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Press Gennaio 2024

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Dove si parla di meme e metafisica, di serie televisive e "cinema trascendentale", della comunicazione social e del pensiero filosofico che si fa mistica e poesia, della Milano di Brancher e dell'universo immaginifico di Miyazaki N 15 | GENNAIO-FEBBRAIO 2024

Massimo Cacciari Claudia Grande Hayao Miyazaki Giulia Niccolai Marco Righi Mario Sesti


REDness è passione, arte, impresa, comunicazione. È il "rossore" provocato dalle emozioni forti. Ma è soprattutto la “rossità”, la qualità del rosso, quella cosa (qualsiasi essa sia) che ci spinge a fare e creare. La redness è ciò che ci dà la forza di alzarci la mattina. È l'entusiasmo, la motivazione, il senso, il fuoco sacro, la bellezza, l'idea rivoluzionaria, l'allegria. REDness è la rivista di MondoRED, fatta di incontri e storie, di persone e personaggi. Cultura, economia, arte, moda, scienza, cinema, sport, attualità... Va bene tutto, purché sia fatto con redness. In copertina: Jacopo Olmo Antinori sul set de "Il vento soffia dove vuole", film di Marco Righi Fotografia: Alessandro Vezzani (servizio a pag. 22)

Direttore: Fabrizio Tassi Progetto grafico: Marta Carraro Redazione: MondoRed Redness è un mensile edito da MondoRed, Corso Buenos Aires 20, Milano Contatti: info@redness.it, direzione@redness.it Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in alcuna forma senza l’autorizzazione scritta del direttore o dell’editore

MESE 2022

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SOMMARIO

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EDITORIALE 4 Meme vs Metafisica

EVENTI 56 "Il ragazzo e l'airone": l'ultima magia di mastro Miyazaki

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INCONTRI 6 Claudia Grande: vivere i social, tra libri e meme, ironia ed empatia 22 Marco Righi: cinema che osa, limpido, trascendentale 34 Massimo Cacciari: La metafisica? Un sapere concreto!

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IDEE 62 Mario Sesti: le serie tv? Cinema aumentato. Ecco le migliori 72 "Tutto risplende": ode ai film che aprono gli occhi

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STORIE D'IMPRESA

MEDITAZIONI 44 Vannini: la religione vera è filosofia, la vera filosofia è mistica

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TERRE DI CONFINE 50 La Milano vera di Brancher, tra Ligera, galera e letteratura

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74 Serena Davini: la moda slow 78 Lucille: la famiglia fa la differenza

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COMMIATO 82 Giulia Niccolai: "Un intenso sentimento di stupore"


E D I TO R I A L E

Meme vs Metafisica

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ai meme alla metafisica. Redness ama gli accostamenti spericolati. L'effimero e l'eterno, il pop e il pezzo unico, autoriale. Da una parte le serie tv, la bulimia dello spettatore che vuole sempre più storie e più emozioni. Dall'altra il piccolo film indipendente e controcorrente che cerca "il trascendente nel cinema". Da una parte la frenesia dei social, la frammentazione della realtà, da vivere con leggerezza e ironia. Dall'altra il pensiero filosofico, la ricerca di un senso e un fondamento, ciò che ci rende umani, l'urgenza del "bello" e del "buono", la connessione con l'altro (e l'altrove), l'aspirazione alla giustizia e alla felicità. Come sempre, per noi, a fare la differenza è la consapevolezza con cui viene utilizzato uno strumento. La qualità del pensiero e la forza della passione (non patita, ma agita creativamente). L'onestà della ricerca e l'intelligenza del divertimento (anche "maleducato", se serve a provocare, a pungolare).

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Abbiamo chiesto a Claudia Grande di accompagnarci nei meandri della comunicazione social, lei che ama i libri ma anche i meme, che lavora come copywriter ma è anche scrittrice, che gioca con la sua immagine ma sa quanto sia facile rimanere prigionieri di una maschera, un avatar. Linguaggio esplicito, storie grottesche e surreali, pulp e "cannibali", ma anche un richiamo all'ascolto e all'empatia, come antidoto all'alienazione, all'isolamento, alla rabbia dilagante. E una spiegazione del perché il meme è diventato una forma di comunicazione così efficace e amata dalle nuove generazioni. Il vento soffia dove vuole è l'anti-meme. Cinema rigoroso e illuminante, che pratica il silenzio e l'inquadratura lunga, che sprofonda nell'enigma del reale e nella ricerca di un senso. Il secondo film di Marco Righi - che abbiamo incontrato nella sua Emilia - è una perfetta rappresentazione di ciò che intendeva Paul Schrader quando parlava del "trascendente nel cinema".

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Una storia che sembra svolgersi fuori dal tempo, in provincia, una campagna collinare, dove un ragazzo è ossessionato dalla sua fede, dalla madre che non c'è più, da un amore che non sa come consumare, da un uomo "senza Dio" che vorrebbe convertire. Con Marco Righi abbiamo parlato della fatica, ma anche l'orgoglio, di fare cinema senza compromessi. Poi arriviamo alla metafisica, quella "concreta", che Massimo Cacciari esercita da sempre, ma che nel suo ultimo libro trova la sua espressione più completa, convincente, oltre che misteriosa e sublime. No, non è sempre facile - per chi non è allenato al ragionamento filosofico - seguire il filo del suo discorso, che attraversa la storia del pensiero (anche quello scientifico) e spazia dalla poesia ai testi sacri, da Dante a Musil, trovando in Dostoevskij un punto di riferimento ideale (il suo "essere per l'Impossibile", opposto all'essere per la morte heideggeriano). Ma oggi più che mai è necessario superare l'equivoco della metafisica come ricerca di una realtà oltre la realtà, o come espressione di un pensiero assoluto che mortifica l'individuo e la sua libertà. L'unica vera libertà, al contrario, è quella che nasce dall'esercizio del pensiero metafisico, che pratica il dubbio (relativizza anche il relativismo) e non limita la realtà a ciò che è misurabile, determinabile, pronto all'uso (allo sfruttamento). Si tratta di ristabilire la connessione tra l'individuo

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e la totalità. Con tutto ciò che ne deriva, anche nel modo di intendere la politica, che non può essere solo una gestione dell'esistente, ma deve saper vedere oltre. Ci sono pagine ispirate, nel libro di Cacciari, che ci rimandano alla Maria Zambrano dei Chiari del bosco, alla mistica intesa come apertura alla possibilità infinita. Strettamente imparentate con l'ultimo libro di Marco Vannini (che abbiamo intervistato mesi fa), Sulla religione vera, in cui parte da Agostino per ribadire con lucidità e profondità l'idea di una mistica che coincide con la filosofia - quando era ancora "pratica di vita", un "esercitarsi a morire" - un'ascesi che porta oltre l'ego, i condizionamenti interiori ed esteriori, guardando all'Uno, allo Spirito, piuttosto che al Dio possessivo delle religioni dogmatiche (superstiziose, dice lui). Infine, tornando al pop, Mario Sesti ci aiuta a capire perché le serie tv oggi sono così importanti (e cinematografiche). Mentre Luis Balocchi, con la sua estrosa scrittura, ci fa conoscere un "irregolare" che è giusto omaggiare, un autore ex-galeotto simbolo della milanesità doc, il mitico Bruno Brancher. E per finire, una riflessione su Il ragazzo e l'airone, ennesimo capolavoro di Hayao Miyazaki, sintesi ideale tra il popolare e l'autoriale, la fantasia sognante e la metafisica, dentro un mondo (il nostro!) in cui ogni cosa ha un'anima. (f.t.)


INCONTRI

Claudia Grande Scrittrice e memista, copywriter e performer della parola social. Vivere la contemporaneità pop, con ironia, libertà, empatia di Fabrizio Tassi


«La soluzione è la relazione. Smettere di dire solo "io, io, io". Stare in ascolto dell'altro. E raccontare il proprio dolore con sincerità» (foto Michele Maglio)


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osa diavolo c'entra Julio Cortázar con Britney Spears? Nulla. Assolutamente nulla. A meno che ci spostiamo nell'universo immaginifico dei meme. Dove capita che la bionda Britney, nel suo iconico look da hostess (quello di Toxic), ci guardi intensamente (si fa per dire), stando accanto alla copertina di Rayuela (capolavoro inimitabile), commentando: «ah sì ho capito (nn o cpt...)». L'effetto? Tra il surreale e il demenziale, il sarcasmo

La letteratura viene raccontata male, come una cosa noiosa e polverosa. Tanti intellettuali assumono quella certa posa che genera una separazione e allontana il lettore.

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autoironico e l'empatia anti-intellettuale. Tanto che ti viene voglia di cliccarci sopra per capire dove vuole andare a parare. Primo passo indispensabile per raggiungere lo scopo, che è quello di invogliarci a sfogliare il libro e magari a leggere perfino qualche pagina. Anche perché Claudia Grande, l'autrice del meme, dopo aver ammesso di essersi «rotta la testa» nel tentativo di capire il romanzo (come Britney), racconta di essersi abbandonata a quella prosa «tumultuosa, elegante, abrasiva, profondamente poetica e a tratti lirica, che ha cambiato il mio modo di vedere e vivere la letteratura» e consiglia vivamente di provare «questa esperienza mistica». Sfidiamo chiunque a resistere. A Britney, a Claudia e alla mistica “tossica” di Cortázar. Per Lo straniero vengono mobilitati i “gattini esistenzialisti”, immaginandosi un Camus in versione «bono inarrivabile, con la sigaretta accesa in bocca e lo sguardo tormentato», mentre un micio coi lacrimoni agli occhi mormora: «Why do sexy people have to suffer so much?» (per essere sexy, in effetti, non c'è bisogno di essere belli). Ad accompagnare le Poesie d'amore di Nâzim Hikmet, invece, c'è un tizio che si beve uno shampoo, del tipo “No More Tears”, perché qui «ci facciamo un bel bagno di lacrime» e si augura a tutti di doversi attaccare alla bottiglia per provare a uscirne (anche se poi, diciamolo, quello shampoo «non serviva a un cazzo», gli occhi bruciavano uguale). Siamo dentro il mondo di BooksandMemes. Una pagina Instagram creata da Claudia Grande, che ama camminare sul filo, al confine tra pop e poesia, divulgazione culturale e divagazione trash, alta letteratura e bassi istinti social. Un'operazione che non ha nulla di posticcio o didascalico, anzi, è fondata su una leggerezza autentica, un divertimento irriverente e intelligente, che fa venir voglia di giocare (e di leggere). Facile immaginare i puristi che scuotono la testa, sconsolati, così come i letterati convinti che la letteratura si debba vendere da sola, perché dipende dalla “crescita culturale del cittadino medio” (e nel frattempo, se non ci arriva, amen, si vede che non se la merita). Per Claudia Grande invece «il problema della letteratura è che viene raccontata male, come una cosa noiosa e polverosa, un brutto ricordo degli anni di scuola in cui ti obbligavano a leggere i libri. Una pratica “intellettuale”. Tanti intellettuali, in effetti, assumono questa posa, che genera una separazione e allontana il lettore.


Quando ho creato questa pagina, avevo due intenti: il primo era quello di divertirmi, visto che amo i meme come forma di comunicazione; il secondo era quello di provare a me stessa e agli altri che non è vero che i giovani non leggono». Il risultato? Tante interazioni, persone che chiedono consigli, follower che ringraziano per aver parlato di quel certo libro, poi letto e amato. Ci piace partire da qui per raccontare Claudia Grande,

memista, scrittrice, copywriter, ma anche docente di scrittura, oltre che abile navigatrice dell'universo social. Un talento multiforme, perfettamente a suo agio dentro il linguaggio diretto, esplicito, della contemporaneità, il pop e il pulp, l'umorismo weird e lo shitposting. Ma anche appassionata di letteratura e cinema d'autore, di David Foster Wallace e Paul Thomas Anderson.

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Claudia Grande

(foto Paolo Tangari)


(foto Michele Maglio)

Claudia è la ragazza con la battuta sempre pronta su Facebook, che rimesta allegramente nel torbido della comunicazione iper-connessa, che pubblica spassosi spezzoni di conversazioni familiari (leggere l'irresistibile messaggio agonizzante del padre con 36.9 di febbre), che non ha paura di mostrare il suo corpo online e rivendicare il diritto (femminista) al desiderio. Ma è anche una scrittrice consapevole dei mali del mondo e dei pericoli legati all'uso smodato dei social, che ragiona sulla dissoluzione dell'io, la rabbia diffusa, l'incapacità endemica di ascoltare l'altro. Laureata in Giurisprudenza, abilitata alla professione di avvocato, ha mollato tutto per dedicarsi alla la sua vocazione artistica, diventando anche una professionista del linguaggio pubblicitario (lavora per Rai Pubblicità). Dopo aver pubblicato vari racconti, quest'anno finalmente è arrivato l'esordio nel romanzo, Bim Bum Bam Ketamina (edizioni il Saggiatore), un viaggio all'inferno dell'isteria globale, folle e feroce, un frullatore di storie che riecheggiano la cronaca più grottesca, tenute insieme da Roberto, “l'uomo in affitto”, un signor nessuno pronto a fare qualsiasi cosa, che ci ac-

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compagna per mano da una disperazione (e una risata amara) all'altra. Per tutti noi boomer, che guardiamo con sospetto al mondo dei social e fatichiamo a capire la logica dei meme, che viviamo la modernità virtuale come una degenerazione disumana, lei è una specie di mediatrice culturale. Consapevole del marcio che c'è, ma anche di tutto il buono che questi strumenti veicolano, i rapporti creati, le collaborazioni creative, le connessioni produttive. Claudia è giovane e libera, ludica ma estremamente razionale: un Virgilio ideale per attraversare questa “terra di mezzo” (ama Tolkien, naturalmente). Ed è anche una persona sincera, che non ha paura di parlare delle proprie debolezze, la fatica, la rabbia, anche la depressione, le illuminazioni che trasformano, le scoperte che cambiano il senso della storia. Cresciuta a Pescara, dove è rimasta fino a 18 anni, ha vissuto per molti anni a Bologna, città in cui ha studiato e ha trovato il suo primo lavoro, per poi trasferirsi a Torino, dove ha frequentato la Holden e ha rivoluzionato la sua vita.


(foto Paolo Tangari)

leggerla che scriverla. Quando sono passata alla prosa, all'inizio scrivevo degli orridi ibridi illeggibili. Sembravano poesie dilatate. Poi pian piano ho preso dimestichezza. Ma non avevo il coraggio di credere fino in fondo nella scrittura. E i miei genitori mi hanno spinto a fare studi che mi portassero ad avere un lavoro “vero”, come dicevano loro». Raccontaci la tua famiglia. Papà e mamma sono stra-appassionati di letteratura e cinema, ma fanno tutt'altro per lavoro. Mio padre è un imprenditore, ha un'impresa di autotrasporti, e mia madre è un'insegnante d'asilo. Lei ha studiato Filosofia, lui Scienze politiche a indirizzo economico, e infatti mi ha fatto scoprire autori come Baudrillard.

Claudia Grande

È proprio qui che l'abbiamo incontrata, in un bel quartiere a due passi dal Po e dal Parco Valentino, un piccolo appartamento con un soffitto a volta, i mattoni a vista, i libri impilati sugli armadi, il disordine accogliente. Sul viso, un sorriso aperto che mette di buonumore ed esplode volentieri in risate sonore, contagiose. Il filo rosso della sua storia? La scrittura, «che lega tutti gli ambiti della mia vita. Da una parte ci sono i libri, la narrativa, dall'altra il mio lavoro di copywriter». Una vocazione scoperta presto. «Adoro leggere e scrivere da quando ero molto piccola, è sempre stata una mia passione, insieme al disegno. All'inizio scrivevo poesie. Poi, molto più avanti, verso i vent'anni, ho fatto un corso con Gianluca Morozzi, uno scrittore bolognese molto bravo. Con la poesia non riuscivo a dire tutto, mi piaceva più


Non guardavano con favore alla tua vocazione artistica. In realtà mia madre mi ha sempre spinto a scrivere e a disegnare. A coltivare questi talenti. Anche se mi vergogno un po' a dire “i miei talenti”, come se fossero chissà cosa. Chiamiamole capacità o passioni. Lei mandava le mie poesie di nascosto ai concorsi, perché io mi vergognavo, non volevo farle uscire dalla mia cameretta. Poi quando vincevo qualche premio me lo diceva, e io mi trovato tra l'imbarazzo e la felicità. Mamma mi ha spinto a crederci, però mi ha sempre detto anche di rimanere razionale, di provare a fare un “lavoro serio”.

Sono Capricorno con Luna in Acquario. Da una parte c'è la donna razionale, stacanovista, che lavora duramente per raggiungere i suoi obiettivi. Dall'altra ci sono la creatività e la follia. Sono schizofrenica per colpa delle stelle Quindi qualche frizione c'è stata. C'è stata anche una bella lite quando si è trattato di scegliere la scuola superiore. Io volevo fare l'artistico, ma mi hanno indirizzata verso il classico, che comunque alla fine mi è piaciuto tantissimo, visto il mio amore per la letteratura. L'università invece è stata una scelta infelice. Volevo fare Lettere o Belle Arti, ma i miei hanno puntato i piedi: “Cosa ci fai con la laurea in Lettere? Se non vuoi insegnare poi muori di fame”. Alla fine ho fatto Giurisprudenza. Abbiamo litigato molto, ma non hanno ceduto di un millimetro. E lì ti sei innamorata di Bologna. A parte gli studi, sono stati anni bellissimi, perché Bologna è una città molto viva, sempre piena di mostre, eventi, cose da fare. Lì ho continuato a scrivere, frequentavo librerie indipendenti, locali che facevano presentazioni di libri. Però non hai mai pensato di rinunciare agli studi di Giurisprudenza. Sono una di quelle persone che se hanno un obiettivo cor-

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rono come dannate per raggiungerlo. Sono sempre stata una secchiona. Studiavo come una pazza. Se devo fare una cosa, la devo fare alla perfezione, altrimenti poi mi fustigo. Questa tendenza al perfezionismo, se da una parte mi distrugge, perché ogni cosa che faccio mi sembra uno schifo, dall'altra mi spinge sempre a migliorare, a fare, a correre. Poco dopo la laurea avevi già un lavoro. Sono entrata in uno studio legale internazionale importante, in cui si lavorava tantissimo. Mi occupavo di operazioni societarie, compravendita di azioni, fusioni, acquisizioni. Uscivo anche a tarda notte dallo studio, lavoravo nei weekend... Lì ho avuto una doppia rivelazione. La prima è che forse lavorare fino a notte fonda non era quello che volevo fare nella vita. La seconda è che quel mestiere non mi piaceva. Il diritto è interessante, come materia, ha anche molto di filosofico, ma non mi sentivo avvocato. Per due anni ho cercato di auto-convincermi che mi piacesse, con la scusa che potevo usare la parola, esercitarmi nello scrivere e nel parlare. Ma era tutto troppo formale, con il tailleur obbligatorio, la maschera da indossare. In effetti, leggendo le tue pagine social, si direbbe che la “normalità” ti faccia orrore. E però, allo stesso tempo, questa tua “pazzia” ha qualcosa di estremamente razionale. Essendo appassionata di astrologia, io dico che è colpa delle stelle. Sono un Capricorno con la Luna in Acquario. Il Capricorno è quello razionale, stacanovista, che lavora duramente per raggiungere i suoi obiettivi. L'Acquario invece è la creatività, la follia, è una persona che vive nel suo mondo, con le sue idee. Ricordo, una volta, di aver letto su una rivista, di quelle che trovi in una sala di attesa, i vari lavori associati ai segni zodiacali. Accanto al Capricorno c'erano cose come avvocato, imprenditore, chirurgo. L'Acquario invece è filosofo, scrittore, pittore. Mi sono detta: allora sono schizofrenica per colpa delle stelle. Diamo la colpa agli astri, dài... Oggi ci ridi sopra, ma quegli anni sono stati molto difficili per te. Ho sofferto anche di depressione, sono stata davvero male. Era come se io cercassi di rinnegare quello che stava emergendo, il fatto che quella non fosse la mia strada.


Pensa che quando mi ero già iscritta alla Holden, ho continuato comunque a preparare l'esame per diventare avvocato, perché sentivo di dover portare a termine quel percorso. Ero profondamente infelice, ma continuavo a mandare curriculum ad altri studi legali, non volevo ammettere di aver “sprecato” dieci anni della mia vita. L'esame da avvocato era difficilissimo, per me è stato importante superare anche quello scoglio. Anche se poi mi sono detta: perfetto, ora questo titolo non lo userò mai. Da Bologna, a quel punto, sei passata a Torino. Ma prima ho fatto una vacanza in Scozia, per chiarirmi le idee. Mi piacciono quelle atmosfere, sono una fan del Signore degli anelli e di Vikings. In quei giorni ho avuto una specie di folgorazione sulla via di Damasco. È successo sull'isola di Skye. Ho visto un faro abbandonato, una cosa bellissima, e mi sono messa a piangere. Lì ho detto: non farò mai più l'avvocato! È stato in quel momento che ho capito, senza ombra di dubbio, che ero infelice perché stavo facendo una cosa che non volevo fare. Il vedere un posto così bello me l'ha portato a galla. Misteri della psiche.

Perché la Holden? Me ne aveva parlato mia madre. Tornata dalla Scozia ho detto ai miei: ci ho provato in tutti i modi, ma il matrimonio tra me il diritto non s'ha da fare. E devo dire che i miei hanno capito e mi hanno sostenuto nella scelta di cambiare percorso. La Holden è una scuola famosa e rilascia anche una certificazione di cui avevo bisogno, per iniziare un percorso lavorativo diverso. Perché da buon Capricorno io comunque rimango razionale, non volevo fare la scrittrice e basta, il mio obiettivo non è mai stato quello di diventare milionaria scrivendo bestseller. Dovevo trovare un altro mestiere, per rimanere indipendente. Cercavo un lavoro che avesse la parola al centro, e da lì è uscito il copywriting. Non in un posto qualsiasi: mamma Rai. Sembra incredibile, ma ho trovato il lavoro su Linkedin. Cercavano un copywriter. Prima dovevamo mandare dei testi. Poi selezionavano alcune persone, a cui facevano fare un assessment center, delle prove dal vivo. Poi ci hanno fatto delle interviste singole, selezionando solo cinque persone, che hanno fatto un ulteriore colloquio. E così sono entrata in Rai Pubblicità.

