da Ferdinando IV di Borbone nel 1778, nasce per collegare Napoli a Reggio Calabria e superare l’isolamento delle province meridionali. Le mappe di Rizzi Zannoni e le ricognizioni sul campo permettono oggi di ricostruirne il tracciato e ritrovare le tracce della viabilità storica. “L’obiettivo è valorizzare questo immenso patrimonio ancora nascosto. Mettiamo in rete 2200 anni di storia, 260 chilometri, 8 anni di studio, 45 città e piccoli borghi, 15 paesi sedi delle antiche stazioni di posta, 5 siti Unesco, 3 Regioni, 4 Province, 3 Parchi Nazionali ed ancora 40 tra taverne ottocentesche, stazioni postali di un tempo” racconta Luca Esposito. Poco oltre il ponte sul fiume Sele, nei pressi di Persano, una grande epigrafe in latino celebra la nascita di una delle opere viarie più ambiziose del Regno di Napoli. È il 1779 e la Strada Regia delle Calabrie sta trasformando radicalmente il modo di attraversare il Mezzogiorno: una nuova arteria progettata per essere percorribile con le carrozze, lunga complessivamente circa 280 miglia, destinata a collegare Napoli con le province della Basilicata e della Calabria e, soprattutto, a rendere più 4

agevoli gli scambi e gli spostamenti verso l’estremo Sud. L’iscrizione si rivolge al viaggiatore: «Ospite, cessa di ammirare le antiche vie Flaminia, Aurelia e Appia, portenti dell’antica ingegneria.» Ciò che si sta costruendo non avrebbe nulla da invidiare alle più celebri opere viarie dell’Impero. La strada viene presentata come finalmente «comodissima agli scambievoli rapporti fra provincie». L’epitaffio attribuisce l’impresa alla volontà di Ferdinando IV, re di Napoli e Sicilia, e la descrive come un’opera realizzata a spese dell’Erario regio, dei sacerdozi, delle province e dei municipi. Ma è soprattutto la descrizione delle difficoltà superate a trasformare l’iscrizione in una vera celebrazione dell’ingegneria: «il numero dei ponti e delle arcate, il taglio delle montagne, la deviazione dei fiumi, il


Luca Esposito, Referente Archeoclub d’Italia per la valorizzazione dei borghi ed aree interne sulla Strada Regia delle Calabrie ed autore dello studio che ha riportato alla luce la Strada Regia che collega luoghi millenari del Sud Italia.

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rialzamento delle valli, la rimozione degli ostacoli». Eppure la storia raccontata dall’epitaffio va letta con una certa attenzione. Il tratto da Napoli a Persano era già stato reso rotabile nel 1745, per volontà di Carlo di Borbone, interessato a raggiungere più agevolmente la riserva di caccia reale di Persano. L’iscrizione del 1779 segna dunque un passaggio ulteriore: proprio da questo punto prende avvio il prolungamento del nuovo Cammino Reale, che in appena due anni sarebbe arrivato fino a Padula, per circa 29 miglia di nuova strada praticabile con mezzi a ruota. Qui la strada borbonica incontra anche una storia molto più antica. Per secoli questo stesso territorio era stato attraversato dalla via Capua-Regium, la grande strada romana costruita nel 132 a.C. e progressivamente abbandonata nel Medioevo. La nuova Strada Regia delle Calabrie ne avrebbe ripreso in parte il tracciato, riportando alla luce una direttrice che aveva collegato il Nord e il Sud della penisola molto prima che esistesse il Regno di Napoli. Facciamo un passo indietro: nel 1778, Ferdinando IV di Borbone ordinò la costruzione di una strada destinata a collegare Napoli con Reggio Calabria. All’epoca, le province meridionali del Regno di Napoli disponevano di una rete viaria estremamente arretrata: lunghi percorsi erano affidati a sentieri stretti e accidentati e difficili da attraversare, soprattutto durante l’inverno. Interi territori rimanevano isolati e raggiungerli significava 8

affrontare viaggi lenti, costosi e spesso rischiosi. A complicare ulteriormente l’impresa c’era la natura stessa del territorio. Tra Principato Citra, Basilicata e Calabria Citra si susseguivano valichi, terreni instabili e corsi d’acqua dal carattere alluvionale. Costruire una strada capace di resistere a queste condizioni richiedeva soluzioni tecniche importanti. A questo si aggiungeva il brigantaggio, favorito proprio dall’isolamento delle province meridionali e ulteriore ostacolo alla circolazione di persone e merci. In un simile contesto, viaggiare non era un gesto ordinario. Ci si muoveva soprattutto per motivi istituzionali, militari o di studio, spesso a cavallo o a piedi, mettendo in conto la fatica e i pericoli del percorso. La nuova strada nasceva dunque con un obiettivo che andava oltre il semplice collegamento: diventare un’infrastruttura capace di favorire la modernizzazione e lo sviluppo commerciale del Regno. La costruzione della Strada Regia procedette parallelamente a un’altra grande impresa destinata a cambiare il modo di conoscere e rappresentare quel territorio. Nel 1781 Giovanni Antonio Rizzi Zannoni iniziò i rilievi per il suo Atlante Geografico del Regno di Napoli, realizzato attraverso la tecnica della triangolazione geodetica. L’opera, composta da 31 fogli, venne completata nel 1812 e divenne per decenni il principale riferimento cartografico per viaggiatori e studiosi. È proprio sulle mappe di Rizzi Zannoni che oggi è stato possibile ricostruire il


tracciato storico della Strada Regia delle Calabrie. La precisione della cartografia, la toponomastica e i numerosi riferimenti topografici hanno consentito di confrontare il percorso settecentesco con la viabilità contemporanea, individuando ponti, edifici, monumenti e altri elementi ancora riconoscibili sul territorio. La ricerca non si è limitata alle mappe. Il tracciato è stato verificato sul campo attraverso ricognizioni, archivi, testimonianze locali e il confronto con i racconti dei viaggiatori che tra Settecento e Ottocento attraversarono questi territori. Il percorso da Napoli a Castrovillari, ad esempio, comprendeva 14 tratte postali,

Sicignano degli Alburni, fontana in una piazza del centro

ciascuna di circa dieci miglia, la distanza che un cavallo poteva percorrere al galoppo senza soste. Ogni posta rappresentava quindi una tappa, un luogo di passaggio e di incontro. Attorno alla strada nacquero infrastrutture, attività e relazioni che avrebbero contribuito a modificare profondamente il territorio. Ancora oggi molte delle grandi opere viarie successive, dalle trasformazioni postunitarie fino alla costruzione dell’autostrada A3, hanno mantenuto quella stessa direttrice settecentesca. È forse questo il dato più sorprendente: una strada progettata oltre due secoli fa continua a essere leggibile nel paesaggio contemporaneo.

