In copertina: Il Cristo nel labirinto, affresco nell’ex convento di San Francesco ad Alatrio, fotografia di Natalino Russo
Editoriale
In questo numero di Odisseo parliamo esclusivamente di Italia. Una scelta che non dipende o dipende solo in minima parte da una situazione mondiale difficile. Sappiamo che chi viaggia di questi tempi rischia di dover affrontare imprevisti e disagi spiacevoli per voli cancellati e altro. Ma la nostra scelta è dettata soprattutto dalla volontà di essere coerenti con lo spirito con cui è nata la rivista.
Per oltrepassare uno sguaiato overtourism vi segnaliamo mete da scoprire. Per una natura particolare o per delle eccellenze artistiche dimenticate o non sufficientemente valorizzate. Comunque non considerate mete di viaggi “tradizionali”. Che certo non mancano in Italia, anzi sono una delle ricchezze da valorizzare. Come la Ciociaria, con il progetto Hernica Saxa nel Lazio, con edifici che raccontano duemila anni di storia in una natura selvatica. Alle saline della Puglia, le più grandi d’Europa e le seconde nel mondo, capaci di creare spettacoli incredibili e quasi surreali. C’è una Sicilia nascosta che è riuscita a sopravvivere, nonostante uno spaventoso ciclone ed è una meta che ha molto da offrire. Bressanone non è solo un luogo piacevole circondato da montagne che in estate tengono lontano il caldo, ma è la cittadina più Antica dell’Alto Adige con un centro storico simile a un teatro barocco. E poi c’è Cortina d’Ampezzo che certo non ha bisogno di presentazioni a cui dedichiamo ben due articoli. Uno è legato alle recenti Paralimpiadi, l’altro, come enuncia il titolo, racconta di un luogo assolutamente inaspettato e molto incuriosente.
Viaggiare in Italia vuol dire anche sperimentare le svariatissime cucine regionali. E così vi proponiamo la ricetta di un piatto tipico di una di queste.
Luisa Espanet Direttore Odisseo
Con Gattinoni Travel i Tour diventano esperienze uniche: selezione accurata degli itinerari, attività incluse studiate per valorizzare ogni destinazione, guide locali esperte o accompagnatori dall’Italia. Dalle capitali europee alle mete ancora da scoprire, dai tour classici a quelli tematici, ogni viaggio è progettato per farti sentire seguito, ispirato e sempreprotagonista
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DESTINAZIONE MESSICO
Hernica Saxa. la pietra racconta
di Natalino Russo, fotografie dell’autore
Accanto e nella doppia pagina seguente, sotto la cattedrale di Anagni, la cripta di San Magno è magnificamente affrescata.
Gran Tour tra Anagni, Alatri, Veroli, Ferentino, città del Lazio meridionale con duemila anni di storia.
C’è un filo che lega quattro centri sulle alture della media Valle del Sacco, a un’ora da Roma: si chiama Hernica Saxa e comincia prima di Roma. Gli Ernici, popolo italico insediatosi in queste valli prima della fondazione della città eterna, hanno lasciato qui una firma. Le mura megalitiche, blocchi di calcare giganteschi incastrati senza malta con precisione millimetrica, cingono ancora le acropoli di Anagni, Alatri, Veroli e Ferentino come se il tempo non le avesse sfiorate. Virgilio ricorda che i guerrieri ernici indossavano una testa di lupo come elmo: una testimonianza della loro fierezza.
Anagni parla la lingua dei papi. A circa 400 msm, fu nel XIII secolo residenza prediletta dei pontefici e teatro dello schiaffo con cui Guglielmo di Nogaret umiliò Bonifacio VIII nel 1303, episodio che segnò la fine del potere temporale della Chiesa medievale. Il centro storico è ancora una capitale del Medioevo europeo. Il cuore
della visita è la cripta di San Magno, sotto la Cattedrale romanica: 540 metri quadri, dodici colonne, ventuno volte interamente affrescate tra fine XII e inizio XIII secolo. Il Ciclo della Salvezza che vi si legge, dalla Creazione al Giudizio Universale, con il suo straordinario Ciclo Scientifico, ha fatto guadagnare al luogo l’appellativo di Cappella Sistina del Medioevo. Alatri parla la lingua dei giganti. L’Acropoli, a circa 500 slm metri, è una delle opere megalitiche più imponenti d’Europa, con mura poligonali dove le porte sono orientate astronomicamente e i gradoni contano nove scalini, come i mesi della gravidanza: un linguaggio simbolico ancora non del tutto speegato. A ridiscendere in epoca romana ci pensa Betilieno Varo, magistrato e mecenate che portò l’acquedotto dalla sorgente di Guarcino, costruì terme e portici, pavimentò le strade. La piazza principale sorge ancora sul tracciato dell’antico foro. Nel complesso
di San Francesco si conserva un unicum medievale di rilevanza europea: il Cristo nel Labirinto, un labirinto a undici spire con al centro un Cristo Pantocratore del XIV secolo.
