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Reg. Trib. di Napoli N. 27 del 6/4/2012

num. 4 - Anno I/luglio-agosto 2012

in questo numero Internet un cielo con tante nuvole Vis à Vis con Azra Nuhefendic Speciale Umbria Jazz 2012 Lou Reed. Una vita salvata dal Rock and Roll Con le pinne, fucile ed occhiali...

© Marco Iazzetta

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Editoriale Pronti a partire?

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Registrazione al Tribunale di Napoli N. 27 del 6/4/2012 Direttore Responsabile: Fabrizio Ponsiglione Direttore Editoriale: Stefania Buonavolontà Art Director: Marco Iazzetta Grafica & Impaginazione: Menthalia Design Hanno collaborato in questo numero: Martina Dragotti, Riccardo Michelucci, Marco Iazzetta, Rosalba Iazzetta, Maurizio Imparato Menthalia srl direzione/amministrazione 80125 Napoli – 49, Piazzale V. Tecchio Ph. +39 081 621911 • Fax +39 081 622445 Sede legale: 80121 Napoli – 30, Piazza dei Martiri Sedi di rappresentanza: 20097 S. Donato M.se (MI) – 22, Via A. Moro 50132 Firenze – 17/A, Via degli Artisti Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari. La pubblicazione delle immagini all’interno dei “Servizi Speciali” è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca.

ari lettori, ci siamo. È tempo di vacanze, di sole e di mare. È tempo di staccare la spina dalle scadenze, dagli impegni e dalle pause pranzo al volo. Le ferie agostane sono vicine e il clima vacanziero, che faceva timidamente capolino il mese scorso, ora irrompe negli uffici, dove ci si prepara al meritato relax. Il pericolo però, avvertono gli psicologi, è quello di ritrovarsi in ufficio a desiderare le vacanze, ma al momento di fare le valige si rischia di portarsi il lavoro con sé. Un recente sondaggio ha mostrato che su nove Paesi europei – Inghilterra, Francia, Irlanda, Spagna, Italia, Germania, Svezia, Norvegia e Danimarca – la tendenza sia di rimanere in contatto con l’ufficio anche in vacanza: secondo questo sondaggio 3 italiani su 4 non abbandonerebbero il lavoro neanche sotto l’ombrellone. Ben il 72% dei lavoratori italiani si rende reperibile nei giorni di ferie, che dire, un popolo di stakanovisti! Ma basterebbe una buona dose di buon senso, oltre al parere di numerosi esperti, per capire che una pausa dal lavoro è necessaria per ripartire più carichi e in forze. Le vacanze sono, infatti, un utile periodo per riprendersi da tutte quelle patologie originate dalla quotidianità: stress, ansia, disturbi del sonno e dell’apparato digerente, stanchezza, mal di testa; tutti fastidi che possono sparire o almeno alleviarsi nei giorni in cui si è liberi dall’ufficio. E allora non ci resta che indossare i vestiti del turista, imbracciare una macchina fotografica e immortalare momenti felici e spensierati, da ricordare nei grigi giorni d’inverno. Trascorrere il tempo facendo quello che ci piace, con una buona dose di thinking positive, e... se qualcuno tenta di sottoporvi allo stress da souvenir... beh, rispondete: “No, grazie!”. Buone vacanze...

Il viaggio perfetto è circolare. La gioia della partenza, la gioia del ritorno

Dino Basili, Tagliar corto, 1987 Marco Iazzetta General Manager MENTHALIA


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Internet, un cielo con tante “nuvole”? di Maurizio Imparato, Training & Coaching

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empi duri per i nostri archetipi, Internet li sta mettendo a dura prova, tutti! Archetipi e paure. Fino a pochissimi anni fa non avremmo mai lasciato che uno “sconosciuto” con il quale chiacchieravamo in rete potesse conoscere il nostro vero nome. Tutti sotto alias e/o nicknames. Fino ad arrivare all’era “social” dove il concetto si è completamente ribaltato, niente più ombra e mistero. Dati personali, interessi, lavoro e persino relazioni familiari resi disponibili a tutti gli “amici”. Diceva Aristotele nell’Etica Nicomachea che l’amicizia è fondamentale alla vita, giacché senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni (7, 1, 1155 a, 1-10sgg.). Si riferiva a Facebook? Non contenti siamo arrivati alla geolocalizzazione: dove sono, con chi, manca solo il perchè... ma questo sarà un altro post. Non paghi di aver messo a fattor comune tutte le nostre “intimità” adesso stiamo attraversando una nuova fase.

