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Mediaterraneo News 16-31 maggio 2020

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Anno 12 - N. 87 16-31 maggio 2020 Distribuzione gratuita www.mediterraneonews.com

Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016

MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007

Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it

Banchi vuoti e nodi in gola

All’interno servizi di Bussu, Carbone, Carlucci, Latorrata, Lopez, Mastrangelo, Mitarotondo, Pastore, Piscopo, Sarcinelli 1

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La scuola finisce senza l’ultimo giorno di scuola

Si riaprirà a settembre. Ma è no anche al simbolico ritorno fra i banchi per salutarsi. Con strascichi psicologici e polemiche

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L’IMMAGINE Banchi vuoti, così come in questi mesi a causa della pandemia che ha costretto a casa milioni di studenti

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«È una tragedia nella tragedia». A parlare è il genitore di un bambino di quinta elementare che ora dovrà cominciare le scuole medie senza aver mai potuto chiudere definitivamente il capitolo “infanzia”. Potrebbe essere un trauma difficile da superare quello di ritrovarsi con nuovi compagni di scuola senza aver mai effettivamente salutato i vecchi. Questo è il timore espresso dalla maggior parte dei genitori di bambini che hanno frequentato quest’anno le ultime classi dei cicli scolastici (scuole elementari e scuole medie). Il 5 marzo fu varato il decreto con il quale tutte le scuole e le università venivano temporaneamente chiuse. All’epoca nessuno studente lo immaginava, ma quello sarebbe stato l’ultimo giorno di scuola per tutti. Anzi, per gli studenti di alcune zone di Lombardia, Veneto e Piemonte era già successo a febbraio. Per non parlare dei disagi manifestati dai ragazzi di quinto superiore che hanno dovuto rinunciare al Mak p 100 (la tradizionale festa 100 giorni prima dell’ultimo giorno dell’ultimo anno), all’addio ai banchi di scuola e alla notte prima degli esami. Sembrano cose scontate per chi ha avuto la fortuna di viverle, ma non lo sono per niente. Sono momenti che segnano il passaggio definitivo all’età adulta, in cui ci si rende conto che da quel momento in poi le proprie scelte pesano sul proprio futuro. Ricordi che, nel bene e nel male, restano per sempre.

«È una cosa triste, avevo immaginato il mio ultimo anno scolastico come qualcosa di indimenticabile ed emozionante. Aspettavamo l’ultima gita da mesi. Certo, indimenticabile lo sarà, ma in senso negativo» sono invece le parole di Francesca, che quest’anno farà la maturità. Molte scuole si sono battute a lungo per poter riportare nelle aule gli studenti almeno per il 10 giugno, l’ultimo giorno dell’anno scolastico 2019/2020. Sarebbe stato un ritorno simbolico, anche solo una classe per istituto, o solo le ultime classi. Un segnale forte di ripartenza per un Paese che è rimasto sospeso per due mesi e che ha relegato l’istruzione, ancora una volta, agli ultimi posti dell’agenda delle priorità. «È una situazione abbastanza surreale, il 15 giugno in Puglia riapriranno le discoteche. Ciò significa che i locali sono stati giudicati più sicuri delle scuole ed è una cosa assurda perché abbiamo visto tutti come dal 18 maggio la maggior parte dei locali non stia facendo rispettare le regole del distanziamento sociale e degli ingressi contingentati», dice una docente di un liceo pugliese che ha chiesto di rimanere anonima. La sua è la denuncia di tanti insegnanti che in questi mesi, purtroppo, hanno dovuto fare i conti con sempre più ragazzi che col tempo hanno smesso di collegarsi alle lezioni online o che non hanno mai avuto la possibilità di seguirle. Sono il 6% del totale degli alunni. Ra-


Come sarà a settembre?

gazzi che non recupereranno mai quanto perso. «Sarebbe stato un messaggio forte – prosegue la professoressa – permettere ai ragazzi di tornare un ultimo giorno nelle scuole. Sarebbe stato come dire loro che la scuola, lo Stato non li ha dimenticati. Che qualcuno crede ancora in loro. Invece gli abbiamo solo permesso di tornare ad andare nei locali. Che cosa abbiamo sbagliato in Italia per permettere che la scuola venga così maltrattata? L’esame di maturità in presenza è una bella cosa, assolutamente. Ma qualcuno dovrà spiegare ai bambini di quinta elementare o ai ragazzi di terza media perché non hanno potuto rivedere nel contesto scolastico i propri insegnanti o i propri compagni». Alcune scuole, a onor del vero, stanno organizzando un’alternativa all’ultimo giorno di scuola. Gli insegnanti, di propria iniziativa, hanno deciso di riunire i bambini delle elementari nei parchi adottando tutte le misure di sicurezza anti contagio previste dai decreti. È per dare ai bambini l’impressione di un ritorno alla normalità. Non sarà un vero e proprio giorno di lezione, ma un’occasione per chiacchierare e giocare (a distanza), per potersi salutare prima delle vacanze estive e sperare di potersi rivedere a settembre quando li aspetterà un nuovo anno scolastico in cui niente sarà più come prima del coronavirus. Maria Cristina Mastrangelo

Distanziamento, igiene e prevenzione: sono le parole l’ordine dell’anno scolastico 2020/2021. A stabilirlo è il Comitato Tecnico Scientifico nel documento/guida pubblicato il 28 maggio e approvato dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. Quando i corridoi e le aule delle scuole italiane torneranno a riempirsi a settembre gli studenti dovranno rimanere a un metro di distanza l’uno dall’altro e a due metri se si trovano nelle palestre. Sarà quindi necessaria una riorganizzazione degli spazi, essendo gli istituti scolastici non particolarmente dotati di ambienti ampi. Le aule molto spesso hanno le dimensioni di un pollaio e le classi arrivano a essere formate anche da 30 ragazzi. Per ovviare a questi problemi quasi sicuramente verranno preferite attività didattiche negli spazi esterni, qualora le scuole ne siano dotate, altrimenti verranno differenziati gli orari di uscita e di entrata. Quest’ultima regola dovrà soprattutto essere adottata necessariamente dagli istituti superiori così da ridurre il carico sui mezzi pubblici negli orari di punta, prevedendo la presenza di alunni provenienti anche da comuni limitrofi. Inoltre, i locali verranno igienizzati prima della riapertura di settembre e pulizie profonde verranno effettuate quotidianamente. Per i ragazzi obbligo della mascherina tranne che durante l’attività fisica e le interrogazioni, gli insegnanti invece dovranno indossarla sempre. Non sarà obbligatoria per i bambini sotto i 6 anni. Non verrà rilevata la temperatura all’ingresso, ma resta l’obbligo di rimanere a casa per chi dovesse avere più di 37,5 di febbre, tosse o problemi respiratori. Resta solo da vedere se effettivamente nelle scuole italiane si sarà in grado di rispettare tutte queste regole e quanto saranno rigidi i controlli, visto che in queste settimane se ne sono visti pochissimi in confronto ai tanti super-assembramenti che si sono creati. Non rimane che attendere settembre, ma la prova del nove sarà già l’esame orale di maturità in presenza che si svolgerà dal 17 giugno, nonostante ci siano ancora molte difficoltà nel riuscire a trovare i presidenti di commissione.

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Il dubbio

LA NOVITA’ Gli studenti torneranno a scuola a settembre con mascherine sul viso e mantenendo distanze di sicurezza

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Diventati maturi nell’anno del Covid “Lo ricorderemo” Cancellate le prove scritte tutto si concentra sulla prova orale in presenza dal 17 giugno per cinque candidati al giorno

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L’ESAME Mancheranno l'attesa, la condivisione e le prove così come le abbiamo intese fino ad oggi

“Maturità, t'avessi preso prima”, cantava Venditti in ‘Notte prima degli esami’. Mai come quest’anno le sue parole rispecchiano il pensiero di chi tra poche settimane dovrà diplomarsi. Niente ultimo giorno di scuola, niente festa dei “100 giorni”, mancheranno l'attesa, la condivisione e le prove così come le abbiamo intese fino ad oggi. I maturandi 2020 non dovranno fare i conti solo con le ansie legate alla preparazione e ai voti ma anche con il nemico principale: il Covid-19 che ha stravolto la struttura tradizionale della maturità.

