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Focus 409 lampi di genio

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SCOPRIRE E CAPIRE IL MONDO

409

22 OTTOBRE 2026 NOVEMBRE 2026

Dove nasce il pensiero, quanto conta il QI, quali doti fanno la differenza e come possiamo allenarle. Oggi che le macchine risolvono enigmi da un milione di dollari, che cosa significa essere intelligenti?

LAMPI DI GENIO SPAZIO LA GALASSIA CANNIBALE

LAVORO PRO E CONTRO DEGLI OPEN SPACE

TECNOLOGIA E SE CI FOSSE UN BLACK OUT DIGITALE?

SALUTE COS’È E A COSA SERVE IL DOLORE


409 NOVEMBRE 2026

www.focus.it

Scoprire e capire il mondo Imbarco immediato

PRISMA

6 Sulla strada 9 Il legno che si arrotola 12 Le orme del T. rex 14 La fisica della ruggine 20 Da sotto in su 22 Facciamo spazio 24 Bloccati al Polo 26 Prisma sonoro

10

I numeri chiave della longevità

dossier intelligenze 30 CHE COS’È DAVVERO L’INTELLIGENZA

Per gli scienziati è una sorta di “armonia di funzionamento” tra le abilità cognitive che non dipendono dall’esperienza. Ma quasi mai è sinonimo di successo nella vita.

38 LA MISURA DEL QI

Quali sono, e come funzionano, i test che valutano il quoziente intellettivo? La comunità scientifica ne riconosce soltanto alcuni... E non sono quelli che troviamo online.

42

IA, FORSE NON È INTELLIGENTE... MA FA PAURA

Gli algoritmi di oggi non imitano il cervello: sono più semplici ma capaci di risultati straordinari. E talvolta inattesi.

46 CERVELLI DIVERSI

Tra volatili con una memoria di ferro (anche migliore della nostra) e maiali da non sottovalutare, viaggio tra le capacità cognitive degli animali.

In copertina: Getty Images

La prima copertina di Focus dedicata all’intelligenza artificiale risale all’inizio del 2018. ChatGPT non esisteva ancora e siamo stati tra i primi a raccontare una tecnologia che muoveva appena i suoi passi. Oggi corre così veloce che persino chi la sviluppa si chiede se non sia il caso di rallentare. Non abbiamo la pretesa di chiudere la questione: è una storia che cambia ogni giorno. C’è però qualcosa che invecchia molto più lentamente e che trovo ancora più affascinante: la “nostra” intelligenza. Nel dossier di questo numero (pag. 30) scoprirete che nasce dal dialogo tra aree del cervello lontane tra loro, che il QI dice dove ci collochiamo rispetto agli altri ma non quanto valiamo, e che le doti che contano di più si possono allenare. La diamo per scontata, forse anche per sconfitta, eppure è una delle cose più prodigiose che possediamo. Che cosa vuol dire, allora, essere intelligenti? È la domanda da cui parte Focus Live, dal 23 al 25 ottobre al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Il titolo è Intelligenze, al plurale, perché nessuna, da sola, basta. Secondo i neuroscienziati, il cervello funziona come una rete di aeroporti, con voli locali e grandi hub. Quando l’ho letto ho pensato alla redazione. C’è chi ricorda ogni cosa e chi trova la metafora giusta, chi fiuta un numero sbagliato e chi vede le foto migliori per un articolo. Presi uno per uno siamo voli locali, a volte anche in ritardo. In rete diventiamo un hub. A tenerci insieme non è il QI, ma la curiosità: la grinta aiuta a raggiungere i traguardi, dicono gli studi, ma è la curiosità a trasformarli in benessere. È il carburante di questo giornale, e a Focus Live vi invitiamo a farne il pieno con noi: venite a conoscerci, insieme agli scienziati che ci aiutano a farci le domande giuste. Imbarco immediato. Gian Mattia Bazzoli (gianmattia.bazzoli@mondadori.it)

52 IL CIELO IN UNA STANZA tecnologia

Abbiamo visitato i Centri di controllo da cui Enav (Ente nazionale di assistenza al volo) coordina i voli sull’Italia. E c’è una novità: presto molti aeroporti saranno gestiti da remoto.

58 AMICHE DELLA PELLE? salute

La moda del volto levigato dilaga tra le ragazze. Ma molti prodotti inadatti finiscono per danneggiare la loro cute e arrivano perfino a peggiorarne l’aspetto.

Focus | 3


D&R Speciale 130 ANIMALI 134 TECNOLOGIA 136 SCIENZA 140 AMORE E SESSO 142 STORIA 146 TE LO DICE...

