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Mediaterraneo News 16-30 settembre 2019

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Anno 11 - N. 74 16-30 ottobre 2019 Distribuzione gratuita

Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016

MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007

Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it

Ne hai fritti di polpi nel panino

No al mio Sud nordico “addio” a pagg. 6 e 7

Non basta dire ora mi laureo a pagg. 10 e 11

Controcopertina

Riparte la scuola bocciato il treno a pagg. 4 e 5

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Ma sulla strada scegli la vita a pagg. 8 e 9

Ad occhi chiusi è “Forza Bari” a pagg. 16 e 17

16-30 ottobre 2019


Dal marketing nasce il panino col pesce

Brainpull è un’agenzia di comunicazione. Dal 2012 sviluppa soluzioni creative per le aziende di tutta Italia. Ultima: Pescaria di Polignano

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SUA MAESTÀ IL PANINO COL POLPO Dal tradizionale panino pugliese, “Pescaria” ha rivisitato la ricetta unendo polpo e ricotta

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“L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”: lo ha scritto il filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing nella seconda metà del Settecento. Ancora oggi, a distanza di 300 anni, questa massima continua ad essere attuale. Chissà se Lessing avrebbe mai immaginato che la sua citazione sarebbe stata contestualizzata nel ventunesimo secolo, un’epoca ormai digitalizzata, in cui la fretta ha preso il sopravvento sulla vita umana. Ebbene, caro Gotthold, l’azienda pugliese di Marketing “Brainpull”, non ti avrebbe di certo deluso.

Ma partiamo dal principio: la società è nata in un garage, quando Domingo Iudice, il fondatore, si era da poco laureato in marketing con una tesi di Economia Industriale. Intitolata “Il Panzerotto”, la sua ricerca sarebbe poi diventata il trampolino di lancio verso la realizzazione di alcuni progetti pensati per la valorizzazione del territorio pugliese, nati negli anni successivi: uno su tutti, “Pescaria”, ormai noto brand di Polignano a Mare specializzato nei panini gourmet di pesce. “All’inizio, nel 2012, eravamo solo in cinque, con una media di 22 anni. – ha detto Domingo - Niente finanziamenti o concessioni: siamo partiti da zero e oggi abbiamo realizzato un sogno che, per volume e valore dell’attività della produzione, rende Brainpull tra le prime agenzie di marketing in Puglia, con clienti in tutta Italia e con una seconda sede a Milano”. Il segreto del successo di Brainpull si basa su un principio di condivisione: tutti i componenti della squadra apportano all’interno dell’azienda le proprie competenze specifiche, a supporto delle varie strategie. “I valori in cui il team di Brainpull ha sempre creduto sin dall’inizio - umanità e ambizione, lavoro per passione e obiettivi comuni - sono ciò su cui puntiamo ogni giorno per crescere”, ha precisato il fondatore. Dodici soci e trenta dipendenti, con un’età media di 27 anni, lavorano all’unisono per offrire servizi di consulenza istantanei, pun-


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tuali e veloci senza troppi intermediari. Il team marketing, infatti, funge da account: questo permette uno scambio continuo tra domanda e richiesta, che a sua volta si traduce in un’offerta personalizzata per il cliente. Il fenomeno di “Pescaria”, il “fast fish food” che ha varcato già da qualche anno i confini pugliesi atterrando a Milano e a Torino, è in qualche modo il frutto di questi principi di condivisione, di attesa, di collaborazione. Tre amici, un’idea originale e un continuo e reciproco scambio di competenze. Nel 2013 Domingo Iudice ha incontrato Bartolo L’Abbate (proprietario di una pescheria di Polignano a Mare) per offrirgli un supporto di consulenza marketing in occasione di una sagra del pesce con palio del mare (una competizione sportiva nel porto). Il presupposto era quello di creare qualcosa di completamente nuovo perché, com’ è facilmente intuibile, a Polignano non mancano ristoranti di pesce, dai classici ai gourmet. Così i due, insieme a Lucio Mele, cuoco pugliese di fama nazionale, hanno dato vita all’attività di “Pescaria” il 25 maggio 2015. Il punto di forza del ristorante in questione non è tanto la qualità dei prodotti utilizzati, quanto un piano di comunicazione diverso, che ha stravolto il classico iter di apertura/sponsorizzazione. Si può dire, infatti, che “Pescaria” sia figlia dei social, o meglio di Facebook. Già qualche mese

prima dell’inaugurazione, Brainpull si occupava di pubblicare periodicamente alcuni post accattivanti in cui venivano mostrati a sprazzi immagini con gli ingredienti e, solo alla fine, con il prodotto finale. Una strategia che ha giocato un ruolo importante nella curiosità e nell’attesa dell’apertura, per tanta gente. Guardare semplicemente delle immagini, aumentava sempre di più la voglia di provare quel prodotto: non si aspettava altro. Il ristorante ha avuto riconoscimenti importanti in tutto il mondo, uno su tutti quello di Facebook, che ha premiato “Pescaria” per aver creato posti di lavoro e dato valore al territorio attraverso un uso virtuoso della piattaforma social. Oltre alle sedi amministrative, per “Pescaria” lavora gran parte del team di Brainpull: dal reparto grafico a quello social, fino a quello pubblicitario. Inoltre, per rimanere in tema social, Brainpull ha sviluppato un tipo di strategia di advertising definita “cross channel”, cioè sviluppata su più piattaforme, tra cui Facebook, Instagram e Google. Attraverso questo metodo, monitora gli utenti durante le varie fasi dell’utilizzo delle applicazioni. Così incrementa la notorietà del brand e supporta le aziende nel lancio delle nuove aperture con una strategia di start-up opening studiata ad hoc per il target di riferimento.

