Anno 11 - N. 76 16-31 ottobre 2019 Distribuzione gratuita
Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016
MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007
Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it
Chi vuol essere lieto sia ma col cappuccio
Parcheggiare “un caffè dottò” a pagg. 12 e 13
“Ho le mie cose” quanto mi costa a pagg. 4 e 5
Controcopertina
Pronto soccorso mi sembra la tv a pagg. 10 e 11
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Strisce stradali si salvi chi può a pagg. 14 e 15
Vedi che sushi alla parmigiana a pagg. 6 e 7
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Relazioni pericolose Meno condom più casi di Hiv
VENDITE IN CALO Il numero dei preservativi venduti nelle farmacie è passato da 11 milioni a 8,5 dal 2007 a oggi
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Quasi la metà degli italiani non utilizza il preservativo.Durante gli ultimi sette anni sono aumentati i contagi di malattie sessualmente trasmissibili
Parliamo di sesso. In Italia solo il 56% della popolazione utilizza il preservativo, la maggior parte per evitare gravidanze e non per proteggersi dalle malattie. Altro dato: dal 2011 al 2018 sono stati registrati in media 3500 nuovi contagi di Hiv all’anno. I numeri sono stati diffusi dalla Federazione italiana di sessuologia scientifica (Fiss) e dalla Fondazione Veronesi. Tra le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento anche la clamidia, l’herpes, la sifilide e la gonorrea. In tutto ne vengono registrati circa 4 mila casi l’anno. I più colpiti sono gli adolescenti. Con l’aumentare dei contagi diminuiscono però le vendite e gli “affezionati” del preservativo, il contraccettivo più efficace per la prevenzione. “Molti ragazzi mi dicevano di non usarlo perché avevano rapporti solo con le proprie fidanzate o fidanzati. Fessi! Che ne sapete di cosa fanno invece loro?!”. È il commento di Giuliano Cernò, che per 30 anni ha lavorato con un’azienda leader della distribuzione dei profilattici e ne ha venduti circa 4 milioni. La sua azienda è stata la prima a installare distributori fuori dalle farmacie. I distributori automatici: salvezza di molti ragazzi e ragazze intimiditi dal doverli chiedere al farmacista. Ma nei distributori e spesso anche sui banconi delle farmacie i preservativi costano quasi il 58% in più rispetto ai supermercati e ai negozi di “bellezza e igiene”. In media una confezione da 6 (che è il formato
più venduto) costa 7 o 8 euro in farmacia, solo 4 euro altrove. Infatti negli ultimi 12 anni il numero di preservativi venduti nelle farmacie è passato dagli 11 milioni agli 8,5. Gli acquirenti, specie i più giovani, acquistano sul web o nei discount. “Nel ’78 sono riuscito a regalare un’auto a due diverse farmacie di Bari, come premio per gli acquisti racconta ancora Cernò - ma ho sempre consigliato, già da allora, di scontare il prezzo. La confezione da tre oggi costa intorno ai 3 euro. Sette euro di pizza, tre di birra… con poco più di 10 euro un ragazzo può passare una bella serata.” Al di là dell’ironia l’acquisto del preservativo in farmacia potrebbe avere un valore aggiunto: un medico può consigliare come conservarli e quindi come evitare “incidenti”. Se ne vendono meno nonostante chi li utilizza regolarmente affermi che non rovinino in alcun modo la qualità del rapporto sessuale. Stando a un’altra ricerca della Fiss, il 70% delle coppie sostiene che i contraccettivi non sono in alcun modo una barriera nel rapporto. Dato confermato anche da un sondaggio on line svolto dalla nostra testata. Il 77% percento degli intervistati, di età compresa tra i 19 e i 45 anni, alla domanda “il preservativo rovina la qualità del rapporto sessuale?” ha risposto di no. Eppure nell’anno in cui i siti pornografici hanno registrato il più alto numero di visualizzazioni in Italia (33,5 miliardi solo su Pornhub), l’edu-
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cazione sessuale rimane un tabù. Guai a parlarne nelle scuole, guai a parlarne in famiglia. È stato chiesto ai presidi di due scuole superiori di Matera se fossero disponibili a organizzare corsi di educazione sessuale nelle loro classi. La risposta è stata pressoché la stessa: “Magari nelle classi dell’ultimo anno. Dovremmo prima chiedere ai genitori. Ci sono sensibilità diverse a riguardo”. Stando ai dati diffusi dal sito di rilevazione statistica truenumbers.it, l’età media in cui i ragazzi italiani cominciano ad avere rapporti è 17 anni. Il 2019 ha registrato poi un aumento di quelli che iniziano a 14. Insomma, l’ultimo anno delle superiori è già troppo tardi. In famiglia la situazione non è certo migliore: solo un adolescente su quattro chiede consigli ai propri genitori. In altri Paesi europei, almeno basandoci sui numeri, questi tabù sembrerebbero sorpassati. In Gran Bretagna nel 2018 sono stati venduti preservativi per circa 70 milioni di sterline. Più del doppio di quanto sia stato speso in Italia. A questo dato va aggiunto che a Londra ci sono quasi 850 strutture, sanitarie e no, che distribuiscono gratis i profilattici agli adolescenti. Inoltre le infermerie di alcuni licei francesi distribuiscono gratis i preservativi agli alunni. Anche in Italia tuttavia qualche iniziativa c’è stata. Da febbraio di quest’anno la regione Toscana ha cominciato a distribuire gratuitamente nei consultori e in alcune farmacie