148 NATURA 150 ECONOMIA 152 SALUTE 154 SOCIETÀ 156 ARTE E CULTURA 158 CIBO

64 VISTA UFFICIO comportamento

Gli open space sono da tempo gli ambienti di lavoro più diffusi. Oggi adottati, con qualche variante, anche dalle aziende più innovative. Eccone pro e contro.

70 LA GALASSIA CANNIBALE hot space

MULTIMEDIA

E

Scopri video, audio, timelapse e tanti altri contenuti.

I dati del satellite europeo Gaia mostrano che la Via Lattea ha avuto una storia turbolenta: è piena di resti di altre galassie più piccole, fagocitate in passato.

74 ARTE CAPOVOLTA società

INQUADRA IL QR CODE

La storia dell’arte è piena di equivoci: ecco gli aneddoti più curiosi.

160 UNIVERSO 162 PSICHE 166 SPORT Pagine animate Animazioni, video, audio... Potete fruire di tanti contenuti aggiuntivi grazie ai QR Code, nelle pagine dove troverete l’icona Focus+. Basta inquadrare il QR Code con la fotocamera attiva (se si usa un iPhone o un iPad), oppure usando Google Lens o una qualsiasi app per la scansione di QR Code (se si ha uno smartphone o un tablet Android). Se invece siete al computer, andate alla pagina del nostro sito, all’indirizzo web segnalato.

LE TECNOLOGIE STATUNITENSI 82 SE SPARISSERO...

112 MISSILI O CANZONI?

90 SULLA RAMPA DI LANCIO

118 DALL’UROLOGO SENZA PAURA

98 IL SENSO DEL DOLORE

122 PRIMA CHE SIA TARDI

tecnologia

... l’Europa si fermerebbe in mezza giornata. Le alternative infatti sono ancora poche. spazio

Siamo stati nello spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese, per il lancio del satellite MTG-I2. salute

Soffrire non piace a nessuno, ma garantisce la sopravvivenza. È da trattare se complica la vita.

RUBRICHE

106 Tipi italiani 108 Focus Live 124 Iniziative 171 Cartellone 176 Giochi 4 | Focus

storia

Da Atene a Hollywood, passando per il Rinascimento e la Cina di oggi, la storia insegna che si conquista il mondo anche senza sparare. Basta farsi desiderare. salute

Il vecchio adagio “prevenire è meglio che curare” si adatta molto bene anche ai tumori maschili. salute

Diagnosi precoce e terapie mirate stanno cambiando la storia del tumore della prostata.

106

Biologia e vita quotidiana dell’aquila reale

Ci trovi anche su:


dossier

Quali sono, e come funzionano i test che valutano il quoziente intellettivo? La comunità scientifica ne riconosce soltanto alcuni... E non sono quelli che troviamo di solito online. di Margherita Fronte 38 | Focus


intelligenze

LA

MISURA DA QUI A LÀ? Dare un valore al QI non è come misurare una lunghezza con un metro, o una massa con la bilancia. L’intelligenza, infatti, non è un “oggetto” e la sua natura sfuggente ne complica la valutazione.

C

he l’intelligenza non sia un bene equamente distribuito nella popolazione è un fatto la cui evidenza precede di molti secoli l’era dei social, ambiente in cui la disparità è particolarmente visibile. Da Ulisse a Sherlock Holmes o, all’opposto, da Bertoldo a Mr. Bean, la letteratura e la cultura popolare sono ricche di personaggi caratterizzati per il loro acume, oppure per la loro stoltezza. In ambito medico e psicologico, tuttavia, l’idea di misurare l’intelligenza con un test capace di descriverla in modo clinicamente attendibile è piuttosto recente. Il primo strumento di questo tipo fu elaborato nel 1905 dallo psicologo francese Alfred Binet, su richiesta del suo governo, e aveva lo scopo di individuare gli studenti che avevano bisogno di qualche forma di supporto a scuola. Si componeva di 30 prove a difficoltà crescente ed ebbe un successo enorme, diffondendosi in svariati Paesi europei e anche negli Stati Uniti. Più volte rivista, la scala Binet è stata poi soppiantata da strumenti più moderni, ma la sua pubblicazione segna un punto di svolta per la psicologia e la psichiatria, oltre che l’inizio di una tendenza che oggi vede un numero sempre maggiore di “appassionati” sottoporsi a test, proposti spesso online, anche solo per curiosità. Ma quanto sono affidabili questi risultati? UN VALORE RELATIVO Per rispondere alla domanda occorre fare un passo indietro e capire come funzionano gli strumenti che la comunità scientifica ritiene attendibili. Nell’arco del Novecento diversi autori hanno proposto test di intelligenza e ancora oggi psichiatri e psicologi ne utilizzano diversi, che danno