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Claudia Grande

(foto Luca Foscili)


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osa fa un copywriter e content creator, sopravvissuto a una dura selezione, nella concessionaria unica dell'emittente pubblica? Bisognerebbe farselo raccontare da Claudia, che ha conservato l'eloquio dell'avvocato (la ascolteresti tranquillamente per ore, e lei parlerebbe serenamente per giorni interi), sempre in bilico tra la meticolosa precisione del Capricorno e il gusto per la narrazione e la digressione tipico dell'Acquario. I listini legati ai palinsesti, la brand integration e il branding content, gli spazi di Sanremo venduti secondo i target di età legati ai cantanti in gara, il sito, la newsletter, gli script per i video promozionali... Ma siamo molto più curiosi di scoprire i suoi gusti.

Il meme è la forma di comunicazione più efficace della nostra epoca, anche se viene sottovalutata. È una cassa di risonanza per ogni tipo di espressione, compresa quella politica. Si può esprimere un pensiero dissidente anche in forma ironica Scrittori preferiti? In assoluto David Foster Wallace. Ma anche Jonathan Safran Foer: Ogni cosa illuminata è uno dei miei libri preferiti. Poi mi piace tantissimo Nabokov (Lolita è geniale). Leggo molto volentieri Clarice Lispector. E tra gli italiani, Simona Vinci, Benedetta Palmieri, Pier Vittorio Tondelli, Aldo Busi... Potrei fare un elenco infinito. Nulla di più lontano dai meme e dalla comunicazione social. Amo la complessità. Registi? Sicuramente Takashi Miike. In Ichi the Killer c'è una delle mie frasi preferite: There is no love in your violence. Quell'unione di amore e violenza – di cui potrei parlare per ore - è un concetto a cui tengo molto a livello artistico. Mi piacciono tantissimo anche Nicolas Win-

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ding Refn e Gaspar Noé. E poi quel genio assoluto che è Paul Thomas Anderson. Musica? Principalmente rock e metal, in ogni loro declinazione. Ultimamente ascolto tantissimo i Sepultura. Sotto Natale vanno benissimo... Ho cercato anche di pogare ai concerti, coi metallari, ma non è andata bene... Ascolto anche l'elettronica. Piaceri pop? Nel senso dei dirty pleasures, quelli che si praticano di nascosto. Adoro Britney Spears. Apertamente. Sulla pubblica piazza. Tra i Sepultura a Britney c'è l'intero universo. Altri piaceri inconfessabili? Sono estremamente affascinata dal trash della televisione italiana, ma qui sono in ottima compagnia, penso a Walter Siti, Aldo Busi, Tiziano Scarpa, quindi mi sento assolta. Leggo tantissimo le riviste di gossip, da cui traggo anche materiale per le mie storie. La televisione la guardo poco, la seguo per lo più attraverso le cose che leggo, tranne Masterchef e Temptation Island. Sono i dirty pleasures peggiori che potessi confessare. Qui c'è il “sangue” esposto. La cosa che ami fare di più quando hai del tempo libero? O leggo, o scrivo, o guardo film e serie tv. La musica poi è una compagnia costante, sempre in sottofondo. Non f uggi via? Mare, montagna? Mi piace la montagna, tantissimo. È il mio luogo di evasione. Mi piace il freddo. Ora siamo nella mia stagione, adoro l'inverno. Mi piace anche la fatica del cammino, amo sudare, spolmonarmi. Non in palestra, quello mai, ma in montagna molto volentieri.

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alla montagna ai meme il salto sembrerebbe troppo lungo. Ma dentro un essere umano trovano posto tante cose diverse, apparentemente inconciliabili, figuriamoci dentro la mente di una persona creativa, che trasforma le sue (e nostre) contraddizioni in letteratura. E che oltre ad aver creato la pagina BooksandMemes, vanta anche altre invenzioni eccentriche su Instagram.


Vedi ad esempio Catsplanning, ovvero “gatti che ti spiegano cose ovvie”, che fa ridere già dal titolo. Oppure Tindertrash, dove vengono postate le bio più divertenti scovate nella app dedicata al dating. Vere e proprie micro-narrazioni: «Volevo raccontare il mondo del dating non dalla prospettiva del “oh mio Dio non si trova più nessuno di serio”, o altri discorsi che mi annoiano solo a sentirli nominare, ma valorizzando i geni che usano i 200 caratteri delle bio per presentarsi su Tinder, scrivendo cazzate incredibili». Non per niente questi testi sono stati utilizzati anche da uno stand-up comedian, nel corso dell'edizione 2023 di Memissima. Sì, esiste anche un festival dedicato ai meme. D'altra parte non c'è nulla di più virale e popolare al giorno d'oggi. La parola meme vanta perfino un'origine greca, mimema, “ciò che genera imitazione”. Che cos'è un meme? A quale bisogno risponde? Il meme, secondo me, è la forma di comunicazione più efficace della nostra epoca, anche se viene sottovalutata, trattata come uno scherzo, una cosa di cui ridere e basta.

Ci sono creator che hanno ideato meme anche per opporsi al regime russo, facendo arrabbiare Putin. È una cassa di risonanza per ogni tipo di espressione, compresa quella politica. Si può esprimere un pensiero dissidente anche in forma ironica. È un'associazione di parole e immagini, ma anche video. Funziona anche solo in forma testuale. Si parla spesso di shitposting, che è un postare a caso, tirare fuori una valanga di cose e scriverle senza una logica. Ma anche di sadposting o angryposting: si postano cose tristi, allegre, erotiche, c'è davvero di tutto. Principalmente però si tratta di unire parole e immagini. Perché si è imposta come forma di comunicazione? Perché, come la pubblicità, fa leva sulle emozioni. Principalmente sull'allegria, la risata, ma anche la tristezza, la nostalgia, o addirittura la depressione. I meme sono engaging. Ci sono vari studi neuroscientifici sul tema: quando una persona prova emozioni, automaticamente è più attenta al contenuto.

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Claudia Grande

Un'immagine dal film Ichi the Killer


Per noi pubblicitari è importante emozionare il pubblico, perché così ricordano il brand; per chi crea un meme lo scopo è che venga ricondiviso. Sono diventati così virali, perché i meme possono contenere qualsiasi cosa. Puoi parlare dei Pokemon o della guerra in Ucraina. E in genere cavalcano le varie wave. C'è quella di Illary e Totti che si sono lasciati, la morte di Berlusconi, la dichiarazione politica imbarazzante di x o y.... Il fatto che a molti di noi, old school, il meme risoluti spesso incomprensibile, muto, cosa significa? È davvero così grande il balzo generazionale? Parlo soprattutto dei meme di scuola anglosassone, totalmente nonsense. Il meme permette a tutti di esprimersi. Lo posso fare io, come lo può fare il Presidente della Repubblica. È una forma di espressione democratica. I nativi digitali li capiscono di più perché spesso i meme hanno dei layer di ironia, degli strati, e chi ha visto negli anni tanti meme sa a cosa fanno riferimento. Le varie generazioni hanno un modo diverso di memare. L'umorismo della generazione Z è già diverso dal nostro, dai Millenials, basato più sul pessimismo, la depressione, sul fatto che il mondo sta implodendo, che siamo al centro di una crisi planetaria... Un umorismo anche più accessibile. Quello della generazione Z e della generazione Alpha è più spostato verso il non-

(foto Mauro Crespi)

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sense. Penso al meme in cui c'è un cavallo con dei colori strani, vaporwave, su cui c'è scritto Juan e basta. A me fa riderissimo. Non è un'ulteriore semplificazione e banalizzazione della comunicazione? No, anzi, il meme è molto complesso nella misura in cui devi scegliere le parole giuste e abbinarle all'immagine più efficace. È come creare un contenuto pubblicitario. Devi usare poche parole, abbinandole a un elemento grafico perché esploda quel concetto. Un lavoro di sottrazione complesso. A me serve anche nella scrittura di racconti e romanzi. Tu sembri perfettamente a tuo agio con la contemporaneità, i social, e però allo stesso tempo mantieni anche una distanza ironica. Sei dissacrante ma non giudicante. Assolutamente sì. Sono consapevole dei limiti della comunicazione social. A partire dalla necessità di indossare una maschera. Io, ad esempio, sono quella che sui social ha la battuta pronta e fa i meme. Ma non sono veramente io, è solo una parte di me. C'è effettivamente il rischio di non separarsi più dalla maschera. Ci sono persone per cui i social diventano un arto in più, un pezzo del proprio corpo. C'è chi è convinto che scrivere una cosa sui social equivalga a compiere un'azione reale. Ma se voglio sostenere la causa femminista non basta scrivere sui social “sono femminista”. Semmai il social può essere una cassa di risonanza. Se di base non c'è una realtà che comunichi, se esisti solo nel virtuale, diventa onanismo. Rischi di chiuderti nella tua bolla di solipsismo. Oltretutto ci si disabitua al dialogo. Sui social vediamo solo i contenuti che ci piacciono. L'algoritmo ci propone cose che rimandano ai nostri gusti e non contraddicono le nostre opinioni. Per questo vediamo sempre più ferocia, scontro. Non siamo più abituati ad essere contraddetti. Sembra ieri quando si guardava al web e ai social come a uno spazio anarchico nel senso liberatorio del termine, libertario. Come possibilità di costruzione dal basso di una nuova cultura, magari perfino una nuova società. Oggi, invece, sembra che sia rimasto solo l'odio, il bullismo, il complottismo organizzato, la disf unzionalità sociale... Come mai è successo tutto questo in così poco tempo?


(foto Luca Foscili)

All'inizio ci approcciavamo ai social in un modo anche ingenuo. Poi sono diventati uno strumento talmente pervasivo nella nostra quotidianità, da essere quasi un nostro riflesso. Nessuno all'inizio scriveva su FB “sono triste” o “sto male”, nessuno scriveva un pippone sul perché la Juve ha rubato lo scudetto o cercava di spiegare “la verità sull'Ucraina”. Man mano che è cresciuta la popolarità del social media, si sono cercati sempre più modi di creare contenuti, engagement, e il social è diventato un'occasione per esporsi in piazza. C'è un libro di Tiziano Scarpa, La verità e la biro, che parla proprio di questo: è come se noi sui social mettessimo in piedi uno spettacolo gladiatorio. Le persone vogliono vedere il “sangue vero”, ma nell'ambito di una dinamica di gara, di gaming. È un po' come il reality, che mira a tirare fuori il vero, anche se tutto viene scritto e montato. Sui social, teoricamente, il filtro non c'è. Io posso mettere in piazza la mia sofferenza e i miei panni sporchi. Il nostro contenuto siamo diventati noi, perché agli altri piace l'odore della carne viva. L'idea di cercare qualcosa che sanguina, dentro un'entità incorporea, digitale. C'è una voglia di reale e di scontro, di sfida, di sofferenza. Lo dice anche Walter Siti in Troppi paradisi.

Tu però credi negli aspetti positivi dei social. Io sono a metà strada. Sono strumenti che adoro, che mi aiutano a esprimermi e a spingere quello che faccio. Tramite i social ho anche fatto amicizie solide, reali, ho elaborato nuovi progetti con persone molto creative incontrate online. Il “fare rete” c'è ancora. L'aspetto negativo, per quanto mi riguarda, è l'iperconnessione. Siamo costantemente raggiungibili, e quando non lo siamo, ci sentiamo quasi in colpa. Rischia di diventare una dipendenza. I libri e la scrittura fortunatamente mi fanno staccare dai social, così come gli amici. Ma nei tempi morti ci spendo delle ore. Per fortuna io ho un appiglio fortissimo con la realtà, sono una persona legata al facere, voglio lavorare, voglio scrivere, ho bisogno di concretezza. Quindi uso i social come amplificatori. Non vivo nel virtuale e non amo parlare di me in un modo troppo personale. Solo una volta mi è capitato di essere aggredita da un utente sessista, che mi ha augurato di morire. Ho pianto. Erano parole troppo brutte. Per questo ho risposto direttamente, facendo un ragionamento sul femminismo e la mentalità patriarcale, oltre che sull'aggressività che spopola sui social. È facile essere aggressivi con un avatar, un io virtuale. Non si pensa alla persona che c'è dietro, che piange e soffre. Non si vede il riscontro della propria azione virtuale nel reale. Parliamo anche del corpo delle donne sui social. Da una parte ci sono quelli che criticano l'esibizione, la mercificazione, arrivando a sfiorare una sorta di moralismo puritano. Dall'altra c'è chi usa il corpo per giocare, per comunicare, per rivendicare la propria libertà. Tu a che scuola appartieni?

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Claudia Grande

La realtà ormai ci sembrava irreale, quindi usiamo l'irrealtà per ritrovare una qualche realtà. Per ritrovare il vero. Anche l'autenticità di chi ci circonda. Tutti oggi sono stufi degli influencer, che mostrano una vita finta. Vanno di moda le modelle che fanno vedere le smagliature, le attrici senza trucco. Bella Hadid si è messa a piangere sui social, raccontando che soffre di depressione. I content creator si offrono al pubblico, offrono il loro sangue, e il pubblico dice “dammene ancora!”. È anche inquietante.


Assolutamente la seconda. Faccio anche foto in lingerie, ho posato per vari fotografi, non mi vergogno per niente di mettere online foto quasi nuda. È un uso del mio corpo che faccio consapevolmente. Mi fa sentire bella. Magari è un uso vanitoso, ma ne sono cosciente. Può essere un uso vanitoso anche esprimere la propria opinione sui fatti del mondo, pensando di avere chissà quale pensiero profondo. Esattamente. Una volta sono stata duramente criticata da un aspirante scrittore, secondo cui io rappresentavo il “degrado della letteratura” perché “mostravo il culo sui social”. Non ho capito dove sta scritto che se io ho OnlyFans non posso scrivere. Che per scrivere devo essere santa Maria Goretti o presentarmi ben accollata. La questione è il consenso. Solo io posso decidere di rendere il mio corpo un oggetto, in determinati casi. Decido io di farlo. Alla base c'è il mio consenso. Una ragazza, commentando la discussione nata con “l'aspirante scrittore” ha scritto che è inutile lamentarsi, quando ci si espone. Ho provato a spiegarle che un conto è essere criticati, e aprire una conversazione sul tema, un altro è essere insultati pubblicamente. Io non sono un pezzo di carne alla mercé di tutti. Esporre il proprio corpo non vuol dire legittimare qualcuno ad aggredirmi.

Amo mostrare il mio corpo e lo faccio in modo consapevole. Chi l'ha detto che una scrittrice devve essere sempre accollata? La questione centrale è il consenso. Posso fare ciò che voglio del mio corpo, ma non sono un pezzo di carne alla mercé degli altri

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lla fine arriviamo a Bim Bum Bam Ketamina, che ha fatto molto parlare di sé. Come ha scritto Stefano Friani su Il Manifesto, è «il libro esondante di una millenial che al gran debutto non si spaura e non si gingilla coi trigger warning... I temi sono quelli della trasformazione dei corpi, una insopprimibile volontà di bellezza che trascende la fisicità del proprio involucro, ma anche quello di una

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realtà i cui limiti sembrano essere gli stessi dell'arte... Il libro che avrebbe potuto scrivere una Palahniuk in stato di grazia dopo una gita premio a Cologno Monzese». Oppure Alfredo Palomba su Il Foglio: «Un romanzo sorprendente, freschissimo, un meme-novel esilarante che sa essere anche profondamente tragico. Clauda Grande tira uno scanzonato e sboccato schiaffo in faccia a woke, a body-positivity e ad altre ottuse militarizzazioni che tentano di trasformare la letteratura in osceno manifesto politico, posa instagrammabile, innocuo proclamino. E la sua lingua parla della ridente tragedia di tutti noi». Che cosa ti affascina di Roberto, l'uomo senza qualità, il signor nessuno che è lo specchio di tutti i nessuno che siamo diventati? Come è nato questo “romanzo di racconti”? L'ispirazione è arrivata da alcuni volantini che ho trovato per strada. Roberto esiste, ovviamente non nel modo in cui l'ho raccontato io. Ma esiste un Roberto tuttofare, che si definisce “l'uomo in affitto”. È stata una delle prime cose che ho visto quando sono arrivata a Torino. Sembrava un meme, l'opera di un copywriter geniale. Io avevo scritto dei racconti, ma la mia casa editrice ha identificato dei temi comuni - la frustrazione lavorativa, la società che ci chiude in una gabbia, in canoni estetici e di performance, le esplosioni di violenza pulp ricorrenti - e mi ha chiesto di trovare una cornice in grado di unirli. Roberto è stato la mia chiave. È il Virgilio che ci porta attraverso le vite dei vari personaggi. E mi consente di raccontare il lavoro, uno dei temi centrali del mio libro. La maggior parte dei personaggi sono frustrati oppure inconsapevolmente cannibalizzati dalla loro professione. C'è anche molto Bret Easton Ellis. Mi interessava ragionare su un American Psycho al contrario. L'ho citato anche in esergo, perché per me è uno dei romanzi guida di Ellis. In American Psycho c'è un protagonista bellissimo, ricchissimo, che piace alle donne, che ha vinto la lotteria di questa società, ma deve indossare una maschera per essere quello che è. Deve comprimersi dentro quei canoni sociali. Il fatto di dover essere sempre perfetto, lo porta in realtà a sentirsi talmente oppresso da sviluppare una violenza interiore che sfocia negli omicidi che sogna di commettere.


(foto Paolo Tangari)

Ho pensato: se il vincente si sente così schiacciato dalla società, come si potrebbe sentire il perdente? Un personaggio come il mio, brutto, senza lavoro, che non sa cosa fare della sua vita, maltrattato da tutti? Mi interessava la prospettiva del vinto. Tutta questa frustrazione che vediamo sui social è perché siamo tanti Roberto (senza voler offendere nessuno). La società punta i riflettori solo sulle cinque-dieci persone che ce la fanno, tutti gli altri sono una massa di invisibili. Questo sentire che la nostra vita per la società non vale niente, che non ha nessun significato, crea tanta

frustrazione. Infatti le aggressioni sui social sono spesso rivolte a figure di successo e personaggi pubblici. Faccio l'avvocato del diavolo. Se questa cosa, per certi aspetti, è il “male”, l'orrore, il vuoto odierno, nel senso di vacuo, l'assenza di significato, la mercificazione di ogni cosa, perché volerla amplificare e dargli anche la dignità di letteratura? Era una domanda che facevano già ai “cannibali” e agli autori e registi pulp.

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Voci nel buio


che rappresenta meglio la nostra realtà. Ridere dell'assurdo vuol dire provare a capirlo, esorcizzarlo. Difficile applicare il registro grottesco su una realtà già grottesca di per sé. Molto difficile. Motivo per cui poi mi sono spostata verso la narrazione surreale, anche un po' estrema, weird. C'è anche del Pirandello 3.0. Alla fine il tema principale è quello dell'identità, la frammentazione dell'io. Sì, è uno dei temi, legato alla frantumazione del reale. Viviamo in una realtà tanto schizofrenica che lo siamo diventati anche noi. Alimentata dai social, dal virtuale, che ci fa indossare mille maschere.

(foto Matteo Vicino)

Oggi viviamo una dissoluzione dell'io, dentro una realtà schizofrenica, alimentata dai social. Una frantumazione dei rapporti. Dobbiamo ritrovare l'empatia. Come diceva David Foster Wallace, la letteratura serve anche a questo Per me è una questione anche di vissuto personale, e della sua comunicazione. Una delle spinte che mi hanno portato a scrivere questo libro è la frustrazione, vissuta sulla mia pelle, di non riuscire a inserirmi nella società. Ho cambiato lavoro e ho cominciato a chiedermi: chissà se riuscirò mai a fare qualcosa che mi soddisfi. Questo creava dentro di me una rabbia enorme. Come dicono gli Smashing Pumpkins, mi sentivo un topo rinchiuso in gabbia. Ero estremamente irritabile e aggressiva. Sono andata perfino in terapia per gestire questa violenza. Senza scendere nei dettagli, mi vergogno di certe cose del mio passato, del modo in cui ho trattato certe persone intorno a me. Mi sono detta: non sono certo l'unica che prova questa rabbia. Vedo che nel mondo tutti siamo vicini a questo punto di rottura, e rischiamo di diventare persone aggressive o violente. Volevo raccontare questa parte “sanguigna”, che cova dentro ciascuno di noi, ma volevo farlo nel modo per me più vero e diretto, quello dell'ironia. Il grottesco è ciò

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Ma come se ne esce? Dall'inizio dei tempi si parla dell'illusione dell'io, la necessità di superare la prigionia dell'ego, che in realtà è un'illusione, determinata dalle circostanze. Si parla della necessità di ricercare qualcosa di più profondo, reale, un nucleo di verità. Nel libro la soluzione è implicita. Noi oggi viviamo sia una dissoluzione dell'io, dell'identità, sia una frantumazione dei rapporti. Per citare Pirandello, siamo delle monadi senza porte e senza finestre. La tecnologia ci sta chiudendo sempre più in bolle di solipsismo. Ci priva del contatto con l'altro. Come ha detto Houellebecq, stavamo già marciando verso un isolamento progressivo, poi la pandemia ha accelerato questo processo. Nel mio libro tutti i personaggi sono soli nel loro dolore e non sono disposti ad ascoltarsi, si parlano addosso. Non sono aperti nei confronti dell'altro. Hanno solo un enorme bisogno di urlare il loro dolore e lanciarlo all'esterno con le loro esplosioni di violenza. La soluzione per me è la relazione, l'empatia. Una riflessione che penso di aver rubato al mio autore preferito, David Foster Wallace: lui diceva che la letteratura è importante anche perché genera empatia. Creo dei personaggi a cui attribuisco le mie sofferenze, tutto ciò che non riesco a esprimere nella mia vita quotidiana, perché è difficile comunicare il dolore. Tramite la narrazione – una cosa che ci accompagna da sempre, che è cominciata dall'uomo che disegnava nelle caverne - riesco a far capire quel dolore al lettore. E il lettore che empatizza con i personaggi, poi è più in grado di empatizzare con le persone che nutrono quella sofferenza.


attraverso le mille maschere che indossiamo. Per tornare al nostro centro, dovremmo riuscire a parlare delle nostre ferite, del nostro dolore fondativo, e sentire di essere ascoltati. Tornare all'umano. La soluzione credo sia questa.