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l barocco nelle chiese di Puebla, la Talavera, una tipica facciata dai colori accesi, la Palafoxiana, prima biblioteca pubblica del Messico (1646)

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Alle pendici del Vesuvi tra regge e città romane La Strada Regia attraversa le residenze borboniche e le ville di delizia che hanno reso celebre il Miglio d’Oro. Dalla Reggia di Portici a Villa Campolieto, l’architettura settecentesca racconta il rapporto tra paesaggio, potere e villeggiatura. A Ercolano, il viaggio prosegue nella città sepolta dal Vesuvio, dove gli scavi restituiscono ambienti domestici, oggetti e frammenti di vita quotidiana. Ogni viaggio ha un punto di partenza. Quello lungo la Strada Regia delle Calabrie potrebbe essere proprio qui, a Portici, nel luogo in cui la strada attraversa la Reggia, quasi a dividere e allo stesso tempo unire la grande architettura borbonica con il territorio che da qui si apre verso sud. La Reggia di Portici venne scelta nel 1737, secondo la tradizione, da Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, sorpresi da un temporale durante una battuta di pesca al tonno. Più verosimile è che la scelta fosse legata alla passione del sovrano per la caccia e, soprattutto, all’interesse crescente per le straordinarie scoperte archeologiche che stavano emergendo nel territorio vesuviano. La costruzione della Villa Reale avrebbe 12

così rappresentato anche il desiderio di creare una residenza immersa in un paesaggio già capace di raccontare un passato ancora da riportare alla luce. La strada passa “a cavallo” della Reggia, attraversandone il cortile in un contesto settecentesco rimasto in larga parte leggibile. Accanto al palazzo si trova il grande bosco, che si sviluppa per centinaia di metri in direzione del mare: un elemento fondamentale delle ville di delizia vesuviane, pensate non soltanto come residenze, ma come luoghi in cui architettura, natura e rappresentazione del potere si incontravano. Prima di arrivare alla Reggia, il percorso incontra anche Palazzo Mascabruno, iniziato nel 1740 per volere di Carlo III e destinato alle Regie Scuderie Borboniche.


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Veduta di Ercolano, sullo sfondo il cratere del Vesuvio La strada Regia delle Calabrie - Itinerario in Campania

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Poco oltre sorgono Palazzo Valle, trasformato da Ferdinando IV in caserma delle Reali Guardie del Corpo, e il Convento di Sant’Antonio di Padova, testimonianze di una città cresciuta insieme alla presenza della corte. Da qui la Strada Regia prosegue verso Ercolano. Il tracciato antico entra nel borgo di Resina e conduce verso il teatro romano e gli Scavi di Ercolano, dove il viaggio cambia ancora una volta dimensione: dalla strada settecentesca si passa alla città romana, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e restituita alla storia a partire dagli scavi iniziati nel Settecento. Da Portici, la strada corre lungo il Vesuvio e, a un certo punto, il paesaggio cambia. A raccontare il territorio, sono anche le grandi dimore che, nel Settecento, trasformarono questa fascia di costa in uno dei luoghi più eleganti del Regno di Napoli. È il Miglio d’Oro, la lunga sequenza di ville vesuviane nata intorno alla nuova viabilità e al desiderio dell’aristocrazia borbonica di costruire, fuori dalla città, luoghi destinati alla villeggiatura e alla rappresentanza. Tra queste c’è Villa Campolieto, una delle architetture più scenografiche del percorso. Il cantiere prende avvio nel 1755, su commissione di una delle famiglie più importanti dell’aristocrazia dell’epoca. Il progetto viene inizialmente affidato a Mario Gioffredo, ma è dal 1763, con l’arrivo di Luigi Vanvitelli, che la villa assume il carattere monumentale che ancora oggi la distingue. 16

Vanvitelli modifica l’impianto originario e trasforma quella che avrebbe dovuto essere una casa di campagna in una vera villa di delizia. La forma esterna diventa più teatrale, il disegno si apre in una grande configurazione a ferro di cavallo e l’architettura costruisce una relazione continua con il paesaggio. È questa, del resto, una delle caratteristiche delle ville del Miglio d’Oro: la vita non si esauriva negli ambienti interni. Il vero spettacolo era fuori, nei giardini affacciati sul mare, nelle prospettive che cercavano il Golfo di Napoli e nelle terrazze dalle quali il paesaggio diventava parte stessa dell’architettura. A Villa Campolieto sopravvive un piccolo giardino all’italiana, ricostruito sulla base dei disegni originali, con una scala ellittica e una fontana che accompagnano lo sguardo verso l’esterno. Anche la terra su cui sorge la villa racconta una storia più antica. In alcuni punti affiora la pietra lavica del Vesuvio, legata alla grande eruzione del 1631-1632. L’architettura si appoggia così su una materia che appartiene allo stesso vulcano che ha modellato, distrutto e conservato interi paesaggi nel corso dei secoli. Villa Campolieto custodisce inoltre una dimensione meno conosciuta: quella del romitorio. Una parte del complesso ospitava una piccola comunità di monaci, con refettorio, cellette, cappella e un chiostro. Sotto la villa si sviluppano anche due livelli cantinati e una galleria che, grazie agli interventi di restauro e rifunzionalizzazione, si prepara a diventare parte del percorso di visita.


Affreschi all’interno di Villa Campolieto, Ercolano Villa Campolieto, Ercolano

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Bassorilievo in marmo presente nel Museo del Parco archeologico di Ercolano raffigurante la Caccia al cervo con cani dalla Casa dei Cervi Piselli ritrovati all’interno degli scavi di Ercolano, esposti in mostra a Villa Campolieto