QI

come risultato il valore numerico chiamato QI, o quoziente di intelligenza, indicativo delle capacità intellettive generali. «Fra i test più diffusi ci sono quelli di Wechsler, sviluppati a partire dagli anni ’30 dallo psicologo statunitense David Wechsler, che ha introdotto avanzamenti metodologici che sono diventati poi lo standard, e che per primo ha svincolato il calcolo del quoziente di intelligenza dall’età cronologica del soggetto», spiega Enrico Toffalini, docente di psicologia dell’intelligenza umana all’Università di Padova. «Con Wechsler il QI diviene un punteggio che indica dove si colloca l’individuo rispetto alla media delle persone della stessa fascia d’età, nel campione nazionale e linguistico di riferimento». Il quoziente intellettivo, quindi, non è un valore assoluto, ma un valore relativo, calcolato su una scala che va da 40 a 160 entro cui il test mantiene una buona affidabilità. «Il margine di incertezza del risultato diventa più grande quanto più si è distanti dalla media», dice l’esperto, «ma il range che abbiamo a disposizione è sufficiente a coprire sostanzialmente tutta la casistica che interessa. Ai due estremi infatti troviamo appena una persona su circa 30.000». «Nel corso del tempo, le scale Wechsler sono state più volte aggiornate per incorporare gli sviluppi della ricerca sull’intelligenza ma anche per adeguare i contenuti delle prove ai cambiamenti della popolazione, della cultura e della tecnologia», interviene Lina Pezzuti, professoressa ordinaria di psicometria all’Università La Sapienza Università di Roma. «Quelle odierne coprono Focus | 39

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DEL


LA PARTE “ALTA” DELLA SCALA Il 7,2% della popolazione ha un QI compreso fra 120 e 129, intervallo che definisce la plusdotazione, mentre il 2,5% supera il valore di 130, oltre il quale inizia l’alto potenziale cognitivo o, in inglese, giftedness. In alcuni casi questi individui sono identificati già da bambini, per via dei loro comportamenti originali e spesso problematici, più ancora che per la capacità di ragionamento. Non sempre tuttavia la plusdotazione è garanzia di successo nella vita: le difficoltà emotive e relazionali, infatti, possono compromettere il pieno sviluppo delle potenzialità dei bimbi plusdotati, soprattutto se non sono seguiti in modo adeguato. Ecco alcuni segnali che potrebbero spingere a consultare uno specialista. Il bambino sembra distratto e sempre con la testa fra le nuvole. Impara a parlare presto e ha un linguaggio ricco. Ha una memoria sbalorditiva. È estremamente curioso e concentra l’attenzione su temi specifici, dai quali si discosta solo dopo lunghi approfondimenti. Trova soluzioni originali e non convenzionali ai problemi. È molto sensibile e vive le emozioni in modo intenso. È intollerante nei confronti delle ingiustizie. È un perfezionista e si pone obiettivi difficili da raggiungere. Ha difficoltà a relazionarsi con i coetanei e preferisce stare con bambini un po’ più grandi. Si pone domande filosofiche e difficili già da piccolo.

gran parte del ciclo di vita: dall’età prescolare con la Wppsi (Wechsler Preschool and Primary Scale of Intelligence, giunta alla quarta edizione), all’età scolare e adolescenziale con la Wisc (Wechsler Intelligence Scale for Children, in quinta edizione), fino all’età adulta con la Wais (Wechsler Adult Intelligence Scale, di cui è in corso l’adattamento italiano dell’edizione V)». «Concettualmente, non ci sono differenze fra i test, ma quelli per i bambini hanno alcune prove adattate alla loro età», chiosa Toffalini. QUALI RISPOSTE PUÒ DARE UN TEST? I test di Wechsler si compongono di una quindicina di prove, chiamate subtest, suddivise per gruppi, che mettono in gioco differenti capacità cognitive, permettendo così di valutare diversi indici. «Alcune utilizzano prevalentemente il 40 | Focus

VALUTATA Una 12enne fa un test del QI come parte del suo percorso scolastico. Era il 1947; oggi i test si prescrivono se ci sono precise necessità cliniche o diagnostiche.

