Anno 11 - N. 79 Dicembre 2019 Distribuzione gratuita
Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016
MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007
Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it
Chiamami se vuoi “Sardina” Forum
Giornaliste del Mediterraneo giù le mani dai loro diritti
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Dicembre 2019
Storia delle Sardine dalle folle accalcate al presepe di Napoli Erano in migliaia a Roma in Piazza San Giovanni dove hanno organizzato il primo raduno nazionale. Ora sono partiti con le proposte serie
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NAPOLI Nei presepi di San Gregorio Armeno, il maestro Ferrigno ha dedicato una statuetta a Mattia Santori
Le Sardine festeggiano il loro primo mese di vita. Lo fanno prendendosi piazza San Giovanni a Roma. Per gli organizzatori hanno partecipato al raduno circa 100mila persone, 35mila invece per la Questura. Comunque sia, si è trattato del maggiore riscontro avuto fino a ora. È stata anche la prima volta in cui le Sardine si sono esposte politicamente, non limitandosi al solito silenzioso flash mob. Abolire il decreto sicurezza, maggiore controllo sui politici nell’uso dei social sono solo
L’evoluzione
Dalla protesta alle proposte
Sono sei le proposte che Mattia Santori ha fatto alla politica dal palco di Piazza San Giovanni, dove si è tenuto il raduno nazionale delle sardine e dove, per la prima volta, tutti gli organizzatori locali si sono conosciuti. Sobrietà nei comportamenti dei politici: “Pretendiamo che chi è stato eletto vada a fare politica in sede istituzionale e non campagna elettorale permanente” ha detto Santori. I ministri dovranno comunicare solo attraverso i canali istituzionali e nell’uso dei social dovrà esserci molta più trasparenza. La quarta richiesta è diretta agli organi di informazione: “Pretendiamo che il mondo della comunicazione protegga, difenda e traduca questo sforzo in messaggi fedeli ai fatti”. La quinta proposta prevede che si abbassino i toni della politica, diventati persino violenti a volte. Infine, ed è forse la richiesta che più espone politicamente il movimento, Santori ha chiesto di rivedere il decreto sicurezza. dicembre 2019
alcune delle proposte degli organizzatori di un movimento che inizia a strutturarsi sempre di più come un partito anche se, confermano gli organizzatori, nessuna lista civica sarà presentata alle prossime elezioni. Facendo un passo indietro, da cosa nasce il movimento delle Sardine? È contro un modo di fare politica che punta a seminare paura, divisione sociale e ostilità nei confronti di ogni cosa che sia percepita come “diversa”. Si sono improvvisati come la risposta all’inaugurazione di Salvini al Paladozza di Bologna della campagna elettorale di Lucia Borgonzoni, candidata della Lega alle regionali dell’Emilia Romagna. Poi, qualcosa è andata in maniera inaspettata e gli slogan “L’Emilia Romagna non abbocca” e “Bologna non si Lega” hanno iniziato a diffondersi in tutte le città, da Aosta a Palermo. “Crediamo che mai come oggi siano minacciati, per i messaggi e i toni utilizzati, principi fondamentali del vivere democratico, indipendentemente dal politico di turno in carica o all’opposizione. Le Sardine che scendono in piazza oggi non sono semplicemente contro Tizio o Caio ma a favore dell’arte, della bellezza e della riscoperta della partecipazione come unici antidoti possibili alla propaganda populista e alla disillusione e alla rassegnazione nei confronti della poli-
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tica”. Così Mattia Santori, 32enne bolognese leader delle Sardine e organizzatore del primo flash mob del 14 novembre scorso, ha spiegato la genesi del movimento. Diverse sono state le reazioni che questo fenomeno ha provocato. Una parte della stampa ne ha subito tessuto le lodi con le classiche frasi del tipo “che bravi questi ragazzi che si battono ancora per qualcosa” sulla scia dei FridaysForFuture di Greta Thunberg. Nonostante le piazze delle Sardine abbiano raccolto partecipazioni di tutte le fasce d’età. Un’altra parte della stampa, la più complottista, ci ha visto subito un fenomeno mediatico manovrato dai grandi burattinai della sinistra. Se il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti si è subito schierato a favore della rivoluzione ittica (così si autodefiniscono) indirizzando la paternità del movimento all’ala partitica, Matteo Salvini si è immediatamente messo sulla difensiva ricordando che tra gli organizzatori c'è anche chi, senza andare troppo sul sottile, in passato gli ha augurato la morte. Non dimenticando la strategia di contrasto adottata dal suo staff della comunicazione: postare sui suoi profili social a tutto spiano gattini e pinguini che mangiano sardine. Intanto, tra il dire e il fare si sa, c’è di mezzo sempre il mare. Soprattutto nel caso delle
Sardine. Dalla promessa di non diventare un partito all’autoelezione di Mattia Santori a leader del movimento è stato un attimo. E ha già iniziato a dettare le prime “regole”: «Chi va in tv senza permesso è fuori». Ad avvalorare la sua leadership, poi, è arrivata la conferma ufficiale da parte di uno dei palcoscenici più ambiti del periodo natalizio. I presepi napoletani. Da sardina a statuetta, Santori si è guadagnato un posto a San Gregorio Armeno accanto a Renato Zero. Maria Cristina Mastrangelo
TORINO Le sardine in Piazza Castello dove il movimento ha raccolto una delle maggiori partecipazioni
Fuori dall’Italia
Come le vede l’Europa
“Gli elettori progressisti si sono disperati davanti all’apparente incapacità dei politici di centrosinistra di trovare le idee per sfidare la retorica divisiva e spesso violenta di personaggi come Matteo Salvini e Marine Le Pen. Ma la soluzione può essere a portata di mano, sotto forma di un fiorente movimento di base in Italia che prende come simbolo un pesce”, commenta il quotidiano britannico The Guardian. Dello stesso avviso anche Daniel Verdù, corrispondente del giornale spagnolo Paìs: “È la prima volta in Italia che si forma una corrente di giovani contro l’ascesa dell’estrema destra”. Il Mediapart, in Francia, ha apprezzato la scelta del simbolo. La sardina non è banale, scrivono, un pesce piccolo e silenzioso che affronta la politica dei pesci grossi fatta di urla. Ora non resta che capire se manterranno la parola di non strutturarsi in un partito politico o cadranno anche loro nella tentazione di candidarsi alle prossime elezioni. dicembre 2019
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Dal web alle piazze reali Il flash mob delle Sardine
Times square, New York Nella “grande mela” per la prima volta il flash mob. Dagli Stati Uniti la moda è dilagata nel mondo
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Hashtag e aggregatori di interesse sono le parole chiave L’attivismo e la politica hanno riscoperto nella “rete” il modo per incontrarsi e comunicare
Flash mob: letteralmente “la folla in un lampo”. Esattamente il metodo con cui è nato a novembre scorso a Bologna il movimento delle Sardine che è stato capace di riempire le piazze di tutta Italia parlando inizialmente solo attraverso i social. L’espressione flash mob indica infatti l’incontrarsi in un luogo pubblico in una data e a un’ora prestabilita per compiere tutti la stessa azione. Lo strumento (la “rete”) con cui si raccolgono consensi è l’hashtag, cioè il cancelletto seguito da una parola o una frase.
Origini del Flash mob
Incontrarsi grazie a internet
Come la maggior parte dei prodotti partoriti del web i flash mob nascono per divertirsi, più che per portare un messaggio serio. La moda è iniziata nei primi anni del 2000, quando i social network cominciavano a muovere i primi passi. Il primo pare sia stato realizzato a Manhattan nel 2003: migliaia di persone si presentarono nella libreria “Macy” e chiesero un libro dal titolo tappeto dell’amore. Un libro mai scritto. Perché? Perché la rete lo consente, semplicemente. All’evento assistette un giornalista del Chicago Tribune che non capendo cosa gli stesse accadendo intorno scrisse che si era trattato di un delirio di massa provocato dal gran caldo. Qualcosa di simile, ma con meno affluenza, era in realtà accaduto già l’inverno prima a New York e fu chiamato “No pants subway ride”, in mutande in metropolitana. Centinaia di pendolari salirono nei vagoni senza i pantaloni. dicembre 2019
#6000Sardine per esempio. Non sono altro che aggregatori tematici, etichette che funzionano da catalizzatori di interesse. Inserendoli alla fine di un post su Facebook e Twitter o su una foto di Instagram, gli hashtag creano nuovi spazi in cui convogliano tutti i prodotti che portano quell’etichetta. Maggiore è il numero di volte in cui un hashtag viene utilizzato maggiore è il rilievo che i motori di ricerca on line gli attribuiscono inserendoli in un Feed, un flusso di informazioni e notizie. Quando un sito, o una pagina Facebook, riesce a far convogliare su di sè feed considerevoli e questi si combinano con il tracciamento degli interessi dei vari utenti, allora il sito scala le classifiche dei motori di ricerca. Diventa quindi più facile trovarlo. Questo meccanismo può innescarsi in modo autonomo e casuale, come i fondatori delle Sardine hanno più volte affermato nel loro caso. Molto più spesso invece è frutto di un’attenta strategia e di una programmazione minuziosa. Fino al 2010 sono stati organizzati centinaia e centinaia di flash mob in tutto il mondo. Poi la moda si è attenuata, almeno fino a qualche anno fa quando questo tipo di evento ha cominciato a caricarsi di significati un po’ più seri. A Santiago, in Cile, a novembre di quest’anno centinaia di donne sono scese in piazza con gli occhi bendati e hanno manifestato contro le violenze perpetrate dall’esercito cileno. Hanno chiamato
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l’evento “contro lo stupro di Stato”. In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne lo stesso flash mob è stato replicato in molti altri Paesi, Italia compresa. È la forza della piazza in cerca di un nuovo linguaggio. Torniamo allora alle Sardine italiane. In concomitanza con l’apertura della campagna elettorale della Lega nord per le elezioni regionali in Emilia Romagna, quattro ragazzi hanno deciso di riunire in piazza Maggiore a Bologna tutti coloro che non si riconoscono nel modo di fare politica “improntato all’odio” di alcuni partiti di destra. “Sardine2 perché sono tante e si stringono nelle piazze. Il consenso è stato tale che pochi giorni prima della manifestazione di Bologna la pagina Facebook delle Sardine è stata oscurata. Probabilmente a causa di un flusso improvviso che è stato definito anomalo dal sistema del social network. Due giorni dopo tuttavia la pagina è stata ripristinata. Da Bologna il movimento si è poi diffuso in molte altre città. Fino ad arrivare a manifestare a Roma il 15 dicembre, in piazza San Giovanni, dove hanno raggiunto le 100mila presenze. La storica piazza delle manifestazioni di sinistra. Ma le Sardine sebbene cantino “Bella ciao” non si definiscono di sinistra e guai a presentarsi con una bandiera. Non sono mancate le provocazioni, come quella di Casapound che ha annunciato di voler scendere in piazza accanto a loro. E gli
organizzatori romani sono caduti nella trappola dicendo di si. Dopo la manifestazione c’è stato il primo congresso dei coordinatori regionali. “Sarà solo un modo per incontrarci tutti, toccarci e conoscerci”, ha detto Mattia Santori, uno dei primi quattro fondatori del gruppo, ospite a propaganda Live su la 7 il giorno prima della piazza romana. Ma una struttura le Sardine la hanno eccome, ciò che manca per ora è un’identità chiara. Quella che il web non può dare. Saverio Carlucci
Piazza San Giovanni A Roma le Sardine si sono riunite nella storica piazza della sinistra. Registrate oltre 100mila presenze
II passo falso
Marcia indietro su Roma
Dopo l’iniziale “si” a Casapound (i fascisti del terzo millennio) le sardine hanno corretto il tiro e hanno ribadito la propria anima antifascista. Un passo falso, la prova che fuori dal web è facile commettere errori. Attraverso una nota stampa Casapound aveva fatto sapere di voler scendere in piazza accanto alle sardine con le proprie idee, senza esporre bandiere e “senza cantare Bella ciao”. In un’intervista rilasciata al Fatto quotidiano, Steve Ogongo responsabile della manifestazione romana, aveva affermato che le piazze sono aperte a chiunque si riconosca nei loro valori. Ecco allora il risentimento delle sardine della prima ora che subito hanno minacciato di voler abbandonare il gruppo. Quelle che “Bella ciao”, la canzone della resistenza partigiana, la intonano eccome. Il passo indietro non si è fatto attendere. “Ogongo ha commesso un’ingenuità”, è stato scritto dopo poche ore sulla pagina Facebook ufficiale “6000 sardine”. Pericolo scampato. dicembre 2019