Veroli, a 600 slm, è il balcone panoramico dei Monti Ernici. Il suo Museo Civico Archeologico custodisce i Fasti Verolani, un calendario romano inciso su marmo del I secolo d.C., ritrovato nel 1923, che riporta giorni, Calende, None, Idi e lettere nundinali(legate ai giorni di mercato): una rarità epigrafica a livello mondiale. Il Museo Nazionale Archeologico dei Popoli Italici, inaugurato nel 2024, porta alla ribalta nazionale la storia di Ernici, Volsci e Latini prima di Roma. Nel centro storico,
la Biblioteca Giovardiana, nata nel 1773, è il primo esempio di biblioteca di uso pubblico nel Lazio meridionale. A pochi chilometri sorge l’Abbazia di Casamari, gotico-cistercense, consacrata nel 1217: ancora oggi monastero vivo, con un chiostro di sobrietà formale che ispira la quiete cercata da San Benedetto quando vi passò nel 529.
Ferentino è il luogo dove le stratificazioni si leggono con maggiore chiarezza. Le mura, percorribili in un circuito di 2,5 chilometri, passano dall’opera poligonale preromana all’opus quadratum romano, come le pagine di un manuale di architettura militare. La Porta Sanguinaria mostra tre epoche diverse in una sola struttura.
Nella pagina accanto, la Porta Maggiore della Civita di Alatri. Sopra, gli affreschi nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli a Veroli.
Sculture contemporanee all’aria aperta nella Fundación Pablo Atchugarry.
Nella pagina accanto, gli interni della chiesa gotica di Santa Maria Maggiore a Ferentino. Sotto, Anagni: una mosaicista al lavoro, figuranti rievocano l’epoca di Bonifacio VIII, il piviale papale in opus cyprense (XIII secolo).
Appena fuori dalle mura, il Testamento di
Aulo Quintilio Prisco è un’epigrafe del II secolo d.C. in cui il testatore lascia i propri beni alla città e stabilisce che ogni cinque anni, nel giorno del suo compleanno, parte delle rendite venga distribuita al popolo in denaro, vino melato, focacce e noci: un welfare ante litteram. Orazio, in una lettera all’amico Sceva, consigliava di ritirarsi a
Ferentino per una vita tranquilla, e il consiglio vale ancora. Il territorio delle città erniche si racconta anche a tavola: Cesanese del Piglio DOCG, olio DOP delle Colline Ciociare, fettuccine tirate a mano ad Alatri, strozzapreti e gnocchi a Ferentino, pane e ciambella di Veroli.
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Come arrivare
L’area è raggiungibile in auto (A1), in treno (RomaCassino-Napoli) o in Alta Velocità. Gli aeroporti di Roma e Napoli distano meno di un’ora.
Info hernicasaxa2028.it
Accanto e nella doppia pagina seguente, sotto la cattedrale di Anagni, la cripta di San Magno è magnificamente affrescata.Accanto e nella doppia pagina seguente, sotto la cattedrale di Anagni, la cripta di San Magno è magnificamente affrescata.
La neve della Puglia
di Enrica Simonetti, fotografie di Nicola e Giorgio Amato
Nella pagina accanto, lo spettacolo delle saline di Margherita di Savoia: le montagne di sale e l’acqua cambiano colore nelle diverse ore del giorno.
Sono le Saline di Margherita di Savoia, paesaggio d’incanto che al tramonto regala un’emozione in più perché tutto diventa rosa.
Da lontano, sembrano montagne di neve: serve stropicciarsi gli occhi, perché siamo in Puglia, fa caldo e abbiamo appena lasciato la spiaggia. Camminiamo. Tra l’acqua e noi, una distesa enorme e silenziosa, regno dei fenicotteri rosa, che sono tantissimi e sembrano pavoneggiarsi, collo lungo, piumaggio che diventa quasi iridescente. Un tuffo al cuore, per un volo di uccello inaspettato e attorno sembra così surreale... mare, sale, tutto immobile sotto un cielo dal colore sorprendente. Pochi sanno che le Saline pugliesi sono le più grandi d’Europa e le seconde al mondo. Sono area protetta dal 1977 con una produzione di quasi 6 milioni di quintali di sale marino all’anno e zona umida di straordinario interesse ambientale, perché qui ci sono uccelli di specie rare e forme vegetali protette. Record a parte, colpisce la Storia. Qui si calpestano saline che arrivano a noi dal III secolo, indicate già nella Tavola Peutingeriana, sfrutta-
te dai Romani e dai Normanni per i loro commerci, acquistate poi dai Borbone nel Settecento, divenute autonome dopo l’unità d’Italia e infine legate al toponimo del paese, modificato nel 1879 in Margherita di Savoia, come omaggio alla regina consorte, moglie di Umberto I. E’ come se qui tra cielo e sale si rispecchiasse la storia del nostro Paese, capace di ricordarci anche una storia di fatica e di lavoro, quello dei salinari, con tutte le tecniche di estrazione che si sono succedute nel tempo e illustrate nel piccolo museo della riserva. Un’industria naturale, che è un viaggio nel viaggio, soprattutto se si osservano i dipendenti al lavoro, con gli stivaloni, con quei movimenti lenti, quella cura e quelle mille “pozzanghere” cariche di salinità. Non siamo nelle meravigliose saline del Cile (Salar de Atacama) o nelle distese boliviane, ma i 4.500 ettari di superficie e i 500 ettari di bacini salenti delle saline pugliesi sono lì, seducenti davanti a noi,
Nella pagina accanto, un cavaliere d’Italia si gode il silenzio della Salina. Nelle pagine seguenti, Margherita piccolo paradiso della biodiversità e area protetta dal 1977, è una zona umida di straordinario interesse ambientale, dove nidificano uccelli di specie rare e nascono forme vegetali protette.