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dossier

linguaggio e richiedono, per esempio, di ragionare su concetti o utilizzare conoscenze acquisite. Altre richiedono di analizzare informazioni visive, individuare relazioni o risolvere problemi. Altre ancora coinvolgono la memoria di lavoro, cioè la capacità di mantenere temporaneamente delle informazioni e lavorarci mentalmente, oppure la rapidità e l’accuratezza nell’elaborazione dei dati», spiega Pezzuti. I risultati ottenuti nei diversi gruppi concorrono a determinare il QI totale, che però costituisce solo una parte della risposta solitamente cercata nella clinica. In questo ambito, infatti, ha un peso rilevante anche il funzionamento cognitivo, che emerge da analisi più approfondite. «Due persone con lo stesso QI totale potrebbero essere arrivate a quel risultato in modo diverso», chiarisce Lina Pezzuti: «Una potrebbe mostrare maggiori risorse nel ragionamento verbale ma più difficoltà in compiti che richiedono rapidità; l’altra potrebbe mostrare una configurazione differente. Per questo non guardiamo soltanto al punteggio complessivo. Osserviamo invece la configurazione dei risultati, le eventuali differenze tra gli indici e tra le diverse prove, verificando se tali differenze siano statisticamente significative e clinicamente interpretabili. Queste informazioni, integrate da colloqui e osservazioni, hanno ricadute molto concrete, perché possono contribuire a orientare interventi clinici, educativi o riabilitativi». GIOCHI E STRUMENTI Da quanto detto fin qui dovrebbe essere chiaro che la funzione dei test di intelligenza non è soddisfare una curiosità sul proprio “numero”, ma rispondere a una necessità clinica. «Questi strumenti possono essere molto utili, per esempio, per approfondire difficoltà scolastiche o di apprendimento, contribuire alla valutazione di una possibile disabilità intellettiva o, all’altro estremo, di condizioni di elevato funzionamento cognitivo», riprende l’esperta. «Si tratta quindi di strumenti professionali, il cui utilizzo richiede una qualifica e competenze specifiche». Ma non è solo questo a differenziarli dai tanti test dispo-


intelligenze

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nibili online, che sostengono di poter valutare il QI in pochi minuti e con una manciata di click. In questi ultimi, infatti, c’è anche un problema di metodo e, soprattutto, di taratura. «Alcuni posso­ no rispecchiare la logica dei test veri, ma non sono stati validati statisticamente e i risultati non sono quindi attendibili», dice Toffalini. «Se un sito dopo cinque o dieci domande mi dice “il tuo QI è 137”, dovrei chiedermi: chi ha costrui­ to questo test? Su quale campione è stato tarato? Quanto quel campione rappresenta la popolazio­ ne con cui è corretto confrontarmi? Se queste in­ formazioni non sono disponibili, possiamo consi­ derarlo un quiz o un’attività di intrattenimento, ma non uno strumento in grado di fornire una misura valida e attendibile del QI», conclude Pez­ zuti. «Un insieme di problemi logici può anche essere interessante e divertente. Ma costruire un test significa dimostrare scientificamente che dai risultati possiamo trarre determinate conclusio­ ni. Non basta proporre esercizi che ci appaiono “intelligenti”».

Mondadori Portfolio

Per una valutazione esaustiva, i test mettono in gioco diverse capacità cognitive

NUMERI E GENIO Sopra: kit per il test StanfordBinet nella versione del 1937. A sinistra, il fisico Richard Feynman. Il suo QI di 125 lo collocava nella fascia alta, ma non altissima.

Intelligenza medio bassa

LA CURVA A CAMPANA Questa curva (statisticamente, una gaussiana) mostra la distribuzione dei valori dei QI nella popolazione. Circa la metà ha valori compresi fra 90 e 110 e il 68% fra 85 e 115. La plusdotazione inizia a 120, mentre da 130 si considera alto potenziale cognitivo. Lo 0,4% della popolazione ha più di 140, che indica un potenziale molto alto.

Intelligenza medio alta

Intelligenza media

50

Ritardo mentale

Intelligenza debole

2,5%

13,5%

60

70

80

68%

50%

9%

85

90

Scala Wechsler

100

9%

110

115

Intelligenza superiore

Alto potenziale cognitivo

13,5%

2,5%

120

130

140

150

Focus | 41


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storia

IL BASTONE NUCLEARE Un missile balistico Mx si solleva dal silo in un test di lancio: il volto più muscolare, e più costoso, dell’hard power statunitense.

MISSILI O... Da Atene a Hollywood, passando per il Rinascimento e la Cina di oggi, la storia insegna che si conquista il mondo anche senza sparare un colpo: basta farsi desiderare.

di Aldo Carioli 112 | Focus


LA CAROTA DEL ROCK Elvis Presley nel concerto Aloha from Hawaii, trasmesso nel 1973 in mezzo mondo: la musica pop è stata un’arma di soft power.

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CANZONI? Focus | 113


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SOGGEZIONE L’imperatore Qianlong riceve in dono cavalli tributati dai popoli confinanti: il sistema tributario cinese poggiava anche sull’attrazione culturale, non solo sulla minaccia militare.

