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Mexico: Puebla, Oaxaca, Chiapas
In viaggio con NEOS


Speciale Mexico:Puebla, Oaxaca, Chiapas
© Neosnet.it
Piazza Castello 9 - 20121 MILANO www.neosnet.it
Finito di stampare nel mese di maggio 2026
Direttore
Luisa Espanet
Progetto grafico e impaginazione
Fabrizio Lava
A questo numero hanno collaborato
Cristina Corti, Anna Scarano
In copertina
Oaxaca, via addobbata per il Dìa de los Muertos fotografia di Cristina Corti
Editoriale
Per la seconda volta Neos racconta il Messico in un suo Speciale. Da Puebla al Chiapas. Un Messico apparentemente meno spettacolare, in realtà pieno di curiosità, storie, usanze tramandate, capaci di creare un’atmosfera unica.
Dai paesaggi inaspettati con limpide cascate ai siti archeologici immersi negli intrighi di una foresta, dalle grotte naturali agli altissimi canyon. Dal mix di architetture della “Città degli angeli” ai piccoli paesi testimonianza di una forte coscienza sociale. E poi l’artigianato, da quello più alto al confine con l’arte alle formule contemporanee, espressione comunque di una radicata cultura. Fino al Messico della vita di tutti i giorni con le tradizioni che resistono e si trasformano. Come quella dei mercati anche come luogo di incontri e scambi. O i festeggiamenti e le decorazioni per il “Dia de los Muertos”, dove il fine vita non ha nulla di tragico ma è visto come una continuità degli affetti e dei ricordi. Immancabile, più che un cenno al “mezcal” che, nonostante la raggiunta internazionalità, continua a mantenere la sua identità locale e rafforzare le sue radici.
Puebla, geometrie di Talavera e vulcani
di Anna Scarano, fotografie di Cristina Corti
Particolare di talavera nel centro storico di Puebla. Nella doppia pagina seguente, il Santuario de Nuestra Señora de los Remedios nella zona archeologica di Cholula.
Tra chiese barocche, maioliche colorate e mercati profumati, Puebla racconta secoli di storia coloniale, tradizioni vive e una delle cucine più raffinate del Messico.
Fondata dagli Spagnoli, Puebla ha un legame con la religione a partire dal suo nome originario “Puebla, la città degli Angeli”. La leggenda racconta che fossero state le creature celesti a disegnare la città, ma quando ci si trova davanti alla Cattedrale, sede vescovile, angeli e miracoli vengono meno di fronte alla vista delle due torri più alte di qualsiasi altra cattedrale latino-americana. Superano i 70 metri e il merito va alla manodopera che si avvicendò per due secoli, fra il XVI e il XVII, per costruire questo monumento oggi sito Unesco. Manodopera indigena e architetti fortemente influenzati dall’Europa, dai suoi marmi e le sue colonne. Anche se il marmo è quello locale, data la presenza di numerose cave. A pochi minuti a piedi, sempre nel centro storico, c’è la Cappella Del Rosario, un colpo d’occhio barocco tutto rivestito d’oro, che si è conservato intatto fino a oggi grazie a un lavoro certosino: il rive-
stimento è stato applicato con una miscela speciale e una tecnica antica. È un barocco estremo e sovrabbondante che copre ogni superficie e non lascia libero nemmeno un centimetro, creando un insieme che vuole stupire e meravigliare. Si notano anche delle piastrelle Talavera e questa è un’altra caratteristica di Puebla, dove si produce dal XVI secolo una ceramica maiolicata, la Talavera Poblana, lavorata e disegnata a mano. Le diverse fasi della lavorazione possono essere viste durante una visita a Uriarte, azienda fondata nel 1824, in cui si sottolinea che la lavorazione artigianale della Talavera di Puebla e Tlaxcala (Messico) e della ceramica di Talavera de la Reina e El Puente del Arzobispo (Spagna) è stata dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Solo le ceramiche prodotte in specifiche zone e da laboratori certificati possono essere chiamate Talavera. Da Uriarte si entra in una corte dove si