profilattici, spermicidi, spirali e pillole a ragazze e ragazzi dai 14 ai 26 anni (compresi gli studenti fuorisede) e agli adulti fino ai 46 anni con redditi bassi. L’iniziativa, nata proprio per contrastare l’aumento dei casi di Hiv in Toscana, prevede anche campagne di sensibilizzazione nelle scuole e corsi di educazione sessuale. Allora certi tabù è davvero possibile abbatterli e non essere secondi a nessun altro Paese Ue. In fine dei conti tutti hanno il diritto di amarsi senza correre rischi, anche gli squattrinati. Saverio Carlucci
GIULIANO CERNO’ Esperto del settore contraccettivi ora in pensione. In 30 anni ha venduto oltre 4 milioni di preservativi
L’esperto risponde
Risolviamo dubbi sui preservativi
A cosa servono i preservativi alla frutta? Le prime aziende leader del settore sono state quelle spagnole. In Spagna si usa infilare i preservativi utilizzando la bocca e il lattice non ha proprio un buon sapore. Da qui l’idea della frutta. Nei paesi iberici sono infatti i più diffusi, ma in Italia non hanno mai attecchito molto. Qual è il modello più venduto e quale meno? Il più venduto è il modello classico in lattice. Uno tra quelli che invece non ha trovato molto mercato è l’XXL. Di solito è acquistato solo per fare bella figura. Perché si può rompere? La principale causa di rottura è la cattiva conservazione. Va tenuto in un luogo asciutto e a riparo da fonti di calore. Sembra banale, ma c’è ancora chi lo conserva nel portafogli. E poi ci sono le unghiate quando lo si infila e attenzione anche ai peli.
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Croce di ogni donna «Mestruo mio quanto mi costi?» Ogni donna spende, in Italia, da 80 a 120 euro all’anno in assorbenti igienici tassati con un Iva pari a quella del cioccolato e del tartufo
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LA VIGNETTA Illustrazione di alcuni cartelli che le donne hanno mostrato durante manifestazioni contro la Tampon Tax
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In Italia, se nasci donna, sai già che per lo Stato sarai ricca a prescindere. Come? La vagina si guadagna un posto sul podio nella classifica delle cose più preziose e lussuose che si potranno mai possedere. Facendo una media approssimativa, ogni donna italiana spende all’anno tra gli 80 e i 120 euro in assorbenti o tamponi interni (con un costo per ogni confezione che si aggira intorno ai 4 euro). La Tampon Tax, ovvero l’Iva sugli assorbenti al 22% anziché al 4%, aggrava le finanze di una donna di circa 20 euro all’anno. Per non parlare di famiglie in cui la componente femminile è prevalente. Sembra una cifra irrisoria, per cui non vale la pena fare proteste o promuovere manifestazioni. Ma, a pensarci bene, nel lungo periodo significa rinunciare a un viaggio, a un vestito visto nella vetrina di una boutique… “Ehi, ti va di andare in vacanza quest’anno?” “No guarda, devo risparmiare per il prossimo ciclo mestruale”. Paesi come Irlanda e Canada hanno addirittura abolito l’Iva su questi prodotti, il Kenya fu invece uno dei primi Stati a muoversi nel 2004 verso la loro detassazione. Un sondaggio condotto nel Regno Unito lo scorso anno su un campione di 1004 ragazze di età compresa tra i 14 e i 21 anni ha mostrato risultati drammatici: il 42% di loro ha dichiarato che, a volte, durante il periodo mestruale ha dovuto utilizzare indumenti
sanitari di fortuna (carta igienica o pezzi di stoffa) perché ha faticato ad acquistare assorbenti. Il dato ancora più allarmante è che, di queste, il 7% è arrivato a usare calze o carta di giornale. L’Italia fa parte dei 36 Stati che tassano gli assorbenti come beni di lusso, si potrebbe conservarli tranquillamente in cassaforte senza il rischio di essere prese in giro. Se ne parla da almeno tre anni, da quando nel 2016 Pippo Civati, allora deputato di Possibile, propose di abbassare l’Iva dal 22 al 4 tra risolini di scherno di altri politici e battute sui social. E neanche il 2019 è stato l’anno in cui la Tampon Tax è stata abolita. Si sono trovate coperture finanziarie per detassare il tartufo, il cioccolato e persino le ostriche, ma il ciclo mestruale deve far soffrire anche il tuo portafogli oltre che ogni fibra, nervo e angolo del tuo corpo. Questa è una battaglia che le femministe più accanite hanno preso a cuore e anche a Bari il movimento ha avuto una certa risonanza. Proprio lo scorso 8 marzo, giornata della festa della donna, le attiviste dei gruppi universitari hanno dedicato alla protesta contro la tampon tax le loro attività. “Tampon sharing” è stato il nome dato all’iniziativa organizzata a Bari e poi diffusasi in tutte le università italiane. È consistito nel sistemare delle scatole vuote nei bagni delle università con su scritto “le mestruazioni non sono una scelta, la solidarietà sì”: ogni donna poteva
