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Ersilio Tonini

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Paola Severini Melograni (Roma 1956), giornalista, scrittrice, produttrice televisiva. Esperta in Comunicazione Sociale è stata consigliere per l’agenzia delle Onlus e ha realizzato molte biografie sui leader del Terzo Settore e sui protagonisti del mondo cattolico italiano. Attualmente dirige l’agenzia di cultura sociale che fornisce il Parlamento: www.angelipress.com Tra i suoi ultimi libri: Mogli della Repubblica (Marsilio) e Manuale dei Diritti Fondamentali e Desiderabili (a cura di, Mondadori, 2013). Prezzo € 5,00 i.i.

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Paola Severini Melograni

Ersilio Tonini Minerva Edizioni

Ersilio Tonini muore a più di novantanove anni nella sua Ravenna: ha vissuto due vite, la prima come prete, la seconda da grandissimo “comunicatore di Dio”. Pochi sacerdoti, in Italia, hanno lasciato un segno così profondo. La sua caratteristica? Non cedere alle mode, a nessuna, nemmeno adeguando il suo linguaggio ai nuovi tempi. Il suo talento? Quello che in gergo si dice “bucare lo schermo”. Il suo cruccio? Lo scadimento della classe politica italiana. La sua passione? I giovani e la loro educazione. «... poiché saranno i giovani ad affrontare le sfide future, Dio si aspetta che l’attuale generazione adulta assuma come COMPITO TOTALE quello di impegnarsi a preparare i ragazzi a un simile momento... nel frattempo i ragazzi si guardano intorno e pur con il loro immenso desiderio di dedicarsi a qualcosa di grande, non vedono davanti a sé altro che una gara ad avere di più. La distinzione tra il Bene e il Male sta scomparendo, sostituita da una nuova distinzione fra le cose e cioè: mi piace o non mi piace, mi diverto o non mi diverto, ci guadagno o non ci guadagno e, infine, ho successo o non ho successo! Dobbiamo adoperarci per fare sì che la prossima generazione prenda per sé come fossero un comandamento le parole di sant’Agostino: “Universus turbatur quando coscientia turbatur”; tutto il mondo viene sconvolto quando una conscienza si rovescia».

Paola Severini Melograni

Con un contributo di Sergio Zavoli

E rsilio T onini Minerva Edizioni

13/08/13 15.16


Il ragazzo di allora: la prima intervista Eminenza, lei e Giovanni Guareschi avete in comune la terra di appartenenza, la “Bassa”, e un’amicizia sviluppatasi in lunghi anni. In qualche misura, lei assomiglia a don Camillo, certo non fisicamente ma per la grinta e l’attaccamento “da contadino” alla sua gente, e per la voglia di interpretarne sogni e bisogni. Cos’è cambiato nel suo modo di accettare la vita, oggi che ha più di ottant’anni, rispetto alla sua infanzia? Io mi sento ancora il ragazzo di allora e confesso che, anche nei momenti in cui partecipo a una funzione solenne, di fronte ai quattromila giovani di Catania, supponiamo, mi vengono in mente pensieri strani, persino ridicoli: “Ma se fossero qui mio padre e mia madre, cosa direbbero?”. In fondo sono rimasto quel ragazzo di paese che andava alla ricerca di uccelli e di nidi, e mi dico: “Ma come mi trovo qui, cos’è successo?”. Vivo ancora della sorpresa, dello stupore, perciò non posso prendere troppo sul serio l’importanza del ruolo che ricopro. Mi sento un poveretto e cosa sia accaduto non lo so. Quando a volte mi trovo in un clima di forte commozione e avverto la gioia della popolazione che viene ad abbracciarmi e a ringraziarmi, non per una questione di formalità ma perché gli si è risvegliato qualcosa dentro, ho perfino paura e mi domando: “Cos’è successo?”.