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Sinistra sveglia! Le Sardine non sono solo ‘Bella ciao’ Il professor Silvio Suppa spiega: “Il movimento vuole parlare alle forze progressiste, dicendo rimettiamoci in cammino. È una marcia verso il futuro” 6
SARDINE A BOLOGNA I leader fondatori del movimento: Mattia Santori, Giulia Trappoloni, Roberto Morotti e Andrea Garreffa
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Cos’è che tiene unite le Sardine? Come si spiega loro successo? Il movimento creato da Mattia Santori, Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti ha messo insieme tante piccole gocce che, insieme, hanno formato un mare. Dai 6mila di Bologna si è passati ai 100mila di piazza San Giovanni a Roma. Dalla protesta anti-salviniana, si è arrivati alla rivendicazione di valori e diritti civili, fino alla richiesta di una diretta applicazione dei princìpi della Costituzione. L’invasione pacifica del movimento, in appena un mese, ha coinvolto oltre 133 piazze italiane, europee e mondiali. “Il movimento delle Sardine è cominciato a Bologna contro la Lega di Salvini - spiega il professor Silvio Suppa, già docente di Storia delle Dottrine Politiche dell’Università di Bari -. Non è un caso che sia partito da Bologna: aveva un respiro di opposizione democratica al potere della destra, poi è diventato nazionale ed è diventato anche, a Roma in particolare, trans-generazionale. A Roma c’erano anche i residui del ’68, c’erano le persone di settant’anni e più, che stavano manifestando, alcuni noti, altri meno, che cantavano ‘Bella ciao’. Mentre gli organizzatori erano giovani, il seguito di popolo, e non poteva essere diversamente, ha una curva genealogica e di età generazionale incredibile”. C’è forse una domanda di partecipazione
politica alla quale i partiti tradizionali non hanno saputo rispondere? “Eviterei di considerare l’emergere del movimento come il risultato di una crisi della rappresentanza prosegue il professor Suppa - perché nella tradizione italiana abbiamo sempre avuto dei movimenti democratici, che si sono affiancati ai partiti oppure li hanno criticati, ma in una logica di domanda. Piuttosto, leggo una crisi delle risposte che la rappresentanza è in grado di dare, perché c’è una crisi interna ai partiti, che sono rimasti spiazzati e non hanno ancora riposizionato la loro identità nel quadro generale dei caratteri politici della globalizzazione, non solo di quelli economici. Il problema è come si risponde alla crisi nel Paese e alle forme internazionali di questa crisi, che sono le forme della globalizzazione”. Quali risposte hanno dato finora le Sardine a questa crisi, interna e internazionale? “Le Sardine non sono la risoluzione dei problemi, per carità, né penso ad un popolo in piazza ogni anno e ogni mese. Il movimento chiede alla sinistra di essere più carica della sua identità di grande riforma e di democrazia. Qualcuno diceva addirittura: applichiamo la Costituzione, pensa te, mica diceva facciamo un soviet. Quindi, qualcosa che fa capire l’esigenza di una svolta politica nel Paese come svolta democratica e però di sviluppo: queste sono le Sardine. Anche perché i gruppi diri-
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genti dei partiti non sono più capaci di fare questo. Pensano solo alle cariche. Le Sardine non sono un’alternativa ai partiti di sinistra: la loro posizione è sicuramente critica, ma critica di sollecitazioni: fate di più in quanto sinistra. Questo movimento finirà prima o poi, però sa dove va. Vuole parlare alle forze generali della sinistra: nel partito, nel Paese, nella cultura, dicendo rimettiamoci in cammino. È una grande marcia verso il futuro”. Ci sono analogie con i movimenti del passato? “Qualcuno li accosta ai girotondi, ma i girotondi erano manifestazioni di minorità. Di gente che non sapeva che fare. Le sardine invece non hanno fatto i girotondi, hanno compiuto un atto che ha una carica simbolica enorme: hanno preso la piazza, che è un’altra cosa. Hanno quindi una soggettività. Né possono essere accostati al movimento creato da Grillo, che aveva un carattere distruttivo. Questo è un popolo democratico e riformatore, non nel senso del populismo, ma in senso democratico, che non potendo sedere nelle grandi istituzioni e senza peraltro smentire la forza rappresentativa dei partiti, scendono in piazza e pongono il problema di una svolta della sinistra verso un processo di trasformazione democratica del Paese”. I partiti riusciranno a recepire il messaggio delle piazze delle Sardine? Quali risultati è lecito aspettarsi dall’emergere di questo
movimento? “Il fatto che le Sardine vengano fuori è un elemento di domanda di partecipazione. Mi auguro che tutto questo abbia un riscontro nelle nuove posizioni elettorali, come partecipazione al voto, perché l’astensionismo è aumentato a dismisura. Quindi, quello che mi aspetto è un ritorno alla manifestazione del voto, perché il voto incide sul destino nazionale. E quindi spero che le Sardine, dopo aver cantato ‘Bella ciao’, vadano a Bologna e poi in Puglia a votare. Ecco, questo devono fare”. Michele Mitarotondo
LA PIAZZA DI ROMA A San Giovanni si sono riunite oltre 100mila Sardine. Numerose manifestazioni si sono svolte in tutta Europa
Politica
“La mappa dei valori”
Sono dieci i valori fondamentali che le Sardine dovranno diffondere nelle piazze di tutta Italia. Mattia Santori ha delineato le linee guida di una protesta che, in poco tempo, si è trasformata in una richiesta di maggiore partecipazione politica da parte della società civile. I comandamenti delle Sardine non fanno leva sugli slogan, ma sulla rivendicazione di una democrazia più inclusiva. Tra i princìpi enunciati c’è il rifiuto della propaganda e della retorica populista, la valorizzazione di un confronto basato sulla creatività, la non violenza e l’ascolto. La testa prima della pancia e il riconoscimento delle argomentazioni critiche come opportunità di crescita. Per le Sardine, il mondo reale viene prima dei social, perché la piazza è luogo di autentica partecipazione. Inclusività, relazioni umane, empatia, generosità, sono le altre parole chiave che devono spingere le Sardine all’azione, verso un cambiamento da conquistare con coraggio. dicembre 2019
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Le piazze del 2000 dai girotondi rossi ai pesci azzurri
I movimenti di piazza degli ultimi vent’anni mediamente esauriscono nel giro di un paio d’anni la loro spinta propulsiva. Sarà così anche per le Sardine?
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GIROTONDI E SARDINE In alto Nanni Moretti, Franca Rame e Dario Fo in Piazza S. Giovanni. In basso le sardine, stessa piazza, 17 anni dopo
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Negli ultimi due decenni la rivoluzione digitale ha profondamente cambiato la nostra società spostando progressivamente le persone dalle piazze reali a quelle “virtuali”. Ciclicamente però abbiamo assistito alla nascita di movimenti più o meno spontanei che, sfruttando anche le potenzialità del web, hanno sentito il bisogno di riappropriarsi delle piazze vere, quelle della protesta sociale, quelle delle mobilitazioni di massa dei decenni precedenti. Il primo esempio è stato quello dei “girotondini”. Era il 2002, facebook non era ancora nato, e la scintilla fu la dura posizione del governo Berlusconi nei confronti della magistratura. Il 26 gennaio a Milano si tenne il primo “girotondo”, circa 4mila persone formarono una catena umana attorno al Palazzo di Giustizia tenendosi per mano. Tra gli organizzatori Daria Colombo (giornalista e moglie di Roberto Vecchioni) e Ottavia Piccolo. Il volto dei girotondini sarà però Nanni Moretti che, una settimana dopo, partecipando a una manifestazione a Piazza Navona, criticò apertamente i vertici dell’Ulivo, colpevoli di “non saper parlare alla testa e all'anima delle persone”. Il movimento raggiunse il suo apice a metà settembre con una grande manifestazione in piazza San Giovanni a Roma (la stessa delle Sardine n.d.r.) nella quale Moretti ribadì che il movimento non si sarebbe sostituito ai partiti, ma avrebbe, in qualche modo, “vigi-
lato” sulla loro politica. A un anno dalla sua nascita il movimento acclamò Sergio Cofferati come possibile nuovo leader del centrosinistra. La scelta dell’ex sindacalista di candidarsi nel 2004 come sindaco di Bologna rinunciando alla competizione con Massimo D’Alema, all’epoca presidente dei Democratici di Sinistra, coincise con la scomparsa dei girotondi. Nel 2007 è un altro personaggio dello spettacolo, Beppe Grillo, ad infiammare la scena sociale organizzando il “V-day” manifestazione contro tutto il sistema politico italiano e una delle prime iniziative a utilizzare la rete come mezzo di diffusione. Durante l’evento furono raccolte oltre 330mila firme per la presentazione di una legge di iniziativa popolare sui criteri di candidabilità ed eleggibilità dei parlamentari. Nel giro di un paio d’anni, pur conservando il nome movimento, le iniziative di Grillo si istituzionalizzarono in un vero e proprio soggetto politico entrando, di fatto, nel mondo fino ad allora criticato. Nello stesso anno, a dicembre del 2009, ancora Silvio Berlusconi come bersaglio di un nuovo movimento. Il “popolo viola” nasce infatti con l’organizzazione, tramite facebook, di una manifestazione, il “No B day”, per chiedere le dimissioni di Berlusconi da presidente del Consiglio dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Legge Alfano che prevedeva
la sospensione dei processi penali per le 4 più alte cariche dello Stato. Dopo il successo della manifestazione (circa 300mila persone sempre in Piazza San Giovanni) uno degli organizzatori con lo pseudonimo “San Precario” creò una nuova pagina facebook, “Il Popolo Viola”. Il nuovo movimento è stato forse il più evidente esempio delle difficoltà di rappresentanza all’interno di questi gruppi. Dopo la formazione di una sorta di coordinamento nazionale tra i vari nuclei locali, nel giro di poco più di un anno il movimento si frammentò con la nascita di “Resistenza viola” e “Rete Gruppi locali” che poi confluirono nella pagina facebook “Rete Viola” che a oggi conta appena 83mila follower. E infine le Sardine. Stavolta il nemico è Matteo Salvini. Il nuovo movimento è nato per ottenere più presenze in Piazza Maggiore rispetto alla convention bolognese della Lega a favore della candidata a presidente della Regione, Lucia Borgonzoni. La rete è però un mezzo ormai troppo potente e l’iniziativa, più o meno consapevolmente, si è propagata assumendo altre connotazioni, diventando un manifesto generico prima contro il partito di Salvini con lo slogan “la mia città non si Lega” e poi contro il pericolo della deriva fascista e razzista facilitata dal linguaggio dell’odio che sembra pervadere la scena politica italiana. Claudio Carbone
Probabilmente l’enorme diffusione nel tempo e nello spazio della canzone partigiana è in relazione con il fatto di non essere mai stata effettivamente un inno partigiano. Non c’è, infatti, nessuna prova che “Bella ciao” sia stata mai cantata durante la guerra. La sua origine è tuttora molto incerta e la stessa Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) sul proprio sito afferma che la canzone divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra. Giorgio Bocca, scrittore e partigiano, la definì “un’invenzione del Festival di Spoleto” dove, nel 1964, il Nuovo canzoniere italiano ne eseguì due versioni: quella partigiana e quella attribuita alle mondine piemontesi. Sta di fatto che “Bella ciao”, dopo essere diventata inno della resistenza, ha allargato i propri confini, non solo geografici, diventando un simbolo internazionale di lotta contro l’ingiustizia. In Italia la cantò Michele Santoro durante la sua trasmissione “Sciuscià” per protestare contro il cosiddetto “editto bulgaro” (dichiarazioni di Berlusconi che facevano presagire l’estromissione dalla Rai dello stesso Santoro, di Enzo Biagi e di Daniele Luttazzi). Nello stesso periodo la cantavano in piazza i “girotondini”. Negli ultimi anni è stata intonata un po’ dappertutto: nel 2011 dagli indignados davanti alla Borsa di New York, nel 2013 dai dimostranti di piazza Taksim (Istanbul) nelle manifestazioni contro il presidente Erdogan, nel 2015 ai funerali del vignettista Tignous, morto nell’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, e da Alexis Tsipras durante la chiusura della campagna elettorale in Grecia. Qualche anno prima, nel 2012, anche Francois Holland aveva scelto di cantare “Bella ciao” in chiusura della sua campagna elettorale contro la destra di Nicolas Sarkozy. L’aspetto singolare è che qualche anno dopo, nel 2016, i francesi protestano contro la riforma del lavoro dello stesso Hollande sulle note della canzone italiana. Ultimi in ordine di tempo sette componenti della Commissione dell’Unione Europea, tra i quali Paolo Gentiloni, l’hanno cantata nel parlamento europeo.