affacciano diversi ambienti in cui ammirare l’uso della Talavera per cucine, servizi di piatti, brocche, vasi, opere d’arte contemporanee. E si vedono gli artigiani al tornio, ai banchi dove disegnano, spazi enormi con scaffali in cui sono radunati centinaia di pezzi. Nella lavorazione si combinano due tipi di argilla di Puebla, la nera e la bianca, si rende il tutto omogeneo, e non è facile perché si tratta di un’argilla dura, poi i pezzi vengono immersi in uno smalto bianco, per venire infine decorati nei colori nero, giallo, verde, blu, arancio, azzurro. Prima di lasciare la città bisogna entrare nella Biblioteca Palafoxiana, intitolata al Vescovo Palafox che nel 1646 donò la sua biblioteca
personale di cinquemila volumi, avendo in mente non solo la formazione del suo clero, ma anche l’istruzione della società di Puebla. La sala, lunga 43 metri, ha due piani di pregevoli scaffalature in legno che ora contengono 45mila volumi. Se si è arrivati fino a qui non si può non raggiungere Cholula, a 15 chilometri da Puebla, perché è da questo paese che si possono ammirare due vulcani, il Popocatépetl, il più alto del Messico (5.465 metri) e ancora attivo, e l’Iztaccíhuatl (spento) che dominano il paesaggio e la valle. Secondo la leggenda, Popocatépetl era un guerriero che amava Iztaccíhuatl. Il padre di lei lo mandò in guerra, promettendogli sua figlia in sposa al suo ritorno,
cosa che pensava non sarebbe avvenuta. A Iztaccíhuatl venne detto che l’amato era stato ucciso e lei morì dal dolore. Quando Popocatépetl ritornò e seppe di averla perduta, morì di dolore anche lui. Gli dèi li coprirono di una pioggia di stelle e li trasformarono in vulcani, uno vicino all’altro. Per ammirarli si raggiunge la Grande Piramide, che sembra una collina naturale e da lì si sale al Santuario de la Virgen de los Remedios. Sulla destra lo sguardo è attirato dal pennacchio del vulcano, alto, maestoso, un’attrazione naturale a cui è difficile resistere. Non si riesce proprio a staccare lo sguardo.











Nelle pagine precedenti, dalla cima della piramide di Cholula si ammira una vista mozzafiato del vulcano attivo Popocatépetl (5.462 m s.l.m.)
In queste pagine, la Danza de los Voladores, antichissima cerimonia rituale mesoamericana, e una processione in moto.




El dìa de los muertos
Testo e fotografie di Cristina Corti
Quando i morti tornano a casa, le strade si riempiono di luce e fiori, le case di altari colorati e profumo d’incenso; il confine tra assenza e presenza si dissolve. Il Día de los Muertos celebra l’incontro più intimo: quello tra chi resta e chi non se n’è mai davvero andato.
Nel Día de los Muertos in Messico gli spazi diventano architetture simboliche costruite con cura, dove ogni oggetto racconta una storia e ogni colore ha un significato preciso. Gli altari sono veri e propri archivi affettivi, dedicati a chi non c’è più, ma continua a essere presente nella vita quotidiana.
Le decorazioni sono dominate dall’arancione intenso dei fiori di calendula che, secondo la tradizione, guidano le anime con il loro profumo e la loro luminosità. Accanto ai fiori, le candele accese disegnano percorsi di luce nella penombra delle stanze, creando un’atmosfera sospesa tra sacro e domestico. Le carte traforate, leggere come tessuti mossi dal vento, aggiungono movimento e delicatezza visiva, mentre le stoffe colorate ricoprono tavoli e superfici come paesaggi tessili.
Gli altari sono costruiti a più livelli, spesso
dentro scatole o cassoni di legno che funzionano come piccoli teatri della memoria. Al loro interno si dispongono fotografie dei defunti, accompagnate da oggetti personali: il bicchiere preferito, strumenti di lavoro, ricordi quotidiani che restituiscono identità e presenza. Non mancano pane dolce, frutta e le bevande amate in vita, offerte come gesto di ospitalità verso le anime in visita.
L’estetica degli altari mescola colore e simbolo, vita e assenza, creando una narrazione visiva che è al tempo stesso familiare e rituale. In queste composizioni domestiche la morte non è rappresentata come fine, ma come continuità affettiva. Le decorazioni diventano un linguaggio collettivo, un modo per tenere aperto il dialogo tra generazioni, trasformando la memoria in materia visibile e condivisa.