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Cos’è successo? Non lo so ancora oggi, però ricordo che mia madre, quando avevo circa otto anni, mi diceva: «Ragazzo, preparati, perché il Signore avrà bisogno di te». Come lo sapeva sua mamma? Lo ignoro, io ripeto spesso che doveva esserci un errore... Quando incontro la gente che dice: «Preghi per me», io rispondo: «Volentieri, ma credete che la mia preghiera valga più della vostra?». Anche questo è un errore formidabile perché sicuramente io nella Chiesa ho maggiore responsabilità, ma in fatto di purezza di coscienza, di slanci, di generosità, di intimità con Dio, molte persone mi superano, e tra costoro di certo mi superava mia madre. I ricordi più intensi sono sempre rivolti a sua madre. Ricordo mia madre, contadina: faceva la pasta e pregava; faceva la sfoglia e pregava. La preghiera, il silenzio... E spesso dico: giovani, fatevi questo regalo, non aspettate la vecchiaia. Il meglio che possiedi, la tua pace, è dentro di te; è dentro la tua bellezza, il tuo valore. Un po’ di silenzio, dunque, per ascoltare la voce di Dio e per dire: «Signore, Padre, fammi conoscere il Figlio Tuo!». Le figure dei miei genitori mi rimangono impresse nella mente. Non dimenticherò mai, per esempio, quando avevo sei anni ed ero così piccolo che stavo sotto il camino (accoccolato nel bordo della bocca del focolare che era nel centro della casa). Mio padre


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stava menando2 la polenta sul fuoco col mattarello; improvvisamente gli chiesi: «Papà, ci vogliono molti soldi per studiare da prete?». Il linguaggio era quello del mondo contadino dove si sa che i soldi sono pochi e che certe cose non si possono fare. Il mio povero papà, che era molto composto, molto attento, disse: «Ce ne vogliono tanti così» (allargando le braccia), poi tacque. Il mattino dopo mia madre mi prese da parte e disse: «Papà mi ha parlato... Senti, ragazzo, innanzitutto non discuterne con nessuno perché non saresti più libero; secondo, per adesso non ci pensare, fai il bravo ragazzo, studia e stai vicino al Signore». Mia madre aveva fatto la terza elementare, però era catechista e aveva una conoscenza infinita delle cose buone. Eravamo in cinque fratelli. Io ero il terzo e mi accorsi che mia madre aveva nei miei confronti un’attenzione particolare: esisteva tra noi un’intesa totale. In seguito, quando terminai la terza elementare, i miei genitori decisero di farmi continuare a studiare e di mandarmi in quarta (allora nei nostri paesi più della terza non c’era). In quel tempo abitavamo a otto chilometri dalla scuola comunale e andavo a piedi, in seguito cambiammo sede e ci avvicinammo, per cui dovevo percorrere, sempre a piedi, solo sei chilometri e mezzo. Non ho mai fatto una vacanza, ma non importava, avevo una passione forte.

Menare la polenta vuol dire girare con il cucchiaio di legno nel paiolo la farina di granoturco. 2


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IO NON HO MANI Io non ho mani Io non ho mani che mi accarezzino il volto (duro è l’ufficio di queste parole che non conoscono amori) non so le dolcezze dei vostri abbandoni: ho dovuto essere custode della vostra solitudine: sono salvatore di ore perdute. Da O Sensi miei... Poesie 1948-1988, di David Maria Turoldo, ed. BUR, p. 34.


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La passione del fanciullo che segna tutta una vita. Per la quinta elementare andammo in un altro paese che si chiamava Carpaneto, ancora più lontano; grande però era l’amore per lo studio, il desiderio di imparare. All’inizio della quinta i miei genitori mi avevano detto: «Senti, ragazzo, ti diamo tre mesi di tempo, pensaci bene però, perché siamo poveri. È una cosa seria». Allora riflettei attentamente e dopo tre mesi mi chiesero cosa avessi stabilito. «Ho deciso, voglio continuare», fu la risposta. I miei contrassero un debito di 600 lire (era il 1924) con una mia zia, per permettermi di andare in seminario; quando fui pronto a partire, mia madre mi abbracciò e disse: «Senti, ragazzo, ti raccomando due cose: la prima, studia, e la seconda, stai vicino al Signore. Poi farà Lui». Allora ce la misi tutta, proprio tutta. Lei studiò in seminario ed era già un giovane molto promettente. Rimasi in seminario per undici anni, quindi mi nominarono vice-rettore per due anni; in seguito mi trasferii a Roma per completare gli studi, poi di nuovo in seminario. Ricordo un episodio singolare. Frequentavo la terza ginnasio, dunque avevo circa quattordici anni e una volta, tornato a casa per le vacanze, mia zia mi scoperse con in mano una rivista missionaria. Si spaventò e disse: «Ragazzo, non vorrai diventare missionario, vero? I tuoi sono poveri, lo sai che hanno fatto