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Una canzone per ogni stagione
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Bella ciao
DAL VDAY AL NOBDAY A sinistra Grillo al “VDay” di Bologna del 2007. A destra il No B. Day” del “Popolo viola” del 2009 a Genova
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Sardine biancorosse contro le parole d’odio
Seimila adesioni a Bari per il Movimento. Nato a Bologna, si è diffuso a macchia d’olio fino al Mezzogiorno (e oltre)
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A BARI In piazza tra sardine di cartone ed estratti della Costituzione Italiana
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La sardina è un noto pesce osseo marino, una specie gregaria esemplare per la capacità di formare gruppi fitti e disciplinati. Stretti e uniti, proprio come le sardine, anche i baresi hanno aderito all’iniziativa nata a Bologna, per manifestare contro le politiche d’odio. Dalla piazza digitale di Facebook a Piazza Libertà, le “Sardine di Bari” sono cresciute a macchia d’olio, facendo sentire il proprio entusiasmo e il senso di comunità e, accanto a questo, il malcontento nei confronti della politica degli ultimi vent’anni. “La voglia di organizzare una manifestazione a Bari è stata condivisa da tutti fin dall’inizio. Abbiamo visto quello che sta succedendo nelle altre piazze italiane e ci siamo detti che era necessario fare la stessa cosa anche a Bari, per dare un segnale” hanno detto gli organizzatori dell’evento di Bari: Davide Bonadies, Camilla Checchia, Francesca Blasi e Chiara Vitale. Grande la partecipazione al sit in di protesta del 7 dicembre, soprattutto da parte dei giovani: non a caso gli organizzatori dell’evento del capoluogo pugliese sono quattro ragazzi universitari. Una di loro, Camilla Checchia, è intervenuta durante la manifestazione, esprimendo a pieno il pensiero di molti concittadini. “Noi non abbocchiamo, perché a Bari, città medaglia d’oro alla Resistenza, è
stata messa sotto sequestro la sede di Casapound, un partito fascista che trova il suo facile consenso nel disagio sociale ed economico e lo abbiamo fatto grazie a delle mobilitazioni di piazza come questa”. Il movimento, anche a Bari, si è sviluppato in maniera trasversale: aderisce a dei principi universali, tra cui in primis, la gentilezza nel linguaggio, che dovrebbero essere abbracciati interamente dalla politica, che sia di destra o di sinistra. “Ci stiamo battendo per un’ecologia del linguaggio sostenibile, per epurarlo dalle parole d’odio e dagli atteggiamenti aggressivi che potrebbero portare ad un’ulteriore divisione sociale”, ha detto Isabella Capozzi, una portavoce del movimento barese. Né bandiere, né schieramenti. Le Sardine di Bari vogliono schierare in piazza le loro idee, per abbracciare tutte quelle persone che, nonostante appartengano ad una determinata fascia politica, non si sentono rappresentate pienamente. “Non è solo un movimento che va contro: ma si muove anche a favore: della politica seria, dello studio, dell’approfondimento, delle risposte che siano complesse a degli argomenti che non lo sono altrettanto. È come se si volesse mettere da parte il qualunquismo e l’approssimazione”, ha continuato Isabella Capozzi. Marìcla Pastore
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Parole agli studenti
Il discorso di Piero Calamandrei letto durante la manifestazione
Sul palco difronte la Prefettura di Bari, è stato letto un estratto del discorso di uno dei padri della Costituzione: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. 1 – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale”.
POESIA SU SPARTITRAFFICO Un murale sulla statale 100 all’ingresso di via Amendola
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“Bari non si Lega” e a Salvini non abbocca
SARDINE “La Puglia non si Lega” questo lo slogan scelto per la manifestazione. In piazza centinaia di cartonati del movimento
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Le Sardine invadono Bari con più di 5.000 manifestanti in piazza della Prefettura. Fra loro c’è chi chiede al movimento contenuti politici
In piazza della Libertà ondeggiano i pesci di cartoncino diventati il simbolo, a detta delle Sardine baresi, non di un movimento ma di un messaggio contro la politica dell'odio. Dopo l'esordio a Taranto, 5.000 tra ragazzi ed adulti si sono riuniti nel capoluogo pugliese, davanti alla prefettura. "Bari non abbocca", questo lo slogan che il popolo delle sardine pugliesi ha ostentato durante la manifestazione. Il corteo si è aperto con un omaggio a Benedetto Petrone, il 18enne barese ucciso 42 anni fa proprio in piazza Prefettura dopo un brutale pestaggio ad opera di un gruppo di fascisti. Vivo nel corteo il ricordo dell'altro pestaggio, quello del settembre 2018, nel quartiere Libertà, nel quale fu aggredito da alcuni affiliati di Casapound un gruppo di giovani che avevano poco prima manifestato contro l'arrivo dell'allora ministro dell'interno Matteo Salvini. Sul palco si sono alternate le voci dei lavoratori precari e di giovani universitari alla lettura degli articoli della Costituzione, inerenti a temi che caratterizzano il movimento. Al centro della manifestazione questioni come: lavoro, fuga di cervelli, integrazione e immigrazione. “Siamo soddisfatti di come stia andando questo battesimo delle Sardine a Bari- ci dice Francesca Plasi, una delle organizzatrici della manifestazione- la presenza di gente mi ha fatto capire quanto è impor-
tante vedersi in piazza per dirsi in faccia ciò che non va nel nostro Paese”. Francesca è intervenuta anche sul palco della manifestazione difendendosi dagli attacchi sui social, dove l'organizzatrice barese aveva condiviso il suo desiderio di lavorare dopo il conseguimento della sola laurea triennale in chimica. Durante il suo discorso, ha spiegato che “Un Paese come l'Italia ripete sempre che i giovani sono il futuro, senza far nulla per impedire la fuga all'estero dei neo laureati. Occorrono anni e anni di studio prima di poter pensare a prospettive lavorative”. Punti di vista condivisi da Chiara Vitale, un’altra delle organizzatrici dell’appuntamento barese. Chiara ci ha spiegato gli obiettivi di questo incontro: “siamo qui per chiedere che si ritorni a una politica pura, dignitosa, caratterizzata dall'etica e della morale. Siamo in questa piazza per portare temi che attualmente non sono discussi in maniera chiara dall'odierno scenario politico, il quale non si preoccupa di trovare soluzioni efficaci per l'ambiente, il lavoro, l'immigrazione ed emigrazione. I soggetti politici si devono assumere la responsabilità, ricominciando a discutere di queste criticità e tralasciando la propaganda dell'odio e della violenza. Bari è sempre stata accogliente, come l'Italia tutta”. Presenti anche gli altri due giovani promo-
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tori dell’evento: Camilla e Davide. “Siamo convinti che un'Italia più libera e giusta, non solo è possibile ma è necessaria. Vogliamo cambiare il nostro Paese? Allora teniamoci stretti come delle Sardine”, con questo messaggio fatto passare sui social gli organizzatori baresi avevano, nei giorni precedenti, invitato i loro followers. Alla fine del post erano elencati tutti gli oggetti utili alla manifestazione: ovvero sardine di carta colorate da appendere alla lunga rete che ha costeggiato tutta piazza della Prefettura. Sulla lunga rete i messaggi più disparati dei manifestanti: ambiente, sanità, lavoro, istruzione, Meridione. Fra le cose da non portare erano invece indicate le bandiere, manifesti e volantini aventi simboli riconducibili a partiti o associazioni. Come da linea nazionale stabilita per i flash mob, in piazza non c’erano bandiere di partito. Fra le Sardine anche una Sardina immigrata, Micheal arrivato, in Italia su un barcone nel 2014. Lui ha detto la sua durante la manifestazione: “L'Italia ha bisogno di politici capaci e non di persone che dirigono un Paese con le dirette social”, un attacco evidente a chi parla di tematiche complesse come l'immigrazione sulle piattaforme digitali e non nelle sedi competenti. Canti, interventi ma per l’esordio barese qualcuno ha anche pensato ad un inno, che
riassumesse anche le scritte apparse sui cartoncini sollevati sulle teste dei manifestanti: “Bari non si Lega e a Savini non abbocca”. Tante le tematiche contro le politiche della Lega, ma qualche Sardina ha lamentato l'assenza di un ideale unitario all'interno del neo movimento. “Sono uno studente fuori sede ed ho partecipato lo scorso novembre alla prima manifestazione delle Sardine a Bologna- ci racconta Francesco- oggi sono a Bari, nella mia città, per riunirmi alle Sardine e per chiedere che questo movimento assuma anche contenuti politici”. Ma a questo appello gli organizzatori hanno risposto dal palco definendosi “non un movimento ma un unione di persone contro le politiche dell'odio”. Poi hanno aggiunto che: “ questo gruppo è partitico ma non politico”. Meno affollata, ma ugualmente gremita e colorata dai cartonati delle sardine, la manifestazione a Foggia, che si è svolta nello stesso giorno in corso Vittorio Emanuele. A Foggia il comizio si è aperto con “Bella ciao”, il canto partigiano diventato l'inno del movimento nato in Emilia Romagna, ma che ormai ha contagiato tutte le regioni, ed anche la Puglia. “Foggia non si Lega” era scritto sui cartelloni, tutti rigorosamente a forma di sardina. Mariamichela Sarcinelli
LA MANIFESTAZIONE 5.000 persone fra ragazzi ed adulti si sono riunite nel capoluogo pugliese davanti alla sede della prefettura
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Dopo Sardine e Pinguini a Bari arrivano anche i Ricci
SARDINE E PINGUINI I ricci con il loro nome ironico, si prendono gioco e vanno contro i due gruppi popolari del momento
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Nuovo gruppo popolare in Puglia. Nasce dal malcontento di rapporti interni alla Lega ma non sta né con destra né con sinistra