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Negli interni la grande stagione artistica del Settecento emerge soprattutto attraverso gli affreschi. Le decorazioni furono realizzate da alcuni dei pittori e decoratori che lavoravano nella squadra di Vanvitelli e che erano impegnati anche nei cantieri della Reggia. Le sale conservano ancora testimonianze di particolare pregio, anche se il tempo e le infiltrazioni hanno lasciato tracce evidenti sulle volte e sulle superfici dipinte. Ma Villa Campolieto racconta anche qualcosa di più grande della propria storia. È una delle 122 ville vesuviane del XVIII secolo censite dai decreti ministeriali di tutela e testimonia quella trasformazione del territorio che accompagnò lo sviluppo della nuova viabilità. La costruzione della Strada Regia contribuì infatti a rendere sempre più importante questo tratto costiero, mentre la crescita di Napoli spostava progressivamente verso terra una mobilità che in precedenza si affidava soprattutto al mare. Ercolano, uno scrigno ancora da scavare C’è un luogo, lungo la Strada Regia delle Calabrie, in cui il viaggio nella storia sembra farsi improvvisamente più vicino. È Ercolano, la città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. A rendere eccezionale la città è infatti il modo in cui è stata sepolta. A differenza di Pompei, qui la particolare natura dei materiali vulcanici ha consentito la conservazione di una straordinaria quantità di elementi organici: legni, mobili, oggetti d’uso quotidiano, alimenti. Una ricchezza

che per gli archeologi significa poter ricostruire non soltanto l’architettura delle abitazioni, ma anche il modo in cui quelle case venivano vissute. Prima della grande stagione degli scavi novecenteschi, Ercolano era stata esplorata dai Borbone attraverso una rete di cunicoli sotterranei. L’obiettivo era soprattutto recuperare statue, marmi, iscrizioni e pitture: una vera e propria caccia al tesoro che riportò alla luce opere straordinarie, ma che non consentì di valorizzare adeguatamente i materiali organici. I cunicoli attraversavano infatti le strutture e molti mobili ritrovati vennero distrutti proprio perché all’epoca mancavano le tecniche necessarie per conservarli. La svolta arrivò nel 1927, con l’inizio della grande campagna di scavi guidata da Amedeo Maiuri, destinata a cambiare per sempre il volto di Ercolano. Maiuri non si limitò a scavare: organizzò il cantiere, restaurò gli edifici e soprattutto concepì la città come un vero museo all’aperto. Nelle abitazioni furono ricollocati mobili e oggetti originali ritrovati durante gli scavi, con l’idea di restituire ai visitatori qualcosa che le sole pareti decorate non potevano raccontare: la vita. Per quasi trent’anni Ercolano fu così visitabile in una forma oggi quasi impensabile. Nelle case si trovavano tavoli, letti, utensili, lucerne, strumenti di lavoro e oggetti legati alla vita domestica. In una bottega sono ancora leggibili elementi lignei originali utilizzati per sostenere le anfore; in un panificio il forno romano mostra una tecnologia sorprendentemente vici19


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na a quella utilizzata ancora oggi. Persino la disposizione degli oggetti contribuiva a ricostruire gesti e abitudini di duemila anni fa. Con il turismo di massa, tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, questo modello venne progressivamente smontato e gli oggetti furono trasferiti nei depositi per proteggerli dai furti e dall’usura. Oggi, però, Ercolano guarda nuovamente a quella intuizione di Maiuri. Negli ultimi anni sono stati digitalizzati e scansionati in 3D migliaia di reperti conservati nei depositi, aprendo la strada alla possibilità di realizzare copie fedeli degli oggetti e ricollocarle nelle abitazioni dove furono trovate. Ercolano era un centro ricco e articolato. Le sue insulae, attraversate da cardini e decumani, comprendevano grandi abitazioni aristocratiche decorate con affreschi e pavimenti in marmo e mosaico, edifici pubblici, terme, una palestra con piscina centrale, il teatro, la Villa dei Papiri e l’Agusteum. Ma per capire Ercolano bisogna tornare all’inizio della sua riscoperta. Nel 1710, un contadino che stava scavando un pozzo nella propria proprietà si imbatté in elementi architettonici, statue e decorazioni marmoree. Quei ritrovamenti passarono attraverso il mercato antiquario e arrivarono all’attenzione del principe d’Elboeuf, che comprese il valore di ciò che stava emergendo e acquistò la proprietà. Si scoprì così che sotto quel terreno si trovava il teatro. La vera svolta arrivò nel 1738, quando 20

Carlo III di Borbone diede avvio alla stagione degli scavi borbonici. Ercolano fu esplorata attraverso pozzi e cunicoli, secondo una modalità che permise di raggiungere il teatro, la Villa dei Papiri, le prime insulae e altri settori della città. Solo nel 1927 sarebbero iniziati gli scavi sistematici condotti da Amedeo Maiuri. Da allora il lavoro non si è mai davvero fermato. Oggi ricerca e conservazione procedono insieme a una nuova attenzione per il territorio. Il Parco sta lavorando alla stabilizzazione dei fronti di scavo, alla riqualificazione degli accessi e degli spazi circostanti, con l’obiettivo di rendere il sito sempre più permeabile alla città contemporanea. Oggi il Parco Archeologico racconta questa storia da una prospettiva particolare: dall’alto della passerella nord si comprende innanzitutto quanto la città antica sia ancora immersa in quella moderna. Quello che si vede è solo una parte di Ercolano: circa 4,5 ettari di un abitato che doveva estendersi per circa 20 ettari. Il resto è ancora sepolto, incuneato sotto la città contemporanea e, verso sud, sotto quella che un tempo era la linea della costa. I flussi piroclastici provenienti dal Vesuvio che invasero l’abitato e lo sigillarono rapidamente, portarono alla mancanza di ossigeno che creò una sorta di ambiente protetto nel quale si conservarono materiali organici che altrove sono andati perduti come legno, alimenti, frutta, legumi e cereali. Chili di orzo e farro, fichi e datteri riportano dentro le case una quotidianità


lontana quasi duemila anni. E altrettanto quarium. Sono tracce fragili, ma proprio straordinaria è la conservazione dei legni per questo capaci di restituire alla città carbonizzati, ancora visibili negli edifici una dimensione umana. e raccolti nella sezione dedicata all’AntiUn dettaglio degli affreschi sul soffitto di Villa Campolieto

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A fronte: Oggetti di uso quotidiano ritrovati in una casa, Parco archeologico di Ercolano Sotto: Ritratto in marmo di Marco Nonio Balbo, Parco archeologico di Ercolano

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Città di mercanti, arte e spiritualità. Da Salerno a Nocera Il Duomo di Salerno

Nel cuore di Salerno, la strada si intreccia con la storia medievale e moderna attraverso palazzi, chiese e antichi assi urbani. A Cava de’ Tirreni, i portici raccontano la vivacità dei commerci, mentre l’Abbazia della Santissima Trinità testimonia il ruolo religioso e culturale dei Benedettini. A Nocera Superiore, il Battistero di Santa Maria Maggiore custodisce invece la memoria della città romana e il dialogo tra architettura antica e cristiana. Superata l’antica Porta Catena, la Strada Regia delle Calabrie cambia passo. Si restringe, abbandona progressivamente la dimensione della grande direttrice di attraversamento e si immerge nel cuore di Salerno, seguendo un tracciato urbano che ancora oggi permette di leggere, quasi per stratificazioni, la storia della città. È qui che il viaggio lungo la strada borbonica diventa anche un viaggio dentro la storia medievale e moderna del capoluogo, tra palazzi nobiliari, chiese, fontane e antichi assi viari. Il primo incontro è con Palazzo Genovese, affacciato sulla piazzetta Sedile di Campo. Di origine seicentesca, il palazzo assunse l’aspetto attuale nel 1702, quando l’architetto napoletano Mario 24

