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Mediaterraneo News 15-29 febbraio 2020

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Anno 12 - N. 81 15-29 febbraio 2020 Distribuzione gratuita

Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016

MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007

Amami non sarò il tuo virus Pino Aprile “Sud violentato ma ora reagiamo” a pagg. 6 e 7

Mediterraneo si fa presto a dire “pace” a pagg. 10 e 11

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Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it

La proposta: Erasmus d’Italy si può, anzi no a pagg. 14 e 15

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Sfida all’ultima mascherina (ora è anche moda) Alcuni farmacisti hanno deciso di venderle solo ai malati oncologici. Non mancano le speculazioni, nè un capo top di Fendi

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CORONAVIRUS Molte farmacie in Puglia hanno esaurito le scorte e i malati oncologici rischiano di non poterle acquistare

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Nel giro di poche settimane sono entrate i diritto nel ristretto ambito degli oggetti più “rari” reperibili sul mercato. Le mascherine di protezione sanitaria sono sparite dalle farmacie e quelle che si trovano sono vendute a prezzi esorbitanti. Molti malati oncologici non sono riusciti ad acquistarle prima che diventassero sold out. Ad Andria, in particolare, per qualche giorno le mascherine erano introvabili, anche perché i farmacisti hanno faticato prima di poterle riordinare dai fornitori. Il problema si è creato ancora una volta per i malati oncologici che durante le terapie necessitano delle mascherine e che ne sono stati privati. Per questo il dott. Enrico Caldarola, titolare di una farmacia nella città ha deciso di destinare le mascherine arrivate dopo il riordino solo ai clienti immunodepressi. "Siamo riusciti ad averne poche rispetto al quantitativo ordinato e così ho scelto di destinarle solo alle persone con problematiche. Le mascherine non servono a non contrarre il virus, ma sono utili alle persone già risultate positive al Coronavirus per

tutelare gli altri", ha commentato il dott. Enrico, sottolineando come prima dell'uso delle mascherine sia importante prestare attenzione alle norme igieniche di base: prima fra tutte il lavaggio frequente delle mani. Inoltre "le mascherine igieniche o chirurgiche monouso che spesso si vedono addosso alle persone per strada non sono una garanzia. I prodotti antipolvere e antismog classificati come FFP1, FFP2 e FFP3, invece, sono in grado di filtrare particelle più piccole e sono le uniche che possono cercare di arginare il rischio che un soggetto già positivo al Coronavirus possa contagiare altre persone". Le mascherine scompaiono dagli scaffali delle farmacie ma vanno a ruba anche sul web. Per questo proprio il dott. Enrico ci mette in guardia dalle speculazioni: "I casi più eclatanti si registrano nel mercato online, dove una singola mascherina arriva a costare anche centinaia di euro". Nonostante la guardia di finanza e i gestori delle grandi piattaforme di commercio online abbiano cercato di arginare il fenomeno, sul web compaiono spesso annunci di inserzionisti che vendono mascherine a prezzi stratosferici, cercando di truffare l'utenza in preda a psicosi da Coronavirus. La corsa all'ultima mascherina non ha risparmiato neanche gli ospedali. Nell'istituto Giovanni Paolo II di Bari nella notte tra il 25 e il 26 febbraio ignoti si sono


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introdotti all'interno e hanno rubato 500 mascherine con filtro, destinate ai medici e a tutti gli operatori sanitari che assistono i pazienti. Il furto è avvenuto all'interno della farmacia ospedaliera, la direzione dell'ospedale ha sporto denuncia e adesso indagano le forze dell'ordine. Un furto analogo è avvenuto anche al pronto soccorso di Arezzo e anche in questo caso nel mirino dei ladri sono finite della mascherine che si trovavano nel reparto di radiologia. La psicosi da Coronavirus si è trasformata in

un vero e proprio business per i furbetti che sono riusciti a dare ad un prodotto venduto a basso costo un valore di centinaia, o forse migliaia di euro. L’ultima trovata è la “mascherina fai da te”, una proposta avanzata sui social da alcuni influencer che con materiali a basso costo ma con molta creatività hanno creato e poi diffuso in rete le mascherine “fatte in casa” per abbattere i costi ed esorcizzare la paura del contagio. Mariamichela Sarcinelli

IN PASSERELLA Già da tempo le mascherine erano un accessorio frequente nei vari red carpet e sul volto di alcune star

Oggetto di tendenza

Quelle firmate interpretano le angoscie del momento

La moda ai tempi del Coronavirus arriva in passerella con la mascherina firmata Fendi. Al modico prezzo di 196 euro è già sold out. Ancora una volta la moda cavalca le tendenze del momento, ma questa volta si espone alle critiche mentre prova ad interpretare le angosce del momento. Anche prima che scattasse questa caccia alle mascherine erano frequenti in molti red carpet e sul volto di alcune star rigorosamente firmate e senza alcuna utilità medica. L’ultima a sfoggiarla è stata Billie Eilish ai Grammy Awards, l’edizione 2020 degli Oscar della musica, dove ha ottenuto ben 5 riconoscimenti. Con l'emergenza Coronavirus le mascherine firmate sono diventate virali sul web e la domanda nelle ultime settimane è cresciuta del 147%, come individuato da Lyst, il motore di ricerca globale di moda. Che sia un modo per esorcizzare i rischi del contagio o una fotografia di un momento particolare, le mascherine, che hanno sfilato prima che l’ondata del Coronavirus colpisse il nostro Paese, sono il riflesso dello stato d’animo in cui ci troviamo a vivere nell’ultimo tempo e una forma di protezione tra chi le indossa e il resto del mondo. 15-29 febbraio 2020

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Occhio malocchio fake news e allarmismi

Intendiamoci: il Coronavirus è un problema reale e serio, ma questa situazione di emergenza si è troppo alimentata con notizie false

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FAKE NEWS Tra le tante, un messaggio vocale in cui si annunciava la chiusura dell’ospedale San Paolo a causa dell’infezione

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Ogni mattina, quando sorge il sole, un italiano si sveglia e sa che dovrà correre più veloce delle fake news o morirà per il Coronavirus. Vero è che l’epidemia, nata in Cina, si è diffusa, continua a farlo e ha già provocato più di 2800 morti e 86mila contagi nel mondo, di cui 1128 solo in Italia. Ma se ci fossimo affidati alle notizie che circolano sui social, avremmo fatto il funerale già a mezza popolazione mondiale. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, dalla genesi “complottista” del virus, ai rimedi “fai da te” per prevenire il contagio, tanto da scomodare la Polizia di Stato affinché segnalasse la diffusione di tutte quelle notizie che hanno generato allarme ingiustificato. Secondo le prime false voci di corridoio, il virus sarebbe stato creato da un laboratorio americano o israeliano “per mettere in ginocchio la Cina”; altre ipotesi lo hanno ricondotto alla trasmissione da pipistrelli o topi, per arrivare all’uomo o, ancora, da alcune specie di serpenti frequentemente venduti nei mercati di animali vivi di Whuan. Sensazionalismi, emergenze e false credenze: offerti su un piatto d’argento all’opinione pubblica che, si sa, è umanamente predisposta a lasciarsi andare alla psicosi collettiva, un po’ meno ad accettare le disposizioni imposte dalle istituzioni per arginare possibili disastri. Perciò: razzie di mascherine e gel disinfettante, supermercati

presi d’assalto e scaffali vuoti. Nel giro di pochi giorni sembrava si stesse abbattendo, solo sull’Italia, la fine del mondo. Tra le cause che hanno portato i milanesi a riversarsi nei supermercati negli ultimi giorni: l’audio-fake che ha seminato il panico nella città, rimbalzando da una chat di Whatsapp all’altra. Nella nota vocale, una donna si vantava di avere “conoscenze” in Regione che le avrebbero fatto una “soffiata” sulla quarantena di tutta Milano, il che avrebbe comportato la chiusura delle attività commerciali: in meno di 24 ore i negozi erano pressoché vuoti. Non è di certo l’unico caso: nell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, il 23 febbraio è stato creato un falso avviso di sospensione delle attività didattiche, su un altrettanto falso sito del dipartimento, creato a regola d’arte. “L’Ateneo aderisce alle misure precauzionali dovute all’emergenza Coronavirus, con la sospensione di tutte le attività didattiche e professionalizzati (anche le sessioni di laurea) e la chiusura delle biblioteche e degli sportelli al pubblico”. La notizia, che ha fatto il giro tra gli studenti, è stata prontamente smentita dal professore di psicologia clinica del dipartimento Forpsicom (formazione, psicologia, comunicazione), Ignazio Grattagliano. Una tecnica simile è stata adottata per la diffusione di fake news su Bari Today, o meglio, quello che poteva sembrare il vero sito uffi-


