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Mediaterraneo News 1-15 marzo 2019

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Anno 11 - N. 68 1-15 marzo 2019 Distribuzione gratuita

Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016

MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007

Nuovo rettore gara serrata

Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it

Raccolta fondi questa la magia

a pagg. 14 e 15

a pagg. 20 e 21

Ecco le arti marziali miste

Malattie rare farmaci anche

a pagg. 22 e 23

a pagg. 6 e 7

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Quei “fannulloni” che fanno qualcosa per salvare la Terra

Anche gli studenti baresi hanno organizzato il corteo #Fridaysforfuture che ha sfilato in 150 città di tutto il mondo. In più di 6mila sul lungomare

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IL DETTAGLIO

Una studentessa seduta accanto al suo cartellone che raffigura ironicamente la Terra con temperature troppo alte rispetto ai livelli pre-industriali

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“Ci avete rotto i polmoni”: così anche gli studenti baresi hanno accolto l’appello di Greta a protestare contro i grandi della Terra che non considerano importanti le politiche contro i cambiamenti climatici. Il 15 marzo è stata una giornata speciale, più o meno 6mila ragazzi a Bari e circa 250mila in tutta Italia hanno marciato per tentare di salvare il proprio futuro. «C’è bisogno di politiche ambientali serie e concrete e ce n’è bisogno subito» dice la maggior parte di loro. Già, perché se ognuno di noi può fare il possibile nel proprio piccolo, è di qualcosa su larga scala che abbiamo bisogno. Il lavoro di Greta Thunberg è stato fantastico, ha sensibilizzato un intero pianeta mettendo sotto scacco chi avrebbe potuto fare qualcosa fino a ora, ma ha deciso di ignorare il problema come se non ci riguardasse. È stata tra le più grandi proteste studentesche che si ricordino, un ‘68 dei giorni nostri che è partito come una piccola goccia nel mare ma è diventato uno tsunami. Sul lungomare di Bari fino a piazza della Libertà i ragazzi, dai bambini delle scuole elementari fino agli studenti universitari, hanno cantato e protestato per tentare di risvegliare le coscienze di tutti. Una marcia pacifica che non ha lasciato indifferente nessuno: anziani in bicicletta, donne con neonati nei passeggini e persino cagnoloni al guinzaglio avvolti da sciarpe coi colori della bandiera della pace. Siamo vicini a un punto di non ritorno, ecco

perché il “venerdì di sciopero per il clima” di Greta è diventato il #Fridaysforfuture di tutti i ragazzi. A quelli che li hanno chiamati fannulloni e scansafatiche questi ragazzi rispondono con rabbia, gli rinfacciano di avergli rubato il futuro e la salute. Sono parole dure, di chi è davvero consapevole di quello che sta vivendo e del fatto che troppi ancora lo ignorano. Ai ventenni di oggi non si può rinfacciare nulla, sulle tematiche ambientali appaiono molto più sensibili e preparati delle vecchie generazioni. E meno male. La Terra ci sta chiedendo aiuto e nessuno può più ignorare la sua richiesta. Lo fa quando a febbraio fa così caldo da poter andare in giro senza giacca, lo fa quando nel giro di un giorno le temperature schizzano in su o in giù di 10 gradi, lo fa quando su qualche spiaggia di un remoto Paese a sud del mondo si arena una balena con 40 kg di plastica nello stomaco, lo fa quando alcuni (ormai scheletrici) orsi polari non hanno che mangiare lì su quel che resta delle loro calotte artiche e allora invadono uno sconosciuto villaggio della Norvegia per cercare un po’ di cibo. Meraviglia, sconforto, frustrazione...ma poi? Ognuno di noi dovrebbe fare mea culpa, ma occorrono le serie politiche. Il dio denaro non può più comandare, se la Terra si esaurisce noi moriamo con lei. Alluvioni, innalzamento dei mari, siccità, riscaldamento globale sono solo alcuni dei sintomi dei


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cambiamenti climatici in atto. Tutti gli esseri viventi stanno pagando il prezzo di aziende e colossi senza scrupoli che continuano a far profitto sulle spalle della salute di tutti. Nel 2015, a Parigi, per la prima volta 195 Paesi avevano sottoscritto accordi giuridicamente vincolanti sul clima mondiale che entreranno in vigore nel 2020: riduzione delle emissioni dei gas serra e della temperatura media globale di 2 gradi centigradi e abbassamento della quantità dei rifiuti marini sono gli obiettivi primari degli accordi. Manca ancora un anno fino a che questi trattati diventeranno operativi, ma nel frattempo la barriera corallina australiana è già stata dichiarata morta, gli orsi polari sono diventati una specie a rischio, nell’Oceano Pacifico galleggia un’isola di plastica grande tre volte la Francia, ecc...Ecco perché la protesta di Greta è diventata così urgente. «C’è bisogno di utilizzare i biodiesel, di smetterla con le estrazioni di carbonfossili e con l’inquinamento, di iniziare a utilizzare le energie rinnovabili su larga scala» propone uno studente tra gli organizzatori della manifestazione di Bari. Massiccia è stata anche la partecipazione degli insegnanti che, invece di ostacolare lo sciopero degli studenti, hanno deciso di scendere in piazza al loro fianco. Una professoressa di un liceo barese ha invitato tutti i docenti a iniziare un percorso di sensibilizzazione e contro i grandi del pianeta ha

detto: «i nostri Governi non devono pensare soltanto ad aumentare il prodotto interno lordo, ma devono anche pensare all’ecosistema e a come non produrre rifiuti e anidride carbonica che ormai hanno raggiunto livelli troppo alti». Ora, non resta che aspettare la mossa dei potenti del pianeta, se risponderanno o no all’appello lanciato dalle nuove generazioni. Per loro è diventata una priorità, lo sarà anche per i Governi?

LA PROTESTA

Alcuni studenti in piazza della Libertà, davanti alla prefettura, dove si è concluso il corteo organizzato da scuole e università

Maria Cristina Mastrangelo

Il personaggio

Greta Thunberg: tutto parte da lei

La più grande protesta studentesca contro il disastro ambientale, legato ai cambiamenti climatici, è partita lo scorso agosto con un’iniziativa della 16enne svedese Greta Thunberg. Ogni venerdì Greta, invece di andare a scuola, si posizionava davanti al parlamento di Stoccolma con un cartello che recitava “sciopero della scuola per il clima”. Settimana dopo settimana l’iniziativa di Greta ha iniziato a ingigantirsi tanto da raggiungere persino l’Onu, che l’ha invitata a intervenire alla Conferenza mondiale sul clima. Da quel momento è stato un crescendo di iniziative, fino a quella del 15 marzo che ha coinvolto le grandi città del mondo. Sofferente della sindrome di Asperger, Greta è stata anche accusata di essere uno strumento manipolato dalle grandi lobby o addirittura di essere pagata per fare quello che fa. Greta però va avanti, ha assicurato che lotterà fino a che qualcuno muoverà i primi passi. 1-15 marzo 2019

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“Colpa di Decaro” la comunicazione politica diventa virale Parla Giovanni Sasso, creativo di Proforma: <<Come tutte le accuse al sindaco sono state ribaltate>>

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SINDACO IN AZIONE Antonio Decaro faccia a faccia con la cittadinanza barese. In alto, Giovanni Sasso (Proforma)

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La colpa di chi è? La colpa è di Decaro. Il ritornello, i baresi lo conoscono bene. Un video musicale ha risposto con ironia alla campagna fatta dalle opposizioni al sindaco nei mesi scorsi. Così, Renato Ciardo non le manda a dire ad un primo cittadino rassegnato ad assumersi le responsabilità di tutti e di tutto: «Una boutade – il commento di Giovanni Sasso, uno dei soci fondatori di Proforma, che cura la campagna elettorale di Decaro – in risposta ad una campagna fatta recentemente dal consigliere Carrieri

di Forza Italia, in cui si attribuiva qualunque problema cittadino al sindaco, in maniera piuttosto paradossale. C’erano frasi tipo: cinghiali, allagamenti, rapine, Decaro dimettiti. Per noi, tutto questo ha rappresentato un assist, perché ci sono tanti cittadini che protestano per questa lagna continua. Diciamo che c’è un sentimento, contrario a quello prevalente, che si sta formando in città: le persone pensano che sia giusto criticare, ma con raziocinio». Protagonista del video, insieme allo stesso Decaro, è stato


