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Mai state allineate

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MAI STATE ALLINEATE

Politica e religione: la libertà delle donne

Postfazione di Adriana Valerio

Bertha
ALDA CristinadiBelgioioso
Ursula
Paolina Teresa

Mai State allineate

Politica e religione: la libertà delle donne

Postfazione di Adriana Valerio

Anche se non la si nomina mai, a Montecitorio è stata dedicata una sala alle ventuno donne della Costituente. All’inaugurazione, pochi anni fa, si disse che erano state tutte lungimiranti, anticonformiste, donne che volevano contribuire a un Paese più giusto non solo dal punto di vista formale ma anche sostanziale.

Non è necessario essere eletti in Parlamento per avere quella consapevolezza politica che oggi sembra perduta, come se la democrazia e le sue libertà – che riguardano sia gli uomini che le donne, anche se non allo stesso modo –non fossero più fondamentali.

Le prime costituenti avevano visto la guerra, fatto la Resistenza e gustato l’indipendenza del loro Paese: non volevano più essere subalterne e misero subito in guardia il futuro Parlamento: “Abbiamo troppo fiuto politico e comunque peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!”. Anche perché gli uomini hanno sempre finito per fare le guerre e sempre ci ricascano, complice l’altro genere.

Oggi si potrebbe credere che la parità sia stata realizzata integralmente: sono donne sia il capo del governo che il capo dell’opposizione, perfino la presidenza della Commissione europea. In realtà si profila invece il grande pericolo dell’omologazione a un modello unico, apparentemente neutro ma di fatto maschile e gerarchico. Per quanto in parte apparentemente sconfitto, c’è il rischio che questa volta siano proprio le donne a veicolare il patriarcato, mantenendolo immobile e vincente dentro le istituzioni.

Il “veterofemminismo” del secolo scorso praticava principi secondo i quali l’accesso femminile alle istituzioni comportava la riforma di quel potere che discrimina i diritti e la cultura delle donne, che lavorano per migliorare il mondo, condizionandone la violenza e sperando di mandare la guerra fuori dalla storia. Ma se chi conosce l’esclusione dal potere gerarchico, quando lo assume, ne convalida immutata la forma tradizionale – e nessuna delle donne che attualmente governano (e non sono poche) ha mai tentato di metterlo in discussione – fallisce il disegno di una politica innovativa, ispirata da una cultura ampiamente espressa nei secoli a partire da Eva, che, a differenza di Adamo, era stata tentata dal desiderio, poi represso nel ruolo domestico, della conoscenza. Cultura oggi non settaria, volta a privilegiare il benessere sociale, in linea di principio comune a donne e uomini, orientato al rispetto dei corpi e alla qualità delle relazioni. Gli esseri umani sono tutti diversi tra loro, ma per garantire i diritti devono partire dalla conoscenza delle differenze, la prima delle quali è biologicamente data dal sesso. Devono arrivare ad accettare i generi e riconoscerne le diversità culturali e i diritti non univoci, per realizzare un’uguaglianza non discriminatoria, ancora oggi contraddetta dalla subalternità della donna. Da femministe riconoscevamo anche le differenze “tra noi”: portarono le lavoratrici a confliggere con i sindacati e le intellettuali a costruire scuole di pensiero attorno alle scienziate nelle accademie. La filosofia scoprì che il femminismo era la sola vera novità del pensiero nella crisi (non risolta) della metafisica. Fu subito accantonata la questione di una politica delle donne, perché significava scontro diretto con le istituzioni. Auspicata da alcuni gruppi fino alla progettazione di un “partito”, dimostrò l’impossibilità di un’ideologia rappresentativa organica dentro un sistema chiuso. D’altra parte, il femminismo dogmatico degli anni Settanta, che tendenzialmente votava extraparlamentare, seguiva contraddittoriamente partiti maschili e maschilisti.