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È tutto vero

Il potente antibatterico ottenuto dall’ipoclorito di sodio diluito in acqua, è stato brevettato nel 1923 da un ingegnere di Altamura, Oronzo De Nora (1899-1995). All’età di ventitré anni, il pugliese si laureò al Politecnico di Milano, con una tesi sull’elettrolisi dei cloruri alcalini e, di lì a due anni, fondò la sua ditta (la De Nora) diventando il padre degli impianti per la produzione di cloro e soda caustica. Il nome della sua invenzione deriva dalla combinazione del termine greco “ferita” (muche) con l’aggiunta di un’alfa privativa (a-muchina ossia senza ferita). Poi vendette il brevetto ad un’altra azienda (oggi prodotta dalla Angelini Pharma). Negli anni ’80, dopo l’epidemia di colera del sud Italia, diventa il disinfettante più usato per la disinfezione dell’acqua da bere e soprattutto di frutta e verdura. Oggi, il gel mani firmato Amuchina, è uno degli articoli più ricercati per proteggersi dal Coronavirus.

ciale della testata online del capoluogo pugliese. “Coronavirus, 4 nuovi casi accertati a Gioia del Colle, si riunisce d’urgenza la Regione” o “Caos nel Barese, ragazzo di 23 anni risultato positivo”. Il disagio dell’infezione non ha risparmiato le agenzie di viaggi, che stanno giornalmente cancellando voli e prenotazioni. Ma, ancora più dannosa, si è rivelata la diffusione dei messaggi da parte di Codacons, (associazione per i diritti dei consumatori) attraverso i quali avrebbe diffuso l’illusione nei confronti dei viaggiatori, sulla possibilità di annullare le vacanze senza doverne pagare le conseguenti penali, il che ha comportato una diffida da parte di AIAV (associazione italiana agenti di viaggio). Persino Facebook, stanco delle pubblicità finalizzate a scatenare il panico, ha predisposto un piano contro la disinformazione su Covid-19: si tratta di un link intitolato “contribuisci a prevenire la diffusione del coronavirus” che contiene i consigli per proteggersi dal contagio (è sufficiente cliccarci su per essere indirizzati alla pagina ufficiale del Ministero della Salute). Il Coronavirus, checché se ne dica, non è la nuova peste e, soprattutto, non rende sterili (come scritto su un articolo pubblicato dal Thailand Medical News che fa riferimento a un paper scientifico apparso online). Dovremmo averlo imparato da piccoli: le bugie hanno le gambe corte. Grazie all’inter-

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Amuchina made in Puglia

vento delle autorità governative, sono state smascherate tutte, o quasi, le bufale. A Palazzo Chigi la Polizia Postale, con una nota ufficiale: “La Presidenza del Consiglio smentisce le notizie che stanno circolando in queste ore su una presunta chiusura, per decisione del Presidente Conte, di tutte le scuole di ogni ordine e grado. Le decisioni e le misure adottate dal governo vengono comunicate esclusivamente attraverso i canali e le fonti ufficiali, alle quali si prega di far riferimento”. Non abbiamo anticorpi contro il Covid-19, ma possiamo “Usare l’igiene delle parole per evitare di creare inutili allarmismi e un panico che potrebbe addirittura rivelarsi ingiustificato”, ha rassicurato il presidente dell’Ordine dei giornalisti di Puglia, Piero Ricci che, seppure preoccupato per il fenomeno ammette che “Il lettore responsabile non si ferma sulla superficie, se è interessato alla notizia è indotto a leggere: tanto è vero che in questo periodo si sta leggendo di più”. La realtà è che ancora non sono chiare le origini del virus, tantomeno esiste un vaccino per eliminarlo. Quello che possiamo limitarci a fare, come suggerisce Ricci, è “una scrupolosa verifica delle notizie da fonti qualificate, e non da semplici medici, ma dalle autorità sanitarie che monitorano il fenomeno”.

LA MASCHERINA Sette immagini per demonizzare l’utilizzo della mascherina, ricercatissima dopo la diffusione del virus

Marìcla Pastore 15-29 febbraio 2020

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Aprile: “Sud violentato che si sente colpevole” Una storia taciuta L’ultimo rapporto Svimez ha evidenziato che la spesa per i cittadini del Mezzogiorno è pari al 30% del totale a fronte del 70% destinato al Nord 6

PINO APRILE Autore di libri di successo come: Terroni, Giù al Sud e Carnefici. Opere tradotte in più lingue

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Giustamente infervorato, Pino Aprile, giornalista e scrittore italiano, racconta da oltre 20 anni di un Sud Italia volontariamente vessato e dimenticato. Una storia che stenta a trovare spazio e che, come dice lui, “deve” essere taciuta perché fa comodo così.

Spesso la classe dirigente del Mezzogiorno è definita inadeguata. La trova una rappresentazione veritiera? È una rappresentazione in parte vera in parte no. La classe dirigente meridionale non è venuta da Marte, è esattamente come le altre. Con una differenza: del sud è credibile il male e il bene no. Per cui la classe dirigente meridionale di valore non solo sembra un’eccezione ma tutto sommato non è credibile. “Chissà come stanno le cose”, mentre quella del Nord è vista a prescindere come più onesta. Perché si è arrivati a questo? È un portato storico. L’unificazione d’Italia è stata preceduta da una violentissima campagna di diffamazione del Sud. Si doveva giustificare l’intervento. È la stessa ragione per cui i colonizzatori non vengono mai visti come dei biechi profittatori che invadono Paesi e popolazioni sottomettendoli con le armi. No, ‘vi abbiamo portato la civiltà!’. Come è stato fatto in Libia, dove noi italiani abbiamo fatto robe che i nazisti sono dilettanti. Per il Sud c’è stata una campagna internazionale concertata a tavolino.