immensi, terribilmente iconici, con l’Adriatico che spumeggia al loro fianco. Si può andar per saline e storie di salinari girando qua e là per la Puglia. Pensate che a Manduria, nel Salento del Tarantino, ci sono le Saline dei Monaci, altra riserva naturale della costa jonico-salentina, dove allo stesso modo s’incontrano fenicotteri, cavalieri d’Italia, poiane e si può fare birdwatching. L’area è molto più ristretta, ma il panorama altrettanto emozionante. Qui il lavoro del sale era gestito da monaci benedettini e anche in questo luogo si può seguire un sentiero ben sistemato in cui è ricostruita passo dopo passo la vicenda storica e umana del sito, prima usato appunto dai monaci per il sale, poi bonificato, poi abbandonato e infine ricreato anche nella sua essenza storica, con le tante testimonianze del lavoro duro portato a termine in passato, nei magazzini dell’”oro bianco”, nei contenitori di quel sale che già secoli e secoli fa partiva verso
altre terre. Oro bianco, ben sorvegliato e tutelato all’epoca. Sia qui nel Salento che a Margherita di Savoia, sorgono torri antiche nelle vicinanze. Una troneggia proprio non lontano dalle saline di Margherita: è Torre Pietra, una delle tante costruzioni saracene del Sud, che difendevano la terraferma dagli assalti via mare. Tempo fa, dopo il restauro completato grazie all’Interreg CoHen (Costal Heritage Network), una performance di arte contemporanea a cura del Museo Pascali di Polignano a Mare, ha fatto rivivere il lavoro dei salinari, con l’artista Virginia Zanetti che ha realizzato a Torre Pietra «La danza del sale», arte e memoria dei salinieri, utilizzando la gente della comunità del luogo, tra sculture e corpi umani, ripensando a ciò che è stato e a ciò che qui sarà, tra arte, lavoro e mestieri che non tramontano. Osservando un tramonto che ci riempie di gioia.
Il volo dei fenicotteri, un incanto naturale.
Nella pagina accanto, lo sguardo infinito nell’ industria naturale del sale, tra cielo e palude. In basso, alcune immagini del lavoro nelle Saline che producono 6 milioni di quintali di sale all’anno. Conoscere questo luogo vuol dire entrare nel cuore di mestieri sconosciuti e antichi.
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Quando andare
Evitando i periodi clou di agosto, Margherita di Savoia ha un suo fascino anche in primavera, a giugno, luglio e in autunno. Il litorale in estate è pieno di stabilimenti balneari con lunghe passeggiate sulla sabbia e un tuffo in Adriatico merita. La Salina è aperta alle visite ma è necessaria la prenotazione per concordare giorni e orari. www.salinamargheritadisavoia.it/ tel.0883 657519
Dove dormire
Per gli amanti delle coccole termali, le Terme di Margherita di Savoia, centralissime e storiche https://termemargherita.it/; oppure Salapia Salis Resort https:// www.salapiasalisresort.it/ o scendendo con i prezzi il Copacabana Hotel Design www.copacabanahoteldesign.com/.
Dove mangiare
Sul litorale di Margherita ci sono molti locali e ristoranti, segnaliamo il Canneto Beach 2, per chi vuole gustare ottimo pesce. Via Forno Vecchio 17 Lungomare Cristoforo Colombo, tel. 0883 414523
Shopping
Sale Marino e Prodotti Aromatizzati: in diverse granulometrie presso il Museo del Sale o nei negozi di alimentari locali, perfetti per la cucina o per un’idea regalo. Oppure Cosmetici Termali, presso il centro Terme Margherita di Savoia Shop. Lo shopping alimentare è una tipicità di Margherita: buonissime le cipolle o gli ortaggi degli arenili, coltivati nei terreni sabbiosi tra la salina e il mare. La Cipolla Bianca di Margherita (Igp) e la Cipolla Rossa delle Saline si acquistano dai produttori locali o nei mercati ortofrutticoli. Poi l’olio extravergine. Tutta la provincia Bat (Barletta-Andria-Trani) produce ottimi vini (es. Nero di Troia, Primitivo). Infine, gli intramontabili taralli e le friselle in vari panifici artigianali.