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lasciare un assorbente nella scatola a disposizione di chi sarebbe arrivata dopo e ne avesse avuto bisogno. A raccontarlo è Asia Iurlo, membro della compagine barese dell’associazione nazionale “Non una di meno” a cui partecipa a nome di Zona Franka, collettivo studentesco facente parte di Rete della Conoscenza. «È un’azione forte per stimolare la solidarietà tra studentesse, è questa la nostra idea di femminismo. Come associazione crediamo che il modo forte per dare una voce alle donne sia avere una forte consapevolezza di noi stesse, che esiste ma è disgregata» sono le parole di Iurlo. A cui fanno eco anche quelle della professoressa Francesca Romana Recchia Luciani, docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere all’Università di Bari: «Di femminismo e identità di genere si parla molto in Italia, ma passa sempre tutto in sordina. Di attivismo ce n’è, ma nel mondo accademico se ne potrebbe parlare molto di più così da creare una vera e propria rete». Oggi è fondamentale parlare di femminismo anche solo per avere uno spazio in cui le donne possano autodeterminarsi. Occorre inoltre scardinare retaggi culturali che escludono parti della popolazione che non hanno a che fare con l’essere nata donna ma con un’identità di genere diversa da quella binaria a cui siamo stati da sempre abituati. Sono gli stessi retaggi che ci fanno credere
che il ciclo mestruale sia un tabu, una parola che non deve essere pronunciata e per la quale devono essere trovati sinonimi per poterne parlare in pubblico. Se c’è qualcuno che non si scandalizza a parlarne. Come fosse una cosa di cui vergognarsi. E poi, quando “si diventa signorine” si ricevono gli auguri dai parenti. Forse è una cosa bella, penseranno le ragazzine. Poi chi gliela spiega l’espressione schifata che si ritrovano di fronte quando fanno notare di avere tra le gambe una vagina che sanguina? Maria Cristina Mastrangelo
ZONA FRANKA Spazio sociale, politico, artistico e culturale. La sede del collettivo si trova nel quartiere barese Madonnella
Il paradosso
“Che mangino coppette”
Alla fine del 2018, il governo Movimento 5 Stelle-Lega bocciò un emendamento che prevedeva la detassazione degli assorbenti igienici, proposto dal Pd al disegno di legge sulla semplificazione fiscale. I voti a favore furono 189, quelli contrari 253. “Costa troppo, manca la copertura finanziaria” fu la motivazione data dal Governo. In quell’occasione, il capogruppo M5S alla Camera Francesco D’Uva fu invitato in una trasmissione televisiva a spiegare le motivazioni della maggioranza: «Gli assorbenti inquinano, dovrebbero utilizzare coppette igieniche o tornare agli assorbenti di stoffa». Come Maria Antonietta: se non c’è pane, che mangino brioche. Un uomo che dice a una donna come gestire il proprio ciclo mestruale. Fu la segretaria di Possibile Beatrice Brignone a rispondergli su Facebook facendogli notare che anche le coppette igieniche sono tassate al 22% e che anche con una tassazione alta, gli assorbenti igienici inquinano ugualmente. 16-31 ottobre 2019
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Il sushi che piace alle nonne: nel roll la parmigiana
L’evoluzione del sushi in Italia e le nuove tendenze, non più semplice all you can eat. In Puglia la prima fusione tra cucina giapponese e italiana
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MISCELA DI CUCINE La cucina italiana entra nel mondo del fusion. Mix di ingredienti e nuove formule da utilizzare in ristorazione