Pensiamo alle lettere di sir William Ewart Gladstone, che poi smentì… erano tutte false. C’è un dato che deve far riflettere: la narrazione del Sud è tutta in negativo. La letteratura prima dell’unità di Italia è tutta pro unità. Dopo l’unità, quando si vide in cosa è consistita, è diventata anti unitaria. Perchè questo racconto è fuori dal sistema scolastico? Queste sono verità che non si devono raccontare. La narrazione del Sud deve essere in un certo modo, perché deve giustificare quello che è stato fatto. La colpa, come il gene, come il mito, una volta generata non può essere distrutta, solo trasferita. Per questo la donna violentata si sente sporca e colpevole. La colpa del carnefice passa sulle spalle della vittima. L’unificazione è stata genocidio, la distruzione di un’economia. Il regno delle due Sicilie era il più industrializzato, certo non a livello di Francia o Gran Bretagna. Presente in ogni campo. Tutto ciò è stato distrutto. Non si poteva dare la colpa al vincitore e quindi la si è data al Sud. E ancora oggi si assegnano cattedre per chiara fama a chi racconta un sud fatto così. Ad esempio? ...Uno il cui libro si chiama “perché il sud è rimasto indietro?” ha avuto la cattedra di economia a Pescara. Emanuele Felice, è appena stato nominato responsabile dell’economia per il Pd e racconta il Sud da Sud. Si può credere che Emanuele Felice sia con-


Il caso

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Oltre 840miliardi sottratti al Sud

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vinto di quello che scrive. Autori che lui ha criticato, tipo Paolo Malanima e Vittorio Daniele al suo libro hanno fatto una chiosa di 22 pagine di correzioni, dati discutibili o addirittura dati che non esistono. Il Mulino ha dovuto pubblicarli sul suo sito. Perché il Sud deve essere raccontato così o sei fuori. Cosa si può fare per invertire la rotta? Informazione. Informazione. Informazione libera, libera. Non c’è politica più alta che informare. Non c’è motore sociale più alto che conoscere, ma Conoscere davvero. Non la favola di Garibaldi con i sui mille, che in realtà erano 60.000. Più di 20 mila soldati piemontesi, ricchi soldati disertori. Tra i Mille c’era la legione straniera ungherese, una inglese guidata dagli statunitensi… Tutti patrioti italiani eh. Più delinquenti arruolati in Sicilia e fatti diventare quello che non erano e da allora sono: la mafia. E divenne tale perché associata al potere economico e politico del Paese che stata nascendo. Fu una scelta politica far nascere la mafia. A me lo raccontava il giudice Rocco Chinnici. Come si fa a convincere una madre a non far andar via dal Sud il proprio figlio? Raccontando le cose come stanno davvero. Il Sud non è il male. Qual è la regione più corrotta d’Italia? la Lombardia. Ha il record di assessori e presidenti denunciati e condannati. E sarebbe questa classe dirigente da cui prendere esempio? Sarebbe il Veneto il più virtuoso? Che ha visto finire in galera il

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Dal 2000 al 2017 lo Stato ha sottratto al Mezzogiorno 840 miliardi, si legge nel “Rapporto Italia 2020” redatto dall’ Eurispes (ente privato che si occupa di studi politici, economici e sociali). Uno scandalo alla luce del Sole, che a nessuno dei parlamentari ha dato fastidio. Nel 2017 la spesa sostenuta per ogni cittadino del Centro-Nord è stata di 15.297 euro, a fronte degli 11.939 spesi per quelli del Sud. Un divario di oltre 3mila euro rimasto più o meno costante negli ultimi 20 anni. La continua sottrazione di fondi al Mezzogiorno non ha disturbato tanto parlamentari meridionali e ministri, quanto i componenti della Commissione europea. A ottobre del 2019 ai componenti del secondo governo a guida Giuseppe Conte è arrivata una comunicazione da parte della Commissione: o si cambia rotta o all’Italia verranno dati meno fondi. Circa 29,3 miliardi persi e (al solito) persi a danno del Sud. presidente Galan che solo di stipendio e corruzione dal Mose pigliava 1 milione e mezzo all’anno più gli extra e il vice presidente, Luca Zaia, non si è mai accorto di niente? Allora o è incapace o sei complice. Siccome non è risultato coinvolto allora è incapace. Ed è lui che fa il presidente del Veneto oggi. Quindi cosa può dire una madre al figlio? Allora alle mamme bisogna raccontare ad esempio dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, pagato con i soldi di tutta l’Italia (quindi perché non farlo a Catania?). Il politecnico di Bari con 100mila euro arriva a fare il triplo della ricerca dell’Iit di Genova con il triplo delle citazioni sulle riviste internazionali. Con quei 100mila euro fa anche didattica a 29 studenti, l’Iit di Genova a zero studenti. L’Iit viene riempito di tanti soldi. Quasi 500 milioni di euro, con i quali la ricerca italiana schizzerebbe alle stelle. Nelle classifiche mondiali il politecnico di Bari risulta essere il miglior politecnico d’Italia. Ma le famiglie baresi mandano i loro figli a Torino e Milano. La migliore sociologia d’Italia è a Catanzaro. Una delle più grandi facoltà di matematica applicata all’ informatica è a Arcavacata di Rende (Cosenza), tanto che le maggiori società di informatica del mondo stanno aprendo filiali tra Cosenza e Rende per assumere i loro ingegneri. Ma gli studenti della Calabria Vanno a Bologna.

Saverio Carlucci

Rapporto Svimez Dati inseriti nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sui sistemi tributari delle regioni

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“Se vuoi la pace preparati a pagare un prezzo alto” “Bari capitale dell’unità cristiana”: così l’ha definita Bergoglio nell’ultimo giorno di “Mediterraneo, frontiera di pace” il 23 febbraio

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IN 40MILA IN PIAZZA La Messa e l’Angelus in corso Vittorio Emanuele dopo l’incontro con i vescovi nella Basilica di San Nicola

Ora che su “Mediterraneo, frontiera di pace”, l'evento di riflessione e di preghiera, che si è svolto a Bari dal 19 al 23 febbraio, è calato il sipario, cosa resta dei discorsi sulla pace, sull’accoglienza, sull’estremismo della carità? Difficile dirlo a così poca distanza di tempo. Cosa è rimasto allora dell’incontro ecumenico con i capi e i patriarchi del Medio Oriente del luglio 2018, sempre nel capoluogo pugliese, sempre per parlare di pace? Difficile anche in questo caso. La Conferenza episcopale italiana ha chiamato a raccolta i

Dal 19 al 23 febbraio

Il bis di papa Francesco a Bari

Dopo l’incontro ecumenico con i capi e i Patriarchi del Medio Oriente del 7 luglio 2018, Bergoglio è tornato a Bari in chiusura della cinque giorni organizzata dalla CEI. La pace è il filo conduttore dei due eventi. Questa volta si sono incontrati 58 vescovi provenienti da 20 Paesi di tre continenti (Asia, Africa e Europa) che si affacciano sul mar Mediterraneo. Il tema della prima giornata di lavori, ospitati nel Castello Svevo, è stato “Consegnare la fede alle generazioni future”. Venerdì 21 al centro della discussione, il “Rapporto tra Chiesa e società: mobilità, cittadinanza, libertà religiosa e inequità”. In serata i vescovi hanno incontrato i fedeli di 25 parrocchie dell’Arcidiocesi. Domenica 23 è arrivato il papa che ha incontrato i vescovi nella Basilica di San Nicola. Dopo aver pregato nella cripta sulle reliquie del santo di Mira, ha celebrato la Messa e recitato l’Angelus in piazza della Libertà. Erano presenti le Istituzioni e 40mila persone. 15-29 febbraio 2020

vescovi cattolici del Mediterraneo (58 per la precisione), e loro hanno risposto. Il papa è arrivato alla fine, come a dire: “Mettiamo da parte ipocrisia e ambiguità e cerchiamo di dare un contributo serio per la pace in tutto il mondo”. Prima infatti aveva avvertito: “Non fate discorsi campati in aria”. In un’area infuocata come quella del mar Mediterraneo, dove migliaia di persone annegano insieme a umanità e senso civico e dove spesso i Paesi più piccoli sono costretti a sottostare alle scelte di quelli più potenti, eventi come questo dovrebbero avere risonanza planetaria. La forma scelta, non a caso, è il sinodo, non il dibattito accademico. Nel promuovere l’evento, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha più volte affermato di essersi ispirato a Giorgio La Pira, il “sindaco santo” di Firenze (tra gli anni ’50 e ’60) fautore dei Colloqui mediterranei. La Pira aveva intuito il ruolo geopolitico del Mediterraneo come punto nevralgico della pace mondiale fino a definirlo il “grande lago di Tiberiade”. Oggi più di ieri. Il contenuto del documento finale della cinque giorni, consegnato a Bergoglio ma non ancora pubblicato, è emerso in parte nell’intervento di Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme: “Desideriamo chiedere perdono per aver consegnato ai giovani un mondo ferito – ha detto Pizzaballa - Le guerre commerciali, la fame di energia, le disugua-