Fenicotteri sullo specchio d’acqua delle Saline.
La Sicilia che riparte dopo il ciclone
di Licia Zuzzaro, fotografie di autori vari
Tra Messina e Catania, dove i monti Peloritani scendono verso lo Jonio si apre la valle d’Agrò, che affianca il torrente omonimo verso la costa.
Siamo in quel lembo di Sicilia nordorientale che vive di contrasti: l’azzurro del mare, il verde dei terrazzamenti coltivati a ulivi e agrumi, le macchie di colore degli oleandri e della bouganvillea.
Dal teatro greco di Taormina, volgendo lo sguardo a nord si scorge, a una manciata di chilometri, il profilo netto del Capo Sant’Alessio, l’Arghennon Akron dei greci, il “Capo d’Argento”, come appariva ai naviganti, promontorio di roccia dolomia, sul quale domina il castello medievale.
È proprio da qui, dal Comune di Sant’Alessio Siculo, sovrastato dall’antico borgo di Forza d’Agrò, che si può partire per l’esplorazione di questo territorio, tra costa ed entroterra.
Se Sant’Alessio ha subito meno danni, protetta probabilmente dalla barriera sommersa, Santa Teresa di Riva e Furci Siculo, a gennaio 2026, hanno conosciuto la furia del ciclone Harry, che ha
travolto lungomari, strade, stabilimenti. Una ferita che affonda le radici in cause globali e locali: erosione delle coste, innalzamento del livello del mare, cambiamenti climatici, ma anche scelte urbanistiche degli anni ’60-’70 che hanno cancellato dune e vegetazione costiera, preziosi scudi naturali contro le mareggiate più impetuose. Una dinamica che ricorda quanto accaduto nel tempo anche in Liguria, da Rapallo ad Alassio.
Eppure, a pochi mesi da quei giorni di inizio anno, la rinascita è già visibile. Le strade devastate sono state quasi del tutto ripristinate, i servizi essenziali tornati operativi, le attività turistiche in gran parte riaperte. Qui il mare, infatti, non è solo paesaggio: è economia, identità, futuro. E le amministrazioni e le comunità hanno risposto con una rapidità e forza d’animo che sorprende chi arriva oggi. Anche se molto rimane ancora da fare.
Nella pagina accanto, tramonto a Sant’Alessio Siculo.
L’Abbazia dei SS. Pietro e Paolo a Casalvecchio siculo.
Nella pagina accanto, particolare del portale dell’Abbazia dei SS.Pietro e Paolo. Stampa antica di Cap D’Alessio e un’immagine della costa, costa calabra vista da S. Alessio Siculo
Il fascino di questo territorio non risiede tuttavia soltanto nella riviera. Nell’immediato entroterra, Casalvecchio Siculo, Savoca e Forza d’Agrò custodiscono un patrimonio storicoarchitettonico che racconta secoli di incontri tra culture.
A Casalvecchio Siculo si erge l’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò, candidata a diventare patrimonio dell’Umanità Unesco: un gioiello che fonde elementi bizantini, arabi e normanni. Nel XVI secolo fu monastero di frati basiliani e vivace centro culturale, non solo di cristianità.
Savoca, tra i borghi più belli d’Italia, un tempo crocevia della seta, è celebre anche per le scene del film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, girate nel 1971. Ancora oggi Palazzo Trimarchi ospita il “Bar Vitelli”, che continua ad attirare visitatori da tutto il mondo, soprattutto americani. Da qui il panorama abbraccia vallate, mare e un’atmosfera sospesa che rende questo borgo una delle mete più affascinanti della costa ionica. Ugualmente spettacolare il panorama che si gode da quel balcone naturale che è Forza d’Agrò, autentico museo a cielo aperto, dove lo sguardo corre libero: dal profilo maestoso dell’Etna fino a quella parte di Calabria che si affaccia sullo Stretto.
Veduta dal borgo di Savoca
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Come arrivare
Dall’Aeroporto di Catania, una navetta porta in 10 minuti alla stazione FS Catania Aeroporto Fontanarossa. Qui partono i regionali per Catania Centrale e Messina. La fermata è la stazione di S. Alessio Siculo–Forza d’Agrò.
Autostrada Messina–Catania: uscite Taormina (sud) e Roccalumera (nord).
Servizi di autolinee lungo autostrada e SS 114.
Dove soggiornare
A Sant’Alessio Siculo, l’Elihotel 4 stelle in prossimità del Capo.
A Santa Teresa di Riva, il B&B Riva del sol è una confortevole struttura fronte mare.
Dove mangiare
Se apprezzate lo street food siciliano, La bella Sicilia è il luogo giusto, con cucina tipica, da consumare anche sul posto. A Santa Teresa di Riva, eccellente la Pasticceria Mastroieni (Via Francesco Crispi 339).