Via le prove scritte, tutto si concentra sull'orale che si svolgerà in presenza dal 17 giugno con 5 candidati al giorno. Mascherina abbassata sul collo e tesina in mano, così 463.133 mila studenti appena maggiorenni inizieranno la loro discussione che durerà massimo un'ora. L'esame prevede diverse fasi: i maturandi discuteranno davanti alla commissione un elaborato sulle discipline di indirizzo, esamineranno un testo di italiano studiato durante l'anno ed infine saranno chiamati a confrontarsi su alcuni materiali pre-

Valutazione

E’ iniziata la conta dei voti per diplomarsi con lode

Se fino alla maturità 2019 il voto finale era in centesimi ed era composto da tre prove (due scritti e un orale) che sommati pesavano il 60% del voto (ovvero 20 punti per prova), con i restanti 40 per raggiungere il cento che arrivavano dai crediti accumulati durante il percorso degli ultimi tre anni di superiori, quest'anno cambierà tutto. Il maxi orale varrà quaranta punti, i restanti sessanta saranno rappresentati esclusivamente dai crediti del triennio, un punteggio che le scuole attribuiscono a ciascuno studente alla fine di ogni anno degli ultimi tre delle scuole superiori. Questo vuol dire che i risultati conseguiti negli anni passati saranno fondamentali per il raggiungimento di un ottimo voto di maturità. I crediti scolastici non sono da confondere con i crediti formativi: questi ultimi, infatti, integrano quelli scolastici ma derivano esclusivamente da attività che i maturandi hanno svolto nel loro tempo libero, ad esempio attività musicali. L'ammissione dei crediti formativi e la valutazione degli stessi dipenderanno solo dal consiglio di classe che ne verificherà l'ammissibilità. Quindi, con i crediti che passeranno da 40 a 60 punti su un totale di 100, tutti i maturandi che hanno avuto un bel percorso negli ultimi tre anni e che raggiungeranno la fascia massima di crediti saranno praticamente già promossi prima di sedersi davanti alla commissione d’esame. 16-31 maggio 2020


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parati dai docenti delle varie discipline. L'esame toccherà anche domande di educazione civica e richiederà un ricordo delle esperienze di alternanza scuola-lavoro degli anni precedenti. È quanto stabilito dalla ministra dell'istruzione Lucia Azzolina. In commissione sei professori interni e un presidente, l'unico esaminatore esterno. Altra novità riguarda l'ammissione di tutti gli studenti all'esame. Chi pensa che sarà una prova semplificata dovrà ricredersi: “Abbiamo perso momenti di condivisione che mai nessuno ci restituirà ma nonostante tutto ci ricorderemo del nostro esame. Con i miei compagni ci chiamiamo per farci forza, ora che il countdown è iniziato - ci racconta Raffaella Suriano, maturanda del liceo scientifico Nuzzi di Andria- non sarà più semplice, le videochiamate non sono riuscite a sostituire le lezioni in presenza. L'esame per noi resta una grande incognita”. La pressione tra gli studenti è alle stelle tra le domande e le poche risposte di cui sono in possesso ma su una cosa sono tutti d'accordo: questo doveva essere il loro anno e l'hanno perso. Anche i professori sentono la mancanza del rapporto diretto con gli alunni ma non manca chi ritiene l'esame in presenza una “follia” per l'elevato rischio di contagio, mentre sui gruppi social c'è chi ipotizza un possibile ricorso dei docenti al Tar. “I ragazzi arrivano all'esame provati dopo mesi di didattica a distanza, inoltre dobbiamo stare attenti per garantire la massima sicurezza ai maturandi e alle loro fa-

miglie. Alcuni commissari nella nostra scuola seguiranno l'esame da remoto perché considerati lavoratori fragili e questo aumenterà la complessità nel gestire e valutare la prova dei ragazzi che meritano di avere il loro momento per dimostrare quanto appreso”, ci ha riferito Mariafranca Tricarico vicepreside del liceo scientifico di Minervino Murge. Fra mille dubbi e perplessità su una cosa sono tutti d'accordo: “In questo esame sarà valutata anche la capacità di adattamento”. Mariamichela Sarcinelli

LA LODE Il maxi orale varrà 40 punti, i restanti 60 saranno rappresentati esclusivamente dai crediti dell'ultimo triennio

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Mascherina giù birra su: la movida nel centro di Bari Il secondo weekend dopo il “liberi tutti”. Centinaia di giovani nei locali. Ma il virus non è ancora sparito

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IN CENTRO Il lungomare di Bari venerdì sera. Centinaia di persone, molte senza mascherina

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Movida. Nel vocabolario di noi trentenni questo termine fa venire i brividi almeno quanto la parola “precariato”. Che in certi casi la pandemia dovuta al Covid-19 ha contribuito a rendere saldo. Casomai avessimo voluto “sistemarci”. È il secondo venerdì dopo il “liberi tutti”. Decidiamo di uscire. Saliamo nelle auto, con la voglia di lasciarci tutto alle spalle per qualche ora, virus compreso. Direzione: Bari centro. Ore 22. Bari, bella signora. Il caos di sempre. Macchine, tante, come quelle di polizia ed esercito. Arrivando da Palese, una cosa appare subito diversa: l’illuminazione. Abbasso il finestrino e penso: “Bari è proprio una bella signora”. In piazza della Libertà e su corso Vittorio Emanuele centinaia di persone passeggiano, molte senza mascherina. Sembra quasi come prima del Covid. Sono tornati anche i parcheggi in doppia fila. “Al via gli spostamenti tra le Regioni a partire dal 3 giugno”, dice una giornalista dalla radio. Ore 22,30. Piazza Moro. Sono davvero tanti: gli autobus, i riders pronti a correre per consegnare cibo a domicilio per pochi euro l’ora, i giovani che bevono birra, ridono, si prendono in giro. Facendo finta di indossare le mascherine. Forse si sentono invulnerabili, forse non hanno capito che il virus non è stato sconfitto, o forse si sono scocciati. Anche piazza “Aldo Moro” e l’insegna della “Gazzetta del Mezzogiorno”, che si staglia nel cielo oscuro, sono ben illuminate.

Ore 23. Vicini vicini. Centinaia di giovani brulicano in largo Nino Rota e tutt’intorno al teatro Petruzzelli. La mascherina scende da sopra il naso a sotto il mento, finendo in tasca, proporzionalmente all’età. Un ragazzo dice: “Oh, questo è un assembramento”. Sembra voler fare una battuta. Via Cognetti è una specie di imbuto. Nessuna distanza, ancora nessun controllo. Poco più in là, dall'altro lato della strada sale il profumo di erba che qualcuno fuma indisturbato. Pochi metri e l'odore cambia: siamo davanti al mare, mentre il brusio in sottofondo è lo stesso. Clacson, persone sedute fuori dai locali chiacchierano e ridono. Una ragazza che ci passa affianco, quasi urlando per inviare una nota vocale dice: "Raga, venite sulla Muraglia, ci vediamo lì". Ci andiamo anche noi. Ore 24. Peroni e sigarette. Ma prima un salto al molo San Nicola, meglio conosciuto dai baresi come “N’dèrr a la lanze”: è la zona del mercato del pesce e di un altro ritrovo, El Chelinguito. Qui ci sono gruppi di persone con in una mano una birra e nell’altra una sigaretta. Ecco le prime pattuglie. Alcuni agenti fermano qualche autista, ma di “blitz” anti-assembramenti nemmeno l’ombra. Eppure il cuore della movida è lì, a pochi passi. L’indomani il report quotidiano della Prefettura ha reso noto che venerdì 29 maggio ci sono state otto sanzioni per violazione delle norme anti-Covid su 2145 persone con-


