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Quotidiano Meeting 2011 - mercoledì 24 agosto

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ANNO 21 tro Numero Quat Mercoledì

MEETING

PRIMO PIANO QUALI CERTEZZE IN UN MONDO INCERTO? INCONTRO CON JOHN ELKANN Partecipa John Elkann, presidente di Fiat. Introduce Bernhard Scholz. Sala A3 ESPERIENZE ALLA PROVA. INCONTRO CON… Partecipano: Fabio Cavallari, giornalista e scrittore; Bernard Dan, direttore dell’Ospedale Universitario Reine Fabiola, Bruxelles; Mariangela e Riccardo, genitori di Giulia Ribera d’Alcalá. Introduce Davide Perillo, direttore di Tracce. Sala A3

11.15

15.00

O N A I D I T O U Q

24 2011

Arriva Elkann pag. 9

CON GLI OCCHI DEGLI APOSTOLI. UNA PRESENZA CHE TRAVOLGE LA VITA Presentazione della mostra. Partecipano: José Miguel Garcia, Università Ecclesiastica San Dámaso di Madrid; Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa. Introduce Giancarlo Cesana, Università Milano-Bicocca. Auditorium B7 LO STATO DELLA GIUSTIZIA Partecipa: Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Introduce Paolo Tosoni, presidente Libera associazione forense. Sala A3

17.00

19.00

AGOSTO

Casotto legge Esposito pag. 5

PRIMO PIANO

Scelta di camper pag. 18 Oggi al al Meeting Meeting verrà verrà Oggi raccontata la la storia storia di di Giulia. Giulia. raccontata All’ottavo mese mese di di gravidanza gravidanza ii medici medici le le avevano avevano All’ottavo diagnosticato una una forma forma di di microcefalia microcefalia diagnosticato polimicrogiria, suggerendo suggerendo ai ai genitori genitori ee polimicrogiria, cosiddetto aborto aborto terapeutico. terapeutico. ilil cosiddetto

Io non dovevo nascere Un’amicizia non programmata di EMILIA GUARNIERI ncora una volta, se si è leali con ciò che si vede, bisogna riconoscere che quello che è successo sul palco dell’Auditorium lunedì all’incontro «Egitto: la bellezza, lo spazio per il dialogo» non era prevedibile. Da personalità di rilievo, come il cardinale Antonios Naguib, il rettore di Al Azhar Usamah Elabed, il vescovo copto ortodosso Jeremiah Armiah, arrivate a

A

Rimini, in forza di inviti caldeggiati dagli amici egiziani del Meeting Cairo, forse ci si poteva aspettare il cliché dell’incontro di dialogo interreligioso. Avrebbe potuto essere soltanto così e non sarebbe stato comunque inutile. Ma invece è successo qualcosa di diverso. Non le lunghe relazioni in cui ognuno dice il suo punto di vista, come è doveroso, per tornare poi a casa, uguali a prima. Ma una passione a comunicare, condivisa a tal punto tra i partecipanti, da diventare cura dei tempi, disponibilità a tagli vistosi sulle relazioni, attenzione reciproca. «Per parlare abbiamo bisogno di venire qui». «Questa sera siamo felici perché ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda senza esserci accordati

prima». «Speriamo di essere all’altezza di continuare quello che qui è accaduto». Queste alcune delle affermazioni che tra stupore e commozione sono emerse durante la serata dopo l’incontro. E nulla è stato censurato delle legittime differenze. Ancora una volta abbiamo visto che il Meeting è un luogo in cui uno può essere leale con se stesso e, a partire da questo, giocare una responsabilità che diventa comune. La sorpresa del Meeting Cairo è diventata un metodo. Una amicizia che ne sta generando altre. Non di meno l’incontro di presentazione della traduzione in arabo del «Rischio Educativo». Ma come è possibile che un fratello musulmano dica che il metodo educati-

vo di don Giussani è una cosa utile e buona per l’Egitto, al punto di averlo voluto tradurre? Attendendo i nostri ospiti nei giorni precedenti il Meeting il sentimento prevalente era che tutto fosse “corretto”. Oggi siamo stupiti e commossi perché abbiamo visto, come dice sempre il nostro amico Wael Farouq, il primo dei nostri amici egiziani, che i valori non esistono astratti, ma se sono veri sono sempre incarnati in delle persone. Non abbiamo parlato di amicizia o di dialogo con il rettore di Al Ahzar, con il cardinale Naguib, con il vescovo Armiah, ma la stima, la cordialità, e, perché no, l’affetto vissuto insieme in questi giorni ha il nostro volto e i nostri nomi.


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24 agosto

Nel tondo, Andrew Davison col professor Stefano Alberto. A lato, un’immagine che il teologo (secondo da sinistra) ha mostrato al pubblico del Meeting durante l’incontro di ieri.

L’ABBRACCIO «Non condivido solo le idee Con voi condivido la vita» Il pastore anglicano Andrew Davison parla di sé mostrando le foto dei volti a lui più cari: «L’ecumenismo è amicizia, prima che teologia. E l’energia che vedo qui salverà tutta la Chiesa» «Andrew, devi assolutamente conoscere questa gente. E, ti assicuro, non è difficile diventare amici di persone così». John Milbank, tra i maggiori teologi anglicani, professore di Religione a Nottingham, apostrofa così l’amico Andrew Davison. E intanto invia un’email ad Alessandra Gerolin, quell’italiana che da poco si è trasferita a Cambridge per fare il dottorato e ha incontrato alle sue lezioni: «Guarda, devi andare a conoscere il mio amico Andrew». Da questo breve scambio di battute, nasce la travolgente amicizia tra la studentessa italiana e il reverendo anglicano, che in breve coinvolgerà nuovi amici, nuovi volti. «L’incontro con loro – racconta Davison – è stato per me l’essere trascinato in una trama di rapporti. Si potrebbe dire che siamo sempre trascinati in qualcosa che già esiste, che c’è anche prima di avervi iniziato a far parte. La nostra non era semplicemente un’amicizia tra me e questi amici, ma un’amicizia tra me e i miei amici con loro e i loro amici». Davison rimane conquistato da questi giovani che non gli chiedono di condividere le loro idee o di cambiare le sue posizioni, ma semplicemente lo invitano a condividere una vita. E da subito, è affascinato dalla loro energia («siete una meravigliosa testimonianza contro l’apatia»), da quella drammatica radicalità con cui vivono la loro fede: «Per molti, il cristianesimo è una convinzione tra tante altre, un’attività tra tante altre. Per Giussani, no: la fede è tutto, qualcosa per cui dare

la vita, o niente», in una verifica continua di esperienza, «una reale e rischiosa offerta a venire e vedere». E insieme, il reverendo guarda con stupore alla loro gioia, quel loro essere seri senza essere seriosi: «Voi avete sempre come un saltello nel vostro passo. Voi cantate. Per voi la fede è qualcosa da festeggiare». C.S. Lewis ripeteva che non era

certo «per il caso» che i nostri cuori si avvincono a un piccolo luogo piuttosto che a tutta la terra, a un volto piuttosto che a un altro. Proprio questa preferenza – «tu tieni gli occhi spalancati su quella particolare opportunità, quel compito particolare, e soprattutto, quelle particolari persone che Dio ti dà», spiega Davison – è il punto vitale di intersezione tra il sog-

gettivo e l’oggettivo, ciò che rende l’oggettività non astratta e la soggettività non individualistica. Carne e sangue, momenti precisi che si fissano nella memoria di Davison come le istantanee che mostra sul grande schermo alle sue spalle al pubblico del Meeting: gli amici che giungono un pomeriggio a imballare scatoloni e spostare mobili per aiutare il

Volo diretto Madrid-Rimini Al Meeting i ragazzi della GMG Per il popolo della 26° Giornata Mondiale della centi universitari. Nel cuore della capitale venerdì Gioventù, che si è conclusa ufficialmente domenica si è svolta la Via Crucis guidata dal Papa. Il sabamattina all’aeroporto di Cuatro Vientos a Mato è stato all’insegna di un autentico nubidrid con la messa del Papa, è tempo del fragio, che, però, non ha messo in fuga rompete le righe. Ma per alcuni l’avnessun giovane. «Restano loro, resto ventura è continuata fino a lunedì: i anche io» ha detto il Papa di fronte giovani giessini e i ragazzi del Clu a quel popolo fermo e unito, nonosi sono infatti trovati a Saragozza stante il diluvio. L’ultima mattina per un momento di assemblea dopo a Madrid e poi sono ripartiti: la visita alla chiesa di Santa Maria paella e sangria si trasferiscono del Pilar. E ora stanno arrivando al dalle cucine madrilene a quelle Meeting: alcuni sono già qui da ieri della «Taverna spagnola» alla kersera, il grosso sarà in Fiera oggi. messe riminese. La tavola è appaIl gruppo di pellegrini del Movirecchiata e il clima è già caldo. Il mento era partito la sera del giorno messaggio è univoco da Madrid I giovani della GMG spagnola. di Ferragosto alla volta di Barcelloalla riviera: «Portate agli altri la na, dove ha fatto tappa alla Sagrada Familia. Poi di gioia della fede» dice Bendetto XVI. nuovo sui pullman per la meta finale: Madrid. GioAspettando il rientro dei pellegrini, che già da ieri vedì l’apertura ufficiale col Papa che ha lanciato pomeriggio si sono trovati sotto i padiglioni del l’invito ai giovani a non vergognarsi del Signore. Il Meeting, siamo pronti a lanciare i racconti del loro giorno seguente, a El Escorial, Benedetto XVI ha te- viaggio nei prossimi numeri. nuto un doppio incontro: con le religiose e con i doDavide Ori

reverendo a fare il trasloco, il vino e le risate di una pastasciutta insieme, la bellezza di una gita nelle campagne inglesi, la visita a un’antica cattedrale. Tra una spaghettata e una Scuola di comunità, una conferenza e una lezione di teologia, Davison è rapidamente attirato al cuore dell’esperienza di Comunione e Liberazione, da subito un’esperienza di sovrabbondanza per gli amici del Movimento che incontra. «Andrew porta sempre mille domande e racconta molto di se stesso», spiega al «Quotidiano Meeting» Alessandra Gerolin: «Per noi l’amicizia con lui significa ogni volta riscoprire il carisma di Giussani, perché è impossibile dare qualcosa per scontato. Lui si mette in gioco totalmente, facendo domande molto specifiche e non accontentandosi mai di risposte astratte, costringendo noi ad andare al fondo di ogni cosa che leggiamo e diciamo». E così, in un susseguirsi di circostanze che, precisa Davison, «non si possono analizzare con la logica, sono chiaramente un’opera della Grazia», i nuovi amici sono invitati a intervenire a un ciclo di incontri intitolato «Returning to the Church» organizzato dal movimento anglicano «Radical Orthodoxy». Tema proposto: l’educazione in don Giussani e nel movimento di Cl. L’intero ciclo era nato dal constatare una triste deriva: «Mi ero accorto – racconta Davison – che il morale della Chiesa di Inghilterra era molto basso. I cristiani si preoccupavano così tanto dei problemi della Chiesa che avevano cominciato a percepirla come un problema. Ma la Chiesa non è un problema, è la soluzione!». Il percorso di questa amicizia approda quest’anno al Meeting: «Qui è pieno di giovani colmi di gioia e di energia: se fossero nati in Inghilterra sarebbero evangelici. Credo davvero che il futuro della Chiesa di Inghilterra, e per molti versi il futuro della Chiesa tutta, sia proprio far dilagare questa energia». Martina Saltamacchia


