Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016 Anno 12 - N. 90 3-20 dicembre 2021
MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007
Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it
Questa Puglia a regola d’arte
Affitti-truffa sui fuori sede
Buone feste di casa nostra
a pagg. 4 e 5
a pagg. 6-9
Stop a questa vita di plastica
Dici cinema leggi dialetto
a pagg. 22 e 23
a pagg. 16 e 17
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Quelli della Puglia con la valigia di cartone e speranza Da Toni Santagata a Domenico Modugno, da Lino Banfi a Renzo Arbore fino ad arrivare ad Albano e Checco Zalone. Tutti talenti Doc pugliesi 2 IL RE DEL FOLK Antonio Morese, in arte Toni Santagata, cantautore e cabarettista, si è spento all’età di 86 anni in un ospedale di Roma
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Una valigia di cartone, talento, incoscienza e tanta speranza. Questi gli ingredienti di tanti pugliesi che hanno varcato le soglie della regione in cerca di un altrove. Tra questi alcuni non solo hanno fatto fortuna, ma sono diventati nell’immaginario italiano veri e propri ambasciatori nel mondo di tutto ciò che di bello l’Italia rappresenta. Uno si è spento recentemente, Toni Santagata, pseudonimo di Antonio Morese, cantante, cantautore, compositore,cabarettista, conduttore in radio e tv, popolarissimo negli anni ’70 e 80. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza a Napoli, qui fonda il suo primo gruppo. Trasferitosi a Roma, nel 1959 è già uno dei protagonisti dell’Embassy, uno dei simboli della dolce vita romana. Canta le sue canzoni in italiano. Da lui scritte, ma anche quelle in lingua dialettale, tra cui Quant’è bello lu primm’ammore, La zita, Li strascenete e tante altre, ritenute però poco commerciali dai discografici. Fondatore storico del Folkstudio negli anni sessanta. Poi la Sunset Record, gli pubblica il primo disco. Con la musica aveva portato la sua terra, la Puglia, in giro per il mondo: dal Canada all’Argentina, fino alla Russia. I suoi concerti a livello internazionale hanno riscosso nel tempo non poco successo, tanto da farlo diventare famoso ovunque. Da un paese della Puglia è arrivato a cantare al
Madison Square Garden di New York. In una delle sue ultime interviste nel salotto quotidiano di Rai uno, “Oggi è un altro giorno”, della giornalista Serena Bortone dice: “Sono stato sempre felice, in ogni canzone ho messo tutta la mia passione e me stesso e ho sempre inserito nei testi tutta la mia attenzione per gli ultimi, rappresentando tutte quelle piccole realtà della provincia. Così ho conquistato il mondo”. Santagata è uno delle tante meraviglie pugliesi. Non si può non citare però il più famoso di tutti, Domenico Modugno, nato a Polignano a Mare, considerato uno dei padri della musica leggera italiana. Non c’è posto al mondo in cui alla domanda sei italiano non ti intonino subito uno dei suoi grandi successi, la canzone “Volare”. Personaggi come Renzo Arbore, che oltre a cantare e suonare è anche un grande autore e conduttore televisivo, anzi si può proprio dire che i suoi programmi radiofonici e televisivi hanno segnato la storia della televisione e della Rai in particolare. Da Foggia arriva a stravolgere il linguaggio televisivo e crea nuovi generi e contaminazioni. Diversa la storia di un altro pugliese doc, Lino Banfi, che cresciuto in seminario, parte per Roma con la sua amata moglie, senza denari, ma con tanta voglia di affermarsi e soprattutto tanta passione per il cabaret. Gira tantissimi film comici, oggi definiti b movie, che il grande regista Quentin Taran-
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tino ha sempre amato, portando oggi il mondo della critica cinematografica a rivalutare questo genere. Anche Lino ha rappresentato un’epoca importante, quella degli anni 80 allegra, con vizi e difetti di italiani medi, che però vivevano bene e potevano anche permettersi il lusso di diventare grandi imprenditori, o allenatori di calcio. Pieni di difetti, buffi, pasticcioni eppure sempre con bellissime donne accanto, si ricordi una delle sue compagne di lavoro che ha segnato un’epoca, la bellissima attrice Edwige Fenech. Da Cellino San Marco la voce suprema è quella di Albano Carrisi, lui che non solo ha avuto la possibilità di cantare, ma di far sognare diventando il simbolo dell’amore eterno, sposando Romina Power. Varie edizioni sanremesi a cantare le loro canzoni, una famiglia felice. Un Cenerentolo, figlio di contadini che sposa la figlia di Hollywood. Lei che decide negli anni 70 anche di trasferirsi con lui in questo piccolo paese lontana dai riflettori e dallo star system in cui era cresciuta. Oggi tanti ragazzi e ragazze esportano la loro creatività, sia andando fisicamente fuori sia restando qui, La Puglia, negli ultimi anni, è diventata sempre più meta di alto turismo internazionale, oggi sono le star che cercano casa qui. Eppure un artista su tutti li rapprenta e ne porta l’eredità, riscuotendo un
successo eclatante, Checco Zalone. Tanto da diventare nel cinema il fenomeno Zalone. Fiumi di inchiostro sono stati scritti per definirlo, per etichettare il suo cinema, lui cosi meravigliosamente scorretto, ma autentico. Checco ha una cosa che lo avvicina a questi grandi, l’umiltà nei confronti dell’arte, tanto da approcciarsi sempre con discrezione: quando è se stesso, Luca Medici, non compare, non lo vedi, eppure osserva tutto e quando è pronto arriva Checco a farci raccontare. Antonietta Pasanisi
3 VOLARE La statua di bronzo di Modugno a Polignano a Mare: opera dello scultore argentino Hermann Mejer del 2009
I no di Santagata
Moro e Pannella lo volevano deputato Nella sua ultima intervista, raccontandosi Toni Santagata alla giornalista di Rai1 Serena Bortone nella sua trasmissione “ Oggi è un altro giorno” ha detto che molti politici lo stimavano, tra cui il presidente Sandro Pertini, che adorava la canzone “Austerity”. Alla Fiera di Foggia invece ebbe modo di incontrare il presidente Aldo Moro, che lo accolse con un sorriso e gli disse che sarebbe stato bello avere altri giovani come lui in Italia. Ricorda che la stessa sera fu contattato da un dirigente della DC di allora, il quale gli comunicò che il giorno dopo sarebbe potuto andare a firmare perché il suo nome era stato inserito nell’elenco dei candidati deputati. Suo padre, carabiniere, che non aveva mai ostacolato la sua carriera, era felice della proposta e gli consigliò di accettare, ma lui decise di rifiutare per vari motivi. La stessa cosa avvenne anni dopo con Marco Pannella, ancora una volta rifiutò.
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Annunci fantasma A Bari la truffa immobiliare online La casa che non c’é. A peggiorarne la già difficile ricerca, soprattutto per gli studenti, si aggiungono le offerte truffe sui noti siti specializzati 4 LE EMAIL TRUFFA In alto, il primo contatto via posta elettronica con il truffatore: si spaccia per Dean, 37enne inglese
Un appartamento nuovissimo, luminoso, vista sul verde, zona centrale, un prezzo stracciato. Un annuncio di affittasi così bello che non sembra vero... e infatti non lo è. Che l’offerta del mercato immobiliare di Bari non sia il massimo è cosa nota, soprattutto per gli studenti universitari. Agli alloggi a prezzi altissimi, ad edifici fatiscenti spacciati per palazzi signorili, si aggiungono anche le truffe via web. Tra queste, vi è una talmente palese che è davvero difficile cascarci, eppure l’annuncio è ancora lì, su siti autorevoli
come Immobiliare, Subito, Bakeka e Airbnb, e rappresenta una possibile minaccia. Scompare per un po’, poi torna sotto altre vesti. Tutti gli annunci di questo genere hanno una cosa in comune: mostrano mobilio nuovo di zecca, un certo stile, con un prezzo basso e condizioni fuori dal comune. Così, l’utente contatta l’affittuario tramite il form apposito sul sito. La particolarità di questi siti, infatti, è che il primo contatto avviene sulla piattaforma stessa, a meno che non sia diversamente indicato dall’affittuario o venditore.
Il quadro edilizio
“Le città sono di chi le abita”. Al nord la situazione è peggiore La speculazione edilizia, l’intensificarsi del turismo e del mercato delle case vacanze, l’odissea dei fuorisede. “La casa è un diritto, l’affitto è una rapina” si legge nel famoso canale Telegram “Le città sono di chi le abita”, che da tempo denuncia e raccoglie risorse e informazioni sul tema dell’edilizia, con un occhio particolare alle grandi città. Qui, il tema delle case per studenti è fortemente sentito. Tra le testimonianze raccolte in questo contenitore mediatico che conta più di 1.100 iscritti, emerge un fatto allarmante, e cioè che vivere l’esperienza da fuorisede universitario è sempre più difficile. Le agenzie immobiliari speculano chiedendo caparre sempre più consistenti, gli immobili necessiterebbero di miglioramenti. Gli studenti, insomma, non possono vivere con meno stress e più dignitosamente. Al nord, la situazione è di gran lunga peggiore e Bari, in confronto, è un paradiso. Il dato peggiore registrato è a Bologna: secondo una ricerca del 2019 di HousingBo, laboratorio sulla condizione abitativa studentesca, uno studente impiega circa 7 settimane per trovare un alloggio. Il 30% degli studenti impiega oltre due mesi. La sistemazione costa sui 380 euro, ma nel centro storico l’affitto di una stanza può arrivare ai 450 euro. Il diritto allo studio, in definitiva, non viene più garantito.