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Il sushi non è più quello di una volta. L’apertura di ristoranti nipponici ha assalito l’economia italiana, ma occorre esaminare la trasformazione che questo settore ha avuto e continua ad avere nel nostro Paese. La sushi-mania è esplosa in Italia circa 40 anni fa: il primo ristorante di questo tipo, il “Poporoya”, ha aperto a Milano nel 1977 e tutt’oggi è in piena attività. Dal punto di vista apocalittico, c’è stato un susseguirsi di chiusure di ristoranti italiani e una vera e propria invasione della cucina nostrana, la più buona del mondo. Sacrilegio! Il sushi, nella classica forma all you can eat a prezzi stracciati, è diventata dipendenza per molti, ma come tutte le dipendenze ha portato all’assuefazione. Oggi infatti, pur essendo ancora in voga, è iniziata una seconda fase: quella della cucina fusion e dei ristoranti alla carta. Mescolare gusti e cucine diverse, spesso anche contrastanti tra loro, è il nuovo trend. Ma la nostra cucina non è rimasta passiva a guardare questa evoluzione. Se prima il sushi ha conquistato l’Italia, ora l’Italia conquista il sushi, lo modifica e gli dà nuova forma. Vito Catucci, avvocato appassionato di cucina, è il proprietario e creatore di “Pianosusci italiano”, un ristorante ormai molto popolare a Gioia del Colle. Il format del suo locale è: sushi rivisitato all'italiana. L'idea è nata dalla semplicità: “Quando avevo 18 anni spendevo molti soldi nei ristoranti di
sushi perché volevo mangiare molto e bene - spiega Vito - così ho iniziato a invitare a casa amici e a fare il sushi fai da te. Compravo il pesce dalla pescheria, le alghe e tutti gli altri ingredienti e sperimentavo”. Il sushi quindi è nato come un gioco per Vito, che poi però ha avuto il colpo di genio: “Sin dall’inizio, avevo l’abitudine di farlo all'italiana, prendevo la ricetta giapponese e l’alteravo, ci aggiungevo i nostri ingredienti tipici. Al posto dell'aceto di riso, mettevo l'aceto di mele, al posto del tofu mettevo la stracciatella o mozzarella di Gioia del Colle, al posto del mango, mettevo le pesche di Turi. Da lì ho avuto l’intuizione e ho capito il potere che poteva avere il “sushi italiano”. Una volta aperto il ristorante, Vito ha messo subito in chiaro quale fosse il business core, a partire dal nome: “Volevamo diversificarci sul mercato. Il nostro è un sushi giapponese solo nella forma, ma cambia l'interno. Dentro si trovano ricette nostrane, abbiamo anche un roll con dentro la parmigiana di melanzane! Il nome Susci piano è stata un’idea di mio padre, mi suggerì sushi senza l'h, perchè gli italiani direbbero e scriverebbero “susci” così". La conferma del successo è arrivata subito: “Ho capito che funzionava quando le amiche di mia madre e le nonne hanno iniziato a frequentare il locale e ad apprezzare il sushi che facevo. Da noi vengono anche molti anziani, penso che apprezzino il nostro cibo perchè ritrovano nel
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Ristoranti fusion nikkei e non solo
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La parola d'ordine è senza dubbio creatività. Ma facciamo chiarezza: il mondo sushi è diventato ampio, una rete di tanti fili che si legano tra loro. Alla base c’è la cucina fusion che combina, in maniera esplicita, elementi di differenti tradizioni culinarie per produrre menù o piatti complessi. Il termine fusion è oggi utilizzato, in riferimento a piatti che mescolano ingredienti di cucine vicine tra loro come quella giapponese, cinese, vietnamita e thailandese, ma ora anche quelle più lontane Sono nati infatti casi specifici, come il fusion con il cibo italiano, ma anche la cucina “Nikkei”, che fa incontrare la tradizione gastronomica peruviana con quella giapponese, dando vita a piatti decisamente affascinanti. Non solo sushi e ceviche, quindi, ma anche frutti tropicali, salse e spezie sudamericane. Insomma, chi più ne ha, più ne metta! piatto le pietanze che hanno mangiato a pranzo, non cose troppo strane. Se portassi mia nonna in un classico sushi all you can eat, probabilmente si infurierebbe o per la prima volta mi direbbe: non mangiare!”. Parlando di ristorazione, Vito premette: "è l’unico settore, secondo me, meritocratico. Va avanti chi ha passione e fa bene il proprio lavoro. Se un posto è buono, che sia italiano, giapponese, thailandese o altro , il locale sarà sempre pieno, altrimenti chiude”. Catucci non ha pregiudizi, ma crede fortemente che in quanto a cucina, gli italiani superino tutti e che non esista arte culinaria migliore al mondo. Allora la domanda nasce spontanea: perché non aprire un ristorante italiano? “Quando si apre un'attività, si deve pensare in maniera intelligente: pizzerie? Ce ne sono 50 in ogni strada. Io mi sono guardato attorno, è palese che il sushi ha un potere incredibile, perché è nato come un trend, come quando arrivò la tendenza dell'hamburger dall'America e oggi è sulle nostre tavole ogni giorno, è normalità”. Il fusion giappo-italiano non esisteva ancora. Vito e i suoi collaboratori sono stati i pionieri di questa nuova formula. A proposito di ciò afferma: "Non esistevano piatti del genere e da un annetto ce li stanno copiando, ma noi siamo felici di ciò. Il cibo per fortuna e per sfortuna non si può brevettare. È passione e condivisione, per noi è solo motivo di orgoglio se aprono altri sushi italiani".