Tra le “specie animali” dei movimenti popolari italiani del 2019, non potevano mancare i ricci di mare, soprattutto se si parla di Bari. “Questo gruppo nasce per contrastare Sardine e Pinguini. Accoglie tutti i sostenitori che sono per la politica che non è né destra né sinistra ma è per chi fa le cose giuste. Infatti, ditemi, c'è qualcuno che fa le cose giuste? Abbiamo ora qualcuno davvero in grado di fare le cose giuste?” Si presentano così i “Ricci baresi” nella loro pagina Facebook che in meno di un mese ha raccolto più di 220 membri. I fondatori, Francesca Zicca e Francesco Loseto, ci raccontano la storia del gruppo, portando alla luce una serie di avvenimenti che hanno segnato la politica pugliese degli ultimi tempi. “Il gruppo dei Ricci nasce per gioco - dice Zicca - ho notato questo boom delle Sardine, poi ho assistito alla nascita dei Pinguini e alla battaglia che è sorta tra questi due gruppi. Li ho trovati ridicoli, mi sembrava di guardare la sfida di un talent show come Amici di Maria De Filippi, dove c’è la squadra bianca e la squadra blu. Parlando con l’altro fondatore ho detto: “ma perché queste Sardine e questi Pinguini non vanno a schiacciare i ricci con il culo?” Poi il riccio di mare, oltre a essere simbolo di Bari e ad essere utilizzato in questo detto tipico barese, è una giusta similitudine, perché noi come gruppo siamo molto pungenti all’esterno ma dentro abbiamo un succo vero, buono, natu-
rale. Raggruppiamo tutti coloro che sono delusi, che non sentono di appartenere a nessun credo politico in questo momento e non si sentono rappresentati da nessuno. Il mio ideale di politico ad esempio era Giorgio Almirante”. Dunque i Ricci non hanno lo scopo di diventare partito, almeno non per il momento. “Non c’è quell’obiettivo - dice Francesca però siamo un gruppo attivo socialmente parlando, che cerca di risolvere problemi pratici e dalle piccole cose vorremmo arrivare a quelle più grandi. Bisogna reimpostare una politica in cui il cittadino si interessa, propone e collabora con i suoi rappresentanti per raggiungere degli scopi. Io ad esempio ho fondato un’associazione che si chiama “Doniamo in libertà dal Libertà”, che si occupa di solidarietà e di temi caldi come ambiente, bambini, povertà. Il metodo utilizzato dai Ricci è simile a quello degli altri gruppi: “Abbiamo utilizzato i social che effettivamente funzionano. Inizialmente avevamo solo un gruppo su Whatsapp in cui ci scambiavamo le idee, eravamo 4/5 persone, subito dopo abbiamo aperto la pagina Facebook. Non abbiamo fatto un butta-dentro, come i Pinguini, che hanno fatto una maratona per raggruppare in 2 giorni 150mila persone e poi in realtà non tutti avevano le stesse idee, non sapevano nemmeno chi era entrato, non si capiva niente. Infatti gira voce che il gruppo Pin-
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guini sia stato già chiuso. Noi non siamo schierati con nessuno, né con Salvini, né con Di Maio, né con Zingaretti. Alcuni di noi hanno avuto esperienze politiche nello schieramento della Lega ma siamo rimasti molto delusi”. Francesco Loseto, l’altro fondatore del gruppo ha specificato infatti: “Il gruppo è nato da uno scontento generale della Puglia a seguito di tutti quegli avvicendamenti che si sono verificati all’interno della nostra coalizione liberale, conservativa, quella del centro destra. Il malcontento è nato quando c’è stato da parte del partito della Lega un commissariamento all’interno del nostro gruppo”. Loseto riporta gli episodi dello scorso aprile, quando, a pochi giorni dalla presentazione delle liste per le consultazioni amministrative ed europee, Matteo Salvini archiviò la Lega pugliese guidata dal leccese Andrea Caroppo (e subito dopo dal segretario regionale Enrico Balducci) e diede vita a “Noi con Salvini” in Puglia, mettendo alla guida del nuovo gruppo l’abruzzese Luigi d’Eramo. Nel nuovo gruppo della Lega venne inserito anche Massimo Casanova, ex proprietario del Papeete, che poi è stato candidato e ha vinto alle elezioni europee. Loseto ha aggiunto: “Lo scontento quindi è nato dall’infiltrazione di questi personaggi, che hanno creato tutt’altro ambiente, cancellando quello che avevamo creato prima. Tra noi Ricci ci sono molti delusi dalla Lega,
provenienti dal quartiere San paolo, da Poggiofranco, dal Libertà”. La Puglia dovrebbe tornare ad avere una politica fatta da programmi seri. Altrimenti si sfocia semplicemente in una tifoseria, fatta di simpatie e antipatie”. I Ricci non sono con nessuno quindi, degli attuali governi e schieramenti hanno una visione negativa. Zicca infatti ha da ridire sia a Di Maio che a Salvini: “Sono dell’idea che la gente che va al potere, come nel caso del Movimento 5 stelle, possa venire dal popolo per rappresentare il popolo, ma debba avere anche le giuste competenze. Qualcuno che ha vissuto le problematiche del popolo, che le ha studiate e che le conosce a fondo. I nostri figli vanno nelle università, con sacrifici, per formarsi. Che esempio si può dare loro se poi al governo vanno persone con la terza media o che sbagliano i congiuntivi? Con tutta l’esperienza che possono avere, ma non avranno mai le competenze di un laureato. Così come penso che Salvini abbia sbagliato a far cadere il governo. Non si può pensare di fare politica come un fashion blogger, pensando a fare serate o selfie. Ricordo quando Salvini è venuto a Bari durante l’ultima campagna elettorale: quando mi avvicinai a lui cercai di parlargli dei problemi dei quartiere e di intraprendere un dialogo, mi rispose: “Si signora, venga, facciamo prima un selfie”. Michela Lopez
ZICCA E LOSETO I fondatori del gruppo “Ricci baresi”, entrambi già con esperienze politiche e impegnati nella società barese
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“Futuro più equo” il grido dei giovani infiamma le piazze Migliaia le persone che dimostrano, dalla Bolivia al Cile passando per la Francia e Hong Kong; proteste contro ingiustizie economiche e di genere
16 BOLIVIA I boliviani sono scesi in piazza dopo i risultati delle elezioni che riconfermavano alla presidenza Evo Morales
In piazza Tahrir, a Bagdad, il simbolo della rivolta è una donna. Con il tradizionale burqua, protesta silenziosamente contro il regime che dal 1 ottobre ha mietuto 360 morti e più di 16mila feriti. La rivolta irachena scoppiata dopo il rincaro del prezzo del greggio non accenna a esaurirsi, anzi. Ogni giorno, nel cuore della capitale dell’Iraq, i giovani che protestano e vogliono cambiare il loro Paese aumentano. È la prima volta, dal 2003, che l’Iraq viene colpito da una rivolta sociale e politica di que-
sta portata. Una pagina nuova per questo Paese che da più di sedici anni non conosce tregua dalla guerra civile. A sorprendere il regime autoritario, il fatto che nelle strade non ci siano sciiti o sunniti, ma solo persone stanche della disoccupazione e della corruzione. Tutti con lo stesso obiettivo: una svolta definita. Iraq è uno dei Paesi più ricchi del Medioriente: ricco di petrolio e di acqua, i servizi ai cittadini sono al minimo storico. L’acqua che esce dai rubinetti non è potabile, nonostante ci siano
I numeri
Il 2019, l’anno delle proteste popolari
L’anno che si appresta a finire, è stato l’anno che ha registrato più proteste popolari in giro per il Mondo; proteste nate soprattutto da movimenti civili e per contrastare il potere dittatoriale dei governi. - Cile: da ottobre, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro le misure economiche restrittive imposte dal governo guidato dal presidente Sebastián Piñera che ha risposto dichiarando lo stato di emergenza; - Ecuador: 12 i giorni di protesta, iniziati tra settembre e ottobre dal movimento indigeno e sostenuta da diversi fronti popolari. Otto i morti, 1340 feriti e 1192 persone arrestate, la dichiarazione dello “stato d’emergenza” e lo spostamento della capitale a Guayaquil; - Bolivia: dal 21 ottobre, nel Paese sudamericano sono scoppiate violente proteste dopo l’annuncio di una possibile rielezione al primo turno di Evo Morales alla presidenza; - Iran: proteste contro l’aumento dei prezzi e il razionamento della benzina, che hanno portato a 208 il numero di manifestanti uccisi; - Hong Kong: A marzo 2019, il governo ha proposto l’introduzione di una norma che avrebbe permesso l’estradizione forzata in Cina. Immediata la protesta che ha portato, dopo mesi, al ritiro della proposta; tuttavia le manifestazioni continuano a causa dell’eccessiva forza usata dalla polizia nei confronti dei manifestanti.
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due grandi fiumi come il Tigri e l’Eufrate. L’elettricità, soprattutto d’estate quando il caldo stringe nella sua morsa, è a intermittenza di due ore. La disoccupazione è al 40% e colpisce soprattutto che ha meno di trent’anni. Non c’è assicurazione sanitaria, gli ospedali anche se pubblici non hanno abbastanza letti e medicine e l’istruzione è ai minimi storici. È per cambiare questo status di cose che i giovani, dalla mattina sino alla sera, si ritrovano nella piazza principale di Bagdad per protestare. Un tendone è stato allestito dove si distribuiscono tè e pasti caldi a chi resta in veglia tutta la notte. Poi, tutti insieme, a pulire le strade e i marciapiedi per rendere Bagdad quella città che sognano. Ma i giovani che protestano non sono solo quelli iracheni. Dall’altra parte del mondo, a essere animate le piazze di Bolivia e Cile. In Bolivia, la rivolta contro l’ormai ex presidente Evo Morales ha preso i tratti di una vera e propria guerra civile: scontri armati tra polizia e manifestanti, per contestare l'estromissione dell'ex presidente indigeno rieletto ad un quarto mandato. Bloccato l'importante impianto per il carburante di Senkata, impedendo il rifornimento della capitale. Mentre nei dintorni della capitale i posti di blocco dei pro-Morales - che chiedono le dimissioni della presidente autoproclamata Jeanine Anez - stanno colpendo anche la distribuzione di prodotti alimentari.