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24 agosto

LA STORIA

Lettera da una bimba nata

Oggi al Meeting i genitori di Giulia. Dodici anni fa i medici suggerirono un aborto terapeutico: «Avrà una vita da vegetale» «Sua figlia avrà un gravissimo I medici però non erano impazziti: handicap, nella migliore delle ipotesi gli handicap diagnosticati feriscono i vivrà come un vegetale, nella peg- primi mesi di Giulia. Riccardo e Magiore morirà. Le consigliamo l’abor- riangela iniziano un pellegrinaggio to terapeutico». All’ottavo mese di da medici e specialisti. La speranza gravidanza Mariangela ha dovuto per la piccola ha il nome e il volto scegliere. In fretta: «Dobbiamo pro- della dottoressa Marilena Pedrazzini, cedere rapidamente. L’appuntamen- terapista della riabilitazione e docento può essere fissato per il 26 dicem- te in una scuola per terapisti della bre», hanno proseguito i dottori belgi riabilitazione all’Università di Milache seguivano la donna. no. Gli esami sulla piccola danno una Grazie ad una delicatissima teradiagnosi devastante nascosta dietro pia riabilitativa, un calvario amoreun nome complicavole fatto di masto: microcefalia e saggi ed esercizi polimicrogiria latedi equilibrio, GiuIo e mio marito non lia combatte come rale sinistra. Per Giulia sono comcontro il abbiamo dubitato: Giobbe promesse quasi tutmistero del suo Giulia sarebbe nata. dolore, e i suoi te le attività motorie e la parola. L’uocchi immensi L’ultimo mese di nico organo a salgridano la bellezgravidanza è stato za di miglioravarsi è il cervelletto, che le dà la spedurissimo. Abbiamo menti minimi che ranza di vedere e ulei e per i suoi iniziato a chiedere per na parte dell’equisono le falcate di preghiere a chiunque un gigante. librio. Riccardo, il ma«All’età di due rito, e Mariangela, anni - spiega angià genitori di due gemelli, non scel- cora Mariangela - per seguirla senza gono, perché tra l’essere e il nulla interruzioni abbiamo cercato dei vonon si può scegliere. Hanno seguito: lontari che ci aiutassero. E per l’en«Io e mio marito abbiamo da subito nesima volta tramite Giulia la nostra escluso la via dell’aborto. Giulia sa- vita è cambiata ancora. Da un passarebbe nata. L’ultimo mese di gravi- parola in parrocchia siamo arrivati a danza è stato durissimo. Con Riccar- poter contare su trenta amici che, do abbiamo iniziato a chiedere pre- con turni di un’ora al giorno, hanno ghiere a tutti gli amici in giro per il iniziato a dedicarsi a nostra figlia mondo. Il sostegno delle persone che senza smettere mai, sabato e domeci volevano bene è stato fondamenta- nica compresi. Con questo metodo si le, e siamo arrivati insospettabilmen- sono instaurate amicizie e rapporti te tranquilli al parto. Giulia è nata solidi. Chi entra in casa nostra rimasenza alcuna difficoltà. Era una bam- ne affascinato e attratto dalla curiobina bellissima». sità di Giulia, dalla sua caparbietà,

Il dottore ateo: «Da lei imparo la vita» Il neurologo Bernard Dan: «È Giulia a guidarci. L’aborto terapeutico? Un inganno lessicale» Giulia, la bimba che non doveva nascere e che oggi ha otto anni, non ha cambiato soltanto la vita dei suoi genitori e dei loro amici. Il soffio di mistero che la accompagna ha toccato anche i medici che hanno avuto a che fare con lei. «È lei che insegna a noi lo sviluppo neurologico e la gioia di vivere», dice di Giulia Bernard Dan, neurologo belga. Le gravi malformazioni che le erano state diagnosticate all’ottavo mese avevano spinto i dottori a suggerire l’aborto, pronosticando al massimo pochi mesi di vita. «Oltre alle analisi mediche e tecniche spiega - è necessario tenere in considerazione quegli elementi che riguardano il rapporto affettivo, l’affascinante complessità dell’unicum umano. È questa specificità che incide prepotentemente anche nello sviluppo di una bambina con serie anomalie cerebrali. E Giulia ne è un esempio lampante». Continua Dan: «Quando

gli specialisti hanno constatato le sue ano- sce ateo. Ma la vita della piccola Giulia è malie, hanno previsto che il suo sviluppo un’evidenza lampante agli occhi del giosarebbe stato fortemente perturbato, ma vane medico, tale da averlo costretto a non hanno potuto prevedere come lei a- cambiare anche nell’approccio al suo lavrebbe reagito e interagito con voro di specialista, stupido dall’imponderabile, né l’esperienla quella vita che, nelle preza del futuro. Non si negozia visioni dei suoi colleghi, né con la maturazione né semplicemente non acon il caso. Non sappiamo vrebbe dovuto esserci. ancora cosa succederà aLe affermazioni di desso: è lei che traccia il Dan non sono quelle percorso assieme a tutte di chi ha un’ideologia le persone che la accomda difendere: si possopagnano». no spiegare solamente Dan è primario di neuroper l’incontro personale pediatria all’ospedale Reche ha avuto con Giulia. gina Fabiola di Bruxelles, Ed è così, senza sradicache da molti anni ha in cure il suo approccio da Bernard Dan ha in cura Giulia. ra la bambina, figlia di uscienziato ancorato a solina donna italiana che lavora là. Non è un de basi razionaliste, ha ceduto a un fasciattivista del Movimento per la vita. Non è no che sembra sfondare il determinismo neppure un uomo di fede. Anzi, si defini- laicista che impregna la cultura scientifi-

Tre immagini di Giulia: nella seconda circondata dal padre, Riccardo, e dalle madre, Mariangela. La piccola è nata in Belgio perché i genitori lavorano a Bruxelles. Dopo la diagnosi di microcefalia e polimicrogiria, i medici avevano suggerito il cosiddetto aborto terapeutico.

dal suo sguardo infinito». Oggi Giulia non parla, ride e capisce due lingue. Le parole del grande Emanuel Mounnier prendono la carne di uno scricciolo di otto anni che grida il mistero della vita senza scandire una sola parola: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia» («Lettere sul dolore»). In forza di che cosa due sposi hanno deciso di non interrompere la gravidanza? Basta un’ideologia, basta un discorso, basta una convinzione religiosa per quanto giusta a sostenere una decisione così difficile? Le spiegazioni non leniscono lo scandalo della sofferenza. La risposta non può che iniziare da un amore che oggi permette agli occhi di Giulia di brillare. Un amore che oggi Riccardo e Mariangela proveranno a far traboccare tra le paratie della sala A3, alle ore 15. Emanuele Ranzani

ca e non solo che lo circonda. «Viviamo in un’epoca nella quale la medicina e i medici rischiano di ostentare un delirio di onnipotenza», dice ancora: «Parliamo sempre più di autodeterminazione e di facoltà di scelta, ma in realtà rischiamo di proporre soltanto illusioni. Quando un medico consiglia a una donna di percorrere la strada dell’aborto terapeutico perché il nascituro potrebbe essere portatore di gravi disabilità, induce la madre stessa a cadere nella trappola dell’inganno». L’inganno, secondo Dan, non è soltanto ontologico, ma passa anche attraverso la lingua con la quale si rappresentano le situazioni sanitarie: «Si può – continua – riflettere sull’aborto, e anche sulla diagnosi prenatale. Possiamo discutere e ragionare attorno a tutte le implicazioni che riguardano una gravidanza, ma non possiamo essere ipocriti, la nozione di “aborto terapeutico” è un inganno». Oggi il professor Dan sarà al Meeting accanto a Mariangela e Riccardo, la mamma e il papà di Giulia. E.R.


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La sfida educativa Senza rischio non c’è dialogo Nel testo di Giussani, Hasan riconosce il valore del cuore Da qui si può costruire. E pazienza se qualcuno s’arrabbia «Nello statuto dei Fratelli musulmani non ci saranno restrizioni per candidature di politici cristiani o di qualsiasi altra religione, a eccezione della candidatura a presidente della Repubblica, che dovrà essere di religione islamica». È una dichiarazione importante per il futuro del paese egiziano quella di Abdel Fattah Hasan (nel 2005 era stato eletto in Parlamento con i Fratelli musulmani), durante la conferenza stampa a margine dell’incontro «Il rischio educativo, la traduzione in lingua araba» a cui hanno partecipato lo stesso traduttore Abdel Fattah, don Ambrogio Pisoni, consigliere spirituale della Cattolica di Milano e responsabile dell’area mediorientale e dell’estremo oriente per il Movimento, e il portavoce di Cl, Alberto Savorana. La conferenza stampa si è movimentata per l’intervento di un giornalista egiziano al seguito della comitiva nordafricana, che, con toni molto accesi, ha accusato di integralismo il partito di Abdel Fattah. A suo giudizio, con i Fratelli musulmani al potere l’Egitto sarebbe diventato un nuovo Sudan o un regime teocratico come l’Iran. Non essendoci altri traduttori in sala stampa, è stato lo stesso Abdel Fattah a tradurre ai giornalisti presenti le accuse rivol-

Litigio in sala stampa: un cronista egiziano accusa il rischio di teocrazia con un governo a maggioranza dei Fratelli musulmani. Abdel Fattah: i cattolici sono un’ala dell’Egitto

te, senza censurare niente di quello che gli veniva detto. Segno ancora più potente di un Meeting all’insegna sì del dialogo religioso, ma senza eliminare l’aspetto culturale e politico. La risposta di Fattah è lo specchio del rischio di un dialogo autentico: ha negato la possibilità di un futuro teocratico per il suo Paese, affermando che «se l’Egitto potesse diventare pericoloso, noi (i Fratelli musulmani, ndr) siamo pronti a difendere la patria e i cristiani con il nostro corpo». Durante l’incontro aveva addirittura detto: «L’Egitto è come un uccello, le cui ali sono una i musulmani, l’altra i cristiani. E voi sapete bene cosa succede ad un uccello se gli si rompe un’ala». Durante il dibattito sono state riprese le vicende che hanno portato all’incontro tra Wael Farouq e Cl, fino al Meeting del Cairo e alla traduzione prima del «Senso religioso», poi del «Rischio educativo». Savorana ha sottolineato che tutte queste sono solamente «circostanze fortuite a cui qualcuno è andato dietro». Fattah ha poi sviluppato cinque punti che lo hanno colpito nella let-

Abdel Fattah Hasam, docente di Letteratura italiana all’università Ain Shams del Cairo, firma alcune copie della sua traduzione in arabo di «Il rischio educativo» di don Luigi Giussani. Dopo i primi due volumi del PerCorso («Il senso religioso» e «All’origine della pretesa cristiana»), il patriarcato di Gerusalemme sta traducendo il terzo volume «Perché la Chiesa».

tura del libro di don Giussani. Innanzitutto il professore, docente di Letteratura italiana all’università del Cairo, è rimasto colpito dalla concezione di Giussani dell’universalità del cuore umano: «Persino un detto del profeta Maometto dice: “C’è nel corpo un pezzo di carne che, quando è sano, l’intero corpo è in salute, e quando è deteriorato tutto il corpo è malato: è il cuore”. Non a caso l’idea fondamentale de “Il rischio educativo” del sacerdote brianzolo è che un’educazione vera è un’educazione dell’umano, dell’originale che è in noi, cioè

del cuore». Il secondo punto sottolineato da Abdel Fattah è la dimensione religiosa nel processo educativo, poiché solo la fede risponde alle esigenze originali del cuore dell’uomo. Il terzo e quarto punto riguardano la figura dell’autorità («Carisma come guida spirituale indispensabile per chi viene educato») e la convivenza («Uno dei cardini della formazione dei giovani soprattutto dopo un periodo di tirannia come in Egitto. Solo agendo nella misericordia si riconosce il valore dell’altro»). Nel quinto e ultimo punto del suo discorso, Abdel Fattah ha

riconosciuto che «don Giussani descrive dettagliatamente l’esperienza vissuta, e ciò che mi colpisce di più è il fatto che anch’io ho vissuto personalmente la sua stessa esperienza dal momento in cui ho conosciuto Wael, dalla mia elezione in Parlamento fino al Meeting del Cairo». Fattah ha ricordato infine il sacrificio che ha fatto per essere a Rimini durante l’ultima parte del Ramadan, periodo nel quale la dottrina islamica prevede uno stretto contatto con i familiari: «Dobbiamo anche noi fare un sacrificio per essere qui. Abbiamo lasciato familiari in Egitto, ma adesso abbiamo trovato carissimi familiari anche in Italia. Auguro che la nostra amicizia duri». In coda all’incontro, don Ambrogio ha tirato le fila della giornata: «Sta accadendo l’attestarsi della frase di don Giussani: “Le