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Una volta messi ufficialmente in contatto, saranno gli utenti a decidere se scambiarsi i numeri di cellulare o no. In queste truffe, invece, pochi giorni dopo il primo messaggio, l’utente viene contattato privatamente via email. Il soggetto (o i soggetti) dietro gli annunci truffaldini agiscono sempre allo stesso modo: comunicano via email con nome e foto fittizi, fingendosi lavoratori stranieri fuori dall’Italia. Tale “Dean Aaron”, ad esempio, racconta di essere un trentasettenne inglese che ha acquistato casa a Bari nel 2017 per lavoro, e adesso ha fatto ritorno in patria. Nel canone d’affitto dell’immobile, in questo caso un bilocale di 40 metri quadri, sono comprese tutte le utenze (al modico prezzo di 500 euro). Specifica anche di essere un ingegnere informatico, attualmente a lavoro su una crociera MSC e, per questo, impossibilitato a seguire le trattative di persona. “Ma troviamo un modo di risolvere”, rassicura. Il modo è mandare loro soldi per assicurarsi la casa, spiega tale “Timea Fuhrmann”nel corso di un’altra truffa. Il pagamento viene gestito tramite Airbnb: per “prenotare” la camera, i malcapitati devono versare due caparre mensili più un deposito, per un totale di 1500 euro. Sul noto sito immobiliare, usato soprattutto per le case vacanze e affitti a breve termine, i pagamenti avvengono solo tramite piattaforma, perciò non sono rese note le coordinate bancarie
del ricevente. Per accedere all’immobile della truffa, dunque, va prima effettuo questo versamento, poi inviare prova del pagamento effettuato e infine si può accedere alla casa. Come? Semplicemente, non si può. Basta fare una ricerca su Google per scoprire che uno degli indirizzi proposti, viale Luigi Einaudi 36, è attualmente un immobile a piano terra, vuoto, proposto in affitto dall’agenzia “Prestige Immobiliare” a 2.800 euro al mese: è un immobile di 285 metri quadri, ottimo (si legge nell’annuncio, quello vero) per diventare un istituto bancario o assicurativo. Nulla a che vedere con i 60 metri quadri proposti nella truffa. Anche altri immobili risultano vuoti, o usati per scopi non residenziali. Quando gli utenti, capita la truffa, minacciano di denunciare, il truffatore risponde e, come in Dr.Jekyll e Mr. Hyde, il gentile lavoratore straniero si trasforma nel truffatore che sbeffeggia l’utente: “Ma quale polizia postale” scrive, in maniera un po’ sgrammatica. “Sono inutili. Non mi contatteranno, sono troppo stupidi”. E poi aggiunge un dettaglio che potrebbe svelare qualcosa in più sulla loro identità: “Vi dico io cosa dovete fare: una petizione online per far lavorare per la polizia postale i russi e i rumeni”. Insomma, l’eterno rapporto conflittuale tra Bari e i fuorisede: più che una città, un imperativo. Carmen Palma
5 CASE FANTASMA In alto, l’immobile in viale Luigi Einaudi 36, Bari, oggetto degli annunci. Sotto, scambio di email con i truffatori
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Dal presepe nasce anche un legame di 32 anni Avviene a Rivisondoli (AQ): si rincontrano la “Madonnina” e il “Bambinello” entrambi protagonisti della stessa edizione, tra ricordi e presente
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39°ESIMA EDIZIONE Francobolli del presepe, delle famiglie “riunite” Tarantini, Del Mastro. In basso la rappresentazione del rito
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“Portare avanti la storia religiosa con dedizione e passione” è questo che ha permesso al presepe vivente di Rivisondoli, uno fra i più antichi d’Italia, di giungere fino alla 71 esima edizione. Un rito atteso, anno dopo anno sempre di più dagli abitanti della cittadina abruzzese, che scendono per primi in campo per assumere i “panni” dei personaggi religiosi. “Ci sono addirittura abitanti che interpretano da anni le stesse figure, per sottolineare quanto i rivisondolesi siano legati all’
evento sacro”. A dirlo è uno dei fortunati “bambinelli” che ha preso parte all’azione scenica nel 1991, Andrea Del Mastro. L’ultimo nato infatti, per tradizione, avrà il ruolo centrale di impersonare la natività nel presepe. Continua con una certa emozione: “ricordo, che quando ero piccolino, andavo con i miei amici anche tre mesi prima al Comune per prendere gli abiti, per assicurarmi un posto il 5 gennaio all’ interno della manifestazione”. Un’emozione che si rinnova annualmente e
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Le origini
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Il borgo e l’antico presepe vivente
che ha una struttura precisa. Si parte l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, per la presentazione ufficiale dei cittadini scelti per impersonare le figure sacre di maggiore rilievo. Ma quella del 5 gennaio, non è solo una tradizione, ma anche la nascita di legami oltre “confini”, come è avvenuto nella 39ma edizione tra la natività interpretata da Andrea Del Mastro, rivisondolese, e la “madonnina”, Maria Teresa Tarantini, pugliese”. Dopo l’evento non si sono mai allontanati e ancora oggi, a distanza di più di 30 anni, sono ancora in contatto. “È nata una stretta amicizia che è durata nel tempo; tutte le volte che andavo a Rivisondoli passavo a trovare i genitori del piccolo Andrea, persone cordiali, affabili e affettuose. Ricordo che il nonno e la nonna mi regalavano le uova, in segno di cordialità. Ancora oggi ci sentiamo telefonicamente”, afferma la madonnnina. La magia del presepe è proprio questa, creare nuovi legami che non conoscono confini e tempo. Tutto è partito dalla lettura di un annuncio pubblicato sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”in cui si ricercava una comparsa per la “Madonna” del presepe vivente di Rivisondoli. “è stato mio fratello, Roberto, che mi ha spinta, quasi per scherzo, a mandare un book fotografico per la selezione.” Dopo alcuni mesi, il riscontro positivo e selezione dopo selezione, la coratina Maria Teresa è
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Il 5 gennaio di ogni anno, Rivisondoli, località turistica al centro degli Altipiani Maggiori d'Abruzzo, diventa palcoscenico naturale per il "Presepe Vivente" più antico e conosciuto d'Italia. La prima edizione risale al 1951. È una manifestazione di carattere religioso, culturale e di costume di rilievo nazionale. Il tutto si svolge nella località Piè Lucente, scelta per il suo scenario naturale da fiaba, tra le cime innevate dei monti che abbracciano il Parco Nazionale d'Abruzzo e della Majella. Come da tradizione il Bambino Gesù è impersonato dall’ultimo nato del paese, San Giuseppe da un cittadino di Rivisondoli, mentre la Madonna viene scelta con un’apposita selezione di carattere nazionale. La manifestazione si svolge con percorsi fedeli al racconto evangelico. È il sogno di un pastore a dare il via all’azione scenica R. L.