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glianze economiche e sociali hanno reso questo bacino centro di interessi enormi”. Due giorni prima il patriarca di Alessandria dei Copti aveva detto: “Se vuoi la pace, preparati a pagare un prezzo alto”. Gli aveva fatto eco il presidente della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione Europea: “È una vergogna per l’Europa. L’appello è di aprire corridoi umanitari”. Parole che evidenziano la fragilità dell’Unione europea anche nella gestione dei migranti. Quello di Bari è stato un evento di riflessioni ma anche di immagini:

l’immagine di questi uomini, a capo di comunità religiose più o meno grandi che si sono incontrati e parlati (in alcuni casi per la prima volta), e poi come profeti disarmati hanno fatto ritorno nelle loro enclave, dove spesso ci sono macerie e profughi. L’immagine degli occhi pieni di stupore del papa quando il priore della Basilica gli ha consegnato la manna di San Nicola. Un evento che ricorderemo fra qualche anno, ma solo se saremo in grado di realizzarla davvero questa pace. Anna Piscopo

I PROTAGONISTI Il saluto del papa, i vesscovi durante la Messa e le istituzioni. Da sinistra: Emiliano, Mattarella, Bellomo, Decaro

Parola all’esperto

Geopolitica del mare Nostrum, terra di eterni conflitti

Libia, Egitto, Tunisia, Algeria, Iran, Siria, Israele, Libano sono i principali Paesi della “questione Mediterranea”. Di questo abbiamo parlato con Giuseppe Bettoni, docente di geopolitica e comunicazione all’Università Tor Vergata di Roma. “Il gesto di Bari deve essere letto non tanto come volontà diretta a risolvere una situazione di antagonismo, ma è simbolicamente importante” ha detto Bettoni. In Libia ci sono i turchi da una parte, che sostengono il governo di Tripoli di Al Serraj, e i russi dall’altra, che appoggiano Haftar. Altro terreno di scontro tra Turchia e Russia è la Siria: i russi appoggiano il presidente Bashar al-Assad insieme a Hezbollah (l’organizzazione libanese) e insieme all’Iran, mentre i turchi appoggiano i ribelli (contro Bashar al-Assad). Il rischio - diventato realtà - è che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan decida di aprire le frontiere “sversando” migliaia di migranti verso il confine con la Grecia. Il conflitto che destabilizza di più è quello tra israeliani e palestinesi. Inoltre in Israele gli elettori sono stati chiamati alle urne per la terza volta in 12 mesi. In Algeria, da più di un anno, la popolazione scende per le strade per protestare contro il sistema. Situazioni difficili anche in Egitto con la dittatura di Al Sisi, e nella zona di Cipro, interessante per la presenza di due tra i più grandi giacimenti di gas del Mediterraneo. Come si esce da questa situazione? “Ci vorrebbe un attore molto forte: l’Unione europea. Ma abbiamo perso diverse occasioni. Al momento bisogna ‘tener botta’ e sperare che questi conflitti non prendano una deriva eccessiva. E che l’America di Trump si ricoinvolga duvutamente” ha concluso Bettoni. 15-29 febbraio 2020

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Vedi il Libano e capisci il dramma del Medio Oriente

La grave crisi economica e l’instabilità politica rendono sempre più difficile la convivenza degli abitanti con i circa due milioni di profughi

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DALL’ALTO IN BASSO Profughi siriani in cammino. I dati ufficiali dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Un campo profughi

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condo alcune stime, attualmente in Libano ci sono circa un milione e mezzo di profughi siriani. I dati parlano chiaro, il conflitto in Siria ha causato la crisi migratoria di più vasta portata a livello mondiale, oltre 5,5 milioni di siriani sono rifugiati nei paesi confinanti. I numeri ufficiali dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ne collocano però più dell’80% tra la Turchia (oltre 3 milioni e mezzo) e il Libano con più di 900.000. Non è da escludere che in Libano, paese in

cui l’ultimo censimento risale a 50 anni fa, la migrazione siriana sia anche più consistente contando, secondo un recente report dell’organizzazione non governativa International crisis group (Icg), circa un milione e mezzo di persone. Monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batrun (piccolo centro situato circa 50 chilometri a nord di Beirut), conferma questo dato, parlando della preoccupante situazione libanese: “Adesso il peso più grande è il peso dei rifugiati, un milione e


Il governo

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Un parlamento su base religiosa

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Dal punto di vista politico il Libano rappresenta il tentativo di far coesistere ben 18 confessioni. Con l’indipendenza, ottenuta nel 1943, fu siglato il “Patto nazionale”. Integrandosi con la costituzione libanese del 1926 previde, con l’accordo delle maggiori comunità religiose, precise proporzioni per l’accesso alle cariche politiche. Il Presidente della Repubblica sarebbe stato sempre un maronita, il Primo ministro un sunnita e il Presidente dell'Assemblea Nazionale uno sciita. I 128 seggi parlamentari sono attualmente attribuiti in base sia ad un criterio geografico sia ad un criterio confessionale, cercando di riflettere gli equilibri demografici esistenti. Con gli accordi di Ta'if (1989), che portarono al termine della lunga guerra civile, furono riequilibrati i rapporti di forza, facendo in modo che il numero di deputati musulmani fosse pari al numero di deputati cristiani.

mezzo di siriani e mezzo milione di palestinesi, 2 milioni per 4 milioni e mezzo di abitanti del Libano. Fa quasi il 40%, questo equivale a 25 milioni per l’Italia. Immaginate un secondo cosa vorrebbe dire”. Il report di Icg sottolinea come in Libano, nonostante la generosa accoglienza mostrata sin dall’inizio della guerra (2011), una crescente ostilità popolare e politiche governative restrittive abbiano indotto un numero crescente di rifugiati, per i quali la vita sta diventando insostenibile, a far ritorno in Siria. Organizzazioni internazionali, come l'Unhcr, sostengono però che ad oggi non esistono garanzie sufficienti per l'organizzazione di un ritorno su larga scala. La retorica populista ha aumentato il risentimento pubblico contro i rifugiati, acuito dalla grave recessione economica degli ultimi due anni. Il Libano ha ricevuto oltre 7 miliardi di dollari in prestiti e sovvenzioni esterne tra il 2012 e il 2018 per far fronte alla crisi e altri 3 miliardi di dollari per il periodo 2018-2020. Questo supporto probabilmente compensa il costo diretto dell'ospitalità dei rifugiati, stimato in circa 1 miliardo di dollari all'anno, ma il danno che la crisi siriana ha causato all'economia libanese, in particolare sulle esportazioni e deprimendo il settore turistico, è probabilmente molto più grande. Oggi, tutti i partiti politici in Libano concordano sul fatto che i rifugiati alla fine do-

vranno andarsene: il dibattito verte sulle condizioni necessarie affinché possano tornare a casa. Le diverse posizioni dipendono essenzialmente dalle profonde differenze di vedute sulle guerra in Siria e sulle relazioni del Libano con il regime di Bashar Al-Assad a Damasco. I partiti sciiti Hezbollah e Amal affermano che il ritorno dei rifugiati è sicuro e sarebbe fondamentale per riabilitare un importante alleato. Il movimento sunnita dell'ex primo ministro Saad Hariri e altri partiti contrari al regime di Assad, come il Partito socialista progressista (PSP) del leader druso Walid Jumblatt e le forze libanesi (cristiane) di Samir Geagea, ritengono che il cambiamento in Siria è una condizione indispensabile per il ritorno dei rifugiati. Il partito cristiano Free Patriotic Movement (FPM) del presidente Michel Aoun, scettico sulla possibilità di una risoluzione della crisi siriana, teme che la maggior parte dei rifugiati potrebbe rimanere per sempre. Monsignor Khairallah, a Bari per l’incontro dei vescovi del Mediterraneo, ci conferma la gravità della situazione. “Il Libano è sempre stato un paese di accoglienza, però diciamo alle grandi potenze del mondo basta, il Libano non può più sopportare, aiutateci a trovare una soluzione per una pace durevole”. Claudio Carbone