Hasan: «Don Giussani descrive dettagliatamente l’esperienza vissuta. E ciò che mi colpisce di più è che anch’io ho vissuto la sua stessa esperienza»

forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”. È “incontro” la parola più cara che l’uomo ha a se stesso. Per questo, noi siamo armati della certezza che, come dicevamo al Cairo, solo la bellezza fatta carne rende certi. Con questa certezza possiamo camminare nel mondo perché essa è il grembo della curiosità ardente». All’incontro in Sala Neri erano presenti l’amico del Meeting di Rimini Wael Farouq, il cardinale patriarca di Alessandria Antonios Naguib, presidente del Sinodo della Chiesa Copta e presidente della Conferenza episcopale egiziana, il rettore della Al Azhar University Usamah Elabed, e Hosam Mekkawy, presidente del Tribunale del Cairo, nella sala per ascoltare il loro amico Abdel Fattah Hasan. Tutti erano stati protagonisti anche alla tavola rotonda sulla convivenza in Egitto del giorno precedente. Dopo l’incontro di lunedì, e con quello di ieri, il Meeting Cairo non sembra finire mai. Marco Capizzi


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24 agosto

La sostenibile certezza di essere Il filosofo Esposito spiega il tema del Meeting. E implora i diecimila che lo ascoltano: «Lo so che è dura, ma seguitemi» Costantino Esposito insegna Storia della filosofia all’Università di Bari.

di UBALDO CASOTTO Prima la non notizia: diecimila persone ascoltano in silenzio un’ora e dieci minuti di lezione filosofica sulla certezza. Poi la notizia: la moderatrice nelle sue conclusioni ha l’onestà e il coraggio di ammettere che è stata dura. Infine la sorpresa: Costantino Esposito. Non che non lo si conoscesse, ma quando un intellettuale ha il coraggio di esporsi nel lavoro esistenziale che personalmente lo sostiene è sempre stupefacente. Il filosofo barese è simpatico quanto rigoroso, cosciente della fatica che sta chiedendo al suo uditorio, ma nello stesso tempo esigente: «Non mollatemi», dice a metà del suo impegnativo percorso in «quattro passaggi e un’apertura». «Continuate a seguirmi perché è un lavoro che dobbiamo fare per capire cos’è la certezza, altrimenti resta uno slogan mentre il nostro modo di pensare e di vivere, senza che ce ne rendiamo conto, si nutre della stessa mentalità che denunciamo». L’applauso è convinto, un’adesione. Un «assenso» come dirà Esposito alla fine, citando Newman. Il docente di Storia della filosofia dell’Università di Bari aveva il non facile compito di spiegare il titolo del Meeting: «E l’esistenza diventa una immensa certezza». Ha subito sgombrato il campo dalla possibile confusione: se l’incertezza è la «condizione diffusa del nostro tempo», la certezza non sta in un cambiamento della situazione, non giunge grazie a nuove e diverse condizioni; la certezza non consiste nella sconfitta della precarietà, non c’è stata e non ci sarà una «strategia di controllo» vittoriosa sull’incertezza, sull’instabilità, sull’insicurezza moderna, diventata ormai il sentimento prevalente dell’uomo su se stesso e sull’esistenza, un senso di impotenza, dopo la pretesa moderna di risolvere con lo Stato la conflittualità della natura. Quella che ha ridotto la comunità umana, secondo la definizione di Bauman, «a una condizione non diversa da quella del plancton, battuto da onde di origine, ritmo, direzione e intensità sconosciuti». Non c’è welfare né assicurazione contro «il precariato dell’esistenza», «l’insicurezza rende evidente che non siamo i padroni del nostro destino», ci «spiazza,

ci provoca, ci chiama in causa», è il segno di un «enigma più profondo», del fatto che «siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare». Il bivio dell’esperienza L’incertezza è sistemata, l’uditore medio della Fiera tira un sospiro, ma il filosofo barese non gli permette di sedersi tranquillo sulle sue “certezze” non passate al vaglio di una vera e ragionevole esperienza; anche la fuga dall’incertezza non ha garanzie, la grande pretesa di risolvere il dramma della certezza soggiace anch’essa a un’alternativa: o seguire l’ipotesi che vi sia un significato certo di sé e del mondo, da accogliere e verificare, o ritenere che esso sia solo una produzione delle nostra mente». Il naturalismo imperante non colma il vuoto, i meccanismi impersonali della natura e le loro raffinatissime elaborazioni fisico-chimiche e neuronali non rendono ragione dell’io, anzi, hanno un «prezzo altissimo», «la svalutazione dell’io come soggetto irriducibile», l’eliminazione della novità nell’esperienza umana, la nullificazione della storia. Nietzsche, avversato, ma citato col rispetto dovuto a chi ha la radicalità di porsi come alternativa totale al cristianesimo, lo dice chiaro: l’uomo è ridotto a un «granello di polvere», nella vita, eterna

ripetizione di se stessa, «non ci sarà mai niente di nuovo». L’alternativa all’accettazione di questo destino di morte è la virtù di chi si autocostruisce, l’uomo che si fa da sé, che si dà scopi, compiti, identità: «l’antropopoiesi» (è qui che Esposito ha colto il cedimento della platea). Il problema del senso dell’esistere scade a opzione meramente soggettiva, con il paradosso di una necessità naturale che sfocia nel relativismo culturale. Il problema è che la realtà, soprattutto quella della persona, è testarda, e il sentimento di «un’ultima insensatezza del nostro io» non può lasciare tranquilli; e se la nostra natura non può bastare a se stessa, anche nell’incertezza noi facciamo l’esperienza di una certezza, la nostra esistenza e la sua origine altra da noi di cui, come minimo, patiamo la mancanza. È stato uno dei passaggi più arditi di Esposito: «Siamo venuti all’essere in un rapporto, siamo di qualcuno, e in quanto tali siamo davvero noi stessi», ne è prova il desiderio di felicità, dell’agostiniana «vita beata» la cui assenza ci rende tristi. Qui Esposito ha avuto un colpo di genio e a sostegno della verità della sua affermazione ha scelto un testimone insospettabile, Cartesio. Il padre della soggettività moderna, del solipsimo dell’io, dice che la prima idea che viene in mente a questo uomo solo e cogitans è l’idea dell’infini-

to, di Dio: «Da ciò segue – Cartesio scripsit – che io non sono solo al mondo», sono fatto per una risposta al mio desiderio di verità e al mio bisogno di certezza e sono fatto per trovarla, non solo per ricercarla. La stoccata al contemporaneo trastullo della ricerca per la ricerca è stata affidata da Esposito a un filosofo non certo confessionale, Diego Marconi, che senza mezzi termini ha bollato l’esaltazione di Lessing diventata una vulgata anche nei discorsi da bar («l’importante è ricercare, la ricerca e non la risposta») come una «nobile sciocchezza», «si cerca per trovare». La necessità della libertà E il cercare, cioè il conoscere, non può essere un processo meccanico, un percorso obbligato che prescinde dalla nostra libertà, dal nostro assenso. Una conoscenza che faccia fuori il mio non è una conoscenza che mi interessi, non è una conoscenza umana, ha detto in sintesi Esposito citando una bellissima pagina di Newman. E ha quindi spiegato come questo sia un processo che non ha fine, non conosco una volta per sempre, tuffatomi nel mare della realtà e imparato a nuotare, ha detto citando von Balthasar, per non affondare, per quanto abile nuotatore io sia diventato, devo continuare a nuotare. Insomma, la scoperta della risposta non uccide la ricerca, la potenzia.

E mentre nuoto – è la caratteristica dell’esperienza che diventa cosciente di sé – mi rendo conto che ho imparato a nuotare. Esposito l’ha detto in modo più nobile: «È come se conoscendo qualcosa di vero io ne percepissi il gusto, il sapore, mi accorgessi del vero che mi raggiunge e di come io sono raggiunto. Toccato, cambiato da esso». A questo punto, ha detto Esposito, forse possiamo capire di più la frase di don Giussani: «L’esistenza diventa un’immensa certezza», frase di cui ha voluto sottolineare il verbo, diventa. «La certezza è qualcosa che viene scoperto continuamente (per come mi ha cambiato e mi cambia, ha detto prima), non è un “assoluto”, ma un “accaduto”, e più precisamente qualcosa che continua ad accadere». Il logos amico del caso Qualcosa di «inatteso e sorprendente», Cristo, quel «caso unico nella storia dell’uomo in cui il significato, il logos è diventato amico del caso», e che ha permesso all’uomo di «essere finalmente se stesso, cioè un essere che domanda, desidera e attende certo di una risposta». Quel paradosso che rovescia l’opinione facile e pigra per cui si pensa che la fede acquieti la ricerca dell’uomo mentre, al contrario, chi ne fa esperienza scopre che «solo un uomo certo può essere veramente inquieto e finanche godere della propria inquietudine». Per questo, ha concluso Esposito, la certezza è riservata a chi non cessa di domandare, la certezza è la scoperta che Dante ha fatto guardando Beatrice: un nutrimento che non estingue la fame e la sete, un cibo che «saziando di sé, di sé asseta». È questa esperienza che tiene l’uomo vivo, la stessa esperienza che a due persone totalmente diverse come Chesterton e Pasternak ha fatto concepire lo stesso titolo per il loro romanzo: «Manalive» per lo scrittore inglese, «Il dottor Živago» per quello russo. Sapete cosa vuol dire Živago in russo? Uomo vivo. Esposito ieri ci ha spiegato come si resta tali in un mondo che l’uomo ha tentato di frantumarlo.

Amato: l’Italia in crisi si merita nozze felici L’ex premier interviene all’incontro sull’Unità, attacca destra e sinistra e chiede un sforzo creativo per ripartire

Giuliano Amato è il presidente del comitato dei Garanti per i 150 anni dell’Unità d’Italia e dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana.

È rimasto ammirato, Giuliano Amato, dal lavoro compiuto dal pool di docenti e studenti che hanno realizzato la mostra sui 150 anni di sussidiarietà (visitata, accompagnato da Giorgio Vittadini) e dai temi posti da essa in evidenza. Lo ha detto ieri dal palco del Meeting alle docenti Maria Bocci e Marta Cartabia - che hanno illustrato la mostra nei contenuti e nel metodo, senza preconcetti, del loro lavoro - da “esperto in materia”, lui che è anche alla guida dei garanti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. «Mi piace – ha affermato - che abbiano detto di aver visto attorno al lavoro di ricostruzione del senso comune dei 150 anni dell’Unità d’Italia il formarsi di una comunità universitaria». Aspetto decisivo, secondo Amato: «Perché il vero tema che noi i-

blico… «Chi cerca i celti e i borboni mette in dubbio di avere ragioni per stare insieme». L’analisi di Amato conferma l’interpretazione del Meeting: «Il punto di partenza è il constatare che gli italiani erano un “noi” già da molto prima che qualcuno si mettesse al lavoro per dar loro uno stato». E la strada è «la responsabilità comune di costruire l’Italia» emersa dalle forze politiche nel periodo della Costituente. Infine, un appello ai giovani del Meeting e al loro «sentimento di solidarietà generazionale»: «Coltivate questo vostro sentimento, fate in modo che questa solidarietà riesca a investire qualunque altro sia sulla vostra strada. Così facendo avrete creato le premesse essenziali per ritrovare il futuro». Adriano Moraglio

taliani abbiamo davanti in questo momento difficile della nostra storia, il vero insegnamento che esce dai 150 anni, è ritrovare il “noi”, in vista di qualcosa che valga la pena di fare per tutti. Renderci conto che una società costruita soltanto sull’io cessa di essere una società». L’ex presidente del consiglio si scaglia contro una cultura dell’individualismo, favorita «in questi dieci anni da certe istanze governative ma anche da responsabilità della sinistra politica che ha puntato tutto sui diritti individuali anziché sulla solidarietà. L’Italia, e anche l’Europa, ci pensi la cancelliera Merkel, si costruiscono solo nel nome di un “noi”». «L’esistenza di cui parla lo slogan del Meeting – ha detto Amato – è l’esistenza di tutti noi». Il per-

corso da fare, secondo Amato, è simile a quello «dei coniugi che superano difficoltà e crisi riuscendo a dar valore a ciò che hanno fatto insieme, mentre una coppia che finisce in divorzio lo fa avendo puntato sui dissensi e sui litigi». Applausi scroscianti dal pub-


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I VOLTI 7

24 agosto Il custode di Terra Santa, Pierbattista Pizzaballa, sarà oggi al Meeting per partecipare all’incontro «Con gli occhi degli apostoli. Una presenza che travolge la vita».