riuscita a diventare la nuova madonnina del presepe vivente. Non è tutto, l’edizione a cui ha partecipato è stata l’unica ad aver portato alla nascita di francobolli interamente dedicati alla tradizione rivisondolese, predisposti dall’Istituto Poligrafico di Zecca dello Stato. Oltre ai francobolli ed alle cartoline, anche un’edizione speciale delle ricariche telefoniche dal valore di 5 mila lire. “Non dimenticherò mai quest’esperienza, perché mi ha consentito di vivere un momento unico con la mia famiglia, in quanto anche i miei fratelli e mia sorella con mia cognata hanno fatto da comparse impersonando i soldati romani e le ancelle”, ricorda Maria Teresa. Una tradizione che porta alla nascita di legami affettivi del tutto inaspettati, come quello tra la famiglia pugliese Tarantini e quella abruzzese Del Mastro. Parlando della preziosa amicizia, la mamma di Andrea, Lia, sottolinea:“Non è scontato, perché non in tutte le edizioni del presepe ci sono stati rapporti di amicizia duraturi nel tempo, è più facile perdere i legami e l’interesse. Talvolta la scintilla non si vede nemmeno in lontananza”. Aprire le porte a “perfetti sconosciuti” per condividere una cena insieme, ricordi e aneddoti. Tutti presenti, i nonni, i fratelli e i protagonisti del presepe vivente riuniti sotto un unico tetto, non più di legno come la capannina, ma fatto da mattoni costruiti grazie all’amicizia. Rosanna Luise
7 FOTO PROVE 1991 La madonnina Maria Teresa Tarantini e il bambino, Andrea Del Mastro, fotografati dalla mamma della “natività”
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Dal buio alle luci torna il Natale dei baresi Il sindaco Decaro: “L’augurio è di poter tornare a vivere. Con la campagna vaccinale stiamo mettendo alle spalle questo periodo di emergenza”
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IL GRANDE ALBERO Patrocinato da Amgas, è alto 15 metri. In alto il giardino natalizio in piazza del Ferrarese. In basso la scritte lucenti
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“Quelle luci di Natale illuminano la strada là dove il mare incontra la città, possano i nostri affanni svanire presto, che le luci di Natale continuino a splendere”. Così cantano i Coldplay in “Christmas lights”, un testo che sembra essere scritto su misura, per l’accensione del grande albero di Natale di Bari. In piazza del Ferrarese infatti, a pochi passi dal mare, si sono riaccese le luci di Natale alla presenza del sindaco Antonio Decaro e di tanti baresi che, nonostante le avverse
condizioni climatiche, non hanno voluto rinunciare alla magia dell’accensione dell’albero. La cerimonia svoltasi “in forma estremamente ridotta”, con l’assenza di concerti e balli per ridurre gli assembramenti ed evitare l’aumento dei contagi, è comunque un incoraggiante passo verso il ritorno alla normalità per tutta la città. Lo scorso anno, infatti, la cerimonia di accensione del grande albero si svolse “a porte chiuse”. I baresi, non potettero partecipare al-
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Bancarelle
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I commercianti: “Venite a trovarci” Dopo un anno di assenza per la pandemia, le bancarelle di Natale sono tornate a popolare la Muraglia e Piazza Mercantile. Sono 30 in totale e tutti gli artigiani baresi si augurano che possa esserci grande affluenza durante questi giorni di festa: “Noi ce lo auguriamo - dice un’artigiana - in questi gironi c’è stato un tempaccio ma speriamo che tutto possa andare per il meglio. Vendiamo presepi artigianali di tutti i tipi e sono realizzati tutti a mano. Ci sono di diverse dimensioni e sono realizzati con legno, sughero e resina. Oltre ai presepi vendiamo anche lanterne e campane dipinte a mano”. L’incognita sembra essere quella del maltempo come ci dice un commerciante: “Penso ci sarà grande affluenza ma tutto dipenderà dal tempo. Se piove, il passeggio si ferma mentre il freddo si può combattere. Anche a Bolzano fa freddo ma i mercatini ci sono comunque”. (L.S)
l’evento in quanto, come il resto dell’Italia, affrontavano la seconda ondata e le restrizioni impedivano ai cittadini di passeggiare per le vie del centro per il classico shopping natalizio. L’unico ad aver assistito all’accensione in quella notte del dicembre 2020 fu proprio il sindaco Decaro, che oggi ha commentato con emozione la nuova accensione dell’albero: “Vogliamo tornare alla quotidianità. L’anno scorso ero solo qui a causa delle restrizioni, non poteva esserci nessuno. Quest’anno abbiamo riacceso l’albero con una cerimonia a sorpresa in una giornata fredda ma con un po’ di baresi, rispettando le restrizioni”. “Non abbiamo voluto rinunciare a questo piccolo momento di gioia - ha continuato - e abbiamo deciso di mettere la musica e le illuminazioni ogni giorno allo stesso orario per evitare sovraffollamento per cercare di far stare le persone insieme, far divertire i nostri bambini. Se tutto verrà fatto con responsabilità usciremo da questo periodo anche un po’ più forti e uniti di prima”. Il sindaco ha poi voluto fare un augurio a tutta la città con un occhio alla situazione pandemica: “L’augurio per questo Natale è quello di tornare a vivere. Con la campagna di vaccinazione stiamo mettendo alle spalle questo periodo di emergenza. Bari ha un tasso di contagiosità basso perché il 93% dei baresi si è vaccinato. Speriamo di tornare a vivere le nostre tradi-
zioni insieme a vivere con le nostre famiglie questi momenti particolari dell’anno”. Il Grande Albero di 15 metri, patrocinato da Amgas, non è l’unica nota di colore presente in Piazza del Ferrarese. Ai piedi dell’albero infatti si trovano due enormi scritte luminose, “LOVE XMAS”, fatte in filo di metallo color bronzo come augurio di amore per tutta la città. All’inizio della piazza invece i baresi sono accolti da un arco erboso e da un lungo percorso nel quale saranno immersi in un giardino realizzato con abeti nord manniani e abeti rossi di altezza compresa tra 1,8 e 3 metri, in più cespugli e arbusti di varie altezze, illuminati da luci a led in colore bianco caldo e attraversato dal sentiero del Natale. Un altro gradito ritorno è quello delle classiche bancarelle. Sono 30 (5 dedicate alle onlus e volontariato), disseminate tra la Muraglia e Piazza Mercantile, ed ospitano i tanti artigiani baresi che vendono presepi e oggettistica a tema natalizio. Lo spirito natalizio lo si respira anche in Piazza Umberto. Qui è stato infatti inaugurato il villaggio di Babbo Natale dove le famiglie, fino al 25 dicembre, potranno portare i loro bambini, accolti da animatori vestiti da elfi che organizzeranno attività e giochi. A fare da cornice al Villaggio anche una colorata ruota panoramica. Luca Scattarella
9 LE 30 BANCARELLE Tornano a colorare l a Muraglia e Piazza Mercantile. Gli artigiani venderanno presepi, giocattoli e gadget
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Col Super Green Pass controlli a singhiozzo
Esibizione obbligatoria della certificazione verde nelle attività al chiuso. Bene i primi giorni, poi guardia alta solo negli esercizi in pieno centro
IL PORTO DI TRANI Nonostante il freddo degli ultimi giorni, i locali che affacciano nella piccola baia rimangono i più gettonati della città
Dal sei dicembre scorso è entrato in vigore il Super Green Pass, un nuovo livello di certificazione verde, ottenibile solo l’inoculazione della terza o seconda dose di vaccino, il “vecchio” e semplice Green Pass continua ad esistere ma solo per chi si sottopone ad un semplice tampone. Come accaduto in precedenza la nuova certificazione consente ai vaccinati “libertà” non più concesse agli altri, come per esempio la frequentazione di luoghi pubblici al chiuso come bar, ristoranti, palestre, cinema e teatri. Escluse le attività che forniscono beni di prima necessità come supermercati e farmacie. A Trani la notizia è stata presa con un freddo ottimismo dai commercianti che, a giusta ragione, temono un calo delle vendite e difficoltà nel garantire controlli efficaci nelle ore di maggiore affluenza. ‘’Siamo tornati indietro di un anno – spiega un ristoratore - quando dovevamo dividerci tra servizio ai clienti e controllo all’ingresso. Ci avevano promesso che coi vaccini, questo non si sarebbe ripetuto e invece…’’. Con le nuove disposizioni sono stati istituiti di conseguenza, controlli da parte di Polizia Locale, Carabinieri e Guardia di Finanza. I controlli si sono presentati puntuali già il primo giorno dell'entrata in vigore del decreto nei locali più centrali e gettonati: il personale, all'ingresso, controllava la validità della certificazione, mentre le forze dell'
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ordine hanno effettuato sortite nelle sale interne, anche a sera inoltrata. Le sanzioni elevate sono state poche. Qualche imprenditore ci conferma che “Un leggero calo delle consumazioni al tavolo c’è stato e ce lo aspettavamo”. I motivi, ci conferma nella chiacchierata, sono i più disparati: il non possesso della certificazione, la voglia di non effettuare tamponi o anche la semplice pigrizia di non allungare il tempo di attesa per il semplice controllo. “In compenso abbiamo compensato con le consegne a domicilio”. Tutto regolare ma la domanda sorge spontanea: quale sarà la situazione ad una settimana di distanza? Sabato mattina successivo, piazza Repubblica, zona centralissima di Trani dove si affacciano diversi bar e attività commerciali. Entriamo in un bar e, dopo un rapido saluto, facciamo per andare diretti verso la sala interna, in attesa che qualcuno venga a raccogliere la nostra ordinazione. Neanche il tempo di posare il cappotto che un cameriere, armato di lettore, ci chiede di esibire il Super Green Pass. Tutto ok. A metà mattinata ci spostiamo in un altro bar, questa volta più distante dal centro. Il viavai delle persone è aumentato e quasi tutti i tavoli sono occupati. Da copione occupiamo un tavolino e aspettiamo. Arriva il cameriere e raccoglie la
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nostra ordinazione, niente lettore e niente Green Pass. Per l’ora di pranzo il monitoraggio si sposta invece in una trattoria, appena fuori della zona del centro. La prima cosa che ci viene chiesta, appena varcata la soglia è proprio la certificazione verde; solita routine interrotta da un controllo a sorpresa delle forze dell’ordine che, tra i tavoli chiedono di esibire il certificato. In serata capitiamo in una pizzeria nei pressi di piazza Campo de Longobardi, zona all’interno del centro storico rivalutata negli ultimi anni con interventi mirati. Il locale non è particolarmente affollato, giusto qualche tavolo occupato e un paio di clienti che mangiano seduti al bancone. Ci accoglie un cameriere, ci chiede se avessimo prenotato e ci accompagna al tavolo. Anche in questa occasione niente controllo. Iniziamo a notare un certo pattern: i locali del centro, più frequentati e affollati, sono rimasti ligi alle disposizioni. Quelli più isolati, al contrario, hanno fatto più affidamento alla loro posizione per essere più ‘comprensivi’ con i clienti, come ci hanno confermato più titolari. “Di controlli qui neanche l’ombra – ci viene confidato – la Polizia Locale si limita a quelli del centro; alcuni miei colleghi ne hanno subiti quattro in appena tre giorni”. Una scelta comprensibile, ma da condannare. Discorso identico nelle palestre che
hanno ricevuto lo stesso trattamento dalle forze dell’ordine: controlli frequenti nelle prime ore del provvedimento, più sporadici col passare del tempo. Nelle quattro che abbiamo visitato, tutte hanno richiesto l’esibizione del Green Pass. “Sebbene la Puglia si trovi ancora in zona bianca, abbiamo il terrore di affrontare ancora una volta uno stop di diversi mesi - ci confida il titolare di una palestra - Stiamo ancora cercando di recuperare quello che è andato perduto nei vari lockdown, dove siamo stati i primi a subire degli stop”. Fabio Pengo
11 PIAZZA LIBERTA’ Una delle strade principali del centro storico dove affacciano diverse attività commerciali
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Delitto di Chiavari: criminologa barese fa riaprire il caso Determinante un documento: il bottone trovato sotto il corpo di Nada Cella compatibile con altri cinque rinvenuti a casa dell’indagata Annalucia Cecere 12 ADESSO È TESTIMONE La professionista della Università di Bari ha avvicinato l’indagata con uno stratagemma. Poi è stata minacciata
È bastato premere sul “bottone” giusto e l’attenzione dei magistrati è tornata a concentrarsi sul delitto di Chiavari. Si chiama Antonella Pesce Delfino (in foto) ed è barese la criminologa che ha fatto riapre le indagini sul giallo di Nada Cella, la 24enne uccisa nell’ufficio del commercialista Marco Soracco, in via Marsala, nel 1996. Lo studio del cold-case le era stato affidato da un giornalista de Il Secolo XIX, nel 2018, per la sua tesi del master in Criminologia e Scienze forensi, frequentato all’università “San Martino” di Genova.