Claudia Grande

Bisogna stare in ascolto dell'altro, staccare dall'io io io che la società ci porta a ripetere all'infinito e tendere l'orecchio a ciò che gli altri hanno da dirci. E anche provare a comunicare noi stessi nel modo più sincero possibile. Non

(foto Paolo Tangari)

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INCONTRI

Marco Righi Cinema che osa, limpido, indipendente, "trascendentale" Viaggio in Emilia, dove vive il regista de Il vento soffia dove vuole (Foto sul set di Alessandro Vezzani)

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arlare di “trascendente nel cinema”, oggi, in questi tempi così pop e pulp, può sembrare quasi provocatorio. Ma come, con tutti i problemi che abbiamo? Con il cinema minacciato nella sua stessa esistenza da piattaforme, streaming, scioperi, crisi delle sale? Con la comunicazione, globale e locale, fondata su “ciò che funziona”? La ricerca di mercato, il trend, la necessità di assecondare il “gusto del pubblico”, la creazione dell'evento. Nulla di più lontano dal cinema di Dreyer, Ozu o Bresson, di Antonioni o Mizoguchi, ma anche – per arrivare a registi più vicini a noi – di Lav Diaz e Tsai Ming-liang, Pedro Costa, Lisandro Alonso, Béla Tarr. Anche di Piavoli o Frammartino. Sono passati cinquant'anni dal celebre saggio (Il trascendente nel cinema, appunto) in cui Paul Schrader teorizzava uno stile che era anche un modo - alto, nobile, mistico, interiore - di guardare la realtà, oltre che di rappresentarla. Una via per accostarsi allo spirituale, a prescindere dai temi specificamente religiosi, che attraversa il cinema di ogni tempo e latitudine. «Lo stile trascendente – scriveva - cerca di assolutizzare il mistero dell'esistenza e rifugge di tutte le interpretazioni convenzionali della realtà: il realismo, il naturalismo, lo psicologismo, il romanticismo, l'espressionismo, l'impressionismo e, soprattutto, il razionalismo». In teoria non c'è nulla di più lontano dalla sensibilità contemporanea di un cinema ieratico fondato sulla

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fissità e il piano sequenza, che si ferma a guardare il reale nel suo enigma irrisolvibile. Un cinema che toglie, scava, contempla, che magari ha anche la faccia tosta di parlare di fede (cosa c'è di più obsoleto, parlando di “contemporaneità”?), dentro un contesto di vita contadina, quasi fuori dal mondo, mischiando parola sacra e profana, umanissime nevrosi e aspirazioni divine. Poi guardi il nuovo film di Marco Righi, Il vento soffia dove vuole, e ti rendi conto di quanto quello stile e quella sensibilità in realtà siano paradossalmente moderni e necessari, proprio per la loro inattualità. Cinema “piccolo”, indipendente, ma estremamente ambizioso. Il rischio, di fronte a un film del genere – che è stato visto in anteprima mondiale al Karlovy Vary International Film Festival (unico film italiano in concorso) e che potremo vede in sala a partire dal mese di febbraio - è quello di soffermarsi sulla superficie: la storia di un ragazzo (Antimo) ossessionato da ciò in cui crede, la verità, la salvezza, che cerca di convertire un uomo “senza Dio” (Lazzaro), impegnato come garzone in una cascina vicina. C'è l'Appennino, la vita di campagna, il lavoro nella stalla. Ci sono anche l'amore per una ragazza, il desiderio con cui fare i conti, e l'assenza-presenza della madre, con tutto il dolore che si porta dietro. C'è una sorella che sembra libera, che è diversa da lui ma gli vuole bene, un padre silenzioso, un prete che sembra non capire.


Ma c'è soprattutto “quello sguardo”, che rifiuta la fretta e la superficialità, che si mette all'ascolto (anche quando le parole sono pesanti, importanti, quando sono pagine evangeliche o formule rituali), che alle risposte preferisce le domande. Marco Righi si schermisce, non ambisce certo alle vette del trascendentale canonico, parla degli amati Bresson o Antonioni con pudore – oltre che di Celati e Dossetti, di Piavoli e Zurlini – ma non nasconde la sua passione per quel modo di intendere il cinema e la rivendica con orgoglio. Non c'è da sorprendersi se ci abbia messo tredici anni prima di arrivare alla sua seconda opera, dopo il lodatissimo I giorni della vendemmia. Quello sguardo presuppone anche un certo modo di lavorare, una libertà e un rigore che si sposano a fatica con i tempi e le abitudini dell'industria del cinema, e che fanno parte del messaggio, se ce n'è uno: lo spirituale, l'interiore, l'invisibile sono una realtà precaria e delicata, che va maneggiata con cura, se non la si vuole ridurre a un tema, un ulteriore oggetto di consumo (ideale, in questo caso). Ecco quindi che questo incontro-intervista diventa anche un'occasione per parlare di cinema indipendente, di come nasce e perché lo si fa, dell'ostinazione che ci vuole. Del fatto che poi bisogna anche pagare l'affitto, e meno male che hai imparato un mestiere, una tecni-

Jacopo Olmo Antinori e Yile Yara Vianello in una scena del film

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ca, oltre all'arte e alle sue necessità fuori scala, altrimenti sarebbe impossibile sopravvivere di cinema fuori dall'industria e dal sistema degli incentivi (da chi lo sa sfruttare, a prescindere dal valore dell'opera).

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ieccoci quindi nell'amata Reggio Emilia, dove torniamo sempre volentieri, dentro un palazzo antico, in stile liberty. È qui che Marco Righi ha il suo studio, in un appartamento in condivisione, che unisce design e amore per l'antico, oggetti vintage e i pavimenti preziosi di una volta. Un luogo che si intona perfettamente al suo tono pacato e ai modi gentili, il desiderio di fare discorsi alti, ma anche quello di sdrammatizzare con una battuta e un sorriso. Marco oggi ha quarant'anni, lavora nella produzione video, e da quasi vent'anni vive a Reggio Emilia, luogo in cui il cinema è di casa (anche per la presenza di quell'istituzione culturale che è il Rosebud, in cui sono passati centinaia di registi, critici, interpreti, professionisti del cinema). Ma è cresciuto a venti chilometri da qui, a San Polo d'Enza, paesino pedecollinare. Dentro quel mondo piccolo, forse anche claustrofobico, ma a misura d'uomo, in cui ci fa entrare nei suoi film. In cui immaginiamo questo ragazzino silenzioso e curioso, destinato un giorno a diventare regista, alle prese con pregi e difetti della vita “in campagna”.


Sono cresciuto provinciale, diciamo così. Un paesino di 5000 persone. Mi sono spostato a Reggio Emilia quando avevo già 22-23 anni.

Emilia terra pagana, luogo del buon vivere, ma anche di un rapporto con la terra e con le cose che ha qualcosa di sacro.

Immagino che ami questi luoghi. Li amo, sì. Anche se il rapporto è sempre stato un po' conflittuale. Vivi in Emilia, lavori in Emilia, i tuoi film li giri qui. Non è una cosa così scontata, per un artista, amare il luogo in cui è “capitato”. La storia di tanti nati in provincia è quella tipica della f uga in città, la metropoli dalle infinite possibilità ed esperienze. Io ho sempre avuto un bel rapporto con il territorio in cui vivo e continuo ad averlo. La conflittualità è quella tipica di quando cresci in un paese molto piccolo. Un luogo in cui peraltro non c'è mai stato un cinema. Ma l'amore per l'Emilia è indiscutibile. Con tutte le sue contraddi-

In Emilia ci sono anche figure come quella di Dossetti, prelati visionari, a cui va riconosciuto il bene che hanno fatto alla collettività, di cui oggi noi godiamo, anche chi non è cattolico. C'è lo stereotipo dell'esuberanza, ma c'è anche molto di più. Eri un bambino introverso, perso nelle sue fantasie? Faccio sempre un po' fatica a parlare di me. Ma ero certamente un bambino molto riservato, così mi raccontava mia madre. Che si metteva lì a giocare, quando gli dicevano di farlo. Che amava molto conservare le cose. Ancora adesso, a dir la verità, la mia compagna mi prende in giro perché io ho poche cose a cui tengo molto, di cui ho grande cura.

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zioni, la sua anima conflittuale, che è molto militante, ma ha dentro di sé anche Guareschi, quel tipo di fede.

ei cresciuto libero e selvaggio?


Riservato, silenzioso, solitario. In effetti, guardando i tuoi film, l'idea che se ne ricava è proprio questa. Abbastanza solitario, sì. Ma non così silenzioso. Non vorrei creare un'aura di santità. Vivevamo in campagna, ma mia madre era farmacista e mio padre artigiano, abitavamo in centro, anche se era un piccolo centro. Gli amici venivano a giocare da me... In campagna ci vado ancora oggi, certi profumi li avverto subito, li riconosco, e mi riportano all'infanzia.

Sono cresciuto in un paesino, con cui ho sempre avuto un rapporto conflittuale. Ma amo questi luoghi. Come dice Celati: "La provincia, ancora prima di essere uno spazio fisico, è una categoria dello spirito". Oggi vivo a Reggio, un buon compromesso

Forse immaginare il mondo come un'immensa provincia è insensato quasi come la fantasia distopica di una metropoli globale. Però capita di pensare che se tutti potessero vivere secondo certi ritmi, dentro un'idea di comunità, in un rapporto quotidiano con la natura, potremmo risolvere molti dei nostri attuali problemi, individuali e collettivi. Ma forse è un pensiero che a qualcuno potrebbe apparire reazionario. Mi viene in mente una frase di Gianni Celati: “La provincia, ancora prima di essere uno spazio fisico, è una categoria dello spirito”. E dunque tutte le province in qualche modo si assomigliano. Io vivo a Reggio, dove ci sono 170 mila abitanti, ma a 10 km di distanza trovo la campagna. È un po' un compromesso, dove riesco a coniugare due cose che sento necessarie. Non mi sono spostato a Roma, anche se volevo fare cinema. Anche perché io voglio fare il cinema che mi interessa, non sono disposto a tutto, anche per rispetto di questa mia vocazione e del cinema che amo. Sto bene qui. In questo luogo ho trovato il giusto equilibrio. Ti ricordi quando hai scoperto cosa volevi fare? Quando hai cominciato a capire chi eri? Più che altro a un certo punto ho compreso ciò che non volevo diventare. Il mestiere di mio padre era incombente. È un artigiano, ha una piccola azienda. Mio padre è una persona buona, a cui voglio molto bene, ma con lui non c'è mai stato molto dialogo. Fortunatamente appartiene a una generazione che non aveva l'egoismo dei padri di una volta, quelli convinti che i figli dovessero proseguire nel loro lavoro. Però percepivo questa incombenza: quando ti senti spaesato e non sai cosa fare nella vita, i binari sono quelli di tuo padre. Fortunatamente ho capito subito che non volevo fare quel mestiere. E la cosa è stata accolta in famiglia in maniera molto positiva. Non c'è stata nessuna forma di ostracismo. Finito l'Itis, un percorso da perito meccanico, ho detto basta, e sono andato in Lombardia a frequentare due corsi, uno a Milano e uno a Lodi, dove ho imparato la regia pubblicitaria e il montaggio. Per chi vive a Reggio c'è sempre questa dicotomia tra Bologna e Milano. Bologna è città fertile, da un punto di vista culturale, e c'è il Dams. Milano è la metropoli, più pragmatica.

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Il cinema quando lo hai incontrato? Ci cono cose di cui ti sei innamorato presto? Io sono nato negli anni Ottanta. Un conto sono gli autori che amo oggi, un altro è ciò che vedevo a quei tempi. Ho imparato da autodidatta, ho studiato da solo la storia del cinema, ad Antonioni o Bresson ci sono arrivato più tardi. Ma la prima fascinazione l'ho avuta con i film anni Ottanta. La prima vhs che mi regalò mio padre fu E.T.

Quando è nata l'occasione del tuo primo film? L'ho cominciato a scrivere a 23 anni. Poi il film l'ho girato nel 2008, quando ne avevo 26, ed è uscito nel 2012. L'occasione è stata la conoscenza con una ragazza che era la responsabile video dell'azienda in cui sono stato assunto, dopo aver fatto uno stage. Un'agenzia e casa di produzione. Le ho chiesto se voleva avventurarsi nel cinema indipendente. Lei mi ha aiutato a reperire la micro-somma necessaria, oltre che nella gestione esecutiva del progetto, così io ho potuto occuparmi di scrittura, regia e montaggio.

Sei stato fortunato: partenza alta. Sì, col senno di poi devo riconoscere che è molto alta. Cinema di narrazione perfetta. Ancora oggi guardiamo Spielberg e capiamo perché trent'anni prima siamo stati così influenzati. Negli anni Ottanta guardavo quel tipo di cinema, dai Goonies in giù. Poi, a vent'anni, quando ho cominciato a fare i primi studi, mi andavo a vedere Dreyer, Bertolucci, Piavoli... In effetti c'è anche un po' di Piavoli nei tuoi film. A proposito di cinema senza compromessi. Ho cercato, con molta umiltà, di imparare da lui. Con Piavoli ho avuto anche un bellissimo incontro. Mi ha colpito la sua umanità, mi è rimasta dentro.

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Marco Righi

A vent'anni si guarda più verso Bologna, ma il mio incontro con Milano è stato molto positivo, ho conosciuto persone di grande disponibilità, entusiasmo, bravura. E soprattutto ho avuto la possibilità di acquisire i tecnicismi necessari a fare cinema.


Alcuni degli interpreti del film: sopa Florenzo Mattu; nell'altra pagina Gaja Masciale e Fausto Paravidino

Ai tempi del tuo primo film si parlava della “nascita di un autore”, di un cinema molto personale. I giorni della vendemmia è stato selezionato in tanti festival internazionali. Come mai sono dovuti passare tredici per arrivare al secondo film? Dopo l'esordio, avevo un progetto importante, un film che avevo scritto, un po' più ambizioso (ma non così tanto, parliamo di cifre da cinema indipendente). Non so esattamente il motivo per cui l'iter si è bloccato. Tendenzialmente quando gli autori italiani non arrivano ad avere alcuni partner produttivi strategici, chiamiamoli così, cominciano a ricevere meno attenzioni sulla proposta che stanno facendo. Ci sono stati anche motivi personali, per cui altre cose avevano la priorità. E così quel progetto si è arenato. In Italia è complicato fare cinema indipendente. Lo è, molto. Questi due film non li ho realizzati come una classica produzione italiana. L'ultimo l'ho anche co-prodotto e per fortuna ho trovato una casa di produzione che ha sposato il progetto, anche se poi abbiamo preso solo una film commission.

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Costo totale 180 mila euro, quello che si spende in una giornata o due di lavoro in una grossa produzione internazionale. Stavolta siamo riusciti a fare tre settimane di riprese. Il primo lo avevamo girato in quattordici giorni. Per lavorare in tempi così rapidi bisogna avere le idee abbastanza chiare. Abbiamo lavorato in un raggio di 40 km, con cinque attori e altrettante comparse, siamo stati fortunati per il tempo e il Covid che ci ha graziato. Il mio modo di girare, poi, non prevede chissà quanti shot. Eppure l'impressione è quella di un ottimo lavoro anche da un punto di vista tecnico. Merito anche dei collaboratori, molto bravi, a partire da David Becheri, un ragazzo di Prato, che ha curato la fotografia. Con lui abbiamo condiviso tante visioni, ci passavamo i film, ragionavamo su certe scene, su come erano state illuminate... Ho condiviso molto anche con il protagonista, Jacopo Olmo Antinori. Abbiamo lavorato bene in pre-produzione: quando arrivavamo alla location scelta, sapevamo già dove doveva andare la camera.


Ad essere sincero, io non parto mai da un'idea precisa o un'intuizione improvvisa. Parto da qualcosa su cui voglio fare un po' di ricerca, da una fascinazione. Questa storia, ad esempio, è nata anche dall'incontro con il saggio di Paul Schrader sul trascendente nel cinema, che mi ha stimolato altre ricerche, non solo su teorici del cinema, ama anche su filosofi e uomini di Chiesa. Poi c'è anche un aspetto personale. Ho avuto un'educazione cattolica, ho frequentato la Chiesa fino a 18-20 anni e questo ha sicuramente influenzato la storia. Così come un episodio di cronaca in cui mi sono imbattuto e che mi ha colpito molto. Potremmo parlarne come di un “romanzo di formazione”, in cui però manca la psicologia romanzesca, l'empatia sentimentale. C'è una certa distanza, rispetto a ciò che racconti, diciamo pure una misura, che pone la storia in una dimensione senza tempo. Anche se poi c'è un crescendo, verso una sorta di estasi finale. La scena del battesimo (senza fare troppo spoiler) è molto bella proprio per il modo in cui decidi di guardarla, quasi da lontano: quella cosa è senza senso e allo stesso tempo è un concentrato misterioso di senso. Mi rincuora molto quello che dici, quella è una scena a cui tengo in modo particolare. In effetti certe scelte nascono dalla ricerca che ho fatto. La domanda che ci si pone spesso è: la spiritualità, la sacralità, è esplicitabile

attraverso la materia del cinema? Il saggio di Schrader è arrivato al momento giusto per me: lui cerca di rispondere in modo molto concreto a queste domande, approfondisce le differenze tra l'Oriente di Ozu e l'Occidente di Bresson, ma soprattutto propone delle regole stilistiche e delle fasi (quotidianità, scissione e stasi). La stasi non è un'esperienza solamente estetica, è il momento in cui senti, percepisci l'ascesi. Lo stile bressoniano fa riferimento all'arte bizantina, la ieraticità, la ripetitiva. È importante anche quella “distanza”, la mancanza di empatia nei confronti del protagonista: se tu riesci comunque a stargli vicino, in qualche modo, nell'arco del film, se riesci a sentire, a comprendere dove vuole andare, forse pian piano, a un certo punto, assorbi anche qualcosa di sensoriale, che però cerca di andare oltre l'immagine. Bresson diceva che prima di comprendere un film bisognerebbe sentirlo. Bisogna avere pazienza. Serve uno spettatore proattivo. Mi piacerebbe che ogni spettatore, grazie a questa storia, potesse arrivare a qualcosa di molto personale.

Marco Righi

Cosa volevi raccontare? Come è nata questa storia?


Non abbiamo altri strumenti per vedere l'invisibile, al cinema. Noi viviamo ancora immersi in questa falsa idea della separazione tra materia e spirito, tra ciò che è sacro e spirituale e ciò che è materiale. In realtà è solo partendo da ciò che è fisico, concreto, dall'esperienza sensoriale, che è possibile lo “scavalcamento” di ciò che vediamo, l'andare oltre la superficie delle cose. Sono assolutamente d'accordo. Antimo, a un certo punto, dice proprio una cosa del genere alla sua fidanzata: che non esiste qualcosa che sia pura materia o puro spirito, non esiste qualcosa che sia solo alto e irraggiungibile. Ci sono anche le esigenze fondamentali, quotidiane, della persona. Nel mio film non c'è un contenuto religioso da comunicare, è un cinema che cerca di offrire un'esperienza spirituale, che è una cosa molto differente.

Nel mio film non c'è un contenuto religioso da comunicare, è un cinema che cerca di offrire un'esperienza spirituale, che è una cosa molto differente

Marco Righi ai tempi de I giorni della vendemmia

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Antimo è un ragazzo tormentato, anche ingenuo, che ha una fede assoluta respingente per noi spettatori. Eppure, anche se non riusciamo ad accettare la sua verità, sentiamo in lui qualcosa di vero. Questo è uno degli aspetti più affascinanti del film. Senti di toccare qualcosa di profondo a cui non sai dare un nome, e che si manifesta in forme che superficialmente assumono le sembianze dell'ossessione, della nevrosi, che tendiamo a voler giudicare. Un'altra regola fondamentale per provare ad arrivare lì, all'esperienza spirituale, è anche mantenere sempre questa ambiguità di fondo. Perché Antimo compie quel gesto? Forse c'è il trauma della madre, c'è una patologia, la mancanza di una comunità, la solitudine... I fattori sono tanti, ma non c'è una risposta. Nel tuo film c'è anche una grande fiducia nella parola, nel testo sacro, e nella nostra capacità di ascoltarlo e capirlo. Non so quanto sia un film religioso tout court, anche se certamente è un film sulla fede, sull'uomo, che si pone da


La questione riguarda anche il nostro approccio alla vita, oltre che al cinema. Viviamo in un mondo in cui dobbiamo risolvere ogni problema, curare ogni malattia, cancellare ogni contraddizione, appianare ogni asperità. Il mistero, il vuoto, il silenzio sono cose che la gente tende a rifiutare.

Vero. Semplicemente le si evita. Lo spirituale è anche un modo di vedere le cose. Anche molto prosaico. Il film non ha a che vedere solo con la fede. C'è anche la famiglia, la sessualità, c'è soprattutto quell'incontro spiazzante, con l'uomo che Antimo decide di “salvare”. E comunque si parla di fede per parlare di ciò che è propriamente umano. Il sacro sta in questo approccio. Il tuo cinema si caratterizza proprio per un certo modo di guardare le cose. Non è importante ciò che racconta, ma il tipo si sguardo che propone. Questo mi lusinga molto. Anche perché è proprio questo il cinema che mi piace e che mi interessa da spettatore. Nel suo saggio, Schrader dice che quella modalità di fare cinema si può applicare meglio a certe tematiche, ma parlare di fede non deve essere il presupposto unico, si può parlare di tutt'altro, ciò che conta è lo sguardo, la messinscena. “Regista cattolico” non te l'hanno ancora detto? Per fortuna no.

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sempre le stesse domande, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Ma c'è una forte dialettica di tipo religioso. La scena del battesimo ho voluto girarla con quel piano sequenza perché mi piaceva l'uso della parola e del rito decontestualizzato dal luogo sacro. Provare a percepire davvero ciò che si dice durante il rito del battesimo, in una modalità inconsueta. Sono parole molto importanti, anche per una persona non credente, sono destabilizzanti. Kiarostami, che scriveva anche poesie, diceva che se vogliamo considerare il cinema come arte, dobbiamo anche lasciare il giusto mistero, così come accade per la poesia. Lui non sopportava che si uscisse dalla sala dicendo:“non ho capito questa cosa”. Fa parte dell'arte, della poesia, imbattersi in qualcosa di autenticamente misterioso.