Gioffredo ne curò la ristrutturazione, impreziosendolo con un elegante portale di gusto barocco. Da qui la strada prosegue lungo via Dogana Vecchia e poi verso via dei Mercanti. A ricostruire con sorprendente precisione questo antico percorso contribuisce la mappa di Rizzi Zannoni del 1794, prezioso strumento per riconoscere oggi l’antica trama viaria all’interno di una città profondamente trasformata. Poco distante emerge la Chiesa di Sant’Andrea de Lama, ricordata già nell’866 nei documenti del Codice Diplomatico Cavense. Nella stessa piazzetta si incontra la Fontana dei Pesci, progettata da Vanvitelli, altra testimonianza di quella stagione in cui Salerno si arricchì di architetture e interventi


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Pagina precedente: Un vicolo nel centro storico di Salerno A lato: Un dettaglio delle decorazioni della Cattedrale di San Matteo In questa pagina: L’abside e il pavimento cosmatesco della cattedrale.

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capaci di ridisegnarne gli spazi urbani. Ma è proseguendo lungo via dei Mercanti che la strada rivela una delle sue stratificazioni più affascinanti. Una deviazione conduce a San Pietro a Corte, uno dei più importanti esempi di architettura longobarda della città. La chiesa fu fondata nell’VIII secolo dal principe Arechi II, quando Salerno divenne capitale della Longobardia minore. Il luogo, tuttavia, aveva una storia ancora più antica: l’area era già occupata in epoca romana da un edificio termale. Poco più avanti, all’incrocio con via del Duomo, si apre uno dei luoghi simbolo di Salerno: il Duomo dedicato a San Matteo. La sua costruzione ebbe inizio nel 1076 per volontà di Roberto il Guiscardo, dopo la conquista normanna della città. Sorge in prossimità del luogo della sepoltura dell’evangelista e conserva un patrimonio architettonico nel quale convivono elementi classici, medievali e barocchi. Le 28 colonne di età classica del portico interno, il loggiato superiore e il campanile, alto 52 metri, raccontano una storia fatta di trasformazioni successive. Dopo il terremoto del 1688, gli interventi di Guglielmelli e, più tardi, di Carlo Buratti modificarono profondamente l’aspetto del complesso. La strada conduce quindi verso il Monastero di San Giorgio, uno dei più antichi insediamenti monastici salernitani, forse di origine longobarda e già ricordato in un diploma di papa Pasquale I dell’814. All’inizio del Set30

tecento fu trasformato da Ferdinando Sanfelice. Poi il tracciato torna su via dei Mercanti e raggiunge piazza Sedile di Portanova. Qui la strada antica non segue l’attuale corso Vittorio Emanuele: piega invece verso via Portanova, perché fino agli inizi del Novecento le mura cittadine e gli edifici addossati alla cinta ne impedivano il passaggio. Solo con le grandi trasformazioni urbanistiche degli anni Venti e Trenta il nuovo corso avrebbe modificato definitivamente questa parte della città. A Cava de’ Tirreni la strada racconta una storia fatta di commerci, famiglie, privilegi e memoria. Basta camminare sotto i portici del centro storico per capire che questa non è soltanto una soluzione architettonica, ma la traccia di una città nata e cresciuta intorno agli scambi. La loro origine è legata alla presenza dell’Abbazia Benedettina, che attraverso i propri traffici e la flotta manteneva rapporti con numerose città del Mediterraneo e del Nord Italia. Da quei contatti arrivò anche il modello dei portici: uno spazio coperto nel quale poter esporre e vendere i manufatti prodotti nelle case. Lana, seta, tessuti e abiti uscivano così dalle abitazioni e trovavano nei negozi il luogo naturale per essere commercializzati. Cava era una città demaniale, direttamente dipendente dalla monarchia. Uno status che per oltre cinque secoli, dagli Angioini agli Aragonesi, dagli


Sotto i portici di Cava de’ Tirreni

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Ballerini di Santo Domingo Tehuantepec.

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Rievocazione storica della disfida dei Trombonieri

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Asburgo ai Borbone, garantì privilegi importanti, soprattutto sul piano fiscale. I mercanti potevano infatti portare e vendere le proprie merci fuori dalla città senza pagare le tasse doganali. Un vantaggio che rendeva i prodotti cavesi particolarmente competitivi e contribuiva alla vivacità economica del centro. La ricchezza si traduceva anche in prestigio. Tra il Trecento e il Quattrocento le famiglie patrizie costruirono le proprie dimore e si organizzarono in quattro distretti, dando vita a una complessa rete di alleanze, parentele e rivalità. La competizione tra le famiglie diventava anche una forma di rappresentazione pubblica della propria forza economica e sociale. Non sorprende allora che Cava fosse considerata una delle città più importanti del Regno. Nel 1394, Bonifacio IX ne riconobbe lo status urbano, valorizzandone la consistenza demografica, la ricchezza economica, i privilegi e la capacità difensiva garantita anche dal castello di Sant’Adiutore. Quella competizione tra i quattro distretti sopravvive oggi nella Disfida dei Trombonieri, rievocazione nata nel 1974 e costruita attorno alla memoria degli antichi archibugieri. Otto gruppi si sfidano con archibugi, alcuni dei quali settecenteschi, seguendo un regolamento preciso: tempi di sparo, postura e capacità di gestire un’arma pesante diventano gli elementi della gara. Il premio è simbolico ma potentissimo: conquistare per un anno la leadership 34

della città. Accanto alla disfida vive un’altra memoria collettiva, quella della festa di Montecastello, legata alla peste del 1656. La tradizione racconta che la comunità, attraverso una processione verso il castello, trovò nella fede una risposta alla terribile epidemia. Storia e devozione si sono così trasformate in una celebrazione che ancora oggi riunisce la città. Camminando sotto i portici, tra fregi, cortili e antiche attività commerciali, si comprende allora quanto Cava sia ancora fedele alla propria identità. Una città mercantile, di giuristi e costruttori, dove l’architettura è diventata la forma visibile di una storia fatta di autonomia, commercio e comunità. L’abbazia che nacque da una grotta Incastonata ai piedi dei Monti Lattari, alle spalle della Costiera Amalfitana, l’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni appare quasi nascosta nella valle. La sua posizione racconta già molto della sua storia: da una parte i sentieri che salgono verso i passi del Pellegrino e del Silenzio, oggi percorsi dagli escursionisti; dall’altra la gola che conduce verso Vietri sul Mare e l’antico porto di Vietri, Fuenti e Cetara, utilizzato dai monaci per i loro traffici. L’abbazia, infatti, non fu soltanto un luogo di preghiera: grazie alle proprie navi, i benedettini intrattenevano rapporti commerciali anche con l’Oriente. Eppure tutto ebbe origine da qualcosa di molto più semplice: una grotta e un