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento del custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa pubblicato sull’ultimo numero della rivista «Atlantide». di PIERBATTISTA PIZZABALLA «La realtà è Cristo». San Paolo lo afferma con disinvoltura, come la cosa più scontata che esiste all’universo, su cui non c’è nulla da discutere. Lo fa parlando ai Colossesi (Col 2,16), nella parte centrale della sua lettera. [...] Vi è una sezione che qualche Bibbia intitola: «Fare attenzione agli errori» [...]. Di quali errori parla? Si riferisce probabilmente a una falsa religiosità, che è solo parvenza, solo apparenza della vera fede, e non serve ad altro che a soddisfare la carne (Col 2,23), perché dove l’uomo basta a se stesso, non c’è bisogno di salvezza, e manca l’accesso alla croce di Cristo. E dunque Dio cosa può fare? Questo è vivere nell’apparenza. La realtà, invece, è Cristo. Se la realtà è Cristo, allora noi siamo persone bisognose della sua salvezza, salvate, che non hanno bisogno di fare distinzione tra questo o quello, o di escludere niente dalla vita. Tutto è in Lui. Paolo parla di due mondi, di due modi di concepire la vita, la fede, e tutto il resto: quello delle certezze – dove sai cosa fare e cosa non fare, «non prendere, non gustare, non toccare» (Col 2,21) –, e quello della Certezza, dove non necessariamente sai cosa fare, ma accade che semplicemente ricevi la Vita [...]. Il legame tra realtà e libertà Ed è significativo che qui, dentro questo discutere tra reale e apparenza, Paolo attiri il nostro sguardo su un legame fondamentale, ovvero quello tra realtà e libertà. Come dire: le certezze portano all’apparenza, la Certezza dona la libertà. Meglio ancora: l’apparenza, il modo di vivere che parte da se stessi, porta alla schiavitù, perché riporta a se stessi, e il circolo diventa vizioso. Il reale, invece, è possibilità di libertà, perché apre alla vita intera. La libertà è capacità di un’apertura totale nella propria relazione con il mondo. Gesù ne parla nel Discorso della montagna: se qualcuno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra [...] (cfr Mt 5,39). E annuncia così una libertà da tutto e apre così la porta a una relazione «totale» con tutto ciò che è altro, con il mondo. Tale libertà fa accogliere il reale, e rende sempre più liberi. È un dinamismo di vita che infrange le piccole certezze delle nostre sintesi parziali. Tra questi due mondi – quello che è Cristo e quello che non è tutto il resto (o che è solo parvenza di realtà, direbbe Paolo) – bisogna solo passare per un abisso, e l’abisso è la croce di Cristo [...]. È come se ci venisse chiesto di lasciare un mondo, fatto del mio piccolo digiuno, della mia piccola liturgia, per consegnarsi, nudi, alla vita e quindi allo Spirito, fuoco di Dio [...]. Chi vive a Gerusalemme sa che tutto è nato qui, che la croce è madre del mondo reale. Madre, ovvero spazio vuoto di sé che permette l’esistenza

La via della fede per vivere il reale Tutto l’umano è una strada che mi porta a Dio. Se questo non accade vuol dire che la nostra religiosità è fondata solo sull’apparenza dell’altro, così com’è. Che lo riconosce e si offre di custodirlo comunque, prima di chiedergli qualsiasi cosa. E solo la croce può essere questo, perché è sul Golgota, per la prima volta e per sempre, che la morte ha aperto l’accesso alla vita. Dunque solo la croce è madre, non c’è altra fecondità possibile: se non si ama così, non si genera nulla. Trovare la via Ma quando e come l’uomo può abitare tutto il reale, senza fuggire nulla? Ebbene, noi possiamo stare così nella vita solo a una condizione, ovvero che la fede diventi davvero via. «Via» si autodefinisce Gesù stesso (Gv 14,6), facendoci intuire che solo dentro la rela-

zione con Lui abbiamo libero accesso alla vita del Padre. Perché il reale è minaccioso, e ci viene incontro sempre come una domanda. Ogni volta ci sfida sul senso e sull’affidabilità della promessa in cui crediamo, quella per cui Dio avrebbe salvato tutta la storia dell’uomo. È minaccioso il reale che sta fuori di noi [...]. È minaccioso anche il mondo che sta dentro di noi [...]. E quando queste due minacce si incontrano, non è raro il caso che ci si senta per lo meno smarriti. Lì giunge la fede che ci aiuta a porre la giusta questione. La fede deve innanzitutto stimolarci a porci la domanda, perché la prima via di fuga da questa tensione è fingere che

non esista, e stordirci in altro. Tutto può diventare una via di fuga… La domanda corretta non è come uscirne il prima possibile, senza farsi troppo del male, ma come questo reale, a volte così minaccioso, incontrandomi, diventa la strada che mi porta a Dio. Tutto l’umano, tutto il reale diventa questa strada. Se questo non accade, vuol dire che la morte non è stata vinta, e vana è la nostra fede, che si riduce a quella religiosità apparente di cui ci parlava Paolo [...]. La salvezza non è qualcosa che accade nonostante quello che ci capiti. Non è neppure il fatto che sappiamo rassegnarci ad accogliere la realtà con una particolare pazienza e sottomissio-

L’esperienza della cooperativa «Il Carro» da 30 anni in prima linea

L’interprete di Tarek Aziz ora guida furgoni per disabili Andrea Villa è il presidente della cooperativa Il Carro, si occupa da oltre 30 anni dell’integrazione sociale di carcerati, ex tossicodipendenti, malati psichici, disabili e disagiati sociali. Oggi conta 54 soci lavoratori. Una vita trascorsa in banca, poi la pensione. L’abbiamo incontrato nel giorno in cui ha partecipato, in Sala Mimosa, a un incontro sulla cooperazione sociale. Com’è nato Il Carro? Risponde Villa: «Don Davide, giovane parroco di Paullo (Milano), nel 1988 chiese ad alcuni ragazzi di Gs di occuparsi di disabili. Hanno preso sul serio quella richiesta che pian piano è diventata un’amicizia. Dalla compagnia domenicale alle vacanze insieme il passo è stato breve. Per alcuni è sorta la necessità del lavoro, poi della casa». Il coinvolgimento di Villa è avvenuto a poco a poco: «Dedicavo il mio tempo libero a montare lampade coi ragazzi. Crescendo il numero di persone, sono aumentate le esigenze di trovare commesse. Piccoli lavori, trasporti, pulizie, manutenzioni». L’opera cresce in vari modi: «L’amicizia, rapporti personali, incontri casuali. Guardando in faccia la persona nasce la risposta al bisogno, ma occorre la consapevolezza che Qualcuno ti

guida. E la Provvidenza. Un giorno mi telefona il sindaco di un paese a 40 chilometri da noi. Mai conosciuto prima. Ci offre una commessa di cui avevamo estremo bisogno». Tante persone dalle più diverse storie si incrociano al Carro. Villa racconta: «Il cristiano iracheno interprete di Tarek Aziz, costretto alla fuga, guida i nostri furgoni per disabili. Un gruppo di giovani rumeni che ha appreso l’arte degli affreschi da Fino, 82 anni, uno dei nostri volontari, sta aprendo un laboratorio a Bucarest. Persone che apparentemente non c’entrano niente con noi cominciano a coinvolgersi. Come Greta. L’ho invitata al Meeting». E Greta arriva in quel momento. Un abbraccio ad Andrea che le chiede di spiegare perché ha lasciato il suo lavoro per entrare nel Carro. Non si fa pregare, sembra arrivata apposta: «All’associazione mi ha colpito l’importanza che si dà alla persona. C’è una tensione che anima tutta l’attività, come non avevo visto altrove. Qui le cose prendono vita, tutto ha un senso. Non sono credente, ma lo spirito religioso che vive Andrea è lo stesso che vivo io anche se non lo chiamo così». Ezio Tosco

ne. La salvezza è che dentro questi eventi io trovo la strada per incontrare Dio, che essi stessi sono questa strada, che questa è la strada per me… E questo accade ogni volta, in modo nuovo, in modo unico e personale: è la mia storia con Lui. Se la fede non è questo, se rimane rilegata a qualche pratica o a qualche momento della giornata, se non diventa uno sguardo attento e curioso sulla vita, se quindi non trasforma tutta l’esistenza, la realtà sarà sempre una minaccia [...]. Il reale diventa certezza quando la fede diventa via. Anzi: in questo senso la fede è certezza, perché è via, perché riapre ogni possibile cammino [...]. Se l’uomo scopre il grido che lo abita e che abita la storia, se ha l’audacia di non tenerselo chiuso nel cuore, ma di gridarlo a Lui, questa è la strada. Allora si fa la scoperta strana di un Dio che ci ha preceduti, che aveva da sempre una conoscenza così intima delle sue creature, che ha voluto per tutto ciò che li abita aprire una strada. Dio ha risposto e risponde. Si fa la scoperta strana che il reale, così com’è, è ciò che ci è necessario per questo incontro con Lui [...]. Celebrare la via Allora non rimane che celebrare. Nella Bibbia, ogni uomo che incontra sulla propria strada la salvezza di Dio, si ferma a celebrare [...]. Perché gli è accaduto qualcosa che non si aspettava, e cioè che esattamente sulla strada del proprio fuggire, ritrova Dio, e ritrova se stesso [...]. Celebrare, dunque, non è solo il modo cristiano – e umano – per stare dentro il reale, ma è anche il compimento di ogni esistenza. L’uomo è creato per questo, e questa sarà l’opera che ci attende in Cielo: basta leggere l’Apocalisse per rendersene conto. Celebrare è riconoscere il primato e l’iniziativa di un Altro, e la Sua continua, fedele offerta di entrare in relazione con noi, in ogni momento e in ogni luogo di questa storia. [...] Celebrare è anche il modo di Gesù di stare nella storia: quante volte Lui prende in mano un pezzetto di umanità, e rende grazie, benedice e offre a Dio. [...] Qui, in Terra Santa, i cristiani non possono fare molto altro. E sembrerebbe ad alcuni una testimonianza monca, quella che non può più di tanto avventurarsi sulle strade dell’annuncio esplicito del Vangelo. Ma non è proprio così. Con la sua vocazione quasi forzatamente contemplativa, qui la Chiesa celebra la salvezza nei luoghi della salvezza, e tiene vivi i luoghi dove tutto è accaduto, continuando ad ascoltare il messaggio vivo di cui ancora i luoghi parlano. E mentre ovunque si cerca, giustamente, di riprendere negoziati, di trovare strategie nuove per arrivare alla pace, noi, semplicemente, prima di ogni altra cosa, celebriamo. Ovvero annunciamo che la pace è già venuta, cantiamo una salvezza già donata. E, celebrandola, ce ne imbeviamo, per portarla nella nostra carne, stupendoci noi per primi della sua efficacia in noi e intorno a noi, della sua capacità di fare nuove tutte le cose.


MONDO MEETING 8 24 agosto

Il Pelè del Meeting ama le icone russe L’unico volontario brasiliano ha la passione dell’arte e della pittura A Rimini per la seconda volta pulisce il salone dei fast food Dopo aver conosciuto i volontari egiziani, russi e haitiani è la volta di un brasiliano. Globery Gonçalves Bruce, 26 anni, di Parintins, località turistica affacciata sul Rio delle Amazzoni. È l’unico verdeoro a Rimini. «Adesso – spiega – a casa si lavora e si va a scuola. Io ho preso le ferie questa settimana». Non è la prima volta che Globery partecipa attivamente al Meeting: nel 2008 faceva hamburger. «Mi ricordo ancora la puzza che c’era». Ora, con un sacco nero e un paio di guanti, si occupa del riordino nel salone dei fast food. «Mi sono appassionato all’arte seguendo il mio insegnante di pittura - racconta -. Da lì è nato il desiderio di fare l’artista, contro il volere di mio papà, ma finiti gli studi accademici è cambiato tutto». In Brasile lavora ad un progetto educativo, nato dal suo vescovo, il bergamasco Giuliano Frigeni, che coinvolge 650 bambini con situazioni familiari difficili in un quartiere molto povero: «Negli anni di studio imparavo tante cose e volevo che non finissero solo ad aumentare la mia conoscenza. Allora si è accesa un’idea imprevista: educare all’arte, molto diverso dal mestiere dell’artista. La libertà è usata in maniera differente. Io ho di fronte dei ragazzi e non posso fare quello che voglio. Non è un dare libero sfogo alla creatività, che invece va usata per aiutare i bambini. Non si può solo studiare e fare lezioni con loro, ma giochiamo e facciamo tante altre iniziative. Loro non hanno punti di riferimento. Non è facile come pensavo. Scrivere sulla carta è facile. Lavorare è diverso. Questo mi stupisce tantissimo».