Numerosi i bistrot e i ristoranti sul lungomare.
Da non perdere
Presso la stazione di Roccalumera il Parco letterario dedicato al Premio Nobel Salvatore Quasimodo, figlio di un ferroviere, che qui trascorse gli anni della sua giovinezza.
Capo S. Alessio.
Bressanone: il lusso leggero del fresco
di Vittorio Giannella fotografie dell’autore
In basso, l’insegna metallica del Ristorante Elephant, uno dei più noti della città. Nella pagina accanto, il Duomo di Bressanone.
Un luogo dove non esiste il ritmo caotico della vita in città e il lusso quotidiano è lo stare bene.
A giugno, alle cinque di pomeriggio, quando Milano bolle e sembra una lastra di cemento sotto il sole, a Bressanone c’è ancora aria da primavera inoltrata. I tavolini dei locali nel centro storico sono pieni, con gente che non ha fretta. La corona di montagne tiene il caldo a distanza come un portiere discreto, e la luce della valle Isarco arriva lunga, chiara, nordica. Il centro storico è un piccolo teatro barocco perfettamente in scala umana: portici freschi, facciate color pastello, biciclette appoggiate ai muri, fontane che sembrano lì apposta per ricordarti che l’acqua in montagna ha un altro sapore. Nella cittadina più antica dell’Alto Adige la sera comincia in piazza Duomo, con le montagne ancora illuminate dietro i tetti. Le campane scandiscono l’ora dell’aperitivo e nei bicchieri compare subito qualcosa di locale: sylvaner minerale, kerner profumato, bollicine che sanno di alta quota. Attorno si mescolano lin-
gue e accenti- italiano, tedesco, inglesema senza la frenesia cosmopolita delle città che vogliono impressionare. Qui a Bressanone il lusso è un altro: è stare bene. I ragazzi mangiano gelati seduti sui gradini, i bambini corrono in piaz-
Le acuminate cime del gruppo dolomitico delle Odle, viste dal sentiero che dalla Plose, la montagna di Bressanone, porta al rifugio Rossalm.
za, le coppie spariscono nei vicoli stretti dove si spande l’odore del pane appena sfornato. E quando cala il buio, il fiume Rienza restituisce un fresco leggero che sembra impossibile, pensando alle notti torride della città. Il giorno dopo si sale. Non serve essere escursionisti esperti: bastano pochi minuti per ritrovarsi sopra la città, come su un attico, grazie alla cabinovia della Plose, la montagna di Bressanone, che sale fino a 2000 metri, tra boschi e masi con sentieri che sembrano disegnati per chi ha bisogno di disintossicarsi dall’estate urbana. Sulla Plose, il vento profuma di resina e rosa canina. Si pranza all’aperto nei rifugi, ci si siede senza guardare l’ora. Arrivano canederli, speck affumicato, erbe di montagna e strudel tiepido, per riguadagnare le energie, guardando le Dolomiti di fronte, nitide dentro quell’aria trasparente, come una scenografia. Si parte al mattino presto, quando il sole accende lentamente le Odle, una quinta teatrale davanti agli occhi. Il sentiero verso il monte Gabler sale morbido tra prati e larici radi. Le mucche pascolano e il suono dei loro campanacci scandisce il passo. Installazioni di legno, di tanto in tanto, distraggono i bambini dalla salita. Nessuna fretta, nessuna performance: camminare qui è un modo di respirare più che di arrivare. Poi il rifugio Rossalm. Tavoli di legno all’aperto, canederli, strudel e facce
arrossate dal sole buono dell’alta quota. Nel pomeriggio puoi tornare in centro, entrare nello splendido chiostro medievale del Duomo, decorato con centinaia di affreschi: un luogo silenzioso perfetto per una pausa tranquilla. L’interno costringe a tenere il naso all’insù per gli splendidi affreschi delle volte di Paul Troger e la pala d’altare del Transito di Maria, capolavoro di Michelangelo Unterberger . A pochi passi dalla piazza, l’Hofburg ospita mostre e una delle più affascinanti collezioni di presepi dell’Alto Adige: figure d’epoca, scene in miniatura e dettagli che catturano la fantasia dei bambini e la curiosità degli adulti. Ci si perde nelle librerie, nelle boutique, nei caffè dal gusto mitteleuropeo, mentre fuori il sole continua a splendere senza diventare mai feroce. Attraversare poi il ponte Dell’Aquila significa entrare in un’altra Bressanone. Basta qualche passo per ritrovarsi a Stufles, il quartiere più antico della città, dove tutto sembra rimasto più autentico, più raccolto, quasi segreto. Portoni scoloriti, facciate vissute e gerani che traboccano dai davanzali. Non ci sono grandi piazze ma una bellezza fatta di dettagli: una bici appoggiata al muro, un crocifisso in legno avvolto dall’edera, un gatto sdraiato al sole su uno scalino consumato dal tempo. Stufles è il lato più intimo della città: meno fotogenico e più vero. Bressanone ti conquista
Nella pagina accanto, i due campanili del Duomo di Bressanone riflessi sul tetto in vetro del comune. Nelle pagine seguenti la signora Erika nel vigneto di Varna. L’arrivo in bici all’abbazia di Novacella.