La biografia
Chi è Antonella Pesce Delfino Nata a Bari, dove vive, dopo la maturità scientifica al liceo “Fermi” si abilita alla professione di medico veterinario. Nel 2005 consegue il titolo di dottore di ricerca in Scienze zootecniche ittiche e faunistiche. Dal 2005 al 2007 lavora al dipartimento di Produzione Animale. Assunta all’Università di Bari nel 2006, tre anni dopo consegue il diploma di specializzazione in Fisiopatologia della riproduzione degli animali domestici. Sempre a Bari si laurea in Scienze e tecniche psicologiche, partecipando ad alcuni congressi internazionali in ambito sociologico. Dal 2017 è responsabile del laboratorio di bilogia molecolare dell’università barese. Nel 2019 conclude il master in Criminologia e Scienze forensi dell’Università di Genova, con una tesi sul cold-case di Nada Cella. Inoltre, è autrice e coautrice di una trentina di pubblicazioni sulla biologia molecolare su diverse riviste scientifiche. (C. Z.) 3-20 dicembre 2021
Rileggendo gli atti dell’inchiesta, ha trovato l’elemento “nuovo” che ha permesso alla Procura di riaprire il fascicolo chiuso 25 anni fa. È un verbale dei carabinieri che certifica la compatibilità tra il bottone ritrovato sotto il corpo della vittima e altri cinque rinvenuti in casa di Annalucia Cecere, ex insegnante 53enne. La donna aveva 28 anni all’epoca dei fatti. Fu indagata – e subito archiviata – assieme a Soracco. Il documento non fu mai trasmesso alla squadra mobile che seguiva il filone principale dell’inchiesta. I due rami delle ricerche, benché paralleli, sarebbero dovuti confluire nel fascicolo del pubblico ministero, ma così non fu. A causa dell’assenza di elementi concreti, le posizioni di entrambi gli indagati furono archiviate e il caso fu chiuso senza colpevole. Il mistero sulla morte della ragazza ha continuato ad aleggiare fino alla scorsa estate, quando il ritrovamento del verbale ha determinato l’iscrizione della Cecere nel registro degli indagati per omicidio. Con lei, indagati anche il commercialista Soracco e sua madre, Marisa Bacchioni, per false dichiarazioni al pm. Stando all’ipotesi accusatoria, la Cecere si sarebbe innamorata del commercialista e avrebbe voluto prendere il posto di Nada nel suo ufficio. Una ricostruzione smentita dagli interessati. La criminologa barese ha continuato a lavorare al caso gratuitamente, anche dopo la conclusione della tesi, per amicizia nei confronti della madre di Nada. Nel 2019, prima
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La parola
Cos’è un “cold-case” Per “cold-case” s’intende un delitto irrisolto, chiuso per mancanza o insufficienza di prove e rimasto senza colpevole o, a volte, senza cadavere. La traduzione “caso freddo” lascia intuire l’assenza di sbocchi investigativi. Ciò non esclude la possibilità di riaprirne le indagini e di iscrivere nel registro degli indagati, anche a distanza di anni, una persona già attenzionata dagli inquirenti all’epoca del fatto. Tutto questo qualora emergano nuovi elementi: la possibilità di rianalizzare vecchi reperti alla luce dei progressi scientifici, nuove prove, una o più testimonianze mai ascoltate, il ritrovamento di resti umani, la caduta di un alibi o l’invalidamento di una prova che scagionava l’indagato. Un decreto del Capo della Polizia ha istituito nel 2009 l'Unità Delitti Insoluti (U.D.I.). È l'organo di riferimento per la Polizia di Stato e la Scientifica nel campo delle indagini sui delitti irrisolti, promuovendole e coordinandole. (C.Z.) che la Procura riaprisse il fascicolo, aveva avvicinato la Cecere con uno stratagemma. Era andata nella sua casa di Boves, in provincia di Cuneo, dove si trasferì poco dopo il fatto. Tra le diverse domande ne rivolse una su un suo ex fidanzato di Chiavari. Da qui i sospetti dell’indagata, che la liquidò e iniziò a inviarle messaggi minatori. «Avevo avvicinato la Cecere per cercare di avere un’impressione su di lei - ha spiegato Antonella Pesce Delfino a Medi@terraneo News - A seguito dei tanti indizi su di lei, abbiamo presentato una relazione alla Procura
e, dopo il ritrovamento del verbale, ho fatto riaprire il caso. Da quel momento mi ha affiancato l’avvocato della famiglia Cella». Ora, al vaglio degli inquirenti ci sono quattro testimonianze e il motorino che la Cecere usava nel ’96, ancora custodito dall’indagata nella sua casa in Piemonte. Il mezzo è stato sequestrato e, sotto il sellino, la Scientifica ha rilevato tracce ematiche, da cui è stato estratto il dna per compararlo con quello di Nada. Gli esiti sono attesi per metà febbraio.
13 SCENA DEL DELITTO In alto l’ufficio in cui lavorava Nada Cella. (Fonte: Quarto Grado) In basso la foto della vittima (Fonte: Ansa)
Cesare Zampa
Il fatto
Nada Cella: l’impunita scia di sangue lunga un quarto di secolo Lunedì 6 maggio 1996, sono le 9:12. In uno stabile di cinque piani in via Marsala, al centro di Chiavari nel Genovese, vive e lavora il commercialista Marco Soracco. L’uomo esce dall’appartamento e scende al piano inferiore, dove c’è il suo ufficio. Apre la porta; le luci dell’ingresso sono accese: la sua segretaria, la giovane Nada Cella, è già arrivata. Il professionista va nel suo studio per sistemare alcuni documenti. Squilla il telefono, ma nessuno risponde. Alza la cornetta e, dall’altro capo, il silenzio. Pensa a un fax in arrivo. Così va nella stanza della segretaria e là trova Nada supina per terra, in una pozza di sangue e con gli occhi sbarrati. Ha il volto rivolto verso il muro, dove ci sono schizzi di sangue, e le gambe verso la scrivania. Respira a fatica e Soracco chiama subito i soccorsi. I barellieri del 118 pensano che abbia urtato la testa a seguito di una caduta. Così spostano il tavolo per soccorrerla, inquinando involontariamente quella che di lì a poco diventerà la scena di un delitto. In ospedale, i medici tentano invano di rianimarla. Nada muore alle 14:10 di quello stesso giorno, a causa delle lesioni riportate al cranio. (C.Z.) 3-20 dicembre 2021
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Dal Master d 3-20 dicembre 2021
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dii giornalismo 3-20 dicembre 2021
Perché cinema e tv parlano dialetto: è come in famiglia Dal secondo dopoguerra, c’è stata la rinascita dei regionalismi. Da Totò a Zerocalcare, ecco perché i registi li scelgono e gli spettatori li apprezzano 16
STRAPPARE LUNGO I BORDI La locandina della serie, trasmessa a novembre 2021. Un grande successo in pochi giorni
“Annamo a pija er gelato?” è l’espressione più ricorrente della serie tv Strappare lungo i bordi, nata della penna del fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare. Disponibile dal 17 novembre, è il prodotto italiano di punta di Netflix del 2021, raggiungendo 4,5 milioni di visualizzazioni già due giorni dopo la pubblicazione. Ha incontrato l’interesse di chiunque possieda un account sulla piattaforma di streaming, e non solo, e che ha, come segno denotativo, che evidenzia un’espressione, l’uso quasi esclusivo di dia-
letto e cadenza romane. Un distintivo che non rappresenta però un unicum tra le serie italiane, basti pensare all’enorme successo di Gomorra – La serie, in cui il vernacolo napoletano è talmente stretto da risultare, a volte, quasi incomprensibile. Il dialetto, però, più che allontanare, è lo strumento che avvicina lo spettatore al prodotto, rendendolo più intimo. In particolare tra i giovani il dialetto assume una connotazione differente rispetto a quella degli adulti. Se per questi ultimi ha
La scheda
Il successo di Zerocalcare: il fumetto come presa di coscienza Strappare lungo i bordi è una serie tv animata, scritta e diretta dal fumettista Zerocalcare. Sono 6 episodi da 15 a 21 minuti che raccontano la storia di Zero, ripercorrendo alcune fasi della sua vita. Un viaggio introspettivo in cui il protagonista, narratore onnisciente, si interfaccia con lo spettatore, rispondendo alle domande della sua vita. La serie cerca di sviluppare la consapevolezza che la vita non segue una linea definita e preimpostata, ma deraglia e sconfina. I personaggi principali sono l’Armadillo, che rappresenta la coscienza di Zero, Sarah e Secco, gli amici d’infanzia, e Alice, la ragazza di cui s’innamora. Tra sterili lagne per non riuscire a trovare un posto nel mondo e la presunzione di condizionare il mondo con le sue scelte sbagliate, Zero sceglie di rimanere fermo e di subire ciò che la vita ha in serbo per lui. Fino alla quinta puntata, tutte le voci, tranne quella dell’Armadillo, vengono ricreate dal protagonista. Secco rappresenta la follia, un’entità che vive di poker online e non ha altre preoccupazioni; riesce a risolvere, con la sua semplicità, tutte le preoccupazioni del protagonista. Sarah è l’alter-ego femminile di Zero, in grado di essere, con lui, sempre molto diretta e confidente. L’Armadillo è probabilmente il personaggio più interessante, perché dimostra come Zero abbia sempre la soluzione dentro di lui ma spesso tenda a ignorarla. La coscienza gli sbatte in faccia una realtà a cui il protagonista non è pronto. (E. P.)