Interno della Badia de Cava, ufficialmente Abbazia Territoriale della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni

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Pergamena risalente all’anno 792; fa parte del ricchissimo patrimonio dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni.

eremita. Qui si ritirò in vita contemplativa Sant’Alferio Pappacarbone, nobile salernitano e ambasciatore alla corte dei principi longobardi. Nel 1025 i principi longobardi di Salerno gli donarono le terre della Cava, insieme a importanti privilegi. Attorno alla sua esperienza solitaria si sviluppò progressivamente una comunità, fino alla nascita di un grande cenobio benedettino. È questa stratificazione a rendere la visita particolarmente suggestiva. Dietro la facciata e gli interventi che nei secoli hanno trasformato il complesso, sopravvive la memoria delle strutture più antiche. Nella parte inferiore si incontra la grotta Arsicia, il luogo legato alla vita eremitica di Alferio. Sopra e intorno a questo nucleo originario il monastero è cresciuto, modificandosi attraverso epoche e linguaggi differenti. La Cappella del Sacramento, detta anche dei Santi Padri Cavensi, conserva la memoria dei primi quattro abati santi: Alferio, Leone da Lucca, Pietro I Pappacarbone e Costabile Gentilcore. Quest’ultimo è legato anche alla fondazione di Castellabate, nel Cilento. L’arte dell’abbazia testimonia inoltre i continui rapporti tra culture diverse: mosaici, elementi cosmateschi e decorazioni mostrano quella particolare contaminazione mediterranea che attraversa l’arte dell’Italia meridionale. Tra gli elementi più preziosi spicca l’ambone dell’anno Mille, mentre altri interventi raccontano le trasformazioni avvenute nel corso dei secoli. L’abba-

zia fu anche luogo di formazione: il suo collegio accolse studenti e personalità della cultura, mentre la tradizione ricorda il passaggio di poeti e scrittori. Nocera e il Battistero che guarda all’Unesco. Ci sono luoghi in cui la storia non si limita a sopravvivere: viene riutilizzata. Pietra dopo pietra, colonna dopo colonna, un edificio può nascere dalle architetture di un tempo precedente e trasformarsi in qualcosa di nuovo, senza cancellare completamente ciò che lo ha preceduto. È quello che accade a Nocera Superiore, nel cuore dell’antica Nuceria, dove il Battistero di Santa Maria Maggiore custodisce ancora, nella propria struttura, una parte della città romana. Bisogna immaginare Nuceria nell’antichità: una città di circa 120 ettari, costruita su un piano inclinato e attraversata da importanti assi viari. Il battistero si trova nella parte nord-orientale dell’antico abitato, nei pressi di una delle porte della città e alla stessa quota della Nuceria romana. Non è dunque un monumento estraneo al paesaggio antico, ma sorge fisicamente dentro la città che lo ha preceduto. La sua particolarità appare subito nel grande colonnato: 15 coppie di colonne che sostengono una poderosa cupola. Non sono state realizzate appositamente per il battistero. Sono materiali di reimpiego, provenienti da edifici della città antica, insieme a capitelli e basi. Secondo gli studi, alcune colonne po37


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trebbero provenire dalla scena del teatro romano di Nocera. Ma il riuso non è casuale: i materiali sono disposti secondo un preciso gioco di simmetrie e contrasti cromatici: marmi diversi vengono accoppiati e distribuiti nello spazio in modo scenografico. Anche ciò che sembra recuperato e assemblato acquista quindi una nuova armonia. Il battistero diventa una sorta di cattedrale circolare, costruita attorno alla vasca battesimale. Sotto la grande struttura, una fondazione profonda circa tre metri, realizzata in tufo grigio di Nocera, ha contribuito alla sua straordinaria resistenza. Quindici secoli di terremoti, alluvioni e trasformazioni del territorio non sono riusciti a cancellarla. Anche i segni degli interventi successivi fanno ormai parte della sua storia, compresi gli elementi conservati dai restauri ottocenteschi e da quelli più recenti. Al centro c’è la vasca battesimale, circolare, circondata da decorazioni in marmo. I materiali bianchi e venati, le croci gemmate e gli elementi geometrici dovevano un tempo essere ancora più ricchi di colore: studi recenti hanno infatti individuato tracce di stucchi colorati ormai scomparsi. Quello che oggi appare prevalentemente bianco e nero doveva essere, in origine, uno spazio molto più vivido e decorato.

E poi c’è il numero otto, che ritorna nell’architettura: otto è la forma della vasca, otto sono le finestre del registro superiore e otto è il numero che simbolicamente richiama la Pasqua e la resurrezione. Anche i tre gradini che conducono alla vasca rimandano alla Trinità. Il rito stesso seguiva un percorso preciso, si entrava dalla parte occidentale e ci si dirigeva verso est, dove si trovava il vescovo. L’occidente rappresentava la rinuncia al male; l’oriente, simbolicamente associato alla luce e alla resurrezione, il momento dell’ingresso nella comunità cristiana. La vasca diventa così il punto di passaggio tra due condizioni: prima e dopo il battesimo. La datazione dell’edificio rimane oggetto di discussione. Una delle ipotesi lo colloca nella seconda metà del VI secolo, mentre una diversa lettura propone di anticiparne la costruzione di circa cinquant’anni. È un dibattito ancora aperto, che rende il battistero non soltanto un monumento da osservare, ma un luogo che continua a interrogare gli studiosi. Oggi, mentre è stato avviato l’iter per la candidatura a Patrimonio Unesco, il Battistero di Nocera Superiore torna così al centro dell’attenzione.

Interno del Battistero di Nocera Superiore Una strada di Oaxaca. 38

Pagina successiva: Battistero di Nocera Superiore durante una rappresentazione.


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Il sito archeologico di Monte Albán.