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Ciardo ribaltaldo il concetto e portandolo all’esasperazione: «L’idea è venuta a me – prosegue Giovanni Sasso – che lavoro per la campagna elettorale, anche se questo video non fa parte dell’inizio della campagna vera e propria. Scherzare su questo argomento ha funzionato: il video ha ricevuto solo su Facebook 150 mila visualizzazioni. Senza contare quelle su youtube e sulle testate che lo hanno condiviso online. Numeri importanti se riferiti a Bari. Al di là di questo, la cosa che mi fa più piacere è vedere i bambini cantare il ritornello della canzone. Una professoressa mi ha scritto che, durante un’interrogazione, un ragazzo le ha risposto di essere impreparato per colpa di Decaro». La comunicazione politica ha abbandonato i grandi temi del passato. Colpa dei tempi, non solo dei social, che tendono a semplificare tutto. Eppure, trasmettere contenuti semplici ed efficaci, non significa necessariamente tendere la mano alla superficialità. La buona comunicazione politica, per il creativo di Proforma, resiste: «La nostra prima valutazione per rispondere alla campagna dell’opposizione è stata quella di non entrare nel merito: l’unica risposta intelligente era scherzarci su. Colpevolizzare gli avversari, che a loro volta puntavano il dito contro Decaro, sarebbe stato un autogol. Ci è venuto in mente di veicolare il nostro messaggio, usando un mezzo diverso del solito. Rispondere a dei manifesti con altri manifesti, sarebbe stato abbastanza triste. Una canzone poteva venire incontro a diverse età e diverse sensibilità: non abbiamo improvvisato. Ci siamo affidati a dei professionisti, siamo entrati in un vero studio di registrazione, abbiamo fatto un video. Nel testo, ci sono delle cose improvvisate e altre in dialetto. Il motivo è che volevamo parlare a tutti, ma attraverso un mezzo dignitoso, anche dal punto di vista della qualità». La ricerca del consenso è il must dei comunicatori della politica, oggi come ieri. La sua versione 2.0 può essere un’arma a doppio taglio, se basata solo sull’indagine social o sugli umori del momento perché, oggi più di ieri, la volubilità dell’elettorato è cresciuta in modo direttamente proporzionale alla velocità di un tweet o di un like: «Il fatto che si utilizzino sempre più i social è figlio dell’evoluzione dei tempi, della comunicazione in generale, non solo politica. Sono strumenti comodissimi. Il fatto, però, che attraverso i social si sia ridotto tutto ad un singolo slogan crea un consenso effimero: ci si piega allo strumento. Con la scusa di dover utilizzare linguaggi ipersemplificati, si rinuncia alla complessità, alle grandi sfide e si vive tutta una vita fatta di post e di like che vengono masticati, digeriti ed espulsi nell’arco di poche ore». Quale messaggio sarà più efficace il 26 maggio: quello degli haters o di chi li canzona? Giovanni Sasso confessa di essere “stranamente” tranquillo: «Sono sereno, ma non sul risultato finale. A diffe-

renza di altre campagne elettorali qui c’è poco da inventare. Il motivo è che il profilo di Antonio Decaro è rimasto identico dal primo giorno. È un personaggio dalla riconoscibilità e dal “brand” molto forte. La tranquillità è avere un candidato di cui si conoscono bene punti di forza e limiti. Qualcuno pensa che la difficoltà in comunicazione stia nell’avere la “grande idea”. Non è così. La vera difficoltà è avere qualcosa da dire, parlare di tutto quello che è stato realizzato». Michele Mitarotondo

Proforma e Decaro Uno dei dibattiti con il sindaco, organizzati dall’agenzia di comunicazione Proforma

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Malattie rare Le Asl si diano da fare, troppa burocrazia

La rete A.Ma.Re Puglia chiede che siano forniti al più presto i prodotti “indispensabili e insostituibili”. Le famiglie dei pazienti non sanno cosa fare

IL PROBLEMA Una nota ministeriale ha creato confusione sulla distribuzione di farmaci “extra Lea”

“Ditemi quali sono le Asl che non erogano i farmaci extra Lea (livelli essenziali di assistenza) e faccio io una chiamata diretta”. Così il presidente della Regione Puglia e assessore alla Sanità, Michele Emiliano, durante un’iniziativa organizzata a Bari, in occasione della 12esima giornata internazionale delle malattie rare. Furia delle associazioni. Pazienti, genitori, gente che accudisce chi è affetto da malattie rare, tutti sono stanchi di aspettare che la Regione applichi le indicazioni. Che pure sono scritte. Intanto il tempo passa. E i pazienti continuano a pagare i farmaci di tasca propria. Secondo quanto previsto dall’art.52 del DPCM del gennaio 2017 (“Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza”), le persone affette da malattie rare “hanno diritto all’esenzione dal costo delle prestazioni di assistenza sanitaria”. Però permane la distinzione tra farmaci di fascia A, ausili e protesi, che sono erogati gratuitamente, e i farmaci di fascia C, integratori, presidi dermatologici e cosmetici che invece restano a carico dei malati rari. Tuttavia le Regioni possono garantire servizi e prestazioni usando risorse proprie. Risorse che la Puglia non ha stando a quanto scritto in diverse note del ministero. In risposta alle richieste di associazioni di pazienti affetti da malattie rare e da fibrosi cistica, e a seguito di due interrogazioni rivolte al ministro della Salute, il ministero ha emanato un atto di chiarimento.

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Siamo all’1 febbraio 2019. In quest’atto si legge che la Puglia non può erogare né i farmaci classificati dall’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) in fascia C, né i prodotti non classificati come farmaci perché costituiscono un livello di assistenza ulteriore che può essere garantito, con fondi propri, solo dalle Regioni non in piano di rientro. Un “errore marchiano” lo ha definito il governatore pugliese. “Noi siamo in piano operativo - ha detto Emiliano – siamo tecnicamente usciti quindi non accetteremo nuove proposte di piano operativo e tireremo dritto”. Un “pasticciaccio” dove a rimetterci sono i malati. Questo l’iter per accedere ai farmaci “indispensabili e insostituibili”: bisogna presentare un modulo di richiesta con tanto di relazione medica allegata che attesti l’indispensabilità e insostituibilità dei prodotti indicati nel piano terapeutico rilasciato da un centro di riferimento accreditato per la specifica malattia rara al direttore generale della Asl di appartenenza. Spetta a quest’ultimo, insieme ad una commissione, dare l’ok. Ma in base a cosa questi soggetti decidono se dare i prodotti oppure no? Qui casca l’asino. Primo perché questa specie di “selezione” rischia di generare disparità tra i pazienti; secondo perché le direzioni generali questi soldi devono pur trovarli. “Dubito che le commissioni, laddove esistono, possano entrare nel merito delle singole malattie. C’è molta disomogeneità e confusione. In alcune Asl, come quella di Foggia e della


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Bat (Barletta-Andria-Trani), le commissioni ci sono ma le risposte meno. In altre Asl invece la situazione non è ancora chiara” ha detto Riccarda Scaringella, presidente della rete A.Ma.Re Puglia, composta da 22 associazioni di pazienti con malattie rare. “Parliamo di cure che devono essere fatte a vita e che incidono sul reddito di una famiglia” continua la Scaringella. Molte volte sono terapie che non fanno stare meglio ma se i farmaci non vengono assunti il paziente può peggiorare. A ciò è da aggiungere che le farmacie non danno nulla senza autorizzazione. E nei distretti è il bazar. “Abbiamo chiesto che il Dipartimento Salute della Regione - Servizio Politiche del Farmaco chiarisse con una circolare a tutte le ASL che non venisse negata l’erogazione di questi prodotti. Purtroppo nessuna risposta è giunta dagli organi regionali e continuano ad arrivare numerosissime segnalazioni alla nostra segreteria da parte di famiglie disperate che si trovano in questa assurda situazione. Per Giuseppina Annicchiarico, responsabile del coordinamento malattie rare della Regione e del gruppo di studio malattie rare del comitato scientifico della Federazione italiana medici pediatri, l’unico modo per sopravvivere e per migliorare la qualità di vita di queste persone è ottimizzare le cure. Avendo accanto gli operatori e i centri, che spesso sono lontanissimi. “Nei nostri centri non si possono curare 8mila malattie rare (quante sono in Puglia).