piano. La temperatura perfetta. L’acqua fredda delle fontane. Le montagne sempre vicine ma mai oppressive. Oltre 550 chilometri di piste ciclabili che attraversano borghi medievali, lambiscono abbazie e vigneti, costeggiano fiumi, scavalcano passi, dove il paesaggio si fa più severo. Qui la bicicletta non è una moda né un passatempo. E’ un mezzo antico e naturale per attraversare il territorio. In nessun altro luogo delle Alpi italiane il gesto del pedalare appare così profondamente intrecciato alla vita delle persone e alla geografia delle vallate. Ci sono percorsi leggeri, con piste dolci e accessibili a tutti, come quella che dal centro della città porta in 4,5 chilometri, lungo le sponde del fiume Isarco, all’abbazia di Novacella. Datata 1.142, la più grande della regione emerge nel paesaggio come un rifugio di luce e silenzio, circondata da vetuste vigne. Qui la vita monastica si fonde con la bellezza dell’arte e della storia. La biblioteca, scrigno prezioso di 90mila manoscritti e codici miniati, profuma di carta antica e raccoglie secoli di sapere custodito dagli agostiniani. Chi arriva qui, anche solo per qualche ora, porta con sé il dono più semplice e raro: la pace. Ma anche la pista ciclabile che da Bressanone arriva al Forte di Fortezza, è un percorso facile e suggestivo. 10 km con un dislivello di 150 metri, che attraversa boschi con vista sul laghetto di Varna, e termina davanti all’imponente Forte di Fortezza, il sito storico più grande dell’Alto Adige. Al suo interno un labirinto di
casematte, corridoi sotterranei e una scala di 452 scalini considerata la più lunga d’Europa nel suo genere. Alcuni itinerari sono più impegnativi, come la discesa dalla Plose, altri molto tecnici, capaci di regalare adrenalina pura tra velocità e dislivelli. Dal 17 al 20 settembre 2026 Bike Festa Sudtirol porterà questo universo a Bressanone, trasformando la città alpina in un punto d’incontro per viaggiatori ciclisti e appassionati. Non una semplice manifestazione sportiva, ma un racconto collettivo dedicato al movimento, alla cultura della bicicletta e al modo in cui un territorio può essere scoperto, lentamente, attraverso il tempo di una pedalata. E prima di ridiscendere verso la pianura che ribolle, è d’obbligo una pausa al maso Hubenbauer di Varna per rinfrescarsi e riprendere le energie con il gelato di Elisabeth Stoltz. Lisi è una delle migliori gelataie d’Italia, come attesta il terzo posto nella classifica mondiale del gelato artigianale 2026, e la menzione speciale al Gelato World Masters 2026 di Las Vegas. Le sue creazioni nascono dall’uso sapiente di ingredienti che coltiva lei stessa nell’orto di casa: frutta, erbe aromatiche, frutti di bosco. Qui a Bressanone ci si rende conto che esiste ancora un’estate fatta di sere fresche, passeggiate lente su montagne tra le più belle del mondo, dove giugno profuma ancora di primavera. E che basta un lungo weekend per cambiare stagione, almeno dentro.
In basso, da sinistra in senso orario, risotto verde all’ortica e filetto di cervo con porcini e frutti di bosco del ristorante Kircherhof. Le file ordinate delle vigne a Varna. Vari tipi di pane in un forno di Bressanone. Nella pagina accanto, il dettaglio di una fontana al centro di Bressanone.
Nelle pagine seguenti, l’arrivo alla Plose. Il chiostro del Duomo, completamente affrescato, che risale al XII secolo.
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Come arrivare
In autostrada A22 per il Brennero, uscita Chiusa provenendo da sud, a Bressanone da nord.
Dove dormire
Hotel Jarolim, Piazza Stazione,1 a Bressanone www.hotel-jarolim.it
Dove mangiare
Ristorante Vitis, vicolo Duomo,3 tel. 0472 835343- Ristorante Brix01 tel. 0472 268371- Maso Hubenbauer a Varna tel. 0472 830051
Oltre il palcoscenico dello sport
di Cristina Corti fotografie dell’autrice
In basso, Gherardo Manaigo, proprietario dell’Hote de la Poste.
Nella pagina accanto, il Comune Vecio, sede della Biblioteca civica.
Cortina d’Ampezzo durante le Paralimpiadi è stata un luogo d’incontro, dove il valore della sfida personale si è intrecciato con quello dell’accoglienza e l’inclusione è diventata un’esperienza concreta.