TENSIONE IN LIBANO Scontri davanti al Parlamento di Beirut all’indomani della nascita del governo guidato da Hassan Diab

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Chi vuol esser lieto sia del diman... 12

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La to fo

L’Apocalisse, il carro vincitore della 626ma edizione del Carnevale di Putignano 2020, realizzato dall’associazione “Carta&colore” grazie ai maestri Vito e Paolo Mastrangelo

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Erasmus nazionale, tutto molto bello ma...

Il RETTORE POLIBA Francesco Cupertino, rettore del Politecnico di Bari dal 2019. Bilanci positivi e voglia di crescere per l’istituto

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La proposta delle Sardine è appoggiata dai rettori pugliesi, ma la base è distorta. Per realizzarla bisogna superare il divario Nord-Sud

“Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”. La proposta dell’anno viene da Mattia Santori, leader delle Sardine che, qualche settimana fa, in occasione dell’incontro con il Ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, ha suggerito la sua ricetta per diminuire le disparità tra Nord e Sud Italia: un Erasmus interno. (Il progetto è stato già sperimentato in Spagna: è il SICUE, Sistema de Intercambio entre Centros Universitarios de España). Questa tipologia di scambio “intraculturale” diventa slogan del gruppo popolare, ma anche un modo per far riflettere. Il progetto, che ha già ricevuto critiche e riscontri positivi, funzionerebbe come un normale progetto Erasmus: gli studenti potranno seguire le lezioni e dare gli esami in un altro ateneo e poi chiedere il riconoscimento dei crediti ottenuti. C’è chi parla già di sindrome da “benvenuti al nord/sud”. Che gli studenti del Sud si trasferiscano e si iscrivano nelle università del settentrione, non è di certo una novità, ma vi immaginereste uno studente dei pluri riconosciuti Politecnico di Milano o Torino a vivere con i presunti disagi burocratici degli atenei del Mezzogiorno? Tuttavia alcuni di loro potrebbero godere del nostro cibo, clima, benessere e chissà, potrebbero decidere di rimanere a vivere qui. In attesa degli sviluppi sulla proposta di Santori, i rettori delle università pugliesi si sono espressi a riguardo. Il rettore del Politecnico di Bari (Poliba), Francesco Cupertino, la vede come una

grande opportunità: “Trovare delle forme di collaborazione tra gli atenei, che facilitino la mobilità degli studenti a livello nazionale, non può che essere positiva. Mentre io mi ritrovo ad avere difficoltà a competere con altri atenei a livello di prospettive occupazionali, perché magari per un ragazzo ci sono più opportunità di lavoro ad esempio in Lombardia che in Puglia, dal punto di vista della formazione non abbiamo molto da invidiare ad altre università. È un’opportunità per fare emergere la qualità di istruzione che abbiamo al meridione”. Quando si parla di concorrenza, le strategie possono essere multiple. Cupertino ha una visione specifica sul tema: “Il fatto di pensare di difendersi da una concorrenza, chiudendosi, secondo me è una finta protezione. Succede alla fine che lo studente che ha la possibilità economica, se ne va e gli altri invece rimangono. Non posso costringere un mio studente a rimanere e condannarlo a un un’università di serie b, devo invece accettare il confronto per capire cosa va bene e cosa male nella mia università e migliorare”. Le disuguaglianze ci sono, ammette Cupertino, ma la comunicazione tra università del nord e del sud non manca: “Le differenze principali partono dal contesto in cui si trovano gli atenei, che è diverso. Poi c’è l’organizzazione: alcuni uffici sono più strutturati nelle università del nord, come è vero che, in altri casi, possiamo essere noi a dare lezione su altri aspetti. Parlo per il Politecnico di Bari: siamo in perenne contatto con uffici amministrativi delle università del nord, ci confrontiamo sui bandi e sul modo con cui applicare le procedure”. I dati di Poliba sono positivi: “È vero che il 43% degli studenti pugliesi studiano fuori dalla regione, ma è anche vero che negli ultimi 5 anni gli immatricolati al Politecnico di Bari è salito al 35%. Pochi vengono dal nord, perché, come tutte le università del Centro-Sud Italia, abbiamo un’attrattività per lo più territoriale”. La competizione però è anche con il settore privato. Cupertino ci tiene a sottolineare un macrotema: “Spesso si gioca la stessa partita con regole diverse. Ci sono limiti che mi impediscono di modificare l’offerta forma-


Street art

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Fuori sede per la vita, tornerai?

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tiva o di assumere dei docenti perché, pur avendo un bilancio positivo, non ho le risorse economiche. Questi limiti le università private non li hanno. Ci vorrebbe uno sforzo da parte del legislatore per mettere le università statali nelle condizioni di competere con le altre. In questo momento purtroppo i tagli o gli investimenti si fanno a pioggia. Decidono di diminuire del 10% la spesa universitaria? Si taglia a tutti il 10%, sia agli atenei a cui il 10% in meno non cambia nulla, sia a quelli che hanno più difficoltà”. Il rettore dell’Università di Foggia, Pierpaolo Limone, ha detto: “Ho incontrato Mattia Santori e abbiamo avviato un confronto sulla sua idea di rendere più agile la mobilità tra studenti. Un programma tutto italiano per far conoscere meglio le specificità dei nostri atenei, sarebbe un buon inizio. Credo però che dovremmo trovare un altro nome a questa iniziativa, per non confonderla con il programma che ha unito l'Europa negli ultimi trent’anni”. Sulle differenze tra università, Limone dice: “Dobbiamo individuare soluzioni sul territorio. Trovare la forza per ridurre il gap con i fatti, introducendo altra didattica innovativa e futuristica, facendo veramente rete con le poche realtà imprenditoriali locali, moltiplicando le opportunità professionali, innalzando la qualità dei no-

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La questione meridionale e la fuga dei giovani dal Mezzogiorno sono temi al centro della politica degli ultimi governi. Tante le proposte, pochi i fatti. Le Sardine, sempre più interessate all’agenda politica attuale, vogliono far riscoprire il “protagonismo della cittadinanza”. Questi argomenti si riflettono anche nella comunicazione giovanile e nell’arte urbana contemporanea. Ad Andria, il murale gigantesco dell’artista Daniele Geniale, rappresenta il corpo di un giovane uomo senza testa (perchè rappresenta tanti ragazzi), seduto sulla propria valigia, che riceve un messaggio sullo smartphone. La domanda, colma di speranza e nostalgia, che gli pone il suo interlocutore, è: “Ritornerai?”. L’opera è dedicata a chi è costretto a lasciare la propria terra per ragioni di lavoro o di studio. Il murale è situato, infatti, a pochi metri dalla stazione da cui molte compagnie di autobus privati partono per il Nord. M.L stri laureati”. Poi continua: “Credo che una circolazione più rapida delle idee e delle persone possa facilitare una maggiore ossigenazione del pensiero, e magari un ridotto ricorso ai luoghi comuni e alle banalità. Nonostante tutto ciò che è successo nella nostra città di recente, mi pare emblematica la testimonianza di un docente ordinario di Giurisprudenza. Viene da Pesaro, città con una qualità della vita altissima e un equilibrio urbanistico-estetico davvero ragguardevole. Bene, a chiunque gli chiede “come si trovi a Foggia”, sottintendendo un ironico “chi te l’ha fatto fare”, questo collega risponde senza indugi: “Io ci sto da Dio, qui ho ritrovato le persone”. Michela Lopez