Per ovviare alla penuria di cibo nella capitale, la municipalità e i produttori di pollo di Santa Cruz hanno organizzato una specie di ponte aereo. In Cile, invece, le piazze e le strade sono state invase dai ballerini del “Un Violador en tu Camino”. Un passo a sinistra, per “La colpa non era mia”. Uno a destra, “non per dove mi trovavo, né per quello che indossavo”. Un indice puntato in avanti “Lo stupratore sei tu”. Braccia in alto per difendersi e per urlare “l’assassino sei tu. La colpa non è la mia”. Una danza nata da quattro donne giovanissime per dire basta alla stupro e al femminicidio usato come minaccia dal governo. Un grido di rivolta nato dopo i terribili omicidi di due donne, dopo quello ancora avvolto dal mistero della mimo Daniela Carrasco e della fotografa Martinez Burgos brutalmente stuprate e poi assassinate. Danzano bendate, in onore di tutte le vittime senza volto, e vestite di rosso. Con la loro denuncia – Lastesis è il nome della protesta hanno svegliato le coscienze anche di Australia e India, sconvolta dall’ultimo caso di femminicidio. “In Cile, lo stupro e la violenza sessuale sono usate per intimorirci e impedirci di protestare scrivono le quattro fondatrici nel loro manifesto “Lo Stato oppressore è lo stupratore”. Simona Latorrata
17 LA PROTESTA “Un Violador en Tu Camino” è il nome del flashmob nato in Cile dopo il brutale assassinio di Daniela Carrasco
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L’autunno caldo del Sudamerica riempie le piazze Nelle ultime settimane in Cile, Ecuador, Colombia, Bolivia e Perù la gente è scesa in piazza per protestare. Dalla richiesta di uguaglianza ai colpi di stato
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LA WHAPILA La seconda bandiera ufficiale della Bolivia, rappresenta tutte le etnie indios. Sopra, sostenitori di Morales
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È stato senza dubbio un “autunno caldo” per il Sudamerica. Ci sono state, e ancora sono in corso, immense proteste, tutte caratterizzate da una grande mobilitazione popolare che ha riempito le piazze. Tuttavia, non tutte sono uguali. Anzi, ci sono grosse differenze a seconda delle ragioni per le quali sono nate e, di conseguenza, tra chi va a riempire le diverse piazze del Sudamerica. In alcuni Paesi si rivendica maggiore uguaglianza sociale (in Ecuador a causa della revoca dei sussidi per il carburante), in altri si manifesta contro enormi scandali di corruzione (Perù) e in altri ancora dalle proteste sono nati tentativi di colpi di Stato, più o meno riusciti. Non è certo un’esclusiva latina. La discesa in piazza è tornata a essere il “modus operandi” preferito dal popolo per farsi ascoltare dai potenti, a ogni latitudine. L’esempio più famoso è quello di Hong Kong, dove dalla fine di aprile centinaia di migliaia di persone protestano contro il governo locale per la democrazia. Insomma, mentre in Italia migliaia di persone hanno riempito piazza San Giovanni a Roma (lo scorso 14 dicembre) con il movimento delle Sardine per dire “no” al sovranismo, senza, però, portare contenuti, in altre parti del mondo la gente scende in piazza con rivendicazioni molto più concrete. Tutto è iniziato dai disordini in Venezuela, quando il leader dell’opposizione Juan Guaidó, lo scorso 22 gennaio, si è autoproclamato presidente ad interim, a discapito del dittatore Nicolas Maduro. Il colpo di stato è, però, fallito per il mancato sup-
porto dei militari. Il golpe è, invece, riuscito in Bolivia. Alle elezioni dello scorso 20 ottobre, Evo Morales, primo indio a diventare presidente, è stato riconfermato. Tuttavia, il giorno dopo ci sono state proteste in diverse città per via dei risultati preliminari: il Tribunale Elettorale, all’84% degli scrutini e con Morales al 45.3% e lo sfidante Carlos Mesa al 38.2%, ha smesso di aggiornare il risultato. In base alle regole elettorali boliviane è previsto un ballottaggio se nessun candidato supera il 50%, o se il più votato non ha un distacco del 10% sul secondo. Alla ripresa degli aggiornamenti Morales aveva vinto evitando il ballottaggio. I sostenitori di Mesa non hanno accettato il risultato e sono scesi in strada a protestare, in modo anche violento. I parlamentari del partito di Morales, Movimiento al Socialismo (Mas), sono stati aggrediti e gli uffici elettorali sono stati incendiati. Patricia Arce, sindaca del Mas, è stata attaccata dai manifestanti antigovernativi: le hanno tagliato i capelli, versato addosso della vernice rossa, l’hanno costretta a camminare a piedi nudi e firmare una lettera di dimissioni. Con il crescere della tensione, mentre Morales affidava all’Osa (l’Organizzazione degli Stati Americani) di verificare il risultato delle elezioni, bisogna dire poco trasparenti, l’esercito si è ammutinato. Su “consiglio” del generale William Kaliman, pronto a intervenire in caso di risposta negativa, l’11 novembre Morales è stato costretto a dimettersi e a fuggire in Messico. Il 13, la senatrice di opposizione Jeanine Áñez si è autoproclamata presidente. Tuttavia, lo ha fatto senza il quorum necessario nel parlamento, quasi deserto perché i
parlamentari di Morales erano assenti, per protesta o perché in fuga dalla violenza degli oppositori. In risposta alle proteste dei sostenitori di Morales, il governo della Áñez ha approvato un decreto che esenta le forze armate dalle responsabilità penali. Inoltre, ha fatto sapere che c’è un mandato di cattura su Morales, al momento in Argentina. Di tutt’altro tenore sono le manifestazioni che hanno scosso la Colombia e il Cile. Dal 18 ottobre Santiago è scossa da proteste antigovernative molto violente, che hanno provocato la morte di decine di persone e il ritorno dei militari per le strade. Il presidente, il conservatore Piñera, ha dichiarato lo stato di emergenza e garantito poteri straordinari a polizia ed esercito. Le proteste sono iniziate dopo l’approvazione di una legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale. Le piazze si sono affollate di giovani, che non hanno vissuto la dittatura e non concepiscono l’idea di rimanere in silenzio. L’intensità della protesta è aumentata gradualmente, con Piñera incapace di fare qualcosa per allentare la tensione, oltre a ritirare la legge contestata. La repressione è stata molto violenta, tanto che molti hanno associato la brutalità della polizia contro i manifestanti a quella perpetrata ai tempi del dittatore Augusto Pinochet. L'Ufficio dell'Alto commissario Onu per i diritti umani, in un rapporto sulle proteste in Cile, ha riportato casi di tortura, stupri e altre forme di violenza sessuale da parte della polizia contro persone trattenute in detenzione, molte delle quali arrestate arbitrariamente. Luigi Bussu
In Colombia la piazza chiede cambiamento. Il 21 novembre migliaia di persone hanno affollato Plaza de Bolivar, nella capitale Bogotà. Studenti, professori, lavoratori e disoccupati hanno scioperato contro i tagli alle pensioni e le nuove tasse previste dalla legge di bilancio proposta dal presidente, il conservatore Ivan Duque. Da allora ci sono stati altri due grandi scioperi nazionali, l’ultimo lo scorso 4 dicembre, ma le manifestazioni sono state giornaliere in tutte le maggiori città. Secondo il quotidiano locale El Espectador è la più grande protesta sociale della storia recente della Colombia. Le motivazioni che hanno dato il via alla mobilitazione sono state un pretesto. Le manifestazioni sono, infatti, spontanee, apartitiche, senza leader e non nascono da associazioni per rivendicare obiettivi specifici. Si protesta per avere più giustizia sociale e, soprattutto, contro Duque. Il presidente è accusato di fare gli interessi della parte più ricca del Paese ed è crollato nei consensi: per il settimanale Semana, 8 persone su 10 pensano che la situazione generale sia peggiorata con lui al potere. C’è, inoltre, un forte malcontento per il mancato rispetto degli accordi di pace del 2016 siglati con i ribelli delle Farc (Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), che hanno chiuso decenni di sanguinosa guerra civile. Due ex comandanti, Jesus Santrich e Ivan Marquez, hanno annunciato di voler tornare alla lotta armata. Il presidente non avrebbe fatto abbastanza per integrare gli ex combattenti, spesso uccisi per ritorsione nell’indifferenza dello Stato. Molti protestano anche in difesa delle minoranze indigene, i cui leader, presi tra i gruppi che gestiscono i cartelli della droga e le ingiustizie del governo, vengono assassinati. Duque ha risposto alle proteste schierando l’esercito nelle strade, aumentando le attività di intelligence e con il coprifuoco. Eppure, il rumore delle pentole colpite dai cucchiai nei cacerolazos (come sono chiamate le manifestazioni) non si è mai fermato ed è, anzi, arrivato fin davanti al complesso residenziale in cui vive il presidente. Le manifestazioni, a parte qualche episodio di vandalismo, sono pacifiche. Il 23 novembre il 18enne Dilan Cruz è stato ucciso da un proiettile sparato dagli agenti e ci sarebbero altre vittime legate alle proteste. In più, la polizia è stata filmata mentre caricava manifestanti su auto senza insegne. Ivan Duque prende tempo, tra la difficoltà di trattare con i manifestanti (senza referenti) e il suo partito, Centro Democratico (diviso tra chi vorrebbe un’azione repressiva più decisa e chi appoggia le proteste). Spera che le proteste si sgonfino da sole, ma l’intensità dei cacerolazos non accenna a diminuire.