Il Cloud... Cos’e’ questo cloud?

Wikipedia scrive: “In informatica con il termine inglese cloud computing (in italiano nuvola informatica) si indica un insieme di tecnologie che permettono, tipicamente sotto forma di un servizio offerto da un provider al cliente, di memorizzare/ archiviare e/o elaborare dati (tramite CPU o software) grazie all’utilizzo di risorse hardware/software distribuite e virtualizzate in Rete”. La correttezza nell’uso del termine è contestata da molti esperti: se queste tecnologie sono viste da alcuni analisti come una maggiore evoluzione tecnologica offerta dalla rete Internet, da altri, come Richard Stallman, sono invece considerate una trappola di marketing. Con il “cloud” riusciamo a far fare ai nostri aggeggi elettronici molte più cose di quante potrebbero... Potremmo paragonare il cloud ad un enorme cervellone al quale inviamo i nostri impulsi sensoriali e dal quale riceviamo in risposta un pensiero completo.

Fantastico, possiamo avere aggeggini sempre più potenti e sempre più piccoli e leggeri con i quali fare sempre più cose a patto di avere il collegamento diretto con la “nuvola”. Ecco la parola magica del cloud, “connessioni”. Parlando di etere e connessioni verrebbe da pensare a qualcosa di esoterico... ed anche qui rimando ad un futuro post.

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Nel tempo presente cosa sta succedendo?

Tutto bello, tutti connessi, un “supercervellone” che ci elabora le informazioni ricevute da programmi SaaS (software as a service) e ci restituisce la nostra bella foto elaborata. E così mandiamo in cantina anche la “prudenza” dopo la “riservatezza”. Infatti l’uso estremo del cloud prevede che i nostri dati personali, i nostri software, etc., vengano immagazzinati in un data center chissà dove nel mondo fisico, perché sulle nuvole non c’è p osto. Ed oltre a correre qualche rischio per motivi geopolitici, oppure semplicemente di “opportunità commerciali” potrebbero iniziare anche i problemi legati ai “thunder”, termine con il quale si stanno apostrofando i blocchi delle applicazioni “cloud” dovuti ad interruzioni delle reti di connessione. Ultima in ordine di tempo e nello stesso tempo molto importante per quel che ha creato è stata l’interruzione dei servizi di “Instagram”, “Pinterest” e “Netflix” a causa di una violenta tempesta magnetica che ha colpito gli Stati Uniti. Per fortuna i data center hanno “tenuto” e, dopo qualche ora, tutto è tornato alla normalità. Il cielo di Internet è quindi pieno di nuvole portatrici di novità e di nuova vita. A noi il compito di immaginarle nelle forme e nei colori che più ci piacciono.

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Vis à Vis con Azra Nuhefendic di Riccardo Michelucci, Giornalista

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ono passati vent’anni ma le ferite di Sarajevo sanguinano ancora. Chi è sopravvissuto al più lungo assedio della storia moderna, iniziato il 5 aprile del 1992 e durato quasi quattro anni, ancora non riesce a spiegarsi come sia stato possibile che l’incolpevole popolazione di una moderna città europea sia stata lasciata sola per 44 mesi a fronteggiare le granate, i cecchini, il freddo, la fame. Oltre 11000 persone - tra cui almeno 1500 bambini – hanno perso la vita in quell’interminabile accerchiamento che ha trasformato Sarajevo nel simbolo della disfatta della civiltà. “Ancora mi chiedo come abbiamo fatto a sopravvivere”, spiega Azra Nuhefendic, una delle più autorevoli giornaliste bosniache, che all’inizio della guerra lavorava per il quotidiano Oslobodjenje e la tv di Stato e che dal 1995 vive a Trieste. Quella che ci racconta oggi è una Sarajevo diversa, con una geografia urbana asservita agli interessi economici degli investitori stranieri ma che è riuscita, nonostante tutto, a mantenere in vita la sua anima tollerante.

quattro anni ha ripetuto che “tutti sono colpevoli” deve spiegarci com’è stato possibile che i cittadini di una moderna città europea siano stati lasciati soli a fronteggiare il più lungo assedio della storia contemporanea.