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PIERPAOLO LIMONE Il nuovo rettore dell’Università di Foggia. Ha già incontrato Mattia Santori e crede nella proposta “erasmus italiano”

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Puglia sette bellezze patrimonio d’Italia 2021

Le città pugliesi sono tra le 44 concorrenti a capitale italiana della cultura. La nostra regione ha presentato il numero maggiore di candidature

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STORIA E MONUMENTI In alto: Basilica di S. Nicola (Bari), Cattedrale (Trani). Sotto: Stele greca (Calimera), Castello (Corigliano d’Otranto)

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Puglia sette bellezze patrimonio d’Italia. Si potrebbe sintetizzare così la candidatura delle città pugliesi a capitale italiana della cultura 2021. La nostra regione ha avanzato il maggior numero di candidature tra tutte le altre in corsa per la valorizzazione del patrimonio culturale nazionale: Bari, Molfetta, Trani, Barletta, San Severo, Taranto e i comuni della Grecìa salentina (Calimera, Castrignano De Greci, Martano, Corigliano d’Otranto, Martignano, Melpignano, Sternatia, Zollino, Soleto, Cutrofiano, Carpignano

Salentino, Sogliano Cavour). In verità, Barletta ha ritirato la sua proposta per favorire la vicina Trani e Taranto si è unita ai comuni salentini. Ma il sette è un numero simbolico e non la semplice espressione di un carattere quantitativo: attribuisce un giudizio di valore, che racchiude in sé ogni virtù. In altre parole, bello è anche buono, giusto, virtuoso appunto. Il bello diventa cultura se coltivato nel rispetto del territorio, dell’ambiente, delle sue origini storiche e culturali. Un modello di sviluppo lontano anni luce da


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un certo tipo di capitalismo d’assalto che serve a dare un prezzo a tutto senza attribuire valore a niente. Così, negli anni, in Puglia sono fiorite bellezza, ambiente, arte e cultura: elementi di riconoscibilità della regione che solo un cieco avrebbe potuto barattare con resort e discoteche. Smanie alla Briatore, passate fortunatamente in cavalleria e oggi, a livello globale, sempre meno richieste a fronte di una maggiore attenzione all’ecosostenibilità non solo dei luoghi ma anche degli usi e dei costumi. Sacro, luce, mare, oriente, dialogo e femminilità sono le categorie, insieme al culto di San Nicola, a sostegno della candidatura di Bari. Il capoluogo pugliese, che ha ospitato il Papa il 23 febbraio scorso in occasione dell’incontro di spiritualità ‘Mediterraneo frontiera di pace’, partirà proprio dal culto del santo patrono per avanzare la sua proposta. “Ci sentiamo capitale italiana della cultura e lo facciamo partendo dal culto nicolaiano”, ha dichiarato il sindaco Antonio Decaro, che ha aggiunto: “la città si identifica in San Nicola da un millennio e ha riempito di contenuti gli spazi culturali riaperti come teatri, auditorium e musei”. Il tema della convivenza caratterizza la candidatura di Trani, rispetto alla quale Barletta ha fatto un passo indietro: “Ringrazio il sindaco Cannito e tutta la comunità barlettana che ha compreso che è più giusto stare uniti”, il commento del sindaco tranese Amedeo Bottaro.

“Diversificazione produttiva, svolta green e urbanistica, risorsa mare e cultura: i pilastri della nostra programmazione”: è quanto dichiarato invece dal sindaco di Taranto, Riccardo Melucci. A San Severo, un comitato tecnico scientifico si occuperà di mettere a punto la proposta culturale della cittadina: “È stato istituito un comitato tecnico-scientifico – hanno dichiarato il sindaco Francesco Miglio e l’assessore alla cultura Celeste Iacovino – composto di eminenti concittadini, finalizzato alla redazione del progetto da presentare al Ministero per i Beni e le Attività culturali”. A Molfetta, l’entusiasmo per la candidatura viene espressa così dall’assessore alla cultura Sara Allegretta: “Abbiamo l’opportunità di recuperare la grande tradizione del nostro passato e fare in modo che tale consapevolezza sia da stimolo per un futuro migliore sotto ogni aspetto”. La Grecìa salentina, infine, ha puntato su temi come l’inclusione sociale e l’accessibilità, il turismo culturale e la destagionalizzazione, i giovani e le nuove tecnologie in connessione con Taranto: "Entusiasmo e partecipazione - ha evidenziato Roberto Casaluci, sindaco di Castrignano De Greci e presidente dell’unione dei comuni della Grecìa salentina - sono un segnale incoraggiante per la nostra comunità e per il futuro del nostro territorio”. Michele Mitarotondo

ARTE e PAESAGGI Da sinistra verso destra: Castello aragonese (Taranto), Duomo (Molfetta), Campanili (San Severo)

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Paghi per mangiare solo così sei sicuro che domani lavori Caporalato: il mondo sregolato dell’agricoltura pugliese in cui il potere è spesso in mano a criminali che sfruttano le fatiche dei braccianti agricoli

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LA FOTO Braccianti agricoli che lavorano nei campi durante la raccolta dei pomodori

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Il caporalato è una piaga antica del Mezzogiorno d’Italia. Mai combattuta sul serio, radicata e strutturata tanto da essere diventata una prassi nel mondo dell’agricoltura. I caporali sono gli intermediari illegali tra il datore di lavoro e i braccianti agricoli, sfruttano e calpestano diritti, arricchendosi sulle fatiche di chi passa almeno 12 ore al giorno nei campi per meno di 30 euro. Reclutano manodopera, spesso in nero, chiedendo indietro parte del guadagno giornaliero soltanto perché assicurano il trasporto sul posto di lavoro con pullmini. «Nel caso delle braccianti delle province di Brindisi o Taranto, il contributo è pari a circa 10 euro; per i braccianti africani, da 5 a 8 euro anche per un solo chilometro di distanza, 3,50 euro per un panino e 1,50 euro per una bottiglietta di acqua da mezzo litro. Se un lavoratore non dovesse acquistare il panino e l’acqua, il giorno successivo non avrebbe il lavoro» è la denuncia di Antonio Gagliardi, segretario generale della Flai-Cgil Puglia, categoria del settore agroalimentare del sindacato. Le donne sotto caporale, poi, percepiscono un salario inferiore del 20% rispetto ai loro colleghi, ma sono documentati anche casi di sfruttamento con lavoratori migranti pagati un euro l'ora. I caporali spesso sono esponenti della mafia locale, in Puglia sono soprattutto diffusi

nelle zone del Foggiano e del Tarantino. Nel caso di stranieri, i caporali sono di etnia vicina agli stessi sfruttati. Per esempio: africani per magrebini e centro africani; bulgari o romeni per coloro che vengono dai paesi dell’est. Nel 2015 Paola Clemente, una bracciante originaria di Crispiano, morì in un vigneto di Andria durante i lavori di acinellatura a causa di un malore dovuto al caldo e alla fatica. C’è stato bisogno della morte di una donna per guardare in faccia la meschina realtà del mondo del lavoro nei campi in Puglia. Il reato di caporalato era già presente dal 2011, ma dopo la morte di Paola l’allora ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, promulgò una legge che ha previsto, tra le altre cose, l’istituzione delle Sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità. Una sorta di registro nazionale delle imprese a cui si è ammessi all’iscrizione a seguito di particolari e minuziose verifiche riguardanti innanzitutto la corretta applicazione dei contratti di lavoro, il rispetto delle norme sulla sicurezza sui luoghi di lavoro e dimostrare di non utilizzare intermediazione illecita di manodopera. Purtroppo, su circa 180 mila aziende agricole presenti in Italia, sono poco più di 3.500 sono state ammesse alla Rete. Quest’anno il ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, ha approvato un piano triennale con norme di contrasto al caporalato