Faccio fatica ad assegnare un ruolo sociale all'arte. Non lo so quanto debba migliorarci. So però che chi ha un certo tipo di sensibilità, necessariamente sente il bisogno di accostarsi a una forma qualsiasi d'arte, e questo ci rende meno volgari, ci rende persone più pulite, ci dà una maggiore consapevolezza, quindi è una forma di emancipazione. Poi il cinema ci informa anche dell'altrui, e questo è un altro ruolo fondamentale. È importante vedere le cose da un altro punto di vista. Altrimenti rimaniamo confinati nel nostro paesino. Ci vai spesso al cinema? Cosa ti piace andare a vedere? Sono una persona che va al cinema anche a prescindere dal film, soprattutto se si tratta di opere prime e seconde. In questo senso, ammiro il lavoro che fa Nanni Moretti nella sua sala. Cambiando argomento, come vivi il rapporto tra il tuo lavoro artistico e la realtà, la violenza del mondo che viviamo ogni giorno? Quale f unzione assegni all'arte? Forse non è una cosa così sana, ma io vivo ciò che faccio – che non so se posso chiamare arte, lo chiamo “esigenza personale” - con un sano egoismo. Il cinema, e non solo quello, deve essere anche in funzione dello spettatore, io sono molto consapevole di questo. Sento forte l'esigenza di avere uno scambio con lo spettatore, una visione condivisa in sala, un confronto. Pur avendo questa coscienza, però, devo dire che il cinema soddisfa necessità che sono molto personali.

Yile Vianello, che nel film interpreta la sorella di Antimo, ha vinto, insieme ad altri cinque giovanissimi, il David Rivelazioni ItalianaItalian Rising Stars dell’Accademia del Cinema Italiano-David di Donatello.

Tu sei stato un “bimbo bello”, uno degli esordi selezionati da Nanni. Sì. E mi piace vedere gli esordi degli altri. Anche perché sono consapevole della difficoltà di realizzare un film in Italia. A Mannheim ho conosciuto Alain Parroni, che ha fatto una bella gavetta prima di arrivare a Venezia. Mi interessa andare a vedere e supportare gli altri registi, capire le dinamiche, cosa può funzionare oppure no. Qualche sera fa ho visto La Chimera di Alice Rohrwacher che mi è piaciuto molto. Non aspetterai altri dieci anni per realizzare il terzo film, vero? Quel progetto “grosso” è ancora vivo? Se ne può parlare” Eviterei, per scaramanzia. Ma è un progetto che riguarda ancora l'Emilia, anche se non solo l'Emilia. Che respira di nuovo le atmosfere di Pier Vittorio Tondelli. La provincia è ancora un tema. E poi c'è l'ambizione di raccontare un mondo antico. Sto cercando ancora una chiave rispetto alla nostra contemporaneità. La domanda che mi sto ponendo è: noi ci sentiamo in qualche modo collegati a quel mondo contadino, sentiamo che è stato importante per le persone che siamo oggi, io mi sento in continuità con la nonna mezzadra, che a 15 anni lavorava nei campi...


Nel tuo ultimo film c'è l'Emilia ma in realtà non c'è. A parte qualche inflessione nel parlato, è una provincia del mondo qualsiasi. Succedeva anche nel primo film. Fummo tutti molto sorpresi, ad esempio, dal fatto che andò molto bene a Catania. Tutti si riconoscevano in quel ragazzino e in quell'estate torrida. Il tuo gesto cinematografico, anche per il fatto di riallacciarsi a una nobile tradizione, ha qualcosa di antico, eppure il tuo approccio risulta paradossalmente moderno. Non è una nostalgia verso qualcosa che abbiamo perso. È un guardare quel mondo per vedere cose che altrimenti non riusciresti a vedere.

Sì è così. Riconosco questo sguardo antico e moderno insieme. Queste domande sul luogo e l'atemporalità me le sono poste prima di fare il film. Mi viene da pensare a Kaurismaki, e al modo in cui crea queste “bolle”, in cui non capisci in che tempo sei. In chiusura, ti facciamo la domanda che facciamo sempre: qual è la tua redness, ciò che ti dà la forza di alzarti la mattina? Ultimamente alcune basi della mia vita sono cambiate. Credo che la redness cambi nel corso della storia personale di ciascuno. Però penso che riguardi la sfera intima delle persone. Il cinema è un'esigenza, mi aiuta a vivere. Può essere a suo modo una redness. Ma quella vera, per quanto possa sembrare banale, è legata agli affetti, le persone care, la mia compagna Eleonora. Anche Oliva, una randagia, che è arrivata nella nostra vita mentre ero sul set. (f.t.)

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Marco Righi

Ma qual è il punto di contatto? Perché ho questa sensibilità? È una ricerca che si interroga su una contraddizione.


Massimo Cacciari all'edizione 2023 di "Più libri più liberi"

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INCONTRI

Massimo Cacciari La metafisica? Un sapere concreto. Il reale non si può ridurre a ciò che è calcolabile e manipolabile. Tra filosofia, mistica e poesia di Fabrizio Tassi

«C

he miracolo sono queste vite / che l'impensabile vogliono pensare, / che ciò che mai fu scritto pure leggono, / che ciò che è più confuso hanno nel pugno / e nelle tenebre trovano la vita». Massimo Cacciari ha scelto queste parole di Hugo von Hofmannsthal, tratte da Il folle e la morte, un "piccolo dramma" datato 1893, per aprire l'ultimo capitolo del suo Metafisica concreta, intitolato Realphilosophie. Un capitolo lungo una quarantina di pagine, che forse è una delle cose più alte e profonde, misteriose e lucide insieme, che il pensiero filosofico contemporaneo abbia prodotto negli ultimi decenni. Leggendolo, viene in mente ciò che proprio von Hofmannsthal scriveva nel suo Filosofia del metaforico: «Vorrei che avessimo un maggior numero di quelle parole che, affascinanti e tremende, paiono risuonare dal cuore delle cose, quelle che qua e là un uomo dimenticato ha scalfito sul coperchio di un sarcofago, su una pietra incisa o su un esile vaso». Lui che, scrivendo di Gabriele D'Annunzio, parlava della vita come di una coppa piena, che però perde il suo contenuto da un'incrinatura, lasciandoci «infinitamente assetati», «così nel possesso sentiamo la perdita, sentiamo nell'esperienza ciò che ogni volta ci sfugge» e ci aggiriamo come «ombre chiaroveggenti eppure cieche alla luce del giorno». Non è certo un caso che il libro di Massimo Cacciari, edito da Adelphi, sia dedicato, in esergo, «al claro del bosque», all'immagine-concetto con cui Maria Zambrano ha indicato l'indicibile che non possiamo fare a meno di dire, evocare, cercare in ogni momento, con gli strumenti che abbiamo. In un abbraccio tra filosofia, mistica e poesia, tra pensiero, visione (sogno?) e intuizione creativa. Eppure qui si parla di "metafisica concreta", della necessità di superare il pregiudizio anti-metafisico che ha finito per distorcere, e poi capovolgere, il significato vero di questa parola. Perché la metafisica è tutto fuorché astrazione speculativa o divagazione sull'oltre-mondo, qualsiasi esso sia. E ancora meno è la ricerca di un fondamento che dia alla realtà un ordine razionale definitivo e conclusivo, la cui logica totalizzante rischia di diventare oppressiva per l'individuo (ciò che ha sempre sostenuto, tra gli altri, anche un caro amico di Cacciari come Gianni Vattimo, che infatti citava volentieri Adorno secondo cui "la metafisica prepara Auschwitz"). La tesi la diciamo subito, visto che è il frutto di decenni di riflessione: in realtà ogni vera metafisica (anche quelle classiche di Platone o Aristotele) è un sistema aperto, che guarda a ciò che è al di là di ogni determinazione. Avere un pensiero metafisico significa «considerare l'essente nella sua integrità», è una filosofia del reale, perché la realtà stessa ha un carattere metafisico, rimanda a una provenienza non determinabile e a un fine inosservabile.

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Questo cosa comporta? Che non si può ridurre il reale a ciò che si può calcolare, determinare, manipolare, possedere. Ecco il punto critico. Su cui peraltro concordano, oltre ai più grandi filosofi di ogni tempo, anche i più importanti scienziati del Novecento. Metafisica concreta doveva essere il titolo dell'opera-summa di Pavel Florenskij, filosofo e matematico russo, sacerdote ortodosso, teologo ed esperto di mistica, che morì fucilato dal regime sovietico. Secondo Cacciari (e non solo) uno dei più importanti pensatori del Novecento. L'opera del filosofo italiano vuole ribadire il «Sì alla vita» di Florenskij, per cui «l'essere vivente è la manifestazione più evidente dell'idea», e quindi «altro che metafisica come creazione di un "mondo dietro il mondo"! Fedeltà al lógos, invece, che connette il singolo vivente, già in sé molteplice, al suo mondo e questo alla struttura del cosmo». Connessione, ecco un'altra parola fondamentale, che abbiamo finito per banalizzare, mentre scivolavamo verso l'iper-specializzazione dei saperi, destinati inevitabilmente a diventare "idioti" (parola che in greco richiama colui che pone i suoi interessi particolari al di sopra di tutto, che pensa alla sua vita come se fosse unica, isolata). Malattia questa da cui si può guarire solo esercitando un pensiero filosofico, metafisico, che adotti lo strumento dell'analogia, che provi ad approssimare le distinzioni. Per non parlare poi di quell'ottuso scientismo riduzionista che pensa di far coincidere l'uomo con i suoi meccanismi fisici-biologici. Come se la corrispondenza tra mente, coscienza e meccanismi neuronali fosse una dimostrazione di causalità. Brevi ma affascinanti le considerazioni dedicate all'intelligenza artificiale, alla macchina che è frutto di una determinazione, così come lo è la sua eventuale evoluzione, a differenza di ciò che accade per l'umano, fondato sul "sapere di non sapere", spinto a indagare l'ignoto proprio da questa ignoranza fondamentale, questa mancanza mai totalmente colmabile, che non può essere determinata (né in principio né alla fine). «Appare evidente quale sia l'intenzione, del tutto filosofica, sottesa alle teorie che identificano mente e cervello: solo su questa base sembra infatti concepibile perseguire l'obiettivo della realizzazione della macchina intelligente a nostra immagine Altro che metafisica come creazione e somiglianza. Più che fantasia esoterico-macompimento rovesciato del dogma di un "mondo dietro il mondo"! Fedeltà al lógos, gica, dell'Incarnazione!». invece, che connette il singolo vivente, Il poderoso volume, a tratti, mette a dura già in sé molteplice, al suo mondo e questo prova il lettore, perché non è sempre facile seguire il filo del ragionamento di Cacciari, alla struttura del cosmo i suoi continui e innumerevoli rimandi, anche sorprendenti, ad altri pensatori, filosofi e teorici, ad artisti e scienziati, a poeti e romanzieri, a testi sacri dell'Occidente cristiano ed ebraico o dell'Oriente vedico e buddhista. Ma si rimane avvinti sia dal percorso che dal processo, dal pensiero che pensa il pensiero, attraversando la storia della filosofia e della scienza, tappa dopo tappa, ritrovando alcuni concetti fondamentali che vengono illuminati di una luce nuova, per rintracciare il vero significato della metafisica, ma anche il senso del nostro stesso interrogarci e il ruolo fondamentale del dubbio. Forse non ha senso, in una rivista di cultura varia, scendere nel dettaglio dei passaggi cruciali di questo ragionamento, utilizzando il linguaggio specifico della riflessione filosofica. Importante, invece, perché riguarda anche la nostra vita quotidiana, è provare a capire come mai la filosofia sia stata sempre più relegata a un ambito strettamente accademico, finendo per ripiegarsi in una riflessione chiusa in sé stessa, a tratti quasi impressionistica.

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Massimo Cacciari

E come questo processo sia stato veicolato anche da un modo malinteso di interpretare la funzione della scienza, che nel frattempo, grazie alle sue stesse scoperte, aveva perso la propria ingenua pretesa di essere la risposta a tutte le domande e la soluzione di ogni problema. Generando un vuoto di pensiero che, inevitabilmente, ha lasciato campo aperto alla tecnica ed è stato riempito dai (dis)valori dell'efficienza, dell'utilità, del profitto a prescindere. La questione riguarda anche la politica, la sua capacità di andare oltre l'ethos osservabile, il coraggio di confliggere con la legge, pur osservandola. La politica deve guardare oltre il cammino già compiuto: «Il Politico "metafisico" sarà oltre l'éthos osservabile, che esige di essere osservato, e a un tempo con il destino che questo rappresenta». La legge è solo un confine, che va contraddetto, «ogni legge positiva è abbracciata dalla legge dell'anima». Come sottolinea giustamente Cacciari, echeggiando il "sonno della ragione che genera mostri", in realtà i mostri vengono generati anche quando si smette di sognare. Ecco perché trova spazio in queste pagine anche il sogno politico kantiano della Federazione mondiale, uno Stato di diritto e della pace, che non è una fantasticheria ingenua, ma un fine a cui «avvicinarsi sempre», «è non soltanto "pensabile", ma costituisce un nostro dovere».


Hugo von Hofmannsthal

La ricerca fondamentale, però, la domanda decisiva, diventa quella su ciò che noi siamo, nel nostro esserci: in cosa consiste quella dimensione che non è riducibile all'osservabile e al calcolabile? Cacciari va oltre "l'essere per la morte" di Heidegger, abbracciando "l'essere per l'Impossibile" di Dostoevskij. Lo scrittore russo ci arriva attraverso lo strumento della fede, il filosofo invece ci deve arrivare attraverso la logica e l'indagine razionale. Arrivando anche a concepire la possibilità che la morte non sia morte, perché pensare l'Impossibile come estremo del possibile, significa aprirsi alla possibilità che ogni Metafisica è l'analogia costruibile possibile sia. tra ciò che è fenomenicamente osservabile Per chi non è allenato all'esercizio del pensiero filosofico, questo potrebbe sembrare e precisamente calcolabile e ciò che dobbiamo un ragionamento astratto, invece è la cosa cercare di dire o in-dicare, poiché più concreta e decisiva che ci possa essere per la nostra vita e il nostro rapporto con la è semplicemente impossibile tacere realtà, con tutti i suoi risvolti, umani, etici, della propria vita politici, artistici, scientifici. Il salto «all'idea di Impossibile, costituisce il contenuto stesso della libertà, in sé, infatti, anch'essa indimostrabile». In un'ottica cristiana, si può dire che «ogni misura finita è compresa nell'Impossibile del Dono di pura grazia», quello che va al di là di ogni logica dello scambio, «l'infinita energia del perdono», l'idea dantesca dell'attingere da Dio «una impossibile misura di libertà», nella convinzione «che l'Amore divino vinca tutto, anche la stessa misura della propria giustizia, e dunque possa giungere a salvare tutti, e non solo il Poeta o coloro che ne ascolteranno la profezia». Ma la questione si pone anche per il non credente che «non può non pensare, a sua volta, l'ultimo del Dono, che nel senso di una tale incommensurabile misura: perdonare in verità è perdonare l'Imperdonabile». E qui ci ritroviamo ad altezze davvero vertiginose, quelle proprie al pensiero mistico, e a quel pensiero poetico e filosofico che dialoga con esso (ad esempio, appunto, Maria Zambrano).

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"Due uomini che contemplano la luna", un'opera del pittore tedesco David Caspar Friedrich, realizzata tra il 1825 e il 1830, conservata al Metropolitam Museum di New York (Met, OA)

Massimo Cacciari

Ma torniamo alle pagine finali di Metafisica concreta - che, lo ricordiamo, porta a compimento un percorso trentennale, cominciato con un altro testo pubblicato da Adelphi nel 1990, Dell'inizio (a proposito di libri importanti) - in cui si danno convegno alcuni dei grandi spiriti che Cacciari ha chiamato a raccolta nel percorso, divagante ma inesorabile, del suo ragionamento: ci sono Kant e Wittgenstein, Plotino, Pascal e Giordano Bruno; c'è il Leopardi dello Zibaldone, che esplicita l'idea della «materia che pensa», e l'ultrafilosofia, capace di conoscere «l'intiero e l'intimo delle cose»; ci sono Dante, Kafka e Shakespeare, spesso al centro delle sue riflessioni, Musil e Dostoevskij, così fondamentali in questo libro, ma anche lo Schönberg di Mosem und Aron, espressione potente del reale come «parola che manca» («la parola poetica ne è il simbolo», ma in certe esperienze musicali contemporanee lo si intuisce ancora meglio). In questo capitolo si evoca «il silenzio da cui tutto proviene», che è anche «il fine della parola», non per un qualche ascesso lirico, o per fare della "teologia negativa", ma per farci capire che ogni nostro atto e parola è inscritto in questa realtà, nella «singolarità irripetibile di ogni cosa», tanto che si pone la possibilità (ecco il Mistico!) di «percepire l'istante di una "incommensurabile chiarezza"», come ha scritto Musil. Veniamo da decenni in cui la metafisica, intesa come possibilità di cercare un fondamento ultimo, è stata quasi demonizzata. Come tutto ciò che guarda all'universale invece che al particolare, all'individuale. Come se farsi certe domande, o andare alla ricerca di un fondamento, fosse la premessa di una società che persegue una sorta di bene assoluto e che in nome di quell'ideale è disposta a eliminare l'errore, il difetto, il diverso. Semmai è vero il contrario, come dimostra anche la storia recente dell'uomo, gli ultimi sviluppi della tecnica, la frammentazione dei saperi che li rende ciechi e prepotenti, lo stato di spaesamento e isolamento in cui vivono individui e società.


La metafisica, dice Cacciari, non è, non può essere dogmatica, non vuole fondare l'ente come se fosse un mero derivato del fondamento. Metafisica è ciò che permette di ragionare sulla realtà delle cose fisiche, spingendoci a cercare l'arché, «e cioè quali princìpi diano il senso del loro operare» È ciò che consente di connettere i vari rami della conoscenza. Ed è, soprattutto, «l'analogia costruibile tra ciò che è fenomenicamente osservabile e precisamente calcolabile e ciò che dobbiamo cercare di dire o in-dicare poiché è semplicemente impossibile tacere della propria vita». Non si cerca una qualche via per andare "oltre l'essente", in un paradiso artificiale, per fuggire dal reale, ma si guarda «alla inesauribile ricchezza del suo essere-relazione». Tutto questo è troppo importante perché si guardi a un libro del genere come a una riflessione filosofica riservata agli "specialisti" (anche qui). La speranza è che la firma di Massimo Cacciari, personaggio noto anche al grande pubblico, invitato spesso a ragionare e dibattere sull'attualità (mai banale anche nelle sue manifestazioni di impazienza e fastidio, di fronte a ragionamenti ideologici, o meglio, privi di ogni logica filosofica, metafisica) - possa riportare questi temi, per quanto impegnativi, al centro del dibattito pubblico. Ne avremmo urgentemente bisogno. Intanto ecco le risposte del prof. Cacciari alle nostre domande, che ci aiutano a capire meglio alcuni temi cruciali del libro.

G

ià il titolo, in un certo senso, è un messaggio, un pensiero controcorrente. Per il lettore comune, anche quello che ha qualche lettura filosofica alle spalle, la metafisica è ciò che va oltre la fisica, nel senso di un altrove imponderabile, un po’ astratto, solo mentale, forse anche spirituale. Appartiene quasi allo stesso campo della riflessione teologica, o dell’immaginazione di altri piani della realtà.

Il titolo recupera in qualche modo il senso La religione imperante di scienza e tecnica originario del termine: meta-ta-physikà non sono cose "al di là" delle fisica (della Physis), ha fatto paradossalmente mostra di sé durante ma la spiegazione dei principi dell'essente la crisi covid. Che il cogito nasca dal dubito in quanto essente - e cioè il massimamente concreto. Si tratta di tentare di dire, di apdoveva essere assolutamente dimenticato. prossimarsi a una rappresentazione inteFilosofia e scienza nascono dalla lotta contro gra dell'essente. In base a principi filosofici e una tale rappresentazione non ogni dogmatismo. scientifici potrà riguardare né il soggetto né l'oggetto considerati in sé, ma solo la loro relazione. E questa relazione sarà necessariamente, per ragioni ricordate nel libro, sempre indeterminata o, meglio, conoscibile soltanto in base a un principio di indeterminazione. Qual è l’urgenza da cui nasce questa sua riflessione? Quali aspetti della realtà contemporanea l’hanno convinta che fosse necessario scrivere questo libro che, appunto, è anche molto concreto, nel senso che riguarda il modo in cui conosciamo, il rapporto tra scienza e filosofia, le domande fondamentali sulla coscienza? In un certo senso sembra proseguire anche la riflessione sul ruolo della politica che ha af frontato ne Il lavoro dello spirito.

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Viviamo in una sorta di relativismo obbligatorio, che invece di essere la constatazione di una realtà, il fatto che il mondo sia interpretabile all'infinito (Nietzsche), si è trasformato in un “tutti hanno ragione”, “l'alto è uguale al basso”, e quindi nulla ha più senso, conta solo provare ad essere felici nel chiuso delle proprie vite. La libertà di cui parla lei, più che un mero emanciparsi, sembra invece stare nell'intelligenza della connessione, tra le cose e le persone. Mi piace molto la sua definizione di "relativismo obbligatorio" per la cultura contemporanea. Tutto è relativo - ma tutto deve esserlo. Una religione del relativo, nel senso della scambiabilità di ogni "valore". Il relativismo scientifico che ha smantellato ogni concezione deterministico-meccanicistica della natura assume un significato opposto: esige, per così dire, il più serio, esatto "avvicinamento" alla verità (all'essenza dell'essente): un costante, inesauribile congetturare il vero. Su questa linea ho "convocato" nel mio libro filosofi moderni e contemporanei (Leibniz e Florenskij, per dirne due), scienziati come Heisenberg e Pauli, poeti come Leopardi, Musil, e soprattutto Dostoevskij.

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Massimo Cacciari

È vero - mi fa piacere che sia stato colto - vi è un legame profondo tra questo libro e il mio precedente saggio Il lavoro dello spirito. Il riconoscimento della potenza del lavoro scientifico deve comportare quello del suo potenziale ruolo politico. La sua è anche produttività sociale - e in questo senso è necessaria una politica che ponga la sua utilitas come bene comune. L'opposto di ciò che accade. Perché questa prospettiva si apra è necessaria una scienza co-sciente della prospettiva meta-fisica della sua indagine sulla natura.