Oaxaca, capitale delle culture vive
di Anna Scarano, fotografie di Cristina Corti
Un viaggio tra villaggi e laboratori dove ogni oggetto nasce dal legame profondo tra cultura e territorio: tessuti, ceramiche, alebrijes e tinture naturali raccontano comunità, simboli e identità locali.
Il cane, il gatto, la rana, il porcospino, il toro, il serpente ma anche bellissimi fiori multicolori. Il mondo degli alebrijes è un mondo fantastico. Il primo contatto è per le strade, a Città del Messico come a Oaxaca, la cittadina capitale dello stato omonimo con un centro storico Patrimonio Unesco, dove il corso principale è scandito da figure multicolori di proporzioni gigantesche. Gli alebrijes (letteralmente “animali immaginari”) popolano gli scaffali dei negozi, sono realizzati in cartapesta o in legno e dipinti a colori vivaci. Nati nella prima metà del XX secolo a Città del Messico per mano di Pedro Linares, sono diventati un segno distintivo dell’arte popolare messicana. Quelli di Oaxaca, reali o immaginari, sono scolpiti nel legno di copale. Oggi esistono nei dintorni tre comunità specializzate nel creare queste figure: San Antonino Arrazola, San Martín Tilcajete e
La Unión Tejalapam. Visitarne una permette di capire come questo artigianato dia lavoro a molte famiglie e a molte donne, impegnate a creare linee e pattern che ricoprono totalmente gli alebrijes.
Si potrebbe perdere un’intera mattinata a osservare i fitti puntini, le spirali, i piccoli quadrati, i cerchi concentrici che vanno a comporre le figure e questo lo si può fare nell’atelier El Tallador de Suenos, ad Arrazola.
Il figlio di Manuel Jimenez Ramirez è il depositario della memoria del padre che, da una semplice bottega, divenne famoso per aver portato le sue opere ad altissimo livello. Nel laboratoriomuseo gli alebreijes continuano a essere scolpiti, alcuni sono giganteschi e costosissimi. Arrazola, con i murales, la bottega del calzolaio, la scuola e gli apecar che funzionano da taxi è uno spaccato messicano, a poco più di 10



chilometri da Oaxaca, che si regge sulla produzione di alebrijes. E se da Jimenez Ramirez se ne ammira l’arte, all’Alebrijes Autoctonos si varca la soglia di chi li produce per i negozi di Oaxaca. Entrando si ha la sensazione è di essere circondati, tale è la quantità di alebrijes. Qui si trova di tutto, dalle decorazioni da appendere a Natale a quelle ispirate al Dia de muerto, la celebra festa messicana di novembre.
Diversa è l’arte di Ceramica Prehispanica, una bottega che Misael Morales e la moglie Giuliana hanno aperto quattro anni fa e in cui benedicono l’arrivo di chi passa da Arrazola entrando da loro. Misael si commuove ricordando gli inizi e mostra con orgoglio il certificato Made in Oaxaca rilasciato dal Segretariato per lo Sviluppo Economico di Oaxaca.
Negli anni Settanta oggetti preispanici si trovavano andando in giro per il Monte Albàn, il sito archeologico a mezz’ora d’auto da Arrazola, con piattaforme e un tempio, quello che resta dell’antica capitale zapoteca al suo apice fra il 300 e il 700 d.C. Oggi, Misael lavora con l’argilla urne dedicate agli dei zapotechi, giocatori di pelota, divinità legate alla fertilità e alla produzione del mais, orecchini e collane in argilla e poi li passa nel forno dove acquistano un colore grigio chiaro.
Tornando a Oaxaca e guardando gli alebrijes non si vedrà più solo un animale fantastico ma il rappresentante

di un’arte diventata simbolo del Paese. Oaxaca viene anche considerata la vera terra d’origine del mole, una salsa densa a base di peperoncino, noci e spezie, che qui conosce sette versioni tra cui negro, amarillo, verde, colorado, rojio. Si

ritorna ai colori, questa volta non solo da guardare ma anche da assaggiare.