Per questo ci sono dei veri e propri viaggi fuori regione”. Ora, che nel 2019 una persona che vive in Puglia abbia meno possibilità di curarsi rispetto a un’altra che vive in Trentino Alto Adige, non è tollerabile. E non è questione di autonomia regionale, qui si parla di indicazioni che dalla Regione sono state date ma che le singole Asl stentano a seguire. È vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma qui ci sono di mezzo malati rari. Quasi 20mila per la precisione, solo per rimanere in Puglia. Anna Piscopo

RETE A.MA.RE PUGLIA Uno scatto di “Emozioni fra le righe della vita dei malati rari” organizzato il 2 marzo all’auditorium Vallisa

Dietro i volti le storie

Letizia: “Io, malata rara, ascolto gli altri”

“O lavoravo o vivevo. C’è stato un momento in cui ho deciso di vivere”. Letizia, 43 anni, è presidente di AID Karatagener onlus, una delle associazioni della rete: si occupa di farsi carico dei bisogni di chi è affetto da discinesia ciliare primitiva. Una malattia rara difficile da pronunciare e con la quale anche Letizia convive. “Si tratta di infezioni polmonari per cui abbiamo bisogno contemporaneamente di due o più antibiotici di fascia C che al momento ci vengono negati. Letizia è anche testimone di altre storie. A Ruvo di Puglia i genitori di due bambini sono in attesa di ricevere una risposta dalla Asl. Qui addirittura ci sono più passaggi: prima la firma del referente della Asl di Ruvo, poi l’ok dalla commissione, e infine l’autorizzazione del dirigente Asl di Bari. Sono passati venti giorni e questi bambini non hanno ancora avuto accesso ai farmaci. “Negare ai malati la terapie è assurdo soprattutto se dobbiamo stare dietro alla burocrazia”. 1-15 marzo 2019

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La moda, cittadina del mondo il merito è del web

Intervista ad Anna Dello Russo, 56 anni, la barese direttrice di Vogue Japan che ha ricevuto il premio Campione alla carriera

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ANNA DELLO RUSSO La direttrice di Vogue Japan presenta una collezione per la catena di abbigliamento H&M

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Attinge da tutte le geografie del mondo ma poi, la moda, al pari delle altre arti, diventa un affluente di un fiume più grande che è il mercato globale. Il merito è della tecnologia. Ne abbiamo parlato con Anna Dello Russo, 56 anni, esperta di moda e direttrice creativa di Vogue Japan. Pugliese di origine, è stata definita dal fotografo Helmut Newton "maniaca della moda". Anna Dello Russo dopo trent'anni di carriera si è aggiudicata il premio Campione "alla carriera", con la motivazione di aver trasformato la sua grande passione in altrettanto grandi traguardi. Cos'è la moda oggi? “Un linguaggio, dice tutt'altro che il vestito. Cioè parte da un capo di abbigliamento ma poi ci parla di altre cose. Da quelle che sono le evoluzioni culturali, di costume, di consumo alle attitudini personali di chi quel capo lo indossa. Attraverso il vestito uomini e donne parlano della loro persona, magari facendo emergere particolari che anche loro stessi non avrebbero mai voluto far emergere”. Sei nata a Bari, ti sei trasferita a Milano per studiare la moda e poi, come sei arrivata in Giappone? “Ho iniziato a Milano al fianco di Franca Sozzani, direttrice responsabile di Vogue Italia. Con lei ho lavorato per 18 anni. Poi dal gruppo editoriale Condé Nast Italia sono passata a Condè Nast International e quindi

ho iniziato a lavorare per Vogue Japan. Un processo lungo 30 anni di carriera. Molti mi chiedono come mai sia finita in Giappone senza rendersi conto che oggi con la tecnologia siamo ovunque. Ho mosso i primi passi nel mondo della moda sentendomi cittadina del mondo ma con un grande attaccamento alla mia terra. Il mio mito è Ulisse, l'emblema della conoscenza, nella letteratura”. Vogue esiste in tutto il mondo. Ritieni che ogni numero sia influenzato culturalmente dal Paese nel quale viene redatto o che la moda sia oggi un prodotto omogeneo? “La moda, come la musica e la letteratura sono muse senza una casa. Volano, viaggiano, esplorano tutto il mondo. La modaoggi prende da tutte le tradizioni geografiche del mondo ma poi confluisce in un unico grande linguaggio che è sovrastrutturale. Poi certamente c'è un adattamento del linguaggio della moda alla cultura di ogni singola nazione. Il merito ovviamente va alla tecnologia che ha annullato i confini fra i diversi Paesi”. Ritieni che questo sia un processo positivo o negativo? “Assolutamente positivo. Si sono concluse solo da qualche giorno le sfilate della moda a Pariigi e ha cavalcato la passerella Comme des Garçons, una casa di moda giapponese, la cui stilista ha quasi 80 anni. Questo è sintomo del fatto che viviamo in un villaggio globale. Anche le carriere nel mondo della


Premio Campione

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Giornalismo fra nuove vecchie leve

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In un periodo di difficoltà generale nel mondo dell'informazione pugliese, un momento di speranza per il rilancio della professione giornalistica con la consegna del premio dedicato a Michele Campione. Giunto alla XVI edizione ed organizzato dall'ordine regionale dei giornalisti e dalla famiglia Campione, il premio è un riconoscimento ai giornalisti pugliesi che si sono distinti. La manifestazione quest'anno si è svolta all'interno del teatro Petruzzelli e fra gli altri erano presenti il presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Verna ed il segretario della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lorusso. Diverse erano le categorie del premio: carta stampata, televisione, radio, web e fotografia. Ognuna di queste categorie è stata suddivisa in sezioni dedicate alla cronaca, alla cultura e allo sport. Ad essere premiati giornalisti di vecchia data ma anche giovani leve. moda sono diventate più lunghe. Tutto questo è la conseguenza di un’evoluzione positiva”. La moda italiana ha ancora un suo primato o è influenzata da questa globalizzazione? “Ancora? Ma siete impazziti? Ancora è un giudizio di parte. La moda italiana assolutamente contribuisce ad alimentare questo fluido magico che si chiama fashion, con grande autorevolezza”. Anna Dello Russo non ha risposto alla domanda se la moda italiana si stia affacciando a nuovi orizzonti. Significativa la vendita dello scorso anno di una delle più autorevoli griffe italiane come Versace al gruppo americano Michael Kors. Il “made in Italy” è stato venduto al mercato della globalizzazione, lo stesso mercato di cui Anna Dello Russo ci ha parlato durante la cerimonia del premio Campione. Quindi anche l'Italia da sempre fucina dello stile e del buon gusto segue le ragioni del mercato mondiale. Se da un lato lo stile e l'eleganza delle passerelle italiane stanno diventando un prodotto globale, dall'altro si rischia di perdere l'identità, la cultura di ogni singolo popolo. Se è importante preservare l'interazione fra le altre culture è importante anche preservare le case produttrici italiane che vendono la loro esperienza nel settore ai colossi americani. Questo col tempo potrebbe indebolire il settore dell’alta moda italiana.

Ma chi sarebbe Anna Dello Russo senza la moda? “Sicuramente avrei trovato un altro lavoro espressivo, anche la fioraia, avrei trovato altri linguaggi per parlare del mio immaginario. Io sono stata fortunata ho fatto della mia passione il mio lavoro. Se non fosse andata così, se non mi fossi mossa da Bari, avrei trovato un'altra professione in cui il mio estro e la mia creatività potessero emergere”. Dopo il confermineto del “Premio Campione alla Carriera”, la direttrice creativa di Vogue Japan si è detta onorata di aver ricevuto il riconoscimento ma ha tenuto a sottolineare che il meglio deve ancora avvenire e che dopo 30 anni di carriera nel suo lavoro, si è ancora giovani. “Sono intenerita dal fatto che abbiate onorato me con questo riconoscimento, ma a trent’anni in questo settore si è ancora giovani e produttivi. Sono però felice che abbiate pensato a me”. Ebbene dunque è la creatività, l’originalità e lo sguardo attento e vigile su un mondo in costante mutamento che hanno fatto di Anna Dello Russso una dei maggiori volti nel settore della moda. Moda che per lei non è solo apparenza, come molti pensano, ma l’essenza della sua vita e un filo che collega popoli e tradizioni geograficamente lontane ma proiettate verso un unico, comune futuro.