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E

serciti o multinazionali? Portaerei o piattaforme streaming? Sanzioni o Social Network? Dalla Roma di Giulio Cesare agli Stati Uniti del secondo dopoguerra fino alla Cina di oggi, la Storia dimostra che per conquistare il mondo non basta avere l’esercito più forte. Serve qualcosa di molto più sottile: farsi accettare o, meglio ancora, farsi desiderare dagli altri popoli e dalle altre nazioni. Prendiamo quello che, semplificando molto, è accaduto alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso con la disgregazione dell’Unione Sovietica, un immenso impero con un esercito capace di annientare il nemico in poche ore. A un certo punto, il gigante crolla. Non perché viene sconfitto dalla superpotenza rivale, gli Stati Uniti, ma per una spinta interna dei suoi cittadini e per i limiti del sistema stesso. A fermare la disgregazione non bastarono le riforme economiche, una timida liberalizzazione del mercato e un accenno di pluralismo politico di stampo occidentale. Il desiderio di libertà e indipendenza degli Stati satellite e l’attrazione che esercitava il modello rivale diedero la spallata finale. C’È POTERE E POTERE Nel 1990, proprio negli anni in cui si sgretolava il blocco sovietico tra la caduta del Muro di Berlino (1989) e la dissoluzione dell’Urss (1991), il politologo statunitense Joseph Nye ha dato un nome a questa forza di attrazione culturale: soft power (“potere morbido”). Nei suoi saggi (Bound to Lead, non tradotto in italiano; Leadership e potere, Laterza e altri), lo ha contrapposto all’hard power (il “potere duro”), quello basato su carri armati, missili e pressione economica dura. Come spiega la politologa Anna Caffarena, dell’Università di Torino, le grandi potenze da sempre cercano di mostrare anche un volto amico: «Un Paese può raggiungere i propri scopi in politica internazionale se gli altri Stati vogliono seguirlo. Il soft power si affida alla capacità di definire le priorità, plasmando le preferenze altrui». Un’arma di persuasione di massa, una politica del consenso internazionale che si esercita da sempre, fin dai tempi dell’antica Grecia. Ma qual è la differenza tra queste due forze? L’hard power somiglia al classico metodo “del bastone e della carota”. Vuoi che un altro Paese faccia quello che dici tu? Lo minacci militarmente (il bastone) o lo compri con aiuti economici e investimenti (la

carota). Ma il bastone è stato e continua a essere per molti l’arma preferita. Ne parlava già lo storico Tucidide (V secolo a.C.), a proposito degli abitanti dell’isola di Milos, che non volevano sottomettersi ad Atene: “Si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe allo stesso modo su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”. Bisogna dimostrare la propria forza militare, se si vogliono evitare ribellioni. L’hard power è visibile, muscolare, efficace nell’immediato. Ha però un grande limite: costa tantissimo e genera risentimento, desiderio di libertà negli altri. Chi ubbidisce solo perché in pericolo di sussistenza si ribellerà alla prima occasione. Come fa notare Nye, se uno Stato spende denaro ed energie per ricattare un alleato, esercita l’hard power; se la sua economia è così forte e innovativa da spingere gli altri a imitarlo, sta generando soft power. E quando le persone di tutto il mondo mirano a studiare nelle scuole di quel Paese o vogliono vivere come si vive là, quello Stato ha vinto senza sparare un colpo.

Roma conquistò la Grecia, ma ne copiò l’arte: la storia dà ragione a chi seduce

114 | Focus


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KUNG FU DIPLOMATICO Un corso di arti marziali in un Istituto Confucio, in Sierra Leone: l’influenza cinese in Africa passa anche da lingua e cultura.

LA FORZA IN SCENA Sopra, carri armati T-34 sfilano sulla Piazza Rossa di Mosca per l’80° anniversario della vittoria sulla Germania nazista, nel maggio 2025. A sinistra, Leonardo da Vinci mostra il bozzetto del Cenacolo a Ludovico il Moro: il mecenatismo rinascimentale univa arte e diplomazia. Più a sinistra, la Scuola di Atene di Raffaello, con i filosofi greci che Roma, pur vincitrice sul campo, finì per seguire.