Mezcal: non chiamatelo tequila
Testo e fotografie di Cristina Corti
Distillato d’agave simbolo del Messico, il mezcal nasce da lavorazioni artigianali e da una straordinaria varietà botanica. Un distillato identitario, diverso dalla tequila, affumicato e complesso, oggi si affaccia anche sulla scena internazionale.
Il mezcal è un distillato ottenuto dall’agave, pianta che richiede anni prima di essere raccolta. Spesso vengono confusi, ma mezcal e tequila non sono la stessa cosa. La tequila è una categoria specifica, regolamentata e prodotta principalmente nello stato di Jalisco a partire da una sola varietà di agave, la Blue Weber. Il mezcal, invece, è un universo più ampio: può essere ottenuto da diverse specie di agave: ogni varietà, coltivata o selvatica, incide su profumo, struttura, persistenza. Inoltre, nasce in varie regioni del Messico, con una forte concentrazione nel sud, in particolare nello stato di Oaxaca. Qui la produzione segue ancora metodi artigianali. Le piñas, i cuori dell’agave, vengono cotte in fosse scavate nel terreno, su pietre riscaldate a legna. Questa fase imprime al mezcal la nota affumicata che lo distingue. Dopo la cottura, l’agave viene macinata, fermentata in vasche aperte e infine distillata, spesso in piccoli alambic-

chi di rame o argilla.
Il risultato non è un prodotto standardizzato. Ogni lotto riflette il territorio, l’altitudine, il tipo di suolo, la mano del maestro mezcalero, che interpreta il processo secondo pratiche tramandate. Alcuni mezcal sono tesi e minerali, altri più morbidi e fruttati. La gradazione può essere elevata, ma l’equilibrio è dato dalla complessità aromatica.

A differenza di altri distillati industriali, il mezcal mantiene un legame diretto con la comunità che lo produce. È parte di rituali, celebrazioni, momenti collettivi. Si beve lentamente, spesso liscio, per coglierne le sfumature.
Negli ultimi anni ha conosciuto una crescente attenzione internazionale, ma la sua identità resta radicata in una dimensione locale.
In queste pagine e nelle seguenti, il Palenque Mal de Amor, dove è possibile scoprire l’intero processo di produzione artigianale del mezcal.





Cañón del Sumidero e Chiapa de Corzo...
di Anna Scarano, fotografie di Cristina Corti
In queste pagine e nelle seguenti, flora e fauna nel Cañón de Sumidero.
La verticalità del paesaggio e la vitalità di una città che custodisce tradizioni antiche: così si presentano il Cañón del Sumidero e Chiapa de Corzo, soglia del sud del Messico, il Chiapas.
Il primo contatto con il Chiapas non può che essere un contatto con la sua natura. La diversità del paesaggio di questo stato è incredibile: laghi, selva, sierra e canyon. Un concentrato di biodiversità che permette di alternare la visita a città come San Cristobal de Las Casas e Comitán a immersioni nel verde e giri in barca sui fiumi.
Uno di questi, il Grijalva, segna lungo il suo percorso uno dei tratti più spettacolari del Chiapas. Si tratta del Canyon Sumidero che si può ammirare sia dall’alto dei punti panoramici (miradores) lungo la strada che parte da Chiapa de Corzo e sale sulla sommità, sia navigando il fiume. Da la Coyota ci si affaccia su pareti verticali altissime fino a mille metri mentre dal basso. In barca si vedono grotte naturali, cascate e, con un po’ di fortuna, coccodrilli e scimmie. Le escursioni durano circa due ore su barche lunghe e strette, dopo aver indossato all’imbarcadero il

giubbotto di salvataggio. Una delle viste più spettacolari è l’Árbol de Navidad, un’apparizione. Se prima lo sguardo andava da una sponda all’altra per vedere uccelli e intravedere fra le foglie le scimmie, ora viene catturato da questa imponente formazione di muschio sulla parte rocciosa che lo fa assomigliare a un albero di Natale gigante e verdissimo per la vicina cascata. È possibile che, a


In queste pagine e nelle seguenti, flora e fauna nel Cañón de Sumidero.