Susci Piano è un ristorante alla carta. Questo fattore non ha causato problemi all'attività, anzi Catucci chiarisce: "Ora c'è un cambio di rotta, prima la gente preferiva gli all you can eat, ora preferisce mangiare bene anche spendendo qualcosa in più. Prima si preferiva la quantità, ora la qualità. I prodotti buoni costano e se li vuoi, devi pagare un po’ di più e di conseguenza far pagare un po’ di più i clienti. Senza includere tutte le spese per locale, contributi, bollette, personale ecc.". Vito cita anche l'altra grande catena di Bari e provincia di sushi alla carta: Hagakure. Qualche settimana fa ha aperto un nuovo locale fusion,“Hagakure Noh Samba”, che ha preso il posto del ristorante barese "Giampà" e ha deciso di unire il sushi alla cucina messicana e peruviana. "Io sono amico degli altri ristoratori pugliesi di sushi, c'è una rete, ci conosciamo, ci influenziamo gli uni con gli altri e ognuno sa dove si rifornisce l'altro". Insomma, l’Italia ha preso il sushi e lo ha utilizzato “a proprio gusto”. Quali saranno le prossime frontiere? Probabilmente nasceranno fusion tra cucine regionali, potremmo presto trovare ristoranti sardo-baresi o romano-milanesi. Inoltre a inizio ottobre, a Milano, ha aperto il primo all you can eat di tigelle e salumi, tipici della cucina emiliana. Caro Giappone, l’allievo ha superato l’insegnante. Michela Lopez
IL PARMIGIANA ROLL Niente pesce, ma basilico, pomodoro San Marzano, mozzarella e melanzana fritta nel roll di sushi
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Il capitalismo sulle mura di Conversano
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Nuovo pronto soccorso come nelle serie televisive
NUOVI AMBIENTI Un desk fra medici e pazienti. Tutto le aree sono diventate oper space per abbattere le barriere
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Un ambiente ospedaliero tecnologico e innovativo basato su un modello scandinavo che non prevede muri fra medici e pazienti
Cosa notate di diverso sui volti della gente che aspetta di essere visita? Così Vito Procacci, direttore della medicina d’urgenza del Policlinico di Bari, ci ha accolti nella nuova struttura del pronto soccorso sottolineando come l’approccio con i pazienti stia migliorando per merito dei nuovi ambienti che abbattono le barriere fra i medici e i malati. In sottofondo c'è la musica, sulle pareti sono attaccate fotografie del lungomare e della città, in sala di accoglienza una piccola libreria offre romanzi e libri di medicina illustrati. Si presenta così il nuovo pronto soccorso del Policlinico di Bari che è stato inaugurato dopo 90 giorni di lavori. Nessun muro, è tutto open space ed il vetro che fino a qualche mese fa separava i medici dai pazienti, è stato sostituito da un desk che ha il compito di accogliere ogni persona che entri nella struttura. All’ingresso ci sono due monitor pensati per i familiari dei pazienti, attraverso questi dispositivi infatti possono seguire il percorso clinico che sta facendo il loro caro all’interno della struttura. Ci sono due ingressi separati per i pazienti gravi e per quelli meno gravi, gli spazi sono tre volte più grandi rispetto a quelli utilizzati finora. “Ci siamo interrogati a lungo sugli episodi di violenza a danno dei medici ed abbiamo capito che la conflittualità nasce dalla distanza che si viene a creare fra coloro che hanno bisogno di aiuto e le persone che professio-
nalmente sono preparate ad offrire cure. Quando manca la solidarietà, i pazienti si sentono abbandonati a loro stessi in una situazione già di per sé difficile”, così il Dott. Procacci ci ha spiegato come è nata l’idea di rendere il pronto soccorso non solo un posto di esigenza ma anche di accoglienza. Ed è proprio la parola accoglienza a risuonare nel racconto dei pazienti che abbiamo intervistato e che sembrano confermare questa percezione del pronto soccorso come spazio nuovo e innovativo. È stato inaugurato solo qualche settimana fa, ma il resoconto dei pazienti sembra essere positivo, soprattutto se messo a paragone con esperienze che risalgono alla vecchia struttura. “L’ ambiente più tecnologico ha cambiato anche l’approccio degli infermieri e dottori. Mi è capitato di accompagnare, lo scorso ottobre mia madre in pronto soccorso dopo una caduta ed oggi a distanza di quasi un anno da quell’episodio sono qui per un altro familiare. Avevo davvero un brutto ricordo, la struttura era super affollata e ho saputo notizie di mia madre dopo ore di attesa. Oggi attraverso i monitor sono costantemente aggiornata dello stato di salute della persona che ho accompagnato”, l’ha detto Sara, una delle persone che sostavano in sala d’attesa durante la nostra visita. Il problema maggiore per i pazienti, soprattutto per quelli in codice verde, era rappre-