I PROTAGONISTI A sinistra: Domingo Iudice, 33 anni, fondatore dell’agenzia; a destra: Marco Marino, 25, marketing account manager

Marìcla Pastore 16-30 settembre 2019

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Riparte la scuola e il treno è subito bocciato

La chiusura di diverse stazioni tra Putignano e Bari non aveva prodotto disagi durante il periodo estivo. L’apertura delle scuole ha causato il caos

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I DISAGI Insufficienti i pullman previsti per il servizio sostitutivo della linea ferroviaria tra Putignano e Bari

L’inizio dell’anno scolastico ha mandato in tilt l’organizzazione delle corse sostitutive su gomma delle Ferrovie Sud Est che avrebbero dovuto ridurre i disagi derivanti dalla chiusura (stimata in 18 mesi) della tratta ferroviaria tra le stazioni di Noicattaro e Triggiano. Le lamentele dei cittadini sono state tali da indurre i sindaci dei comuni di Triggiano, Capurso, Noicattaro e Rutigliano a inviare una nota congiunta all’assessore regionale ai Trasporti, Giovanni Giannini, e al direttore generale delle Fse, Giorgio Botti,

Le proteste

Dai social a Fridays for future

Sono iniziate sui social, come ormai consuetudine, le proteste degli utenti delle Ferrovie Sud Est per i disagi che si sono verificati nei primi giorni di scuola con il forte aumento del flusso di pendolari verso Bari. “Grazie Fse per aver messo a disposizione un solo autobus per tutti gli studenti e lavoratori. E siamo solo a Noicattaro…“ è solo un esempio dei tanti post sull’argomento comparso sul gruppo Facebook “FERROVIE DEL SUD EST: La voce dei viaggiatori”. Molte le segnalazioni riguardanti bus arrivati alle fermate già stracolmi con studenti e lavoratori costretti a restare a terra. “Molti pendolari hanno dovuto fare i conti con bus sovraffollati - denuncia l'Unione degli studenti - Anche per questo il 27 settembre saremo in piazza, in occasione del terzo sciopero globale di Fridays for future, per trasporti gratuiti, di qualità ed ecosostenibili". 16-30 settembre 2019

per sollecitare un intervento d’urgenza. La criticità maggiore non è costituita dai ritardi, ma dal “numero di pendolari costipati su pullman troppo carichi, dunque poco sicuri”, in particolare nella fascia oraria (tra le 7:00 e le 8:00) nella quale è più massiccio lo spostamento di lavoratori e studenti. Il servizio sostitutivo con bus è iniziato a metà giugno per ovviare alla chiusura della linea Putignano – Bari (via Conversano), interessata dai lavori di raddoppio della linea tra Mungivacca e Noicattaro, l’interramento dei binari tra le stazioni di Triggiano e Capurso, l’elettrificazione della linea, l’installazione del “Sistema di controllo marcia treno” (SCMT) e l’automazione di diversi passaggi a livello. L’azienda ferrotramviaria ha provveduto anche all’assunzione di personale di assistenza per fornire ai viaggiatori assistenza informazioni in tempo reale sugli orari di partenza e di arrivo dei bus. Ma, probabilmente, il ridotto afflusso dei mesi estivi e la chiusura delle scuole, ha fatto sottovalutare il problema che è esploso con l’inizio dell’anno scolastico. Dal 16 settembre, infatti, la situazione è apparsa subito critica con autobus stracolmi e studenti rimasti a terra e con il neoassunto personale di assistenza assediato da utenti non proprio soddisfatti. Noicattaro, Rutigliano e Triggiano i punti più critici del servizio, da cui sono partite decine di


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segnalazioni, portando alla nota ufficiale del 19 settembre già ricordata. L’assessore Giannini ha incontrato il 24 i sindaci interessati e i responsabili delle Fse per affrontare e approfondire le criticità del servizio ancora presenti nonostante l’azienda avesse previsto ulteriori corse già nei giorni precedenti. L’incontro ha portato all’introduzione immediata di altre tre corse (una da Capurso, una da Triggiano e una da Rutigliano) e, soprattutto, all’impegno da parte dell’azienda a valutare e prevedere una ipotesi di

I lavori

riorganizzazione e ottimizzazione del servizio sostitutivo da presentare entro il prossimo lunedì 30 settembre in assessorato. La speranza è che con il 1° ottobre, data che ai meno giovani rievoca l’inizio dell’anno scolastico, gli studenti possano finalmente andare a scuola in sicurezza viaggiando in maniera decorosa. Resta qualche perplessità sulla mancata previsione dei problemi che un intervento progettato da circa vent’anni avrebbe causato.

SOLUZIONE DEL 2005 Un ritaglio della Gazzetta del Mezzogiorno del 2005 nel quale già si parlava dell’interramento dei binari

Claudio Carbone

Alcune opere in realizzazione previste già nel 2003

Le opere da realizzare nella tratta ferroviaria tra Putignano e Bari (via Conversano) riguardano il raddoppio della linea tra Mungivacca e Noicattaro, l’interramento dei binari tra le stazioni di Triggiano e Capurso, il rinnovo dei binari, l’elettrificazione della linea, l’installazione del sistema di controllo marcia treno (SCMT) e l’automazione dei passaggi a livello. Valore complessivo di 195 milioni di euro. Alcuni di questi lavori, come il raddoppio dei binari e il loro interramento tra le stazioni di Triggiano e Capurso, erano inseriti tra quelli di “rilevanza strategica” già nel 2003 e rientrano nella realizzazione della “metropolitana leggera” pensata per migliorare i collegamenti con il capoluogo pugliese. Nel maggio 2005 Ninni Perchiazzi riportava, in un suo articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, la soddisfazione dell’allora assessore regionale ai Trasporti, Mario Loizzo: “Abbiamo risolto una situazione che si trascinava da quattro anni per insipienza e sciatteria della precedente amministrazione”. Lo stesso Loizzo 5 anni dopo affermava: “Le Ferrovie del Sud Est, nelle due tratte tra Putignano e Bari (via Casamassima e via Conversano), si stanno trasformando in una metropolitana di superficie. Al termine degli interventi già in esecuzione il tempo di percorrenza massimo per l’intera tratta sarà di 40 minuti, con un risparmio di quasi mezz’ora”. Ad oggi, secondo l’orario ufficiale delle Fse, ne occorrono più di 90. 16-30 settembre 2019

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La speranza, l’attesa e la fuga: perché il Sud è all’angolo Le promesse del premier Conte in Fiera sul Mezzogiorno vengono accolte con diffidenza da chi conserva intatti i sogni e intanto va al Nord o all’estero