Cosa prova guardandosi alle spalle e pensando che sono passati ormai due decenni dall’inizio dell’assedio? Incredulità, ancora. Non riesco a capire come siamo riusciti a sopravvivere. Una media di 350 granate al giorno, i cecchini, la fame, il freddo. Da una parte c’era l’ex armata jugoslava, all’epoca la quarta potenza militare in Europa, e dall’altra i bosniaci disarmati, con le mani legate anche dalle Nazioni Unite, che avevano imposto un embargo all’importazione di armi che di fatto colpiva solo le vittime. E poi l’indifferenza, anzi la falsa obiettività della comunità internazionale. Chi rimane imparziale di fronte a un’aggressione, diceva l’arcivescovo Desmond Tutu, sta dalla parte dell’aggressore.

La guerra ha cambiato l’anima della città? Sarajevo è ancora multietnica e tollerante com’era prima dell’assedio? Sì, e credo sia inevitabile, dopo aver trascorso quasi quattro anni sotto assedio, durante i quali la gente è stata bombardata, affamata, lasciata senz’acqua e riscaldamento, in balia totale degli assedianti. Circa un terzo degli abitanti, quelli che ce l’hanno fatta, se ne sono andati via nei primi mesi di guerra. Al loro posto sono arrivati i musulmani bosniaci espulsi dalle proprie case, dai villaggi e da altre città in seguito alla pulizia etnica. Sarajevo non poteva non cambiare ma sono stati gli assedianti a renderla meno serba e meno croata di prima. Dopo la fine della guerra i serbi se ne sono andati, molti addirittura aprendo le tombe per portar via i loro morti. Oggi gli abitanti sono per l’80% musulmani eppure Sarajevo è molto più aperta, diversa e tollerante di città come Banja Luka o Mostar.

Che rapporto hanno i sarajevesi con la memoria di quegli anni? La gente non vuole parlarne. Quattro anni di guerra sono stati fin troppi e le persone sentono di aver perso ogni ora, ogni secondo di quegli interminabili 1427 giorni d’assedio. Quello che è successo a Sarajevo e nel resto della Bosnia unisce la tragedia collettiva con migliaia di tragedie intime, individuali, e la popolazione ha imparato che il mondo non crede alle lacrime, né all’innocenza. Chi per

La ricostruzione ha cambiato la geografia urbana di Sarajevo? Sì, in peggio. Prima della guerra c’erano regole urbanistiche che impedivano di costruire qualsiasi cosa ovunque. Oggi chi ha i soldi può fare qualsiasi cosa. I nuovi mostri d’acciaio, vetro e cemento non li hanno costruiti per contribuire ai bisogni della popolazione o per rendere la città più bella ma solo per riciclare soldi sporchi. Mi fa ridere l’ignoranza dei colleghi che scrivono dei paesi musulmani o arabi che starebbero investendo in Bosnia. Gli investitori si muovono solo per il profitto, nel mio paese come altrove. Ovunque spuntano luoghi di culto, moschee, chiese. Credo che in un paese dove il 50% della popolazione è disoccupata la vera priorità sarebbe la costruzione di fabbriche e la creazione di posti di lavoro.

Perché dopo tanti anni di pace non è stato possibile costruire un vero processo di riconciliazione tra i popoli bosniaci? Perché non si è lavorato su questo, perché il partito serbo Sds e quello croato Hdz, gli