Le gare richiamano l’attenzione del mondo sulle imprese degli atleti, capaci di ridefinire ogni giorno il significato di determinazione, resilienza e talento. Sugli spalti e lungo le strade si respira un’atmosfera speciale: l’entusiasmo del pubblico si accompagna a una naturale partecipazione collettiva che mette al centro la persona prima ancora della prestazione. Le Paralimpiadi mostrano uno sport che unisce e che, forse più di ogni altra manifestazione, riesce a trasmettere un messaggio universale di possibilità. In questo contesto si inserisce perfettamente l’esperienza di Casa Veneto, allestita nel cuore di Cortina come spazio di incontro e racconto del territorio; un luogo vivo dove il Veneto si presenta attraverso le sue eccellenze, le sue tradizioni e le sue storie. Degustazioni, incontri e momenti di approfondimento accompagnano il visitatore in un viaggio che attraversa paesaggi, cultura ed enogastronomia, of-
frendo uno sguardo autentico sulle molte anime della regione. Un luogo dove il racconto del territorio si intreccia con i temi dell’accessibilità e dell’inclusione, creando un dialogo naturale con lo spirito delle Paralimpiadi. Passeggiando per Cortina si comprende facilmente perché questa località continui a esercitare un fascino senza tempo. Le Dolomiti fanno da scenografia a un
Le terre di Daunia a Castelfiorentino, come onde che si inseguono.
Gara paralimpica di discesa libera per atleti ipovedenti sulla pista delle Tofane.
Un dhoni ancorato a Guraidhoo.
Il castello federiciano di Lucera.
Gara paralimpica di Wheelchair curling.
paese elegante, ma capace di conservare una propria identità autentica. Dietro l’immagine internazionale della “Regina delle Dolomiti” si scoprono dettagli che raccontano una lunga storia di ospitalità e di legame con il territorio. Tra questi spicca l’Hotel de La Poste, simbolo della tradizione ampezzana. La sua storia attraversa oltre due secoli e continua ancora oggi grazie alla stessa famiglia che ne custodisce l’eredità da generazioni. Non è soltanto un albergo: è un luogo che raccoglie memorie, incontri e
racconti, un punto di riferimento che ha visto passare viaggiatori, artisti, scrittori e personalità provenienti da tutto il mondo. Ernest Hemingway aveva una ‘propria’ camera al Posta dove scrisse il suo best seller “Al di là del fiume”, tra gli alberi. La sua continuità rappresenta uno dei valori più preziosi di Cortina: la capacità di innovarsi senza perdere il contatto con le proprie radici.
Ma le sorprese non finiscono qui. Basta allontanarsi di pochi passi dal corso principale per scoprire botteghe, caffè, scorci
In basso, il Braciere Olimpico nella centralissima Piazza Dibona. Nella pagina accanto, gli stemmi di Cortina 2026.
L’anfiteatro delle Dolomiti intorno a Cortina.
inattesi e testimonianze di una cultura alpina che continua a vivere nel quotidiano. Cortina riesce a essere contemporaneamente destinazione internazionale e paese di montagna, luogo di grandi eventi e comunità che conserva con orgoglio le proprie tradizioni.
Le Paralimpiadi hanno acceso i riflettori sul valore dello sport e dell’inclusione, ma hanno anche offerto l’occasione per conoscere un territorio che sa raccontarsi con autenticità. Grazie a esperienze come
quelle proposte da Casa Veneto, il viaggio diventa qualcosa di più della semplice presenza a un evento sportivo: si trasforma in scoperta, incontro e condivisione.
E così, tra una gara emozionante, un racconto di territorio, un calice degustato davanti alle montagne e l’accoglienza sincera di chi vive questi luoghi da generazioni, Cortina rivela il suo volto più bello. Quello che resta nella memoria molto tempo dopo la fine delle competizioni.
Il Radicchio Rosso di Treviso IGP Tardivo.
Cortina oltre il glamour
di Fabrizio Lava, fotografie dell’autore
Il Museo Etnografico e il segreto millenario delle Regole, che non sono il passato di Cortina, sono il suo presente e il suo futuro. Senza questo legame viscerale tra uomo e terra, le Dolomiti non sarebbero il patrimonio che ammiriamo oggi.
Quando si pensa a Cortina d’Ampezzo, la mente corre subito alle piste da sci perfettamente innevate, alle vette illuminate dal tramonto e allo struscio glamour in Corso Italia. Eppure, esiste una Cortina più profonda, silenziosa e orgogliosa, che vive lontano dai riflettori della mondanità e che merita di essere scoperta. Per incontrarla, basta allontanarsi un attimo dalle vie dello shopping e varcare la soglia del Museo Etnografico “Regole d’Ampezzo”, ospitato nell’affascinante cornice dell’antica segheria alla “Lasta”, in via Alexander-Girardi 1.