LA CERIMONIA Premio in onore di Michele Campione, giornalista pugliese, scomparso nel 2003

Mariamichela Sarcinelli 1-15 marzo 2019

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Fusione di Comuni rischio di perdere identità o potere? Incentivi fino a due milioni di euro l’anno per 10 anni e priorità nei bandi della Regione Puglia. L’esempio di Presicce e Acquarica e un altro possibile

10 FRANCESCO FERRARO Il sindaco di Acquarica al convegno “Cellamare e Capurso insieme verso modelli di lavoro e sviluppo sostenibili”

Tra circa due mesi la regione Puglia avrà un comune in meno. Il 15 maggio nascerà ufficialmente il comune di Presicce-Acquarica a seguito delle procedure avviate dai due comuni salentini. Francesco Ferraro, sindaco di Acquarica, è intervenuto ad un convegno a Cellamare nel quale si è parlato della possibilità di un percorso simile tra il piccolo comune barese e quello di Capurso. Ferraro ha sottolineato i benefici derivanti dalla fusione dei due centri e il fatto che la popolazione si sia espressa favorevolmente con un referen-

dum (previsto dalla normativa vigente). Fondamentale è stato, secondo il sindaco, spiegare in modo dettagliato ai cittadini che fondere i comuni non significava perdere l’identità dei luoghi e delle tradizioni, ma ottimizzare e incrementare i servizi per i cittadini. Nei bilanci comunali, infatti, il dato più evidente è l’incidenza molto elevata dei costi fissi di funzionamento delle strutture sul totale delle risorse disponibili. Indipendentemente dalla dimensione demografica del Comune, la sua stessa esistenza neces-

Un po’ di storia

Le leggi pro e contro gli accorpamenti dei Comuni

L'istituto dell'aggregazione o fusione di comuni non è una novità nella legislazione del nostro Paese. Già nel 1860 il Ministro degli Interni del primo governo Cavour, Luigi Carlo Farini, istituì una Commissione legislativa per la riforma dell'ordinamento amministrativo del nuovo Regno, proponendo un progetto per accorpare i Comuni con meno di 1.000 abitanti. La riduzione del numero di Comuni fu poi realizzata in epoca fascista, con l'approvazione del r.d.l. n. 383/1927 che prevedeva l'unione, soppressione o aggregazione coattiva di 2.184 piccoli Comuni e consentiva la facoltà di accorpare i Comuni con meno di 2.000 abitanti “nel caso fossero mancati i mezzi per provvedere in maniera conveniente ai pubblici servizi”. Dopo il ventennio, con la legge n. 71/1953 venne restituita ai Comuni riuniti o soppressi in epoca fascista, la possibilità di ricostituirsi in Comuni singoli, anche in assenza del requisito minimo demografico previsto (3mila abitanti), dando così inizio ad un percorso di segno opposto che conduceva alla creazione di nuovi Municipi e che è continuato fino a pochi anni fa. L’ultima inversione di tendenza dopo la legge Delrio del 2014 che, semplificando le procedure, ha provocato un’impennata nelle richieste di fusione.

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t ia iz in L’ a iv FUSIONI PER REGIONE La cartina evidenzia la marcata differenza nel cogliere le opportunità previste dalla normativa tra Centro-Sud e il Nord

sita di una serie di funzioni organizzative il cui costo pro-capite cresce al diminuire dei cittadini serviti. Secondo l’Istituto regionale di programmazione economica della Toscana (Irpet) nei Comuni fino a 1.000 abitanti (dati al 2015) si spendono in media 554 euro per cittadino per le funzioni generali di amministrazione a fronte di 220 per i servizi sociali e di istruzione. Già nei comuni compresi fra 10 e 15mila abitanti le due spese tendono a equivalersi. L’Irpet sottolinea anche come l’eccesso di frammentazione produca inefficienza e, poiché gli enti locali non possono fallire, il costo si scarica sulla collettività. Del resto le leggi nazionali approvate dal 1990 in poi, fino alla legge Delrio del 2014 hanno avuto proprio l’intento di incentivare la riduzione del numero dei comuni con lo scopo di ridurre i costi di gestione, aumentando la qualità di vita dei cittadini. L’incremento di efficienza non è l’unico vantaggio per i comuni che intendano procedere verso una fusione. Nel suo intervento Ferraro ha fatto riferimento anche agli incentivi economici previsti, ricordando che lo Stato eroga per 10 anni al nuovo comune il 60% in più rispetto ai trasferimenti che dava nel 2010 a ognuno di quelli che scompaiono (fino a un massimo di due milioni di euro l’anno). “In più la legge della Regione Puglia” ha aggiunto il sindaco “prevede che il nuovo comune abbia la priorità assoluta in tutti i bandi regionali”. Altro

elemento importante è lo sviluppo economico del territorio. Secondo Rudiger Ahrend e Stefano Bartolini, noti economisti, la frammentazione delle aree urbane ha forti impatti negativi sulla capacità di attrazione di investimenti e quindi sulla crescita economica. La rete delle associazioni industriali metropolitane, in occasione del disegno di legge Delrio sosteneva “Nelle aree metropolitane si concentra gran parte degli investimenti; la frammentazione dell’organizzazione territoriale e amministrativa al loro interno è un problema di interesse nazionale che deve essere superato”. Sull’eventuale fusione Il sindaco di Cellamare, Michele De Santis ha parlato di un “percorso lungo” aggiungendo: “Essendo cellamarese non vorrei perdere mai la mia identità”. Ai microfoni di Ventiperquattro.it ha aggiunto: “Se si tratta di uno dei tanti progetti che facciamo insieme al comune di Capurso, ben venga. L’importante è che ci possa guadagnare anche la mia comunità. Ma se parliamo della scomparsa di Cellamare, beh io non sono d’accordo”. Più prudente il sindaco di Capurso che ha preferito non entrare nel merito dei vantaggi e svantaggi di una fusione, tema da lui definito “molto forte”, per non interferire in un momento delicato della situazione politica cellamarese alla vigilia delle elezioni amministrative. Claudio Carbone

Boom delle fusioni dopo il 2014, ma solo al Nord

Il passaggio dall'unione alla fusione di Comuni fu introdotto con la legge n. 142/1990, poi modificata nel 1999, producendo risultati molto scarsi. Solo 11 le fusioni avvenute tra il 1990 e il 2013. La svolta si ha con la legge 56 del 2014, nota come legge Delrio. Da allora ben 124 accorpamenti di Comuni che hanno fatto scendere il numero totale dei municipi italiani da 8090 a 7914. Da notare che di queste procedure solo 3 riguardano il centrosud della penisola, quella di Presicce e Acquarica in Puglia e Casali del Manco e Corigliano-Rossano in Calabria. 1-15 marzo 2019

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Master di Giornalismo 2018/2020

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Università di Bari AAA rettore cercasi

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IL MAGNIFICO RETTORE Antonio Felice Uricchio Dal 1 novembre 2013 è Rettore dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

A giugno si voterà per eleggere il successore dell’uscente Antonio Uricchio. Cinque candidati. Il mandato durerà per i prossimi sei anni, fino al 2025

Non è dato ancora sapere chi sarà il Rettore dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro” per i prossimi sei anni accademici 2019/2025: le elezioni sono previste per il mese di giugno. Sono però già note le candidature dei cinque professori aspiranti alla carica, per sostituire il rettore uscente Antonio Uricchio. Sono Angelo Vacca, Loreto Gesualdo, Roberto Bellotti, Stefano Bronzini e Pierdomenico Logroscino. Un punto di forza che accomuna i programmi elettorali della maggior parte dei cinque docenti è l’inter-

nazionalizzazione. “È necessario che l’Università di Bari si apra verso l’Europa e all’estero, sfruttando al massimo i progetti Erasmus, per i nostri studenti che vanno nelle sedi straniere e viceversa. È altrettanto importante potenziare l’ingresso e l’uscita dei visiting professors”, puntualizza Vacca. Per il candidato Bronzini l’internazionalizzazione, insieme alla ricerca, sono punti fondamentali perché legati e annessi alle offerte formative: “Più ricerca vuol dire più