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trollate. Ore 2. “Che vita meravigliosa”. Dal quartiere Umbertino al Murattiano. Entrando in piazza del Ferrarese per arrivare sulla Muraglia, la “musica” è la stessa, soltanto con qualche mascherina in più. Forse qui si temono maggiori controlli. Ma la pattuglia in piazza Mercantile resta inerme. Ai baristi dei locali (anche loro molto giovani) sembra che la mascherina stia stretta. Per non parlare dei guanti. E a una certa ora non si fa più nemmeno finta di rispettare il distanzia-

mento. Rifacciamo la strada per tornare alle macchine questa volta passando per via Sparano. Lasciandoci alle spalle la generazione che non conosce le mezze misure. I loro sguardi sembrano voler dire: “Se è finito il lockdown, lasciateci liberi di bere, ridere, fumare, baciare”. Rimetto in moto ed esco dal centro. Finalmente non ci sono più assembramenti. Mentre in radio Diodato canta: “Che vita meravigliosa”. Anna Piscopo

PIENONE Impossibile evitare assembramenti. Il sindaco Decaro: “Ci sono problemi con la Movida”

Dal 15 giugno

La decisione che spaventa: “Vieni a ballare in Puglia”

Dal 15 giugno in Puglia molte discoteche e locali all’aperto potrebbero riaprire. Come? Con l’obbligo di mascherina all’ingresso, termo scanner per controllare le temperature e riducendo la capienza del 40%. La decisione verrà presa nell’ambito della Conferenza Stato-Regione, ma è polemica: scuole chiuse e discoteche aperte? E poi, chi decide qual è il 40% che deve entrare? Nei giorni scorsi il capo della task force per l’emergenza epidemiologica in Puglia, Pier Luigi Lopalco, aveva dichiarato che il fatto di essere all’aperto potrà evitare gli affollamenti. È evidente che l’epidemiologo non conosce quello che accade in questi locali: una volta lì, sai quanto si bada al distanziamento sociale? Il “bello” è proprio stare tutti attaccati. Tra un cocktail e un altro. Inoltre, il 15 giugno sarà una data importante per capire se, come aveva dichiarato lo stesso Lopalco, si sarà verificato quell’impatto della movida e delle ultime aperture, e se quindi i numeri dei contagi torneranno a salire. Intanto i sindaci si stanno organizzando come meglio possono a suon di ordinanze: nei centri storici di Monopoli e Polignano c’è l’obbligo di indossare la mascherina. A Brindisi il primo cittadino ha disposto il divieto di vendita di bevande e alimenti dopo la mezzanotte (fino al 14 giugno). A Copertino il sindaco ha deciso per il coprifuoco a partire dalle 22,30. Mentre a Trani, dopo la rissa di domenica davanti a un locale nella zona del porto, si sta valutando quale provvedimento adottare. E a Bari, Decaro ha ammesso che ci sono dei “problemi con la movida”. Ma tant’è. 16-31 maggio 2020

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Stessa spiaggia stesso mare senza assembrare

Lopalco: “Abbiamo utilizzato una strategia precisa che ha permesso di controllare l’epidemia ma, se togliamo il coperchio, la seconda ondata arriva”

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L’ESPERTO Il prof. Pier Luigi Lopalco, responsabile del Coordinamento per le emergenze epidemiologiche Regione Puglia

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Dati rassicuranti in Puglia dopo le riaperture del 4 e del 18 maggio, ma non è certo il momento di abbassare la guardia. Ci attende, anzi, un periodo cruciale per il controllo dell’epidemia da Covid-19 con la necessità di equilibrare la voglia di normalità, mare e divertimento, in particolare dei più giovani, con il senso di responsabilità di ciascuno di noi. Ne abbiamo parlato con Pier Luigi Lopalco, responsabile del Coordinamento per le emergenze epidemiologiche della Regione Puglia: “Abbiamo aumentato al massimo il nostro livello di guardia - dice - proprio per poter cogliere eventuali segnali dalle prime riaperture. Un bilancio più consolidato, che tenga conto anche delle successive riaperture, potremo farlo solo all’inizio di giugno. Per ora i dati sono rassicuranti. I tamponi positivi sono sempre fermi intorno a 10 al giorno e legati a focolai già noti. Non abbiamo intercettato nuove catene di contagio e questo è un dato positivo. Non bisogna però abbassare la guardia, anche perché i movimenti da fuori regione verso la Puglia sono aumentati tanto e sono da monitorare con molta attenzione”. Come giudica gli assembramenti per la cosiddetta “movida”? !Il rischio c’è, inutile nasconderlo. C’è una questione epidemiologica importante: se il virus comincia a circolare fra i giovani ce ne accorgiamo ancora più tardi, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, fanno una forma di infezione asintomatica o con sintomi

molto lievi. Una infezione di oggi aprirebbe una catena di contagio di cui noi ci rendiamo conto soltanto a giugno, con i casi sintomatici delle persone più adulte. Ecco perché bisogna prevenire questa situazione, spiegando ai ragazzi che devono evitare questi assembramenti, devono evitare di compiere degli atti che sono oggettivamente pericolosi in questa fase”. Quanto può incidere il ritardo nel valutare gli effetti di riaperture e comportamenti a rischio nel far risalire i numeri dell’infezione? “La dinamica dell’epidemia è questa. Il tempo di incubazione medio è 6-7 giorni, con picchi anche di 12 giorni, non solo, ma esistono persone che sono portatori per settimane e potrebbero contagiarmi anche fra tre settimane, per cui Io direi che è molto probabile che vedremo dei nuovi casi nei prossimi giorni (inizio giugno ndr)”. Riparte la stagione balneare, non senza polemiche sulle regole da seguire in spiaggia. “Le linee guida che abbiamo adottato sono state concertate con tutte le altre regioni italiane per evitare che magari in Molise, in Abruzzo gli ombrelloni potessero stare a una certa distanza e in Puglia no. Abbiamo ragionato più in termini di area, 10 metri quadri per ogni ombrellone pensiamo sia un’area ragionevole per permettere un buon distanziamento. Ora, oggettivamente, fra le persone che stanno ordinate sotto gli ombrelloni in un lido, all’aperto e sotto il sole, e un capannello


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di persone all’interno di un bar, o anche, all’esterno di un bar cinquanta ragazzi appiccicati uno all’altro, capite bene che fa una grossa differenza. Fondamentale è aumentare il livello di informazione, di consapevolezza perché, altrimenti, avremo l’assurdo che in un lido bisogna andare distanziati, regolati, con tutte le prescrizioni poi, per la strada, la gente fa quello che gli pare”. E le spiagge libere? “Varranno le stesse regole dei lidi, 10 metri quadri per ogni ombrellone. Questo deve essere affidato al buon senso del cittadino e si spera che i comuni abbiano le risorse per fare un minimo di sorveglianza in maniera che con un po’ di sorveglianza e un po’ di buona volontà possiamo goderci le spiagge in tutta sicurezza”. Cosa pensa delle polemiche sul basso numero di tamponi in Puglia? “Noi abbiamo utilizzato una strategia precisa, una strategia che ha permesso di controllare l’epidemia. Per accontentare chi crede che ne facciamo pochi andiamo in giro per la strada e facciamo mille tamponi a caso? No. Buttar via risorse pubbliche non fa bene a nessuno. Ci stiamo attrezzando, invece, per un momento particolarmente delicato che è la ripresa dell’autunno. In quel momento servirà una capacità diagnostica molto maggiore perché sarà molto importante capire se un paziente è affetto da Covid-19, da un’influenza o da un altro virus simil influenzale”.