Tuttavia, il problema politico prendeva forma autentica nelle donne che sentivano sulla propria pelle tutto il fardello, denunciato dai movimenti, dei pesi che davano sofferenze non più silenziate nella rassegnazione al destino di essere nate femmine. Ormai lavoro, famiglia e relazioni affettive erano diventati oggetto di conoscenza per denunciarne i limiti: si chiedevano leggi per la nuova declinazione di diritti finalmente esigiti. Il potere di un genere sull’altro è stato riconosciuto come “la” questione sociale di evidenza pubblica e il patriarcato respinto dagli stessi poteri. Un primo segnale lo diede il referendum sul divorzio, contro le previsioni della sinistra convinta che “una donna che a cinquant’anni viene abbandonata dal marito non sarà mai divorzista”. Le donne dimostrarono di tenere alla propria dignità e, successivamente, furono protagoniste anche del, pur sofferto, referendum sull’aborto e, passati pochi anni, della lotta ventennale per una legge contro la violenza sessuale, che sostituisse l’oscena dottrina che faceva dello stupro un “reato contro la morale”.

La responsabilità delle forze politiche, sociali, associazionistiche e religiose nei confronti di quello che è sostanzialmente il 52% dell’elettorato, cioè le donne, è stata – e resta – enorme: nonostante la presenza femminile nelle dirigenze, nessuno ha mai introdotto negli statuti il principio della differenza di genere che, respingendo la gerarchia tra uomo e donna, comporterebbe per tutti un’estensione orizzontale dell’uguaglianza.

Le religioni non hanno mai favorito l’emancipazione femminile e anche il cattolicesimo storico mostra la sua infedeltà al messaggio di Gesù, se ancora oggi divide i battezzati all’altare quando una religiosa – che ha pronunciato gli stessi voti dei colleghi maschi – deve ricevere l’eucaristia consacrata dalle mani di un uomo. Non è forse tempo di aprire la questione del sacerdozio femminile, anche se la sua legittimazione è teologicamente ineccepibile?

Purtroppo i tempi stanno riportando i conflitti a trasfor-

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marsi in guerre e il futuro si fa duramente complicato. Le donne devono essere protagoniste, concrete e attive, per evitare il ritorno al vecchio ruolo o l’incubo di “diventare come un uomo”. Solo studiando il loro passato si accorgono del grande spreco, nei secoli, di ricchezza depositata e rimasta senza valore aggiunto.

Paolina Leopardi non era nessuno a Recanati, ma era una bella persona, autrice di cose buone anche per la sua città; mentre Bertha, la baronessa che per prima prese la parola in Campidoglio per difendere la pace, non abita ancora i libri scolastici. I poeti e le poete volano alto: possono dire ciò che vogliono e aiutano tutti. Ma non possiamo permettere che le nuove tecnologie siano tarate sull’uomo al punto che l’algoritmo non riconosca la differenza soggettiva della donna nel riconoscimento facciale: come sempre, il femminile non esiste.

Il potere rimane escludente e gerarchico in nome della “forza”, mito dell’onnipotenza maschile, che oggi si traduce in violenza e continua a produrre guerre, nonostante la Seconda guerra mondiale abbia mostrato i disastri della forza e sia stata invano proposta la virtù della nonviolenza. In qualche modo, perfino inconsapevolmente, questa viene praticata dalle donne: anche solo in famiglia, anche nei tempi duri. Resistono, lungimiranti e anticonformiste, pronte – come le nonne – a modificare il sistema.

Virginia Woolf non voleva dare un soldo alla guerra e pensava che le donne, per stare bene con se stesse, avessero diritto a una stanza tutta per sé: un sogno che non tutte possono ancora permettersi. Se il futuro è quanto mai ambiguo, bisognerà caricarsi sulle spalle l’autostima e uscire dal sogno. Tocca alle donne comuni – che ormai sanno di essere più brave a scuola e di vincere i concorsi delle professioni qualificate – cambiare il mondo, portando la cultura del loro genere a tutti i tavoli negoziali, fino a quelli dell’ONU, che tante volte ne ha richiesto la presenza. Madeleine Albright – unica donna a rappresentare gli Stati Uniti al Con-

siglio di Sicurezza, ed era un “falco” – aveva affidato, una volta pensionata, questo compito alla generazione successiva, che avrebbe potuto finalmente portare nelle istituzioni internazionali la volontà autentica del genere escluso.

I tempi non sono ancora maturi? Lo si dice da troppo tempo, ed è per questo che le donne rischiano di adeguarsi al modello unico invece di contrastare un potere che non accetta la libertà femminile come diritto di contrasto a ogni violenza, a beneficio di tutti.

Non si sa se possa servire una raccolta di ritratti e di problemi che attendono di essere utili. L’autrice vorrebbe almeno aver creato problemi. Magari per fare qualcosa.