In queste pagine, i grattacieli della Sky Promenade. Nelle pagine seguenti, la Sky Promenade situata sul grattacielo Midland Square.
causa di forti piogge nei giorni precedenti, si possano incontrare dei rifiuti a un certo punto del passaggio del canyon. È come se si dovesse a un certo punto passare un confine fra la nostra civiltà con il suo carico di plastica e una natura ancora incontaminata che prende forme riconoscibili da un occhio umano come l’Albero di Natale fuori dal tempo e visibile tutto
l’anno. Un passaggio che, se avviene, fa riflettere.
Si sbarca alla fine per andare a vedere Chiapa de Corzo, cittadina che con i suoi portici e la bellissima fontana si rivela una sosta piacevole in un Messico autentico, su un lungofiume tranquillo e dove la venditrice di anguria chiede: «Un poco de sandía, señora?».








San Cristóbal de las Casas, cuore indigeno del Sud
Testo e fotografie di Cristina Corti
Venditrici ambulanti per le strade di San Cristòbal. Nelle pagine seguenti, preparazione del pranzo in una cucina di Zinacantàn, comunità Maya Tzotzil.
Su un altopiano a oltre 2000 metri San Cristóbal de las Casas vive sospesa tra spiritualità indigena e architetture coloniali, colori e storie che si intrecciano tra mercati e strade acciottolate.
Adagiata a oltre duemila metri di altitudine, San Cristóbal de las Casas è una delle città più intense e stratificate del Chiapas.
Fondata nel XVI secolo, conserva un impianto coloniale fatto di strade acciottolate, case dai colori pastello, balconi in ferro battuto e chiese barocche. La città è da sempre crocevia di culture.
Accanto alla popolazione meticcia vivono comunità indigene tzotzil e tzeltal che arrivano dai villaggi circostanti per vendere tessuti, frutta, spezie o semplicemente per sbrigare pratiche e incontrarsi. I loro abiti tradizionali, diversi da paese a paese, sono una mappa visiva dell’identità: cambiano i ricami, le trame, i colori e ogni dettaglio racconta appartenenza e storia. A pochi chilometri dal centro, si trovano villaggi come San Juan Chamula e Zinacantán, dove la dimensione comunitaria è ancora fortissima. A Chamula la chiesa principale colpisce per il sincretismo religioso: all’interno, il pavimento coperto
di aghi di pino, le candele accese a terra, i rituali che mescolano cattolicesimo e credenze maya. Non è un luogo turistico nel senso tradizionale, ma uno spazio vivo, dove la spiritualità si manifesta in forme sorprendenti. Zinacantán, invece, è celebre per i suoi fiori e per i tessuti dai ricami floreali vivacissimi. Molte famiglie aprono le porte di casa per mostrare il lavoro al telaio e offrire una tortilla appena fatta. Negli anni Novanta, San Cristóbal è diventata anche simbolo politico, legata all’insurrezione zapatista guidata dall’Ejército Zapatista de Liberación Nacional. Ancora oggi murales, librerie indipendenti e centri culturali testimoniano una forte coscienza sociale e un dibattito vivo sui diritti delle popolazioni indigene. Ma oltre alla dimensione storica e politica, San Cristóbal è esperienza quotidiana. Il mercato centrale brulica di colori e odori, tra mais, cacao, stoffe e polli vivi; nei caffè si mescolano lingue diverse; la sera la mu-




Facciate colorate delle case a San Cristòbal e gli ornati della facciata di Santo Domingo. Nelle pagine precedenti, la Cattedrale di San Cristòbal Màrtir.



sica esce dai locali attorno al Jardín e bancarelle vengono allestite sul selciato della grande piazza davanti alla Cattedrale. San Cristóbal non è solo una destinazione: è un punto d’incontro, dove città e villaggi si riflettono l’uno nell’altro, in un equilibrio vitale tra tradizione e trasformazione.