Resoconto dei 6 anni

L’intervista al Magnifico Rettore, Antonio Uricchio

Ci faccia un bilancio sul suo rettorato: “Devo dire con soddisfazione che gran parte degli obiettivi sono stati centrati. Il programma che avevo proposto ha trovato largo consenso nel corpo elettorale della nostra Università. I risultati sono stati anche migliori delle aspettative, soprattutto alla luce delle precedenti esperienze e del punto di partenza del nostro Ateneo. Innanzitutto il risanamento finanziario che è stato condotto come priorità assoluta, il piano di rientro di rilancio che è scattato proprio all’indomani del mio insegnamento e ha consentito di raggiungere il pareggio oltre che un risultato positivo sotto il profilo gestionale già dopo appena due anni. C’è stato un forte investimento nelle strutture, soprattutto quelle dedicate agli studenti: le aule, gli ambienti di studio. Ma l’aspetto più importante, a me particolarmente caro, è “l’apertura” dell’Università: la proiezione esterna, i rapporti col territorio, la configurazione di un’università che è propulsiva rispetto alla cultura e rispetto alla società”. C’è qualcosa che avrebbe voluto fare, ma non ha avuto modo di realizzare? “Quello che non siamo riusciti a fare, ma che mi auguro passa essere fatto quanto prima, sono i corsi di laurea internazionali congiunti (ne abbiamo solo uno). L’obbiettivo è quello di sostenere sempre più l’internazionalizzazione: la ricerca è di per sé internazionale. Al momento abbiamo 5 corsi di lingua inglese, questo è un altro obiettivo raggiunto”. 1-15 marzo 2019


at L’ te sa

offerta formativa, più internazionalizzazione vuol dire più possibilità per gli studenti di mobilità finalizzata sia in entrata che in uscita”. I cinque candidati sembrano essere concordi sulla condivisione di un punto di debolezza dell’Università che andrebbe risolto quanto prima: il miglioramento delle infrastrutture. Secondo Vacca: “Bisogna migliorare le aule e le biblioteche. Basterebbe fare un piano d’edilizia con i fondi regionali o ministeriali a bando, per migliorare i singoli dipartimenti.” Per Bellotti: “E’ necessario puntare su servizi di qualità per gli studenti, operando in sinergia con la città e la regione. Offrendo più alloggi per gli studenti, agevolazioni per i trasporti pubblici, un’ estensione degli orari della apertura delle biblioteche universitarie ed un miglioramento complessivo del Centro Universitario Sportivo cittadino”. Così anche Gesualdo: “Per ampliare l’offerta formativa è necessario creare nuovi poli formativi, nuove sale lettura, puntando sulla digitalizzazione e sulle nuove tecnologie. Sono altrettanto necessari, il miglioramento delle mense degli studenti e l’ampliamento degli spazi all’aperto (tipo i campus universitari)”. Poi c’è il fenomeno della fuga dei cervelli: “Dobbiamo creare nuove opportunità lavorative, stimolando la formazione di nuove figure professionali in sintonia con le specializzazioni che servono alle aziende. Questo si può ottenere solo “deburocratiz-

zando” il sistema, creando ambienti catalizzatori in cui si raccolgono le idee, le cosiddette “torri della ricerca”, sul modello delle Università olandesi che aggregano ricercatori e studiosi in ambienti comuni”, suggerisce il professor Gesualdo. Secondo il punto di vista di Pierdomenico Logroscino: “Per abbattere il fenomeno, l’università deve collaborare con le imprese nell’innovazione e nello sviluppo, in quello che si chiama trasferimento tecnologico. La crescita delle imprese produrrebbe crescita di occupazione all’interno della stessa Regione. Se l’università avverte se stessa come un driver di sviluppo locale che collabora con i soggetti che fanno parte del tessuto economico, può diventare uno strumento di trattenimento dei cervelli”. “Andrebbe migliorata la attrattività dei corsi di laurea, rendendo la formazione universitaria più vicina alle richieste del mondo del lavoro, sia nei settori scientifici, sia in quelli umanistici” suggerisce Bellotti. “Mi piacerebbe poter immaginare che mandare studenti da altre parti possa significare che loro possano tornare arricchendo di esperienze e conoscenze il nostro territorio”, dice Bronzini. Infine Vacca: “Fuga di cervelli? si può contrastare solo facendo ricerca. Senza ricerca non c’è occupazione e i giovani se ne vanno”.

I CINQUE CANDIDATI In alto da sinistra: Loreto Gesualdo, Stefano Bronzini; in basso da sinistra: Roberto Bellotti, Angelo Vacca e Pierdomenico Logroscino

Marìcla Pastore 1-15 marzo 2019

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Sardegna, diritti calpestati dallo Stato Italiano L’Italia non ha mai rispettato l’articolo 8 dello Statuto Sardo Dalla denuncia dei sardisti agli accordi del 2006 e 2016 Ma il danno è fatto e resta

16 LA BANDIERA La croce di San Giorgio e i quattro mori. Rappresentano i Re Saraceni sconfitti dagli aragonesi nel 1026

Perché la Sardegna vorrebbe essere più autonoma dallo Stato Italiano? In fondo mentre il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna aspirano all’autonomia rafforzata, soddisfatte degli accordi preliminari stipulati con il Governo lo scorso 28 febbraio, l’Isola gode già di privilegi che queste regioni non potranno mai avere. Grazie alla legge costituzionale numero 3 del 26 febbraio 1948 che ne ha concesso uno Statuto, la Sardegna è, appunto, una Regione a Statuto speciale: gode di autonomia legislativa esclusiva su alcune materie, come l’urbanistica

e il turismo e per altre, come sanità e assistenza pubblica, può emanare norme seguendo i principi stabiliti dalle leggi dello Stato. Ma la vera differenza dovrebbe essere nelle entrate regionali. Secondo l’articolo 8 dello Statuto, la Sardegna, avrebbe diritto: ai sette decimi del gettito delle imposte sul reddito delle persone fisiche e giuridiche, ai nove decimi del gettito delle tasse sul bollo e sul consumo di energia elettrica, ai nove decimi delle entrate riscosse sui prodotti dei monopoli dei tabacchi, ai canoni per le concessioni idroelet-

Le servitù militari

La guerra in spiaggia e i veleni dei poligoni di tiro

La Sardegna come un immenso campo di addestramento: non ci sono nemici, eppure i morti non si contano più. Alcune delle spiagge più belle del mondo, sono quelle sarde. Eppure a un certo punto la quiete della natura viene scossa da mezzi da sbarco, elicotteri e soldati dei più disparati eserciti della Nato. Riedizioni dello sbarco in Normandia, cui fanno da sfondo l’acqua cristallina e la sabbia bianca sul verde della macchia mediterranea. Sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sotto vincolo di servitù militare. Si tratta di strutture, terreni e acque al servizio delle forze armate italiane o della Nato. Sull'Isola ci sono poligoni missilistici, per esercitazioni a fuoco, poligoni per esercitazioni aeree, aeroporti militari e depositi di carburante munizioni. Oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina). È lo stesso sito della Regione a dare i numeri del fenomeno. Il poligono del Salto di Quirra Perdasdefogu di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i primi due poligoni italiani per estensione, mentre il poligono Nato di Capo Frasca ne occupa 1.400. Un danno ambientale enorme, quello causato dallo smaltimento e dallo scoppio di bombe e munizioni. Al poligono di Quirra i militari fanno saltare buche cariche di esplosivo da smaltire proveniente da tutta Italia. E per anni, nella zona, il cielo ha portato pioggia e polveri sottili contaminate con sostanze tossiche e radioattive. Bimbi nati con malformazioni, morti di tumore e soldati malati a causa dell'esposizione all'uranio impoverito. Un prezzo che la Sardegna non è più disposta a pagare.