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Ponti, poste e soste lungo la strada Fontana di Zuppino presso Sicignano degli Alburni A lato: L’Elogium o Lapis Pollae, epigrafe epitaffio II sec a.C., presso Polla

Superare vallate e dislivelli richiedeva opere complesse, come il Ponte di Campostrino, testimonianza dell’ambizione tecnica dei Borbone. Luoghi come la Duchessa e le antiche stazioni di posta raccontano invece l’organizzazione concreta degli spostamenti, tra ospitalità, cavalli e servizi. Dalla lapide di Polla alle Sorgenti di Cicerone, le tracce romane ricordano che la strada borbonica si innesta su una storia di viaggi molto più antica. Ai piedi del monte Alburno, tra lo Scorzo e il ponte sul Sele, la località Duchessa appare come una pausa naturale lungo il percorso della Strada Regia delle Calabrie. Un luogo affacciato sulla Valle del Sele, circondato dai boschi e immerso in un paesaggio che già nell’Ottocento veniva descritto per la sua atmosfera malinconica e romantica. La posizione, però, non era soltanto suggestiva: per secoli fu strategica per il controllo dei transiti lungo l’antica via Regio-Capuam. Il nome Duchessa arrivò nel XVI secolo, quando Petraccone Caracciolo, signore di Postiglione e duca di Martina, fece costruire qui un Casino con una cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie, intitolandolo alla moglie, duchessa Iacova Orsino. Quella che era stata in precedenza la loca42

lità Assogleta, con la taverna di San Megnai, divenne così un punto riconoscibile lungo la strada. Dalla seconda metà del Settecento la Duchessa assunse una nuova funzione, diventando residenza dei funzionari del Real


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A lato: Auletta, Ponte della Difesa o dell’Armo

Sito di Persano. Ma soprattutto divenne una delle tappe della rete di posta e ristoro che accompagnava i viaggiatori verso il Sud. Di fronte al Casino si trovava l’Osteria della Duchessa, dove si poteva mangiare, pernottare, cambiare i cavalli e sostituire quelli stanchi. Accanto funzionava una stazione di posta per lo smistamento della corrispondenza e si sviluppò persino una piccola attività commerciale, la cosiddetta Maccheroneria. Era una vera infrastruttura del viaggio: qui si fermavano vetturini e passeggeri, si ferravano i cavalli e si riparavano le vetture. La strada non era dunque soltanto il collegamento tra due luoghi, ma un sistema fatto di persone, animali, ospitalità e servizi. La Duchessa entrò anche nella storia del Risorgimento. Ai primi di settembre del 1860 vi passò la brigata dei Garibaldini. Garibaldi sostò brevemente prima di proseguire verso Eboli, dove avrebbe pernottato. Poi arrivò la modernità e cambiò il percorso. Alla fine dell’Ottocento la deviazione della Strada Nazionale delle Calabrie spostò il tracciato verso ovest, rendendo più agevole la salita attraverso i tornanti ancora percorribili. La nuova direttrice tolse alla Duchessa il suo ruolo. E così, lentamente, la Duchessa morì. Rimase l’antica osteria, trasformata in casa rurale, come una delle ultime tracce di quel mondo in cui viaggiare significava fermarsi, in44

contrare, riparare, mangiare e ripartire. La lapide di Polla, la strada raccontata dalla pietra A Polla, lungo il tracciato dell’antica via delle Calabrie, si trova l’Elogium Pollae, o Lapis Pollae, considerato uno dei documenti più importanti per ricostruire la storia della strada romana Capua-Regium. La lapide si trova in prossimità dell’antica Taverna del Passo, costruita dopo il terremoto del 1561 dalla famiglia Villano, antica famiglia feudataria di Polla. Sul portale dell’osteria è ancora visibile il loro stemma, mentre davanti all’edificio una fontana raccoglieva le acque della sorgente di Sarconi. Poco distante, la lastra racconta invece un’altra storia, molto più antica. Alta circa 70 centimetri e larga 74, l’epigrafe è incisa su marmo ed è arrivata fino a noi priva della prima riga, probabilmente collocata in origine sul basamento di una statua onoraria. Proprio quella parte mancante avrebbe dovuto indicare il nome, il patronimico e la carica del magistrato che ordinò la costruzione della strada. Il significato dell’iscrizione rimane ancora in parte discusso. Il testo presenta caratteristiche sia dell’elogium sia del miliarium, ma non coincide perfettamente con nessuno dei due. È scritto in prima persona e, soprattutto, riporta numerose indicazioni sulle distanze tra Polla e i principali centri attraversati dalla strada.


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Persano, Veduta dei Monti Alburni al tramonto

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Il Vallo di Diano, tra certose e luoghi d’acqua La Certosa di Padula

Nel Vallo di Diano, la Certosa di San Lorenzo a Padula si impone come una delle grandi architetture monumentali dell’itinerario. Chiostri, celle, cappelle e ambienti di servizio restituiscono la dimensione spirituale, culturale e politica della vita certosina. Poco distante, il Battistero di San Giovanni in Fonte racconta un’altra forma di spiritualità, legata alla sorgente che attraversa ancora oggi l’edificio. Lasciata la Strada Regia delle Calabrie e imboccata la deviazione verso Padula, il paesaggio conduce a uno dei luoghi più imponenti dell’intero itinerario: la Certosa di San Lorenzo, il grande complesso monastico che domina il Vallo di Diano e che l’Unesco ha inserito tra i Patrimoni dell’Umanità. La sua storia comincia nel 1306, quando Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, ne promuove la costruzione. Ma la Certosa cresce per secoli, ampliandosi e trasformandosi fino ad assumere l’aspetto prevalentemente barocco che oggi la caratterizza. Con i suoi 51.500 metri quadrati di superficie, è un piccolo mondo fatto di stanze, corridoi, cappelle, portici, giardini, scuderie e scale. Anche la forma dell’edificio racconta una storia: l’impianto è stato concepito come una grande graticola, in omaggio a San 48

Lorenzo, martire che secondo la tradizione fu condannato al rogo su una graticola. Le diverse parti del complesso ne riprendono simbolicamente la struttura: l’atrio rappresenta il manico, mentre gli alloggi dei certosini, disposti intorno al grande chiostro, richiamano i ferri della graticola. È proprio il chiostro maggiore a lasciare senza parole. Con i suoi 104 metri di larghezza e 149 di lunghezza, è tra i più grandi al mondo. Lungo il perimetro si distribuiscono le celle dei monaci, separate da 84 pilastri, mentre al centro si trova una fontana monolitica del 1641. La Certosa è anche un viaggio attraverso gli ambienti della vita certosina: la chiesa, la cappella del tesoro, la cucina, le cantine con il torchio del 1785, il refettorio, la cella del priore, la biblioteca e lo scenografico scalone ellittico del chiostro grande. Tra le tante storie legate al complesso ce