Perdersi nei mercati
Testo e fotografie di Cristina
Corti
al mercato.
I mercati messicani sono un’esplosione di colori, voci, movimento e profumi intensi. Attraversarli è un viaggio sensoriale, un’occasione per confondersi tra i locali e vivere il ritmo autentico della quotidianità.
I tianguis aztechi erano i mercati periodici dell’antico Messico preispanico, spazi centrali nella vita economica e sociale dell’Impero azteco dove si scambiava di tutto: mais, cacao, peperoncini, tessuti, ossidiana, animali, ceramiche. C’erano aree organizzate per tipo di merce e giudici incaricati di vigilare su prezzi e controversie. Non erano solo luoghi di commercio ma anche centri di incontro, informazione, relazioni politiche e sociali: una vera piazza pubblica.
Oggi i mercati sono gli eredi degli antichi tianguis, una continuità viva tra mondo antico e mondo contemporaneo, che rappresenta da sempre il cuore pulsante delle città, con ampio spazio per la tradizione gastronomica e l’artigianato. Nei mercati del Messico l’atmosfera è densa e stratificata; le bancarelle si susseguono senza interruzione: frutta tagliata sul momento, quesadillas, spezie macinate, tessuti piegati con cura, utensili, semen-
ti, fiori, oggetti di cuoio e montagne di chapulines (cavallette).
L’aria è attraversata da odori netti, i colori sono saturi, quasi materici: verdi intensi, rossi profondi, il bianco del cotone, il nero lucido delle pentole. Le voci si sovrappongono in un ritmo continuo. Si contratta, si saluta, si commenta. Il mercato è un luogo di relazione prima ancora che di commercio, lingue indigene e spagnolo convivono nello stesso spazio, generazioni si alternano dietro ai banchi. Nei mercati coperti i corridoi sono stretti, le merci occupano ogni superficie disponibile e le persone si muovono con naturalezza dentro una struttura che sembra caotica ma segue un ordine preciso; il confine tra chi vende e chi compra è sottile.
Camminare tra le bancarelle consente di osservare un sistema in funzione e offre un’immersione profonda nella quotidianità e nel tessuto messicano.








Regione Comiteca, tra laghi e paesaggi
Testo e fotografie di Cristina Corti
Terra di confine e resistenza, la Región Comiteca custodisce storie di autonomia e appartenenza e rivela un Chiapas più intimo, fatto di altipiani verdi e comunità rurali.
La regione comiteca, nel sud-est del Messico, prende il nome dalla città di Comitán de Domínguez e è una delle aree più affascinanti del Chiapas. L’altopiano si apre in vallate fertili, laghi turchesi e foreste di pini che ricordano, a tratti, paesaggi più centroamericani che messicani. L’altitudine regala un clima mite, quasi primaverile, che sorprende chi associa il sud del Messico solo al caldo tropicale; la luce, nitida e tagliente, disegna profili netti sulle montagne.
Il suo cuore è Comitán de Domínguez, città colta e raffinata, con piazze ariose, facciate color crema e un ritmo più raccolto rispetto ad altre località chiapaneche. Nelle sue strade aleggia la presenza della scrittrice Rosario Castellanos, voce fondamentale della letteratura messicana del Novecento, che proprio da queste terre trasse ispirazione per raccontare le tensioni sociali e culturali
del suo tempo.
A pochi chilometri si trova uno dei gioielli naturali più sorprendenti del Messico: le Lagunas de Montebello, oltre cinquanta specchi d’acqua dalle tonalità che vanno dallo smeraldo al blu profondo, grazie alla composizione minerale del suolo. In alcuni di que-







sti è possibile salire su zattere di legno guidate da barcaioli locali e attraversare l’acqua lentamente e in silenzio, sfiorando le rive coperte di pini. È un modo semplice e diretto di entrare nel paesaggio, lasciandosi avvolgere dai
riflessi e dai suoni della natura. Non lontano, il sito archeologico di Tenam Puente testimonia la presenza maya nell’area, con strutture che dominano
la valle e raccontano una storia meno conosciuta rispetto ai grandi centri dello Yucatán.
Per la sua posizione vicino al confine con il Guatemala, la zona è da sempre territorio di frontiera, crocevia di scambi culturali, linguistici e commerciali e mosaico di comunità indigene, tradizioni contadine e influenze centroamericane.