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LA MONETA RARA DELLA CREDIBILITÀ

DALL’ANTICA GRECIA ALLA CINA Dal punto di vista militare, le città greche vennero sopraffatte prima dai Macedoni e poi dalle legioni di Roma. Eppure, tutti i vincitori finirono per parlare greco. I Romani avevano le spade (hard power), ma rimasero folgorati dalla filosofia, dall’arte e dal teatro greco. Iniziarono a studiare la lingua dei conquistati, a importare e copiare le loro statue e i loro templi, a educare i propri figli secondo i modelli ellenici. Il poeta Orazio lo scrisse chiaramente: “Graecia capta ferum victorem cepit” (“La Grecia conquistata catturò il fiero vincitore”). Ovvero: Roma ha conquistato il mondo antico, ma la Grecia ha dato forma a quello che chiamiamo pensiero occidentale. Dall’altra parte del Pianeta, per oltre due millenni, dalla dinastia Han fino a quella Qing, l’antica Cina si muoveva in modo simile. L’imperatore non si imponeva sui popoli vicini soltanto con le invasioni. Il sistema di dominio si basava sul tributo: i popoli considerati barbari andavano a Pechino a portare doni perché ne temevano le ritorsioni armate, ma anche attratti dalla superiorità tecnologica e culturale cinese. La Cina di oggi, in fondo, replica quel modello, spendendo cifre astronomiche. Finanzia gli Istituti Confucio in tutto il mondo, investe nelle produzioni cinematografiche, in porti e ferrovie (la Nuova

In un’era dominata da droni, algoritmi, guerre ibride e cyberwar, il fascino della cultura serve ancora a qualcosa? In realtà sì. Anche in un contesto conflittuale come quello di oggi, la capacità di persuasione resta irrinunciabile. A confermarlo sono gli esperti di relazioni internazionali: nonostante i dazi e le spinte nazionaliste, le grandi potenze non possono fare a meno del consenso globale sul piano economico e istituzionale. ATTRAZIONE POSITIVA. Durante i lavori della Soft Power Conference (la VII edizione si è tenuta a Roma il 29 e 30 gennaio 2026), gli esperti hanno ribadito a chiare lettere che «il soft power oggi è più che mai fondato sulla credibilità, e questa credibilità non può fare a meno dei risultati pratici». Non basta la propaganda. I Paesi più attrattivi sono quelli che dimostrano di saper generare benessere reale, innovazione e rispetto dei diritti. Grazie a Internet e ai social, questo potere di attrazione è fluido e tende a rimanere fuori dal controllo dei governi. Pensate alla Corea del Sud: senza bisogno di minacciare nessuno, ha conquistato il Pianeta a colpi di serie tv, cinema, tecnologia e musica K-Pop, diventando un gigante nell’immaginario collettivo. ISOLATI. Gli Stati che scelgono di usare solo la forza bruta o una propaganda aggressiva, attraverso la manipolazione dell’informazione o la diffusione di fake news, invece, finiscono per isolarsi. Le armi servono a presidiare i confini, ma è solo con il prestigio della cultura che si lascia un’impronta indelebile nella storia dell’umanità. Atene e Roma sono lì a dimostrarlo.

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JAZZ E BOMBE Sotto, manifesto del 1959 dell’agenzia governativa statunitense Usa per un concerto di Louis Armstrong a Beirut. A destra, soldati Usa in perlustrazione in Afghanistan, nel 2004.

Via della Seta, non a caso, riprende un nome storico). C’è un problema, però: il soft power non si può comprare. Poiché quello cinese è un potere super-centralizzato e controllato dal governo, all’estero viene percepito come una minaccia, un “cavallo di Troia” della Repubblica popolare cinese, più che come un esempio al quale ambire. L’ARMA DELL’ARTE Nessuna minaccia si nascondeva invece dietro il soft power dell’Italia rinascimentale. Il dominio culturale delle corti italiane (Medici, Sforza, Gonzaga, Este… ) aveva un risvolto strategico, ma non strettamente militare. Basti pensare a Ludovico il Moro, signore di Milano, che ingaggiò Leonardo da Vinci come ingegnere, scenografo di corte e pittore: il Cenacolo dipinto per il refettorio di Santa Maria delle Grazie e le feste di cui Leonardo fu lo scenografo dovevano colpire non solo la corte sforzesca, ma anche gli ambasciatori stranieri. L’Italia del Quattrocento e del Cinquecento era un mosaico di piccoli Stati deboli, perennemente nel mirino di colossi militari come la Francia e la Spagna e con alleanze a geometria molto variabile. Non potendo competere sul piano bellico i signori italiani usarono il mecenatismo come un’arma di ascesa sociale e di diplomazia. Costruire palazzi e affrescare basiliche ingaggiando Michelangelo e Raffaello non dimostrava solo amore del bello. Dimostrava anche di avere molto denaro (al punto da poterne prestare a papi e sovrani) e mandava un messaggio molto chiaro: “Siamo ricchi, siamo colti, siamo protetti da Dio. Pensateci due volte prima di attaccarci”. Lo storico Gianluca Borzoni, dell’Università di Cagliari, spie116 | Focus