L’emergenza sanitaria ci ha dimostrato gli ef fetti perversi di questa mancanza di riflessione profonda sul conoscere, il senso dell’esistere, le possibilità e i limiti della scienza. Si è parlato della scienza come una sorta di sapere dogmatico, garantito da un comitato di esperti, che però viene scelto dalla politica, che si ritrova a decidere dei diritti fondamentali dell’essere umano, dalla salute alla libertà. Lei è stato uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di esporsi pubblicamente, quando il dibattito era diventato impossibile, ai tempi del greenpass. Secondo questo "relativismo" si deve combattere la religione imperante di scienza e tecnica - che ha fatto paradossalmente mostra di sé durante la crisi covid. Non c'era un solo "scienziato" che propriamente dicesse le stesse cose, ma non importa: la Scienza andava venerata. Che il cogito nasca dal dubito e faccia col dubito tutt'uno doveva essere assolutamente dimenticato. Più cresceva l'incertezza e l'insicurezza, più questa religione doveva affermarsi. Filosofia e scienza nascono dalla lotta contro ogni dogmatismo e ogni "opinione" comune. Bisogna riprendere questo atteggiamento fondamentale. Un'altra questione epocale, secondo molti inquietante, è quella che riguarda l'intelligenza artificiale, di cui parla anche nel suo libro. Partendo dalla distinzione fondamentale tra naturale e artificiale, che va pensata in una logica metafisica, non scientista, quindi non determinista e riduzionista. Occorre sottoporre a critica filosofiLa poesia mostra che nessuna parola co-scientifica certe ideologie riguardanti le nuove, sensazionali innovazioni esuarisce in sé il proprio significato - e per prodotte dal "general intellect", prime dire questo "proprio" essa mostra come la tra tutte l'A.I. Filosofia e scienza debbono con precisione tracciare la differenparola stessa le manchi. È l'esperienza za tra artificiale e naturale. Il grande di un'assenza o di una "povertà", logico Goedel tentò di farlo nei confronti di Turing. che costituisce la sua ricchezza Oggi siamo a uno stadio infinitamente più avanzato - ma rimane la questione, che indico nel libro (e su cui intendo tornare): la A.I. ricorderà mai di dimenticare? L'esserci umano è per natura paradossale. E proprio la paradossalità è ciò che nella A.I si vorrebbe eliminare. L'esserci umano complica - la "macchina" semplifica (o altrimenti non serve). C’è anche una questione più profonda, che riguarda il senso del nostro stare al mondo e il rapporto con ciò che ci trascende, quel mistero che proviamo a vivere, più che risolverlo, attraverso l’arte, la poesia, la musica (tema particolarmente caro a noi di Redness). Lo scarto che percepiamo tra la concretezza della vita, le sue esigenze quotidiane, e l’aspirazione al cielo, se possiamo chiamarla così, all’infinito ignoto, la totalità perduta. Penso alle pagine, molto belle, che dedica, tra gli altri, a Dante, Dostoevskij, Pound.

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(foto Giorgia Zamboni)

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La poesia è molto presente nel mio libro poiché ritengo che nelle arti in generale si possano appunto ritrovare con la massima chiarezza i tratti di quel rapporto tra osservabile e inosservabile che è proprio anche dell'attuale scienza della natura. La poesia mostra che nessuna parola esaurisce in sé il proprio significato - e per dire questo "proprio" essa mostra come la parola stessa le manchi. È l'esperienza di un'assenza o di una "povertà", che costituisce la sua ricchezza! C’è anche qualcosa di mistico in questa tensione. Non nel senso che ha assunto oggi la parola, quasi sinonimo di misterioso o misterico, ma in quello di apertura alla possibilità infinita, o se vogliamo all'impossibile, a ciò che non è af ferrabile ma di cui si può fare esperienza, in qualche modo. Penso alla mistica come la intende Marco Vannini, visto che su Redness di questo mese si parla del libro che ha dedicato ad Agostino, “Sulla religione vera”, in cui provocatoriamente dice che la filosofia era tale solo nel mondo classico, quando era pratica di vita, “esercizio di morte”, come ascesi che porta a superare le piccolezze dell’ego, i condizionamenti interiori ed esteriori. In questo senso, secondo lui, la vera filosofia coincide con la religione vera (intesa come ricerca interiore, Dio come Spirito) e quindi con la mistica speculativa. Sì, in questo senso preciso si può parlare di Mistica. Si vedano nel libro le pagine su Musil. Il titolo viene da Florenskij - e così la sua idea di fondo: che il Logos si incarna per essere tale. Che l'Infinito non sarebbe tale se escludesse da sé il finito. Che l'Altro non sarebbe tale se non fosse anche altro dall'Altro, e dunque non si trovasse in lui la mia stessa particolare anima. Essente, to on in greco, è participio: l'essente partecipa alla vita degli altri e ognuno e tutti alla Vita del Tutto.

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Massimo Cacciari

Robert Musil


M E D I TA Z I O N I

La religione vera è filosofia La vera filosofia è mistica

MARCO VANNINI CI INVITA A RILEGGERE AGOSTINO: LA RICERCA SPIRITUALE È FONDATA SUL DISTACCO, UN'ASCESI (RAZIONALE) CHE CI PORTA OLTRE L'EGO

I

l relativismo è penetrato così profondamente nella società e nella cultura occidentale, oltre che nella coscienza di ognuno di noi, che l'espressione “religione vera” suona ormai quasi offensiva, figlia di una

concezione esclusivista, parziale, retrograda. In realtà si tratta di un equivoco semantico, di un'errata concezione di ciò che è (che dovrebbe essere) religione, per non parlare di ciò che andrebbe inteso come “esperienza spirituale”. Colpa delle religioni istituzionalizzate, storiche, che hanno imposto l'idolatria della rivelazione (ognuno ha la propria), il libro, il dogma, la professione di fede intesa come credenza. E in particolare, parlando di cristianesimo, colpa di chi ha rimosso il profondo legame che i primi pensatori cristiani avevano stabilito tra il messaggio di Cristo e la ricerca del Logos, di quell'Uno e quel Bene assoluto che la filosofia (vera, anche qui) ha sempre cercato, quando era sostanzialmente un'arte del vivere, fondata sul platonico “esercizio di morte”. Il pensiero di Marco Vannini si fa, anno dopo anno, sempre più affilato, diretto, sempre più esplicito nel bollare come superstizione ciò che intendiamo generalmente per religione, ma anche la generica spiritualità contemporanea fondata su tecniche di meditazione e saperi esoterici. La via maestra per chi persegue una ricerca spirituale autentica è quella del distacco, l'evangelica “morte a sé stessi” (abnegare semetipsum), l'ascesi filosofica che porta a liberarsi dalla dittatura dell'ego. Fondamentali, in questo percorso, sono l'umiltà - che ci aiuta a fare il vuoto di ogni contenuto, desiderio, presunzione – e la devozione, intesa non come appropriazione del divino, ma come “pensiero puro”, che porta a quella felicità duratura, non condizionata, che possiamo chiamare beatitudine.


La morte di Socrate, celebre quadro di Jacques-Louis David realizzato nel 1787 e conservato a New York (Met Museum OA)

Massimo esperto in Italia di Meister Eckhart, e di pensiero mistico in generale – inteso non come “misterico” o “esoterico”, ma come pura razionalità, che si muove verso l'Assoluto – Vannini continua la sua opera di divulgazione, con scritti che riescono a unire profondità e semplicità. Stavolta l'invito è quello di “rileggere Agostino”, in un libro edito da Lindau intitolato Sulla religione vera, che è quella del Cristo-Logos, della luce neoplatonica, «che niente ha a che fare con fatti storici o, meglio, mitologici, ma che si basa solo sull'esperienza interiore, valida in ogni tempo e in ogni luogo». Tanto che non mancano riferimenti al pensiero indiano (soprattutto alla Bhagavad Gita) e al buddhismo, oltre che alla storia del pensiero filosofico, prima che diventasse astrazione accademica. Ancora una volta Vannini torna a sottolineare una perdita drammatica, propria della nostra cultura (anche quella religiosa), la distinzione tra anima e spirito,

Alla ricerca dello spirito, il Cristo-Logos, la luce neoplatonica, oltre la superstizione dogmatica e il "feticismo della Scrittura" con tutto ciò che ne consegue, soprattutto quando si identifica l'anima alla psiche, che in realtà è condizionata, strettamente legata al corpo e alle circostanze esteriori, a differenza dello spirito che è intelligenza libera e amore “senza perché” (intelligenza e amore sono due occhi dell'anima che fanno lo “sguardo semplice” di cui parlava Margherita Porete). «Contro il culto feticistico della Scrittura», che rischia di diventare idolatria, Vannini cita Sebastian Franck, secondo cui la verità non sta nella parola, ma nella «presenza stessa di Dio nell'uomo» («la parola di Dio è vento e spirito, il cui soffio si sente nel fondo dell'anima distaccata e quieta»). Ma anche Henri Le Saux-Abhishiktananda, il monaco benedettino che univa pensiero cristiano e vedico indiano, e scriveva che «l'opera principale dell'uomo è entrare nell'interiorità, per incontrarvi sé stesso».

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La consacrazione di Sant'Agostino in un'opera fiamminga datata 1490 (Met Museum, OA)

L'ego sum pronunciato da Gesù («Prima che Abramo fosse, io sono») è l'esperienza del proprio essere – che tutti possiamo fare - «come essere eterno, Dio in Dio. L'esperienza di chi non ha più un'egoità particolare, ma è completamente distaccato, dunque morto a sé stesso, e il cui spirito non è più il suo spirito (l'ātman individuale), bensì lo spirito di Dio (l'ātman universale), al di sopra di ogni individualità e dualità». Bisognerebbe far leggere a tutti gli studenti e appassionati di filosofia, vecchi e nuovi, le pagine di Vannini dedicate al mondo classico, quando la filosofia era «l'ascesi della vita e insieme del pensiero», da Pitagora, che cercava la salvezza dell'anima, a Empedocle, da Talete e Eraclito, per non parlare di Socrate e Platone, che anticipò la concezione mistica cristiana della “morte dell'anima”, parlando del filosofare come un «esercitarsi a morire, ossia distacco pratico da tutti i legami di questo mondo e, insieme, teorico da tutti i legami concettuali, i dogmatismi, che tengono avvinta l'anima e le impediscono di muoversi verso la “pianura della verità”, verso la pura bellezza, che è il bene in sé». Illuminanti le pagine che ci hanno lasciato gli stoici,

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una riflessione che si presente come «un'arte del vivere, distaccati dal volgo e dalle sue chiacchiere, indifferenti a ciò che non dipende dal nostro libero volere. Con l'animo rivolto al Tutto, ogni istante acquista valore infinito e ogni giorno diventa così un giorno di gioia, un giorno di festa». Ecco dove sta la vera conversione, che non è il passaggio da un credo a un altro, ma un rivolgimento interiore, la scelta di vivere una vita autentica, davvero libera. La filosofia antica ha conosciuto varie forme di “esercizi spirituali”, volti alla «soppressione della volontà personale, dipendente dalle passioni, e il conseguente conformarsi alla volontà di Dio», il cosiddetto amor fati, fondato sull'esercizio puro della ragione, oltre che su una consapevolezza e un'etica rigorose. Sta qui la coincidenza tra filosofia (vera) e religione (vera) di cui parla Vannini, riferendosi ad Agostino e alla letteratura mistica. «Questo mondo come un paradiso – sol che lo si voglia riconoscere, annullando la volontà propria – diranno i mistici cristiani, nel loro linguaggio, per esprimere il sentimento di gioia indicibile, di estasi cosmica, che il filosofo antico raggiungeva nella via del distacco».


La via del distacco per eccellenza era quella esplicitata dal neoplatonismo, soprattutto nel pensiero di Plotino, col suo áphele pánta, distaccati da tutto, unico modo per raggiungere l'Uno, per “diventare Dio” (non si può “conoscere Dio”, ma “essere la cosa stessa”), non come slancio irrazionale, ma come atto sovrarazionale, che si estrinseca nell'ékstasis. Attenzione, però, l'uomo non può raggiungere questo traguardo da solo, serve anche ciò che i cristiani chiameranno Grazia: «l'anima ama il bene perché, fin dai primordi, Egli l'ha spinto ad amarlo», con «dolcezza, benevolenza e delicatezza». Vannini sottolinea la distinzione tra religione mitica e mistica. Da una parte c'è un racconto mitologico

che non può sopravvivere all'indagine della critica storica: le costruzioni narrative bibliche, che sono storie fondate sull'utilitarismo e l'appropriazione, il cui risultato inevitabile è la violenza, l'intolleranza religiosa. Dall'altra c'è il pensiero del primo cristianesimo (di uno dei cristianesimi possibili) che si collegava alla filosofia greca - l'immortalità dell'anima arriva da lì, - il vangelo di Giovanni che presenta la divinità dell'uomo Gesù e l'idea di Dio come spirito, l'atteggiamento del monaco che esercita l'attenzione e il “ricordo di Dio”.

Già la filosofia antica insegnava a "morire a sé stessi", come dice anche il Vangelo e come sostengono i testi sacri indiani

Marco Vannini

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In alto, una pagina della Bhagavd Gita, in sanscritto, del XIX secolo, con un'illustrazione dedicata a Krishna e Arjuna, protagonisti del testo sacro che sta al centro del Mahabharata. In basso Sant'Agostino in un'illustrazione di Jacques Callot del 1636 (Met Museum, OA)

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La conversione di Agostino nasce dalla lettura dei testi neoplatonici, che gli consentivano di andare oltre un cristianesimo ingenuo, fatto di credenze che non resistevano all'indagine della ragione, scoprendo l'importanza dell'uomo interiore. Fu così che andò oltre la religione intesa come superstizione: «Dio è la verità – Deus veritas – e la verità è la luce che risplende in fondo all'anima: perciò la salvezza è effettuata da quella conversione che conduce allo spirito, a essere Logos nel Logos». Il cristianesimo, rispetto al neoplatonismo, offriva in più quell'elemento di devozione che consentiva di unire l'elemento interiore, autenticamente spirituale, lo slancio verso l'Assoluto, con quello mitico, fondato sulla rappresentazione, che solo apparentemente e superficialmente si fonda su un dualismo (tra creatura e creatore). La mistica non parla di unione – il che presupporrebbe un dualismo insuperabile – ma di Uno, da Plotino ad Eckhart, fino a Giovanni della Croce, di cui Vannini sottolinea l'eredità neoplatonica e l'insistenza sul tema del distacco. Un distacco che parte dai sensi e dalle facoltà dell'anima, attraversando le celeberrime “notti”, sprofondando nell'oscurità più totale, facendo il vuoto in sé stessi.


A fianco, Henri Le Saux-Abhishiktananda, un monaco benedettino, un mistico, che ha trascorso gran parte della sua vita in India, portando avanti una ricerca interiore fondata sulla meditazione e l'eremitaggio, facendo dialogare la sapienza indiana e il cristianesimo più autentico. In basso, una scultura dedicata a san Giovanni della Croce, con le parole di Charles de Foucauld: «Tutta la nostra vita è una preghiera, una contemplazione amorosa e adorante che nulla deve interrompere»

Solo laggiù si può incontrare Dio, o meglio lo si diventare, «giacché Dio è spirito e parla solo allo spirito, senza immagini, senza rappresentazioni, senza teologie, senza mediazione alcuna». Serve la più assoluta semplicità. Dopo di che si entra nell'ineffabile. Per arrivarci, servono intelligenza e amore, che in realtà sono la stessa cosa: «Il pensiero è distacco in quanto scioglie ogni particolare, vedendone la determinatezza; l'amore è distacco in quanto riconosce la natura appropriativa, egoistica e meschina di ogni legame». Ci si perde nella notte dell'anima per ritrovarsi nella luce eterna, in cui «tutto è natura e tutto è grazia; tutto è dell'uomo e tutto è di Dio: dipende solo da cosa vogliamo sottolineare». Veniamo presi da una vertigine di fronte a queste altezze, questa profondità, alla possibilità di guardare le cose con gli occhi di Dio, senza bisogno di chissà quale “rivelazione”, «perché è il quotidiano, il qui e l'ora, queste cose presenti di fronte a noi, a costituire il divino, che si mostra al nostro sguardo, ovvero al nostro amore, e ciò avviene del tutto senza sforzo, appena ti distacchi da te stesso, ovvero dalla volontà propria». Arrivati qui, poco importa come chiami il divino, quel distacco, quella beatitudine, qui e ora, non in qualche promessa vita futura. Un approdo che va al di là delle differenze religiose, culturali, teologiche, terminologiche. Leggendo Vannini – e i suoi innumerevoli riferimenti – ci si trova di fronte a una concezione del cammino spirituale non dogmatica, moderna e antichissima, universale e molto concreta, che guarda alla realizzazione più grande, l'unica vera, autentica, liberatoria, che ci porta oltre l'ego, verso lo spirito, il Sé.

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TERRE DI CONFINE

La Milano vera di Bruno Brancher La Ligera, la galera, la letteratura RICORDO D'AUTORE DI UN UOMO FUORI DAI CANONI CHE VISSE TANTE VITE, RUBÒ PER SBAGLIO LA BICICLETTA DI COPPI E SCRISSE LIBRI MOLTO AMATI di Luis Balocchi

Uno scrittore che racconta uno scrittore. Un poeta anarchico, amico dei semplici e dei "disgraziati", che racconta un uomo d'altri tempi, un "irregolare", che ha vissuto la Milano delle case di ringhiera, tra il bar e la strada, la Ligera e la galera, diventato poi un personaggio, grazie a Dario Fo e Franca Rame, e grazie ai suoi libri, da Disamori a Il potente a pezzi. Luis Balocchi lo avete già incontrato su Redness nel febbraio 2023. Bruno Brancher, invece, lo potete incontrare ora, attraverso le parole ispirate di chi l'ha conosciuto.

O

gni giorno, di pirlate, in genere, ce ne vengono fuori occhio e croce una valanga. È la vitaccia che ci tocca. Ma se dico che, per me, il Bruno Brancher è mai morto, ecco che mi assumo in pieno il diritto alla cazzata e quello di aver, nel contempo, sacrosanta ragione. Io, col Brancher, il Bruno, ci parlo ancora, ci parlo eccome. Più che altro, mi vien facile in verso la sera, quando ogni cosa si sfarina e ti ritrovi lì, a rugar nella pignatta dei ricordi, le invisibili presenze. Giusto allora, a volte, me lo ritrovo lì, dalle parti della vita dove albergano i fantasmi. Che son tanti per davvero. Nel parlarci o, al contrario, lasciarli a marcire; tutta qui la differenza. È allora bene dire che, a onor del vero, ci son fantasmi allegri e fantasmi che è meglio girarci bene alla larga.


Il Bruno Brancher è tra quelli che, di vita vera, ne ha fatta tanta per davvero. A chi l'ha conosciuto, frequentato, continua a raccontarla. Ecco perché è un mai morto. Lui stesso, un giorno griso di quelli che dipingono ad arte gli inverni milanesi, me l'ha voluto precisare. Eravamo lì, alla bell'e meglio stravaccati nel vecchio bar della Statale di via Festa del perdono, dove, allora, tutti si poteva liberamente entrare e, dalla mattina alla sera, farne allegro bivacco. In quel mentre, giusto quello facevamo. Stavamo lì, a bere, a raccontarci un po' di storie. A un certo punto, lui, col suo occhio balogio contornato da due occhiali spessi un dito, mi fissa, ghigna, poi, con nonchalance, mi butta lì: «Mi moeuri no, car nan!» (Io non muoio, caro ragazzo). Il che, a ben pensarci, va in pari a quel «mi parli no!» resistenziale che, lo Strehler e il Dario Fo in buona coppia, pochi anni prima mettevano in bocca al loro milanesone di periferia, quello stesso, per colpa dei fascisti finito in cella a San Vittore. Era la canzone del «Ma mì... ma mì... quaranta dì, quaranta nòtt...», cantata dalla Milva, dalla Vanoni, dallo Svampa, Per me, il Bruno Brancher è mai morto. Io, col da Jannacci e molti altri. Brancher, il Bruno, ci parlo ancora, ci parlo eccome. Non dal Bruno, per via della balbuzie che mai gli dava tregua, di A chi l'ha conosciuto, continua a raccontarla quel suo taccà lit con la lingua, di cui sempre ha avuto gran cruccio. Ecco sì, diciamo pure così: il Bruno non cantava. Mai avrebbe potuto farlo. Lui viveva! Viveva quel che gli altri spesso si prendevano la briga di cantare. Giusto dire che quel “mì moeuri no!” gli era sortito dalla bocca quasi fosse un'infantile bestemmia, una sorta di tenace sberleffo contro la vita di chi si sa figliato dalla disgrazia. Negli anni della guerra, quella che a Milano, per intendere l'ambiente, ha del tutto distrutto o mandato irrimediabilmente in malora il sessanta per cento dei muri abitati, fatto sfollare migliaia di famiglie, il Bruno Brancher diceva fosse nato nelle famose Cinque vie.

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Due immagini della Milano anni '60-'70, viste in una mostra ospitata qualche anno fa a Palazzo Morando: "Milano e la mala"

Vero in parte. E c'è un perché. Il Bruno era sì nato tra quelle strade. Esattamente in una cà de ringhera di via Bocchetto. Lo aveva fatto molto prima, però, di quel che in giro andava a dire. Era del '31. Venutolo a sapere, gliel'ho fatto notare. Lui mi ha risposto che così diceva per due ben sacrosante ragioni: la prima perché, essendo robusto e bassotto, ergo non facendo a prima vista dar fuori di testa le donne, doveva per forza di cose scortarsi gli anni, così da non sembrare, oltre che malfatto (così si sentiva), pure vecchio; la seconda, questa degna della ganga scapigliata di un Prada, di un Tarchetti, a motivo del fatto che, come lui stesso diceva, «mì, in guerra, sont semper staa!» (io son sempre stato in guerra). Come dargli torto. A due passi dal Duomo, un tiro di schioppo dal Cordusio, tra i più antichi rioni milanesi, nel garbuglio di stradine attorno a via Santa Marta, a tutte note come le Cinque vie, si concentrava quella stessa gente meneghina minuta e traffichina, pochi anni addietro dolorosamente cantata dal Delio Tessa, messa in maschera da un Cletto Arrighi. Era la Milano della Ligera, la povera malavita che campava di espedienti e che, regolarmente, finiva in gabbia a San Vittor. Con, riguardo le Cinque Vie, una riconosciuta particolarità. Nei pressi di via Santa Marta, dai tempi che nessuno più ricordava, era attivo un rinomato bordello, tra i più frequentati di tutta Milano. Cui nel tempo avevano fatto corona altri, e altri ancora. Attorno ai casòtt, ci si era via via industriati ad aprir osterie e bordelli minori, gli uni accanto agli altri. Così che le Cinque Vie fossero da tutti i milanesi conosciute come il rione della bisboccia. Giusto lì, in un inverno, da padre ignoto e madre prostituta, aprì gli occhi il Bruno Brancher.