Agua Azul, acque turchesi e confini liquidi
di Anna Scarano, fotografie di Cristina Corti
Le Cascadas de Agua Azul scorrono tra giungla e rocce calcaree creando specchi d’acqua turchese che riflettono cielo e vegetazione; un paesaggio in continuo movimento attraversato dal suono costante delle cascate e dalla vita quotidiana che scorre lungo i sentieri.
Sono famose le cascate di Agua Azul. Una volta arrivati sul posto le si vede subito. Non c’è bisogno di fare chilometri per scorgere l’acqua scendere color turchese dalle cascate naturali create dal fiume Xanil. Circondate da una giungla tropicale, formano una serie di salti, piscine naturali e rapide dove l’acqua appare blu-verde per via dell’elevato contenuto di carbonato di calcio e altri minerali.
All’arrivo, quello che si sente è il calore, poi passate le bancarelle dei venditori e i ristoranti, che aspettano fiduciosi il ritorno dei visitatori all’ora di pranzo, ecco subito la cascata più grande in tutta la sua larghezza. Qui il rumore, i vapori e gli spruzzi raggiungono chi va a farsi la foto vicino alla scritta. Ma è solo l’inizio. Sulla sinistra comincia un sentiero comodo, con una serie di gradinate larghe che salgono e in cui non si è mai soli.

Ad accompagnare i visitatori lungo il percorso ci pensano i venditori di cocco, ambra, bibite rinfrescanti, semi di cacao, manufatti più o meno simili a quelli che si trovano nei mercati cittadini. Il traguardo non è lontano, alla fine l’acqua si perde, rimangono alberi, un terreno che si allarga, qualche casa di un villaggio, ma di solito non si va più in là. Per scendere in un attimo si può scegliere



Nelle pagine precedenti e in queste, le spettacolari cascate.

la zipline: è più lungo il tempo che ci vuole a salirci mettendosi in fila che quello di atterrare. Se nei giorni precedenti ha piovuto molto, le cascate possono anche giocare uno scherzo. Quello di far scendere un’acqua color fango. E l’azzurro? Non mancano mai i colori attorno e la natura, come si dice, fa il suo corso.

Palenque, il tempo inciso nella foresta
di Anna Scarano, fotografie di Cristina Corti
Bassorilievo nel Tempio delle Iscrizioni, di cui una veduta nelle pagine seguenti.
Nella Zona Arqueológica de Palenque il respiro della civiltà maya emerge dal verde profondo della selva tropicale: templi e piramidi affiorano tra liane e richiami della foresta, custodendo sapere antico e spiritualità immersi in una natura viva e rigogliosa.
Bisogna immaginare come era prima, quando la jungla ricopriva tutto e il caldo per alcuni mesi era insopportabile dentro ai tunnel da scavare. Palenque, uno dei più importanti siti archeologici del Messico, centro religioso, politico, residenziale e cerimoniale, che raggiunse il massimo splendore tra il 630 e il 740 d.C., è rimasta nascosta per secoli.
Quello che si vede arrivando nella spianata di una collina, che si può chiamare “piazza” è solo l’8% di ciò che la jungla ancora nasconde. Non ci si accorge, ma ci si trova su un piano leggermente inclinato, così in caso di forte pioggia l’acqua defluiva verso valle. A differenza di altri siti, qui l’acqua non mancava e venne creato un canale che attraversava la città.
Migliaia di pietre, trasportate senza l’uso di animali, hanno dato vita al palazzo e ai templi con un elemento architettonico che qui si può vedere bene, il falso arco maya, ottenuto sovrapponendo pietre piatte che,
a partire da due sostegni laterali, si ricongiungevano al centro. Le pietre venivano poi levigate nella parte esposta, ricoperte di uno stucco e dipinte nei colori rosso, arancio, turchese, giallo: i colori del Messico.
L’area Maya (mezzo milione di kmq), contava 2mila siti archeologici di cui oggi se ne possono visitare 198. Abbiamo le date di chi ha governato, quelle di incoronazioni, nascite, matrimoni e morti. Solo nel 1952, dopo cinque anni di lavoro, l’archeologo messicano Alberto Ruz L’Huillier (19061979) fece una scoperta che avrebbe cambiato la comprensione di queste piramidi. Una pietra, una scala che scendeva sottoterra, tre pareti di cui trovare un passaggio ed ecco una cripta funeraria con intorno offerte votive, dove una lastra di cinque tonnellate ricopriva un sarcofago. Dentro, i resti di un uomo con una maschera fatta di conchiglie e pezzi di onice, giada e madreperla. Le piramidi, al di sotto, nascondevano altri tesori.