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La scheda
Diversa dal libro La serie è un cult Gomorra – La serie è un prodotto trasmesso dal 2014 al 2021. Comprende cinque stagioni e si ispira liberamente all’omonimo libro di Roberto Saviano. Racconta il mondo di alcuni malviventi napoletani, che si ramifica col mondo degli affari e della politica. Nel 2019 è stato trasmesso nelle sale lo spin-off L’immortale. I personaggi principali sono Ciro, a cui è dedicato lo spin-off, interpretato da Marco D’Amore, e Genny Savastano, figlio del boss, Pietro, interpretato da Salvatore Esposito. I nomi degli attori non sono altisonanti, ma sono perfetti per il ruolo, a cui aggiungono anche una certa spontaneità. Le scene sono prive di censure e ricche di violenza, discostandosi dalle fiction trasmesse sui canali televisivi. Nonostante il riferimento, si discosta molto dal libro, ma, nonostante ciò, non perde di efficacia. E. P.
una funzione denotativa, derivante dall’utilizzo della lingua nelle realtà locali, per i primi ha una funzione espressiva. I termini dialettali conferiscono emotività al discorso, rendendolo più preciso e famigliare. Non è quindi un caso che molteplici autori abbiano cominciato a utilizzarli con molta più frequenza all’interno dei loro prodotti, identificando nei giovani il proprio target. Il dialetto tra i giovani perde la negatività di derivazione genitoriale (“Parla italiano, non parlare dialetto”), costituendo un vero e proprio gergo. Sia Zerocalcare che Sollima hanno cavalcato l’onda, creando un’affinità tra le opere e gli spettatori. Ne sono conseguenze, quindi il boom di Strappare lungo i bordi e l’hype suscitato dall’uscita della quinta stagione di Gomorra. La storia del dialetto in cinema e tv italiane affonda le sue radici nel secondo dopoguerra come reazione al periodo cinematografico fascista. Il cinema si avvicinò agli italiani, specie in chiave regionale e umoristica: tra gli anni 40 e 50 furono numerose le lingue ad alternarsi sullo schermo. Furono il napoletano e il romano a emergere, grazie a due dei padri di cinema e teatro italiani, Totò e Vittorio De Sica, e successivamente Alberto Sordi e Vittorio Gassman. A partire dagli anni 70 inizia ad affacciarsi la cadenza pugliese, che negli anni prima non era riuscito a ritagliarsi spazio, con l’approdo sugli
schermi di Lino Banfi. Negli anni 80 il fenomeno è Massimo Troisi, dal marcato accento napoletano che riesce a conquistare il pubblico del nord Italia. Sebbene il romanesco permanga nella sua immortalità, negli anni 90 è il toscano a fare capolino, con le commedie di Roberto Benigni (La vita è bella è triplo premio Oscar nel 1997) e Leonardo Pieraccioni, che con, e come il Ciclone irrompe nelle case degli italiani e si consegna al grande schermo. Il nuovo millennio ha sapori fusion, con lo stravagante trio di Aldo (siciliano), Giovanni e Giacomo (milanesi) che attraverseranno lo stivale con una gamba di legno. Negli ultimi anni a far esplodere i botteghini è Checco Zalone, che racconta la Puglia trasferendosi al Nord. Il dialetto ha quindi variegato con le sue sfumature le pellicole e le serie tv italiane, colorandole già quando erano in bianco e nero e appassionando anche chi non lo conosceva. I vari vernacoli, nella loro autonomia, sono diventati lingue di contatto e non di incomprensione, rendendosi interscambiabile con l’italiano nelle situazioni informali; inoltre i dialetti sono spesso utilizzati in senso metaforico. Un patrimonio e una ricchezza, da cui attingere per ottenere gradimento. E, se non ci riuscisse, si potrebbe chiudere la questione con un semplice “Annamo a pija er gelato”. Emanuele Palumbo
17 GOMORRA La locandina della seconda stagione. Nel 2021 è stata trasmessa la quinta, che chiuderà la serie
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Cosa resta dell’HIV dopo quarant’anni “Parlarne sempre” La presidente della sezione barese della LILA spiega perché continuare a informare sull’AIDS è fondamentale, ma un vaccino è ancora lontano 18 PREVENZIONE Il profilattico resta ancora l’arma più efficace per prevenire la diffusione del virus dell’HIV
Informazione e prevenzione. Due pilastri fondativi del Centro Assistenza Malati Aids (CAMA), sede barese della Lega italiana per la lotta contro l’AIDS. Alla base dell’idea del centro quella di costituire un gruppo che affrontasse di petto i problemi legate al virus. A 40 anni dalla scoperta del virus dell’HIV, restano ancora dei nodi da sciogliere, come ci spiega la presidente dell’associazione dott.ssa Angela Calluso. Il Cama Lila nasce nel 1991. Qual era la situazione in Puglia?
A memoria
Le morti visibili e invisibili dell’AIDS L’AIDS è stata una presenza invisibile ma al tempo stesso tangibile della società, soprattutto nelle prime fasi della scoperta e della diffusione. Sono molti i personaggi famosi ad averla contratta. Proprio quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dalla morte per il virus di Freddie Mercury, il grande cantante e frontman dei Queen. Ma tra le altre morti note anche quella di Keith Haring, il celebre esponente del graffitismo di frontiera, spentosi a soli trentuno anni. Da non dimenticare il suo murale dal titolo “AIDS” del 1985. E ancora Rudolf Nureyev, il ballerino più importante del XX secolo, morto a soli 54 anni. Tre vittime memorabili di molte altre morte in silenzio delle loro case, tra il disprezzo della società e l’indifferenza generale, a volte e molto spesso interiorizzata dagli stessi sieropositivi. (S.D.)
3-20 dicembre 2021
“Come in tutto il mondo era una situazione abbastanza tragica. Ogni settimana morivano soprattutto giovani sessualmente attivi”. Erano gli anni dello stigma sugli omosessuali legato all’AIDS. Come lo avete affrontato? “Lo stigma non solo per gli omosessuali, ma anche per i tossicodipendenti. Abbiamo subito creato gruppi di sostegno ai malati e alle famiglie, soprattutto dove c’erano bambini. Ed abbiamo iniziato ad attivare campagne informative”. Quanto è necessario informare ancora oggi sul virus? “È ancora necessario, perché nonostante siano evidenti le vie di trasmissione, non si fa prevenzione. Oggi non ci sono più campagne serie di informazione sull’AIDS. I ragazzi tra i 25 e i 39 anni continuano a contagiarsi”. Ricordo delle battaglie della Chiesa contro l’uso dei profilattici. Avete avuto problemi con il mondo cattolico? “Abbastanza. Molti non volevano che fossero distribuiti da noi, in alcuni casi non volevano si pronunciasse persino la parola. Ancora oggi in alcuni istituti scolastici ci sono tali remore”. Esistono ancora paure nei confronti delle persone sieropositive? “I tabù ancora esistono, purtroppo. Al nostro sportello antidiscriminazioni in un solo mese sono arrivate tre richieste di aiuto”.