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stessi st tes e si si cche he aavevano he veva ve vano va no p preparato repa re p ra pa ratto to e ffatto att at tto to llaa guerra, g errra gu ra,, sono rimasti al potere. È come se avessimo mo mo lasciato il partito nazionalsocialista di Hitler tleer al potere in Germania dopo la Seconda guererra mondiale e i suoi membri liberi di fare cciò iò che volevano. Oggi la maggioranza del parlamento è forormata dalle stesse persone che lavoravano con co on Karadzic o con il generale Mladic. Lo stesso ssso presidente della Republika Srpska, Milorad raad Dodik, fece parte del parlamento che approvò ovvò la politica che condusse al genocidio. Perché le divisioni etniche si sono aggravavate, invece che attenuarsi, dopo la fine della elllaa guerra? Sarajevo è ancora una città profondamente nte traumatizzata dalla guerra. Tra i suoi abitanti an nti ci sono migliaia di donne vittime di stupro, ro, migliaia di vedove di Srebrenica, 50mila inin nvalidi, ex militari che soffrono le conseguenze nzze della guerra, migliaia di orfani. Questa realtà sarebbe un peso anche in un paese più stabile e ricco, figuriamoci in n Bosnia, che è il paese più povero d’Europa. a Purtroppo i nazionalisti, gli aggressori, hanno ottenuto quello che volevano e sono stati premiati con la creazione di un’entità semiautonoma mai esistita prima, la Republika Srpska. Inoltre i giovani nati e cresciuti dopo la guerra frequentano scuole divise, studiano storie differenti e distorte. Ovunque vengono insegnati l’odio e l’intolleranza.

E og oggi oggi, gi,, quale gi qual qu alee futuro al futu fu turo tu ro aattende tten tt ende en de S Sarajevo araj ar ajev aj evo ev o e la Bosnia? Temo che il processo di disgregazione continui fino a quando non saranno create tre parti completamente divise su base etnica. L’Europa potrebbe aiutarci ad evitarlo ma è troppo impegnata con sé stessa e forse ha dimenticato la Bosnia di nuovo, come ha fatto già durante la guerra.

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Dillo in 140 caratteri Prima li chiamavamo aforismi, oggi li chiamiamo tweets. di Martina Dragotti, Copywriting & Communication

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witter?! Più di un social network. Sì, perché in fin dei conti Facebook ha preso il posto della signora pettegola del secondo piano, che sa tutto di tutti, aaddirittura ancor prima che accada... Ma or ora, anche la signora, arrendendosi sconfitta t a questo scontro impari, si rivolge alla bacheca ba inventata da Mr Zuckerberg, dominatore indiscusso del pettegolezzo. domin Twitter è diverso. Twitte O m meglio è utilizzato diversamente. L’Hom L’Home di Twitter è piuttosto la cartina tornas tornasole che indica cosa e come il Paese sta vi vivendo un determinato momento, attrave attraverso l’utilizzo di un fenomeno in contro controtendenza sui social network, che si nutron nutrono di TVTTB, cmq e LOL: il ritorno all’ital all’italiano. Twitte Twitter mi piace perché ti chiede di essere sinteti sintetico e convincente, utilizzando al meglio qu quei 140 caratteri, per dire qualcosa che va valga la pena di un retweet. Ecco allora a che, in un giorno in cui il mercato finanziario affannava particolarmente, com compare un tweet che sentenzia:

Insopportabile Le borse continuano ad andare male. Oggi zainetto.

Oppure nel giorno della morte di Steve Jobs, fondatore della Apple, leggo:

Tyrion Xymilian* Ieri ho comprato un iPhone e oggi è morto Steve Jobs. Quasi quasi faccio l’abbonamento a Mediaset Premium. Ma ancora, ecco un tweet che suggella in 107 caratteri, un momento storico di dilagante mal costume e crisi economica:

Twitstupidario Sara Tommasi si da all’hard. Nicole Minetti si da all’hard. Forse è questo che si intende per tempi duri. E non sono solo i vari tweets ad essere un interessante lettura... Sfogliando le varie Biografie si corre il rischio di scontrarsi in piccoli scorci di personalità interessanti. Ogni tweet è un pensiero che ognuno getta lì, come un piccolo aereoplanino di carta che vola nelle home dei vari utenti... in attesa che qualcuno lo raccolga, lo rilanci e lo faccia arrivare lontano. Questa parafrasi romantica, nel Twitter slang si chiama retweet.