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sentato dalle interminabili ore d’attesa prima di essere visitati. Difficoltà che ora sembrerebbe oltrepassata grazie ad un sito Internet (www.pugliasalute.it) facilmente consultabile che permette a tutti coloro che necessitano di visite mediche di sapere da casa quante persone in quel momento sono già in lista d’attesa al Policlinico, in modo tale che il paziente possa decidere anche di rivolgersi ad un'altra struttura sanitaria in caso di sovraffollamento. Questa è una delle più recenti innovazioni della sanità pugliese che adopera supporti tecnologici per salvare vite e migliorare il servizio sanitario. Il nuovo pronto soccorso è stato pensato la scorsa estate da Asset che ha coinvolto nel progetto architetti neo laureati dell’università di Bari. I lavori sono iniziati il 6 dicembre, giorno di San Nicola 2018 e sono stati ultimati ad ottobre. “La nuova struttura di emergenza del Policlinico è ancora in fase organizzativa ma i primi pazienti hanno compreso che tira un’aria diversa. Questo è un luogo umano, il nostro pronto soccorso è motivo d’orgoglio per il sud Italia”, ci ha detto il Dott. Vito Procacci. Le salette ambulatoriali nuove di zecca saranno utilizzate dalle prossime settimane e prevedono una sala gessi, una per la consulenza ortopedica e l'attrezzatura per le radiografie. Così il paziente non dovrà girare tra i viali e i reparti del Policlinico per ottenere la diagnosi e la consulenza dell'ortope-
dico in caso di fratture che ricorrono frequentemente. Questo ambiente ospedaliero basato su spazi aperti che non prevedono la presenza di muri sono un’innovazione scandinava non ancora diffusa in altri Stati europei, pertanto Bari è una delle prime città italiane a godere di questa novità nel modo di concepire la sanità. La penisola scandinava è la zona del mondo con il più alto tasso di suicidi, così gli ospedali per combattere la depressione cercano di allietare il percorso di cura umanizzando gli spazi interni e formando il personale medico nella gestione del flusso di accessi e nel controllo dello stress. “La formazione del personale medico è una cosa sul quale c’è ancora da lavorare”, ci ha detto un paziente che ha sottolineato come ad un ambiente sereno debba corrispondere anche un personale che sappia interagire con il malato. Per alcuni il nuovo pronto soccorso ricorda l’ospedale nel quale sono ambientate note serie televisive, una fra tutti Grey's Anatomy. Le aspettative sono alte, ora ci si aspetta che la nuova struttura possa accogliere meglio rispetto al passato le oltre 200 persone che quotidianamente affollano le sale d’attesa del pronto soccorso del Policlinico.
SALA D’ATTESA Una piccola libreria con romanzi e libri di medicina illustrati. I monitor aggiornano sul percorso dei pazienti
Mariamichela Sarcinelli 16-31 ottobre 2019
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”Il parcheggio lo trovo io signò. Lei non si preoccupi” A Bari i parcheggiatori abusivi operano sia in centro che in periferia. I controlli non hanno effetti duraturi e chi davvero gestisce il giro resta impunito
12 VISTA LUNGOMARE Il molo meridionale è intitolato a San Nicola. Alla sua estremità ospita il Circolo Canottieri Barion
Non trovate parcheggio? L’auto dietro di voi vi ha rubato il posto mentre stavate per entrare in retromarcia? Trovato un graffio che prima non c’era sulla macchina? Per risolvere questi problemi, a Bari come in molte altre città italiane, ci si può rivolgere al parcheggiatore. Basta pagare. Nonostante le numerose retate dei carabinieri, le multe e i daspo urbani, non si riesce a contrastare il fenomeno. Lo scorso 18 ottobre l’ultimo blitz nelle zone del centro. I militari, oltre che denunciare quelli colti in flagranza, hanno recuperato da due
parcheggiatori denunciati in Corso Cavour l’incredibile somma di 19 euro, frutto dell’attività illecita. In Piazza Aldo Moro sono stati recuperati, da un 44enne e un 57enne, addirittura 12.50 euro. Con tutta probabilità sono pesci piccoli, quelli finiti nella rete delle forze dell’ordine. Basta fare un giro in centro per vedere come funziona. È un tranquillo sabato pomeriggio a Bari. Il sole inizia a calare dietro la stazione centrale, davanti piazza Aldo Moro, e la gente arriva per passare la serata nel centro del capoluogo pugliese: via Sparano è
Le sanzioni
Nel d.l. sicurezza stretta sui “vigilantes” dei parcheggi
Nessuno, per non pagare pochi euro, rischia che la sua auto venga danneggiata. Evidentemente chi dice che serve la protezione ha buoni motivi per farlo. La gran parte degli automobilisti, infatti, per evitare minacce e danneggiamenti, si sente costretta a pagare e a cedere alla vessazione. Le contromisure legislative contro questo fastidioso fenomeno finora si sono fermate al reato di estorsione, l’unico per cui i parcheggiatori abusivi sono davvero perseguibili. Ma il reato non è facile da dimostrare e, anche quando ciò avviene, al massimo si arriva a un’ammenda amministrativa e all’allontanamento della città (daspo urbano). La legge italiana, tuttavia, nel comma 15 bis dell’articolo 7 della legge n. 214 del 2003, stabilisce le punizioni per i parcheggiatori abusivi, compresi coloro che si avvalgono di altre persone per esercitare l’attività. Fino alla scorso anno era prevista una sanzione che andava da 1.000 a 3.500 euro, da raddoppiare in caso di coinvolgimento di minori. Con il decreto legge del 4 ottobre 2018 (il “decreto sicurezza” voluto dell’ex ministro dell’Interno Salvini) l’articolo 7 è stato modificato: le ammende calano, passando da un minimo di 771 euro a un massimo di 3.101, ma si potrà finire in carcere. Per i parcheggiatori abusivi potrà scattare la prigione in due casi: se nell'attività si sono impiegati dei minori oppure se il soggetto è recidivo, ovvero se è già stato sanzionato per la medesima violazione con provvedimento definitivo. In tali casi si applicherà la pena dell'arresto da sei mesi a un anno e dell'ammenda da 2.000 a 7.000 euro.