Tutto è nato dall’amicizia con Frigeni con il quale ha incontrato il Movimento. È stato lui a proporgli tre anni fa di visitare l’Italia e la kermesse romagnola. «Mi ha colpito - spiega Globery - la prima volta che l’ho sentito parlare. Era diverso dagli altri preti in Brasile. Era profondo e parlava dell’uomo. Questo è difficile da noi». Per il brasiliano, laureato in un particolare ramo dell’arte (expressõo visual) all’Università di Parintins, venire in Italia è stata la realizzazione di un sogno: andare nella patria del pennello e conoscere finalmente quella manifestazione diventata ormai leggendaria dai racconti dell’amico. «Tre anni fa sono partito da solo e sono andato a fare un corso di iconografia a “Russia cristiana” di 15 giorni, – racconta – poi sono arrivato a Rimini. È stato incredibile! Mi sono lanciato da una città piccola, a più di un oceano di distanza, ma ho trovato una grande accoglienza e lo stesso cuore. Lo stesso pensiero, nonostante le lingue siano diverse. Questo è grande. Qui trovo adulti che mi insegnano a seguire e imparo a stare a quello che trovo senza avere programmato già tutto. Mi fido di un maestro e così posso aprire ogni porta davanti a me». «Questa certezza - prosegue - mi ha permesso di partire la prima volta e di tornare questa settimana. Così anche questi giorni sono grandi perché la vita sorprende sempre. La vida è la vida...». Batte i pugni sul tavolo perché non riesce a esprimere fino in fondo ciò che vuole dire, ma il suo sguardo è un’ottima penna. Davide Ori

Globery Gonçalves Bruce ha 26 anni e vive a Parintins.


MONDO MEETING 9 24 agosto

Elkann punta sul Meeting Visita anticipata tra gli stand per il presidente Fiat, che parla di Juve e mercati. E acquista due biglietti della lotteria... «Al Meeting si vede che ci sono forze positive in Italia, e che i giovani sono un grossissimo potenziale. Il bello è che esistono. Da qui emerge un grande ottimismo, che va cavalcato». John Elkann, giovane presidente di Fiat, arriva al Meeting un giorno prima di quello previsto per il suo incontro. Arriva incuriosito «da ciò che mi aveva raccontato l’anno scorso Marchionne». E aggiunge: «Vedere così tanto entusiasmo, tante iniziative guidate da persone giovani, è indubbiamente una cosa grandissima…». Elkann è certo di quello che dice e non lo scalfisce la situazione che viviamo: «Nella storia ci sono stati sempre momenti difficili, ma qui si vede vitalità, e se c’è vitalità e voglia di futuro, uno costruisce». John è fiducioso sul grande gruppo industriale che gli è toccato guidare; invita tutti a dare il proprio apporto alla soluzione dei problemi finanziari dello Stato, ed è ottimista in riferimento alla Juventus: «Partiamo dal settimo posto, abbiamo fatto passi avanti, andremo lontani». Ma sono Fiat e manovra il piatto forte nell’assalto dei giornalisti (nel trambusto un visitatore del Meeting rotola a terra, senza danni). Non è sorpreso dall’andamento

Un momento della visita di John Elkann in Fiera. Ha trascorso due ore negli stand visitando le mostre sui 150 anni e quella «Ante gradus».

dei titoli in Borsa: «È una reazione normale a periodi di incertezza. Certamente è un indicatore di preoccupazione. Ma non mi metto a discutere… Dico che sono sereno e convinto di quelli che sono i nostri piani, della nostra attività e della nostra capacità a organizzarci e a reagire alle difficoltà». Sui problemi finanziari dell’Italia

Oggi John in A3 alle 11.15 Domenica, a sopresa era arrivato a Rimini l’ad Sergio Marchionne. Ieri, anticipando di un giorno la sua venuta, è stata la volta di John Elkann. Il presidente di Fiat parteciperà oggi alle ore 11.15, nella sala A3, all’incontro dal titolo «Quali certezze in un mondo incerto?» Il numero uno del principale gruppo automobilistico italiano verrà introdotto dal presidente della Compagnia delle Opere, Bernard Scholz.

sottolinea che al Meeting il presidente della Repubblica Napolitano, «ha usato il linguaggio della verità», ma non entra nel merito della manovra economica. Spiega: «Stiamo vivendo una situazione difficile come era immaginabile, legata in gran parte ai problemi di debito. Occorre una serie di misure per cercare di mettere la situazione in controllo. Poi, il problema è la credibilità». «Lei vuol dire che il Paese e il governo non sono credibili?» gli chiede un giornalista. «L’invito è a esserlo». La Cgil propone lo sciopero generale, suggerisce una giornalista: «Non credo che ci dobbiamo unire», risponde con un sorriso. Le due ore di Elkann al Meeting sono intensissime: visita prima la mostra sui 150 anni di sussidiarietà, poi con Bernhard Scholz (CdO) quella intitolata «Ante gradus». All’esterno un volontario gli vende due biglietti della lotteria del Meeting e lo invita a controllare se vincerà qualcosa. Adriano Moraglio


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24 agosto

GIOBBE

«Il dolore non è l’ultima parola»

«Lo darò in pasto ai suoi amici»

Andrea Carabelli, attore e regista di «Job»: «La pena per Giobbe è che nell’ora della prova le persone a lui vicine discutono anziché aiutarlo»

Il dialogo iniziale tra Dio e Satana nella nuova pièce del filosofo francese amico del Meeting oggi in scena alle 19.45 al Teatro D2 di FABRICE HADJADJ Dio Poi mi hai chiesto il permesso di spogliare Giobbe di ogni cosa. Dicevi che se si rivolgeva a me, era solo perché era ricco... Satana Per tutti i demoni! Credevo all’effetto di questo potente contrasto: Dopo il miele, la miseria. Dopo l’onda delle carezze, l’orda dei cani. Allora ho fatto sì che la sua azienda smantellata dalla mia carissima crisi finanziaria fosse divorata per metà da affaristi arabi e per metà da speculatori cinesi, E che la moglie lo lasciasse per scappare con il suo direttore del personale, E che suo figlio e sua figlia morissero in quel “tragico

incendio al Night Billionnaire”, partito da una Lucky Strike spenta male e divampato sul ritornello di I like to move it, move it, E poi che un lupus eritematosus ben resistente al cortisone gli rodesse le ossa e gli deformasse la faccia, quasi come un anticipo del marciume della tomba, E che venisse infine accusato ingiustamente di abuso di potere e di appropriazione indebita e di sevizie su una giovane stagista – fino a che il suo nome non fosse insozzato su tutti i rotocalchi… Bisogna dire che mi sono dato da fare. E per quale risultato? Ti ha maledetto, lui? No. Si è orgogliosamente rivestito della sua superbia? Nemmeno. Si è forse rassegnato come una larva davanti alla tua tirannica potestà? Lurida bestia, neanche

A sinistra, lo scrittore francese Fabrice Hadjadj. Sopra, Andrea Carabelli, protagonista e regista del «Giobbe» che va in scena stasera.

questo! Invece di annientarsi o di sollevarsi contro di te, Invece di montarsi la testa o di spararsi un colpo, Si è lacerato dal basso verso l’alto, Dal basso verso l’alto come un grido di fontana e di razzo!

24 agosto

Eppure avevo scatenato su di lui tutti i suoi nemici! Dio Quale altro permesso vorresti strapparmi ora, angelo mio? Satana Porca gioia! La vuoi smettere di

infilzarmi con questa spilla, neanche fossi una farfalla? I nemici di Giobbe non sono bastati. C’è bisogno di meglio e di peggio. Dio Che c’è dunque di peggio dei suoi nemici? Satana I suoi amici... Tutti i suoi amici, insomma,

Satana: «Ecco la mia richiesta, o Dio, odio mio: permettimi che io scateni su di lui i suoi amici come la sola muta capace di mangiargli il cuore»

perché lo blandiscano con la loro sollecitudine cieca, Perché lo schiaccino con le loro attenzioni massicce, Perché lo soffochino con la loro compassione sgocciolante… Ecco la mia richiesta, o Dio, odio mio: Permetti che io scateni su di lui i suoi amici come la sola muta capace di mangiargli il cuore. tratto da «Giobbe o la tortura dagli amici», ed. Marietti

«La grandezza di questo testo è che è sincero. Hadjadj va al fondo del cuore di ciascuno. E si pone un problema: che significato ha parlare del dolore nella società di oggi?». Andrea Carabelli racconta lo spettacolo «Job - O la tortura da parte degli amici», che ha curato e che lancerà in anteprima stasera alle 19.45 in D2 (ingresso a pagamento). Tutto è nato dall’incontro con l’autore, Fabrice Hadjadj, un altro amico del Meeting, e ha preso forma grazie al Teatro degli Incamminati. È interpretato dal regista, da Roberto Trifirò e dalla cantante lirica Dina Perekodko. La storia di Giobbe ha una chiara affinità con il tema del Meeting perché è percorsa da un’unica certezza: che il dolore non sia l’ultima parola sul mondo. «È un tema religioso, cioè dell’uomo in quanto tale. Hadjadj ha chiaro che il cristianesimo è la possibilità che l’esistenza dell’uomo sia affrontata nel modo più serio. Per questo ho voluto lasciare il titolo originale “Job”, con il suo doppio significato. È Giobbe, ma anche il lavoro,

una dimensione fondamentale dell’uomo moderno. Così si racconta di un uomo, ma non uno pio, bensì di un uomo tout court, per cui il rapporto con il mistero passa dal rapporto con gli amici». Lo strano sottotitolo si spiega così: la «tortura degli amici» è l’ultima carta che Satana usa per mettere alla prova il protagonista. La pena di Giobbe non è che i suoi amici diventino cattivi con lui, ma che essi nel momento della prova propongono varie ipotesi per risolvere il suo dramma anziché accompagnarlo. Ognuno con la sua particolare ipotesi risolutiva, che è una diversa sfaccettatura delle tentazioni di ogni uomo: «Ho pensato i personaggi interpretati da un solo attore: me stesso. Non per megalomania, ma perché li ho visti come dei personaggi danteschi. La pretesa che ciascuno di essi rappresenta, quella protestante come quella new age, è solo una sfaccettatura di ogni uomo. Sono personaggi reali, come i personaggi della Divina Commedia». Ma la certezza e il dolore porta-

no al monologo finale, che è possibile secondo Carabelli «perché è il compimento dell’intuizione iniziale che fonda la certezza di Giobbe, e che culmina nel “tu” finalmente detto nel riconoscimento del proprio rapporto con il mistero». La conclusione però non chiude la faccenda, «non c’è l’happy end, bensì il dialogo finale tra Dio e Satana che riapre la battaglia di tutti i giorni. Ma rimane il fatto che tutto il male del mondo non scalfisce la certezza di Giobbe, perché la tortura dei suoi amici diventa la strada per giungere a gridare la gioia finale, e il dolore non è lenito, anzi la ferita è ancora più aperta». L’approdo di «Job» al Meeting è il punto di partenza verso il circuito teatrale italiano: a ottobre sarà al Teatro Parenti di Milano. Dice Carabelli: «Quest’opera ha la dignità culturale e artistica per andare in tutti i teatri italiani. La genialità di Hadjadj è di capire che anche le esperienze più lontane da quella cristiana sono da essa abbracciate senza timore». Pietro Bongiolatti