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Il rumore della protesta spontanea
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In Colombia
CACEROLAZOS Così sono chiamate le proteste colombiane a causa del rumore fatto dai tegami colpiti dai manifestanti nei cortei
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Il quarto Forum delle Giornaliste del Mediterraneo
"Creare ponti, abbattere muri: promuovere una riflessione sul ruolo delle reporter di frontiera, come presidio di Democrazia, dunque di Pace"
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GIULIA GIORNALISTE L’associazione che lotta contro gli stereotipi di genere e il “tetto di cristallo”
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Da quattro anni in Puglia si celebra il giornalismo d’inchiesta, tutto al femminile. Il “Forum delle Giornaliste del Mediterraneo”, nato nel 2016 da un’idea di Marilù Mastrogiovanni e organizzato da “Giulia giornaliste”, dà voce alle donne e alle giornaliste di tutto il mondo per costruire ponti sulla libertà d’informazione e distruggere i muri delle discriminazioni di genere. Professioniste impegnate sui fronti di guerra, colleghe che si occupano di criminalità organizzata, hanno la possibilità di raccontare le proprie esperienze e di trasmettere il proprio coraggio grazie all’evento che viene organizzato, non a caso, durante il mese di novembre, in corrispondenza della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’obiettivo del Forum è costruire una rete internazionale per realizzare nuovi progetti al servizio delle giornaliste d’inchiesta e della libertà di stampa; valorizzare il lavoro delle reporter di frontiera, di periferia, territoriali, e promuovere il ruolo di "guardiane della democrazia", women rights defenders. Il tema della quarta edizione è provocatorio: “I diritti delle donne, sono diritti umani?” ed è stato spiegato attraverso le storie, i reportage e le testimonianze che di-
mostrano come questa domanda sia ancora in cerca di risposte. Annunciate giornaliste e reporter indipendenti, chiamate a difendere i propri diritti di donne prima ancora della libertà di espressione, accanto a esperte, attiviste, scienziate e ricercatrici universitarie, tutte impegnate su diritti umani e 'gender studies' nelle diverse sponde del Mediterraneo. Taranto Brindisi e Bari le tappe del tour della tre giorni del quarto appuntamento, in cui si è discusso sulle emergenze del nostro panorama politico e sociale, attraverso gli sguardi delle donne. Alle relatrici il compito di narrare la loro “guerra” personale, per affermare il diritto a raccontare la lotta contro le discriminazioni e gli stereotipi. In conclusione è stata presentata la ricerca “Tra precarietà e minacce: lo stato dell’informazione in Puglia. Uno sguardo a ‘Sud’, di genere e generazionale sul fenomeno mondiale della pressphobia”, finanziata dal Corecom Puglia e realizzata dall’Università di Bari, in collaborazione con l’Ordine regionale dei giornalisti e Assostampa. L’associazione Giulia (Giornaliste Unite Libere Autonome), da anni si occupa di restituire alle donne visibilità e riconoscibilità dei ruoli. Per questo al termine della tre
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giorni è stato presentato un Protocollo d’Intesa per l’utilizzo del linguaggio di genere nei documenti della Pubblica amministrazione, chiamando a raccolta i massimi esponenti di Istituzioni, sindacati, mondo accademico e associativo. L’importanza del saper scegliere e usare le parole giuste è uno dei principali obiettivi di Giulia: un linguaggio privo di stereotipi e declinato al femminile, al fine di modificare lo squilibrio informativo sulle donne; GIuLiA si batte affinchè le giornaliste abbiano pari opportunità nei luoghi di lavoro, senza tetti di cristallo e discriminazioni. “Che genere di notizia, Che genere di guerra. La voce delle donne dai luoghi caldi dei conflitti sociali, politici, religiosi, ambientali”. L’attenzione, quindi, si incentra sul doppio ruolo che svolge la giornalista: donna e testimone. Raccontare le difficoltà per riuscire a ottenere le giuste cure di base per i bambini e per le loro madri, in luoghi con evidenti mancanze sanitarie, come ad esempio nel Corno d’Africa, implica che le giornaliste abbiano fatto esperienza sul posto, in prima persona, vivendo sulla propria pelle le criticità. O che si tratti di guerre dimenticate, come quella nello Yemen o in Sudan, di raccontare la mafia in provincia o la resistenza
delle soldatesse curde, per arrivare ad un tema meno sanguinoso come quello che riguarda la disparità di genere nel mondo dello sport. Lo scopo è quello di cancellare il silenzio. Al Forum anche la mostra fotografica "Snapshots from the borders", nell'ambito dell'omonimo progetto Ue, dell'inviata Graziana Capurso della Gazzetta del Mezzogiorno, a Cipro per indagare le politiche dell'accoglienza. Marìcla Pastore
RIPARTIAMO DAL SUD “I diritti delle donne, sono diritti umani?” è il tema della quarta edizione del Forum
Passiamo ai fatti
“Output” concreti del Forum
Nella prima edizione il protocollo d’intesa tra Regione Puglia, Giulia giornaliste, Ordine dei giornalisti, Assostampa e testate regionali pugliesi, per l’utilizzo del linguaggio di genere nei giornali, nelle tv, nelle radio, nei documenti della Pubblica amministrazione, redatto da Giulia giornaliste in collaborazione con la consigliera di parità, UniSalento e UniBa. Nella seconda edizione del Forum, la presentazione del “Manifesto di Venezia” e del relativo libro sul linguaggio della violenza. Nella terza edizione la “Banca delle 100 esperte”, realizzata dall’associazione Giulia giornaliste. Nella quarta edizione presenteremo la “Carta di Assisi” per un giornalismo etico e il Manifesto “Media donne e sport”, due nuove linee guida per l’applicazione della deontologia professionale nella pratica giornalistica. dicembre 2019
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Tra minacce e precarietà l’informazione in Puglia
LOGO Il Corecom Puglia che insieme al Master si è occupato di portare avanti la ricerca-inchiesta
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La ricerca-inchiesta è stata condotta dal Corecom insieme al Master in giornalismo ed è stata presentata al Forum Giornaliste del Mediterraneo
Ogni giorno, in Italia, un giornalista sa che dovrà correre il doppio di ogni altro professionista per potersi vedere riconosciuta almeno metà della dignità nel suo lavoro. In un Paese in cui il giornalismo molto spesso è visto come un hobby e non come una professione, la Puglia rispetta esattamente il trend nazionale. Per le donne, il gender gap a livello regionale, a loro scapito si fa ancora più accentuato rispetto al dato italiano. Infatti, secondo l’Osservatorio AGCOM del 2016, l’insieme dei giornalisti attivi in Italia è composto da 14.816 donne (pari al 41,6% del totale) e 20.803 uomini (58,4%). In Puglia, l’ago della bilancia si sposta decisamente a favore degli uomini che, nel 2019, su un campione di circa il 10% del totale degli iscritti all’Ordine, sono il 61,9% (2805) contro il 38,1% delle donne (1728). I dati pugliesi sono stati rilevati dalla ricercainchiesta “Tra precarietà e minacce: lo Stato dell’informazione in Puglia” portata avanti dal Master in giornalismo dell’Università di Bari in collaborazione con il Corecom Puglia. La parte più consistente della ricerca è stata fatta attraverso un questionario anonimo a tutti gli iscritti all’Ordine dei Giornalisti della regione e ad Assostampa a cui hanno risposto 465 appartenenti al mondo del giornalismo pugliese. Il 10,2% del totale degli
iscritti. Oltre alla rilevante discrepanza di numero di iscritti in base al genere, i fenomeni rilevati sono altri e ben più gravi: le minacce nei confronti dei giornalisti, le barriere all’ingresso delle professioni e infine le discriminazioni nei confronti delle donne in fatto di credibilità e di salario. Per quanto riguarda le minacce, i giornalisti pugliesi che ne hanno ricevute sono il 31,4% del campione intervistato. Secondo la media, un giornalista su tre in Puglia svolge il proprio lavoro sotto un qualche tipo di pressione. Le più diffuse sono le telefonate di diffida, ma le querele temerarie, le lettere minatorie e le aggressioni fisiche sono fenomeni che stanno avendo un’ascesa preoccupante. In incremento è anche una pratica illegale a cui sono sottoposti gli aspiranti pubblicisti. I pubblicisti, invece, costituiscono la parte più consistente del campione della ricerca: poco più dell’81%. In Italia, per diventare giornalista pubblicista ci sono delle specifiche regole che poi possono anche subire delle piccole variazioni da regione a regione. Generalmente, è necessario presentare all’Ordine della propria regione la copia degli articoli pubblicati sulla testata con la quale si è collaborato, il certificato firmato dal direttore della testata che
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attesti la collaborazione e, cosa più importante, i documenti che accertino l’avvenuta retribuzione per gli articoli redatti negli ultimi 24 mesi. Ebbene, sempre più spesso succede che siano proprio gli aspiranti pubblicisti a dover pagare le testate per poter essere accolti nelle redazioni e svolgere il loro praticantato. In Puglia, succede anche questo. Ma sono sicuramente le donne a subire il trattamento peggiore. Il 48% delle intervistate afferma di aver ricevuto, in fase di colloquio, domande sul proprio stato civile, su una reale o ipotetica maternità, addirittura sul reddito del proprio compagno; il 94,1% non ha mai beneficiato di un avanzamento di carriera; poco più della metà sostiene di ricoprire mansioni inferiori alla propria preparazione e il 44,7% ha sentito in redazione frasi sessiste verso altre colleghe (“…ha fatto carriera grazie ad altre doti” oppure “le donne sono soggette a sbalzi d’umore”). Tra i pochi dati positivi si rileva che il 55,9% ha dichiarato di ricevere uno stipendio pari a quello dei colleghi uomini e il 50,6% che all’interno della redazione esiste un protocollo per il corretto utilizzo del linguaggio di genere. La seconda parte della ricerca ha previsto delle interviste ai vertici delle maggiori testate locali (tv, radio, cartaceo e web). Dalle
parole dei direttori si avverte chiaramente quanto questi fenomeni siano poco avvertiti “ai piani alti”. È il cosiddetto fenomeno di scollamento tra i vertici e la manodopera. Il gender gap e in particolare il gender pay gap sono avvertiti come problemi inesistenti, che riguardano solo il passato della professione. I dati, invece, dimostrano il contrario. Sarà difficile riuscire a imboccare una nuova strada fino a che chi dovrebbe risolvere questi problemi continuerà a ignorarli. Maria Cristina Mastrangelo
PRESENTAZIONE Marilù Mastrogiovanni presenta l’inchiesta durante il Forum delle Giornaliste
Soluzioni
Quali le proposte?
In base a quanto emerso dalla ricerca-inchiesta, si propongono due diversi output: il primo, la costituzione di un Osservatorio permanente sulla libertà d’informazione in Puglia; il secondo, l’approfondimento di nuovi format che sfruttino le potenzialità dei nuovi mezzi e della comunicazione per venire incontro alle esigenze di approfondimento degli utenti (manifestate attraverso dei questionari sottoposti a fruitori di web e social network). L’attivazione, da parte del Corecom Puglia, di un Osservatorio permanente rappresenterebbe un passo decisivo per tutelare la categoria e depotenziare le minacce nei confronti dei giornalisti. Per quanto riguarda la nuova informazione, gamification e realtà virtuale sembrano attualmente due frontiere da conquistare perché l’utenza pugliese, e di riflesso tutto il panorama degli spettatori, possano finalmente fruire di un’informazione seria e di qualità, attraverso strumenti che facilitino l’approccio alla notizia. dicembre 2019
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Giuliana Sgrena in “guerra” contro le fake news Vittima di uno dei rapimenti più misteriosi del giornalismo italiano. Al Forum ha presentato il suo libro sulla mala-informazione
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AL FORUM Giuliana con i 10 ragazzi del master in giornalismo dell’Università di Bari durante la terza giornata del Forum