AngelA guIdI CIngolAnI la pioniera

Nel settembre 1945, con Decreto Legislativo Luogotenenziale del 5 aprile n. 146, veniva istituita la Consulta Nazionale, composta da 304 membri in rappresentanza dei sei partiti del Comitato Nazionale di Liberazione per provvedere a legiferare in attesa di un Parlamento democraticamente eletto. Emanò il decreto istitutivo del referendum di scelta tra monarchia e repubblica e la legge che fissava il suffragio universale maschile e femminile per l’elezione dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

Ne faceva parte la democristiana Angela Guidi Cingolani (1896-1991). Non c’era ancora il Parlamento di quella che sarebbe stata la finalmente libera Repubblica, ma Angela fu la prima voce femminile che si levò nell’aula di Montecitorio il 1° ottobre 1945.

Memorabili – per chi mai pensasse che il femminismo non riguardava ancora le donne – le sue parole:

Colleghi Consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese. Ardisco pensare, pur parlando col cuore di democratica cristiana, di poter esprimere il sentimento, i propositi e le speranze di tanta parte di donne italiane; credo proprio di interpretare il pensiero di tutte noi Consultrici invitandovi a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come

espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto con armi talvolta diverse ma talvolta simili alle vostre e che ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale. È mia convinzione che se non ci fossero stati questi venti anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia. Comunque, ci contentiamo oggi di entrare nella cronaca, sperando, attraverso le nostre opere, di essere ricordate nella storia del secondo risorgimento del nostro Paese. Tutti oggi siamo preoccupati dalla catastrofe morale che ha accompagnato la rovina materiale del nostro Paese: le cifre spaventose, indici del dilagare della prostituzione minorile, dell’intensificarsi della tratta delle bianche, della precoce iniziazione al male di migliaia di fanciulli, ci rendono pensose del domani così pauroso per le conseguenze di tanto disastro morale. È vero, la guerra porta sempre con sé devastazioni morali: ma credo che mai nel passato se ne sia verificata una così spaventosa, nella distruzione di tanta innocenza, di tanta promessa, invano sbocciata, di una nuova migliore generazione. Allargate le funzioni degli enti di assistenza e della maternità e infanzia; fateci essere madri rieducatrici di chi mai di un sorriso di madre ha goduto. Non si tema, per questo nostro intervento quasi un ritorno a un rinnovato matriarcato, seppure mai esistito! Abbiamo troppo fiuto politico per aspirare a ciò; comunque peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare! Il fascismo ha tentato di abbruttirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri. La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica, che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata. Per la stessa dignità di donne noi siamo contro la tirannide di ieri come contro qualunque possibile ritorno ad una tirannide di domani. Non so se proprio risponda a verità la definizione che della donna militante nella vita sociale e politica è stata data: “la donna è un istinto in marcia”. Ma anche così fosse, è l’istinto che ci rende capaci di far incontrare il buon senso comune, che fa essere tutrici di Pace.

Fu indubbiamente un intervento “di genere”. Tenendo conto che non era ancora scritta la norma costituzionale che faceva cadere la preclusione per ragioni di “sesso” alla partecipazione politica delle donne, in queste parole c’è un’affermazione del sé non individuale, detto assolutamente a nome di tutte le donne: era incominciato a snodarsi il filo rosso che renderà percepibile lo stile dell’autonomia femminile e della “differenza”. Angela si era sempre occupata delle donne (credo, disse, di essere diventata femminista con l’uso della ragione) anche nel Partito Popolare a cui si era iscritta giovanissima restandovi impegnata fino allo scioglimento dei partiti nel 1926, quando continuò, da antifascista, a impegnarsi nelle attività sociali della Chiesa. Fu anche la prima donna a diventare Sottosegretario (allora nemmeno lei usava il termine “Sottosegretaria”), ma quando cadde il governo De Gasperi nel 1953, non fu rieletta. Forse non è sbagliato pensare che l’essere solidale con Lina Merlin, socialista, e con la causa delle prostitute, per il suo partito, non fosse una raccomandazione. I partiti, infatti, rimasti patriarcali, non capirono: le donne ottennero il voto e qualche posto anche importante, ma senza quella “libertà femminile” implicita nella parità concessa dall’art. 2. Il potere chiede sempre l’omologazione al modello unico.