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CULTURA 13

24 agosto

«Il vero rivoluzionario non si arrende al dubbio» Edoardo Rialti presenta Chesterton: «Mi ha cambiato la vita con la sua intelligenza buona delle cose, la coscienza che quel che l’uomo desidera non è un inganno» «Un uomo che non si è abbandonato al dubbio perché spinto da un impulso interiore di ribellione». Così Edoardo Rialti, professore e traduttore di letteratura inglese, definisce Gilbert Keith Chesterton, “protagonista” dell’incontro di ieri che ha visto sul palco, con lo stesso Rialti, Alison Milbank, professoressa di letteratura e teologia all’università di Nottingham, e Ubaldo Casotto, giornalista e autore di «G. K. Chesterton, l’enigma e la chiave» (Lindau). Professor Rialti, q uando ha conosciuto Chesterton? Cosa l’ha colpita? «È stato il primo autore che ho letto dopo C. S. Lewis. È stato proprio Lewis che, citandolo in un suo libro, me l’ha suggerito. Il primo libro che ho letto è stato “Ortodossia”. Ricordo ancora le matte risate che mi facevo nel leggerlo. Non avevo mai incontrato prima un uomo con una tale intelligenza buona della realtà. Ritrovavo nelle sue parole cose a cui avevo sempre pensato, ma con una chiarezza e una profondità che io non avevo mai avuto. Ero colpito dalla sua capacità di paragonare: elementi apparentemente slegati, in paradosso tra loro, lui riusciva a metterli insieme». Come ha detto all’incontro, Chesterton definisce la nascita come una «primavera eterna». Cosa significa? «Quando siamo piccoli tutto è nuovo e fresco, in ogni cosa c’è un’alba. Proprio come il primo giorno della creazione, perché di fatto è il nostro primo giorno di creazione. Il punto è scoprire come conservare questa freschezza quando si diventa grandi: occorre un sostegno dall’esterno. Per lui sono stati il padre, la moglie, l’amico padre O’Connor. E poi l’incontro con grandi scrittori, come Dante e Dickens. Il padre gli ha trasmesso un’ipotesi positiva del mondo. Nella sua “Autobiografia” Chesterton ricorda che il padre giocava sempre con lui, facevano le cose insieme. Racconta in particolare di un piccolo teatro che il padre gli costruì, con cui giocavano spesso insieme. Finché un giorno guardò anche il mondo come un teatro e pensò: “Allora forse c’è un altro padre che ha fatto questo grande teatro”. La moglie viveva una vita talmente piena di certezza che non potè fare altro che seguirla. Padre O’Connor, che ha ispirato “I racconti di padre Brown”, era un uomo apparentemente sempre fuori posto, ma per lui era come la Chiesa: qualcosa che da fuori ci guarda non per quello che facciamo, ma per quello che desideriamo. I grandi scrittori erano per Chesterton i cantori delle cose buone». Per lei è un sostegno nel conservare questa «primavera eterna»? «Certamente sì. Per me è un amico. Quante volte mi sono sorpreso a dire “Chesterton, caro amico mio”. Quante volte ho sentito la mia vita sostenuta dalle sue parole». Casotto ha ricordato una frase di Chesterton secondo cui «la vera avventura della vita non è sposarsi ma nascere», mentre la professoressa Milbank ha definito quella dell’autore una «certezza eroica». Cosa rendeva possibile questo eroismo quotidiano?

Da sinistra, Ubaldo Casotto, autore di «G.K.Chesterton: L’enigma e la chiave» (Lindau), la professoressa Alison Milbank ed Edoardo Rialti, docente, traduttore e scrittore: ha appena curato l’edizione italiana delle prefazioni ai racconti di Dickens scritte da GKC (per Marietti) ed è autore di «L’uomo che ride» (Cantagalli) sullo stesso Chesterton. Tutti e tre i volumi sono disponibili nella libreria del Meeting.

E Rosmini si prende la rivincita «Chesterton non era un ottimista e nemmeno un pessimista: era molto meglio. Era certo che ci fosse fuori ciò di cui aveva più bisogno dentro, e questo gli ha dato pace. Ci ha fatto vedere che le esperienze e le esigenze fondamentali dell’uomo sono nel giusto, che quello a cui teniamo è vero. Quella persona che desideri c’è e ti viene incontro. La certezza non è un controllo delle cose, ma la coscienza di stare davanti a qualcosa di buono». Durante l’incontro ha detto che tutte le opere di Chesterton hanno come filo rosso la lotta di «uno che

punta la spada del proprio coraggio contro il buio che le cose divora» e che «l’uomo regge la spada, ma è Dio che sorregge il suo polso». Le è successo? «Sì. Anche io, come lui, ho incontrato un solo luogo capace di scendere con me nelle profondità di me stesso: la Chiesa. Mi sento come il ladro Flambeau che dice “solo padre Brown mi ha detto perché rubavo, e da allora non l’ho più fatto”. È l’esperienza del perdono: essere guardati non per quello che si fa, ma per quello che si desidera». È l’ennesimo paradosso che Che-

sterton, a lungo ignorato, stia avendo un grande successo in un’epoca che realizza le sue profezie più negative? «Vale per lui ciò che lui stesso diceva dei santi: uomini che contraddicono la mentalità dominante e che ci mettono davanti ciò che davvero desideriamo. Non ha semplicemente denunciato quello che non andava, ma ha raccontato ciò che c’è di bello e da cui l’uomo può ripartire. Era troppo felice di ciò che di bello ogni giorno gli arrivava. Un uomo grato e certo: un salutare antidoto per il nostro secolo». Laura Bertoli

Vita intelligente? La cerco sulla Terra Esiste altrove la possibilità di organismi viventi? L’interroIncalzato sulla domanda se siamo soli nell’universo, l’Augativo ha attraversato i secoli fin dai tempi di Anassagora. Ieri, tore ha così risposto: «Come scienziato non lo so. Fermi dialla presentazione del libro «Siamo soli nell’universo?» (Edi- ceva: se esistono perché non sono ancora arrivati? Come cretrice San Raffaele) del professor Elio Sindoni, Università degli dente penso che siamo soli, e che la nostra storia sia unica». Studi Milano-Bicocca, la domanda è arrivata anche al Mee- Il Quotidiano Meeting ha raggiunto anche il professor Elio ting. Il volume, presentato da Marco Bersanelli (Università Sindoni, stuzzicandolo sul tema della “solitudine” cosmica degli Studi Milano), mette a tema diversi interrogae sulla possibilità di altre forme di vita: «Siamo tivi: quanti pianeti nell’universo hanno carattecirca sette miliardi di persone e quello che mi ristiche simili alla Terra? Quanto occorre perspaventa è la difficoltà a trovare vita intelliché in un pianeta simile alla Terra possa gente sulla Terra. Possiamo pensare a forformarsi la vita per tempi lunghissimi? me di vita fantasiose, ma da Einstein in Di certo la nostra esistenza richiede un poi sappiamo che la nostra fisica e la nopianeta molto particolare: temperatura, stra chimica sono valide in tutto l’uniatmosfera, acqua, una distanza né troppo verso. Ed è molto probabile che anche la breve né eccessiva dalla sua stella (che a biologia sia la stessa sulla Terra e in tutsua volta deve essere stabile e non troppo to l’universo. Il Principio Antropico rivicino al centro della galassia)... Inoltre il tiene che l’universo è fatto in modo tale pianeta deve essere “vivo” in modo che che compaia al suo interno un osservaci siano i vulcani, la deriva dei continentore intelligente. Il problema è perché è Il professor Elio Sindoni. ti e un campo magnetico che lo protegga stato fatto così». dalle radiazioni cosmiche. L’incontro è anche occasione per lo scienziato di riflettere Negli ultimi due anni con la missione della sonda Kepler si sul proprio ruolo: «Dover esporre le cose in modo chiaro mi sono osservati circa 1200 pianeti, di questi solo 70 hanno di- costringe a impararle meglio: quel che desidero è che chiunmensioni paragonabili alla Terra e appena cinque si trovano al- que visiti una delle mostre Euresis (quest’anno in Fiera c’è la giusta distanza dalla loro stella perché la vita possa formar- quella sull’atomo al padiglione A1, ndr) incontri qualcosa di si. Ma ancora non basta. Perché ci sia vita, e in particolare una interessante per la propria vita, che la gente si ricordi di quevita intelligente, occorrono delle discontinuità impossibili da sta visita». catalogare e circoscrivere. Franco Belosi

Filosofia e realtà. Mettendo da parte i luoghi comuni di sapore tardo antico che collocano i filosofi tra le nuvole, il binomio non è poi così strano. Claudio Vittorio Grotti, nel suo libro presentato ieri al Meeting «La rivincita di Rosmini. Itinerari nel pensiero del nuovo millennio», traccia una riflessione che oltrepassa razionalismo e pensiero debole in favore del realismo. A prender per mano il lettore è Antonio Rosmini, filosofo e sacerdote. Nel testo Grotti pone le analisi e le sintesi rosminiane a confronto con alcune posizioni filosofiche degli ultimi decenni. Si contrappone alla filosofia razionalistica la rivincita di Rosmini. «La dottrina dell’intuito, come la sua teoria dell’astrazione teofisica, sono in grado di fondare una concezione non razionalistica di ragione, di accogliere senza timore la rivoluzione della grande filosofia moderna senza dover per questo rifiutare l’anima cristiana dell’occidente» commenta Grotti. «Il cristianesimo è amico della ragione», dice Rosmini. Una verità da scoprire, ma non con una ragione razionalista che esclude a priori l’esperienza soprannaturale. Per Rosmini il percorso della conoscenza avviene in modo personale. Secondo la filosofia razionalista invece, come spiega bene Rosmini, «l’uomo non deve ammettere se non quello che gli somministra la naturale esperienza, escluso ogni lume soprannaturale». Più faticosa, ma sicuramente più avvincente è l’implicazione di tutti i fattori nel conoscere. B.C.


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VITA DA MEETING 15 24 agosto Qui a fianco la colazione dei camperisti nel parcheggio della Fiera. Latte, Nutella e fette biscottate. Sotto, in senso orario, una coppia di Vigevano, la piccola Alessandra e la famiglia di Venezia all’interno del loro camper Hymer.

Una scelta di camper «Nomadi ma felici» Sono quelli che al Meeting vengono in caravan. Di giorno in Fiera, di notte al parcheggio dell’ingresso Sud. «Per nulla al mondo andremmo nell’alberghetto, qui abbiamo tutte le comodità» Ore 10.00, ingresso Sud. La canicola comincia a farsi sentire, l’aria è ferma ed il clima si fa polveroso. Ma come nel vecchio West c’è chi non si cura troppo di queste cose. Una carovana ferma attorno a quattro prese di corrente, una fontanella e ad un pozzetto di scarico. Sono i camperisti del Meeting. C’è chi arriva prima, facendosi le due settimane di montaggio della fiera, e chi dopo, con figli di tutte le età: volontari e meniño de meeting. Pietro è di Udine e mentre ci parla svuota la sentina del camper: «Sono dieci anni che vengo, mia figlia lavora allo stand della San Carlo e sta qua con noi. Vuoi mettere la comodità? Ti alzi, esci e sei in fiera». A fianco c’è il mezzo di Aldo, altro afecionado: «Spesso la gente pensa che non possiamo permetterci l’alberghetto, noi invece scegliamo di venire in camper per comodità. Mia sorella aveva preso una stanza a Torre Pedrera e dopo due giorni mi ha chiesto di ospitarla, sembrava un ostello del terzo mondo! Qua invece siamo organizzati e abbiamo tutte le comodità. Peccato che la fiera ogni anno ci toglie la corrente. Basterebbe attrezzare un po’ meglio l’area e fare pagare dieci euro come succede ovunque. Siamo una risorsa e invece ci considerano un fastidio». Sì, una risorsa, perché il camperista vive in fiera tutto il giorno, ma non solo, perché anche qua si capisce cos’è il Meeting. Come poco più in là, nell’ombra tra un caravan e l’altro sembra di essere ad una sagra paesana: a torso nudo si ride attorno ad un tavolino imbandito con latte e Nutella. Vengono da Bergamo, Vigevano, Gorizia e Venezia. Ce n’è per tutti i gusti: il caravan che ha fatto la guerra e quello da ottantamila

euro e così, nell’andirivieni, i nomi saltano e allora ci si chiama Mr. Ford, sig. Ducato e dott. Hymer, perché i modelli si riconoscono subito.

Tra un caffè e una fetta biscottata si racconta il Meeting dal posteggio del parcheggio Sud: c’è la sussidiarietà (ostacolata) del camperista, ma si potrebbe pure fare «Un caffè

con… il camperista»! «Oppure mettersi d’accordo con l’Enel: ci fornisce la corrente e noi organizziamo un laboratorio di vita in campeggio!».