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Una delle ospiti più attese della quarta edizione del Forum delle Giornaliste del Mediterraneo è stata Giuliana Sgrena. Cronista piemontese, ha scritto per Il manifesto dal 1988, per il mensile Modus vivendi dal 1997 e per il settimanale tedesco Die Zeit. Si è sempre occupata di questioni legate alla condizione femminile e al mondo arabo e ha avuto modo di realizzare numerosi resoconti da zone di guerra, tra cui Algeria, Somalia ed Afghanistan. La storia e la carriera di Giuliana sono cambiate radicalmente il 4 febbraio 2005, quando venne rapita dall'Organizzazione del Jihād islamico, mentre si trovava a Baghdad, in Iraq, per realizzare una serie di reportage per il suo giornale. È stata liberata dai servizi segreti italiani il 4 marzo, in circostanze drammatiche che hanno portato al suo ferimento e all'uccisione di Nicola Calipari, dirigente dei servizi di sicurezza italiani (SISMI), che dopo lunga ed efficace trattativa la stava portando in salvo. La liberazione è avvenuta a fronte del pagamento di un riscatto di oltre 5 milioni di euro. Durante il trasferimento all'aeroporto di Baghdad, l'auto sulla quale viaggia la giornalista fu illuminata da un potente faro ed investita da una pioggia di colpi sparati da parte dei soldati statunitensi. Nicola Calipari, rimane ucciso sul colpo, raggiunto da un proiettile alla testa nel tentativo di proteggere la giornalista. La storica firma del Manifesto tutt’oggi sull’epi-
sodio più drammatico della sua vita afferma: “Ho conosciuto Nicola per 20 minuti, il tempo del tragitto in macchina, era una brava persona. Tra gli agenti segreti ci sono sicuramente brave persone, però non tutti lo sono. Tant’è che la vicenda della sua uccisione ha suscitato molti dubbi che riguardano anche servizi segreti. E’ solo uno dei tanti misteri italiani che non si è voluto chiarire”. Poi ha aggiunto: “Anche quando sono stata liberata, nel momento in cui mi sono resa conto di poter essere libera veramente si è scatenata un’altra tragedia, è stato il momento in cui è stato ucciso Nicola Calipari quindi io non ho mai potuto essere contenta di essere libera. Il momento in cui avrei dovuto raggiungere la felicità è stato in realtà il momento peggiore”. Al Forum però, Sgrena è arrivata per parlare principalmente di fake news: il suo nuovo libro, “Manifesto per la verità” fa una diagnosi impietosa, quasi crudele dei mali dell’informazione di oggi, soprattutto quando si parla di donne, di guerre, di migranti. Secondo la giornalista infatti: “Nessuno oggi ti garantisce la verifica dei fatti, nemmeno le agenzie di stampa. L’ideale sarebbe andare sul posto, anche se oggi non è così facile, soprattutto perché i giornalisti ormai sono un obiettivo molto bersagliato, da rapire per fare soldi. Se non si può andare sul luogo direttamente, si devono fare delle ricerche accurate. Bisogna prendere delle notizie che hanno una fonte
t ia iz in L’
I dati
Osservatorio Agcom sulla disinformazione
certa e dare informazione sulla fonte. Inutile dire che bisogna evitare il copia e incolla da internet perché è fuorviante”. Sgrena non crede nella verità assoluta, ma secondo lei bisogna andare in ogni situazione a cercare quel pezzo di verità che possiamo raccontare, senza dare niente per scontato. “Le verifiche non sono mai troppedice- purtroppo viviamo in un mondo in cui per social e web ci sono sempre e ovunque notizie false e si diffondono sempre più. Anche quando c’è una rettifica, il raggio di diffusione della rettifica sarà sempre minore, non attecchirà e non avrà la stessa visibilità della falsità”. Poi continua: “Ho vissuto sulla mia pelle una situazione particolare: da giornalista che fa informazione mi sono trovata ad essere io stessa una notizia e gli altri scrivevano su di me quindi ho potuto verificare quanta violenza e superficialità si usa nel raccontarele cose. Tanti colleghi estrapolavano una parola da una mia frase e ne cambiavano il contesto, travisando il significato. E questo fa molto male”. La scrittrice parla anche di televisione: “Vedo trasmissioni che presentano pezzettini di interviste per dimostrare solo quello che vogliono sostenere, per dimostrare le loro tesi. Io per prima lavoro per un giornale di parte, però quando andavo nei luoghi di conflitto, pensavo di trovare una situazione, facevo delle ipotesi e poi magari arrivavo lì e trovavo tutt’altra situazione. Quindi verifi-
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La disinformazione prodotta in Italia (da siti web, pagine e account social) nel primo bimestre del 2019 mostra un andamento crescente. In particolare la disinformazione prodotta giornalmente nel primo bimestre 2019 rappresenta il 7% dei contenuti online. Si stima che un sito di disinformazione pubblichi, in media, 5 nuovi articoli al giorno. Per quanto riguarda le categorie più colpite dalle fake news, al primo posto si riconfermano i fatti di cronaca, come nel 2018. Seguono politica, che si conferma al secondo posto, e scienza e tecnologia, in leggera riduzione. I 5 principali argomenti oggetto di trattazione nel primo bimestre del 2019 riguardano la cronaca nera e giudiziaria, la politica e gli affari di governo, il lavoro e gli stili di vita, le questioni economiche, e le condizioni meteorologiche. M.L cavo e se le mie idee non erano giuste le cambiavo. L’importante è mettersi sempre in gioco. Molti colleghi invece arrivavano con il pezzo già scritto e lo mandavano appena scesi dall’aereo. Non bisogna mai credere di sapere tutto. C’è sempre da imparare”. Sgrena ha raccontato una serie di esperienze fuori e dentro le redazioni, di notizie drogate, di come ad esempio certe news non vengono date perchè ”se non ci sono immigrati nella tragedia, non ne vale la pena”. La guerra poi, potrebbe essere considerata la culla delle fake news. A partire dal cormorano nero della guerra del Golfo fino appunto alla guerra dell’Iraq, nata su una grande fake news ossia sulla falsa convinzione che Saddam Hussein possedesse armi di distruzioni di massa. Uno dei fatti che più l’ha indotta a scrivere il libro fu l’arrivo degli americani a Baghdad e la loro famosa immagine mentre buttano giù la grande statua di Saddam Hussein. “Si sparse in giro per il mondo l’idea che gli iracheni fossero lì ad adorare e festeggiare gli statunitensi. In piazza in realtà c’eravamo solo noi giornalisti con i nostri collaboratoridice Sgrena - subito dopo mi ha chiamata una radio italiana dicendomi “raccontaci dei festeggiamenti degli iracheni”, ho risposto: “La gente del posto non c’è, sono tutti chiusi in casa”.
GIULIANA SGRENA La giornalista è stata impegnata anche in politica, candidata due volte alle europee (nel 2009 e nel 2014)
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Giornalismo più libero? Dateci più Ossigeno
SPAMPINATO A BARI Il 22 novembre, nell’ex Palazzo delle Poste. A destra il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna
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Rafforzare le reti di solidarietà e far fronte comune a minacce e querele: l’appello del direttore dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione
“Il mestiere del giornalista è come quello del pompiere: deve andare dove c’è il fuoco che brucia. Se scappa, è uno fa finta di fare il giornalista e rischia di mettere in pericolo chi lavora seriamente”: sono le parole di Alberto Spampinato, direttore dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione al “Forum delle giornaliste del Mediterraneo”. Fratello di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso dagli uomini di Cosa Nostra in Sicilia nel 1972, Alberto ha fatto della libertà di stampa e del diritto di raccontare la realtà senza bavagli, il suo pane quotidiano. Già quirinalista dell’Ansa, ha fondato nel 2008 l’osservatorio che ha l’obiettivo di monitorare le minacce e gli abusi nei confronti degli operatori dell’informazione. In Italia, dalla nascita di Ossigeno a novembre 2019 (i dati sono stati aggiornati in vista del “Forum delle giornaliste del Mediterraneo”) si contano 3999 minacce ai giornalisti. Verificate e classificate in dettaglio una per una e rese note con i nomi delle vittime, pubblicati sul sito web di Ossigeno. Solo nell’ultimo anno nel nostro Paese le minacce sono state 399. L’osservatorio ne ha classificate 221: 116 uomini, 34 donne, 71 non definite. E in Puglia? Dall’inizio dell’anno sono stati minacciati otto giornalisti: sette uomini e una donna. Dietro i numeri, le persone e i fatti. Che devono far riflettere. Le legislature cambiano, ma le leggi come quella sulle querele temerarie, non vengono approvate. Forse perché,
ha detto Spampinato, “la politica non vuole rinunciare al fatto che si possa usare la querela come un’arma di intimidazione quando i giornalisti pubblicano cose che a loro non piacciono”. Con il rischio che i giornalisti, soprattutto i freelance che sono meno tutelati, si autocensurino. La disfatta del giornalismo. Una conquista tuttavia c’è stata: grazie ad Ossigeno anche il sindacato e l’Ordine dei giornalisti hanno deciso di costituirsi parte civile nei processi, ma spesso – ha sottolineato Spampinato - rimane il preconcetto che il giornalista minacciato in fondo se l’è cercata. Poche garanzie dentro e fuori dalle redazioni. Perché spesso i primi a non fare squadra sono proprio i colleghi. Allora come difendersi? È di nuovo Spampinato che ha provato a rispondere: “Bisogna fornire come cronisti, come redattori, direttori delle varie testate, un’informazione più ampia, completa e continuativa sulle minacce che colpiscono i loro colleghi e impediscono ai cittadini di conoscere tutti i fatti di pubblico interesse”. In altre parole: dare un contesto ai fatti cercando di far comprendere ai lettori che non si tratta di episodi isolati. Pensiamo al caso del direttore di “Campania notizie” Mario De Michele, minacciato di morte lo scorso novembre a causa delle inchieste su alcuni Comuni campani sciolti per infiltrazioni della Camorra. Se hanno provato a togliere di mezzo un giornalista, è perché il suo lavoro stava minando gli interessi di qualcuno: dei mafiosi. Quindi qual
t ia iz in L’ a iv MINACCE IN AUMENTO In dettaglio il tipo di minacce nei confronti delle giornaliste italiane registrate nel 2019. Fonte: Ossigeno
è la notizia? Il giornalista minacciato dalla mafia o la mafia che in quel territorio fa affari con la politica? Il filo è sottile. Chi maneggia le parole e l’opinione pubblica lo sa. Spampinato l’ha definita la “tecnica” della disinformazione. Che non è solo di chi non legge o non ascolta tele e radio giornali, ma è anche dei giornalisti che, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per incapacità, omettono parti di informazioni, di contesti appunto. Facendo a pezzi una realtà già frammentata, per usare un’espressione cara a Papa Francesco. Si fa presto a dire sentinelle o cani da guardia della Democrazia. Quando alle spalle non si hanno redazioni solide o contratti di lavoro dignitosi, parole come libertà d’informazione, diritti, sono utili solo a riempirci la bocca, a farci credere di non essere servi di nessuno. Tanto ai copia e incolla dei comunicati stampa o altro che si fanno stando seduti dietro comode scrivanie, ai “Sì direttore, la penso anch’io come lei”, non fa caso nessuno. L’importante è portare a casa il pane. Se si decide, invece, di lavorare da freelance, allora sì che si è liberi. Liberi e senza tutele. Ma diciamolo: oggi la bestia nera del precariato non risparmia più nessuno. Non parliamo poi del giornalismo d’inchiesta. Quello che “nobilita” il mestiere. Quello per cui se vieni colpito da una pallottola, o sei costretto a vivere sotto scorta, allora forse vali qualcosa. Per qualche giorno, poi cala di nuovo il sipario. Anna Piscopo
Intervista a Marilù Mastrogiovanni
Più etica e qualità per la stampa
Fondatrice del Forum e del giornale “Il Tacco d’Italia”, Marilù Mastrogiovanni (50 anni), salentina, vive da qualche anno sotto protezione a causa di alcune inchieste sulla Sacra Corona Unita. Chi ti ha minacciato è riuscito ad ostacolare le tue inchieste? Si, è riuscito perfettamente. Quando fai questo lavoro, metti in conto che possano arrivare delle querele. Il problema è l’abuso che se ne fa per scopi intimidatori. C’è la volontà politica di fermare questi abusi? No perché la maggior parte delle querele arriva proprio dal mondo dei politici, degli imprenditori cioè dal mondo dei “colletti bianchi” che è anche il mondo in cui negli ultimi 20 anni si è mimetizzata la criminalità organizzata di stampo mafioso. Loro cercano persone contigue ai clan per chiedere supporto, appoggio e protezione in cambio di voti e appalti pubblici. Come difendersi dalle querele? Con la verifica dei fatti e l’esplicitazione delle fonti. Qual è oggi il problema dell’informazione? È venuto meno l’ancoraggio alle redazioni. Ci sono troppe carte deontologiche e pochi giornalisti che le rispettano. L’ultima è quella di Assisi, un decalogo per un giornalismo più etico. Ci ricorda di dare sempre il contesto e i dati quando raccontiamo un fatto. L’opinione pubblica non si forma con “pillole” di notizie. Come vedi il futuro del giornalismo pugliese? Proiettato verso il Mediterraneo, verso l’Europa e verso i fenomeni globali. Deve saper dialogare con gli altri Paesi e conoscere le lingue. Come ti vedi tra 20 anni? Spero di riuscire a essere libera pagando meno prezzi e scrivere di più. dicembre 2019