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Veduta aerea della Certosa di San Lorenzo e del Vallo di Diano

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n’è una che sembra uscita da un romanzo. Nel 1535, durante il soggiorno di Carlo V di ritorno da Tunisi, i monaci avrebbero preparato per il sovrano una gigantesca frittata di mille uova. Un episodio che restituisce, dietro la severità della vita monastica, anche la dimensione politica e ospitale raggiunta dalla Certosa. Per secoli il monastero fu infatti un centro religioso, culturale e politico di enorme influenza, con un’area che arrivava fino a Puglia, Calabria e Basilicata. Poi arrivarono le soppressioni napoleoniche, i saccheggi e la perdita progressiva del suo ruolo. I certosini rientrarono dopo il periodo francese, ma nel 1866 lasciarono definitivamente Padula. Dichiarata monumento nazionale nel 1882, la Certosa attraversò quindi una lunga fase di abbandono, arrivando a essere utilizzata anche come campo di prigionia durante le guerre mondiali. Solo dagli anni Sessanta iniziarono importanti lavori di recupero. Oggi il complesso ospita anche il Museo Archeologico della Lucania Occidentale, con reperti provenienti dalle necropoli di Sala Consilina e Padula. E così, tornando sulla Strada Regia, il viaggio continua: dalla grande architettura della Certosa alla strada antica, dove poco più avanti un piccolo corso d’acqua indica ancora il punto in cui un tempo sorgeva un ponte della viabilità romana. San Giovanni in Fonte, l’acqua che racconta la storia Basta imboccare una piccola stradina per lasciarsi alle spalle il percorso principale e 52

Dettagli della Certosa di San Lorenzo, Padula

raggiungere uno dei luoghi più suggestivi del Vallo di Diano: il Battistero di San Giovanni in Fonte, un edificio di origine paleocristiana costruito attorno a una sorgente d’acqua che ancora oggi ne attraversa il cuore. Il luogo è ricordato già nelle testimonianze di Cassiodoro, che nel Viarum libri racconta della fonte sulla quale era stata realizzata una vasca lustrale. Secondo la tradizione, nella notte dell’Epifania l’acqua compiva un piccolo prodigio: durante il battesimo dei catecumeni, alle parole del sacerdote, il livello saliva fino a sommergere i sette gradini della vasca, per poi tornare alla sua altezza naturale una volta conclusa la cerimonia. Non esistono fonti certe sulla data di costruzione, ma si ipotizza che il primo edificio risalga al V secolo, nel contesto dell’evangelizzazione della zona. La prima attestazione documentaria del complesso come Commenda di San Giovanni in Fonte risale invece all’epoca normanna, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari. Nel corso dei secoli il battistero cambiò funzione e assetto, fino a perdere quella religiosa in epoca rinascimentale. Del nucleo più antico rimane soprattutto lo spazio della fonte battesimale, affiancata da due ambulacri. La struttura originaria, a pianta quadrata e caratterizzata da arcate in cotto, è stata modificata da interventi successivi che ne hanno trasformato in parte l’aspetto. Nei pennacchi della cupola erano conservati quattro affreschi con i volti degli Evangelisti, oggi custoditi


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A sinistra: Lo scalone monumentale della Certosa di San Lorenzo a Padula. In basso: Il battistero di San Giovanni in Fonte.

nei depositi della Certosa di Padula. Ma è l’acqua a rendere questo luogo davvero particolare. La sorgente continua a scorrere all’interno del battistero, creando un legame quasi fisico tra architettura, natura e rito. Come chiesa al servizio della comunità rurale circostante, San

Giovanni in Fonte rimase attivo fino agli inizi del Novecento, poi il progressivo deterioramento delle strutture e l’assenza di interventi adeguati portarono all’abbandono, seguito da decenni di incuria. Negli ultimi anni sono stati realizzati alcuni interventi di recupero.

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Dettagli della Certosa di San Lorenzo, Padula

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Le cucine della Certosa di San Lorenzo, Padula

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Il viaggio dentro la terra, le grotte di Pertosa e Auletta Ponte di Campostrino

Nell’ultima tappa, il viaggio abbandona la superficie e segue il corso sotterraneo del fiume Negro nelle Grotte di Pertosa-Auletta. Le tracce di palafitte, le strutture antiche e i reperti archeologici raccontano una presenza umana che attraversa epoche diverse. Tra acqua, roccia e testimonianze del passato, la Strada Regia si apre così a una lettura più ampia del territorio, dove natura e storia continuano a incontrarsi. A questo punto del viaggio, la Strada Regia delle Calabrie cambia ancora una volta volto. Dopo le città romane, le regge, le basiliche e i borghi, il percorso scende sotto la superficie e porta il viaggiatore dentro un altro tempo. Non più soltanto quello raccontato dalle mappe e dagli edifici, ma quello inciso nella roccia. Il primo tratto delle Grotte di PertosaAuletta si percorre infatti navigando sul fiume Negro, che attraversa questa cavità naturale nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. La barca scivola lentamente nel buio, mentre la roccia si stringe intorno al visitatore e la temperatura rimane costante. È una delle particolarità che rendono queste grotte un luogo unico: sono infatti le uniche in Italia attraversate da un fiume sotterraneo navigabile. Ma l’acqua non è soltanto parte 60

dello spettacolo naturale. È stata una delle ragioni che, migliaia di anni fa, spinsero l’uomo a cercare rifugio proprio qui. La presenza del fiume, la temperatura stabile e la protezione offerta dalla cavità crearono condizioni favorevoli alla vita e alla sopravvivenza. Le tracce di quella presenza riaffiorano ancora oggi. Nell’antegrotta, quando l’alveo del Negro viene svuotato, sono visibili numerosi ritti di palafitte preistoriche, testimonianza di un insediamento umano che risale a migliaia di anni fa. Le ultime campagne di scavo hanno portato alla luce anche una struttura di età ellenistica, probabilmente destinata a una funzione cultuale. Attorno a questa struttura sono stati ritrovati reperti appartenenti a epoche differenti, tra cui monete sulle quali sono ancora riconoscibili i volti


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Concrezioni di calcite nelle Grotte di Pertosa-Auletta

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Facciate colorate delle case a San Cristòbal e gli ornati della facciata di Santo Domingo. Nelle pagine precedenti, la Cattedrale di San Cristòbal Màrtir.