Quindi in autunno la seconda ondata è certa? “Se si sollevassero tutte le misure di sicurezza, di precauzione e la prevenzione che si sta facendo oggi sul territorio la seconda ondata non arriverebbe in autunno, arriverebbe quest’estate”. Sì ma in autunno? “Dipende dalla capacità di prevenzione. Se noi togliamo il coperchio a questa pentola, la seconda ondata arriva”. Claudio Carbone

SPIAGGE LIBERE Varranno le stesse regole dei lidi: 10 metri quadri per ombrellone. Ai comuni l’onere della sorveglianza

Il futuro

Test sierologico, decide il medico

Il test sierologico (un prelievo di sangue) individua eventuali anticorpi contro il virus Sars-CoV-2. L’assenza di anticorpi non esclude la possibilità di un’infezione in fase precoce. D’altra parte la loro presenza non garantisce che il soggetto sia immune dall’infezione ma solo che è “entrato in contatto” con il virus. I test sierologici sono quindi uno strumento importante per stimare la diffusione dell’infezione in una comunità, ma generalmente poco utili al singolo. “Per evitare che si creasse una sorta di jungla – ha sottolineato Pier Luigi Lopalco - e che il cittadino, in buona fede, spendesse soldi per un esame che alla fine non serve a nulla, abbiamo stabilito che anche per il test sierologico servirà una prescrizione medica. Ci sono delle situazioni precise in cui il test serve, ma deve essere un medico a deciderlo”. 16-31 maggio 2020

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Quant’è triste essere libro dopo la pandemia La quarantena ha messo in ginocchio l’editoria, un settore già in crisi. È di circa del 75% la stima delle mancate entrate per la chiusura delle librerie

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I SUPPORTI Bio, pratico e con costi agevolati. Eppure l’eBook ancora non scalza il fascino che trasmette il cartaceo

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Sfacelo. Non è soltanto il fortunato romanzo di René Benjaver, pubblicato ormai nel lontano 1942 in Francia (e riproposto in questi giorni al pubblico italiano grazie alla traduzione fatta da Claudia Romagnuolo e Anna Scalpelli per L’Orma Editore). È soprattutto lo stato dell’editoria ad oggi. Un mercato che già versava in condizioni non facili – l’Italia si colloca agli ultimi posti delle classifiche di lettori per Paese – ma che con la pandemia da Covd19 ha avuto un tracollo vertiginoso. Se i mesi di lockdown hanno dato la possibilità ai lettori accaniti di recuperare tutta la wishlist di un anno (chi vi scrive ha finalmente recuperato ben 20 titoli durante questi due mesi), dall’altro il confinamento domestico ha rappresentato un ulteriore motivo per continuare a non leggere, per chi già non lo faceva in tempi non sospetti. Una decisione infausta per un duplice motivo. Non soltanto perché chi non legge “si accontenta della sola vita, con notevoli rischi” per usare una espressione cara allo scrittore e saggista Michel Houellebecq, ma

anche (e soprattuto) perché chi dal libro letteralmente vive, come autori ed editori, vede il proprio salario assottigliarsi sempre di più. Certo, per quest’ultimo punto si potrebbe ribattere che è così in qualunque settore. Ma il mondo dell’editoria non è soltanto legato all’oggetto fisico del libro. Come sostiene Antonio Manzini nel suo “Sull’orlo del precipizio” i “I libri non sono azioni, non sono saponette!” ma sono piccoli micro mondi che abbracciano la cultura, l’empatia e la conoscenza e che da sempre non viene riconosciuto per il suo valore: quello di offrire una via di fuga, una visuale diversa attraverso cui guardare la vita. Già solo per questo, la filiera editoriale meriterebbe di essere tutelata. E invece dall’inizio dell’anno sono 134 milioni di fatturato non incassati, con circa 8 milioni di copie andate perse. E lo scenario peggiora se si guarda il fatturato delle librerie fisiche: una media dell’85% che sale anche al 100%, se si tratta di piccole realtà indipendenti che ancora non hanno potuto rialzare le saracinesche. Dati allarmanti resi noti dall’AIE, l’Associazione Italiana Editori, che insieme a Nielsen e Ie-informazioni editoriali hanno presentato un rendiconto specifico per nulla ben sperante, in un settore dove lo scambio e il rapporto umano – che oggi sarebbe identificato come assembramento – sono fondamentali. Il 91,1% dei titoli in nuova uscita sono stati


Curiosità

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Le nostre letture in quarantena

Non c’erano quasi dubbi che in tempo di confinamento sociale e domestico, gli eBook avrebbero preso il sopravvento su quelli cartacei. Rakuten Kobo, uno dei leader in questo settore, ha evidenziato un incremento del 114% del tempo dedicato alla lettura attraverso i supporti digitali; ma quali sono i libri scelti in questi due mesi? Ai primi tre posti della classifica ci sono "Profezie" di Sylvia Brownie, "Spillover" di David Quammen e "Virus" di Roberto Burioni. Solo al quarto posto troviamo il romanzo di Josè Saramago “Cecità” e “La Peste” di Albert Camus. A seguire, sono i thriller e le saghe i titoli più cercati tra cui spiccano i titoli di Elena Ferrante, Gianrico Carofiglio e la saga fantasy di Harry Potter della scrittrice britannica JK Rowling (per quest’ultima complice anche la messa in onda dei film). congelati, in attesa di tempi migliori. Una scelta che ha fatto scendere del 20% le entrare di editori e librai mentre ha incrementato i numeri delle vendite fatte attraverso gli store online (del 47%). Quest’ultimi, infatti, sono stati premiati non solo dal pubblico che in pieno lockdown e con a disposizione il tempo – il secondo elemento più ambito dai lettori – ha preferito acquistare le versioni digitali dei propri libri preferiti, ma anche dagli addetti ai lavori, che hanno presentatoin anteprima le versioni digitali dei futuri libri cartacei (a questo proposito, circa il 31% della case editrici ha dichiarato di aver cambiato piano editoriale, posponendo o addirittura tagliando le nuove uscite). Come la casa editrice Adelphi che ha lanciato la nuova collana digitale “Microgrammi”, testi cartacei prossimi al mercato ma che causa Covid “usciranno in un futuro imprecisato”. E che la rete sia diventata sempre più uno strumento strategico, ormai è un dato di fatto. Dimostrato anche dal ruolo sempre maggiore che i blog e siti dedicati al mondo dei libri stanno conquistando: prima della pandemia, il 59% dei lettori dichiarava di acquistare dopo aver letto recensioni o consigli su blog online. In piena fase 2, invece, sono diventati il 64% a farsi guidare dai siti di critica e/o recensioni. Numeri che però non leniscono quella che è stata definita la crisi peggiore dell’editoria

dal secondo dopo guerra. Il Salone di Torino, la vetrina italiana più importante per editori, autori e lettori e in programma dal 14 al 18 maggio, è stato rimandato per evitare di rovinare “la festa”. Un appuntamento rinviato ad autunno ma che rischia di costringere gli editori più piccoli a operare una scelta, essendo in programma per ottobre la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte. Per questo Riccardo Franco Levi, presidente dell'Associazione italiana editori (Aie) ha chiesto aiuti allo Stato “Il Governo ha approvato lo stanziamento di circa 210 miliardi di euro destinati all’editoria, ai musei e all’arte” ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera. Una richiesta per cercare di invertire la rotta che, se non cambierà nei prossimi mesi, porterà il 2020 a chiudersi con un bilancio devastante. “Chiediamo ai ministri della cultura europei la possibilità di adottare buoni d’acquisto per le famiglie: una formula già vista e apprezzata con App18” continua “altrimenti rischiamo di perdere a fine anno una cifra che oscilla tra i 650 e i 900 milioni, su un fatturato di 3,2 miliardi ma del 2019”. Una proposta che vedrebbe la messa a disposizione di un buono dal valore di 100 euro a famiglia: “non una risoluzione, certo, ma sicuramente un ottimo punto di partenza per risollevare la filiera del libro” conclude il Presidente AIE. Simona Latorrata

I TITOLI “Spillover” è uno dei libri più letti nella pandemia: racconta il passaggio del virus dall’animale all’uomo

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Master di Giornalismo 2018/2020