Storia di un virus
Il vaccino per contrastare la malattia da Covid-19 è arrivato in poco tempo. E per quello contro l’HIV? “Non credo che la ricerca scientifica sia a buon punto. L’HIV è un virus che muta da persona a persona ed è per questa ragione che i ricercatori non ne hanno scoperto ancora uno efficace, nonostante i capitali versati da tutti i governi del mondo”. Come si sono sentite le persone sieropositive durante i mesi del lockdown? “Hanno avuto difficoltà ad accedere ai servizi di cura, ad essere visitati dagli infettivologi con cui si rapportavano prima della pandemia”. Per le donne sieropositive in gravidanza esiste una procedura particolare? “Sono legate alle terapie che vengono assunte dopo il terzo mese di gravidanza. È possibile anche la fecondazione assistita senza alcun rischio. Non ci sono rischi per il neonato”. Si sono moltiplicate le occasioni per effettuare test rapidi per diagnosticare il virus. Come vengono accolte dalle nuove generazioni? “C’è una percentuale molto bassa di accesso al test: lo si fa in caso di un evidente comportamento a rischio. L’evidenza però è una visione personale. Molti scoprono di essere positivi all’HIV in ritardo”.
Dal 1981 le cose sono cambiate e di molto. La scoperta dei primi casi di HIV il primo dicembre di 40 anni fa ha rivoluzionato un’epoca e ha fatto da spartiacque per intere generazioni di giovani e non solo. L’AIDS, la malattia causata dal virus dell’immunodeficienza umana, ha cambiato i comportamenti e ha influenzato la cultura, la musica e l’arte entrando a pieno titolo nei libri di storia e sui giornali. La paura e lo stigma per la comunità omosessuale e dei più deboli hanno contribuito a dare una visione distorta della malattia, anche e soprattutto sui media. Al tempo stesso hanno aperto la strada alla conoscenza di un altro mondo, hanno permesso di andare oltre alla siepe del perbenismo. Una politica anch’essa compromessa in un tacito accordo tra le parti privilegiate, uno scontro non ad armi pari tra chi era al caldo delle proprie case e chi aveva paura persino di incontrare gente per strada. Quarant’anni di scoperte, di nuove terapie, di nuove convivenze sociali non più forzate come un tempo. Oggi fare un test per identificare la presenza del virus è rapido e anonimo, anche se poco utilizzati, ma anche continuare la propria vita proseguendo con la terapia antiretrovirale è semplice. Le campagne di informazioni si moltiplicano su ogni media, soprattutto sui social e tra gli influencer, anche se non tutte sono efficaci come dovrebbero. Dal 2012 l’incidenza di nuove diagnosi, come si legge sul sito del Ministero della Salute, è in diminuzione, con una riduzione più evidente dal 2018. Diminuiscono anche i casi per le modalità di trasmissione tramite il rapporto sessuale, che interessano anche coppie etero, anche se in proporzione minore rispetto a quelle omosessuali. Gli ultimi dati aggiornati parlano di 352 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,7 nuovi casi per 100 mila abitanti. Le terapie dopo la diagnosi del virus si sono moltiplicate. I tempi dei silenzi degli anni Ottanta sul virus e sui sieropositivi sono ormai lontani. La scienza non è ancora arrivata a un vaccino contro il virus dell’HIV e al momento il pilastro fondante resta la prevenzione, in particolare con il preservativo che protegge al 100% dalla diffusione. (S.D.)
te lu Sa
Una lotta che dura da troppo tempo
CONSAPEVOLEZZA Il nastro rosso è il simbolo mondiale della lotta contro l’AIDS. Da molti è a da attribuire a Freddie Mercury
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Silvio Detoma 3-20 dicembre 2021
Da Bari all’Africa Vera, la volontaria “ho vinto la paura” Trasferirsi tre mesi in Africa per insegnare inglese ai bambini. L’avventura di una ragazza che a 24 anni ha deciso di coronare uno dei suoi più grandi sogni 20 IL VIAGGIO Vera fotografata in riva al mare durante il suo breve soggiorno a Zanzibar, nel periodo trascorso in Africa
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Lasciare le proprie sicurezze e partire. Ma cosa spinge una ragazza di 24 ann, di Cassano delle Murge,i a fare le valigie e imbarcarsi in un’avventura che, diciamocelo, in pochi affronterebbero? Diventare volontaria ad Arusha (Tanzania, Africa), dividere per 3 mesi la casa con 23 sconosciute e cinque nuove “mamme” per contribuire all’istruzione di bambini che lottano e si aggrappano a quelle possibilità che il destino gli ha dato. Vera, ormai da qualche anno vive lontana da casa (dapprima a Milano e Copenaghen poi). Il bisogno di indipendenza e la voglia di cambiamenti, l’hanno portata a studiare economia lontana da quel paese di appena 15.000 abitanti che gli stava stretto ma in cui, quando torna, sa di ritrovare gli affetti di sempre e le proprie radici. Vivere sola già da cinque anni, in realtà diverse da quella a cui eri abituata, pensi ti abbia aiutata ad affrontare questo nuovo capitolo? “Assolutamente. Ho capito quanto sia importante accettare la diversità; esistono così tante persone differenti al mondo. Mi ha resa più tollerante e mi ha aperto la mente”. Quando hai preso la decisione di partire? “Ci pensavo da un po’ ormai, ma i miei genitori non me l’hanno mai permesso. Avevano troppa paura”. E tu, eri spaventata? “Molto. Prima di partire ho passato un pe-
riodo di confusione in cui piangevo spesso. L’incertezza di non sapere cosa aspettarmi mi paralizzava. Le prime due settimane in Africa sono state le più dure, sentivo gli occhi degli abitanti locali puntati addosso. Per loro ero una Mzungu (uomo bianco), erano diffidenti e in me vedevano solo un’occasione per arricchirsi. Inizialmente avevo timore”. Ti sei mai sentita in difetto data la realtà da cui provenivi, che è molto diversa dalla loro? “Si, specialmente quando mi sono trovata a dover contrattare. Mi sono accorta quanto ciò che per me non aveva molto valore, per loro rappresentava una fortuna. Mi ha spiazzato anche il fatto che, mentre io ero lì per aiutare, loro vedevano in me una fonte di guadagno”. Hai vissuto in un continente, già in difficoltà, durante un momento particolarmente delicato. Con la pandemia che ancora fa sentire la sua presenza e la nuova variante Omicron proveniente dal Sud Africa, come affrontavano lì questa emergenza sanitaria? “Semplice, non la affrontavano. I vaccini sono presenti, ma la gente del posto non crede a ciò che sta accadendo nel Mondo. Sono diffidenti. Pensano si tratti di un “piano” che gli occidentali hanno ideato per arricchirsi. Non usano alcun tipo di protezione ma, in fondo, con questo tipo di pro-
o nt co ac Il r
blemi ci convivono quotidianamente”. So che hai deciso di pagare la retta scolastica a una bambina e l’assicurazione sanitaria ad un altro bambino malato, cosa ti ha spinto a farlo? “Lì parlano inglese già da piccoli e sono sempre felici, anche se la maggior parte di loro non ha uno dei genitori e altri sono orfani. Quasi tutti hanno situazioni familiari molto delicate. Ho capito, però, quanto siano forti nel reagire. Pagare per l’istruzione di questa bambina mi è venuto naturale. Non capivo come potesse, ogni giorno, svegliarsi e venire a scuola per poi tornare in una casa in cui violenza e povertà sono all’ordine del giorno. Per quanto riguarda l’altro bambino, beh lui non vedeva quasi nulla da quando è nato. È stato abbandonato e vive con sua nonna disoccupata. Ho raccolto informazioni e ho scoperto che, dopo essersi operato agli occhi a un anno, non ha seguito alcuna cura perché la nonna non poteva permettersi i medicinali. L’ho accompagnato in ospedale e abbiamo scoperto che ha un glaucoma agli occhi. Non ci ho pensato due volte. Gli ho comprato occhiali e medicine e mi sono fatta carico della sua assicurazione. Sono però preoccupata perché non so se, una volta andata via, i miei aiuti saranno realmente usati per i bambini”. Qual è il tuo ricordo più felice? “Il soggiorno a Zanzibar. Lì vivono davvero l’Hakuna Matata (senza pensieri). I ragazzi
sono molto socievoli, avvicinano i turisti per imparare la lingua e riuscire, un giorno, ad andare via”. Pensi che ci ritornerai mai? “Si. Per rivedere i piccoli”. Hai anche un nuovo tatuaggio, cosa rappresenta? “Una goccia d’acqua. Mi ricorda di non dare nulla per scontato e di quanto io sia fortunata”. Descrivi con una parola quest’esperienza. “Overwhelming (Travolgente)”. Serena Nuzzaco
21 TANZANIA La città di Arusha. Un gruppo di abitanti del posto immortalato durante una conversazione amichevole
L’intervistata
Dalla vita in paese agli studi all’estero Vera Giustino, nata a Bari il 23 novembre 1997. Ha sempre vissuto a Cassano delle Murge, dove ha frequentato scuole elementari, medie e si è diplomata al liceo scientifico “Leonardo Da Vinci”. Vera ha poi deciso di partire e proseguire gli studi a Milano. Si è iscritta alla Bocconi, al corso di economia. Dopo i tre anni di università, ha deciso di andare in Danimarca, alla Copenaghen Business School per affrontare i due anni di Laurea Magistrale in un Paese straniero. Dopo essersi laureata e aver messo da parte alcuni risparmi, ha sfruttato il tempo a disposizione per coronare un sogno e si è buttata in questa nuova avventura. Per partecipare a questo progetto, si è rivolta all’International Volunteer HQ, una società di viaggi di volontariato con sede in Nuova Zelanda, fondata nel 2007. L’organizzazione si occupa di preparare i volontari attraverso corsi mirati e circa 200 progetti in più di 50 destinazioni.