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Liberté, egalité fraternité a tutela dell’informazione
La giornalista francese Pauline Adès-Mével, dal 2016, è la portavoce di RFS per quanto riguarda l’Europa e i Paesi Balcanici
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LA CARTINA La libertà di stampa nel 2019 nel mondo. La scala cromatica va dal nero (condizioni critiche) sino al giallo
Quarantanove giornalisti uccisi in tutto il mondo dall’inizio dell’anno. Quattrocento sono in carcere, metà dei quali arrestati in Cina, Egitto ed Arabia Esaudita. Sono questi i numeri forniti da Reporter senza Frontiere, nel giorno in cui viene diffuso l’annuale rapporto sulla libertà di stampa. Un problema, quello della libertà di stampa, che si tende a sottovalutare in Europa ritendendo – erroneamente - che la questione riguardi soltanto i Paesi mediorientali o africani. Reporter Senza Frontiere
Focus
Forum delle Giornaliste
Nato da un’idea della giornalista investigativa salentina Marilù Mastrogiovanni - e organizzato da Giulia Giornaliste e dalla cooperativa IdeaDinamicail - il Forum delle Giornaliste del Mediterraneo è diventato un appuntamento fisso da quattro anni per le giornaliste investigative di tutto il mondo. Organizzato da sempre in Puglia, terra di confine per eccellenza, il Forum si pone come obiettivo quello di “creare ponti, abbattere muri: promuovere una riflessione sul giornalismo delle giornaliste investigative, come presidio di Democrazia, dunque di Pace”. Un appuntamento che si rinnova a fine novembre, a ridosso del 25 giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una scelta non casuale avendo il Forum anche lo scopo di monitorare il “gender human right gap” ovvero il divario di mansioni, stipendio e responsabilità che esiste tra uomini e donne. dicembre 2019
ha, invece, registrato un incremento della violenza nei confronti dei giornalisti anche in Europa. Entrata a far parte dell’Osservatorio nel 2016, la giornalista francese Pauline Adès Mével, per RFS si occupa di monitorare la libertà di informazione e segnalare le violazioni dei diritti dei giornalisti e dei media nei 28 Paesi dell’unione e nei 6 Paesi Balcanici candidati a far parte della UE. È stata ospite del Forum delle Giornaliste del Mediterraneo e ha aperto i lavori presentando i dati di RFS sulla libertà di stampa. Le abbiamo chiesto cosa significhi essere giornalista, donna e europea oggi. “Essere giornalista oggi, ma soprattutto essere una donna giornalista oggi è diventato un mestiere davvero difficile. Anche in Europa, perché sono sottoposte a sempre maggiori pressioni da parte non solo delle organizzazioni criminali di cui scrivono ma anche da parte dei Governi e della rete Web. Noi vogliamo rendere omaggio e ricordare chi ha sacrificato la sua vita per il diritto a essere informati”. Negli ultimi anni, secondo lei le minacce alle giornaliste sono aumentate? “Le minacce che le giornaliste sono costrette ad affrontare sono in costante aumento. Sono diventate il target anche dei
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Governi e soprattutto di Internet, soprattutto le giornaliste investigative. In aumento sono soprattutto le minacce fatte attraverso i social network. Quindi, sì certamente le minacce sono aumentate e noi dobbiamo fare ancora più sforzi per proteggerle”. Quanto è difficile riuscire a coniugare il lavoro giornalistico con l’essere madre, moglie, fidanzata? “È molto difficile riuscire a coniugare la propria vita privata con questo genere di lavoro. Quando sei una donna, sei attaccata ancora
di più: le minacce che ricevi possono essere estremamente brutali perché usano i tuoi figli, tuo marito, i tuoi familiari per intimidirti e cercare di non farti fare il tuo lavoro. Ma quello che vogliamo dimostrare è che noi donne, noi giornaliste, siamo resilienti e combattiamo e continuiamo a fare il nostro lavoro, come Federica Angeli e tante altre. È nostro dovere sostenere queste donne e questo tipo di giornalismo”.
LA GIORNALISTA Pauline Adès-Mével è una delle ospiti di questa edizione del Forum delle Giornaliste del Mediterraneo
Simona Latorrata
L’osservatorio
RFS, ovvero Reporter senza frontiere
Fondato nel 1985 a Parigi, Reporters Sans Frontières si ispira all’articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti Umani che sancisce il “diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e frontiera”. Riconosciuto come “consulente” delle Nazioni Unite, RSF si pone due obiettivi: quello di monitorare la censura su Internet e sui nuovi media, e quello di offrire assistenza - anche materiale - ai giornalisti impiegati in zone di guerra o considerate pericolose. Inoltre, è costantemente impegnato nel monitoraggio degli attacchi alla libertà di informazione a livello mondiale. Ogni dicembre rilascia un resoconto ufficiale sulla condizione della stampa nel mondo: l’“Indice Mondiale della Libertà di Stampa” analizza gli attacchi diretti ricevuti da giornalisti, blogger e informatori nei vari Paesi del globo terrestre, mentre i “Predatori della Libertà di stampa” è un elenco dove vengono inseriti i Paesi considerati i “peggiori violatori della libertà di stampa”. Sul sito internet dell’osservatorio, inoltre, è presente un barometro - aggiornato quotidianamente - che riporta il numero di giornalisti uccisi o imprigionati mentre svolgono il loro lavoro. Dall’inizio dell’anno, 39 giornalisti sono morti (10 solo in Messico) mentre 235 sono quelli imprigionati: la Cina è il Paese in cima alla classifica, con 71 reporter arrestati, seguita da Egitto, Turchia e Arabia Saudita. dicembre 2019
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C’è chi baratta la propria vita per la Somalia libera
Sono tante le donne che ogni anno condividono con il Forum delle giornaliste del Mediterraneo la loro storia in attesa che qualcosa cambi
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IL FORUM
L’attivista somala, Shukri Hussein Warsame è intervenuta attraverso una webcame ed ha raccontato la sua storia
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Fare eco e diffondere il più possibile l'appello dell'attivista Shukri Hussein Warsame, che ha barattato la sua vita per lottare affinché la Somalia riconosca il diritto alle cure mediche per donne e bambini. È questa una delle missioni del Forum delle giornaliste del Mediterraneo che ha lanciato un appello per l'attivista che al momento è costretta a vivere insieme ai quattro figli in Kenia, senza un regolare permesso di soggiorno e in una casa di una sola stanza. Quello di Shukri Warsame è il volto della Somalia che lotta per vedersi riconoscere diritti primari e per delle trasformazioni che rendano la terra del Corno d'Africa un Paese civile lontano dalle violenze e azioni terroristiche che oggi sporcano i giornali. La famiglia di Shukri Warsame è stata vessata dai gruppi terroristici di matrice jihadista. Sono stati loro ad assassinare nel 2006 suo marito, medico di 37 anni che lottava per il diritto alla sanità ed il figlio primogenito della donna, di 19 anni. Le continue minacce hanno portato l'attivista somala ad arrendersi e a lasciare la sua terra per salvaguardare la vita degli altri suoi quattro figli, tutti minorenni. Lei e suo marito sono stati puniti soprattutto per essersi opposti ad una pratica cruenta come quella dell'infibulazione, che consiste nell'asportazione della clitoride alle ragazze. Una pratica che a qualsiasi donna occidentale fa rabbrividire, ma che nella cultura so-
mala viene considerata un rituale di purezza. Shukri Warsame e suo marito trascorrevano il loro tempo a sensibilizzare la popolazione somala, ritenendo che la cultura potesse aprire col tempo orizzonti diversi. Ma questa presa di coscienza da parte dei cittadini non è stata gradita dai terroristi che hanno iniziato a minacciare la famiglia dell'attivista, fino a macchiarla di sangue. È stato Abdi Shire, ex ambasciatore somalo in Kenia ed icona dei diritti umani, a scrivere al Forum delle giornaliste del Mediterraneo per fare in modo che la storia di Shukri Warsame venisse divulgata. È dallo scorso anno che il Forum sta cercando di aiutare l'attivista somala a lasciare il Kenia, che a lei e ai suoi quattro figli non può offrire nessuna prospettiva di un futuro più roseo. Shukri Warsame è intervenuta durante il Forum, collegandosi con una webcam. Ha salutato gli ospiti del Forum delle giornaliste del mediterraneo e si è commossa per l’affetto che le è arrivato dall’università di Bari. A tradurre il suo racconto è stata Shukri Said, cronista somala che vive in Italia da anni ed attraverso la sua professione sta lottando per garantire ai suoi connazionali aiuti umanitari. Shukri Said ci ha confidato di credere che la Somalia possa avere un futuro diverso dagli ultimi 30 anni, nei quali è stata macchiata
Il terrorismo nel Corno d’Africa
Mariamichela Sarcinelli
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dal terrorismo e dalle continue guerre civili. È stata lei a dirci anche che "l'Italia fa ancora troppo poco per aiutare e fornire supporti umanitari alle persone che chiedono dall'Africa aiuto". Lo scopo del Forum è certamente quello di monitorare il divario nel rispetto diritti umani, ma risponde anche alla necessità pratica di individuare le possibili azioni per stimolare l’attuazione dei diritti stessi nei Paesi europei, mediorientali, nord africani e dei Balcani. Come le maglie di una grande rete calata tra le sponde del Mediterraneo, con i racconti, reportage, inchieste, esperienze, proposte direttamente delle protagoniste delle storie che vengono presentate, il Forum si batte affinché qualcosa, col tempo, possa cambiare. Sono tante le donne che ogni anno raccontano la loro esperienza di vita al Forum delle giornaliste del Mediterraneo e condividono con il pubblico le loro battaglie quotidiane affinché qualcosa possa muoversi. Sono le "guardiane" dei diritti umani, della pace e della democrazia. Ora il sogno del delle giornaliste del Forum è quello che Shukri Wersame, il prossimo anno partecipi personalmente alla manifestazione.
Fondato nel 2006, Al-Shabaab è diventato con gli anni il gruppo jihadista più letale dell’Africa. Affiliata ad al Qaeda, poi infiltrata dall’Isis, la milizia colpisce anche oltre frontiera. Per raccontare la storia del movimento dobbiamo tornare all’inizio di giugno 2006, quando l’Unione delle Corti islamiche, con l’appoggio della popolazione di Mogadiscio, assunse il controllo della capitale somala. Al-Shabaab, che in arabo significa gioventù si sviluppa in questo periodo, come la fazione islamista più giovane. Il gruppo estremista si afferma durante la resistenza alle truppe etiopi che alla fine del 2006 avevano invaso la Somalia per sostenere il Governo federale di transizione somalo. Al-Shabaab cominci ad acquisire spessore e un forte consenso popolare, tanto che dopo l'uscita di scena delle Corti islamiche, diventa il gruppo armato pi strutturato e influente di utta la Somalia. Lo scorso febbraio,i ricercatori dell'istituto per la Giustizia di Washington, con il supporto del Life&Peace Institute di Nairobi, hanno realizzato uno studio per indagare sulle ragioni che spingono i giovani ad unirsi al gruppo terroristico. Dalla ricerca emerge che molteplici fattori hanno originato l'avvicinamento dei giovani all'estremismo radicale violento dei jihadisti somali. Tra questi figurananopovertà,corruzione,disoccupazione, emarginazione sociale, proliferazione delle bande criminali, violazioni dei diritti umani, ma anche il fallimento del governo nel garantire alla popolazione i servizi primari. Mentre la religione ha avuto scarsissima influenza sulla decisione di seguire al-Shabaab. La pericolosità di Al Shabaab diventata nota all'opinione pubblica internazionale soprattutto grazie alle due principali azioni terroristiche attuate in Kenya: quella al centro commerciale di Nairobi nel 2013 e quella del 2 aprile 2015, in cui i miliziani hanno fatto strage di studenti nel campus universitario di Garissa.
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Al-Shabaab
TERRORISMO Al-Shabaab è diventato in poco tempo il gruppo terroristico nel Corno d’Africa, con l’adesione di molti giovani
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