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Il problema

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Viaggi costosi rischio isolamento

ità al ttu

La continuità territoriale dovrebbe garantire ai residenti in Sardegna, costretti a studiare e lavorare nella Penisola o all’estero, di poter tornare a casa e ripartire con un prezzo agevolato e fisso. Dovrebbe...ma non è così facile. Le rotte aeree in regime di continuità sono state assegnate ad Alitalia. AirItaly (l’ex Meridiana) ha presentato ricorso e ottenuto, dal 1 al 16 aprile, i diritti sulle rotte OlbiaRoma e Olbia-Milano. Sì, perchè ci si può avvalere del servizio solo se si viaggia dal Capoluogo lombardo e dalla Capitale. Chi avesse la sfortuna di dover viaggiare dal resto d’Italia deve combattere con i capricci di Ryanair, magari pagando 200€ un viaggio di sola andata. Chi ne avesse la possibilità deve fare in fretta, perché i biglietti sono pochi e finiscono dopo pochi giorni. E ci si ritrova a dover tornare a casa pagando 90€ di passaggio ponte in nave. A prezzo scontato.

triche, ai nove decimi delle imposte di fabbricazione… e la lista continua. E allora cosa vogliono i partiti indipendentisti? Che la Sardegna si finanzi dai tributi regionali per intero, senza compartecipazioni, come prevede in Sicilia l’articolo 36 dello Statuto (rinunciando però alle tasse di produzione, sul tabacco e sul lotto). Senza aspirare a tanto, anche solo con il pagamento delle attuali quote, grazie alla ricchezza paesaggistica, culturale e al turismo, l’Isola dovrebbe essere un’oasi felice nel Mediterraneo. Dovrebbe… ma non lo è. Il rapporto dell’ufficio statistico dell'Unione europea piazza la Sardegna al 228esimo posto, su 276, tra le regioni europee più povere. L’Italia non ha rispettato l’articolo 8, per decenni. In parte a causa dell’articolo 9 dello Statuto, secondo cui la Regione affida agli organi dello Stato l'accertamento e la riscossione dei propri tributi. Dunque l’Italia incassa per conto della Sardegna, trattenendo poi gran parte delle quote. Una mancanza che deriverebbe dall’assenza di leggi attuative che regolino il trasferimento dei fondi alla Sardegna: lo Stato riconosce alla Sardegna quanto dovuto con un’iscrizione dei fondi nel proprio bilancio, senza norme precise a garanzia della Regione. Le prime indicazioni di un debito italiano nei confronti dell’Isola risalgono a uno studio della Fondazione Agnelli del 1985. Il problema è stato poi denunciato dal poeta sardista Angelo Caria negli anni 90 e portato alla ribalta nel 2004 dal partito indipendentista iRS (Indipen-

dèntzia Repùbrica de Sardigna). Nel 2006 il presidente della Regione, Renato Soru, decide di portare a Roma la questione: viene riconosciuto un debito di circa 10 miliardi, accertabile per certo solo a partire dal 1991. Secondo la Regione, dalla compartecipazione al gettito dei tributi erariali, lo Stato non avrebbe pagato, ogni anno, circa 400 milioni di euro derivati dall’IVA e 500 dall’Irpef. Nasce dunque la “vertenza entrate”: un accordo tra la Regione e Roma per estinguere il debito. Soru si accorda con lo Stato per il pagamento di 5 miliardi di euro, da riscuotere nei 10 anni successivi, 500 milioni all’anno. In più ottiene quote più alte sulle compartecipazioni elencate nell’articolo 8 dello Statuto. Accordi fissati nella Legge Finanziaria 2007. Il prezzo da pagare è però altissimo: con il comma 836 dell’articolo 1 della stessa legge, l’Italia dispone che da quell’ anno la Sardegna si incarichi del 100% della spesa per la sanità regionale, senza alcun apporto a carico del bilancio statale. Ma lo Stato non ha rispettato l’impegno, motivandolo con l’assenza delle norme di attuazione in grado di quantificare quanto spetti all’isola. Questo fino al 2016, quando il Governo approva il Dl. del 9 giugno 2016, n. 114, con le norme di attuazione dell'articolo 8 dello Statuto: nonostante tutto ancora non rispettato. Senza tenere conto dei miliardi pregressi, dal 1991 al 2016, e dell’enorme debito creato dalla sanità, a causa dei mancati pagamenti da parte dello Stato. Luigi Bussu

17 I NURAGHES Diffusi in tutto il territorio, sono uno dei simboli dell’Isola. Nella foto il Nuraghe Ardasai a Seui

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Domeniche chiuse o aperte questo il problema

FESTIVI Stimate perdite per 34 miliardi di euro e circa 40mila posti di lavoro messi a rischio dal disegno di legge

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Il disegno di legge del M5S punta allo stop di negozi e centri commerciali nei festivi Previste multe per chi non rispetta la serranda abbassata

Si prospetta una perdita di circa 34 miliardi di fatturato e una perdita di 40 mila posti: sono le previsione fatte da “Bain & Company” se passasse la legge del Governo giallo-verde, quella di chiudere gli esercizi commerciali durante i festivi. Ventisei domeniche aperte l’anno. Ovvero, una domenica su due, con la possibilità di arrivare a 30 giorni festivi di apertura extra, se si aggiungono quattro festività delle 12 previste dal nostro calendario. È questo il disegno di legge fatto dal Governo giallo-verde e in attesa di approvazione. Ma che i negozi debbano restare aperti o chiusi nei giorni festivi, è una questione di vecchia data. Tutti i governi, da almeno 10 anni, si sono interrogati sulla questione se sia giusto o no fare una legge che imponga ai piccoli commercianti e alle grandi catene commerciali di restare chiuse la domenica. Una questione mai risolta e che continua a far discutere. Da un lato coloro che, giustamente, vorrebbero il fine settimana da dedicare a loro stessi dopo una settimana di lavoro. Dall’altro, coloro che hanno solo il weekend per fare tutte quelle commissioni che durante la settimana non possono svolgere. Ma dati oggettivi su cui fare affidamento, almeno per avere una direzione verso cui andare, ci sono. Il presidente del Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali Massimo Moretti, ha

sottolineato alla Commissione attività produttive della Camera come la domenica con sei milioni di visitatori “rappresenta il secondo giorno per affluenza e fatturato. Se la proposta del governo di chiudere i centri commerciali la domenica dovesse attuarsi, si metterebbero a rischio 40mila occupati su un totale di 550mila”. Un totale di 9mila di negozi che rischiano la chiusura su un totale di 35mila punti vendita; una manovra che, oltre al danno economico, potrebbe causare anche notevoli danni nel settore immobiliare. Il “retail real estate” contribuisce ogni anno, tra il 25% e il 50% al totale della compravendita nel settore immobiliare non residenziale. Un valore che arriva anche ai 10 miliardi, con la maggior parte delle entrate proveniente dal mercato estero. Un problema non isolato, se si somma al disagio che si creerebbe a chi, durante la settimana, per motivi di tempo o logistici è impossibilitato nel fare la spesa e sceglie di farla la domenica “Oggi sono 19 milioni le persone che fanno la spesa la domenica e tra questi anche chi abita in luoghi lontani e isolati da grandi centri urbani. Luoghi dove il singolo negozio fornisce un servizio indispensabile e insostituibile. Se approvato senza modifiche, il disegno di legge penalizzerebbe il commercio fisico, dimenticando che, soprattutto nei piccoli centri, i negozi sono luoghi anche di aggregazione


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sociale che nessuna forma di commercio virtuale potrà mai sostituire” ha spiegato il delegato della Conad Francesco Pugliese. Inoltre, per altre categorie di lavoratori come i medici, gli infermieri, i militari o i capotreni e autisti degli autobus, il lavorare durante i giorni festivi non rappresenta un problema. E questo per due motivi: è previsto dal contratto e viene remunerato differentemente da altri giorni feriali. “Bisogna incentivare chi è disposto a lavorare in orari scomodi, queste persone devono avere più garanzie. Non mi puoi licenziare se non posso lavorare in alcuni giorni o in determinati orari, tanto per fare un esempio” ha sottolineato la sociologa e filosofa Chiara Saraceno. “Il reale problema delle famiglie italiane non è la garanzia della domenica a casa ma piuttosto un salario adeguato che permetta alle famiglia di poter avere una vita dignitosa”. La garanzia della possibilità di scelta al lavoratore è la vera priorità, con la semplice creazione di turni lavorativi; chi lavora la settimana ha i weekend libero e viceversa. O, se questo non è possibile, creare dei turni tra gli stessi lavoratori. Una trovata che accontenterebbe tutti, esercenti e clienti. Ma non solo; il fine settimana rappresenta anche un’opportunità lavorativa per i tanti giovani che, durante il sabato e la dome-

nica, possono svolgere un lavoro per garantirsi una minima entrata. “Sono abituata a lavorare la domenica – ha dichiarato L., una commessa dell’Auchan, nota catena commerciale aperta anche la domenica - Non nego che preferirei stare la domenica a casa, lo preferiremmo tutti. Ma dato che è la mia unica entrata, il “sacrificio” lo faccio anche volentieri. Il brutto arriva quando non si ha la possibilità di scelta”.