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VISITATORI IN FIERA

Una passeggiata tra gli stand dell’83esima campionaria di Bari

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Il Sud: la speranza, l’attesa, la fuga. Tra le promesse – le ennesime – di un nuovo governo e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in ‘Fiera del Levante’, ci sono le voci di chi conserva intatti i sogni e intanto scappa via: <<Le promesse del governo? Non ci credo più. Vado a Novara>>. Questa la risposta glaciale di un ragazzo alla soglia dei 30 anni, incontrato per caso fuori dal padiglione 152 della Fiera, dove si era da poco conclusa “La Giornata del Mezzogiorno”. Un dibattito in cui si è discusso dei problemi economici dell’Italia, legati indissolubilmente alla sperequazione nella gestione delle risorse tra Nord e Sud. <<Ho chiuso la mia attività nel 2015 – prosegue il nostro interlocutore – perché non guadagnavo abbastanza. Qui non si può più andare avanti: o lavori come un mulo dal lunedì alla domenica oppure… ti fanno chiudere insomma>>. Ironia della sorte e comune ‘sentire’. Il disagio di un Mezzogiorno pronto a spiccare il volo ma inchiodato dalla spesa insufficiente del governo nazionale, descritto nel ‘Rapporto Puglia 2018’, si personifica (neanche a farlo apposta) nelle parole di rassegnazione di uno dei tanti ragazzi del Sud costretti ad emigrare al Nord: <<Perché Novara? Ci sono molte più possibilità, molte più aziende che assumono facilmente.

Prima tramite agenzia, poi si viene contattati direttamente dall’azienda>>. E, ancora, il disincanto. Dopo aver trascorso ore ad ascoltare di possibilità e belle speranze per il Sud, sulla scia delle dichiarazioni del neo ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, sono le affermazioni del futuro cittadino di Novara a frantumare la magia: <<Mio fratello sta lì da due anni. Dopo sei mesi ha avuto un contratto a tempo indeterminato. Ora si è ‘sistemato’ e vive insieme alla sua ragazza di 21 anni>>. In un paio di battute, in verità, è lui a sistemare noi. Eppure la ‘Fiera’ si era aperta con il piano per il Sud, inteso come programma di investimenti volto a rilanciare la crescita dell’Italia attraverso il potenziamento del tessuto economico e infrastrutturale del Meridione. Invece, tra un padiglione e l’altro, solo piani di fuga. E tutti, a quanto pare, perfettamente riusciti: <<Sono di ritorno da Marrakech, dal Marocco>>, risponde un secondo intervistato che, come il primo, ha lasciato il Sud Italia e in particolare Puglia per far fortuna altrove. Sorprende come, nel caso specifico, un progetto di vita appagante sia stato realizzato più a Sud di Bari: <<Lavoro in Marocco. Qui in Italia non c’è più nessuna possibilità, ormai si è fermato tutto.


A ità al ttu

Sono un progettista di arredamenti interni. Per anni ho provato a lavorare qui al Sud: ho aperto e chiuso il mio studio. Poi, dieci anni fa, ho iniziato a lavorare in Marocco. Da allora, porto avanti la mia attività con successo>>. Sulle promesse del nuovo governo su un piano investimenti per il Mezzogiorno, l’uomo risponde scettico: <<Spero, ma non ci credo>>. Poco prima, un altro passante si era fermato per rispondere alle nostre domande. Sulla quarantina, a passeggio tra i padiglioni insieme alla sua famiglia. Nessuna fuga, in questo caso, ma tante speranze unite allo scetticismo, tratto comune di tutti gli intervistati: <<Bari avrebbe bisogno di un piano di investimenti ben strutturati per incentivare la nascita di realtà aziendali nuove. La Puglia vive essenzialmente di turismo, ma Bari ha un tessuto industriale importante, che però sta morendo: molte aziende stanno andando via. Tanti ministri del Sud nel nuovo governo? È una speranza, anche se nessuno di loro nel recente passato ha fatto molto per lo sviluppo del Meridione>>. La speranza, l’attesa, la fuga: nelle risposte degli intervistati, come in un cliché sempre in voga, è facile distinguere i tratti distintivi dei meridionali. Nulla di più sbagliato. In realtà, sono la con-

seguenza e non la causa di politiche nazionali che da sempre hanno messo il Mezzogiorno in un angolo. Il Sud riceve meno, spende meno, taglia di più su istruzione, sanità e servizi pubblici, e i giovani meridionali – studenti e lavoratori - emigrano in gran numero verso il nord Italia o all’estero. Più che progettare piani, sarebbe importante agire: i meridionali lo fanno da un secolo e mezzo, nell’attesa e nella speranza che qualcosa cambi.

Economia

CONVEGNO E SUD

Nella conferenza su La Giornata del Mezzogiorno è stato presentato il Rapporto Puglia 2018

Michele Mitarotondo

IPRES e ‘Rapporto Puglia’

L’Istituto Pugliese di Ricerche Economiche e Sociale (IPRES) si occupa di redigere i risultati dell’indagine sullo stato dell’arte dell’economia pugliese: ‘Rapporto Puglia’. L’Istituto, fondato nel 1968, è una associazione tra enti pubblici espressioni del sistema delle Autonomie locali e funzionali della regione Puglia. L’IPRES svolge un ruolo fondamentale ‘per la promozione e la realizzazione di attività di studio, ricerca, programmazione e accrescimento professionale della pubblica amministrazione in materia di sviluppo sociale e economico’ (L.R. 12 gennaio 2005 n. 1 – Titolo I, Capo V, 1° comma). Tra le sue finalità, quella di assicurare, con attività di studio e ricerca, la definizione, l’attuazione e la valutazione delle politiche regionali e lo sviluppo delle relazioni istituzionali multilivello. 16- 30 settembre 2019

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La sicurezza stradale? Un gioco da ragazzi

SIMULAZIONE DI GUIDA A scelta i ragazzi potevano simulare la guida su una bici, una moto o un’automobile

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Presentato all’83esima edizione della Campionaria lo stand per la guida sicura. Simulazioni e quiz per imparare divertendosi

