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Vincent in 2 Marzo 2008


Piazza San Babila è gremita di persone, come sempre, accalcate per queste vie alla ricerca degli acquisti del fine settimana. L'aria fresca preprimaverile attira il transito e la permanenza in zona di giovani, famiglie, anziani, provenienti da ogni angolo di Milano, per gustarsi una piacevole passeggiata: domani la città riaprirà i suoi occhi, tornando al suo lavoro frenetico ed intenso: la città non dorme mai.

Vincent, Reina ed Iride sostano sotto il portone dell'appartamento signorile del mago, che da oramai un mese, non mette più piede in quella casa. In settimana sono tornati a galla i vecchi ricordi di Vincent e Reina di quando erano bambini spensierati, quei ricordi genuini intaccati dagli affanni della vita. “Arcenalìa... Con te si sta sempre bene: se fossi nel deserto del Sahara in tua compagnia non avrei dubbi sul fatto che mi divertirei, vero Iride?” La bimba, che sta gustando avidamente un gelato, annuisce col capo, sorridendo. “Zio Arcenalìa è buffo, anche quando canta sotto la doccia.” Reina si perde in una risata accompagnata da una lacrima. “Ci sono ancora molte cose di cui vorrei parlati, ma preferirei


evitare la strada: in veste teorica sarei solo di passaggio a Milano. Mi avevano portato via lei e mi avevano detto che se non avessi fatto quello che loro dicevano, lei sarebbe... - il suo sorriso si spegne, quindi riprende – Ma settimana scorsa, nei sogni, non mi aspettavo di trovare Iride in tua compagnia, soprattutto mi sono resa conto del piano disperato di quella donna... Vuole sacrificare i suoi figli per risvegliare un antico spirito che vive sotto Milano. - Reina si avvicina la portone – Casa tua è al sicuro: posso vedere nei luoghi remoti, non ti preoccupare. Non sei più tu il loro bersaglio, né qualcun altro, se non Umbra...”

Vincent accarezza i morbidi capelli di Reina, perdendosi nei suoi occhi, seguendo il movimento della sua bocca pronunciare ogni parola; non presta caso al contenuto carico di allarmanti rivelazioni e tragiche vicende,


si lascia cullare dalla voce della donna. Vincent è estasiato, sembra un bambino davanti all'albero di Natale nell'attesa di scartare i regali. Felice come credeva di non essere più, come non ricordava di essere mai stato. Davanti ai suoi occhi sognanti passano tutte le pigre giornate d'estate vissute in compagnia di Reina, ma un più ingombrante cimelio della sua memoria riaffiora dalle nebbie del suo cervello; un ricordo di suo padre: Dietrich Dudrov. Era il primo giorno di scuola per Vincent, fu cacciato dall'istituto preparatorio più costoso di Monaco, perché in prima elementare aveva convinto un suo compagno di studi a correre nudo nell'ufficio del preside. L'eccitazione di frequentare una nuova scuola non lo toccava minimamente; Vincent era totalmente assorto nel contemplare il suo ultimo dente da latte. I suoi genitori si erano molto raccomandati per il suo comportamento, che se Vincent non si fosse distinto per i voti prima della fine del trimestre, sarebbe stato spedito in un severissimo collegio svizzero. Mentre suo padre e sua madre parlavano, Vincent non ascoltava: teneva in mano una scatoletta di metallo, una di quelle delle caramelle alla liquirizia Tabù. All'interno di quel piccolo scrigno il suo tesoro più grande: diciannove dentini bianchi ed un incisivo dondolante ancora in bocca. Al piccolo Vincent non importava del regalo che avrebbe ricevuto quando l'ultimo petalo delle sue gengive fosse caduto, lui ci teneva ad averli tutti dentro la sua scatoletta che scuoteva come una maracas. Ma il destino beffardo aveva in serbo altri piani: la spinta troppo energica dello spazzolino sulla gengiva fece ruzzolare il dente, seguito da una rossa spirale


di sangue, giù per il lavabo. Suo padre accorse nel sentire il piccolo Dudrov piangere e disperarsi; soffriva di un dolore profondo, ferito di incompletezza, irrimediabile imperfezione. Perché andare a scuola e studiare, quando "metà" di lui stava già marcendo in una fogna? Questo pensava in lacrime con il suo ingenuo spirito di bambino. Suo padre lo caricò di peso e lo portò nel nuovo istituto. Non ricorda di quella giornata ne dell'impatto con i nuovi compagni, Vincent era ossessionato dalla sua perdita. Tornò a casa senza alzare una volta lo sguardo da terra, camminava seguendo la lucida venatura nera del pavimento di marmo. Si sedette a tavola, solo come sempre, con i suoi genitori fuori a gestire la loro fabbrica; ma quello che trovò sul suo piatto gli fece sobbalzare il cuore: non era una bistecca o un piatto di pasta, ma il suo dente. Dietrich Dudrov, un uomo che non si è mai lasciato ad un gesto d'affetto, la cui serietà e compostezza riduceva il suo legame con il ragazzo con una semplice frase sempre uguale come "fai i compiti": aveva compiuto il miracolo. L'unico gesto da padre, il solo che spinse Vincent ormai adulto ad andare al suo funerale. Prima di recarsi a lavoro, il signor Dudrov aveva smontato il tubo del lavabo trovando il dentino mancante incastrato nel filtro. L'aveva poi messo nella mano del nuovo pupazzetto di Skeletor, comprato per l'occasione, al centro del piatto al posto del pranzo. Vincent era troppo provato per sentire la fame; il turbinio di emozioni provate quel giorno lo avevano stancato a tal punto che quando i suoi genitori rientrarono lo trovarono addormentato con la faccia sul tavolo. Un sorriso dipinto sul