SHOPPING Se il disegno di legge fosse approvato, 19 milioni di persone rinuncerebbero allo shopping festivo

Simona Latorrata

Lo spartiacque

Il decreto “Salva Italia” di Monti

Era il lontano 2012, quando l’allora Presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti approvò il cosidetto decreto “Salva Italia”; tra le misure economiche prese per risanare il debito pubblico italiano, oltre al ritorno del pagamento dell’Ici, le tasse sui conto correnti e un incremento sulle assicurazioni per le auto di lusso, fu stabilita anche l’apertura domenicale per gli esercizi commerciali. I titolari di attività commerciali potevano “deliberare degli orari degli esercizi commerciali su tutto il territorio nazionale” eliminando il vincoli che obbligava solo le città d’arte e interessate da flussi turistici a non rispettare la chiusura domenicale. La scelta, secondo le parole dello stesso Monti, fu dovuta alla volontà di garantire la “tutela della concorrenza previsto dal principio comunitario circa la libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi”. 1-15 Marzo 2019

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Il fundraising approda a Uniba: nuove strade e idee

FUNDRAISING La raccolta fondi è un mosaico di diverse persone e di diverse funzioni. Lo scopo è solo uno: donare

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Raccolta fondi: argomento ancora oscuro per molti, soprattutto i giovani. Storia, protagonisti e possibilità di un magico mondo benefico

“È un anello di congiunzione tra cuore e portafogli”. Il sito ufficiale dell’Associazione Italiana Fundraiser (ASSIF) apre la propria home page con alcune citazioni che spiegano l’attività del fundraising. Questa di Fabio Doppiero è perfetta per renderne il senso. Cos’è il fundraising? E’ l’azione di raccogliere soldi per sostenere e finanziare progetti o cause. Il concetto trova le sue origini nell'azione delle organizzazioni non a scopo di lucro, che hanno l'obbligo di non destinare i propri utili ai soci, ma di reinvestirli per lo sviluppo delle proprie finalità sociali. Nata in Europa, i primi a organizzare questa pratica furono i sacerdoti e la Chiesa. Ben presto, però, si sviluppò negli Usa, grazie all’azione di Henry Rosso, il fondatore della primissima scuola di fundraising al mondo, il quale la definiva un’ arte: quella di insegnare alle persone la gioia di donare. In Italia negli ultimi decenni, la pratica è stata adoperata in molti ambiti, tra cui le università. A partire da gennaio 2018, anche l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ha una figura chiamata fundraiser che darà vita a una serie di progetti: il suo nome è Rosa Porro. Calabrese, laureata in economia aziendale, ha ricevuto un forte imprinting sociale dai genitori, che avevano aderito all’associazione Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), si è quindi sempre interessata al volontariato. A un certo punto, ha

deciso di mettersi in gioco e 6 anni fa ha iniziato con il fundraising. Il primo a parlare in Italia di raccolta fondi è stato il professore Valerio Malendri, che ha anche istituito il festival del fundraising. Rosa ha partecipato al festival e ha conosciuto tante persone inserite in questo mondo delle no-profit, dalle onlus alle associazioni, dalle imprese sociali alle università alle case editoriali. Subito dopo ha deciso di proporre al rettore Antonio Felice Uricchio di sviluppare il ramo all’interno di Uniba, il quale ha accettato. Porro ci ha illustrato il suo lavoro: innanzitutto trovare un linguaggio idoneo per comunicare con ambienti che non conoscono ancora il tema e le possibilità che può offrire. “Molti pensano che fare fundraising significa creare un progetto, ma nn significa solo questo. Significa proprio creare una community, in cui c’è il gruppo che condivide un’idea: l’idea del dono. Un dono che può avvenire con diverse sfumature: offro il mio tempo, offro i miei soldi, offro un’idea, una mia professione o abilità. E’ un offrirsi, in alcuni casi per ricevere qualcosa, quindi perché c’è un riscontro, una risposta, in altri casi invece dono semplicemente perché mi va di farlo, non mi interessa capire a chi va, è fine a se stesso”. In questi mesi Rosa sta cercando di portare avanti le relazioni con le persone che stanno al di fuori dell’ università, come aziende, giornali, fondazioni, e lo fa utilizzando mail e


Il chiarimento

Nel mondo della raccolta fondi ci sono due rami tra cui fare distinzione. Il primo è il crowdfunding, che significa letteralmente “finanziamento di folla”, ossia un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di organizzazioni. Verrebbe da chiedersi “e cosa cambia rispetto al fundraising?” Si tratta sempre di raccolta fondi, ma quello che cambia è il tipo di relazione e di continuità che si instaura tra la causa e i donatori. La differenza è costituita proprio dalla figura del fundraiser: deve trasmettere il suo progetto sapientemente in modo efficace riuscendo a cogliere la parte emotiva e razionale, dovrà conoscere benissimo la causa, dovrà trasmetterla con creatività, emozione e trasparenza e dovrà sempre mantenere il contatto con i donatori, ringraziarli, invitarli a ogni evento, aggiornarli. In tal modo le persone si fidelizzano e non abbandonano l’organizzazione subito dopo aver donato, anzi, doneranno per più cause, anche di diverso tipo. Nel crowdfunding questa relazione con ogni singola persona, è quasi inesistente. Esiste al massimo un tipo di informazione spersonalizzata e spesso basata sul tornaconto personale. Nel crowdfunding troviamo perciò più sostenitori che donatori, gente mossa più dalle idee che dall’ideale. Per tutti questi motivi il fundraiser è un lavoro a tutti gli effetti. Rosa Porro ha affermato: “La raccolta di fondi è anche fonte di lavoro. Chiunque può svolgere questa funzione, anche se vengono privilegiate le donne e coloro che hanno svolto gli studi classici. Le donne infatti, sono più aperte, persuasive e sensibili. Chi ha la laurea in lettere o filosofia ha acquisito l’arte della comunicazione e dell’ eloquenza ad alti livelli”. Rosa sottolinea che l’opportunità più grande è rivolta alle mamme:“Le madri crescono un individuo che domani darà un contributo economico alla società e quindi lavorano per il futuro della società. Spesso incontrano ostacoli nella carriera lavorativa, perciò possono pensare di dedicarsi a questo mestiere”.

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tutti i media e social esistenti. Si sta occupando quindi di creare la community, di individuare e sensibilizzare la comunità studentesca e non solo. La dottoressa ha organizzato workshop conoscitivi e incontri a cui hanno partecipato anche relatori importanti come Alberto Giusti, il direttore dell' European Crowdfunding Center e i fundraiser dell’Università Bocconi di Milano o dell’ Università Campus Bio-Medico di Roma. La partecipazione di altre università, senza distinzione tra Nord e Sud, tra pubbliche e private ha entusiasmato Rosa che ha ammesso: “Quando ho riscontrato questa collaborazione ho pensato: si può fare, si può andare avanti”. Una volta informati tutti su questa finestra che si è aperta a Uniba, si potrà iniziare a fare progetti. “Non c’è uno schema fisso, un protocollo preciso. Può essere che la proposta venga dall’associazione o dagli studenti. Possiamo mettere in contatto associazioni, fondazioni, ma anche banche,aziende ecc.”. Un lavoro dunque che per raccogliere i propri frutti ha bisogno di cura e di tempo. A Rosa piace paragonare questo lavoro a una filiale di produzione: c’è chi coltiva un ortaggio, chi va a raccoglierlo, chi lo smercia sul mercato ecc. L’associazione può fare la stessa cosa: ognuno può specializzarsi in un settore e unendosi, fare gruppo e quindi, forza. Michela Lopez

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Crowdfunding o fundraising?