Grazie a un soggiorno di qualche giorno in occasione delle Paralimpiadi del 2026, abbiamo avuto l’opportunità di esplorare questo angolo di cuore ampezzano, e l’esperienza si è rivelata un vero e proprio viaggio nel tempo. Il museo non è una semplice esposizione di oggetti d’epoca, ma il racconto vivo della lotta e dell’armonia tra l’uomo
e la montagna. Passeggiando tra le sale, il percorso espositivo svela con estrema cura come si viveva nella conca prima del boom turistico. Ogni oggetto racconta una storia di ingegno e resilienza: dagli attrezzi per la fienagione alla maestria nella lavorazione artistica del ferro e del legno, quest’ultima tra le sezioni assolutamente da non perdere. Ma l’artificio cede il passo all’emozione quando si entra nella rico-
A sinistra, il museo delle Regole di Cortina, in questa pagina architettura rurale
Il castello federiciano di Lucera.
Nella pagina a fronte l’insegna dell’Hotel de la Poste Piatti a base di pesce anche in montagna, colazioni sfiziose in albergo
struzione degli ambienti domestici della casa ampezzana. Qui si percepisce ancora il calore del focolare, che per secoli è stato il centro nevralgico della vita sociale durante i lunghi e rigidi inverni dolomitici. Altrettanto affascinante è la sezione dedicata ai costumi tradizionali. Non si tratta di semplici abiti, ma di veri e propri simboli di status e appartenenza, impreziositi da gioielli in filigrana d’argento che testimoniano la straordinaria abilità degli artigiani locali.
Il vero tesoro custodito in questo museo è però immateriale, ed è racchiuso in una parola: Regola. Molti visitatori restano sorpresi nello scoprire che il paesaggio mozzafiato che circonda Cortina non è un miracolo della natura nato per caso, ma il frutto di una gestione collettiva che dura da oltre mille anni. Le Regole d’Ampezzo sono infatti un’istituzione antichissima basata sul principio della proprietà collettiva. In questa valle, boschi e pascoli non appartengono a privati e nemmeno allo Stato: sono delle famiglie discendenti dagli antichi abitanti della valle, i cosiddetti “Regolieri”.
Questo sistema millenario si fonda su tre pilastri cardine, l’indivisibilità: il territorio è un bene comune primordiale che non può essere spezzettato o venduto. Una sostenibilità ante-litteram: l’abbattimento degli alberi e l’uso dei pascoli sono rigidamente regolamentati per garantire che le risorse non si esauriscano, proteggendole per le generazioni future. L’autonomia:
da secoli, la comunità si autogoverna attraverso i “Laudi”, gli antichi statuti originali che è possibile ammirare proprio durante la visita.
“Le Regole non sono il passato di Cortina, sono il suo presente e il suo futuro. Senza questo legame viscerale tra uomo e terra, le Dolomiti non sarebbero il patrimonio UNESCO che ammiriamo oggi.”
In un mondo che corre a velocità folle verso il consumo rapido e il turismo mordi-e-fuggi, il Museo delle Regole offre una sosta rigenerante. Ci insegna il valore della pazienza, della cura del bene comune e dell’appartenenza a un territorio. Uscendo dal museo e guardando la “Conca d’Oro”, l’orizzonte sembra improvvisamente diverso. Si impara a osservare i boschi e i sentieri con occhi nuovi, sapendo che dietro ogni albero c’è una decisione presa collettivamente, da oltre un millennio, con l’unico obiettivo di proteggere la bellezza.
Pagina a fronte, la mostra “Sport e montagna tra tradizione e innovazione. Cortina d’Ampezzo. Le due Olimpiadi”
La ricetta di Odisseo
Misticanza aromatica di primaverae gamberi viola crudi
Ricetta dello Chef Matteo Costa tratta dal Festival Evoè
Ingredienti
Gamberi Viola 3 pezzi sui 50 grammi; una fetta di guanciale spessa 1 cm.; mollica di pane; due acciughe sotto sale; una manciata di fave fresche; piselli sgranati due etti.
Per l’insalata:
Cime di piselli; cime di fava; verde di finocchio , verde di cipollotto e aglio da taglio; cime tenere di prebugiun; cedro naturale.
Per la mayonese:
Un uovo; senape; aceto; limone; olio semi; maggiorana; sale
Procedimento
Pulire le verdure (insalata) e disporle al centro del piatto. Pulire i gamberi e tagliarli a cubi e condirli con olio evo sale e buccia di cedro, tagliare il cedro a fettine.
Bollire i piselli in acqua calda e sale, una volta cotti frullarli con olio evo a filo fino a formare una crema lisca ed uniforme. Scottare in padella il guanciale tagliato a cubetti una volta croccante aggiungere le fave sbucciate e senza pellicina e spegnere il fuoco.
Per la maionese procedere come una maionese normale, uovo, senape, sale, aceto e limone nelle giuste quantità e con frullatore ad immersione procedere a montare il tutto, una volta frullata aggiungere la maggiorana tritata. Per il crumble di pane, passare la mollica al setaccio e saltarla in padella con olio evo e acciuga sotto sale, fino a farla diventare croccante.
Tagliare il cedro a triangolini sottili e impiattare.