volto rigato dalle lacrime ed una scatola in mano con venti dentini. “Ci sono tante cose che vorrei chiederti per recuperare il tempo sprecato in tua lontananza... Mi sei mancata, non potrò mai dimostrarti quanto. Lo so, lo so che la mia attenzione dovrebbe essere rivolta alla minaccia che si annida sotto queste strade, è mio compito difenderti, proteggere te e Iride e lo farò. Ma non riesco a preoccuparmi quando ti guardo negli occhi, trovo tutta la forza e la sicurezza di cui ho bisogno.” Vincent segue Reina e la piccola Iride all'interno del portone, quindi giungono nell'androne della portineria. Si presenta il custode del palazzo, un ometto anziano dai pochi capelli bianchi, che rammaricato, attira l'attenzione del mago. “Signorino Dudrov, sta bene? E' da molto che non la vedevo; devono esserci stati dei ladri: hanno rotto la porta d'ingresso e hanno messo tutto a soqquadro. Non sapevo che fare o come rintracciarla. Mi ha contattato una certa Christine, Christine De Rienne, se non erro si chiama così: bella donna sa, capelli neri, un bel sorriso. Ha mandato degli operai e rimetterle a posto casa: mi ha assicurato che lei era il mandante dei lavori. Ho cercato di dissuaderla, poiché non riuscivo a rintracciare lei, ma era così gentile, che non potuto resistere. Ecco, le chiavi...” L'uomo mostra un mazzo di chiavi nuove in oro a Vincent, mentre la voce di Reina si fa largo nella mente del mago. “Ho saputo che molti anni fa la madre di Umbra c'era quasi riuscita a risvegliare lo spirito: la sua mente malata non aveva fatto i conti con l'amore delle persone. E' sola oramai, sola e


disperata: è proprio in questi momenti che un soggetto può davvero tentare gesti senza alcun senso ed è in questi casi che noi dobbiamo tenere gli occhi aperti. Ora può contare solo sulla sua follia e su quel figlio, quell'incarnazione del male, Lux: non è un mago, ma uno spirito che si nutre delle paure dell'uomo. Non ha vita lunga e per sopravvivere può solo nutrirsi di anime. Tempo fa stavano collezionando le anime dei bambini, fanciulli innocenti, per mantenere in vita il potentissimo Lux. E piano piano i loro castelli di sabbia sono stati spazzati via da una marea di nome Umbra, che tutt'ora si sta abbattendo sulle intenzioni di quella donna terribile. E' alle strette: non le rimane nulla, se non un alleato vampiro, un reietto ed orribile servitore dell'oscurità e quel suo figlio, quell'abominio sputato fuori dagli inferi. Indirettamente sono grata ad Umbra: lei ha tratto in salvo da quella donnaccia mia figlia.” Vincent prende le chiavi dal portiere rimirandole nella sua mano: sono d'oro, ricordano l'immensa chiave che ha visto quando ha sognato la sua torre, nel momento del suo risveglio. “Va tutto bene, la signorina Christine è una mia... "Amica", non devi scusarti Alfred... Sì lo so che ti chiami Antonio, ma "Alfred" ha più fascino.” Dice sorridendo rivolto al poveruomo, chiaramente “charmato” dai poteri del sangue della vampira. Si volta poi verso Reina, facendo una smorfia buffa ed accarezzando la testa di Iride, mentre infila la chiave nella toppa. “Che storia! Mi ricorda qualcosa... Ah già, Nightmare! Allora dobbiamo studiare un piano


d'attacco, ci servono solo videocassette, popcorn e qualche tipa seminuda che con più fiato nei polmoni che un mantice!” Vincent si sta riferendo al seno, ma vista la vicinanza con la piccola Iride, devia sull'ultimo il suo discorso. “Sì, aria nei polmoni che serve ad urlare! Fiuuu!” Soffia, con una comica espressione dipinta, mentre cerca lo sguardo complice di Reina; nulla è cambiato, come se non si fossero mai lasciati, come se il tempo fosse stato inghiottito dal suo sorriso. Percorrono l'immenso ingresso, mentre la porta viene richiusa e nell'intimità di quella casa a Vincent pare di aver trovato una vera famiglia: vede Iride correre per le scale, dopo che ha abbandonato il cono sul corrimano, perfettamente capovolto e tenuto in piedi dal gelato sciolto. “Quanto è grande...” Esclama la piccola; Reina imbarazzata cerca disperatamente dei fazzolettini per pulire. “Santo cielo, scusa! Ma dove li ho messi, dove? Da piccoli, eri sempre tu a regalarmi i fazzoletti profumati, quando piangevo... Voglio essere io a regalartene uno oggi, un fazzoletto speciale, quello che volevo regalarti anni fa, prima della nostra separazione.” Arrossisce in volto Reina, frugando in borsa ed allungando un fazzoletto ripiegato, con ricamato “V.D. e R.D. per sempre”. Iride, dall'ultimo gradino, si volta ed intona la cantilena tipica dei bambini. “Arcanalìa e mamma si amano, Arcanalìa e mamma si amano!” Imbarazzo generale, che sfocia in una risata sincera. Nella mente di Vincent un ulteriore pensiero fugace da parte della maga. “Sono davvero


felice di averti ritrovato.�

2 marzo 2008 vincent  

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