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Le narrazioni sulla “creazione” dell’uomo nelle religioni sono sempre simboliche: non è detto che siano così trasparenti da consentirne una facile comprensione. Se c’è una casta sacerdotale forte, la sua interpretazione viene congelata come tradizione e assunta come definitiva. Il dio di Israele non si rivela se non in situazioni che confermano la sua inaccessibilità: il Signore che si fa percepibile in un fuoco o nel soffio del vento è il dio che non vuole essere nominato per essere il totalmente Altro. È lui che, prima dell’uomo, creò il cosmo in tutte le sue forme e vide “che tutto era molto buono”. Poi gli venne di completarlo con la creazione del giardino della libertà e del limite e, alla fine, con l’uomo. Per meglio dire, con la donna, che sembra il coronamento del processo della creazione del mondo umano con il bisogno di leggi che impedissero gli arbitri di un’umanità che si credesse dio: l’uomo è plasmato dal fango, la donna da “una costola”, un perfezionamento con materiale superiore: un osso, non la terra. La trasgressione del limite, posto dal Signore, ha dimostrato l’eccesso di fiducia di un Dio che si fida delle sue creature e finisce per ristabilire un nuovo cominciamento inviando il Figlio: dopo Gesù ridiventerà il dio trinitario conoscibile e nominabile, che si rispecchia in una Chiesa che è popolo di Dio solo nel secolo scorso, dopo il Concilio Vaticano II, pur restando di fatto – lo era stato per troppi secoli – subordinato alla gerarchia. Ovviamente la narrazione del peccato aveva reso Adamo responsabile dei mali del mondo; per meglio dire l’umanità era diventata “peccatrice in se stessa” (e in ogni neonato innocente),

per colpa di Eva. A leggere la Bibbia, nel testo fedelmente tradotto e approvato, l’impressione è che per secoli si sia ripetuto “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza” e “il peccato è stato di Eva” falsando la Scrittura. Infatti la Bibbia dice: “Dio creò l’essere umano: uomo e donna li creò”. Quanto al peccato di Eva, la storia configura una scenografia precisa: il Signore del Giardino ha vietato di toccare l’albero simbolico, la conoscenza del bene e del male, ed è Eva che sperimenta in sé il desiderio di quella conoscenza (la suggestione è opera del “nemico di Dio” che, nel suo aspetto di serpente, sarà maledetto) e prende un frutto consegnandone un altro ad Adamo, anche lui diabolicamente incoraggiato; l’uomo, però, non appena sente risuonare l’orma dei passi spietati del Signore, scarica la colpa sulla sua compagna. Che il Signore rimprovera per prima e a cui anticipa l’inimicizia che si è ormai creata tra lei e l’uomo, poi si fa più severo con Adamo e lo maledice (tra parentesi: non aveva maledetto la donna) “polvere sei e polvere ritornerai”. Ancor oggi, per molti, questa “narrazione” risulta non desunta dal testo letterale, ma invenzione femminista. Infatti, personalmente credo che si tratti di quella nobiltà tradizionalmente attribuita agli autori delle trasgressioni che non impedisce alla lettura laica l’ammirazione per il ribelle, perfino “la” ribelle. D’altra parte credo anche che la Redenzione, venuta a riscattare l’umanità, riguardi Eva per la disobbedienza dovuta alla presunzione di voler diventare dio. Un Prometeo femmina.

Per gli antichi greci era tutta un’altra storia. Intanto i politeisti non avevano obblighi dogmatici e diventa complicato raccontare perché non esisteva una narrazione “rivelata”. Tuttavia, anche la tradizione classica voleva che le storie sacre fossero simboliche e invitassero a meditare il significato che i miti non sempre esplicitamente rivelano. La storia dell’umanità è complessa, c’è stato un tempo in cui gli uomini non esistevano, c’erano solo entità gigantesche che, dal caos della materia, erano cresciute fino a sottrarsi