“La strada non è una giungla”: il progetto di sensibilizzazione per la sicurezza stradale organizzato da Asset (Agenzia regionale Strategica per lo Sviluppo Ecosostenibile del Territorio) è approdato all’83esima edizione della Fiera del Levante. Il nome della campagna del 2019 è efficace e simbolico, sembrerebbe infatti dirci: “non siamo animali, siamo umani, civili e responsabili (o dovremmo esserlo!), soprattutto per strada”. Il programma è stato promosso dalla Regione Puglia ed è stato sviluppato in collaborazione con il Master di giornalismo dell’Università di Bari “Aldo Moro”. Asset ha innanzitutto analizzato i dati sull’incidentalità del 2018 e li ha resi pubblici a luglio durante una conferenza stampa organizzata per l’occasione. Secondo i numeri, in Puglia ci sono stati in totale 9.685 incidenti stradali che hanno provocato 201 vittime e 16.135 feriti. Rispetto al 2017 c’è stata una leggera diminuzione e a livello generale si è registrato il valore più basso dal 2001. Nonostante ciò, il tema non è da sottovalutare. In tutte le province e sulle principali strade statali infatti, continuano a esserci episodi drammatici. Tra gli altri dati emersi dal prospetto del 2018, si è evinto che la maggior parte dei sinistri sono avvenuti nei mesi estivi e nell’area metropolitana di Bari, in particolare al primo posto è risultata la statale 16. C’è da riflettere poi sulle cause degli incidenti, che continuano a essere sempre le stesse: distrazione (a causa di smartphone), eccesso di velocità, mancata precedenza, manovre irregolari e casi di guida sotto ef-

fetto di alcol o di sostanze stupefacenti. Secondo passo dell’agenzia è stato quello di organizzare un fitto programma per il contatto con il pubblico. In questi giorni infatti il progetto è approdato all’83esima edizione della Campionaria. Nel padiglione 115 è stato presentato uno stand colorato, interattivo, fuori dal comune. La particolarità risiedeva nelle attività, caratterizzate da nuove tecnologie e da nuovi mezzi di condivisione e informazione. I ragazzi, provenienti da diverse scuole, hanno potuto imparare divertendosi: c’era innanzitutto l’area quiz, dove si potevano svolgere test, simili a quelli svolti a scuola guida. Nel caso di risposta errata, la mascotte della campagna, "Bonni il Leòn”, correggeva i ragazzi e spiegava loro l’errore dando piccole pillole di conoscenza. C’era una sala audiovisiva, dove si potevano visionare le principali campagne internazionali e nazionali. Ma c’erano soprattutto le simulazioni di guida e di percorsi pedonali. E’ stato spassoso infatti per i giovani salire a bordo di una bicicletta, di un ciclomotore o di un’automobile e, con specifici visori, provare la guida sotto effetto di sostanze stupefacenti, in stato di ebbrezza o di sonnolenza. La visuale sullo schermo di fronte al guidatore si appannava o oscurava, rendendo la guida più complicata oppure si ponevano ostacoli sul percorso. Alla fine come in un videogioco, si poteva guardare il proprio punteggio e tutte le infrazioni commesse. In ogni sezione didattica dello stand c’erano delle guide che davano istruzioni ai ragazzi e spiegavano ogni passo da fare, sempre con simpatia e disponibilità. L'attività svolta all’interno della Fiera del Levante è stata solo uno dei tanti compiti previsti dalle agenzie che lavorano sulla sicurezza stradale. A breve infatti si partirà per un tour all’interno delle principali scuole della regione. L’obiettivo è portare i dati e diffondere una corretta cultura sul tema, un compito un tempo affidato ai corsi di educazione civica. Il commissario straordinario di Asset, l’ingegnere Raffaele Sannicandro, ha affermato: “Avvieremo dei percorsi educativi sul


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tema della sicurezza stradale e sulla mobilitĂ sostenibile che sviluppi una visione integrata. I ragazzi (futuri conducenti) saranno sensibilizzati anche ai temi ambientali, invitandoli all'utilizzo di mezzi ecosostenibili alternativi all'autovettura o al ciclomotore (come le biciclette). Tuttavia non ci rivolgiamo soltanto ai giovani, in quanto intendiamo sensibilizzare anche adulti e guidatori esperti (over 30) ad una

guida piĂš attenta e rispettosa del codice della strada cosĂŹ come a trasmettere loro un maggiore orientamento al trasporto pubblico. La strategia mira dunque ad individuare i giovani come ambasciatori di una condotta di guida attenta e consapevole, trasmettendo messaggi che siano diďŹ&#x20AC;usi a macchia d'olio nei confronti di genitori e amici.

Michela Lopez

I PROTAGONISTI In alto lo stand, in basso Elio Sannicandro, assessore straordinario di Asset e un percorso per pedoni

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Studere studere post lauream quid valere?

Il Poliba all’ultimo posto fra i politecnici italiani, nonostante i 95 punti di occupabilità post laurea: perché è al Sud. L’Ateneo si ferma a 73 punti

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ATENEO BARESE L’Università Aldo Moro di Bari è stata inserita dal Censis nella categoria dei mega atenei con più di 40mila iscritti

Quante volte, nel corso della carriera scolastica, si sente la fatidica domanda “E dopo il diploma cosa farai?”. Nel 2019 sembra una scelta quasi obbligata quella di doversi iscrivere a un corso universitario: non importano le aspirazioni, quanto piuttosto avere sempre il pezzo di carta in mano. Non si sa mai nella vita. Secondo il portale UniversityEquipe, varie sembrano essere le motivazioni che spingono i neodiplomati a iscriversi a una facoltà universitaria. Il 45,2% sceglierebbe un corso