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dei debiti?». Io non risposi. Mia madre il giorno dopo mi prese in disparte, mi disse quello che la zia le aveva raccontato e aggiunse: «Non darle retta, quello che il Signore vorrà da te lo vorremo anche noi!». Ancora oggi il problema più drammatico per me non è percorrere la carriera ecclesiastica, ma salvarmi l’anima. Come diceva mia madre quando avevo quattro anni: «Ragazzo, salvati l’anima, salvati l’anima!». Questa figura meravigliosa di mamma quando viene a mancare? Non ha avuto la gioia di vederlo prete. Mia madre morì quando avevo diciotto anni: fu operata di peritonite prima, poi di calcoli al fegato e quando pareva che dovesse tornare a casa, venne a mancare. Poco prima le avevo detto: «Mamma, adesso torniamo a casa e fra cinque anni, quando sarò prete, verrai con me». Non mi vide ordinato sacerdote. No, non ci arrivò; «Non ne sono degna”, mi rispose. Intuì la propria fine. Mio padre in seguito raccontò che la sera prima di morire volle dire il rosario con lui e che poi, al momento delle litanie, invitò le donne della corsia dell’ospedale a recitarle insieme a lei. Il giorno seguente domandò di tutti noi e a uno a uno ci parlò. A me raccomandò la famiglia e le ultime parole che disse furono: «Poveri i miei ragazzi!» Papà aveva un desiderio, vedermi parroco, anche se lo tenne nascosto. Non fece purtroppo in tempo a vederlo realizzato nemmeno lui. Papà intuiva che la mia strada era diversa, però quando incontrava gli amici che gli dicevano: «Ma


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tuo figlio non è ancora parroco?» (per i contadini essere parroco significava essere arrivato, aver fatto carriera), si sfogava con le mie sorelle; a me non disse mai nulla ma a loro confessava una certa frustrazione. Desiderava vedermi servire la messa, pronunciare l’omelia e invece morì il giorno di Pasqua del 1950, ucciso da un’automobile. Io allora ero impegnato in seminario, con i giovani, dirigevo un settimanale cattolico. In che città si trovava? Ero a Piacenza. Pasqua era una solennità importante e il parroco insistette perché tornassi a casa per festeggiarla. Il giorno stesso io e papà dovevamo andare a messa intorno alle undici e uscimmo insieme mezz’ora prima. Arrivati in chiesa io entrai e mio padre rimase fuori in attesa delle campane. Una donna mi chiese di confessarla. Pochi minuti dopo sentii uno schianto, un urlo. Corsi sul sagrato e vidi un uomo riverso per terra investito da un’auto. La chiesa infatti dava sulla via Emilia, una strada trafficatissima, a maggior ragione il giorno di Pasqua. Era accaduto che un’automobile proveniente da Milano ad altissima velocità, per evitare un motociclista si era lanciata sul paracarro che difendeva il fianco della chiesa tranciandolo e aveva investito tre persone, uccidendone due, fra cui mio padre. Mi precipitai all’ambulatorio del medico e lo vidi là disteso, con mio fratello che piangeva e lo invocava. Mio padre mi è stato portato via così.


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Quando morirò e andrò presso il Signore, gli chiederò un favore: quello di andare da mio padre e da mia madre. Penso che mi dirà di sì. Come li vedrò, li ringrazierò e tremando di gioia: cari genitori, com’erano vere le cose che mi avete insegnato e come è vero che il Signore non abbandona mai i suoi Figli! (Ersilio Tonini)


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