cile ero. È più diffi g g e ss a p l e d fono. no sul sedile si Luca Prezio macchina. Tranquilli soede che sto usando il tele a v ll Twitto da almeno la polizia non lento. guidare ma rvati serve del ta se os in e ar io ss h a g p n no. e. Ma per L’ornitori ci di farsi notar ica, bisognerebbe rifarsi il sen a p ca o n so i tt u T ella chirurgia et Sono a favore d o belli. 9 son propri 3 1 ri lt a li g rattere, però Barbarella cante. Ho un brutto ca resto l’ho migliorato io. Caotica pratia mi ha fatta perfetta, il Mia mamm

afor verso. Colleziona ni U ll’ de EO C e e IO or D c’è scritto Signore. nnipotente, fondat Il Signore Iddio O mpre nel bagno delle donne, perché su Dio, ed entra se

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i è tenuta a Perugia, dal 6 al 15 luglio, l’ormai famosa kermesse musicale “Umbria Jazz” giunta alla sua trentanovesima edizione, che ha visto esibirsi artisti del calibro di Herbie Hancock e Sonny Rollins insieme a Erykah Badu e Sting nell’affascinante cittadina umbra, che ha saputo essere cornice incantevole di cotanta eleganza e forza musicale. La kermesse, nata nel 1974 come festival itinerante dal respiro hippy, nel tempo ha perso il nomadismo tipico di quegli anni per divenire un festival ad immersione totale nel centro storico dove, in “poco più un chilometro quadrato di straordinaria bellezza e suggestione, si creano interazioni inedite fra la storia medievale che aleggia fra i palazzi e le piazze di Perugia e i suoni della contemporaneità.” Artisti come Stefano Bollani, Chick Corea, John Scofield, Joe Lovano, Wayne Shorter, Pat Metheny, Enrico Rava e Paolo Fresu hanno animato le notti e i giorni del Perugia Jazz 2012 che, nonostante un cartellone snellito rispetto all’anno precedente (180 eventi invece di 260), ha superato il milione di euro di incassi.

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An englishman in Perugia

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uest'anno il concerto di chiusura dell’evento, tenuto nell’affascinante cornice dell’Arena Santa Giuliana, ha visto protagonista il cantante inglese Gordon Matthew Thomas Sumner... in arte semplicemente Sting. C'erano ottomila persone ansiose di ascoltare le due ore di concerto dell’artista britannico, che ha concesso ben tre bis ad un pubblico che sarebbe rimasto ancora ad ascoltarlo per ore.

Al primo giro di basso, l’inconfondibile sound apre uno show che si preannuncia essere l’evento top dell’intera kermesse. I suoni, la voce, l’intensità dell’ex Police nell’interpretare i brani più famosi del suo repertorio, hanno riscaldato la platea, che durante il concerto si è avvicinata educatamente al palco per poter sentire in maniera ancora più travolgente l’energia musicale dell’artista. Sul palco con lui, per il Back To Bass Tour, c’erano lo storico chitarrista Dominic Miller, alle tastiere David Sancious, Peter Tickell al violino, la vocalist australiana Jo Lawry e alla batteria un monumento come Vinnie Colaiuta. L’inizio con If I Ever Lose My Faith in You fa capire immediatamente che sarà una serata memorabile con uno Sting in perfetta forma: jeans nero, t-shirt del tour grigio chiaro e l’inseparabile basso, tranne che per la canzone di chiusura del-

la serata, Fragile, dove imbraccia una chitarra acustica nera sulla quale comincia a far scorrere le dita dando corpo ad un’interpretazione unica nel suo genere. Appena finito il primo brano, in un italiano molto gradevole, l’ex Police dedica la serata a Gil Evans con il quale ben 25 anni fa calcò il palco di Umbria Jazz per la prima volta:

Questa sera è dedicata al mio maestro musicale e spirituale, il signor Gil Evans

Il concerto prosegue con pezzi che volteggiano senza un secondo di respiro tra un sorso d’acqua che il “pungiglione” si concede tra un brano e l’altro: si va da Demolition Man a I Hung My Head, da Driven To Tears a ballad come Fields Of Gold e Desert Rose. Non manca il repertorio più noto dei Police come Roxanne, Every Breath You Take, Message in A Bottle, Next to You e Every Little Thing She Does Is Magic. Dopo due ore esatte, lo show si chiude non senza un piccolo fuoriprogramma come Litte Wing di Jimi Hendrix. Dopo aver inghiottito note a raffica, che continuano a propagarsi nell’aria anche alcune ore dopo la fine del concerto, si chiude l’ultima tappa italiana del tour di Sting, già sold-out a fine maggio, che ha confermato la continua ricerca qualitativa e la vitalità organizzativa della manifestazione perugina.