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Assistenti civici come dire proposta indecente Il grande caos per l’idea Boccia-Decaro Dubbi sull’efficacia e sull’utilità dei nuovi volontari della fase 2

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ASSISTENTI CIVICI I nuovi volontari della fase 2, tra poco nei parchi, nei mercati e nei giardini per farci mantenere le distanze

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A ogni governo le sue “figure mitologiche”. Dopo i navigator, (che a quanto pare esistono ancora e lavorano in smart working) ora sono arrivati gli assistenti civici. La nuova proposta del presidente dell’Anci, Antonio Decaro, e del ministro per gli affari regionali e le autonomie, Francesco Boccia, ha sollevato un gran polverone nelle ultime settimane e le lamentele sono ancora tante. Il sindaco dei sindaci ha suggerito infatti di reclutare volontari che portino alimenti a domicilio e monitorino i flussi di gente nelle aree più affollate nel post lockdown. L’iniziativa ha sorpreso e irritato alcuni esponenti del Governo come la ministra degli interni, Luciana Lamorgese e la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo e ha portato a un vertice d’urgenza a Palazzo Chigi. Si lamentava l’inutilità di queste nuove figure, la natura della proposta di cui molti non erano a conoscenza,

mentre l’opposizione parlava di “esagerazioni”. L’ira funesta contro i “controllori”, le “ronde” o “i nuovi pasdaran” dilagava ovunque. Decaro ha tentato di chiarire: si è creato un cortocircuito mediatico perché la sua idea è arrivata negli stessi giorni in cui si parlava di movida ovunque e quindi si è pensato che gli assistenti civici fossero stati creati per risolvere tutti i problemi, anche quelli che devono essere affrontati delle forze dell’ordine. Quindi per fare chiarezza: Chi? 60.000 volontari, che faranno capo alla Protezione Civile. Al bando possono partecipare uomini e donne maggiorenni, residenti o domiciliati in Italia. Via libera per gli inoccupati, chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza. Cosa? Dovranno monitorare gli spazi all'aperto più a rischio affollamento. Attività di volontariato come portare cibo e medicinali a domicilio. Non avranno nessun incarico pubblico né attività di polizia. Non possono fare multe, devono solo segnalare gli episodi di assembramento alla Protezione Civile. Dove? Nei giardini e nei parchi pubblici, nelle aree gioco per bambini e nei mercati rionali o altri luoghi in cui si creano assembramenti.


La polemica

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L’ironia vince su ogni dilemma

L’idea degli assistenti civici non ha smosso solo politici e forze dell’ordine. Anche la gente comune si è interessata all’argomento e ha reagito in svariati modi. C’è chi è d’accordo, soprattutto le mamme apprensive che hanno paura per i loro figli e quelli con la sindrome della capanna, che hanno paura di qualsiasi contatto. Chi è totalmente contrario invece si lamenta e organizza petizioni online come quella lanciata dal sito Change.org, dal nome “NoAgliAssistentiCivici”. In pochi giorni sono state raccolte 21mila firme. E poi c’è chi, come sempre, reagisce con ironia e fantasia e accorre sui social network per creare meme e collage divertenti. Una su tutte: la foto di 3 signore anziane incuriosite che guardano chiunque dal loro balcone (così si giustifica la definizione di assistenti). Sotto la scritta: “Al sud sono anni che abbiamo gli assistenti civici, ma restiamo umili”. Quando? Il bando sarà lanciato nelle prossime settimane e una volta selezionati, inizieranno il lavoro. Come? Riceveranno una breve formazione per conoscere le regole di comportamento con il pubblico. Avranno strumenti, come app per contare le persone in entrata e uscita dagli spazi pubblici. Indosseranno un fratino blu con la scritta «assistenti civici» sulla schiena e il logo della Protezione civile, dell'Anci e lo stemma del Comune per cui lavorano davanti. Perché? Per aiutare i sindaci e i Comuni a gestire le grandi aree e tenere sotto controllo le situazioni più precarie. Anche le forze dell’ordine sono stupite e hanno grossi dubbi. “Noi volontari dei Carabinieri abbiamo già un compito di assistenza civica – dice Francesco Dammicco, 63 anni, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri nella sezione di Casamassima – Nei paesi piccoli come il mio, bastiamo noi. Con la collaborazione dei Vigili Urbani e della Protezione civile già effettuiamo tutti i controlli nei mercati, scuole, giardini e ci attiviamo per la distribuzione di cibo a domicilio e di dispositivi di protezione personale. Tuttavia in città più grandi c’è bisogno forse di nuove persone, perché c’è carenza di organico quindi non è male come idea, ma deve essere fatta bene”. Dammicco è d’accordo quindi, ma am-

mette: “Credo che debbano essere rispettati dei criteri. Nel bando non richiedono particolari caratteristiche. Bisognerebbe fare un minimo di informativa sulle persone che vengono prese e verificare ad esempio che abbiano grande autocontrollo, che siano pronte psicologicamente e che non abbiano precedenti a livello giudiziario”. La situazione secondo lui è molto delicata e potrebbe concretizzarsi in qualcosa di buono ma anche in qualcosa che crea più confusione: “Non so se riusciranno a farsi sentire. Noi carabinieri spesso abbiamo difficoltà, figuriamoci dei civili”. Poi continua: “Da una parte questi assistenti civici non devono sentirsi investiti di una carica che non hanno, dall’altra bisogna sperare che vengano rispettati. Non dimentichiamoci che ci sono molte teste calde che potrebbero insultarli e si potrebbero creare situazioni spiacevoli. Gli assistenti civici devono avere la garanzia di una tutela in certi casi”. Fino a quando non li vedremo apparire nelle nostre strade, non avremo certezze. Tuttavia se gli stessi italiani che si lamentano dell’inutilità degli assistenti civici, indossassero la mascherina (non sotto il mento) e rispettassero le regole che conosciamo a memoria, non arriveremmo a inventarci nuove strategie, come quella di cercare dei baby sitter. Michela Lopez

CARABINIERE Francesco Dammicco 63 anni, presidente dell’associazione dei carabinieri in pensione di Casamassima (Bari)

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Bari Open space l’unica strada è cambiare strada

Parla il professor Amendola e spiega: “La bici non è nella cultura dei baresi. Ecco cosa servirebbe davvero”

16 “A MUOVERSI” Sul lungomare N. Sauro percorsi pedonali e ciclabili cosiddetti tattici, nuove zone a sosta regolamentata

“Bari Open Space” per reagire allo shock Covid-19. Il programma di mobilità sostenibile (e futuribile) della città, presentato dal sindaco Decaro a fine maggio, con i locali in piena riapertura e il coronavirus in lenta ritirata, vuole essere la prima vera risposta propositiva all’emergenza sanitaria epocale che ci ha colpiti. Il piano della Bari del futuro è tutto incentrato su una nuova idea di mobilità: sostenibile, grazie a più aree pedonali, piste ciclabili e spazi verdi, ma anche flessibile, perché la cosiddetta “urbanistica tattica”

prevede trasformazioni urbane “temporanee e partecipate”. Sull’argomento abbiamo chiesto lumi a Giandomenico Amendola, già professore di Sociologia urbana presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze e il Politecnico di Bari. Quali sono i problemi legati alla realizzazione concreta a Bari della cosiddetta mobilità sostenibile? “Anzitutto, in Puglia e a Bari non c’è una cultura della bicicletta, non c’è mai stata. L’uso

L’urbanistica

Se il quartiere murattiano diventa come...Manhattan

Qualunque barese che sia stato a New York se ne sarà certamente accorto: le vie di Manhattan hanno qualcosa di familiare. “È la griglia ippodamea - come raccontato dal professor Giandomenico Amendola - che ha dei significati importanti: democratico, economico, simbolico e così via. La griglia di Bari (Gioacchino Murat) è stata fatta nel 1813, ma pochi sanno che nel 1811 venne varata la griglia ippodamea di Manhattan, che è identica, perché è la stessa borghesia che faceva l’una e l’altra”. Così, la storia di Bari si intreccia con quella della Grande Mela, esattamente come le strade, parallele e perpendicolari, che segnano i punti cardinali della città: “Lo schema è ortogonale, senza nessuna gerarchia di area tra le strade. Le uniche due strade gerarchicamente superiori sono corso Cavour, che è l’asse nord-sud (tanto è vero che il vecchio dazio era dietro il ponte), e corso Vittorio Emanuele, che era l’asse est-ovest di Bari che separava dalla città vecchia”. Uno schema storicamente significativo, anche se non in linea con la nuova idea di sostenibilità: “Via Sparano spiega il professor Amendola - diventa la main street di Bari nel 1865, quando viene creata la stazione ferroviaria. Nel 1973 diviene pedonale, in coincidenza anche con la crisi petrolifera. È però un controsenso tentare di farne una piazza lineare con cinque attraversamenti veicolari. Anche via Argiro, che è stata pedonalizzata, ha lo stesso problema: sono piazze lineari intervallate da grosse arterie veicolari”.