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che la Flai, come “sindacato di strada” mette in opera già da tempo: un trasporto dei lavoratori agricoli “dedicato” per far sì che venga strappato dalle mani dei caporali un servizio remunerativo, estorsivo e coercitivo; la necessità di realizzare luoghi di accoglienza per i lavoratori stranieri stagionali che vadano oltre la vergogna dei ghetti. Le forze di contrasto, però, sono ancora poche. «Viviamo in un Paese che reagisce solo quando i fenomeni esplodono in maniera eclatante. Le denunce del sindacato partono da lontano, ma le questioni si affrontano quando ci scappa il morto e, nonostante questo, comunque sempre con estremo ritardo» dice Antonio Gagliardi che comunque sottolinea i risultati concreti raggiunti in Puglia la scorsa estate. Cinquantuno persone tra imprenditori e caporali sono state arrestate in palese violazione della legge 199 del 2016 (legge Martina). Il guaio più grande è che nessuno osa ribellarsi o denunciare, i caporali hanno sempre il coltello dalla parte del manico. Se vuoi lavorare le condizioni sono queste e quella misera paga costata caldo, gelo, fatica bisogna tenersela stretta in questa terra martoriata che ha ben poco da offrire. Se la teneva stretta Paola Clemente, stramazzata sul terreno sotto il sole cocente di un luglio pugliese mentre tentava di dare un futuro migliore ai suoi figli per pochi euro all’ora. Maria Cristina Mastrangelo

Antonio Gagliardi, segretario generale della Flai-Cgil Puglia, da anni tiene alta l’attenzione sul problema del caporalato pugliese impegnando il sindacato in una lotta continua. Chi sono i caporali? Personaggi in grado di offrire un “servizio” all’imprenditore. In agricoltura la deregolamentazione avvenuta nei primi anni Ottanta del secolo scorso con la soppressione dell’imponibile di manodopera realizzata nei centri per l’impiego ha indebolito il meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Oggi, l’imprenditore che ha una necessità impellente di reperire manodopera agricola accusa una clamorosa inefficienza nel sistema di reclutamento, quindi sarebbe “costretto” a rivolgersi a coloro che organizzano squadre di braccianti con modalità poco ortodosse e fuori da ogni regola normativa. Come si muove la Flai? A partire dal 2009, con le campagne mirate della Flai, in Puglia in particolare, da “Oro Rosso” a “Stopcaporlato”, da “Gli invisibile delle campagne di raccolta” ad “Ancora in campo”, ogni anno, in particolare durante la stagione estiva, squadre di sindacalisti vanno nei campi per parlare con braccianti e consegnare loro brochure in lingua nelle quali trovare le basilari nozioni normative e salariali dei contratti collettivi di settore e i recapiti di tutte le sedi Flai della Puglia per chi volesse approfondire i temi contrattuali, per ricevere assistenza relativa al welfare e per denunciare eventuali abusi e sfruttamento lavorativo. Quale potrebbe essere per lei una soluzione efficace? Oltre ai temi del mercato del lavoro, del trasporto, dell’accoglienza, vi è il tema della filiera. I bassi costi della produzione sono anche determinati da scelte che si realizzano in contesti separati dalle dimensioni produttive. La GDMO (Grande Distribuzione Moderna Organizzata) tende a scaricare i costi della produzione verso il basso alimentando lo sfruttamento. Sarebbe importante invece che assumesse un ruolo positivo nella lotta al caporalato e allo sfruttamento chiedendo alle imprese fornitrici di prodotti agricoli di iscriversi alla Rete del lavoro agricolo di qualità. Quindi, il tema è creare una sorta di alleanza tra il lavoro e il consumo sui temi etici in cui determinare le condizioni per elevare i diritti in tutta la filiera agroalimentare indirizzando anche i consumatori verso la sostenibilità e la legalità.

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Parola a chi scende sul campo

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L’intervista

LA PROTESTA Foggia, braccianti manifestano contro lo sfruttamento del lavoro agricolo (Marcia dei berretti rossi)

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“Dicevano: non c’è rischio. Poi fesso tu che hai firmato” Banca Popolare di Bari: il governo ha approvato un decreto da 900 milioni per salvarla. Ma i risparmiatori rivogliono indietro i soldi

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L’ISTITUTO La Banca Popolare di Bari è stata fondata nel 1960 da 76 soci. È tra le banche popolari più grandi d’Italia

“Lei un giornalista? Va bene, tanto io sono già sputtanato”. Così si viene accolti da uno dei risparmiatori, che secondo loro sarebbero stati truffati dalla Banca Popolare di Bari, alla protesta del 28 febbraio, in Corso Cavour, davanti alla sede della banca a Bari. Hanno manifestato perché rivogliono i loro soldi e per dire “no” alla trasformazione della banca in una Spa (società per azioni), fatto che ridurrebbe il valore (già molto basso) delle azioni in loro possesso. I commissari, nel prossimo piano di rilancio, dovrebbero spingere per rendere la Banca una

Spa, come auspicato anche da Bankitalia a gennaio, durante la Commissione Finanze della Camera sul decreto a sostegno del settore creditizio al Sud. Sarebbe un passaggio obbligato per realizzare il piano di salvataggio predisposto dal governo, che vedrebbe il coinvolgimento di Invitalia (Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, società per azioni partecipata la 100% dal ministero dell’Economia), di Mediocredito Centrale e del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Per entrare nella società i nuovi investitori vogliono ot-

Di cosa si parla

Acquisizioni e aumenti di capitale: storia di un crack

Il 13 dicembre 2019 Banca d’Italia ha deciso di commissariare la Banca Popolare di Bari. È la più grande banca con sede in Puglia e nel Sud Italia, in difficoltà da molto tempo, accusata di cattiva gestione finanziaria e di troppi crediti deteriorati (cioè mutui o prestiti con poche possibilità di essere riscossi). Aveva chiuso il 2018 con perdite per 420 milioni di euro e la forte riduzione del valore delle proprie azioni: da circa otto euro nel 2017 a poco più di due euro nel 2019. Riduzione in ogni caso teorica, perché senza mercato: le azioni non si vendevano a nessun prezzo. Il 15 dicembre scorso il governo ha varato un decreto per salvare la banca, approvato dal Senato il 6 febbraio (era passato alla Camera il 21 gennaio). Il provvedimento prevede di salvare la Popolare di Bari, in modo non esplicito (per evitare che l’Unione Europea contesti l’aiuto di Stato) con 900 milioni di euro da dare a Invitalia, per finanziare Mediocredito Centrale (una banca controllata dal ministero dell’Economia), la quale li userà per comprare delle quote della Banca Popolare di Bari. Tra il 2014 e il 2015, con l’approvazione di Bankitalia, l’istituto di credito pugliese aveva acquistato la banca abruzzese Tercas (in difficoltà) per 300 milioni. Lo aveva fatto con un aumento di capitale collocando sul mercato azioni e obbligazioni, ovvero piazzandole ai piccoli risparmiatori, a detta loro ignari dei rischi e indotti all’acquisto. Secondo l’accusa (ci sono delle inchieste in corso), il Cda e l’assemblea dei soci avrebbero falsificato i bilanci, omettendo perdite per 270 milioni solo nel 2014. Dal 31 gennaio l’ex presidente della Banca Popolare di Bari, Marco Jacobini, e suo figlio Gianluca, ex vicedirettore generale, sono agli arresti domiciliari (confermati dal Tribunale del riesame di Bari il 20 febbraio). L’ex responsabile dei bilanci Elia Circelli e l’ex amministratore delegato Vincenzo De Bustis sono interdetti dall’esercitare la professione di dirigente di istituti bancari. Tutti sono accusati di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza.