Censis

Oltre 50 anni di classifiche

Ogni anno, il Censis stila più classifiche riguardanti le università italiane in base a: servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, strutture disponibili, comunicazione e servizi digitali, livello di internazionalizzazione. L’occupabilità dei laureati è una delle novità introdotte nell’edizione di quest’anno della classifica. A questa si aggiunge la valutazione del grado di soddisfazione per i servizi offerti (aule, biblioteche, postazioni informatiche) di chi ha già frequentato l’ateneo e l’inclusività dell’ateneo nei confronti dei suoi studenti. Cinque sono le categorie di classificazione: mega, grandi, medi e piccoli atenei rispettivamente di oltre 40mila iscritti, tra 40 e 20mila, tra 20mila e 10mila iscritti e sotto i 10mila; a questi si aggiungono i Politecnici e gli Atenei non statali, per i quali il Censis stila classifiche a parte. 16-30 settembre 2019

di laurea per migliorare le chance di trovare lavoro mentre il 30,4% per migliorare il proprio livello culturale. Il 21,6% perché ritiene che la laurea sia necessaria per trovare lavoro mentre l’1,1% perché ha provato a cercare lavoro ma non ci è riuscito con il solo diploma. Un andamento che sembra giustificare il trend in positivo delle immatricolazione all’università. Secondo il rapporto 2018 di AlmaLaurea(Consorzio Interuniversitario a cui ad oggi aderiscono 75 Atenei e che rappresenta il 91% dei laureati complessivamente usciti, ogni anno, dal sistema universitario italiano) i dati sulla occupazione a 1 anno e a 5 anni dal conseguimento del titolo sono estremamente incoraggianti. Nel primo caso continua in maniera costante dal 2014 il calo del tasso di disoccupazione a un ritmo pari a circa il 3% l’anno. Si è passati infatti dal 20,8% del 2016 al 17,4% del 2017 per i laureati triennali e dal 19,8% al 16,4% per i laureati magistrali. A 5 anni dal conseguimento della laurea il trend ha lo stesso segno, seppure con numeri meno marcati. Si è passati infatti dal 7,8% al 6,7% per i laureati triennali (-1,1%) e dal 8,9% al 6,9% (-2%) per i laureati magistrali. Un calo non dovuto alla scelta del singolo corso di studio, quanto piuttosto dovuto a un andamento generale. Resta tuttavia fondamentale, per il post laurea, la scelta dell’indirizzo.


U ve ni rs ità

Secondo la start up “WeCanJob”, nel 2018 sono stati 5 i settori nei quali i laureati hanno trovato più facilmente lavoro: lingue, ingegneria informatica, ingegneria elettronica, economia e nel comparto socio-sanitario. Quindi, scelta la facoltà, il lavoro è a un passo? Pare proprio di no, in quanto sembra essere elemento fondamentale nell’equazione studio-lavoro anche l’Ateno presso il quale si è conseguito il titolo. Per il biennio 2019-2020, il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) ha stilato il suo rapporto annuale con la classifica dei migliori atenei. L’Ateneo Barese, inserito nella categoria di mega atenei per la grande affluenza di iscritti (oltre 40.000), è al terzultimo posto per “valore del titolo di laurea” a livello di opportunità lavorative. Una occupabilità che si arresta a 73 punti contro i 92 registrati dall’Università di Bologna, primo in classifica. A influire negativamente la voce “Internazionalizzazione”, ferma a soli 70 punti con un trend in discesa, positiva invece la voce per il sostegno allo studio con 83 punti. Ultima invece un’altra grande università del sud, la Federico II di Napoli, preceduta da quella di Catania. Sembra che quello che manchi nelle nostre università sia il collegamento, il ponte, tra ambito accademico e sbocchi occupazionali. Una percezione confermata anche da chi è attualmente iscritto ai corsi dell’Ateneo ba-

rese: un’ottima didattica che però resta solo su carta, ritardando anche di parecchi mesi l’ingresso nel mondo del lavoro. Da qui la scelta di molti giovani che preferiscono piuttosto studiare fuori ma avere la certezza di un impiego futuro. Una tendenza che non sembra essere scalfita neanche dalla possibilità di fare esperienze all’estero e confermata dal Censis: rispetto all’anno precedente, gli immatricolati negli atenei del Nord sono aumentati del 4% mentre negli atenei del sud sono diminuiti del meno 0.1. In particolare, circa il 23% degli studenti meridionali è impiegato nella mobilità extra-regionale, a fronte dell’8,5% dei colleghi settentrionali e del 10,8% di quelli residenti nelle regioni centrali. “Preferisco pagarmi la retta di un’Università privata e fare stage in aziende, anche fuori dall’Italia, piuttosto che restare qui avere la comodità di casa ma trovarmi, magari tra 5 anni, senza alcuna concretezza” spiega Giorgia che quest’anno parte per Milano. Un trend negativo confermato anche da QS Graduate Employability Rankings che ogni anno stila la classifica delle Università mondiali in base alla loro capacità di offrire sbocchi occupazionali. Escluse quelle americane tra le 20 italiane la prima a comparire nella classifica è il Politecnico di Milano (al 41esimo posto), mentre la Federico si posiziona nella fascia tra i 251-300 posti. Simona Latorrata

CENSIS Fondato nel 1964, il Centro Studi di Investimenti Sociali si occupa di studi sociali economici e culturali

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La scuola non è uguale per tutti Invalsi specchio dei danni al Sud

LICEO BIANCHI DOTTULA Ingresso dell’istituto in Corso Giuseppe Mazzini, al quartiere Libertà

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Reddito e luogo di residenza fanno ingiustamente la differenza in aula. Inglese e matematica sono “le bestie nere” di tutti gli studenti italiani

Il profilo dello studente modello? Proviene da una famiglia benestante ed è del Nord. Lo dimostrano i risultati delle prove Invalsi, cioè i test di italiano, matematica e inglese sottoposti ogni anno dal 2003 agli studenti di quinta elementare, terza media e secondo superiore. Domande aperte o a risposta multipla uguali per tutte le scuole d’Italia. Iniziato da poco l’anno scolastico gli alunni devono fare i conti con i risultati ottenuti alle prove del 2018: in matematica e inglese i risultati peggiori. Quest’anno toccherà anche ai maturandi sostenere le prove, che per la prima volta si potranno svolgere tramite computer. I punteggi più bassi sono stati conseguiti nelle scuole del Centro e del Sud, medaglia al merito per la Valle d’Aosta che ha registrato risultati di quasi 10 punti superiori alla media nazionale. Chapeau! Lo scorso anno le prove sono state svolte da più di due milioni e mezzo di studenti, da cui è stato sorteggiato un campione di circa 200mila persone suddiviso in cinque macro aree territoriali: Nord-Est; Nord-Ovest; Centro; Sud; Sud e isole. Le prove invalsi sono state svolte per la prima volta in via sperimentale nel 2005 con l’obiettivo di monitorare lo stato di salute della scuola in Italia ed evidenziarne le criticità. Oltre alla disparità Nord-Sud è emersa anche un’altra divergenza: quella tra studenti che provengono da famiglie ricche e