ga, nei suoi studi sul nesso tra diplomazia e dinamiche d’influenza, che la gestione del prestigio internazionale è sempre stata una questione di sopravvivenza per gli Stati. «Nel Rinascimento, le Signorie hanno trasformato la cultura nella loro moneta di scambio politica, riuscendo a dominare l’immaginario europeo per secoli». Se oggi americani e cinesi affollano Firenze e Venezia, è per l’eco di quel soft power che si trasforma oggi in indotto turistico. Un potere a lungo termine ben oltre la caduta dei loro eserciti, agguerriti ma troppo piccoli per resistere alle armate delle grandi monarchie nazionali, come l’impero tedesco, la Francia o la Spagna che si spartirono la Penisola a suon di potere duro. POTERE “SMART” Il re indiscusso del soft power contemporaneo sono però gli Stati Uniti. Dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale, gli Usa hanno imposto con la forza della penetrazione culturale il proprio modello: cinema, musica, brand della moda e della tecnologia sono diventati desiderabili. La vittoria nella Guerra fredda contro l’Unione Sovietica è un esempio di come le due forze possano agire insieme, con quello che Nye chiama smart power, il “potere intelligente”. I missili nucleari e la presenza della Nato in Europa (hard power) servivano a scoraggiare i carri armati sovietici; sul fronte opposto, c’erano altrettanti missili e l’alleanza militare del Patto di Varsavia. Gli Stati Uniti e i loro alleati avevano però anche un esercito composto da film di Hollywood, lattine di Coca-Cola, musica che esaltava l’individualismo contro il collettivismo. Il potere morbido del blocco sovietico praticamente non esisteva e aveva una scarsa penetrazione in Occidente, almeno tra le masse. Un esempio concreto di questa guerra a colpi di cultura arriva dalla radio. Dal 1955 il canale Voice of America trasmetteva nei Paesi oltre la Cortina di ferro il programma jazz condotto da Willis Conover, ascoltato clandestinamente da decine di milioni di persone nel blocco sovietico. Lo stesso Dipartimento di Stato statunitense mandò in tournée diplomatica musicisti come Dizzy Gillespie, Louis Armstrong, Duke Ellington e Benny Goodman, i cosiddetti “ambasciatori del jazz”: concerti in Medio Oriente, Asia ed Europa dell’Est che valsero più di tante missioni diplomatiche, anche se gli stessi musicisti, spesso afroamericani, non mancarono di far notare l’ironia di rappresentare all’estero una libertà che in patria era ancora negata ai loro concittadini di colore. L’immaginario occidentale ha scavato come un tarlo nella mente di due generazioni dell’Est europeo.


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VITTORIA MORBIDA Rocky III, icona pop dell’individualismo americano (a fianco), e la festa alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 (sotto).

HARD POWER E SOFT POWER A CONFRONTO HARD POWER

SOFT POWER

Come agisce

Costringe o compra

Seduce e convince

I suoi strumenti

Azione militare, sanzioni economiche, ricatto geopolitico

Cultura, lingua, modelli culturali e politici, brand e moda

Obiettivo

Piegare la volontà

Modellare i desideri

Quanto costa

È molto costoso, richiede enormi investimenti

Può essere a basso costo, se basato sulla forza delle idee

Efficacia temporale

Immediata e a breve termine

A lungo termine

La Cina spende cifre enormi negli Istituti Confucio, ma il mondo la vede ancora come una minaccia Quando il muro di Berlino è crollato, non è stato per un bombardamento o per una guerra economica, ma perché il modello alternativo era diventato irresistibile, mentre il sistema del socialismo reale non bastava a sé stesso e aveva perso l’efficacia repressiva che lo teneva insieme. FRAGILE Il soft power è una forza duratura ma fragile. Se la sua controparte, il “potere duro” delle armi e dell’embargo, prevale, si rompe. È quello che è successo agli Stati Uniti dopo l’11 settembre con le guerre in Iraq e Afghanistan. Cercare di esportare la democrazia con i bombardamenti ha distrutto la credibilità americana, trasformando l’ammirazione in un profondo risentimento. È lo stesso errore commesso da Napoleone: ha portato in Europa idee modernissime (l’uguaglianza dei cittadini, il codice civile), ma lo ha fatto con le baionette. Quando gli eserciti delle coalizioni antifrancesi prevalsero, il suo impero si sgretolò. Ma le idee libertarie che erano partite dalla Francia avevano ormai messo radici e avrebbero dato i loro frutti. Per esempio con il Risorgimento e l’Unità d’Italia.