Era la Milano della Ligera, la povera malavita che campava di espedienti e che, regolarmente, finiva in gabbia a San Vittore Allora, inizi anni ottanta, io ragazzotto perdaball, lui con venti tacche di galera tatuate sul braccio di Rebibbia, a San Vittor e altre gabbie, non di rado ci si beccava alla libreria Calusca di Porta Ticinese o, come diceva lui, Porta Cicca. Tra quelle vecchie mura, con quella sua voce da grossista del catarro, mi contava della vita. Da piccoletto, sbattuto con la madre in un rione di periferia, più che la scuola diceva di amare gli orti. Lì, brancava su quel che natura dispone ai bisognosi. Non bastava. Gli inverni milanesi, allora davvero micidiali per chi poco aveva in berta, non davano consigli da buon cittadino. Ci si rangiava. Ne facevano le spese le panchine dei parchetti, le varie insegn fatte di buon legno; legno che andava a finire nella stufa di ghisa di casa; la sola che poteva salvarti dal garboeus o, peggio, da un brutto male che flippava i polmoni.

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Giusto in quegli anni, son cominciati i primi furtarelli d'occasione; più che altro roba da mangiare giù ai mercati, tricicli, biciclette. Da lì le prime rogne con la pula, qualche mese al Beccaria. Dentro in gabbia, mi diceva gli fosse insorta la passione di far, come mestiere, il ballerino. Un qualcosa affatto da scartare. Allora, Milano, era piena zeppa di balere. Ma no... lui puntava in alto. Il bislacco ghiribizzo lo voleva ballerino di scena. Puntava alla Scala. Provato ci ha provato. Gli è andata male. La colpa la dava alle sue gambette corte, quelle cotiche sui fianchi che, al volteggio, danno impaccio. Così, per puro caso, quando dalle parti del Vigorelli, un giorno luma quella bici lusenta a completa portata di mano, decide lì per lì di farsi corridore. Non vuole rubarla, o meglio, non è quel che, a prima vista, gli frulla in mente. La prende e, veloce di saetta, fa il giro di tutta Milano. Poi, la sera, se la mena dritta a casa. L'indomani, nel cortile dove sta, non ci sono i soliti due gendarmi che ben conosce. C’è tutta la questura milanese! Per il furto di una bici? Sì. È quella del Fausto Coppi! Sto fatto, assurto a leggenda negli ambienti della Ligera scapigliata, per la prima volta lo sbatte in cronaca. Con tanto di foto. Uscito di galera, prova a fare il manovale dalle parti del Giambellino. C'è qualcosa che non quadra nella paga che gli danno. Manda tutti a quel paese, prende un treno, va su in Belgio. Lì, lo ospita un amico milanese che fa il minatore. Lo fa anche lui. Fino a quando non si becca un gran malanno. È allora che torna a Milano. Prima cosa, ci son i vecchi amici da andare a salutare. Gli offrono un lavoro, che accetta volentieri. Così, si mette a scorticare il piombo, il rame, dai treni degli scali milanesi; a sgraffignar quintali di carbone a Porta Romana, nelle altre stazioni milanesi. Roba che rivende. Fa su quei pòch danee che gli bastano alle ciucche, ai tosann, alla balera. Ogni tanto, di notte, con l'eterna bicicletta, fa un giretto dalle parti di via Torino, pieno centro. Ha la fissa delle scarpe, quelle belle. Come già il famoso Luciano Lutring, ma con molta meno fortuna, prende d'occhio le vetrine. Qualcuna va giù. Le scarpe, prezzo scontato, le smercia sotto banco alla gente del suo rione. Mai una rapina? Mai! Anche lì, diceva, lo impediva il suo essere malnato. Tartagliando di brutto, le sue tronche milanesi gli si allungavano all’infinito, di fatto impedendogli il comando perentorio. «L’è per quest - giurava - che ho mai fatto una rapina… ché quando parlavo... ostia... rideven tucc (ridevano tutti)!».

Il carcere di San Vittore visto dall'alto

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Come al solito, da consumato saltimbanco, la buttava in vacca. C'era di più. Lui appieno incarnava l'etica della Ligera, il cui punto d’onore era quello di non usare armi, bensì sfangarsela con bislacca destrezza; la mala insomma descritta dal Paolo Valera, quella del Luisin Carcano tassista, dei trani, della teppa, de l’Isola e l’Arèna. Ecco, la quadra. Ma la vita, quella è. Per accumulo di furti e furtarelli, ecco il nostro impegnarsi in un autentico giro dell'oca delle patrie galere. Lì, erano gli anni settanta, qualcuno gli parla così come a lui, figlio di povera gente, piace sentire. Lì nasce, come lui stesso si autodefinisce, l'attaccabrighe sociale; quello che, in combutta con le disgrazie del destino, ci mette la sempiterna ingiustizia, lo starsene di sotto, ai margini, fuori dal cancello del bengodi. Forte di questa sua nuova convinzione, testardo com'è, il Bruno Brancher non fa sconti a nessuno. In galera, se la fa con certi detenuti politici, alza la voce, taccagna di brutto, si dà alla rivolta. In certi ambienti fuori dal carcere, il suo nome comincia a girare non poco. Non a caso, ad accorgersi di lui, è la Franca Rame che, del curioso personaggio, insieme al Fo mette nero su bianco una pièce teatrale. Lo incontra, si prende a cuore le gesta da bandito ribelle e... grafomane incallito. Già. Perché, nel frattempo, al Brancher è scattata la molla dello scrittore. Scrive a casaccio, scrive quel che gli salta per la testa, scrive poesie, piccoli racconti. Li scrive bene. Così, scontata la pena, tornato a Milan, quello si mette in testa di fare. Il lavoro di Franca Rame ha successo. Ne parlano in molti, ne parlano i giornali. Alcuni lo intervistano. È così che, nel '77, esce Disamori, una sorta di rocambolesca biografia, scritta con humour baraccone e nervi a fior di pelle. Gliela pubblica Primo Moroni, anima e corpo della libreria Calusca, in quegli anni un dio in terra tra gli alternativi milanesi. Primo Moroni è uno che conta. Con il Brancher è generoso, si spende bene. Disamori ha successo. Ha ottime recensioni. Lo leggono il Nanni Balestrini, l'Umberto Eco. Lo fanno con grande piacere. Disamori vende, vende eccome. Tutto ciò procura al Bruno i danee sufficienti per trovarsi una casa che non faccia schifo, mangiar due volte al giorno, seguitare a scrivere. In breve tempo pubblicherà altri due lavori: Il potente a pezzi e Mèmore. Per qualche annetto, negli ambienti della Milano che sempre vince, dell'ex galeotto, di quel de la Ligera, cui la letteratura ha cambiato la vita, van davvero tutti matti.

Dario Fo e Franca Rame furono i primi ad accorgersi di lui nella "Milano che contava"

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Lo si invita, lo si corteggia. Di lui, micione spelacchiato, si è innamorata quella Milano versipelle, annoiata, che imperversa nelle mode e nei pensieri. Come già la Marchesa Paola Cangiasa (Carlo Porta docet) verso la sua bislacca cagnolina, molte Sciure nutrono un sincero Per qualche annetto, negli ambienti della Milano affetto nei confronti del Bruno che sempre vince, dell'ex galeotto, cui la letteratura Brancher. Lui le lascia fare. Orfano di tutto, ha bisogno di carezze; aveva cambiato la vita, andavano davvero tutti matti anche quando le si usa con la stessa disinvoltura con cui, nella Wunderkammer delle sofisticatezze meneghine, si maneggia merce di bizzarra provenienza. Un pezzo di raro antiquariato. Perché questo, il Bruno Brancher, è infine diventato. La Milano di quegli anni non è più el sò Milan. La vecchia sua Ligera è via scomparsa, la gente di una volta si è dissolta, dai rioni popolari, di fatto deportata in mille infami periferie; quelle stesse strade, le Cinque vie, il Ticinese, i navigli e Porta Cicca, ingoiate e stritolate dal nulla in passerella. È per questo che, a incontrarlo quel giorno smorto alla Statale, m’è venuta un po’ di rabbia. «Bruno, vacca bestia, ma perché non ti metti a scrivere in milanese?», gli ho buttato lì per lì. E lui: «Sì. Ho scritto delle cose in milanese...». «E perché non le pubblichi?» «Perché la mia storia l’è finida!». Sì. La sua storia. Che neanche per un pelo poteva discostarsi da quell'altra, più profonda, antica, corale: la storia di una Milano che non c'era più. Questa perdita, il Bruno l’aveva addosso. Poco dopo, anche la sua memoria ha cominciato a fà cilecca. Incontrandolo, diceva che si dimenticava delle cose, degli amici, dei nomi, dei luoghi. Non scherzava. Al pari di un mondo scomparso, anche la sua mente, ficcata come un coltello nella cassoeula dell'umana miseria, se ne stava pian piano andando. Poi, l'ho visto più. Un giorno, mi han detto che era morto per davvero, ricoverato in una clinica per smemorati gravi e derelitti dalle parti di Vercelli. Alzheimer, pare. Lì per lì, l'ho presa male. Poi ho capito.

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EVENTI

U

n ragazzo alle prese con il dolore più grande, la perdita della persona che ama di più, nel mezzo di una guerra. Una vita da ricominciare, in un luogo che sembra fuori dal mondo, circondato da una foresta, dove si erge una torre misteriosa, apparentemente inaccessibile. Un airone che osserva il ragazzo, che plana intorno a lui, e ci permette di guardarlo da un'altra prospettiva, attraverso uno sguardo “altro” (che consentirà anche a lui di vedersi in un modo nuovo, diverso). Puro Miyazaki. Con quel disegno inconfondibile, che è limpida poesia, preciso nel dettaglio, quasi iperrealista, e sfumato, acquerellato, nei piani lunghi e negli elementi della natura. Con i colori decisi, i visi espressivi, le forme mutanti. Con quel suo modo di stare dentro la realtà immaginata, prendendosi i suoi tempi, liquidando i climax in pochi gesti e parole, ma dando importanza a ciò che sta di lato, accanto, dietro, usando il "vuoto" con maestria. Quella gentilezza e grazia solo sua, che si manifesta anche nei risvolti più cupi, la capacità di inventarsi personaggi di spaven-

tosa bellezza, inquietanti e teneri insieme. La prima parte de Il ragazzo e l'airone (distribuito in Italia da LuckyRed) è forse uno dei punti più alti mai raggiunti dal grande maestro giapponese, che pure nella

sua filmografia ha quasi solo capolavori, da Laputa a Totoro, dalla Principessa Mononoke all'inarrivabile La città incantata (tra i migliori della storia del cinema tout court, non solo dell'animazione), da Porco rosso a Ponyo.

L'ultima magia di mastro Miyazaki Creare mondi per capire il mondo "IL RAGAZZO E L'AIRONE" È L'ENNESIMO CAPOLAVORO DI UN ANIMATORE INIMITABILE, CHE CI CONSEGNA LA SUA EREDITÀ MESE 2022

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La sua capacità di stare ad altezza bambino (ragazzo), la semplicità trasparente, con una profondità, nei temi e nei modi, che parla anche (soprattutto, in questo caso) alla complessità degli adulti. Ogni gesto, ogni suono, costruisce l'attesa, tratteggia ambienti e caratteri, svela emozioni nascoste, stimola l'intuizione di qualcosa che ci supera. Poi, nella seconda parte, si scatena la fantasia, in modo quasi frenetico, e nel film si riversa l'immaginario dell'universo Ghibli, dentro una storia che è il consueto percorso di iniziazione, con le sue prove da superare, reali e simboliche, dentro un mondo di esperienze immaginifiche che potrebbero essere anche solo interiori, visto che il “mondo di sotto” è anche un'espressione metaforica dell'inconscio. Ogni film di Miyazaki è un evento. E lo è ancora di più se si pensa che ha appena compiuto 83 anni, e che questo è il suo ennesimo "ultimo film". Siamo felici che non si

I Warawara, un'altra invenzione nel tipico stile Ghibli

sia fermato a Si alza il vento (forse troppo personale per riuscire ad essere davvero universale), come aveva annunciato, visto che aveva ancora tanto da dare.

«E

voi come vivete?» . La domanda è questa. Il senso, il significato interiore, di un film pieno di cose, che ti travolge coi suoi corpi mutanti, animali mezzi uomini e parrocchetti affamati; con la ragazza che spri-

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giona fiamme, il prozio demiurgo semi-divino e le memorabili sette nonne (invece dei sette nani); con quegli esserini morbidi che volano via, anime pronte a incarnarsi, inseguite da pellicani famelici intrappolati nell'al di là; con soglie ovunque, che portano ad altri mondi, la guerra quella vera in forma di inferno di fuoco, ma anche la battaglia per la sopravvivenza in una dimensione magica in cui si confondono vivi e morti, realtà e immaginazione.


OFFICAECTO ET OCCUM RE VELECESSUNT IS MAGNIM SOLORRUM VERI ACEATE NON I personaggi più strambi e irresistibili? Le sette nonne, con le loro facce di gomma

Tutto gira intorno a quella domanda: «E voi come vivete?» (interrogativo aperto anche al futuro, al "come vivrete"). Quel Kimitachi wa Do Ikiruka che nella prima versione del titolo internazionale era diventato un How do you live? Il titolo di un romanzo di Genzaburo Yoshino, che guarda casa il regista giapponese ricevette in regalo dalla madre, quando era ragazzo. Una domanda che ha un significato etico ed esistenziale: suona come un passaggio di testimone, il messaggio della vecchia generazione a quella nuova, un appello alla consapevolezza, alla necessità di riflettere sul nostro posto nel mondo; ma anche come un ragionamento a ritroso, la riflessione di un uomo in là con gli anni che si chiede come ha vissuto, se è stato all'altezza delle premesse, i talenti, le aspettative (sue e di chi lo ama), se è riuscito a dare agli altri qualcosa di importante e duraturo. È lo stesso Miyazaki a spiegarci che il film ha anche un carattere autobiografico. Esperienze vissute

da ragazzo. Elementi biografici in cui ci siamo già imbattuti in altri film. Il padre ingegnere aeronautico, come il papà di Mahito, giovane protagonista della storia. Il dolore per la madre alle prese con una brutta malattia, che la costrinse spesso in ospedale. La guerra, come ricordo lontano ma sempre presente, oltre che come tremenda attualità.

IL TITOLO, IN ORIGINE, AVREBBE DOVUTO ESSERE UNA DOMANDA ESISTENZIALE: "E VOI COME VIVETE?" Parliamo di un film dedicato esplicitamente al nipote, una sorta di passaggio generazionale, tema presente in modo esplicito all'interno della trama. Un messaggio che lascia a lui e a tutti noi, vestendo i panni di un “grande vecchio” che usa l'arte, la conoscenza, l'invenzione, per creare mondi, per im-

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maginare un universo alternativo, un'altra realtà, forse più giusta, più bella, meno dolorosa, ma pur sempre fondata su un equilibrio sottile, che può essere infranto da un gesto violento, un atteggiamento superficiale, un'inutile volontà di potenza. Sappiamo dell'ossessione di Miyazaki per la perfezione, del suo lavoro meticoloso, con i suoi risvolti umanamente discutibili, a cui allude il film. Ma Miyazaki è anche il ragazzo protagonista, che va alla scoperta del mondo, è quel viaggio nel regno della fantasia, alla ricerca di un senso, in cui si è cimentato in ogni suo film.

«U

n ragazzo di nome Mahito, desideroso di ritrovare sua madre, si avventura in un mondo abitato dai vivi e dai morti. In quel luogo la morte giunge al termine, e la vita trova un nuovo inizio. La guida di Mahito è mezzo airone e mezzo uomo e mescola abilmente verità e menzogna» .


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La trama viene raccontata così nel pressbook (le note che la casa di produzione scrive per presentare il film alla stampa). Ed evoca temi grandi e importanti, rimanendo ad altezza bambino, un ragazzino di dodici anni. La morte, soprattutto. Il dolore che porta con sé, la fatica che facciamo ad accettarla. Ma anche le bugie che ci raccontiamo per vivere meglio, per non pensare a

PARROCCHETTI FAMELICI, ANIMALI MUTANTI, MORBIDI ESSERINI BIANCHI SOSPESI TRA LA VITA E LA MORTE quel dolore, per provare a costruire una vita immaginaria che ci metta al riparo da ciò che non vogliamo

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affrontare. E poi il potere dell'amicizia e dell'amore, che ci portano oltre noi stessi, che ci fanno capire perché la vita vale sempre la pena di essere vissuta. Mahito «odora di morte», come dice uno dei personaggi che incontra nel regno dell'altrove. Porta con sé una ferita che non può scomparire. E però ha un coraggio ammirevole, un'ostinazione tipica dei personaggi di Miyazaki, che imparano a guardare la paura negli occhi e si trasformano in piccoli eroi. «Mahito fa fatica a gestire i complessi sentimenti che prova sia nei confronti di suo padre, uomo audace ed energico, che nei confronti della nuova matrigna Natsuko, che peraltro è la sorella minore di sua madre». Come sempre, nel cinema di Miyazaki, gli adulti portano con sé un'ambiguità di fondo, con le loro certezze esibite, e l'arroganza di chi pensa di avere la risposta giusta, di poter controllare le cose della vita. Come sempre, per risolvere le cose, serve lo sguardo di un bambino, il suo bisogno di avere risposte, la sua capacità di stupirsi e di credere.


Mahito, il ragazzo protagonista, insieme al buffo/spaventoso airone mezzo uomo. Nell'altra pagina, alcuni dei protagonisti: il prozio demiurgo, la madre acquisita, la pescatrice Kiriko e il re parrocchetto

Alla fine il messaggio è sempre quello: accettare la fragilità, essere consapevoli dei limiti; tenere gli occhi aperti, spalancati, per cogliere la bellezza e la ricchezza del mondo; ricordarsi che abbiamo questo potere immenso, l'immaginazione, la capacità di creare mondi, che è propria dell'arte, il cinema, la musica, la letteratura, uno strumento quasi magico, che magari non può darci risposte certe, ma può aiutarci a fare le domande giuste. Scriveva Miyazaki, con la consueta severità nei confronti di sé stesso: «Non c'è niente di più patetico che annunciare al mondo il proprio ritiro a causa dell'età, e poi fare marcia indietro. Ci si può rendere conto di quanto sia patetico, ma ciò nonostante farlo lo stesso? Una persona anziana non illude forse sé stessa credendo di essere ancora capace, malgrado la smemoratezza tipica dell'età, di poter dare il massimo? Puoi scommetterci

che si illude!». Sì, fortunatamente Miyazaki continua a illudersi di capire questo nostro mondo «confusamente alla deriva, indefinibile e incomprensibile». Non è certo un ottimista, la sua arte non è banalmente consolatoria, soprattutto in un film cupo come questo.

TEMI PROFONDI AFFRONTATI CON GRAZIA IMMAGINIFICA. E UN MESSAGGIO PER IL NIPOTE (E PER NOI) Eppure c'è qualcosa di luminoso, di magico, di misterioso, che dà un senso a qualsiasi dolore, che nobilita i dubbi e risolve le paure, che ribadisce quanto sia straordinario il mondo (quello visibile e quello invisibile) e il viaggio che chiamiamo vita. Può darsi che ci sia anche un mes-

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saggio “nascosto” in questo film, la fatica di un artista che ha portato l'animazione a livelli poetici mai visti, tenendo insieme le ragioni dello spettacolo e quelle dell'arte, con la consapevolezza però che quel modo di fare cinema forse è destinato a scomparire. Il Prozio non ha più eredi. E però, allo stesso tempo, non è detto che l'eredità sia solo una tecnica, un modo di intendere la creazione. Il Prozio forse è solo la proiezione di una scelta possibile ma sbagliata, quella di richiudersi in una torre d'avorio, per proteggersi dal mondo che cambia velocemente, dalla vita che ti segna. No, la fantasia e la meraviglia non sono vie di fuga. Il mondo è pieno di spiriti, ogni cosa ha un'anima, bisogna solo imparare a vederla, quotidianamente, anche nelle piccole cose. Il messaggio non cambia, ma è sempre più potente e convincente. Grazie mastro Miyazaki!


IDEE

Le serie tv? "Cinema aumentato" Una guida per orientarsi meglio MARIO SESTI UTILIZZA GLI STRUMENTI DELLA CRITICA CINEMATOGRAFICA PER SEGNALARE LE OPERE MIGLIORI E SPIEGARCI PERCHÉ "FUNZIONANO"

«S

e qualcuno, all'epoca, avesse portato un soggetto analogo a una TV italiana, probabilmente i dirigenti avrebbero chiamato la polizia. La crudeltà delle sue premesse, invece, sarebbe piaciuta a Buñuel». Partiamo da qui, dalla serie per eccellenza, Breaking Bad, con la sua «alternanza di svolte di raccapricciante tensione e di humour oltraggioso che ricorda le sceneggiature dei fratelli Coen», i «contrasti cromatici di Michael Slovis», i «paesaggi western fatti di deserti accecanti», ma soprattutto l'interpretazione di Bryan Cranston, «che scava nella rabbia e nella frustrazione di quest'“uomo invisibile” forme di impassibilità da rettile, esplosioni di furore e profondi burroni di dolore, onnipotenza e solitudine».