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tenere poteri societari in linea con il numero delle azioni possedute: cosa non possibile adesso perché la Popolare di Bari è una società cooperativa per azioni e, dunque, nelle assemblee ogni azionista “conta uno” aldi là del capitale detenuto. I manifestanti hanno protestato per difendere il loro diritto di voto. “È l’unico che ci è rimasto”, ha dichiarato il portavoce del Comitato indipendente azionisti Banca Popolare di Bari, Fernando Fioretti, proprio davanti alla sede barese di Bankitalia, dove il corteo ha contestato il mancato controllo su Banca Popolare. “Non siamo degli investitori, non ne abbiamo mai avuto la stoffa, siamo dei risparmiatori. In caso di trasformazione in Spa – continua – all’assemblea non ci considererebbe più nessuno, spariremmo”. Non è solo contro la Spa che si è manifestato. Un risparmiatore, che ha preferito rimanere anonimo, ha raccontato di aver perso 200mila euro per le azioni svalutate: “Avevo dei contatti nella Banca. Eravamo amici, hanno tradito questa amicizia e ora sono sul lastrico. Mi contattavano quando vedevano che c’era liquidità nel mio conto, in occasione degli aumenti di capitale. Lo facciamo per te, non c’è alcun rischio, mi dicevano… Ho perso il frutto di 40 anni di lavoro”. Intanto, il corteo è arrivato alla sede della Banca, più avanti in corso Cavour. Le proteste sono state forti, con alcuni attimi di tensione tra gli stessi manifestanti, divisi tra moderati e chi vuole una protesa più plateale. Un’anziana coppia di turisti asiatici, incuriositi, si è avvicinata per chiedere il perché di tutto questo trambusto:

“Do you speak english? What's going on here?”. Un’altra coppia, questa volta di dimostranti, ha detto: “Non importa la quantità di soldi persi, anche 800 euro sono tanti per un pensionato. Ci hanno imbrogliato con le obbligazioni convertibili, facendocele trasformare in azioni, nel 2012 secondo loro a basso rischio”. Nel frattempo, si è creato un capannello di manifestanti: ognuno ha voluto raccontare la sua storia. Come, ad esempio, quella del signor Nicola, che ha perso tutto ciò che aveva messo da parte per i figli e ci ha tenuto a spiegare, a modo suo, come si sono svalutate le azioni. Il corteo è andato avanti, non senza ulteriori tensioni (la parte più radicale ha bloccato Corso Vittorio Emanuele II, stendendosi a terra in strada) fino ad arrivare a piazza Libertà, dove solo qualche giorno prima, il 23 febbraio, Papa Francesco ha pronunciato l’Angelus. “Mi avevano detto che, se fossi diventato azionista, mi avrebbero sbloccato una pensione integrativa che avevo con una compagnia di assicurazione, che collaborava con la banca, prima dell’età pensionabile. Ora dicono fesso te che hai firmato”, ha dichiarato un risparmiatore, che ha preferito restare anonimo. Intanto, cinque rappresentanti dei manifestanti sono stati accolti dal Sindaco di Bari, Antonio Decaro. La domanda è semplice, hanno gridato: “Sta con noi, o contro di noi?”. Alcuni dimostranti si sono rivolti ai giornalisti armati di taccuino: “Adesso ne parlate? Prima molti giornali locali avevano forse troppa pubblicità?”. Luigi Bussu

LA PROTESTA Un momento della manifestazione, davanti Bankitalia a Bari. Viene contestato il mancato controllo sulla Popolare

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Cornuti è meglio! Parola di Accademici

A Putignano, l’ultimo giovedì di Carnevale è dedicato a loro. Si inizia alle 6 del mattino con il richiamo e si conclude la sera con il famoso taglio

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L’ACCADEMIA Diventarne membri non è semplice: bisogna aver un padrino e aspettare un anno prima di tesserarsi

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A Putignano, l’ultimo giovedì del Carnevale più lungo d’Italia vuol dire solo una cosa: Giovedì dei Cornuti. Secondo la tradizione, a partire dal 17 gennaio e fino al Martedì Grasso, ogni giovedì viene festeggiata - in maniera goliardica una determinata categoria sociale. Per tradizione, l’ultimo giovedì era dedicato agli uomini sposati e secondo i pettegolezzi paesani era di dominio pubblico chi fosse cornuto e chi no. Con il tempo però, l’usanza di esorcizzare il “cornuto” con un

corteo cittadino si è andata perdendo; almeno fino al 2006, anno della fondazione dell’Accademia della Corna. La festa comincia col sorgere del sole, alle 6 e 30 del mattino con il richiamo dei “cornuti”; poi si prosegue con la sfilata per le vie cittadine, verso la casa del prescelto “Gran Cornuto dell’anno”, per “l’ammasso”, la proclamazione e la colazione. Il rituale prosegue fino a sera con il “Cornèo” e il tradizionale “Taglio delle Corna”. Se il corteo e l’ammasso rappresentano i momenti in


R r or ic za en

cui, senza remore, si dichiara di essere cornuti, con il taglio delle corna si ottiene la purificazione dal tradimento, in attesa della rigenerazione delle corna. “La prima riunione è stata un mezzo fallimento perché nessuno voleva essere chiamato cornuto” spiega Massimo Bianco, presidente dell’Accademia “Adesso invece è un motivo di vanto”. Sì, perché cornuto vuol dire essere “cazzuto” ovvero essersi distinto per una scelta coraggiosa e “spregiudicata”. Prerogativa per entrare in Accademia, l’essere sposato; anche se, da qualche anno anche uomini celibi ne sono entrati a far parte. Sponsorizzati da un padrino, per un anno si viene monitorati per vedere se si è in grado di fare un gesto cornuto; solo dopo questo periodo di iniziazione, si viene regolarmente tesserati con l’obbligo di partecipare, ogni anno, all’ultimo Giovedì di Carnevale. Pena, la messa in ammollo insieme alle corna. Ad ottenere il titolo di Gran Cornuto 2020 è stato il comico pugliese Uccio De Santis perché “tradito da un incidente stradale, miracolosamente in vita, è riuscito ad accrescere la sua popolarità pur non calcando il palcoscenico” come si legge nella pergamena che tradizionalmente viene consegnata. A conoscere il prescelto, pochissime persone: una prerogativa esclusiva che spetta solo al presidente dell’Accademia che annualmente sceglie chi è degno di tale riconoscimento.

“Il Gran Cornuto non è un tesserato” spiega Bianco “perché nonostante sia una tradizione locale, abbiamo voglia di portare questo messaggio anche fuori”. Una festa che negli anni ha visto ingrossarsi le fila dei partecipanti, non solo tra i tesserati dell’Accademia ma soprattutto di chi è animato dalla volontà di rendere sempre più viva e partecipativa una tradizione legata al nostro territorio.

Simona Latorrata

GRAN CORNUTO Uccio De Santis (sotto) è stato designato come Gran Cornuto 2020, al termine del corteo lungo le strade cittadine

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