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stracolma di persone. Trovare parcheggio è sempre un problema. O forse no, se si chiede alle persone giuste: i gruppi di parcheggiatori. Il fine settimana nel parcheggio di piazza Aldo Moro, come detto, c’è traffico e un po’ di confusione. Tanto che un automobilista distratto, parcheggiando, colpisce l’auto vicina, sulla quale lascia un bel segno. È, però, una persona corretta e ci tiene a far sapere al proprietario della vettura quello che è successo per poi risarcirlo. Lasciare un biglietto non basta, potrebbe volare via. Bisogna scoprire a chi appartiene l’auto. Ma a chi chiedere? Una dipendente dell’Amtab (Azienda Mobilità e Trasporti Autobus Bari), le cui fermate si trovano all’altro lato della piazza, non sa rispondere. Ha, tuttavia, l’idea di chiedere a chi sembra sapere tutto su chi entra ed esce nella piazza, ovvero il “capo” dei parcheggiatori nell’area. Il personaggio: un grosso tipo, probabilmente sulla cinquantina, alto, con una pancia enorme e una faccia molto poco raccomandabile. Se ne sta su un motorino scassato, poggiato sull’aiuola dell’alberello, vicino all’edicola all’inizio di via Sparano. Un bustone pieno di Peroni, ai piedi dell’arbusto, fornisce i cambi alla birra che tiene in mano. Non si muove mai dal suo mezzo, ma gestisce almeno altri tre “sottoposti”, degli anziani dalla pelle smunta e la faccia scavata, che hanno il compito di girare tra le auto e chiedere il compenso per la custodia: sono i “pesci piccoli” che si fanno beccare. Purtroppo, l’esito è ancora negativo: “Allora, la signora che esce dagli uffici è già andata
via dunque la sua non è. È una macchina che non conosco” dice sorpreso. Tuttavia, fa sapere che starà lì fino alle 20.30 e in caso riferirà. Il lungomare San Nicola è un’altra zona del business del parcheggio. Una donna sta litigando con un uomo per un posto. “Non si preoccupi signò! Glielo trovo io il posto! Venga di qua!” dice irrompendo un parcheggiatore. “Una guerra per un parcheggio, ma è possibile?” Dice il signore mentre passa il compenso all’uomo che ha risolto la disputa. Quest’ultimo manda un cenno d’intesa ai suoi seduti sulla panchina. Gli chiedo se mi può tenere un posto, visto che, gli dico, ho lasciato l’auto alla spiaggia Pane e Pomodoro. “Hai lasciato la macchina lì? – fa con un tono canzonatorio – Vai e porta l’auto che il posto te lo tengo io”. Quando chiedo il costo della cortesia dice: “Allora, fino alle 8.30 devi pagare il grattino (che senso della legalità!), poi dopo ci penso io. Lasciami quello che vuoi, non c’è problema, anche due euro.” Lo informo che per questa volta la macchina resta dov’è, e dopo avermi ringraziato (non so per cosa) si congeda con cortesia. Al ritorno passo a vedere se si è risolta la questione in piazza Moro. Al posto del “capo” c’è una camionetta dell’esercito. Nelle aiuole sotto la sede de “La Gazzetta del Mezzogiorno” i militari controllano i documenti a un gruppo di immigrati. Intanto, a 20 metri di distanza, un uomo si aggira tra le auto con una birra in mano, è uno dei sottoposti chiamati prima a raccolta. Luigi Bussu
13 PIAZZA ALDO MORO Proprio davanti alla stazione centrale e all’inizio di via Sparano i parcheggiatori si aggirano tra le auto
16-31 ottobre 2019
Pedoni a “strisce” quando la strada diventa giungla
Viale Unità d’Italia tra le strade più pericolose di Bari: ad ottobre un pedone è stato investito mentre ad agosto una donna ha perso la vita
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COLOR IN THE CITY L’installazione permanente dell’artista Domenico Campagna, in via Mignogna, nel centro della città di Taranto
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Secondo uno studio dell’Università dell’Iowa negli Stati Uniti, pubblicato sulla rivista “Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance”, prima dei 14 anni sarebbe opportuno non attraversare la strada da soli. Avrebbe delle conseguenze molto gravi, se non addirittura mortali: è emerso che quelli di 6 anni sono stati coinvolti in incidenti stradali 8 volte su 100. Ma le cose migliorano per quelli più grandicelli: a 8 anni di età il rischio di incidenti scende al 6%, a 10 anni al 5% e a 12 anni sfiora il 2 per cento. Solo i quattordicenni riescono invece ad attraversare in sicurezza nel 100% dei casi, proprio come gli adulti. In Italia, il problema non è diverso. Per questo alcune scuole – come quella materna di San Martino, in Friuli Venezia Giulia – hanno deciso di ovviare al problema in maniera creativa. Le strisce pedonali assumono forme di animali mentre, a Taranto, l’artista Domenico Campagna ha colorato le strisce pedonali del centro cittadino, per renderle più visibili agli automobilisti e ridurre gli incidenti. E da noi? A Bari, l’attraversamento pedonale può trasformarsi in una delle attività più pericolose. A dimostrarlo, i numerosi incidenti, ultimo quello a inizio mese dove un uomo sulle strisce pedonali è stato travolto da un’ auto. Tuttavia, va anche detto che il maggior numero di incidenti a Bari sulle strisce pedo-