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La fortuna di KJ Denhert Un evento nell’evento: Karen Jeanne Denhert e la sua Band in concerto. La cantante urban folk-jazz americana si è esibita nell’area antistante lo spazio previsto per il concerto di Sting. Una grande artista che si definisce “fortunata” per ritrovarsi ancora una volta, dopo otto anni, all’Umbria Jazz Festival, e viene da chiedersi... Fortuna?! Assolutamente no, talento puro.

On “Funk Off La prima funky marchin’ band italiana che unisce il groove della black music e arrangiamenti di tipo jazzistico ad uno stile e ad una melodia italiana, e a movimenti e coreografie di grande impatto visivo ed emotivo. Grande energia, ma soprattutto tanta originalità nella loro musica, scritta e arrangiata da Dario Cecchini, fondatore e leader della band.

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Lou Reed Una vita salvata dal Rock and Roll di Martina Dragotti, Copywriting & Communication

timeline time 1942 - nasce a Brooklyn Lewis Allan Reed

1956 - Reed viene sottoposto ad una terapia di elettroshock per “curare” la sua bisessualità

1960 - frequenta la Syracuse University, dove studia giornalismo, regia cinematografica, e scrittura creativa

1964 - si trasferisce a New York City iniziando a lavorare come compositore su commissione per la Pickwick Records

1967 - Andy Warhol produce il primo disco dei Velvet Underground: “The Velvet Underground and Nico”, il famoso album con la banana in copertina

1970 - Reed abbandona il gruppo 1972 - l’incontro fondamentale con David Bowie che produce il suo album “Transformer”

1973 - pubblica il suo capolavoro ‘maledetto’: “Berlin”

1982 - esce “The Blue Mask“, registrato con il chitarrista Robert Quine e il bassista Fernando Saunders 1992 - perde due carissimi amici malati di cancro. Dal profondo dolore nasce l’album più introspettivo e cupo della sua carriera: “Magic and Loss”

2003 – pubblica The Raven, un album doppio di Reed, che rivisita in chiave rock i racconti di Edgar Allan Poe 2011 – pubblica “Lulu”, album nato dalla collaborazione con i Metallica

2012 – Reed festeggia i suoi 70 anni vissuti nel nome del Rock n’Roll

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aro, nostro figlio mi preoccupa. Non ha atteggiamenti del tutto mascolini, mi sembra... come dire... ha quelle pose così effeminate, e poi, poi parla di quegli argomenti scabrosi e ascolta sempre quella musica perversa... E la gente al circolo?! Già la vedo mormorare del figlio ribelle e strano dei Reed... Caro, bisogna fare qualcosa. E le ragazze? Non gli piacciono le ragazze? E quelle parole volgari che usa sempre poi... “omosessuale”, ma te ne capaciti? Dovevi portarlo a pesca più spesso, te lo dicevo, io. Bisogna fare qualcosa. È malato, bisogna curarlo... dicono sia possibile, sai?! Caro, ma mi stai ascoltando?” “Ci vuole un dottore, uno psichiatra. Uno che gli rimetta a posto quel suo cervello impazzito. Domani telefonerò al Dottor Harris, ci dirà lui che fare”. È così che immagino il dialogo tra i coniugi Reed, una tipica e benestante famiglia ebrea di Freeport, Long Island, attaccata ai preconcetti e ai pregiudizi morali della borghesia anni ’50, e affannata a difendere la reputazione familiare ricorrentemente scalfita dalla condotta controversa e ambigua del figliolo Lewis, che, dallo studio del pianoforte classico, era passato ad amare il Rock and Roll. Il giovane Reed fu portato in un centro psichiatrico specialistico dove accettò, tra l’incuriosito e il beffardo, di essere “curato”. Qui le cure con elettroshock per guarire le sue “turbe omosessuali” che lo segneranno profondamente. Durarono due settimane, due settimane di scariche elettriche intensive che gli facevano perdere completamente senso dell’orientamento e la memoria. Era talmente stordito da non riuscire a leggere: “...Arrivato a pagina 17, non ricordavo più cosa avevo letto, e dovevo ricominciare”. Si, leggere, cosa che per uno come Reed era fondamentale. Uno che non eccelleva a scuola, anzi, uno che se la cavava piuttosto male, ma che amava la letteratura e la musica nelle quali si rifugiava: divorava Delmore Schwartz, T.S. Eliot e James Joyce. Profondamente influenzato dalla la Beat Generation, dal linguaggio secco e diretto di autori come William Borroughs e Jack Kerouac, Reed cercherà di fare con la sua musica quello che questi autori americani avevano fatto con la letteratura.