quelli meno abbienti. L’Istituto Invalsi ha rapportato l’indice ESCS (Economic Social Cultural Status index) con i risultati delle prove. Gli alunni che frequentano le scuole dei quartieri più facoltosi hanno ottenuto risultati migliori rispetto agli studenti di scuole dei quartieri di periferia. Al Sud, con in testa la Puglia, questa disparità si manifesta in modo molto consistente. E sempre dal Sud parte il maggior numero di studenti dopo il diploma, per iscriversi nelle Università di Milano, Torino, Parma o Europee (dati Svimez del 2018). Tuttavia certe cose bisogna osservarle da vicino. Alle 12 e 30 suona la campanella del liceo scientifico Scacchi di Bari nel centralissimo corso Cavour. La scuola si svuota e il preside, Giovanni Magistrale, può ricevere. Sguardo fiero e voce sicura. Come quella di chi dirige una delle scuole “con il livello più alto della città”, come lui stesso sottolinea. “I risultati che abbiamo ottenuto alle prove Invalsi spiega - sono stati soddisfacenti. Specie in inglese. Nonostante forse il campione selezionato ci abbia un po’ penalizzato. Altre quinte per esempio sono andate meglio di quelle sorteggiate”. Dopo una lunga e dettagliata risposta, difficile anche da interrompere con altre domande, spiega anche che alcune classi hanno tentato di “boicottare” i risultati, sbagliando di proposito le domande dei test. Con quale finalità però non lo chiarisce. Semplicemente sottolinea che


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“la nostra è una scuola molto politicizzata”. Boicottate o no, le prove dello Scacchi sono andate bene, oltre la media. Dunque dall’anno prossimo una schiera di studenti ben preparati si potrebbe continuare gli studi in città. E invece no. “I nostri studenti sono orientati verso altre realtà universitarie. Luiss, Bocconi, Sant’Anna, Normale di Pisa per esempio...Qui non c’è spazio. Dovrebbero fare i conti con situazioni di nepotismo e difficoltà strutturali”. Affermazione difficile da contraddire. Alle 12 e 30 gli alunni del liceo delle scienze umane “Bianchi-Dottula” del quartiere periferico Libertà sono invece ancora in aula a fare lezione. È un istituto quasi tutto al femminile, vivace ed effervescente. Anna Maria Amoruso, il dirigente scolastico, capelli raccolti e occhiali in punta di naso spiega: “I risultati dei test sono mediamente buoni. La nostra bestia nera rimane la matematica, ma siamo soddisfatti”. L’istituto si trova nel cuore del quartiere Libertà, ma accoglie anche studenti provenienti da tutta la città. “A questo quartiere manca un istituto professionale. Quindi in molti si iscrivono qui solo perché è vicino casa - continua la preside - poi al secondo anno cambiano scuola. Tutti i nulla osta che firmo sono di residenti del quartiere che vanno altrove”. Le sue parole suonano un po’ come una giustificazione: se i risultati delle classi seconde non sono così positivi non è colpa nostra. Al

cambio dell’ora i corridoi si riempiono delle voci degli studenti che si sgranchiscono le gambe tra una lezione e l’altra e i docenti fanno capolino dalle aule. La professoressa Antonella Angelico, che si occupa di monitorare mobilità studentesca postmaturità, conferma il trend: “Diciamoci la verità: quali opportunità hanno qui i nostri studenti? Alle diciannove la biblioteca dell’Ateneo di Bari chiude, a Milano resta aperta fino alle 22, per esempio. Se gli studenti vanno via forse non è solo a causa di un pregiudizio”. Dunque testare gli studenti allo stesso modo è utile per migliorarsi, questo è chiaro. E funziona, come dimostrano i dati raccolti in quattordici anni. Probabilmente però gli studenti non partono tutti dallo stesso livello e forti disparità persistono. La spesa pubblica annua procapite sostenuta per gli studenti della Valle d’Aosta è di circa 5 mila euro superiore rispetto a quella sostenuta per gli studenti calabresi o sardi, ultimi nella classifica. Inoltre i redditi più alti vengono dichiarati nelle regioni settentrionali. Il comune più ricco d’Italia per esempio, secondo i dati del ministero dell’economia e delle finanze, è Basiglio in provincia di Milano, con un reddito medio di 52mila euro. La Lombardia ha un reddito procapite medie di 23 mila euro, la Calabria 14 mila. Non è allora poi un caso se le biblioteche al Sud chiudono prima.

Saverio Carlucci

SCIENTIFICO SCACCHI Gli studenti riuniti nel cortile in corso Cavour durante un’assemblea di istituto

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Emozioni in cuffia Storia di un tifoso cieco del Bari

“Il segreto per affrontare a testa alta la mia cecità? Ridere e amare: amo mia moglie, la musica e la squadra” Intervista a Enzo De Santis

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AL SAN NICOLA Il tifoso biancorosso, Enzo De Santis, tra gli spalti dello stadio, a novembre 2017

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Vedere con gli occhi degli altri. Immaginare la realtà attraverso la voce e il racconto di chi ci sta intorno. A parole potrebbe sembrare un’esperienza affascinante, ma ci siamo mai chiesti come sarebbe la nostra vita se dovessimo continuamente “dipendere” dagli altri? La testimonianza di Enzo De Santis, 74 anni, tifoso del Bari e cieco dal 2004 a causa di un glaucoma (malattia del nervo ottico) potrebbe aiutarci a leggere gli eventi con uno “sguardo” nuovo. Attenzione: in senso buono, non con buon senso. Enzo non sa che farsene del moralismo o del pietismo e non ama definirsi “disabile”. La sua è stata una malattia graduale, “silente” nella sostanza, dirompente nella forma. A seguito di un intervento di cataratta, la pressione troppo alta ha provocato lo schiacciamento del nervo ottico sulla retina fino a distruggerla. Prima ha perso il campo visivo a un occhio, poi all’altro. “In quel momento ho perso la vista, ma non la vita”, dice Enzo con voce ferma e decisa. Così da impiegato delle Poste, si è trovato senza lavoro, ma ha continuato a coltivare le sue passioni: quella per il mare, per la gastronomia, per la musica. Oltre l’amore per i biancorossi, nella vita di Enzo è centrale l’affetto dei familiari e della sua seconda moglie, che lo accompagna da 27 anni. Lo abbiamo incontrato con auricolari e accompagnatore al seguito, durante una diretta di Telebari. Tra gli ospiti c’è Luigi De