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della bicicletta non appartiene alla tradizione dei baresi. Eppure, Bari è una città tutta in piano, quindi da questo punto di vista ideale per il ciclismo. Si può cambiare idea, però cambiare comportamento è più complesso. Le cose si fanno passo dopo passo, la bacchetta magica della mobilità sostenibile non ce l’ha nessuno. Imola, Bologna, Reggio Emilia (sono stato consulente di questi grandi comuni), lì c’è una cultura della bicicletta. Alla stazione si trova il parcheggio delle biciclette. La bicicletta si prende, si fitta, si lascia. Da noi le hanno introdotte e se le sono fregate. All’epoca ci risi molto sopra, però constatai che non c’è una tradizione in questo senso”. Come si gestisce in modo sostenibile il massiccio flusso di pendolari che affollano quotidianamente Bari? “Una delle cose che a Bari ha funzionato meglio sono stati i grandi parcheggi di scambio, che hanno intercettato la pendolarità su autoveicolo, ma non quella relativa ai mezzi pubblici (autobus e treni). Bari è la seconda città in Italia per numero di pendolarità quotidiana: ha bisogno di mezzi adeguati per gestire il flusso dei suoi pendolari. La riflessione sul dopo epidemia mi riempie di tanti sogni e di tanta immaginazione. Alcuni sono desideri sacrosanti: quelli di avere una città sostenibile, non inquinata, una città più vivibile. C’è un primato del servizio pubblico? Assolutamente d’accordo, ma come la mettiamo con la gente che per un po’ non vorrà salire sui

mezzi pubblici che saranno affollati? O che comunque saranno assolutamente inadeguati come frequenze, regolarità, capacità e così via rispetto alle esigenze del distanziamento sociale? I problemi ci saranno e saranno grossi e quindi si tratterà di riuscire, come disse un grande filosofo francese, che è stato mio amico e maestro, Henri Lefebvre, ad immaginare il possibile. Ecco, utilizzando le parole di Lefebvre, l’utopia concreta è pensare il possibile”. Come dovremmo immaginare allora la città di Bari dopo lo shock Covid-19? “Ci sono due grandi fatti storici che sono di buon auspicio. Dopo l’epidemia del Trecento, la peste nera raccontata nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, arrivò il Rinascimento e, per la prima volta, la città venne pensata e progettata prima di essere costruita. Nacque il concetto di città ideale, rappresentata nei dipinti di Baltimora, di Urbino, nello sposalizio della Vergine di Raffaello. A metà Seicento, dopo la grande peste e l’incendio che distrusse metà della città di Londra, Christopher Wren costruì una Londra diversa. Ci vuole la volontà politica e la progettualità. Certo le piste ciclabili sono importanti, gli spazi pubblici sono importanti, ma l’importante è riuscire a capire, riuscire ad immaginare una città diversa e migliore, tenendo presente le condizioni in cui dovrà essere realizzata”. Michele Mitarotondo

17 MANHATTAN La struttura urbanistica ippodamea, richiamata dal prof Amendola (nel riquadro) a proposito di Bari

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Anche il calcio alla fine si è rimesso in gioco

Il 28 maggio Governo, Lega serie A, Figc e rappresentanti di calciatori e arbitri hanno trovato l’accordo: si torna in campo

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IL RITORNO La serie A torna il 20 giugno con il recupero delle quattro gare della 25esima giornata rinviate per il virus

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E calcio fu. È ufficiale, dopo mesi di stop a causa dell’epidemia di Covid-19 la serie A riprenderà il 20 e 21 giugno. Prima, però, verrà conclusa la Coppa Italia, con le semifinali di ritorno (si riparte dall’1 a 0 per il Napoli contro l’Inter e dall’1-1 tra Milan e Juventus) e la finale tra il 13 e il 17 giugno. Si è ripartiti con i mugugni di Inter, Juve e Milan, per un calendario troppo denso a causa della coppa, come se in questo periodo di assenza del pallone non fossero mancate le polemiche. Le società, manco a dirlo, sono state a lungo divise tra contrarie e favorevoli alla ripresa, così come la Lega Calcio, la Figc (Federazione italiana giuoco calcio) e il Coni (Comitato olimpico nazionale italiano). Le televisioni hanno premuto perché il campionato riprendesse, ma con uno sconto sulla concessione dei diritti. La Lega serie A ha già presentato un decreto ingiuntivo a Sky, che non ha pagato gli ultimi 230 milioni in scadenza a maggio. Nel frattempo, nei mesi di quarantena, il ministro dello Sport Spadafora aveva annunciato come il Governo fosse pronto a chiudere tutto in caso di assenza di un protocollo per la ripresa. Alla fine la Lega serie A, riunita in assemblea, ha votato all'unanimità di voler “portare a termine la stagione”, ma prima del 28 maggio non si è mai davvero deciso se e come ripartire. Le polemiche hanno solo aiutato i giornali sportivi in crisi di contenuti, escludendo i due paginoni dedi-

cati a Cristiano Ronaldo, sempre presenti. Per il resto, come in molti altri settori oltre lo sport, non c’è stata programmazione e si è deciso di aspettare e navigare a vista, sbirciando il modo in cui gli altri Paesi hanno affrontato la questione. Il primo esempio è arrivato dalla Francia, dove il 30 aprile si è optato per sospendere i campionati. Dalla classifica al momento dello stop sono stati decisi i piazzamenti europei e le retrocessioni mentre il titolo è stato assegnato al Paris Saint Germain. Il Lione, che ancora sperava nella qualificazione in Champions League, il Tolosa e l’Amiens, condannate alla Ligue 2, hanno fatto causa alle lega calcio. Il tribunale amministrativo di Parigi ha respinto i loro ricorsi, ma la battaglia legale non è certo finita. In Olanda si è deciso di chiudere senza alcun verdetto, ad eccezione delle qualificazioni alle coppe europee. Ma anche qui sono arrivati gli esposti, come quelli dell’Utrecht, escluso dall’Europa League, del Cambuur e del De Graafschap, sicuri della promozione dalla seconda serie. Troppi ricorsi per essere un modello per il calcio italiano, già abituato alle aule di tribunale per altri motivi. E poi il presidente della Figc, Gabriele Gravina, ha stimato perdite per mezzo miliardo solo a causa della pausa e ricordato i 100 mila lavoratori, gli 1.4 milioni di tesserati e i 4.7 miliardi di fatturato del settore: in qualche modo si deve tornare a giocare.