Breaking Bad


Mario Sesti

La scheda che Mario Sesti dedica all'opera di Vince Gilligan, con le sue cinque meLe serie sono diventate la cosa più simile al morabili stagioni (2008-2013), dà un'idea cinema che mi aveva fatto innamorare del cinema, di come bisognerebbe scrivere e parlare di serie tv: con uno spirito pop, ma la com- quello americano degli anni '70 petenza del critico cinematografico, un occhio alla fruibilità (trama, mood, temi, godibilità) e un altro allo stile e all'estetica (che a volte contano più dei contenuti). In un certo senso, suggerisce anche come bisognerebbe guardarle, per non limitarsi a un consumo passivo e non farsi travolgere dalla quantità di proposte che arrivano soprattutto da oltreoceano. Le 250 serie tv da non perdere, edito da Fazi, è un manuale pronto all'uso, come suggerisce il titolo, senza troppi fronzoli. Un primo tentativo di dare ordine a una materia sterminata, sulla falsariga dei dizionari cinematografici più noti (dal Morandini al Mereghetti). Una funzione pratica, con tanto di voti da 1 a 4 - da “si fa vedere con piacere” a “mitica” - che svolge egregiamente, scegliendo di partire dai mitici Soprano, quindi dal 1999, l'inizio di quella che convenzionalmente viene definita la terza Golden Age della TV e che è andata ben oltre i limiti del mezzo televisivo. Ma questo libro è anche una guida critica, una scelta – nel 2022 sono state prodotte 599 serie solo in America - un percorso che sviluppa rimandi e connessioni, da una scheda all'altra, ed è quindi l'occasione di fare il punto su questa forma espressiva, cresciuta esponenzialmente negli ultimi vent'anni, con risultati sorprendenti non solo dal punto di vista della quantità, ma anche della qualità. Di serie televisive scrivono tutti, dai social in giù, come è giusto che sia, quando si tratta di condividere storie, passioni, scoperte di un'arte pop. Ma proprio per questo servono anche voci autorevoli che stabiliscano delle coordinate, forse anche una “misura” di riferimento, che inevitabilmente è legata anche al gusto, ma che si fonda soprattutto su considerazioni di tipo estetico, narrativo, espressivo.

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Nobili antenati: Heimat

Fanny e Alexander

Chi di noi non avrebbe fatto qualsiasi cosa per dare a Hawks o a Godard, a de Oliveira o a Kubrick, la possibilità di girare serie come Il trono di spade o Mad Men, Deadwood o The Last Kingdom? La prosa di Mario Sesti la conosciamo e apprezziamo da tempo (segnaliamo, tra i tanti possibili, il libro che ha dedicato a Pietro Germi e quello in cui racconta il piacere del cinema, di vederlo e raccontarlo: In quel film c'è un segreto), così come conosciamo il suo lavoro come regista e curatore di festival. Qui lo vediamo all'opera in un campo in cui si è cimentato attraverso una rubrica settimanale su Ansa.it e un podcast intitolato Siamo serie. In questo libro non ci sono le serie documentarie e nemmeno quelle di animazione, ma troverete opere prodotte in tutto il mondo, privilegiando il “formato serial” (e quindi escludendo certe sitcom che si esauriscono nell'episodio), la seria dotata di «una robusta struttura in grado di provvedere a una narrazione virtualmente illimitata, a una famiglia articolata di personaggi e alla trasparenza della totalità di un mondo (una società, un'epoca, una comunità) cui la lunghezza stessa della narrazione riesce a conferire continuità, unità, complessità, ricchezza, alta definizione drammatica, come accade nella migliore letteratura». Letteratura a cui fa riferimento anche Carlo Verdone nella sua introduzione: «Chi avrebbe mai immaginato che i cosiddetti “telefilm” (o, addirittura, gli “sceneggiati”, in Italia) potessero finire per assumere uno spessore narrativo interessante come quello di un libro di un illustre scrittore?». Anche lui racconta di nottate (il binge watching) passate a vedere Peaky Blinders o The Crown, e prova a immaginare cosa avrebbero potuto fare registi come Kubrick, Fellini o John Ford «se avessero avuto a disposizione il tempo, i mezzi, la qualità di scrittura e recitazione di cui dispongono le migliori serie». Perché le serie tv hanno avuto questo incredibile successo negli ultimi vent'anni? A quale bisogno (profondo e/o superficiale) rispondono secondo te? Credo che la maniera migliore di rispondere a questa domanda sia di farlo personalmente. Ad un certo punto mi sono reso conto che facevo le 3 o le 4 di notte per vedere tutti gli episodi di serie che avevo a disposizione: Breaking Bad, The Shield, The Wire. Perché, mi sono chiesto, non mi succedeva una cosa del genere con nient’altro? La risposte che mi sono dato sono due. La prima. Le serie sono diventate la cosa più simile al cinema che mi aveva fatto innamorare del cinema, ovvero quello americano degli anni ’70.

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Mentre il cinema in sala è ormai, nella maggior parte dei casi, cinema per l’infanzia e per la preadolescenza (fiabesco, fantastico, basato su fumetti o mitologia del meraviglioso) la nuova serialità offriva un’alternativa esattamente opposta, proponendo la complessità del mondo e della vita, la straordinaria ricchezza e cultura di migliaia di anni di narrazione su questo pianeta, la sfida intellettuale. Breaking Bad è la storia di un professore di chimica con un tumore che per preservare il futuro economico della propria famiglia diventa il maggiore spacciatore di metamfetamina del New Mexico: negli anni ’70 ci sarebbe voluta la determinazione e la grinta di Friedkin per fare un film così; se qualcuno portasse un copione del genere a 01 o a Medusa, chiamerebbero la polizia. È un caso che tutto nasca da I soprano, che originariamente doveva essere un remake del Padrino fedele al libro di Mario Puzo, per poi diventare la storia di un boss mafioso le cui crisi di panico lo spingono in terapia? La seconda risposta è che tutto questo, per la prima volta, era accessibile a tutti, sempre, persino ad un boomer come me. Nell'introduzione, Carlo Verdone fa un suggestivo paragone tra la serie e il romanzo ottocentesco e ribalta la prospettiva abituale, parlando della serialità come un sogno proibito del cinema che viene realizzato. In effetti gli “antenati nobili” non mancano, nel senso di opere f uori misura, realizzate spesso per la tv, da grandi registi che volevano andare oltre i limiti del singolo film. Chiunque abbia fatto critica e giornalismo cinematografico ad un certo punto si è imbattuto nella frustrata allusione di chi può contare, per raccontare qualcosa, solo su un paio di ore, chiamandosi John Ford o Fellini o anche Pasolini. Verdone riporta qualcosa di cui abbiamo parlato insieme. Non solo Tolstoj, anche Joyce o Tolkien, Proust o Edoardo Albinati, possono contare su un giacimento virtualmente illimitato di attenzione a disposizione dei propri romanzi. Non gli autori di cinema, anche i più grandi. Chi di noi critici non avrebbe fatto qualsiasi cosa per dare ad Hawks o a Godard, a Lean o a Chabrol, a de Oliveira o a Kubrick la possibilità di girare serie di massiccio impegno produttivo ed estetico come Il trono di spade o Mad Men, La fantastica signora Maysel o The Crown, Deadwood o The Last Kingdom?

I soprano

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La verità è che ad un certo punto i telefilm – quando ho iniziato io a fare il critico si diceva che non potevano non essere lenti, confortevoli, rassicuranti, fatti solo di primi piani e molto diluiti: perché così la gente a casa poteva cenare, farsi un caffè, recarsi al bagno e continuare a non perdere il senso della storia – sono diventati qualcosa di molto simile a del cinema senza una durata definita. Non sempre, naturalmente, ma assai più spesso e con risultati assai più sorprendenti di quanto ci si potesse aspettare dalla serialità televisiva. Eppure, bastava conoscere Berlin Alexanderplatz o Fanny e Alexander o Heimat per sapere che questo era, semplicemente, possibile. In tanti, però, continuano a parlare delle serie tv come un prodotto figlio dei tempi in cui viviamo, del suo vorace consumismo (di cose e idee, di intrattenimento e cultura) e individualismo, grazie a un linguaggio specifico che asseconda la “coazione a ripetere”, incoraggiando la bulimia di immagini e storie, senza troppa consapevolezza. La bulimia non l’hanno inventata le serie. L’abbiamo inventata noi cinefili seguendo la stella polare della cultura francese degli anni ’50 quando i Cahiers ci hanno insegnato che non bisogna dividere il cinema in serie “a” e serie “d” o “z”, che è bello abbuffarsi di Dreyer come di Jerry Lewis o Hitchcock. Faccio fatica, come critico cinematografico, capace di vedere anche cinque o sei film al giorno in un festival, ad additare le serie per la loro “coazione a ripetere”. Sinceramente credo che sia tutta colpa dell’avverbio che governa il principio del godimento: “ancora”. Il cinema ci ha messo un bel po' a farsi accettare come forma d'arte. Per le serie tv forse è più facile, visto anche il travaso di autori, interpreti, professionalità, forme espressive, da un campo all'altro. Basta leggere le tue schede per capire quanto la serialità si nutra di cinema, anche da un punto di vista strettamente linguistico. Mi fa molto piacere questa osservazione. Ma non è che conosca altri metodi. The Night of mi lascia a bocca aperta perché mi ricorda la percussione mentale ed emotiva dei migliori film di Coppola.

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John Turturro in The night of. «Questa serie mi lascia a bocca aperta perché mi ricorda la percussione mentale ed emotiva dei migliori film di Coppola»

The Crown perché sono sicuro che Visconti ne avrebbe parlato come del Dottor Zivago (“Vedilo assolutamente ma non dire in giro che ti è piaciuto”). Atypical, che trasforma in commedia l’asperger (come si fa a corteggiare una ragazza se non sei capace di guardarla negli occhi?), è un’idea rischiosa e geniale di un autore che avrebbe potuto essere più simile a Lubitsch, Dino Risi o ai fratelli Coen? Quanto all’arte, ho sul mio letto un detto di Orson Welles che recita: “Fare film per l’arte è altrettanto volgare che farlo per i soldi”. Siamo tutti schiavi, anche se di cose diverse, diceva Welles al suo pubblico, negli ultimi anni, cercando di racimolare i soldi necessari per fare dei film a convention di dentisti e fiscalisti. Tu che sei un profondo conoscitore di cinema, uno spettatore critico, che tipo di rapporto hai con le serie? Al di là delle necessità professionali, quando e come le guardi? C'è anche chi, tra gli addetti ai lavori della critica, rinuncia a confrontarsi con questo strumento espressivo per la vastità della materia e la quantità di tempo che richiede. Altri, invece, si lanciano in appassionate maratone.

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È evidente che, data la crescita esponenziale della produzione di serie, la quantità di materiale mediocre sia aumentata in proporzione (ed è anche per questo che la fase pioneristica della HBO degli anni 2000 ci sembra possedere degli standard incomparabili). Devo dire che, mentre mi piace, come critico, anche consumare fino all’ultimo brutti film, soprattutto in sala (è bello, quando i film non hanno la forza di tenere la tua attenzione, mescolare i propri pensieri con le battute dei personaggi e con le scene dei film), credo non abbia senso completare la visione delle serie che dopo un assaggio competente non producono il piacere e il coinvolgimento necessario. Ma l’opposto, per le stesse ragioni, è una sorta di piacere di cinema aumentato (del quale, come cercavo di raccontare all’inizio, sono rimasto io per primo molto sorpreso). Non solo sono un fan delle maratone. Lo sono anche dell’acquolina in bocca, quando capisco che ci sono ancora tante stagioni da divorare. Ho capito da tempo che il problema del tempo si pone solo quando il desiderio non ha più l’energia necessaria. Non ho mai avuto problemi di tempo per qualcosa che, come direbbe Serge Daney, “tiene deste le mie percezioni” (oltre ad attivare il cuore e la mente). Quali sono le tre serie da cui dovrebbe partire un neofita? Quelle assolutamente imprescindibili? Accetto il sadismo implicito di questa domanda con un automatismo freudiano. Le prime tre che mi vengono in mente per capire la nuova serialità sono I soprano, Breaking Bad, The Wire. E le tre che invece suggeriresti ai consumatori accaniti, tra quelle più originali e meno conosciute?

Love

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The Leftlovers

The servant, Undone, Love. Ho scritto su queste serie delle schede frutto di uno spossamento da “labor limae” e non ce la faccio a riassumere adesso le ragioni di questa scelta in poche battute.

La nuova serialità ci ha mostrato interpreti capaci di essere autori. Le serie mi hanno fatto capire, meglio di qualsiasi altro medium, quanto sia importante la recitazione

Noi di Redness amiamo il “cinema d'autore”, meglio ancora se indipendente, siamo felicemente ambientalisti (non dogmatici) e nutriamo un particolare interesse per argomenti come la ricerca di senso e di sé, la spiritualità (di ogni genere), i “grandi temi” che uniscono le persone in uno scopo comune. Hai un suggerimento specifico anche per i nostri lettori? Una delle più sorprendenti tematiche spirituali della nuova serialità, quasi un’ossessione, è l’idea di immaginare cosa succederebbe ad una comunità se degli individui ritornassero dopo la morte: se Paolo di Tarso fosse oggi uno sceneggiatore, credo lo troveremmo nella writers room di Lost, Les revenants e Glitch. Ma ancor più interessante è il mistero del suo rovesciamento negativo, come in The Leftovers, dove una porzione importante dell’umanità scompare senza ragioni. È una serie quasi interamente costruita sull’esplorazione dell’abisso dell’elaborazione del lutto. Non ricordo un film che abbia saputo lavorare su questo singolo e inconfondibile sentimento, come una nota tenuta alla stessa altezza per una durata infinita. Che tipo di sviluppo vedi in questa forma espressiva, sia dal punto di vista produttivo che da quello del linguaggio e dello stile? Da anni si parla di una possibile bolla, per la quantità folle di produzioni avviate (che però hanno subito una brusca frenata con lo sciopero del 2023), ma si continuano a investire enormi risorse in questo campo, che interessa sempre di più anche importanti registi cinematografici. Forse siamo già oltre la dialettica sale/streaming, il mercato evolve rapidamente.

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The servant

Credo che non siamo ancora arrivati a un profilo d’equilibrio (termine geologico, usato da Bazin, che descrive quella costante tra flusso d’acqua ed erosione che caratterizza ad un certo punto il corso dei fiumi) ma penso che la “forma film” e la “forma serie”, che considero caratterizzate da una prossimità assai maggiore di quanto accaduto tra gli anni ’50 e i primi anni ’90, continueranno a flirtare positivamente (più positivamente di quanto i cinefili della mia età vogliano ammettere). Chiunque dica di sapere cosa accadrà al mercato cinematografico nel futuro, nella mia esperienza, vuol dire che non conosce il mercato cinematografico. Credo però che, da un punto di vista critico – un punto di vista molto limitato ma che mi riguarda – dobbiamo fare i conti con una forma che ha insegnato a non considerare fanaticamente la regia come punto di fuga della creatività, visto che abbiamo molte serie dove ci sono tanti autori diversi alla regia senza che cambi fondamentalmente nulla. Mentre la nuova serialità ci ha anche mostrato che ci sono interpreti capaci, attraverso numerose ore, di scolpire con tale finezza e profondità un personaggio da ipotecare, per questa ragione, delle quote di maggioranza nella responsabilità di essere autori. Un esempio fra tutti: Rea Seehorn, in Better Call Saul. Non ricordo attrici di risorse così impressionanti dai tempi della Meryl Streep degli anni ’70 e ’80.

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Le serie, per quel che mi riguarda, mi hanno fatto capire meglio di qualsiasi altro medium, quanto sia importante la recitazione (che l’ultimo Welles, ancora lui, proprio lui, l’autore degli autori, chiamava: la “seconda regia”), quanto la critica non abbia ancora messo a punto gli strumenti più acuti ed efficaci per processarla. Dal punto di vista della forma, questo sembra un campo aperto a qualsiasi possibilità. Potrebbe diventare il luogo della sperimentazione linguistica? Lo è già in qualche modo? Ne potrebbe giovare anche il cinema? Se consideriamo la poderosa e rigogliosa estensione della mappa dei racconti possibili (si era mai vista la storia dell’America fatta attraverso un’agenzia di pubblicitari, come in Mad Men, o attraverso la biografia di una borghese ebrea che sogna di diventare una stand up comedian come in La fantastica Mrs Maysel? Si era mai vista la cucina di un ristorante come un luogo di estrema drammaticità come in The Bear?), io credo che si possa parlare di sperimentazione, o ancora meglio di libertà (che è ancora più importante della sperimentazione). In una certa misura, il cinema delle ultime stagioni mostra una propensione alla durata romanzesca dei film che è una forma d’influenza della nuova serialità: Killers of the Flower Moon è una delle cose più simili ad una miniserie che si sia mai vista in sala sul grande schermo. Ma è indubbio che è l’opposto a generare nuove tipologie di creatività e nuove configurazioni del senso. Film come Psycho o Il silenzio degli innocenti hanno generato serie che hanno prolungato il testo originario in forme e “nuove colonie” di immagini e suoni capaci di estendere il testo cinematografico originario. Fargo, la serie, è addirittura una vera e propria mimesi d’autore del mondo originale dei registi responsabili del film. Tullio Kezich diceva che trarre un film da un romanzo era un’opera di critica letteraria. Trarre una serie da un film, per analogia, potrebbe essere considerato come una sorta di critica cinematografica, un commento e un’interpretazione al film cui si ispira. È un altro orizzonte piuttosto innovativo che, credo, dobbiamo alla nuova serialità.

Mario Sesti in ottima compagnia, nel 2014, quando moderò un incontro con Robert De Niro al Maxxi di Roma, in occasione della presentazione del documentario dedicato al padre del grande attore: "Remembering the Artist Robert De Niro, Sr"

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IDEE

È tutta una questione di "sguardo" Ode al cinema che apre gli occhi UN MANUALE PER IMPARARE A "LEGGERE UN FILM" CON FILOSOFIA. IL SENSO DELLA VITA SECONDO FABRIZIO TASSI, DIRETTORE DI REDNESS

«P

otete leggere questo libro in due modi diversi. Come un manuale di cinema, anarchico ma ricco di spiegazioni tecniche, per esercitarsi a interpretare un film, la sua estetica e la sua grammatica. Oppure come un viaggio per immagini alla scoperta del senso che sta oltre il senso, un manuale di auto-aiuto (aiutatevi a ridere dell'insensatezza del mondo), un romanzo-mondo che entra ed esce da una storia cinematografica all'altra, allenando alla meraviglia. Il (buon) cinema aiuta ad allargare lo sguardo, ad andare in profondità nelle cose,

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a sollecitare la consapevolezza. Ci fa vivere meglio». Lo facciamo dire a lui, l'autore, visto che Tutto risplende porta la firma di Fabrizio Tassi, direttore della nostra rivista (e la copertina è stata realizzata dall'illustratrice Marta Carraro, autrice dei collages e dei disegni di Redness). Non potevamo certo esimerci dal segnalare questa uscita editoriale. Anche perché il sottotitolo, “Il cinema e il senso della vita (in 56 film)", ci riguarda da vicino: noi di Redness, come ben sapete, amiamo il (buon) cinema e siamo letteralmente ossessionati dal “senso”.


Monica e il desiderio

Il grande Lebowski

2001: Odissea nello spazio

Paterson

D'altra parte Fabrizio Tassi, oltre ad essere giornalista e scrittore, è anche critico cinematografico, è stato per 25 anni una colonna della storica rivista Cineforum (anche come caporedattore e direttore editoriale), ha organizzato innumerevoli corsi e seminari di cinema, ha diretto il festival milanese “Aquerò”, ha collaborato con la Biennale e si è tolto la soddisfazione di co-produrre un film indipendente premiato al festival di Venezia (Animata resistenza di Girotto e Montagner, dedicato all'amico animatore Simone Massi). Il libro raccoglie il frutto di tanti anni di insegnamento e condivisione: quattordici film analizzati sequenza per sequenza e altri quarantadue citati per allargare il discorso. Che è importante, profondo, ma non accademico. Come dice lui: è “ludico e filosofico”. Anche un po' “spirituale”. Tassi infatti va alla ricerca di quel cinema che insegna a guardare le cose (a vederle per davvero) con consapevolezza e abbandono (mistico), con coscienza critica, ma anche con amore. Commedie hollywoodiane e film sperimentali, cinema pop e d'autore, capolavori d'epoca come La terra di Dovženko o l'Andrej Rublëv di Tarkovskij, ma anche lo spassoso Grande Lebowski e Caro diario, il mitico 2001 e l'immancabile Malick (uno dei registi

più amati dall'autore), con La sottile linea rossa che dà il titolo al libro, ispirato alla battuta finale del film, un viaggio nell'orrore oscuro della guerra per provare a ritrovare la luce. E poi Bergman, Wilder, Jarmusch, insieme ad autori culto come de Oliveira, Piavoli, Weerasethakul, oltre a Miyazaki e Villeneuve. Tra i registi citati troverete anche Lynch, Spielberg e Scorsese, Nolan e Tsai Ming-liang, Godard e Rossellini, Lisandro Alonso, Andrea Arnold e Agnès Varda. Si tratta di allenarsi a leggere un film, le scelte di regia, il montaggio, le inquadrature - non per niente questo è il nuovo volume della serie dedicata a “l'arte di guardare un film” - ma allo stesso tempo si mettono in connessione temi, stili, idee, alla ricerca di quello sguardo, quell'esperienza della realtà, che può cambiare la vita. «Alla fine emergerà un disegno, una risposta possibile alla domanda decisiva: esiste davvero un luogo, un tempo, uno stato della mente o del cuore in cui “tutto risplende”? In cui le contraddizioni si risolvono, misteriosamente? In cui l'altalena di gioie e dolori raggiunge un equilibrio miracoloso? In cui capisci che lo scopo della vita non è l'appropriazione, ma la bellezza di stare con “ciò che è”, trovando la felicità in ogni cosa, o per lo meno una specie di luminosa serenità?»

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S TO R I E D I V I TA E D ’ I M P R E S A

SERENA DAVINI, LA MODA "SLOW": QUALITÀ ED EMOZIONI

Contro il fast fashion, con capi su misura, tessuti a chilometro zero e uno showroom doc

V

iviamo nell'era del fast fashion, l'abbigliamento usa e getta, i vestiti comprati in quantità, senza badare troppo alla qualità, per il gusto di cambiarsi spesso. Così come viviamo, in generale, nei tempi del consumo facile, veloce, inconsapevole, dal cibo ai viaggi, dal tempo libero alle necessità personali. Eppure ci sono sempre più persone, una nicchia in crescita, che hanno deciso di consumare meno

e meglio, convinte che la bellezza, la salute e la sostenibilità siano più importanti della quantità, in tutti i campi. E ci sono (poche) stiliste, esperte di moda, fashion designer, che continuano a scommettere sulla qualità e sul rapporto personale con le proprie clienti. Un conto è ordinare un capo di abbigliamento online, magari consigliati da qualche piazzista sui social, sperando che vesta bene, che quel colore sia davvero come appare sullo

schermo. Un altro è andare in uno showroom, un ambiente esclusivo ma famigliare, dove puoi provare tutto ciò che vuoi e, soprattutto, dove trovi una persona competente, che ti ascolta e ti consiglia. Una persona a cui puoi anche rivolgerti, successivamente, per avere consigli su cosa indossare, su come abbinare quel capo di abbigliamento appena acquistato. Serena Davini appartiene a questa categoria di professionisti doc, cresciuti in un'epoca (i Novanta e i primi Duemila) in cui la moda era ancora una cosa seria, sopravvissuti agli anni del consumismo frenetico e degli acquisti online, grazie a una clientela affezionata che ama le loro creazioni e si fida ciecamente delle loro indicazioni. «La moda è effimera, è divertimento, ma dovrebbe anche suscitare emozioni - ci dice Serena. - Purtroppo da molti anni non è più così. Siamo nell'era del fast fashion, l'importante è comprare cose, anche di scarsa qualità, solo per cambiarsi, senza più la preoccupazioni di vestirsi in maniera opportuna per il luogo o la situazione in cui ci si trova. E senza badare a cosa c'è dietro al fast fashion, un mondo di schiavitù, di inquinamento, di poca sostenibilità. Io ho sempre prediletto il prodotto, il capo di abbigliamento sartoriale, fatto con tessuti di alta qualità, a chilometro zero. Questa è una cosa a cui tengo molto». Anche nel campo della moda c'è il “chilometro zero”, così come in quello del cibo, dove in questi anni è cresciuta sempre più l'attenzione verso l'origine e la qualità della materia prima. Anche qui esiste il problema della produzione e del consumo sostenibili.