Ma proprio l’elettroshock sarà l’evento spartiacque nella vita del giovane Reed, evento che lo cambierà profondamente: ciò da cui doveva essere curato, sarà ciò che gli salverà la vita, «una vita salvata dal Rock & Roll». I suoi testi e la sua musica saranno una denuncia continua di temi scomodi e scottanti e quei trattamenti selvaggi del centro psichiatrico lo porteranno ad enfatizzare i suoi comportamenti sfrenati ed ambigui, talvolta consapevolmente portati ai confini della pazzia, e lo faranno scagliare in maniera dura contro i genitori, come ad esempio nel testo di “Kill your sons”:

Tutti i tuoi psichiatri da strapazzo ti fanno l’elettroshock hanno detto che ti avrebbero lasciato vivere a casa con mamma e papà invece che in ospedali psichiatrici ma ogni volta che provavi a leggere un libro non riuscivi ad arrivare a pagina 17 perché avevi dimenticato dov’eri così non potevi neanche leggere

Lou Reed, con i Velvet Underground prima, ed Andy Warhol poi, e ancora con la sua carriera da solista, scriverà una storia musicale fatta di successi, di hit popolari e di brani ricercati sia dal punto di vista musicale che testuale, che lo porteranno ad essere definito “l’intellettuale” del Rock. Una carriera fatta di viaggi interiori strazianti, di cadute dentro se stesso e di rinascite, che porteranno alla luce pezzi di un io frastornato e lucido insieme, disilluso e consumato, vissuto in ogni nota, in ogni assolo, in ogni parola. Viaggi che spesso indagano il lato peggiore della natura umana, l’oscuro; viaggi in cui l’uomo e il musicista insieme non hanno distolto lo sguardo dal terribile per portarlo alla luce e raccontarlo. E quel legame tra musica e letteratura non sarà mai reciso: è nel 2003 che Reed pubblica The Raven, un album doppio che rivisita in chiave rock i racconti di Edgar Allan Poe, con la collaborazione di musicisti e ospiti di prim’ordine, quali Ornette Coleman, David Bowie, Willem Dafoe. “L’ossessione e la colpa sono le due ragioni principali per cui si scrive”, ha detto Reed. “Sono continenti immensi da esplorare. Per Poe. E anche per me”.


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Con le pinne, fucile ed occhiali... di Rosalba Iazzetta, Accounting Office

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on le pinne, fucile ed occhiali...” sono bastati questi tre oggetti ad etichettare, per un’intera epoca, l’abbigliamento vacanziero del turista. Quando vacanza significava divertimento, sole, mare e relax. Poi, l’avvento delle macchine fotografiche e delle videocamere... ed ecco che, dopo due settimane trascorse ad immortalare parenti, amici e panorami, bisognava attendere lo sviluppo dal fotografo per vedere le immagini della vacanza ormai passata, ed organizzare la cena con gli amici

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per raccontare e commentare quei giorni spensierati.