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La soluzione è arrivata dalla Germania, dove il campionato è ripartito il 16 maggio, con un protocollo molto rigido, niente quarantena in caso di positività, grandi ascolti, tanto entusiasmo e nessun contagio finora. Subito la Liga spagnola e la Premier League inglese hanno deciso di ripartire, dall’11 e dal 17 giugno. A questo punto l’Italia non può esimersi: campionati da concludere con tamponi ogni 4 giorni, test sierologici ogni 14 e niente ritiro. Le insidie, però, non mancano: se dovesse risultare positivo un solo calciatore, o un membro dello staff, addio campionato. Il comitato tecnico-scientifico del Governo non ha fatto sconti: si dovrà isolare il contagiato e tutti gli altri componenti del gruppo verranno messi in quarantena in una struttura apposita, con tamponi ogni 48 ore per 2 settimane. Un periodo in cui la squadra non potrebbe giocare e quindi, con le partite ogni tre giorni, significherebbe la fine. Per questo sono stati decisi dei piani di riserva: conclusione tramite play-off o classifica cristallizzata. E poi una mancata conclusione potrebbe essere uno schiaffo morale a chi, in tutto questo tempo, ha continuato a lavorare o ci è tornato il 18 maggio nonostante i rischi. I calciatori, i più controllati e quindi tutelati, sono dei privilegiati a cui, per una volta, si può chiedere il sacrificio di passare l’estate in campo. Luigi Bussu

Pianeta Milan

Al “Diavolo” non ne va bene una

Piove sempre sul bagnato a Milanello. È, infatti, un periodo molto difficile per il Milan, e non a causa dell’emergenza covid-19. L’infortunio in allenamento di Zlatan Ibrahimovic ha smorzato l’entusiasmo per il ritorno in campo: lesione del muscolo del polpaccio destro e almeno un mese per recuperare. La notizia, per quanto negativa, ha fatto tirare un sospiro di sollievo in casa rossonera, visto che all’inizio si temeva una rottura del tendine d’Achille, lesione che avrebbe terminato la carriera dello svedese. “Ibra” era il leader della squadra. Per la sua capacità di attirare l’attenzione dei difensori, prima della sosta, l’attaccante Ante Rebic aveva ritrovato l’ottimo rendimento avuto l’anno prima in Germania. Per il suo carisma negli spogliatoi tutto l’ambiente aveva preso fiducia, compreso lo scostante trequartista turco Hakan Calhanoglu. Come se non bastasse, non mancano i problemi anche fuori dal campo. Il Milan, secondo lo studio sui maggiori 32 club al mondo della società di consulenza Kpmg, è l’unico ad aver abbassato il proprio valore nell’ultimo anno. È uno smacco per uno dei club calcistici più importanti della storia: quello italiano con più trofei internazionali e con più tifosi nel mondo. È anche la certificazione del fallimento dell’obiettivo del fondo Elliott, quello di rivendere il club per farci un guadagno, dopo esserne entrato in possesso per il mancato pagamento delle obbligazioni da parte di Li Yonghong, l’imprenditore cinese che l’aveva rilevato da Berlusconi. Per migliorare l’amministratore delegato Ivan Gazidis e Paolo Maldini vorrebbero affidare l’area tecnica (e non per forza anche la panchina) a Ralf Rangnick, l’uomo dietro la crescita sportiva delle maggiori squadre del gruppo Red Bull: il Salisburgo e il Lipsia. Ma il tedesco non ha la bacchetta magica e senza investimenti potrebbe non bastare. 16-31 maggio 2020

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E sul cuore della terra fu subito plastica

L’uomo si nasconde dietro una mascherina e si riappropria dei suoi spazi: tornando a inquinare il pianeta

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PLASTIC FREE E’ l’onlus di volontari che ha a cuore la vita degli abitanti del mare. Il 15 giugno parte il progetto “Adotta una tartaruga”

La purezza delle acque marine e la riduzione dell’inquinamento urbano sembrano ormai un lontano ricordo di quei due mesi di lockdown, in cui la gente era costretta a restare in casa per evitare il contagio da Covid-19. Un sogno sbiadito, vista la crescita esponenziale della corsa all’acquisto di alimenti imballati in packaging di plastica, che danno sì un senso di sicurezza e igiene, ma che non possono essere riciclati: nient’altro che prevedibili e quasi inevitabili effetti di un ritorno alla “nuova normalità”, se così vogliamo chia-

In mare

E il Covid-19 uccide gli animali

Sebbene sembrasse che gli animali fossero immuni dal contagio da coronavirus, l’egoismo umano ha trovato un modo per far accusare il colpo anche a loro: gli elastici in gomma delle mascherine mettono a rischio la vita di pesci e mammiferi negli oceani. Non solo: la maggior parte delle mascherine “sono fatte di poliestere o polipropilene, plastiche che non si degradano rapidamente”, ha spiegato alla Reuters Tracey Read, co-fondatrice del gruppo Plastic Free Seas a Hong Kong. Nei pesci l’esposizione cronica “alle microfibre in plastica provoca aneurismi, gravi danni alle branchie e significative mutazioni nella produzione di uova”, ha continuato Read. Tra tartarughe, uccelli marini, balene e delfini, sono 700 le specie animali vittime dell’inquinamento da plastica, che scambiandola per cibo, ne provoca la morte per indigestione o soffocamento. 16-31 maggio 2020

marla. Chi auspicava un post pandemia colorato di senso civico e di rispetto per il prossimo e per l’ambiente, pare abbia preso un grosso granchio, a sua volta (il granchio) rimasto intrappolato nei rifiuti abbandonati sulle spiagge. Se è vero però che l’inquinamento della fase due è dipeso dall’insensibilità dell’uomo alle tematiche ambientali, è bene d’altra parte scagliare una freccia a favore di tutti quei cittadini (responsabili) che hanno rispettato le direttive imposte dal Governo. Sono quelli che continuano a fare uso di guanti di plastica, mascherine e bicchieri per il caffè nei bar, tutto rigorosamente monouso, per evitare rischi di contagio. Alcuni esercizi commerciali, infatti, come le librerie e i negozi di abbigliamento, dispongono all’ingresso di un gel igienizzante e un rotolo di plastica strappabile senza alcun accenno di forma delle dita (simile ai sacchetti per deiezioni canine) destinati alla protezione delle mani. Oltre a rendere impraticabile l’automatica gestualità dello sfogliare le pagine di un libro o del constatare la comune avversione nei confronti dei tessuti in ciniglia, i “guanti” sudati e sfruttati finiscono nel cestino posto all’uscita insieme agli altri, a formare una montagna di plastica. Nei bar si respirano (quando la mascherina è abbassata) confusione e disagio palpabili. Alcuni esercenti continuano a servire il caffè in bicchieri di polistirolo, nonostante la possibi-


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lità di consumare la bevanda sul posto. Probabilmente sono guidati dal timore che la bolletta della luce (per l’accensione della lavastoviglie), superi il costo delle tazzine monouso. Inoltre, durante i primi giorni di semi-libertà, Bari e il suo lungomare sono stati gentilmente addobbati, dai più creativi, con cartoni di pizza e lattine di bevande gassose o bottiglie di birra. Opere d’arte contemporanea che, come prevedibile, non tutti hanno apprezzato, specialmente il primo cittadino Antonio Decaro, che ha denunciato gli “attacchi d’arte” (con tanto di collage delle segnalazioni ricevute dopo i primi giorni di riapertura) sul suo profilo Facebook, invitando i concittadini a “lasciare le brutte abitudini in quarantena”. Metti poi che all’inciviltà dell’uomo si aggiunge anche la sfortuna. Come quella capitata agli abitanti di Sydney, in Australia, che nell’ultima settimana di maggio si sono risvegliati con il litorale cosparso di dispostivi medici, materiale che era in viaggio tra la Cina e Melbourne. Una tempesta al largo del Nuovo Galles del Sud, infatti, ha causato il versamento in mare aperto di 40 container. In alcuni vi erano elettrodomestici e materiali da costruzione che sono affondati e mascherine e scatole di plastica, che sono rimasti in superficie per poi essere trasportati dalla corrente fino alla costa Est, nello stato australiano di Victoria. Nonostante l’immediato soccorso delle associazioni ambientali-

ste che hanno ripulito i litorali, si parla di un vero e proprio disastro ecologico. Il problema principale delle mascherine monouso, in ogni caso, è la loro impossibilità di essere riciclate, almeno per il momento. Perciò qualcuno pensa bene di smaltirle per strada o addirittura in mare. Ma se fino a qualche mese fa si poteva puntare il dito contro le grandi multinazionali che dal 1950 hanno prodotto enormi quantità di plastica usa e getta, ora dovremmo prendercela addirittura con il nostro parrucchiere. Maricla Pastore