«Se ne parla, ma forse non abbastanza, anche perché a chi compra interessa relativamente poco. Io invece continuo a sostenere una moda a chilometro zero. I miei laboratori sono tutti in Lombardia. I tessuti che compro sono made in Italy. Faccio lavorare le imprese locali. E cerco di vendere ancora in showroom, dove è possibile avere un rapporto diretto con la cliente, per soddisfare le sue esigenze in ogni dettaglio. Io lo posso fare perché ho un'attività piccola e posso ancora gestire il lavoro in questi termini. Le grosse aziende invece non lo possono fare, hanno altri criteri». Serena Davini è milanese, ha studiato al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Brera, ha lavorato anche nel restauro artistico, ma è sempre stata un'appassionata di moda. «Ad un certo punto della mia vita ho incontrato una stilista, che mi ha voluto con lei. Sono diventata sua assistente molto giovane, a 22 anni, e ho fatto un percorso dentro una piccola azienda di Milano dove ho conosciuto, a 360°, tutto il

Fashion designer e personal stylist, ha anche collaborato per anni con Yamamay. Lavora (e riceve) a Milano, dove oltre a creare le sue collezioni, insegna alla Rafles School lavoro che c'è dietro una collezione di moda. Sono diventata anche product manager, mi occupavo del prodotto, seguivo i laboratori che producevano le nostre collezioni di abbigliamento Dopo tre anni ho deciso di aprire la mia attività in

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proprio e mi sono lanciata. Un lavoro che porto avanti dal 2001 tra successi e fatiche». Per undici anni ha fatto crescere il marco Pupigia, insieme a una socia: «Ci sono stati anni in cui abbiamo lavorato molto bene.


Oggi però è tutto cambiato, anche troppo. C'è molto meno spazio per coltivare un rapporto con la cliente e la costruzione di un guardaroba fatto ad hoc, che era il plus della mia società. Mi sono dovuta adattare a ciò che il mercato richiede. Ma fino a un certo punto». Il marchio “Serena Davini” è la risposta al mercato che cambia, ma con un'ostinata fiducia nella qualità. Parliamo infatti di una fashion designer and consultant che lavora anche come personal stylist, che oltre a creare le sue collezioni ha lavorato come consulente per aziende importanti (soprattutto con Yamamay, per tanti anni) e che insegna Progettazione Moda Donna e Design Tessile alla Rafles School di Milano. Insomma, la competenza non si discute. Ma è soprattutto una persona che si è presa il rischio di creare una sua azienda da zero, ottenendo successi insperati. «Ho sempre avuto questa

vocazione imprenditoriale, chiamiamola così. Ho sempre pensato di voler fare qualcosa di mio, non volevo accontentarmi di lavorare per qualcun altro. Avevo qualcosa da dire, la voglia di creare la mia collezione, di far conoscere il mio stile. Il processo è stato piuttosto naturale». Il suo showroom milanese, in corso di Porta Romana, è un luogo di cui è impossibile non innamorarsi. Sembra di stare in una casa (elegante), più che in un negozio. «Ho sempre preferito quel tipo di atmosfera. Dal 2020 il mio showroom è all'interno di un palazzo storico, con un giardino stupendo. Chi lo scopre per la prima volta rimane sorpreso, perché non si aspetta di trovare in un palazzo di Milano così tanta bellezza nascosta. È un salottino, un luogo in cui le persone devono sentirsi a proprio agio». Certo, all'inizio ci può essere un po' di soggezione quando si entra in un luogo così esclusivo. Ma ci vuole poco a creare l'atmosfera giusta, tra una chiacchiera e l'altra. Si tratta di conoscere la cliente, per capire quali sono le sue esigenze e trovare ciò che è giusto per lei. «Ricevo quasi esclusivamente su appuntamento. Ma le persone che vengono da me capiscono immediatamente che l'ambiente è

super friendly. L'idea è riservare alla cliente il suo spazio, cercare di creare un guardaroba insieme, dare modo alle persone di provare ciò che vogliono, di cercare il colore con cui potrebbero stare meglio, facendo un discorso di abbigliamento su misura». Ma ci sono anche le giornate open, in cui lo showroom viene aperto senza appuntamento alle persone che vogliono conoscere i vestiti di Serena Davini. E gli showroom itineranti. «La mia clientela è soprattutto milanese. Ma ho molte clienti a Roma e vado spesso anche a Torino». La cliente tipo è la professionista milanese, cresciuta letteralmente con lei, che la segue da più di vent'anni, ha una certa capacità di spesa che le arriva dal suo lavoro, e «ha bisogno di capi fatti bene, esclusivi, perché non si vuole massificare. Ho cominciato che ero molto giovane, avevo 22 anni, adesso ne ho 47, e la mia cliente ha più o meno la mia età, va dai 35 ai 55-60 anni. Il mio è un prodotto medio-alto. Si parla di capi di qualità non brandizzati. I giovani spendono, sì, ma per lo più cercano il logo». L'idea, per il futuro, è quella di arrivare anche a quella nicchia di mercato giovane che si sta convertendo alla qualità, senza badare al brand.


Anche perché le collezioni di Serena Davini sono senza tempo e senza età. Capi eleganti e semplici, di alta qualità e vestibilità. «La mia linea di abbigliamento è un “classico attuale”. Sono capi che durano. Questa è certamente una forza, ma se vogliamo anche un limite dal punto di vista commerciale. Ci sono clienti che mi dicono: il tuo cappotto che ho comprato dieci anni fa lo metto ancora, è ancora bellissimo, non ho bisogno di cambiarlo. Mi fanno un complimento, che fa certamente piacere, però, insomma...». Qui il fast fashion non esiste. Quanto alla sua ultima collezione, «io aggiorno le linee, le vestibilità, in base a ciò che è attuale, ma mantengo dei canoni classici che non stancano. Nell'ultima stagione ho fatto uno switch e ho cambiato la mia proposta, in base alle necessità delle mie clienti. Per il tipo di clientela che ho io, l'abbinamento tipico è quello pantaloni-top, pantaloni e golf di cashmere, oppure cappotto o giacca. Quindi ho deciso di prediligere la parte alta del corpo, rispetto al total look che proponevo fino alla stagione scorsa. Ho una grande collezione di maglieria in purissimo cashmere. Un cashmere stupendo, italiano, che faccio produrre qui in Lombardia e che realizzo su misura per la cliente. Ho una vasta collezione di capi pronti all'acquisto. Altrimenti li confezioniamo ad hoc, usando anche le cartelle colore, per personalizzare il capo. Stessa cosa per i top, le camicie, i corpettini. In più faccio giacche che sono dei blazer, molto attuali, perché hanno una vestibilità di tendenza, un po' maschile, con spalle larghe, di velluto». Maglieria in cashmere, top e ca-

micie. Non è un mono-prodotto, ma è una scelta precisa «che è stata recepita molto bene, è più facile da capire. A 30 anni le donne sperimentano ancora, cambiano spesso. Oltre i 40, invece, conoscono il proprio corpo, i pregi e difetti, sanno come vestirsi, si focalizzano su un

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certo tipo di prodotti, per sentirsi a proprio agio». Ma non si finisce mai di sperimentare, cercare, creare cose nuove. «Amo molto insegnare alla Rafles School, dove i docenti sono tutti professionisti che mettono a disposizione le proprie conoscenze per ragazzi che iniziano un percorso di formazione nel campo della moda. Per me è molto gratificante e motivante. È bello interfacciarsi con le nuove generazioni, persone che hanno voglia di imparare, ma che mi stimolano anche a migliorare ulteriormente il mio lavoro». Sul sito internet serenadavini.net troverete informazioni dettagliate sul suo showroom, oltre alle immagini delle sue creazioni. Per chi volesse contattarla personalmente, l'indirizzo mail è questo: showroom@serenadavini.com


S TO R I E D I V I TA E D ’ I M P R E S A

BOX DOCCIA? UN'ARTE! LUCILLE: LA FAMIGLIA FA LA DIFFERENZA

Produzione su misura, disegnata e fatta in casa Commesse da Sestriere fino alla Sicilia

L

udovico, 6 mesi. Il simbolo di questa azienda, del suo stile di lavoro, anche del suo successo, è lui. Che se ne sta tranquillamente in braccio a sua madre,

Francesca, mentre parliamo di vendite e mercato, di estrusori e vetri temperati, dei sacrifici che bisogna fare, ma anche delle soddisfazioni che ti prendi quando lavori bene.

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Lucille è una ditta famigliare, fondata su un padre e tre figli (due femmine e un maschio). Una di quelle belle storie italiane, partite da zero, anzi da due euro, il capitale sociale della prima azienda aperta dieci anni fa. Ora Lucille srl progetta, produce e installa i suoi box doccia, fatti su misura, da Sestriere alle città costiere della Liguria, ma arriva senza problemi fino in Sicilia, e può vantare anche lavori in alberghi e case a Montecarlo e Courmayeur. Un'azienda che è gentile fin dal nome, scelto fuori da ogni logica convenzionale. «Piaceva a mio padre perché era un nome particolare, facile da ricordare, che ci differenziava da tutti gli altri. Di solito le aziende del nostro settore hanno sempre nel nome “acqua”, “blu” o “cristal” etc.». Ce lo spiega Francesca, volto dell'azienda, col suo Ludovico in braccio. Che ci racconta anche la storia di suo padre, per molti versi esemplare: perché Aldo ha dovuto fare i conti con la crisi del 2009-2010, ma poi ha avuto il coraggio e la forza di ripartire con obbiettivi ed orizzonti diversi, investendo nella competenza accumulata in tanti anni di esperienza. «In gioventù mio padre ebbe due esperienze lavorative nel settore come direttore generale. Dopodiché decise di aprire la propria azienda costruendosi una rete di vendita in grado di distribuire il prodotto sul territorio nazionale ed estero. Ma nel tempo si accorse che le produzioni erano simili alla concorrenza, nacque quindi un bisogno di offrire sul mercato minor quantità ma più contenuti».


La svolta è arrivata dieci anni fa, nel periodo in cui Francesca, dopo aver lasciato la ditta del padre (in cui era approdata subito dopo gli studi), era stata assunta in un’agenzia assicurativa. «Ci siamo detti: proviamo a ricreare ciò che avevamo, ma ridimensionandoci. Invece di avere 30-40 dipendenti, scegliamo la gestione famigliare». Una (ri)partenza dal basso. Con umiltà e voglia di fare. «Questo è ciò che mio padre ha sempre fatto nella vita, quindi lo sapeva fare. Nel 2013 abbiamo aperto la società, con l'ufficio in casa e la produzione dissociata presso un'altra azienda. Facevamo pochissimi articoli ed è andata avanti così per un annetto. Ma non potevamo continuare in quel modo». Ecco quindi il salto di qualità, l'investimento sul futuro. «Abbiamo preso un capannone

Storia di un'azienda piemontese ripartita da zero. Un padre e tre figli che hanno scommesso sulla qualità in affitto e abbiamo cominciato a produrre noi». Gli affari hanno cominciato a funzionare – i buoni prodotti generano sempre un buon passaparola – e alla coppia formata da padre e figlia, si sono aggiunti la sorella, il fratello e un altro dipendente, oltre alla rete dei rappresentanti. «Mio padre, utilizzando in parte

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la precedente rete di vendita, è riuscito a diffondere la propria produzione in Italia. Mentre prima il nostro guadagno era basato sui grandi numeri, oggi proponiamo qualità e servizio, e lavoriamo più localmente, con l'impresa edile, l'architetto, l’idraulico, il rivenditore di arredo bagno». Viene prodotto tutto “in casa” e questo garantisce controllo ed efficienza del lavoro. «Siamo noi che rileviamo le misure, idealizziamo e progettiamo l’articolo ad hoc fino alla posa finale dal cliente». C'è una differenza enorme tra chi produce box doccia standard e chi invece lavora come Lucille. «Noi partiamo da un’idea di prodotto, e realizziamo di conseguenza disegni e progetti per la costruzione di attrezzature atte all’estrusione dei profilati da noi concepiti. Ci serviamo di collaboratori esterni, professionisti nel settore delle cromature, verniciature e lavorazioni meccaniche. I vetri sono esclusivamente cristalli temperati. Inoltre collaboriamo con artisti, persone del mondo culturale, per rendere gli articoli più distanti dalle classiche produzioni, ma vicini al sentire del proprio design».


La scelta di puntare sul mono-prodotto, il box doccia, fa sì che l'azienda sia in grado di soddisfare qualsiasi esigenza, sia che si tratti di servire il privato, l'idraulico o l'architetto. I loro box doccia si trovano anche in alcuni negozi. Ma a Lucille si rivolge soprattutto chi ha bisogno di lavori particolari, nei disegni e nelle misure. «Ad esempio nelle case di montagna, dove magari ci sono metrature più piccole, tagli particolari e bagni ristretti, è necessario unire estetica e funzionalità». Qui non si trovano solo prodotti standard, realizzati in serie. «Oltre al classico scorrevole 80x80 abbiamo prodotti adatti ad ogni tipo di situazione e misura». Ciò che fa la differenza è anche l’assistenza nel corso degli anni. «Per poter offrire un prezzo economico, la grande distribuzione commercializza prodotti provenienti dall'estero e di conseguenza se si danneggia nel tempo un piccolo

componente, non è così facile reperirlo, quindi bisogna sostituire l’intero box doccia. Noi invece abbiamo la produzione nei nostri capannoni, se si rompe un cuscinetto, una guarnizione, un pezzo qualsiasi, lo

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sostituiamo tranquillamente». Per quanto riguarda le misure, poi, «nella grande/media distribuzione non troverai mai molta varietà, ci saranno tanti box da 100, 120 o 130 cm, misure standard, ma il 115,5 non lo potranno avere. Stessa cosa per le altezze: difficilmente troverai tra gli scaffali un box alto 2,20 mt, arriverà al massimo a 2 metri, ma le persone molto alte, ad esempio, possono avere difficoltà nell’utilizzare docce standard. Per non parlare del fatto che gli architetti a volte decidono che è più bella un'altezza specifica, da realizzare su misura». Il lavoro è cresciuto, nel corso degli anni, fino ad ottenere anche commesse importanti. «Abbiamo fatto qualche albergo, dove le misure erano differenti per ogni stanza e magari il vano doccia era ricavato in spazi particolari, con misure fuori dai canoni.


L'anno scorso abbiamo portato avanti anche un buon cantiere sulla riviera ligure. E poi abbiamo lavorato in un albergo a ore, in cui ogni stanza è realizzata a tema, e quindi ha i suoi box doccia principali e di servizio tutti differenti tra loro». La domanda è: come si lavora in famiglia? «Ci sono tanti aspetti positivi. A partire dal fatto che mi posso portare anche lui (indicando Ludovico, ndr) senza alcun problema. Hai sempre un aiuto nel fare le cose, ci si può venire incontro. A volte lavori di più, ci possono essere gli imprevisti e ti devi fermare, ma sei tu che decidi, sei padrone del tuo tempo, in qualche modo, quindi lo fai con un altro spirito. C'è anche un risvolto economico: essendo un'attività di famiglia, quando ci sono state difficoltà, grazie alle nostre rinunce, l’attività

è stata salvaguardata, ad esempio nel periodo Covid. Se durante l'emergenza sanitaria ci fossero stati tutti i dipendenti da pagare, avremmo dovuto chiedere prestiti alle banche». Non è sempre tutto rose e fiori, «ma ci si abitua anche a stare insieme. I primi anni sono stati di rodaggio. Bisogna imparare a conoscersi anche sotto l'aspetto lavorativo. Tirare fuori il meglio da ognuno per ciò che può dare, perché ogni persona ha un suo carattere». Di sicuro a fare questo lavoro non ci si annoia. «È sempre in evoluzione. Per stare nel mercato, bisogna inventarsi qualcosa di diverso. Ogni commessa è differente dalla precedente: è sempre una nuova sfida. L'obiettivo è fare ciò che il cliente ti chiede, esattamente come lo vuole, cercando di sfruttare gli elementi a disposizione».

La certezza è che parliamo di un'azienda radicata nel suo territorio, che esiste davvero (di questi tempi, con certe realtà fantasma che nascono e muoiono per prendere gli incentivi, non si sa mai), con un suo reparto produttivo e un ufficio per accogliere i clienti. Sul sito lucillesrl.it potete trovare una collezione di box doccia, divisi in varie serie, che si caratterizzano per la semplicità e l'eleganza delle linee, i materiali all'avanguardia (che durano nel tempo) e la bellezza del disegno, particolarmente indicata per chi non si accontenta della funzionalità, ma pensa anche alla qualità dei complementi d'arredo. Ancora meglio se potete andare nella sede operativa, che si trova a Scalenghe, dalle parti di Torino. Probabilmente, in quel caso, troverete anche Ludovico.


V

edere la realtà così com'è, nella sua evidenza immediata, come fosse un'epifania. Ecco cosa cercava Giulia Niccolai nella fotografia. Ma anche «la verità come gioia del vivere, e la gioia del vivere come verità», per usare le parole di Marco Belpoliti (che firma la postfazione). La ricerca di quei momenti magici «che rivelano qualcosa di nascosto, che rendono visibile l’invisibile della vita». Guardando le sue foto, si percepisce chiaramente “l'intenso sentimento di stupore” che dà il titolo a questo magnifico libro. Stupore e meraviglia, sorpresa che illumina, apparizione improvvisa di qualcosa che ti riguarda, profondamente, che magari capirai solo quarant'anni dopo, ritrovando quelle immagini. Perché è così che nasce Un intenso sentimento di stupore, curato da Silvia Mazzucchelli ed edito da Einaudi. Da tre valigie aperte, un archivio fotografico che Giulia Niccolai si rimette a sfogliare, cercando di ricordare luoghi, situazioni, emozioni. Parliamo di una donna che ha vissuto tante vite in una, «la fotografa, la redattrice di riviste, la scrittrice, la poetessa, l’artista visiva, la monaca buddista». Si sente eccome, la scrittrice, nella prosa e la poesia che accompagna le immagini. Come si percepisce la ricerca spirituale, che rivela e trasfigura, cogliendo ciò che da ragazza poteva solo intuire. Per quella ragazza, come dice Silvia Mazzucchelli, la fotografia era «un pretesto per vedere tutto, entrare dappertutto, comunicare con tutti». A partire da quel

primo viaggio in Italia, in Seicento, un regalo per la sua Maturità. Ma anche gli anni in America, e l'incontro casuale con Leo Stashin a New York, che la portò a conoscere ciò che era rimasto della mitica Photo League. Sfogliando il libro si nota l'evoluzione della sua arte. Le prime immagini più attente alla forma, le geometrie, l'equilibrio dei bianchi e i neri, ma anche l'apparizione, il “movimento” dentro l'immagine, la scoperta. E poi, soprattutto, la voglia di incontrare e conoscere, di cogliere l'umanità che vive, lavora, si diverte, il bisogno di avere uno scambio col soggetto-oggetto

della fotografia, una relazione reciproca. Per arrivare poi alla maturità e alla consapevolezza dei ritratti finali, Fellini al Bar, Moravia immerso nei suoi pensieri, Arbasino, Gadda, Flaiano. Ci sono scatti meravigliosi. Luoghi, volti, occasioni. Bambini che giocano e sorridono all'obiettivo. New York, «la città più fotogenica del mondo». L'epifania di un gruppo di ragazzine vestite di nero che corre verso la porta di una chiesa, in provincia di Sassari. Una foto scattata a Lipari che evoca «l’assenza di tempo, forse l’eternità, l’ineffabile condizione di una dimensione trascendente».

Le foto provengono dall'archivio privato di Giulia Niccolai. In basso, una fotografia scattata a New York nel 1954. A fianco, un'immagine del 1959 circa, una località marittima imprecisata. La citazione, in alto a destra, si riferisce a questa foto


E poi le suore in station wagon e i ragazzi che fanno il bagno nel Naviglio, una monumentale cava di tufo a Barletta e una strada brulicante di umanità a Chinatown, due giovanotti che ballano in costume davanti a un juke box. Ma anche la saga di John Fitzgerald Kennedy, con “comparse” del calibro di Frank Sinatra, Martin Luther King, Sammy Davis Jr. C'è la Milano del boom e la Roma della dolce vita, il viaggio in Italia e l'American way of life. E ci sono le sue didascalie, spesso rivelatorie, che, come spiega Silvia Mazzucchelli, «sono innanzitutto ricordi sgorgati per la prima volta dopo quasi cinquant'anni. frammenti, piccoli dettagli, sensazioni che si condensano in un involontario slittamento di senso, come per malìa».

«Non ricordo dove ho scattato questa foto, ma non credo che abbia molto importanza. Il ragazzino sembra procedere lungo una stretta striscia di alghe, a piedi nudi, avendo alla sua sinistra il mare e a destra la terra. Ricordo, invece, che il gesto di trascinare un oggetto pesante, credo un tronco, mi trasmise un intenso sentimento di stupore. Si mostrò ai miei occhi come la rivelazione della vita che mi attendeva, della quale non potevo sapere nulla, e verso la quale mi muovevo con incosciente e fiducioso trasporto. Mi lasciai scivolare nell'immagine, ne venni avvolta» (Giulia Niccolai)


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