Oggi?! È tutta un’altra storia. Stop allo zainetto rimpinzato di oggetti tecnologici... basta avere il proprio smartphone e le foto e i video sono presto serviti, fotoritocco compreso. E, con un upload sul nostro social network e un tag, ecco il via ai commenti live sul nostro luogo vacanziero, sulla nostra abbronzatura o, perché no, sulle conquiste fresche fatte. Siamo appena atterrati nella città che ci ospiterà durante i giorni di ferie? Un check-in con Foursquare e i nostri trecentoventisette social amici saranno ben presto informati sui nostri spostamenti. Addio privacy e fughe segrete, o quanto meno bisogna ricordarsi di disabilitare la funzione di localizzazione del nostro dispositivo mobile. Le chiamano proprio “vacanze mobile”, per dimostrare come, anche durante viaggi e vacanze, l’utilizzo di dispositivi e connessioni mobili stia cambiando radicalmente le nostre abitudini e consuetudini.

Foursquare

Su un campione di seicentomila foto e check-in geolocalizzati, ben il 40% corrisponde a mete di viaggio. Nulla di male se ci va di condividere con i nostri amici virtuali, che sempre meno virtuali diventano, anche le nostre vacanze... Il rischio, però, è quello di restare attaccati allo “smartofonino” e di perderci la vacanza... E così quest’ansia da reality show, questo voler mostrare a tutti, a tutti i costi, quello che stiamo facendo, corre il rischio di logorare il romanticismo di alcuni momenti: come un tramonto in riva al mare, il volo dei gabbiani, il sole che scompare all’orizzonte lasciando una scia di colori ardenti, lo sguardo intenso della persona che avete al vostro fianco e... il trillo di una notifica di una foto appena commentata su Facebook!


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Curiosità Borsette tremate, arriva la scarpa portaoggetti

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romette di mandare la classica borsetta in pensione, la nuova scarpa “antiscippo” dotata di zeppa con vano portaoggetti annesso. Frutto della mente di una designer americana, la strana calzatura, è disponibile online al sito http://doubleagentshoes.com/, per la modica cifra di 145 dollari e consente anche personalizzazioni, come l’aggiunta di un vano laterale o di un lucchetto. Chiavi, rossetto e smarphone tutto quello di cui una donna necessita in un’uscita serale, gelosamente custodito nella zeppa della sua scarpa. Peccato che la borsa sia una delle migliori amiche delle donne non solo per questioni di utilità... ma, ahimè, per un insostituibile e vanitoso vezzo!

Esporre al Moma? Mai stato così facile

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i chiama Banksy, è un graffitaro, ed è stato esposto al Moma di New York. Solo che nessuno se n’è accorto, perché il furbo artista ha ben pensato di entrare nel noto museo e di appendere personalmente le sue opere al muro, insieme a quelle di artisti celebri. L’opera esposta al Moma era un omaggio ad Andy Warhol, un barattolo contenente una zuppa di pomodoro, ed è stata ritrovata, pochi giorni dopo, in uno degli ascensori del museo appena riaperto e ampliato. Banksy, la cui vera identità è ancora segreta, ha in seguito inviato un’email al New York Times per informarli del suo blitz e da qui la sua celebrità è decollata. Metropolitan Museum di New York, Brooklyn Museum e Bristol Museum sono stati gli altri suoi bersagli. Il Guggenheim, però, lo ha risparmiato per timidezza, afferma lo stesso Banksy: “Avrei dovuto apparire tra due Picasso e non sono abbastanza bravo per reggere il confronto”. Ah, l'ansia da prestazione...

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Ricercatezza, stile ineffabile e assoluta privacy sono gli atôut dell’albergo 4 stelle Grand Hotel Santa Lucia, situato sull’incantevole lungomare napoletano. Hotel in stile Liberty, costruito nel 1906 dal celebre architetto Comencini, si affaccia sull’omonimo porticciolo turistico. Rifugio amato da musicisti, letterati, personaggi d’ogni tempo, che nell’intimità delle sue stanze hanno trovato l’ispirazione per opere indimenticabili. Ma anche location ideale per un week end romantico, all’insegna del lusso nella magica cornice di una Napoli che pare sospesa tra mare e cielo.

Via Partenope, 46 - 80121 Napoli - Italy Tel. +39 081 764 06 66 - Fax +39 081 764 85 80 www.santalucia.it - info@santalucia.it

La Conchiglia


Menthalia Magazine - Luglio Agosto 2012