RICERCA Gli scienziati hanno scoperto che il Coronavirus è rilevabile fino a due o tre giorni su plastica e acciaio inossidabile

L’emergenza

Ue, ok alla plastica monouso

La plastica, seguita solo dal riscaldamento globale, rappresenta il nemico numero uno del nostro Pianeta. Secondo quanto stimato da Greenpeace: a partire dagli anni cinquanta sono stati prodotti oltre 8 miliardi di tonnellate di plastica (pari al peso di 47 milioni di balene blu), la maggior parte dei quali finiscono nei nostri mari. Un’emergenza che la Commissione europea ha colto, disponendo la direttiva (basata sulla legislazione dell'UE già esistente in materia di rifiuti, stabilendo norme più severe) secondo cui i piatti, le posate, le cannucce, le aste per palloncini e i bastoncini cotonati in plastica monouso saranno vietati entro il 2021. Un passo avanti, ma non del tutto risolutivo, dal momento che la normativa non prevede interventi sugli imballaggi più utilizzati: bottiglie e confezioni per alimenti. 16-31 maggio 2020

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Teatro di Tirana le ruspe abbattono lo storico simbolo Due anni di proteste vane: abbattuto il “Kombetar” realizzato nel 1939 da un architetto italiano. E’ speculazione edilizia

22 LE MACERIE La ruspa è entrata in azione alle prime ore del mattino approfittando del lockdown

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Alle quattro e trenta del mattino del 17 maggio, dopo 27 mesi di manifestazioni, gli attivisti hanno sentito il rumore della ruspa avvicinarsi al Kombetar, il Teatro Nazionale di Tirana. Al suo posto ne sorgerà uno nuovo, ma circondato da un complesso commerciale di 9 mila metri quadrati realizzato da un notissimo studio di architettura, il Bjarke Ingels Group, contattato direttamente dal governo. Approfittando del periodo di lock-down dovuto alla pandemia il governo albanese e il Comune di Tirana hanno archiviato in 24 ore

una questione aperta da anni. In pochi minuti piazza Skanderbeg si è riempita di poliziotti, poi di macerie e infine la polvere ha coperto tutto. Appena sporche le finestre dell’istituto italiano di cultura che si trova a meno di 300 metri da dove sorgeva il teatro. “Abbiamo bussato più volte alle porte delle istituzioni. Non hanno fatto nulla. Hanno anzi fatto compromessi”. Così ha spiegato Edi Dingu, 63enne, ingegnere, light designer, che ha lavorato in molti teatri italiani ed è stato anche direttore tecnico del Kombetar. Subito dopo la demolizione ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti, alcuni dei quali sono stati arrestati. Stando a quanto riportato dalla testata albanese Exit.al mentre la ruspa era in azione sarebbe stata interrotta la copertura telefonica su tutta la città. La posizione del governo e del sindaco di Tirana, Erion Veliaj, è che le condizioni precarie dell’edificio erano tali da non poter garantire una ristrutturazione adeguata e che i prezzi sarebbero stati comunque troppo alti. Eppure il recupero dell’edificio sarebbe potuto avvenire a costo zero per lo Stato. Il 24 marzo l’organizzazione Europa Nostra, che si occupa della tutela del patrimonio culturale europeo, ha inserito il Kombetar tra i 7 siti culturali più a rischio e ha avviato una raccolta fondi. La condanna per l’azione del governo albanese è arrivata il 28 maggio da parte di 20 europarlamentari che hanno parlato di “un grave attacco alla cultura e alla democrazia dello


La realtà

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Un cambiamento e molte insidie

L’ “Alleanza per la protezione del teatro” è un’associazione nata per opporsi alla demolizione unendo artisti e cittadini. Davanti al teatro per mesi è stato affisso uno striscione che recitava: “Monumento culturale protetto dalla gente”. Dai primi anni Duemila in Albania è cominciato un radicale cambiamento urbanistico per cui molti edifici storici sono stati distrutti per far spazio a nuove costruzioni affidate ai privati. È il caso ad esempio del giardino ribassato, realizzato sempre dall’architetto Bertè nel ’39, demolito nel 2011 e dello stadio monumentale progettato da Gherardo Bosio negli anni ’40 e raso al suolo nel 2017. Il meccanismo è stato quello di dare spazi ai privati, talvolta concedendo i terreni a costi ribassati, purché nei progetti rientrassero in qualche modo anche strutture pubbliche come è capitato ad esempio per lo stadio di Tirana.

Stato”. Della demolizione del teatro, realizzato nel 1939 dall’architetto italiano Giulio Bertè qualche mese prima dell’occupazione fascista, si discute dalla fine degli anni ’90 quando Edi Rama, attuale capo di governo, era ministro della cultura. “In quel teatro sono state rappresentate opere, balletti, molte storie - ha spiegato ancora Dingu - distruggere la tradizione culturale sembra un obiettivo di tutti i governi... Ci sono interessi mafiosi”. La proprietà del terreno è stata trasferita dallo Stato al comune di Tirana con una legge speciale. La decisione di demolire è stata adottata dalla giunta comunale il 14 maggio durante una seduta avvenuta in teleconferenza senza pubblico. Due giorni dopo è stata data esecuzione nonostante la normativa preveda un’attesa di almeno 10 giorni dalla pubblicazione ufficiale, che è avvenuta il 15 maggio. La giunta si è espressa con voto quasi unanime, un solo voto contrario. La vera opposizione è stata quella civica. Dal 24 luglio del 2019 Edi Dingu con un suo collaboratore ha fornito elettricità al teatro occupato dai manifestanti e così è stato possibile continuare a organizzare attività culturali. Sono riusciti ad allestire circa 70 spettacoli. Dal 2014 l’Albania ha iniziato il processo di integrazione per entrare a far parte dell’Ue e nel corso del tempo più volte la Commissione, e nel 2018 anche il Fondo monetario internazionale, ha chiesto al governo di fare

chiarezza sulle possibili speculazioni nascoste dietro la cessione di terreni. La testata Birn Albania ha dichiarato che il suolo pubblico della piazza è stato concesso al prezzo di 470 euro a metro quadrato a fronte di una valutazione di mercato che ora supera i 2 mila euro. È stata avviata una petizione per far ricostruire il teatro dov’era e i consensi sono già molti. “Forse ora qualche politico può risolvere – ha concluso Dingu- Ma hanno lasciato mano libera al governo di fare questa cattiveria”. Saverio Carlucci

23 LA STORIA Il teatro fu realizzato nel lontano 1939 da Giulio Bertè. E’ un simbolo della cultura albanese

Una pagina strappata

La storia sepolta dalle macerie

Il teatro fu progettato nel 1938 dall’architetto italiano Giulio Bertè. Venne costruito l’anno dopo con materiale prefabbricato a Milano e poi assemblato a Tirana. L’edificio fu realizzato con una tecnica avveniristica dello stile razionalista. Fu utilizzato un calcestruzzo sperimentale composto anche di fibre di pioppo e alghe. Il materiale chiamato “populit” venne poi utilizzato fino agli anni ’70. Nel tempo il Kombetar ha accolto anche proiezioni cinematografiche. Il sindaco di Tirana ha dichiarato lo stabile inagibile e inquinato, ritenendolo inadatto a ospitare un teatro nazionale. Tuttavia Nel 2008 una ricerca del politecnico di Bari, firmata dalla professoressa Anna Bruna Menghini, ha invece evidenziato l’alto valore “storico e documentario” del teatro sia dal punto di vista architettonico che della ricerca sui materiali. Una pagina di storia strappata. 16-31 maggio 2020


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