3-20 dicembre 2021
National Geographic: basta morire per la plastica
22 FOCUS SUI PROGETTI Un dettaglio di “Soup”, progetto fotografico della pluripremiata fotografa britannica Mandy Baker
3-20 dicembre 2021
L’evento “Planet or Plastic?” al Teatro Margherita di Bari: una testimonianza delle gravi conseguenze che il largo uso ha nella nostra vita quotidiana
Arriva per la prima volta in Puglia, a Bari, Planet or Plastic?. Dal 2 Dicembre 2021 al 13 Marzo 2022 è possibile visitare l’esclusiva mostra forografica al Teatro Margherita. L’evento fa parte del programma di appuntamenti previsti da “Io scelgo il Pianeta”, il primo festival della sostenibilità ambientale, svoltosi a Bari dal 26 Novembre al 5 Dicembre. L’evento è stato realizzato, ideato e organizzato da Cime, realtà costituitasi nel 2014, sotto forma di associazione culturale, già organizzatore dell’ultima edizione barese del Word Press Photo. Cime si pone come fine lo sviluppo dei territori, investendo in progetti culturali ad ampio respiro internazionale. “L’ intento è sensibilizzare il territorio, la mostra si incentra sul tema dei rifiuti in plastica. Il nostro scopo non è demonizzare l’invenzione della plastica, che ha indubbiamente facilitato le nostre vite, ma sensibilizzare su cosa avviene nei cicli di vita di questo materiale, soprattutto quella mono uso - ci ha spiegato Vito Cramarossa, presidente dell’associazione Cime - una persona può produrre ogni 5 giorni, 1 chilo di plastica, di cui solo il 18% viene riciclato, il restante va a finire in mare e in posti spesso a noi conosciuti. Per non parlare della quantità di microplastiche ingerite dai pesci, che poi finiscono sulle nostre tavole. La nostra speranza è poter smuovere qualcosa: non cerchiamo di salvare il mondo, ma tramite
piccoli passi avviare un cambiamento sull’impatto che le azioni dei singoli hanno sull’ambiente, insieme possiamo fare tanto”. Non a caso, il materiale con cui sono composte le stampe delle foto è totalmente biodegradabile e 100% riciclabile. Nell’ esposizione è presente anche Archeoplastica, progetto creato dalla guida naturalistica pugliese Enzo Suma, che consiste in un museo di rifiuti, datati dai 30 a 60 anni, volto a promuovere un uso più consapevole e responsabile di questo materiale. Il festival si avvale del sostegno di Regione Puglia e del Comune di Bari, nonché del corso di Laurea di Scienze Ambientali dell’Università Aldo Moro di Bari e dell’esclusiva collaborazione di Rai Documentari e National Geographic Italia. L’esposizione e la direzione scientifica del festival sono curate da Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Italia e dei settimanali Mind e Le Scienze. La mostra, che riporta i lavori dei più grandi fotografi del National Geographic, avrà come punto forte un lavoro fotografico artistico della pluripremiata artista britannica Mandy Barker intitolato “Soup”, letteralmente zuppa, che da diversi anni, assieme a un team di scienziati e ricercatori, studia e indaga sugli effetti devastanti che la plastica esercita sull’ambiente. Obiettivo del lavoro è quello di provocare nello spettatore una forte reazione riguardo
to en ev L’ LA MOSTRA Plastic Killer, di John Cacalosi. Hitching a ride, di Justin Hofman. Ghost fishing, di Jordi Chias
la tematica, portandolo a riflettere ed essere più consapevole sul proprio ruolo e responsabilità nei confronti del pianeta e dell’ambiente. La mostra comprende anche la proiezione del documentario di National Geographic, “Punto di non ritorno”, un interessante resoconto riguardo gli effetti dei drammatici mutamenti che si verificano in tutto il mondo, a causa dei cambiamenti climatici. Il lavoro è stato diretto dal Fisher Stevens, regista premio Oscar e dall’attore Leonardo DI Caprio, Messaggero della Pace per conto dell’ONU. Articolata come percorso di formazione e sensibilizzazione per le nuove generazioni, sono previsti percorsi studiati appositamente per le scuole. Sarà infatti possibile per tutte le classi primarie e secondarie, prenotare la propria visita con i docenti accompagnatori. E’ possibile prenotare le visite o acquistare i biglietti online tramite il sito www.planetorplasticbari oppure anche sul posto al botteghino. L’accesso sarà consentito a un numero contingentato di visitatori, per poter garantire la giusta distanza di sicurezza di 2 metri. Sono inoltre previsti erogatori di gel disinfettanti a disposizione del pubblico. All’ingresso sarà misurata la temperatura e per tutta la permanenza all’interno del museo sarà necessario indossare la mascherina.
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Francesco Maria Ventrella 3-20 dicembre 2021
La Puglia e lo sport Pallamano regina Conversano al top Una squadra capace di vincere un gran numero di trofei. Una realtà esaltante. Un colloquio con capitan Giannoccaro, da cui è emersa la sua passione 24 LA SQUADRA La vittoria della Supercoppa italiana. Foto di Vanni Caputo (profilo Instagram pallamanoconversano1973)
Non solo calcio. Sono tante le squadre pugliesi con un ruolo da protagoniste nelle massime divisioni nazionali. Il Brindisi, che già da qualche anno calca i palcoscenici della Serie A e delle competizioni europee di basket maschile. Il Taranto, neopromosso nella massima serie di pallavolo maschile, che quasi al giro di boa del campionato si trova in zona salvezza. Ma anche il calcio a 5 vede le squadre pugliesi protagoniste. Nella Serie A maschile, è il Manfredonia a tenere alto l’onore della Puglia, puntando la salvezza. Nel femminile, invece, protagonisti il Bitonto e le tarantine del Real Statte: le nero-verdi, trascinate anche da Lucileia, sono a ridosso dei primi posti della classifica; il Real Statte è qualche punto più indietro, ma comunque in buona posizione. Ma è nella pallamano maschile che la Puglia si esalta: la classifica della Serie A, infatti, vede in testa, vicinissime, il Fasano e il Conversano. Ne abbiamo parlato con il capitano dei baresi, Umberto Giannoccaro. Perché alcuni sport, come la pallamano, in Puglia sono più sviluppati di altri? “È uno sport frequentato nelle scuole sin da piccoli. Anche se molti aspirano a diventare calciatori, in realtà più piccole è meno difficile arrivare a realizzare i propri sogni. È uno sport affascinante, in cui tutti possono coltivare il desiderio di arrivare in alto”. Qual è stato per un pugliese doc come te il
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primo approccio con questo sport? “Come dicevo prima, sono molto importanti le scuole elementari. Sin dalla terza classe c’erano due tecnici del Fasano che venivano a scuola. Io mi sono subito appassionato a questo mondo, anche se avevo il pallino del calcio. Quindi il pomeriggio facevo allenamento in una scuola calcio e al mattino praticavo pallamano a scuola. E mi piaceva tanto. Dalla quinta elementare, così, mi ci sono dedicato a tempo pieno”. Quanto sono sviluppate le strutture giovanili in Puglia? “Siamo a un buon livello, ma qualche anno fa era anche meglio. Il problema degli sport minori è la mancanza di soldi, con tante conseguenti difficoltà negli investimenti. Ragion per cui ci si affaccia anche meno”. È stato facile sposare il progetto del Conversano nel 2016? “Appena ricevuta la chiamata, ho accettato senza alcun dubbio, anche se non era semplice andare a giocare nella rivale storica del Fasano. È stato un po' complicato ambientarmi dal punto di vista emotivo, perché sono due realtà piuttosto simili, che sentono tantissimo questo sport. E poi ci sono tanti tifosi molto calorosi. Ora sono arrivato al sesto anno e mi sento totalmente a casa”. Hai giocato prevalentemente in Puglia, tranne una breve esperienza nel Cassano Magnano, a Varese. Quali sono le differenze tra Nord e Sud?
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La scheda
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Capitan Giannoccaro e il Conversano Conversano è una delle migliori realtà di pallamano italiane, la squadra più titolata d’Italia, alle spalle di Trieste. Sono ben sei, infatti, gli scudetti vinti dai biancoverdi baresi: il primo è arrivato nella stagione 2002/03, bissato da un altro successo in quella seguente. Poi un’altra vittoria nel 2005/06. Il quarto e quinto scudetto sono arrivati nel 2009/10 e nel 2010/11. L’anno scorso, poi, il sesto titolo, che gli ha permesso di staccare il Bozen al secondo posto nell’albo d’oro. Al palmares vanno aggiunti anche 6 Coppe Italia, 5 Supercoppe Italiane e 3 Handball Trophy. Umberto Giannoccaro è pivot e capitano della squadra. Nativo di Fasano, ha fatto tutta la trafila delle giovanili e ha giocato 10 anni nella squadra della sua città. Poi un anno a Cassano Magnago (Varese) e il ritorno in Puglia, sposando il progetto del Conversano. E. S.