Giornalisti: scrivete tra le righe Cusenza (Il Mattino) e Preziosi (Radio Rai) sul futuro dell’informazione Il giornalista dovrebbe essere testimone. Un argomento interessante emerso dal dibattito tra Virman Cusenza, direttore de Il Mattino, e Antonio Preziosi, direttore di Radio Uno e del Gr Rai. «Spesso la notizia viene data in modo mediato da altri mezzi di comunicazione, come le agenzie e internet. Si rischia così di fare un’informazione di secondo grado. Prima i giornalisti verificavano le notizie in prima persona – commenta Cusenza –, bisogna ritornare con l’umiltà dei cronisti che raccontano in presa diretta». Incalza Preziosi: «Le cose si raccontano bene soltanto se si è testimoni. Le agenzie fanno un lavoro meritorio, ma i tuoi occhi ti danno maggiore responsabilità. La passione che muove questa professione è essere testimoni». Spicca anche una riflessione sul futuro della carta stampata. «La carta stampata non morirà, ma si trasformerà, anche se in modo non indolore, come sta av-

venendo ora con tagli e ristrutturazioni – spiega Cusenza –. Il quotidiano che si compra la mattina, anche elettronicamente, è una versione a cui si mette un punto a una certa ora. I quotidiani del domani saranno più simili a un sito con aggiornamenti in tempo reale fatti elettronicamente. Sarà diverso da un sito perché a pagamento e soprattutto le notizie saranno tutte approfondite». Savorana, portavoce di Cl che modera l’incontro, lancia una provocazione di don Giussani, per il quale il giornalista dovrebbe aprire tra una parola e l’altra una finestra per l’aria vera, per una registrazione più vera del presente. Risponde pronto Preziosi: «Il giornalista deve aiutare i lettori ad essre liberi, a maturare un’opinione». Invito subito accolto da Savorana: «Noi amiamo conoscere per essere liberi». Benedetta Consonni

Affacciato sul tavolino dei vigevanesi sta l’abbaino di una famiglia veneziana, da cui s’intravedono le figliolette che saltano da una parte all’altra del camper. Quella per loro è stata la prima casa: quando sono state adottate, Ruben e sua moglie sono andati a Verona in camper durante la settimana di inserimento e loro adesso sono affezzionatissime alla casa con le ruote. «Dillo che c’è il problema della corrente, che sembra che non ci vogliono – racconta Ruben – ma soprattutto che tra camperisti ci si aiuta, è la nostra filosofia. E qua c’è una marcia in più. Ogni anno mi sembra di tornare agli anni dell’università, gomito a gomito con gli amici del movimento. Ci si aiuta e c’è una sovrabbondanza che fa aiutare tutti: alla sera dalle dieci a mezzanotte facciamo pure i meccanici, c’è sempre qualcuno che lascia le luci accese e ha bisogno dei cavi e delle nostre batterie». Lo dice sorridendo, ma fate attenzione: non approfittatene, che tengono le figlie piccole! Pietro Bongiolatti


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SPETTACOLI 17

24 agosto

Con l’Irlanda nel cuore Questa sera l’attesissimo concerto dei Chieftains Una serata speciale. Un concerto indimenticabile. Canti, musiche e danze, tutto rigorosamente ispirato dalla feconda tradizione celtica. Sono i Chieftains, un nome, una certezza. Il Meeting ha questa sera l’onore di ospitare sul palco dell’arena D3 una band di livello mondiale, la migliore nel suo genere. La leggenda della musica celtica rivivrà nelle note della uillean pipe del mitico Paddy Moloney, accompagnato dai suoi storici musicisti Sean Keane, violinista, Matt Molloy, flautista, Kevin Conneff, al bodhran, e dagli altri artisti scelti appositamente per questa tourneè: la cantante scozzese Alyth Mc Cormack, Triona Marshall, prima arpa dell’Orchestra Sinfonica di Dublino e Jeff White, chitarrista di bluegrass. Ma non è finita qui: ad animare la serata ci saranno anche Jon e Nathan Pilatzke, straordinari ballerini di una originalissima danza, la Ottawa valley dance, e la fantastica ballerina irlandese Cara Butler. Tutto in un unico show. I Chieftains non sono una band tra le tante, si capisce bene dalle parole di John Waters: «Sono sicuramente il gruppo musicale più importante d’Irlanda. La diversità che li contraddistingue è il modo con cui guardano alla tradizione musicale. La tradizione deve essere aperta, sapersi rapportare con il presente. La maggior parte delle band invece la considera chiusa e immutabile; ma non si può vivere nel passato. I Chieftains hanno portato la musica irlandese in giro per il mondo, l’hanno contaminata con le altre culture, e poi l’hanno riportata in Irlanda in modo nuovo». E aggiunge: «L’Irlanda ha subìto molte repressioni, la sua cultura è morta quando è morta la sua lingua, il gaelico; senza una lingua non può esserci una cultura. Il lavoro che hanno fatto i Chieftains è lo stesso

Il gruppo dei Chieftains: i suoi componenti suonano il flauto, il violino, la «uillean pipe» e il «bodhran»

degli archeologi: han girato il mondo visitando i luoghi dove i nostri antenati erano emigrati, e da ogni luogo hanno riportato a casa un poco della nostra cultura. La diversità fra tradizione e tradizionalismo sta nella libertà. Perché permette di non chiudersi su se stessi e morire. E a questa devono il loro successo. È grazie alla libertà con cui vivono e creano musica che le canzoni diventano utili, forti, piene di energia. Hanno creato un nuovo ordine nella cultura musi-

cale irlandese». La loro storia conferma l’apprezzamento che oggi ricevono in tutto il mondo: nascono nel lontano 1963, e da subito girano l’Irlanda con grande successo grazie al loro modo di interpretare la musica celtica; già nel 1976 avviene la prima grande apparizione a livello internazionale; Kubrick li sceglie per realizzare la colonna sonora del celebre film «Barry Lindon», che poi vincerà l’Oscar. Nel ’79 arriva il concerto che poi de-

finiranno «il momento più alto in 50 anni di carriera»: suonano al Phoenix Park di Dublino davanti a un milione e 350 mila persone, in attesa di Giovanni Paolo II. Vantano inoltre illustri collaborazioni con artisti del calibro di Mick Jagger, Mark Knopfler e Sting. E non potevano mancare nella colonna sonora di «Braveheart». Insomma, non vi resta altro che correre a comprare il biglietto. Alberto Castagna

Il Festival dei corti Il cinema internazionale è protagonista questa sera in sala Neri. Alle 21.45 infatti avranno luogo le premiazioni del Meeting Rimini Film Festival, giunto quest’anno alla quarta edizione. Saranno visionate, sotto gli occhi dell’attenta giuria presieduta dal grande regista polacco Krzystof Zanussi, le dieci pellicole finaliste del concorso. L’iniziativa di quest’evento è nata quattro anni fa dalla collaborazione tra Simonetta D’Italia, insegnante alla School of Visual Art di New York, e Otello Cenci, direttore artistico del Meeting di Rimini. Di anno in anno il Festival è cresciuto, raccogliendo ogni volta un numero superiore di concorrenti. A questa edizione hanno partecipato opere da Israele, Iraq, Cina, Russia e Inghilterra, rafforzando il carattere internazionale della manifestazione. La partecipazione è infatti aperta a tutti, senza limiti di età e senza distinzioni tra amatori e professionisti; l’unico requisito per partecipare è la durata della pellicola: al Festival concorrono solo i cortometraggi. Purtroppo questa sera non potrà essere presente Alessandro D’Alatri, stretto collaboratore del Festival negli anni passati in qualità di Giudice d’onore. La manifestazione è realizzata in collaborazione con Made Officina Creativa, The School of Visual Arts di New York, Milano Cinema e Televisione di Fondazione Milano, RadioCinema, nonché da Best Movie, la rivista di cinema più diffusa in Italia.

La misteriosa sigla Meeting? Svelato il mistero, è cubana La canzone scelta come colonna sonora è di Silvio Rodriguez. Marina Valmaggi, la cantante: una domanda al destino C’è un mistero che ancora ammanta la fiera e non dà pace a molti dei partecipanti al Meeting di quest’anno. Ogni giorno alle undici e a mezzanotte l’enigma si ripresenta: che canzone è la sigla di quest’anno? Chi la canta? Ma soprattutto… cosa dice? Innanzitutto si sa: per conoscere il presente è necessario indagare il passato. Abbiamo quindi cercato di attingere alla memoria collettiva per evocare le sigle degli anni passati. Numerose sono state le canzoni di Claudio Chieffo, come «La strada», mentre nell’edizione scorsa ad accogliere i visitatori erano le note di «Luntane cchiù luntane» e nel 2009 a portare un accento internazionale è stata «El Ebro». Ma l’indagine sul passato non ci porta a nulla. Forse è più opportuno rivolgersi al presente: meglio rivolgere le nostre domande a chi la sigla del Meeting la “vive” proprio in questi giorni. Le reazioni sono sorprendenti. In fiera c’è chi rifugge o chi preferisce tacere. C’è poi chi prova ad articolare idee nel vano tentativo di scoprirsi il nuovo Sherlock Holmes del Mee-

ting, ma inesorabilmente si arrende. Invece c’è chi, novello Ulisse, sceglie l’azzardo e allora le ipotesi si accumulano, colpendo nel segno talvolta, o poco lontano almeno. «È la versione italiana di un canto portoghese» sostiene Carlo. Una ragazza, Valeria, addirittura si improvvisa musicologa e tenta un’analisi della melodia per ricostruire magari il testo: «la musica non è triste» ma, dopo un attimo, aggiunge «ma non è nemmeno molto gioiosa, due parole sono “ombra” e “morte”». Nel mezzo delle nostre peregrinazioni ci imbattiamo provvidenzialmente nell’uomo-cd, ovvero colui che come compito, fra gli altri, ha proprio quello di far partire la canzone ogni mattina e sera. Lui, però, la musica non la sente nemmeno essendo chiuso nel box con lo stereo, ma ci mostra il famigerato cd, appare in una custodia blu e finalmente scopriamo almeno il titolo e l’autore della canzone: «Al Final» di Silvio Rodriguez. Ora proviamo a interrogare il fido Google, il quale dà un responso che, per ora, è solo parziale: Silvio Rodriguez, cantautore cubano classe

Il cantante Silvio Rodriguez, autore di «Al final de este viaje»; alle sue spalle un noto personaggio della storia cubana.

1946, ha nel suo repertorio la canzone «Al final de este viaje en la vida». Gli interrogativi restano molti: perché la voce che si sente in fiera è femminile? Perché il testo cantato è in italiano? Impossibile si tratti dell’originale. Occorre dunque andare ai piani alti per capire il come, il quando è soprattutto il perché di questa scelta. Fra i padiglioni troviamo Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting, che ci con-

ferma la provenienza cubana del canto e ci recita un verso di «Al final»: «Restiamo quelli che possono sorridere sull’orlo della morte, in piena luce». Emilia Guarnieri commenta così la scelta di questo brano: «Non è una canzone propria della nostra storia ma ha questo accento di certezza che ci sembrava ottimo». Scopriamo anche che la versione scelta non è l’originale cubano ma una versione tradotta e cantata nel 1976 da Marina Valmaggi, parte del Gruppo Zafra. «Questo brano – commenta la cantante – svela l’insopprimibile certezza che vi sia qualcosa oltre la morte. Non allude al destino ma lo domanda». Missione compiuta. Non è stato facile ma ne è valsa la pena. Ora potrete dormire sonni tranquilli. Camilla Binasco


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I FATTI DI OGGI 19 24 agosto Oggi John Elkann. E dalla Terrasanta arriva Pizzaballa Incontri

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QUOTIDIANO Direttore Stefano Filippi Direttore responsabile Cesare Trevisani Editore Associazione Meeting per l’amicizia tra i popoli Associazione riconosciuta con D.P.R. n.869 del 6/8/1986, sede: via Flaminia 18/20, c.p. 1106, 47900 Rimini. Tel. 0541-783100, Fax. 0541-786422. Progetto grafico G&C, Milano Impaginazione Edita, Rimini Fotolito e stampa Sigraf via Redipuglia, 77 Treviglio (BG) Registrazione Tribunale di Rimini n.16/91 del 15/07/1991 Pubblicità Ufficio commerciale Meeting Tel. 0541-783100 Fotografi Roberto Masi, Paola Marinzi, Giovanni Zennaro E.mail: quotidiano@meetingrimini.org