all’aspetto di bestioni tutto senso e ferocia e a creare una gerarchia divina razionale: l’ultimo protagonista rimasto fu Zeus, la divinità che aveva inghiottito Metis, “l’intelligenza”, ed era anche lui della famiglia dei Titani, sconfitti dal suo nuovo potere. Non è ben chiaro come sia stato Zeus a incaricare Prometeo di creare gli uomini con il fango, per poi punirli togliendo loro il fuoco perché non accettavano la loro condizione e si ribellavano senza alcun rispetto per gli dei. Prometeo, per compassione degli uomini che hanno fame e freddo nel buio, riporta loro il fuoco. Zeus punirà la sua disubbidienza inchiodandolo a una rupe nel Caucaso e mandando un’aquila a rodergli il fegato. Eschilo – siamo già nel V secolo a.C. – compone una trilogia, di cui leggiamo solo il Prometeo Incatenato, con cui probabilmente ricomponeva la storia nella sua compiutezza teologica e ne faceva quadrare la logica che lega il peccato al castigo, poi al perdono, se è vero che alla fine era Zeus stesso che liberava Prometeo pyrphoros, portatore di fuoco, e lo faceva promotore del progresso umano. Intanto, tra le trasgressioni, le punizioni, i rancori sia degli dei che degli uomini, c’era stato il contributo di Epimeteo (“quello tardivo”) che non era di mente agile come Prometeo (“quello che prevede”) e si fece imbrogliare da una bambola divina in forma di donna che gli venne mandata con una valigia da non aprire assolutamente: lo stupidone, naturalmente, aprì e fece dannare gli uomini: volarono fuori tutti i mali che li tormenteranno per sempre e, a consolazione, rimase in un angolo la speranza. Naturalmente è Pandora, simbolo del femminile, che diventa subito la responsabile dei mali del mondo, tormento dell’umanità. La differenza del mito greco è che Pandora non è mai stata per l’uomo carne della sua carne: è un’aliena, come dice Eva Cantarella, un’espediente per punire gli uomini.

Günter Anders ha mitizzato un Prometeo che, vedendo gli incendi metaforici che sono derivati dal dono del fuoco agli uomini, prova vergogna e rifà i conti con l’impruden-

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za (umana e divina). Eva non si sa che cosa avrebbe fatto del potere della conoscenza: voleva diventare davvero dio?

Forse. Anche se i secoli di letteratura attribuiscono ormai all’uomo questa aspirazione. Ma il Signore l’ha intercettata per prima e l’ha punita con il contrappasso della subalternità al maschio e con il travaglio della maternità. Pandora è un automa, ma se avesse conservato consapevolmente la speranza, l’avrebbe fatto per compassione.

Comunque, con il fuoco o senza il fuoco, l’umanità deve faticare per crescere, impegnandosi contro gli elementi che la puniscono, mentre le donne restano ancora negate perfino nell’interpretazione dei miti.

Donne celebri e dimenticate, figure storiche e simboliche, credenti e laiche, poetesse e protagoniste della vita pubblica: un mosaico articolato quello che Giancarla Codrignani intesse in queste pagine. Le donne raccontate non appaiono mai come figure passive o subordinate: ciascuna, nella propria irriducibile singolarità, esprime forme nuove dell’essere femminile. Non semplici biografie, ma ritratti che propongono percorsi di senso, restituendo voce e profondità a esistenze che hanno lasciato tracce e intuito contraddizioni nella storia.

Il libro ci invita a uno sguardo critico sul presente, segnato da un clima politico e sociale in cui la forza, la violenza e perfino la guerra rischiano di essere accettate come normalità, mentre il potere continua a esercitare dinamiche che promettono inclusione ma replicano il modello di un io sempre più maschile e singolare. In questo scenario, la questione femminile si intreccia con interrogativi più ampi sulla democrazia, la cittadinanza e le forme stesse della convivenza.

Con sguardo partecipe e lucido, l’autrice fa dialogare esperienze diverse, interrogando tensioni e contraddizioni: tra fede e impegno civile, tra istituzioni e coscienze, tra emancipazione e rischio di omologazione. Accanto a queste donne, propone anche interlocutori come Enrico Berlinguer e Pier Paolo Pasolini, in un confronto che amplia e problematizza il discorso.

Un invito a ripensare il presente a partire dalla differenza: non limite ma risorsa che genera relazioni, linguaggi e pratiche politiche alternative. Un libro che non offre risposte definitive, ma apre domande, sollecita memoria e responsabilità, chiama in causa il futuro.

Euro 16,50 (I.i.)

ISBN: 979-12-5626-091-1

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