Laurentiis, presidente della SSC Bari, squadra del cuore di Enzo. Alto, grande, baffetti e capelli neri: un uomo dall’aspetto simpatico. Gli occhiali scuri per coprire gli occhi, mentre le pupille azzurre sembrano uscire dalle orbite. Enzo si muove, ti segue con il capo se ti volti: qualche leggero movimento lo percepisce ancora. Se “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, Enzo è lo specchio dell’autoironia. E la passione che lo lega ai galletti va oltre la disabilità. “Non posso fare a meno di andare allo stadio”, racconta. Aveva 11 anni quando suo padre lo ha portato per la prima volta allo stadio Della Vittoria. Da quel momento non ha più smesso. Non si perde una partita. Ora va allo stadio, non vede ma ascolta il ruggito del pubblico, e segue la partita anche grazie alla radiocronaca di Michele Salomone, voce storica del Bari. Da questa stagione, dopo 43 anni di servizio, Salomone non racconta più integralmente le partite ai tifosi, ma prosegue l’attività giornalistica in programma, sempre legato al Bari, per RadioNorba. Enzo sa tutto della squadra biancorossa e con lei condivide gioie e dolori, speranze e battute d’arresto. Commenta così la nuova stagione del Bari in serie C, dopo il fallimento e la fine dell’era Giancaspro: “Il Bari è la tipica squadra che per vivere bene deve soffrire. È impossibile con questi giocatori non vincere, basta solo trovare lo schema”.


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Quando gli si chiede di racchiudere il senso della sua vita in una frase, Enzo risponde: “L’amore oltre il buio”, che è anche il titolo della sua biografia scritta dal giornalista Rino Lorusso. “Significa – continua il tifoso – che niente è impossibile da realizzare se ci sono passione e forza di volontà”. Un incontro, quello con Lorusso, che ha messo Enzo in condizione di dialogare con se stesso rivivendo i momenti salienti che hanno cambiato per sempre la sua vita. E tra le presentazioni del libro e una partita allo stadio, è diventato ormai un vero e proprio esempio, conosciuto tra gli spalti del San Nicola, e non solo, per tenacia e autoironia. “Vedo tutto nero”, oppure “spostati ché non vedo i giocatori in campo” sono alcune delle frasi tipiche di Enzo quando va allo stadio e con le cuffie ascolta quello che avviene in campo. La radio, quella che in passato era una scatoletta e che oggi possiamo scaricare sui nostri smartphone sotto forma di applicazione, è capace di restituire i suoni, le voci, persino le espressioni facciali e i colori di tutto quello che è intorno. Sono emozioni per cui vale la pena continuare a sorprendersi. Così una semplice radiocronaca può trasformarsi in un momento civico altissimo, altro che passatempo: questo il messaggio di Enzo. “Capita per strada di essere fermato da genitori di ragazzi non vedenti e sono contento quando mi dicono che, grazie al

mio esempio, anche i loro figli vanno allo stadio, superando quelle che credevano essere delle barriere. Di questo sono orgoglioso”. Ma all’entusiasmo subentra per un attimo una punta di malinconia, quando parla di suo nipote che vive in Sicilia, forse l’unica persona vorrebbe poter vedere, oltre che accarezzare. Il bambino non a caso si chiama Cristian, in onore dell’ex attaccante del Bari, Cristian Galano.

La biografia

LA PRESENTAZIONE De Santis (terzo da sinistra) con i giornalisti: Lorusso, Siciliani e Tamborra alla prima del libro al Tb Sport (2017)

Anna Piscopo

“L’amore oltre il buio” (2017)

L’amore oltre il buio” (Di Marsico 2017) è nato dall’incontro tra il giornalista Rino Lorusso ed Enzo De Santis, avvenuto durante la presentazione del libro del giornalista sportivo Michele Salomone. “Per la scrittura del testo abbiamo ripercoso i momenti salienti della malattia di Enzo fino all’incontro con i volontari dell’UIC (Unione italiana ciechi e ipovedenti). Enzo non ama ricordare; per questo ho pensato che il modo migliore per restituire ai lettori la sua vicenda sarebbe stato scrivere un romanzo”, ha raccontato Lorusso. Così è nata la biografia caratterizzata da un intenso lavoro di ricerca e di documentazione con incursioni nella fantasia. I dialoghi, infatti, sono tutti inventati. Non lo sono invece le testimonianze riportate alla fine: quelle di alcuni giornalisti, tra cui un altro “faro” del giornalismo sportivo barese come Enzo Tamborra, e di atleti paralimpici. Per la stesura del testo Lorusso ha impiegato dieci mesi. 16-30 settembre 2019

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I cittadini uniti in rete per il bene della città

IL WEB Internet e i social uniscono le comunità di iniziativa civica per poter migliorare il proprio territorio

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I social: contenitori di idee e progetti per molti cittadini. A Massafra, nel Tarantino, Facebook ha raccolto 15mila utenti attivi in un unico gruppo

I social. Un posto in cui siamo stati abituati a non stupirci più di nulla. Un posto in cui, ormai, gli influencer dettano la legge. Influencer che ci raccontano il loro ultimo viaggio, la settimana della moda di Milano o ci mostrano il loro guardaroba. Ma siamo davvero sicuri che i social siano tutti frivolezze e luccichii? C’è, in realtà, una massiccia rete di persone che soprattutto su Facebook dà vita a vere e proprie associazioni il cui obiettivo è uno solo: provare ad affrontare i problemi della comunità. E in Italia questo fenomeno è così sviluppato che, non dobbiamo dimenticare, il partito maggior azionista del governo gialloverde e di quello giallorosso è nato proprio da una esperienza simile, ma su scala nazionale. Il Movimento 5 Stelle è nato come un’azione di protesta e, passando per il Vaffa Day, è giunto a essere il primo partito in Italia. Restando più nel nostro piccolo, però, non è difficile trovare esperienze di proporzioni decisamente più ridimensionate (su scala comunale, si intende) ma con scopi del tutto simili a quelli del movimento fondato da Beppe Grillo. Basta collegarsi su Facebook per trovarne svariati. Ma molto più vicino a noi di quanto si pensi c’è una realtà (virtuale) di cui forse non si parla abbastanza, ma esiste e porta avanti battaglie per il territorio. È “Massafrattiva”, un gruppo con quasi