RASSEGNA STAMPA

LA GIORNATA

LA CERTEZZA NELLA CONOSCENZA SCIENTIFICA Ore 11.15 Salone B7 Partecipa John Polkinghorne, Fellow della Royal Society e Fellow della Queens' College, Cambridge. Introduce Marco Bersanelli, Università degli Studi di Milano. QUALI CERTEZZE IN UN MONDO INCERTO? INCONTRO CON JOHN ELKANN Ore 11.15 Sala A3 Partecipa John Elkann, presidente di Fiat; William Barcella, studente universitario. Introduce Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere. LINGUAGGIO, MISTERO, COMUNICAZIONE Ore 11.15 Sala C1 Partecipano: Stefano Arduini, Università degli Studi di Urbino; Pietro Barcellona, Università degli Studi di Catania; Andrea Moro, Institute for Advanced Study di Pavia. Introduce Davide Rondoni, poeta e scrittore. NOMOS E PROFEZIA: ESSERE EBREO, ESSERE CRISTIANO. Due lezioni su Deuteronomio 13 e 18 a cura di Joseph H.H. Weiler e Ignacio Carbajosa Ore 11.15 Sala Neri GE Healthcare Partecipano: Ignacio Carbajosa Pérez, Facoltà di Teologia San Dámaso di Madrid; Joseph H. H. Weiler, direttore dello Straus Institute for the Advanced Study of Law & Justice and co-direttore dello Tikvah Centre for Law & Jewish Civilization alla Università di New York. Introduce Stefano Alberto, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. ESPERIENZE ALLA PROVA. INCONTRO CON… Ore 15.00 Sala A3 Partecipano: Fabio Cavallari, giornalista e scrittore; Bernard Dan, neuropsichiatra e direttore dell’ Ospedale Universitario per i bambini Reine Fabiola, Bruxelles; Mariangela e Riccardo, genitori di Giulia Ribera d’Alcalá. Introduce Davide Perillo, direttore di Tracce. IL MONDO DEI NUMERI: CONOSCERE PER GOVERNARE Ore 15.00 Sala C1 In collaborazione con Unioncamere. Partecipano: Andrea Cammelli, Università degli Studi di Bologna e direttore di AlmaLaurea; Enrico Giovannini, presidente di Istat. Introduce Carlo Lauro, Università Federico II di Napoli e responsabile dell’Area Ricerche della Fondazione per la Sussidiarietà. DOPO FUKUSHIMA, SOLO RINNOVABILI? Ore 15.00 Sala Neri GE Healthcare Partecipano: Guido Bortoni, presidente dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas; Marco Ricotti, membro dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare e professore al Politecnico di Milano; Stefano Saglia, sottosegretario di Stato al Ministero dello Sviluppo Economico; Paolo Togni, presidente as-

Spettacoli

Occhi da apostoli sociazione Viva; Giuliano Zuccoli, presidente del consiglio di gestione di A2A. Introduce Marco Bersanelli, Università degli Studi di Milano. CON GLI OCCHI DEGLI APOSTOLI. UNA PRESENZA CHE TRAVOLGE LA VITA Ore 17.00 Auditorium B7 Presentazione della mostra. Partecipano: José Miguel Garcia, Università Ecclesiastica San Dámaso di Madrid; Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa. Introduce Giancarlo Cesana, Università degli Studi di Milano-Bicocca. LO STATO DELLA GIUSTIZIA Ore 19.00 Sala A3 Partecipa Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Introduce Paolo Tosoni, presidente della Libera associazione forense. LA SOSTENIBILITÀ DEL WELFARE PUBBLICO E PRIVATO Ore 19.00 Sala C1 Partecipano: Johnny Dotti, amministratore delegato di Welfare Italia; Marco Morganti, amministratore delegato di Banca Prossima; Lester Salamon, Università Johns Hopkins di Baltimora. Introduce Riccardo Bonacina, presidente e direttore editoriale di Vita Non Profit. DIVINA LITURGIA IN RITO BIZANTINO SLAVO Ore 20.00 Chiesa Sant'Agostino Celebrano: Padre Romano Scalfi e Padre Rostislav Kolupaev. Con il coro di Russia Cristiana.

Focus UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA Ore 13.45 Padiglione B5 Partecipa Lorenza Violini, Università degli Studi di Milano e responsabile del Dipartimento Pubblica Amministrazione della Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Anna Cavallo, studentessa di Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano. IL LAVORO COME BENE COMUNE Ore 15.00 Sala Mimosa B6 In collaborazione con la Fondazione Obiettivo Lavoro. Partecipano: Marco Caravella, consigliere di amministrazione della cooperativa Placido Rizzotto; Emilio Innocenzi, presidente Team Service; Dario Odifreddi, presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri; Giuliano Poletti, presidente di Lega Coop; Ivan Soncini, amministratore delegato Ccpl Gruppo Industriale Cooperativo; Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà; Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma. Introduce Alessandro Ramazza, presidente di Obiettivo Lavoro.

Insomma dopo la stura di Giorgio Napolitano, ieri il tema della crescita è stato nuovamente al centro della kermesse ciellina. Ognuno con la propria cifra ha messo nel mirino la manovra alla vigilia di una complicata navetta parlamentare. A ruota di Passera è intervenuto l’Ad di Enel, Fulvio Conti, che ha criticato apertamente la cosiddetta Robin Hood tax - «la tassa dello sceriffo di Nottingham»-, l’addizionale per le imprese energetiche contenute in manovra. «Perché colpisce un settore già regolato e soprattutto uno dei pochi settori che può investire», si è rammaricato il manager. Marco Alfieri

La sola cosa bella che è successa questa estate in Europa sono i due milioni di ragazzi a Madrid. Primo, perché ti accorgi che esistono i giovani. Secondo, perché noti che si mobilitano anche per una fede e non solo per Vasco Rossi, per un rave party o per un outlet.

IL RUOLO DELLE UTILITIES NELLA NUOVA STRATEGIA EUROPEA PER L’ENERGIA E L’AMBIENTE Ore 19.00 Sala Tiglio A6 Partecipano: Francesco Asdrubali, Università degli Studi di Perugia e direttore del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento da Agenti Fisici “Mauro Felli”; Franco Cotana, Università degli Studi di Perugia; Paolo Paoletti, managing director Bu Corporate Development del Gruppo Sorgenia; Federico Rossi, Università degli Studi di Perugia e direttore del consorzio Ipass S.c.a.r.l.; Simone Togni, presidente dell’associazione nazionale Energia del Vento. Intervento di saluto di Stefano Saglia, sottosegretario di Stato al Ministero dello Sviluppo Economico. Introduce Carlo Andrea Bollino, Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Energia.

Testi&Contesti INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, direttore del Centro Culturale di Milano. Ore 15.00 Eni Caffè Letterario D5 «Fede e cultura. Scritti scelti» Presentazione del libro di S. Ecc. Mons. Luigi Negri (Editore Jaca Book). Partecipano: l'Autore, vescovo di San Marino-Montefeltro; Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia; Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia per il Terzo Settore. A seguire: «Ministero della bellezza. Il sacerdozio cattolico» Presentazione del libro di Francesco Ventorino (Editore Marietti 1820). Partecipano: l’Autore, Studio Teologico San Paolo di Catania; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro. STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Ore 19.00 Sala Neri GE Healthcare «Restrepo. Inferno in Afghanistan» di Tim Hetherington e Sebastian Junger. Premio Grand Jury al Sundance Film Festival. Produzione: National Geographic Channel. INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, direttore del Centro Culturale di Milano. Ore 19.00 Eni Caffè Letterario D5 «In viaggio con un Santo» Presentazione del libro di Filippo Anastasi (Editore Il Messaggero di Padova). Partecipano: l’Autore, vicedirettore e responsabile informazione religiosa GR RAI; Ugo Sartorio, direttore del Messaggero di Sant’Antonio.

Terzo, perché sono promettenti e non minacciosi, festosi e non depressi. Quarto, perché vogliono connettersi, incontrarsi, darsi un progetto, cercano figure simboliche, percorsi di santità e di tradizioni, scrutano il futuro e non lo lasciano agli indici di Borsa. Marcello Veneziani

Sarebbero stati degli ingrati e degli stupidi, quelli di Comunione e Liberazione, se non si fossero spellati le mani per applaudire Giorgio Napolitano. Né mi stupisce il conformismo collettivo nel commentare quell’evento. Mi figuro quanto ridicoli ci si debba sentire nel raccontare che i più importanti esponenti dell’asfittico capitalismo italiano, pubblico e privato, si sono precipitati a Rimini per meglio capire il fenomeno Cl, dal quale si dicono affascinati, salvo arrivare un attimo prima del Presidente della Repubblica e andare via a ruota. Ma capisco tutti, come capisco che manchi il coraggio e la libertà per dire che non solo nella nostra Costituzione non c’è un solo rigo che autorizzi

CORO DI VOCI BIANCHE BRANKO Ore 19.30 Palco D7 Esibizione della sezione giovanile dell’omonimo Sodalizio Canoro Ecclesiastico Branko, Coro della Cattedrale di Niš (Serbia), diretto da Jovana Mikić. JOB - O LA TORTURA DA PARTE DEGLI AMICI Ore 19.45 Sala D2 Ingresso a pagamento Testo di Fabrice Hadjadj tradotto da Fabrizio Sinisi. Regia di Andrea Maria Carabelli. LE COSE DELLA VITA Ore 20.30 BackMusic Presentazione dell’ultimo cd musicale di Cesare Aresi. STAGE DI TANGO ARGENTINO Ore 21.00 Palco D7 Carlotta Santandrea e Patricio Lolli condurranno i partecipanti in un viaggio all’interno dell’affascinante mondo del tango argentino. CHIEFTAINS IN CONCERTO Ore 21.45 Arena D3 Ingresso a pagamento La leggenda della musica celtica. Accanto alla verve del leader Paddy Moloney e della sua “uillean pipe”, Sean Keane violino, Matt Molloy flautista, Kevin Conneff bodhran e voce. MEETING RIMINI FILM FESTIVAL Ore 21.45 Sala Neri GE Healthcare Serata di Premiazioni della quarta edizione del concorso internazionale di cortometraggi Meeting Rimini Film Festival. Presidente di giuria Krzysztof Zanussi. PONTEDERA BIG BAND Ore 22.00 Area Piscine Ovest Edison La premiata filarmonica “Volere e Potere” di Pontedera affianca brani di musica popolare italiana a brani sinfonici, pezzi tratti da colonne sonore cinematografiche a brani della tradizione americana.

Sport IL GIOCO DEL LOTTO SPORT VILLAGE Spazio dedicato allo sport da praticare dove il Gioco del Lotto in collaborazione con Csi e Cdo Sport hanno predisposto e allestito campi per il calcetto, la pallavolo, il beach volley, il basket e il minibasket, il biliardino, il ping pong, la dama, gli scacchi e una fantastica area dedicata al Golf. Tutti i giorni dalle 11.00 alle 24.00 SCHERMA Ore 15.00 Il Gioco del Lotto Sport Village Esibizioni e prove libere con istruttori con l'accademia d'arme G. Voltolini di Rimini. CORRI MEETING RIMINI 2011 Ore 17.30 Area Piscine Ovest Edison Camminata ludico-motoria-non agonistica aperta a tutti. KM 2 per ragazzi - KM 6 per adulti Partenza dalle ore 17.30 Padiglione sport di Rimini Fiera (esterno ingresso ovest) Premiazioni ore 19 Padiglione sport (Gioco del Lotto Sport Village) di Rimini Fiera A cura del Csi.

comizi di quel tipo, ma è più volte escluso che il Presidente possa tenerli. Davide Giacalone

La rivoluzione egiziana è incompiuta, le testimonianze sul palco riminese sono concordi. I giorni di Piazza Tahrir? «Gloriosi» ma lontani. Molti temono che il delicato equilibrio multi religioso imposto da Nasser e sopravvissuto fino a Mubarak vada in frantumi con le elezioni. Armiah sottolinea i passi avanti compiuti da ortodossi e musulmani dopo la strage di Alessandria e, dopo lunghe dissertazioni storiche ed etimologiche che rivangano l’origine dell’Egitto e il ruolo dei copti, esprime senza troppi giri di parole il timore che «lo spirito della rivoluzione possa perdersi e il musulmano divenga più forte, grazie alla maggioranza parlamentare, e il cristiano si nasconda… Oggi il mio è un Paese ferito, mai come ora ha avuto bisogno di tutti, copti e musulmani». Paolo Viana


Ci sono grandi progetti e progetti che diventano grandi e ci sono grandi idee che diventeranno grandi realtà, o parte di una grande realtà: il nostro Paese.

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MEETING RIMINI - 21.27 AGOSTO 2011 - RIMINI FIERA PAD. D5

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Quotidiano Meeting 2011 - mercoledì 24 agosto by Meeting per l’amicizia fra i popoli - Issuu