nali coinvolge adulti e non bambini. A essere ritenuta la strada più pericolosa da un pedone è Viale Unità d’Italia. L’arteria che collega la parte nord alla parte sud della città conosce solo due possibilità di scorrimento del traffico: o paralizzato con mezzi in doppia fila oppure ad alta velocità, approfittando della strada sgombra. Con auto, bus e pullman extraurbani a passo di lumaca, per i pedoni aumentano i rischi di essere investiti perché i conducenti, esasperati dal non scorrere del traffico cercano di sorpassare ad ogni costo. Scenario ancora più pericoloso con la strada libera: le auto in direzione Parco II Giugno sfrecciano a velocità sostenuta, non rallentando neanche in prossimità delle strisce pedonali. Nel senso di marcia opposto, si accelera dopo aver rallentato in prossimità di largo Ciaia. Quindi tutto da imputare agli automobilisti privi di senso civico? No, non solo. Purtroppo, per ogni persona che rispetta il codice della strada ce ne sono altri 10 che, per usare una espressione a noi cara, attraversano o guidano “a muzzo”, cioè non rispettando neanche il comune senso civico. Cinque le categorie di pedoni “da evitare” - possibilmente - che si incontrano lungo le strade: L’INDECISO: è fermo sulle strisce; ti vede arrivare. Compie un passo e poi si ferma, e poi ricomincia. Tu ti fermi e lui si ferma, tu riparti e lui si lancia… un balletto che po-
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trebbe durare all’infinito. IL PADRONE DELLA STRADA: ti vede e decide di buttarsi sulla tua carreggiata. Solitamente accompagna la scelta temeraria con la frase “se mi tocchi mi paghi”. Tu alla guida inchiodi e perdi 10 anni di vita, causa spavento mortale. IL GREGGE: non è uno, sono almeno venti. Di varia età, non attraversano tutti insieme ma alla spicciolata. La loro arma segreta è quella di farti credere che siano finiti… e invece NO! Ti inchiodano per almeno altri 10 minuti. IL KAMIKAZE: non guarda né a destra né a sinistra, attraversa a testa china possibilmente e con gli auricolari nelle orecchie. Tu inchiodi, imprechi e lui si agita. Perché la colpa è la tua, sempre. IL TRASVERSALE: ogni punto della strada è buono per attraversare. Anche una rotonda o un incrocio. Lui attraversa e tu cerchi di scansarlo e possibilmente di non prendere avanti nient’altro nella manovra. Altrettante le tipologie di automobilisti che si incontrano quando invece vorresti scansarli, soprattutto nelle ore di punta in entrata e uscita dagli uffici, quando l’orologio ticchetta impietoso e segna inesorabilmente il ritardo che si accumula. IL FURBO: auto incolonnate, non ci si muove cause sconosciute. Ma lui ti taglia la strada perché a lui è concesso, in virtù che lui è un furbo. Salvo poi creare un disagio
ancora maggiore nel tentativo di rientrare nella carreggiata. IL TELEFONATORE: smanetta sullo smartphone per tutto il tempo, non guarda la strada e accelera e inchioda in base alle notizie che apprende da quell’ oggetto infernale. IL SORPASSATORE SERIALE: non importa per quale motivo tu stia frenando, lui ti sorpasserà anche se non ha visuale, non ha spazio e non ha fretta. La sua è una scelta di principio. LE FRECCE SOLO PER GLI INDIANI D’AMERICA: a che serve comprare un’auto dotata di segnalatori luminosi da attivare quando si sta per svoltare? Tanto il resto del mondo ha la capacità di leggere nel pensiero, soprattutto quando si vuole svoltare a sinistra. LA LUMACA: 20 km/h è la velocità giusta per muoversi in città e fuori. Se c’è un semaforo verde è giusto aspettare che diventi rosso… perché la prudenza non è mai troppa. Insomma, guidare e camminare è sempre pericoloso; ma si potrebbe ridurre la pericolosità ricordandoci che nella giornata, e talvolta anche nella stessa ora, da guidatori diventiamo pedoni e viceversa, e quelli che insultiamo o che talvolta tentiamo di “fregare” siamo noi.
VIALE UNITA’ D’ITALIA L’arteria che collega la parte nord con la parte sud della città, è considerata una delle strade più pericolose di Bari
Simona Latorrata 16-31 ottobre 2019
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