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Ponte di Campostrino, le grotte e prodotti del territorio

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Casaletto Spartano, alla Taverna Garibaldi, dove un’epigrafe ricorda Garibaldi e Pisacane

degli imperatori, le raffigurazioni e gli elementi che permettono di ricostruire il periodo storico di appartenenza. E poi ci sono le lucerne, con decorazioni finissime, oggetti piccoli ma capaci di restituire una dimensione straordinariamente concreta alla vita di chi, secoli fa, attraversava o abitava questi luoghi. Il percorso oggi permette di attraversare le grotte per circa tre chilometri, in un itinerario che conduce progressivamente sempre più dentro la montagna. La prima parte in navigazione è già un’esperienza fuori dall’ordinario; poi la barca lascia spazio al cammino e il viaggio continua a piedi, tra pareti, stalattiti e forme modellate dall’acqua nel corso dei millenni. A guidare il passo è un nuovissimo sistema di illuminazione: le luci si accendono al passaggio e rivelano lentamente. Oltre a essere molto suggestivo, questo sistema è realizzato per conservare e tutelare questo prezioso patrimonio. Il Ponte di Campostrino La Strada Regia delle Calabrie, dopo aver affrontato una lunga e ripida salita, arriva al Ponte di Campostrino, al km 51-VI. Qui la strada sembra trasformarsi in una vera opera di ingegneria: non più soltanto un tracciato da percorrere, ma un sistema complesso di ponti, arcate, contrafforti e tornanti costruito per vincere la morfologia del territorio. Il ponte è considerato la più imponente e dispendiosa opera di ingegneria realizzata dai tecnici borbonici lungo il tratto campano della Strada Regia. Una complessi-

tà che si comprende osservando la vallata: l’opera affronta direttamente la ripida scarpata e collega i due versanti attraverso un articolato sistema di strutture che consente alla strada di superare il dislivello. La scelta progettuale, però, fu tutt’altro che pacifica. Il costo raggiunse la cifra enorme di 600 mila ducati e la decisione di costruire il ponte in quella posizione venne contestata anche perché si sarebbe potuto recuperare l’antico tracciato proveniente da Caggiano. Persino Ferdinando IV, durante il viaggio del 1788 per verificare lo stato dei lavori della Strada Regia e delle opere di bonifica, manifestò le proprie perplessità davanti a un intervento giudicato troppo complesso e oneroso. A progettare l’opera fu l’ingegnere Carlo Pollio, che secondo una testimonianza locale rimase profondamente colpito dalle critiche ricevute. Ma proprio ciò che all’epoca appariva come un eccesso di ambizione tecnica oggi restituisce la misura della sfida affrontata dagli ingegneri borbonici. Il ponte, lungo circa 87 metri, è costruito con muratura in tufo e presenta arcate sostenute da pile molto alte in pietra squadrata, rinforzate da robusti contrafforti. Gli archi terminali sono caratterizzati da una doppia ghiera in laterizio, mentre alcune parti mostrano rifacimenti successivi. Alle spalle del ponte, il sistema continua attraverso ripidi tornanti, anch’essi sostenuti da strutture murarie: per questo non si tratta, in realtà, di un ponte isolato, ma di un vero sistema infrastrutturale. È proprio questa caratteristica ad aver col67


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Vista su Teggiano da Sala Consilina

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Corteo anche nuziale peri le strade di San Cristobal. pito viaggiatori dell’Ottocento. Se nel 1792 Giuseppe Maria Galanti ne criticava il costo e la soluzione progettuale, qualche decennio più tardi il ponte veniva descritto per la sua “sveltezza e solidità”, come un insieme di strutture capaci di affrontare una salita particolarmente difficile. Sulle tracce di Cicerone, tra una sorgente e una salsiccia lucanica Lungo la Strada Regia delle Calabrie, nel territorio di Serre e poco oltre il fiume Sele, una sorgente porta ancora il nome di uno dei più celebri viaggiatori dell’antichità: Marco Tullio Cicerone. Le cosiddette Sorgenti di Cicerone, o Fontana di Cicerone, si trovano lungo un tracciato che riprende in parte quello dell’antica via romana Capua-Regium, la Via Popilia, e rappresentano una delle testimonianze che il lavoro di ricerca e georeferenziazione sulla Strada Regia sta riportando all’attenzione. Secondo la tradizione orale e i riscontri storici, sarebbe proprio questo il luogo in cui l’oratore romano si fermò per dissetarsi durante il suo viaggio verso il Sud. La storia ci porta al 58 a.C., quando Cicerone avrebbe sostato nel territorio oggi

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compreso nel comune di Sicignano degli Alburni, nella zona dell’attuale frazione di Zuppino. Qui si trovava quella che gli archeologi identificano con l’antica mansio Nares Lucanae, una stazione di posta dove i viaggiatori potevano fermarsi, riposare e rifocillarsi. E Cicerone, a quanto racconta la tradizione, avrebbe fatto entrambe le cose. La memoria di quella sosta è infatti legata a un dettaglio gastronomico sorprendente: le lucaniche, le salsicce tipiche del territorio che avrebbero conquistato il palato dell’oratore. La tradizione racconta che Cicerone ne apprezzò particolarmente il sapore, tanto da parlarne nei suoi scritti all’amico Attico. Un alimento nato nella cultura lucana e arrivato sulle tavole romane, diventato nel tempo una delle espressioni più riconoscibili di una tradizione gastronomica del territorio. Ma la storia, sulla Strada Regia, non si limita a essere raccontata: può essere assaggiata. Nel borgo di Sicignano degli Alburni, le lucaniche diventano infatti un modo per riportare il viaggiatore dentro quella dimensione concreta che apparteneva agli antichi percorsi: fermarsi, bere, mangiare, incontrare qualcuno e poi ripartire.


Sicignano degli Alburni, località Scorzo 71


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Per saperne di più Quando andare I luoghi lungo la Strada Regia delle Calabrie sono visitabili durante tutto l’anno, ma è in primavera e in estate che il viaggio offre le condizioni ideali. Molte località, decentrate rispetto alle principali direttrici urbane, sono raggiungibili più agevolmente con un mezzo privato. Per organizzare l’itinerario, il consiglio è di fare riferimento a Napoli, raggiungibile in treno o in aereo, e noleggiare un’auto per muoversi in autonomia lungo il percorso.

Dove mangiare e dormire Portici e Ercolano Villa Signorini Ristorante Tubba Catubba Pertosa Tenuta Morrone, Ristorante agrituristico con pernottamento. Casaletto Spartano Taverna Garibaldi Sicignano degli Alburni Ristorante Nonna Adele Per approfondire: Archeoclub D’Italia

Il portone in bronzo del Duomo di Salerno 72


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