ROSA PORRO Economista, responsabile amministrativo e gestionale del Centro di Eccellenza di Ateneo per la sostenibilità

M. L. 1-15 marzo 2019

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Mma: il fenomeno arti marziali miste parola ai campioni

Le mma secondo Carlo Pedersoli lottatore e nipote di Bud Spencer Cosa vuol dire “essere pugile” spiegato da Giovanni De Carolis vincitore del titolo mondiale

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CARLO PEDERSOLI 25 anni, Campione di arti marziali miste nel circuito mondiale dell’Ufc

“Tutto è iniziato all’età di 13 anni. Mio zio prese un piccolo appartamento e ci fece una palestra. Mi allenavo con la mia famiglia… così è iniziata la mia avventura nelle mma” (Arti marziali miste). Carlo Pedersoli è tra i lottatori italiani più forti a livello mondiale, ma non perché sia capace di stordire l’avversario con uno schiaffone. Quello era suo nonno, Bud Specer, mito dello sport e icona cult del cinema italiano. Carlo Pedersoli (Junior) sta diventando anch’esso un’icona: sono pochissimi gli italiani che sono riusciti a imporsi nel

L’evento

Mma e difesa personale a Matera

Il 25 maggio a Matera si parlerà di cultura sportiva con uno stage di mma e difesa personale. L’evento è organizzato da Enzo Di Pasquale, addestratore del nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri e esperto di difesa personale, e ci sarà la partecipazione di Carlo “Semento” Pedersoli. L’evento si svolgerà nella palestra Light energy ed è diviso in due fasce orarie. La prima che andrà dalle 14 alle 16, sarà incentrata sulla difesa personale, in particolare sulle tecniche e i protocolli di antiaggressione femminile. La difesa personale non è solo un fatto puramente tecnico, ma c’è dietro anche un importante lavoro psicologico che consente non di diventare più forti, ma di sentirsi più sicuri. “Sentirsi sicuri è un diritto”, spiega Di Pasquale. Poi dalle 16 alle 18 ci sarà lo stage di mma condotto da Carlo Pedersoli, che porterà la sua storia e la sua conoscenza di questo mondo. 1-15 marzo 2019

mondo delle mma: solo sei. Questa disciplina combina tutti gli stili di combattimento classici, dal Karate fino alla lotta greco-romana, e ha regole rigidissime. Ogni incontro è diviso in tre round da cinque minuti ciascuno in cui è ammessa ogni tipologia di attacco: calci, pugni, atterramenti, mosse di sottomissione. L’intervento dell’arbitro è sempre risolutivo, non ci sono conteggi, né time out. Se l’arbitro dice stop, l’incontro si conclude. Si può vincere per Ko, resa dell’avversario, oppure per decisione dei giudici che stabiliscono un punteggio sulla base dei colpi messi a segno e incassati. Nonostante ciò che si potrebbe pensare, le mma non sono affatto uno sport violento. “Chi le critica lo fa per ignoranza più che per conoscenza diretta. Facendo conoscere bene questo sport alla gente si capirebbe che non c’è violenza. È uno sport fatto soprattutto di tecnica, con un po’ di attenzione lo si può apprezzare”, spiega Carlo. Le origini di questo sport, sebbene sia molto giovane, sono incerte. Si è sviluppato in Giappone e in Brasile, dove si chiamava Catch e Vale tudo, ma è diventato celebre negli Stati Uniti. Nel 1993 La Ultimate Fighting Championship, società gestita da Dana White, organizzò il primo torneo a eliminazione diretta in cui tutto era ammesso. Inizialmente questo sport fu vietato in alcuni Stati americani, poiché ritenuto troppo violento e in alcuni Paesi europei, come la Francia, lo è ancora parzialmente.


“Il rispetto arriva senza insegnarlo”

Attualmente Carlo è l’unico italiano peso welter (cioè al disotto degli 80 chili) a combattere nell’ Ufc, il circuito più importante a livello mondiale di arti marziali miste. “La vittoria in Ufc è una delle emozioni più forti che ho mai avuto. Però quando vinci è sempre un’emozione. Qualsiasi avversario batti dal più debole al più forte”, racconta Carlo con la voce carica di emozione. Il 25 maggio Carlo sarà a Matera, insieme a Enzo Di Pasquale esperto di difesa personale, per spiegare e raccontare il mondo delle mma. Per molti questo è uno sport ancora sconosciuto, ma è in continua crescita e raccoglie sempre nuovi appassionati e soprattutto nuovi atleti. Ma occorre superare i pregiudizi. Già Bruce Lee, che prima di essere un attore era un filosofo, ipotizzava la nascita di un nuovo stile di combattimento che permettesse all’atleta di esprimersi in completa libertà. Poiché è proprio a questo a cui occorre pensare quando di parla di sport da combattimento: forma di espressione e di educazione. “L’insegnamento più importante è la dedizione per l’allenamento, per il sacrificio. Senza sacrificio non ottieni nulla. – conclude Carlo - Se non ti alleni non puoi combattere, lo imparai a mie spese. Il primo match che feci ero a corto di fiato dopo un minuto. Da quel momento ho cominciato ad allenarmi ogni giorno”.

Saverio Carlucci

Giovanni De Carolis, 35 anni di Roma: campione italiano di pugilato, campione europeo wbc, campione del mondo 2016. Cosa significa per te il pugilato? Ci ho messo tutta la mia vita intorno. Prima l’allenamento mi faceva stare bene psicologicamente, poi mi è piaciuto talmente tanto che ho voluto farlo diventare il mio lavoro. Ma faccio questo sport prima di tutto per passione e combatto per affrontare i più forti, a prescindere dal titolo. Esiste un pregiudizio verso questo sport? Si. Ma solo quelli che non lo conoscono lo hanno. C’è chi è legato alla storia di Rocky, sia in senso positivo che negativo. Esiste ancora la leggenda che bisogna rompersi il naso prima di andare in palestra. O si è conviti che gli incontri siano sempre violenti e crudi, quando in realtà i controlli medici sono alti e la federazione pugilistica controlla sempre tutto attentamente. I pregiudizi sono meno, si, ma qualcosa resiste. Qual è l’insegnamento più importante che ti ha trasmesso questo sport e che cerchi di insegnare ai tuoi allievi? Il rispetto per le persone. In palestra hai a che fare con tanti ragazzi e ragazze, provenienti da diversi ceti sociali e il rispetto è una cosa che arriva a prescindere tra loro, non c’è bisogno di insegnarlo quasi. E poi il fatto di conoscere il proprio fisico e i propri limiti, questo permette di conoscere meglio se stessi e le proprie paure, a crescere emotivamente. Quanto è importante la preparazione mentale? La parte mentale è l’80 o 90 percento. La preparazione fisica è fondamentale, ma non determinante. Per affrontare 12 riprese ci si allena per 12 settimane. Se hai il fisico perfetto senza pilota, quindi senza testa, non puoi andare da nessuna parte. Quella si costruisce con l’esperienza, gli allenamenti e la squadra giusta intorno. Un pugile senza testa non può diventare un campione, un pugile con la testa può arrivare dove vuole. C’è una frase a cui sei legato: “Credendo vides” cosa vuol dire? È un po’ la colonna sonora della mia carriera sportiva e non. Da quando ero bambino sapevo che per arrivare da qualche parte dovevo crederci fino in fondo… crederci! .Perché a prescindere se le cose vanno bene o male se lo senti nel profondo, prima o poi arrivi a raggiungere il tuo sogno.

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L’intervista

GIOVANNI DE CAROLIS 35 anni, campione italiano di pugilato, campione europeo wbc, campione del mondo 2016

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