IL VERDETTO DELLA STORIA Se facciamo un bilancio storico, qual è l’investimento migliore per un impero? Potere duro o potere morbido? L’equilibrio è la strada più efficace sul medio termine, ma il tempo dà ragione alla cultura. La forza militare crea un impero, ma non sempre lo mantiene. I grandi regni che hanno usato solo la violenza e il terrore per governare – come gli Assiri o i Mongoli di Gengis Khan – sono evaporati in pochissimo tempo non appena l’esercito ha avuto un momento di crisi o con la morte del leader. Non avendo convinto nessuno della bontà del proprio modello, si sono dissolti tra lotte interne o travolti dalla concorrenza di nuove potenze emergenti. Il soft power, invece, è a lungo termine. L’Impero romano d’Occidente è crollato militarmente nel 476 d.C., travolto dai popoli germanici. Eppure, le sue “armi morbide” – la lingua latina, le leggi del diritto romano e l’organizzazione della Chiesa – hanno continuato a governare l’Europa e la mentalità occidentale per i successivi 1.500 anni, prima con i regni romano-barbarici, poi con i regni medievali e infine con gli Stati nazionali. I barbari avranno pure vinto sul campo, ma Roma ha colonizzato le loro menti. Focus | 117


Domande Risposte

LA SCIENZA IN PILLOLE

INSERTO SPECIALE !

STORIA LE PRINCIPESSE EGIZIE SI ADDESTRAVANO CON LE ARMI?

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NATURA CHE COS’È LA ROCCIA DI AL NASLAA?

CIBO GLI 11 DOLCI PIÙ FAMOSI DEL MONDO

SCIENZA QUANTE GENERAZIONI CI SEPARANO DAI PRIMI HOMO SAPIENS? INDICE PAGINE ANIMALI 130 • TECNOLOGIA 134 • SCIENZA 136 • AMORE E SESSO 140 • STORIA 142 • TE LO DICE MASSIMO 146 • NATURA 148 • ECONOMIA 150 • SALUTE 152 • SOCIETÀ 154 • ARTE E CULTURA 156 • CIBO 158 • UNIVERSO 160 • PSICHE 162 • SPORT 166

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TECNOLOGIA SI PUÒ INSTALLARE UN WC NELL’AUTO?

ANIMALI LE MUCCHE HANNO MIGLIORI AMICHE?

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Sameh Abdel Mohsen

Immagine generata con l’IA

PERCHÉ LA FEBBRE SALE DI SERA?


ARTE E CULTURA

er distinguere un cavaliere dall’altro, visto che gli elmi chiusi e le armature integrali a piastre li rendevano indistinguibili, specialmente in battaglia. Nel XII secolo si cominciarono allora a dipingere su scudi e gualdrappe dei cavalli figure geometriche, animali e colori vivaci a forte contrasto, facili da identificare anche da lontano. In pochi decenni, quello che era nato come un espediente militare diventò un complesso sistema di identità sociale: gli stemmi cominciarono a essere tramandati di padre in figlio e diventarono il simbolo del prestigio, del lignaggio e delle alleanze tra casate nobiliari. Sigilli. Inoltre, visto che le stesse armature venivano impiegate anche nei tornei, nacque la figura dell’araldo, che era in grado di riconoscere i cavalieri e annunciarli al pubblico. L’araldica si affermò poi anche nella vita civile attraverso i sigilli di ceralacca, usati per firmare e convalidare documenti in un’epoca in cui pochissimi sapevano leggere e scrivere. D.V.

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Perché è nata l’araldica? P

MERAVIGLIA! Andare al cinema è divertente. E se non bastasse questa spinta, ora si sa che è anche salutare.

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ANDARE AL CINEMA, A TEATRO O IN UN MUSEO PUÒ RALLENTARE L’INVECCHIAMENTO? GLI INTERESSI CULTURALI RAFFORZANO LE RELAZIONI E LE ABITUDINI PIÙ SANE.

S

ì: lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Scienze di Tokyo, che ha svolto uno studio a lungo termine su 1.899 adulti pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health. Gli studiosi hanno raccolto i dati sui principali marcatori di salute (pressione, colesterolo, indice di massa corporea) dei partecipanti, per determinare la loro effettiva età fisiologica. Poi hanno chiesto loro con quale frequenza partecipassero a eventi culturali, per esempio andassero al cinema, al museo, a teatro, o ad ascoltare concerti.

156 | Focus

SALUTE MENTALE. Chi mostrava un elevato livello di coin-

volgimento culturale (svolgendo attività di questo tipo ogni pochi mesi o più spesso) dimostrava un’età fisiologica più bassa di tre anni rispetto a chi dichiarava un livello inferiore di interesse. Secondo gli autori dello studio, questo accade perché il coinvolgimento culturale può rafforzare le relazioni sociali, promuovere stili di vita più sani e migliorare la salute mentale, elementi che possono contribuire a rallentare il processo di invecchiamento fisiologico. Vito Tartamella


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