Storie negli sguardi
Testo
e fotografie di Cristina Corti
Viaggio nel paesaggio umano del sud del Messico: volti, identità e incontri che raccontano un Paese oltre i luoghi.
Da Puebla al Chiapas, passando per Oaxaca, volti fieri, timidi, ironici o assorti raccontano un territorio complesso, fatto di comunità indigene, città in espansione e aree rurali ancora fortemente legate alla terra. Questa sequenza di ritratti nasce dall’incontro, da uno scambio semplice, spesso breve, ma consapevole. Nessuna scenografia, nessuna costruzione, solo la luce disponibile e il tempo necessario per stabilire una relazione prima dello scatto. I segni dell’identità sono concreti: abiti tradizionali indossati ogni giorno, mani segnate dal lavoro, oggetti quotidiani, posture che raccontano abitudini e ruoli sociali. Le donne occupano uno spazio centrale nella vita economica e familiare, gli uomini dimostrano un equilibrio tra continuità e cambiamento e i bambini,
quasi sempre giocosi, guardano dritto, senza filtri. Ognuno porta con sé una storia fatta di gesti quotidiani, di lavoro, di tradizioni che resistono e si trasformano. L’attenzione è rivolta alla normalità, a persone ritratte nel proprio contesto, che si sono fermate un istante concedendo fiducia. Ogni volto è un indizio e insieme compongono un coro che parla di appartenenza, dignità e bellezza quotidiana.
Incorniciati da tessuti ricamati a mano, da baffi sottili, o da capelli lucidi intrecciati, i volti sono un paesaggio umano che, insieme a quello geografico e naturale, restituiscono l’essenza di un Paese, la sua storia e contemporaneità e lo raccontano in maniera profonda e completa. Il Paese smette di essere uno sfondo e diventa presenza viva.















Per saperne di più
Quando andare
Il periodo migliore per visitare il Messico centrosud va da novembre ad aprile, durante la stagione secca. Gennaio-marzo offre il clima più piacevole, perfetto per siti archeologici e spiagge, con temperature calde e bassa umidità. Maggio e Novembre sono una buona opzione per trovare bel tempo con meno turisti.
Dove mangiare e dormire
Puebla
Hotel Banyan Tree Puebla
Ristorante la conquistadora
Oaxaca
Hotel Naura
Ristoranti Las Quince Letras
Ristorante la Capilla di Zaachila
Cañón de Sumidero
Ristorante Abrecampo
San Cristòbal de las casas
Hotel Plaza 79
Hotel Restaurante Sombra del Agua
Café Revoluciòn
Comitàn de Dominguez
Hotel La Casa Del Marqués
Ristorante Mamush
Ristorante Hamburgheria Tatalampo
Palenque
Hotel Chan Ka
Ristorante Maya Cañada
Hotel e Ristorante Villa Mercedes
Da guardare
Coco, film d’animazione di Walt Disney
Orizzonti ribelli, docu-film di Maurizio Fantoni
Minnella
Da leggere
Il labirinto della solitudine di Octavio Paz
La polvere del Messico di Pino Cacucci
Dolce come il cioccolato di Laura Esquivel
Frida di Hayden Herrera
Arte e artigianato
ArtEx centro cultural independiente di San Juan
Chamula (Chiapas)
Mezcal Mal de Amor a Oaxaca
Fabbriche di alebrijes a San Antonio Arrazola
Uriarte, laboratorio di talavera a Puebla
Per approfondire
camexital.com mecainter.com consulmex.sre.gob.mx/milan/
@Camera di Commercio del Messico in Italia
@Consulado General de México en Milàn