“La differenza più grande è proprio il calore dei tifosi. Nelle piccole realtà cittadine del Sud è uno sport seguitissimo, al Nord si pensa principalmente ad altri sport. Qui c’è la cultura della pallamano”. Un 2021 ricco di successi per il Conversano. Che emozioni si provano a sollevare trofei da capitano? “Emozioni bellissime, fortissime. Qui non si vinceva da tanto, ho fatto parte di questo progetto sin dall’inizio. Anno per anno abbiamo sempre migliorato posizioni, ci siamo rinforzati. Ci hanno aiutato anche brutte sconfitte, per esempio quella in finale con il Fasano o la sospensione del campionato causa Covid mentre eravamo in prima posizione. Ma si cresce anche così. L’unica pecca è stato non vincere accanto ai tifosi, in un palazzetto vuoto”. Quali sono state le maggiori difficoltà durante l’anno senza competizioni? “È stato tragico non poter allenarsi, ma soprattutto non sapere cosa si potesse o non potesse fare, se si fosse continuato. Riprendere, a livello fisico, non è stato semplice: da un anno all’altro generalmente si sta fermi un mese e mezzo l’estate, per poi ricominciare subito con la preparazione. Fermarsi da marzo a giugno ha comportato una preparazione diversa, dura, che per assurdo ci ha fatto ritornare subito in forma e subito alla vittoria”. Credi che la pallamano pugliese debba
avere maggiore spazio sui giornali e sulle tv, almeno locali? “Sì, non solo su quelle locali, che riescono a garantirne uno spazio. Bisognerebbe esportare questo sport sulle tv nazionali. Nei giornali, spesso, è relegato a piccoli trafiletti. Purtroppo la pallamano è pubblicizzata pochissimo, pur essendo un bellissimo sport, che regala emozioni, dinamico, combattuto e ricco di gol”. Quali sono le principali differenze tra l’Italia e il resto d’Europa? “In altri Paesi c’è una cultura totalmente diversa. L’ho constatato qualche giorno fa, quando ero in Norvegia con la mia squadra. Lì tutti vedono la pallamano, quasi come se fosse il primo sport nazionale. Ci si avvicina molto presto, si pratica nelle scuole in maniera più approfondita. Io ho dovuto dedicarmici durante le ore educazione fisica, quando veniva concessa quella mezzoretta in più. I bambini sono instradati sin da piccoli. Ma anche nei Paesi balcanici ci sono campi di pallamano disegnati per strada, come qui ci sono solo campi da calcio. E poi all’estero, come ho visto sempre in Norvegia, si trovano le magliette della nazionale di pallamano nei negozi di sport, cosa impensabile qui. È un prestigio comprare quella maglietta. Queste sono le piccole differenze che rendono molto più popolare questo sport all’estero”. Emanuele Saponieri
25 iL CAPITANO Il pivot Umberto Giannoccaro. Foto di Vanni Caputo (profilo Instagram pallamanoconversano1973)
3-20 dicembre 2021
Bari Taranto oggi come allora il derby di Tovalieri Il Bari batte 3-1 il Taranto nel derby più antico di Puglia, lo stesso risultato dell’ultimo derby del 1992. Oltre 11mila presenze al San Nicola 26 LA SQUADRA L’abbracio di squadra dopo la vittoria contro il taranto nel derby pugliese. La foto è tratta dalla SS calcio Bari
La fotografia delle ultime giornate del campionato di serie C, corona il Bari come campione d’inverno, con 41 punti in cima alla classifica. La squadra di mister Mignani continua a correre prendendo il largo di 7 punti dalla seconda, il Monopoli. I biancorossi, dopo il pareggio ad Avellino, hanno superato la prova a pieni voti nel derby contro il Taranto seguita dal pareggio a Palermo. Il derby è tornato al San Nicola dopo ben 27 anni ha avuto lo stesso risultato di allora, 3 a 1. A segnare domenica sono stati Antenucci, Botta e Pucino, nel 1992 invece, Tovalieri, Loseto e Protti. Uno di loro è Sandro Tovalieri, rimasto nel cuore dei baresi, conosciuto con il soprannome di Cobra per il suo “piede velenoso”, nato e cresciuto ad Ardea, vicino Roma,dove ancora abita, ha vissuto gli anni del calcio segnato dall’amore della città di Bari. Un derby che ricorda quello del 1992, quando segnavi insieme a Protti e Loseto, che ricordi hai? “È stata la mia prima partita, il mio primo gol. Sono arrivato a Bari di martedì e ho giocato la domenica. Non poteva iniziare meglio la mia avventura a Bari. Mi ricordo benissimo l’emozione provata sotto la curva nord. Il mio era il gol del pareggio, perdevamo 1 a 0”. Com’erano di derby allora? “I derby in Puglia erano molto sentiti, pro-
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prio come ora. Segnare in una gara del genere era una cosa grandissima, per questo sono stato subito coccolato, era destino che in Puglia, con il Bari, sarebbe scattato un grande amore”. L’accoppiata Tovalieri-Protti ha fatto emozionare la città di Bari, nei derby e oltre...Che ne dici? “Il rapporto di amicizia è scattato da subito. Non c’è mai stata concorrenza o gelosia tra noi, giocavamo per far vincere il Bari compensandoci anche. Se io davo il 70% in campo, lui ne dava il 130, e viceversa. Con lui ho scritto una pagina bellissima di calcio. Qualche anno fa siamo tornati in occasione di Bari - Cesena, e siamo andati sotto la curva: ci siamo emozionati tantissimo, un momento stupendo. Un rapporto che va al di là anche del calcio. Non giocavamo per un obiettivo personale, ma per il bene della squadra. Questo lo vedo un po’ anche nella squadra di quest’anno, giocatori che accettano la panchina perché sanno di giocare per la squadra, sacrificio e umiltà”. Magari è stato un elemento fondamentale per far laureare il Bari come campione d’inverno o no? “Sì, l’ho detto sin dall’inizio che la squadra è positiva. Calcolando anche la preparazione poco adeguata a causa Covid. Il direttore sportivo Polito, secondo me, è stato bravissimo e molto intelligente a formare una squadra di livello. Ha trasmesso ai
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giocatori lo stato della città, un San Nicola che conta migliaia di sostenitori anche in serie C. Affetto e amore”. Tanti i buoni giocatori a disposizione di mister Mignani, Antenucci, Maita, Cheddira, Paponi... “Sì, un buon organico per affrontare al meglio questo campionato. Antenucci è un vero bomber e lo è anche quando ha momenti di appannamento come giusto che sia. Per la serie C è un lusso, è quel giocatore che da un momento all’altro ti fa giocate, gol e assist bellissimi, e in questo campionato non se ne vedono tanti. Ma anche Maita, Botta, Cheddira, Paponi, un ottimo reparto che permette di fare un buon campionato. Grande merito anche dell’allenatore, poco conosciuto sulla carta ma che con umiltà e serietà sta facendo il suo percorso, evidenziando il suo grande valore”. Il calcio è cambiato? “Decisamente, il calcio è cambiato in tanti aspetti. Ora è più commerciale e si cerca di fare business in primis con lo sport. L’attaccamento alla maglia è cosa sempre più rara, anche la vicinanza dei sostenitori. Prima era possibile trovare gli allenamenti i tifosi e prenderti anche i fischi quando qualcosa non andava. Nel campionato che ho fatto incontravamo la Fiorentina di Batistuta e giocatori come Rui Costa. Ora è difficile fare progetti senza interessi economici”.
Qual è l’aneddoto che ha più piacere a ricordare? “Nell’esperienza di Bari, una cosa che ricordo con piacere, è l’affetto che ho ricevuto quando mia figlia non è stata bene. Fu ricoverata in seguito a delle compulsioni, e ogni giorno, quando andavo a trovarla in ospedale, c’erano sempre tantissimi tifosi che addirittura le regalavano peluche e giochi. Questa è una cosa che rimarrà per sempre nel mio cuore”.
27 IN SERIE A Il suo primo gol in serie A lo ha fatto contro il Napoli di Maradona nella stagione 1985/86
Giancarla Manzari
Sandro Tovalieri
La sua carriera nel Bari Sandro Tovalieri è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Negli anni da calciatore è stato soprannominato il Cobra. Nel settembre 1992 Tovalieri passa quindi al Bari, sempre in cadetteria. Nella stagione 1992-1993 realizza 9 gol in 22 presenze. L'annata successiva centra una nuova promozione nella massima serie segnando 14 reti in 29 partite. La stagione 1994-1995 è quella del suo ritorno in Serie A dopo sette anni dalle ultime apparizioni: forma il reparto d'attacco insieme a Igor Protti e Miguel Guerrero, segnando 17 goal in 31 partite; 10 reti in più di Protti (che l'anno successivo sarà capocannoniere della massima serie insieme al laziale Giuseppe Signori con 24 marcature). 3-20 dicembre 2021
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