15mila iscritti che fa riferimento al comune di Massafra, in provincia di Taranto. Una comunità di quasi 33mila abitanti, di cui la metà partecipe di un gruppo nato in occasione delle elezioni comunali del 2016, poi cresciuto e trasformatosi in un megafono per denunciare ingiustizie e malefatte. E non solo. C’è una cosa anomala in questa iniziativa. In genere le reti civiche urbane si organizzano in comitati dove ci si riunisce, si propongono idee e iniziative. Basti pensare, per esempio, alla rete Carrassi-San Pasquale-Mungivacca (a Bari) riunita in un collettivo che raccoglie ben 19 associazioni. In Massafrattiva non succede niente di tutto questo. Qui succede che una persona, il fondatore del gruppo, denunci e porti a galla i problemi. Gli altri poi esprimono la loro idea tramite commenti e like. Una volta si è tentato di creare un comitato fisico, ma è stato quasi un flop. Tutto deve succedere online e qui la partecipazione è decisamente più attiva. Il 90% degli utenti iscritti è raggiunto quotidianamente dai post, di questi circa il 40% sono attivi (commenti, post, discussioni). Non male. Ma cosa è davvero Massafrattiva? È il suo fondatore Cosimo Maraglino che prova a spiegarlo. Un cittadino senza cariche pubbliche o interessi politici, che quando ha deciso di dar vita alla pagina non viveva più in Italia da molto tempo ma


Dodici associazioni

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Anche a Bari quartieri uniti

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Anche nel Barese non mancano le iniziative civiche. Sono 12 le organizzazione in tutto il comune di Bari che riuniscono svariati quartieri. Cultura e tradizioni locali, ma anche sport e tempo libero le priorità. La marcia in più poi è sicuramente quella di godere dell’appoggio del Comune che nel 2018 aveva presentato un piano di finanziamento di 1,2 milioni di euro per questi comitati con lo scopo di organizzare iniziative e progetti di inclusione nell’arco di 18 mesi. Importante la rete inaugurata nei giorni scorsi e che unisce i quartieri Carrassi, Mungivacca e San Pasquale. Per l’occasione è stata organizzata una festa: spettacoli e intrattenimento per grandi e piccini, musiche popolari, yoga della risata, momento conviviale e presentazione delle associazioni, ben 19, che compongono la Rete Civica Urbana e delle iniziative in programma.

che ora vi ha fatto ritorno. È una piccola comunità abbastanza democratica, che a volte si trasforma in un Far West ma si sa, sono i rischi dell’internet. Allora, una volta i cittadini per poter dialogare e prendere decisioni dovevano incontrarsi, ora basta un clic: i vecchi comitati si sono trasferiti sul web dove hanno decisamente più successo perché attirano quella fetta di pubblico più giovane che altrimenti non prenderebbe parte alla vita del paese. E di concreto cosa c’è? Prima o poi ci si dovrà allontanare dalla tastiera, passare dalle parole ai fatti. E Massafrattiva in questo è stata protagonista di tante battaglie. Dalle più piccole, come la raccolta firme contro i parcheggi a pagamento nei pressi dell’ex ospedale, fino alle più grandi che hanno impedito l’allargamento dell’inceneritore che si trova alla periferia di Massafra. Passando poi per la denuncia di appalti truccati che hanno portato al licenziamento di chi li aveva vinti soltanto perché “amico o parente di…” fino alla raccolta di giocattoli per i bambini delle famiglie più bisognose e alla pulizia di strade e asili. In tutto questo qualcuno dovrà anche sporcarsi le mani, metterci la faccia. Due querele a carico di Maraglino e una lunga sfilza di minacce. Senza ricevere alcun compenso in cambio. Un personaggio scomodo per molti, un

punto di riferimento per altri. Quello che si vede di uno staff “fantasma” formato da avvocati e collaboratori. L’altro lato della medaglia la cui faccia è rappresentata da un’amministrazione silenziosa, quasi assente. A Massafra, che è stata in mano a “politici e signorotti” con una moralità e un’etica alquanto discutibili, si è persa la fiducia nelle istituzioni e le dirette Facebook di uno sconosciuto qualunque, che si erge a paladino della comunità, all’inizio una piccola speranza la creano. Poi, se questo sconosciuto davvero qualche problema riesce anche a risolverlo, allora non attendiamo oltre: sindaco subito! Proprio su questo punto e facendo un passo indietro a quando si è parlato di un Movimento 5 Stelle in versione nostrana, si ritrovano delle piccole analogie di percorso. Maraglino non si candiderà alle prossime amministrative, cerca giovani competenti che abbiano idee e che destinino il loro gettone di presenza ai consigli comunali alle casse della città. Il programma verrà stilato parallelamente a un vero e proprio progetto in cui a ogni promessa fatta verranno affiancati le modalità e i fondi ai quali si attingerà per realizzarle. Inoltre, la “squadra di governo” verrà presentata prima delle elezioni. Vi ricorda qualcuno? Maria Cristina Mastrangelo

MASSAFRATTIVA Il logo del comitato con il castello medievale, la torre dell’orologio e la cupola di san Lorenzo

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Torniamo a casa gli italiani via dall’inferno del Venezuela

MADURO È presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 19 aprile 2013. Il potere è ancora nelle sue mani

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I nostri connazionali emigrati sono tantissimi. Ora molti rifanno quel viaggio al contrario per sfuggire alla crisi economica

"Guadagnavo due euro al mese, io sono diabetica e lì non avevo più la possibilità di curarmi": è il suo Paese, raccontato da Fefa, psicologa che per sopravvivere alla crisi è arrivata in Puglia, a Minervino Murge, il centro dell'Alta Murgia in cui ha vissuto suo padre fino al '70, prima di trasferirsi a Caracas. Oggi il Venezuela è il Paese con il tasso di inflazione più alto al mondo e per questo affonda nella violenza e nella povertà assoluta. Una situazione paradossale,in cui il presidente, Nicolàs Maduro, da quando si è autoproclamato, non lascia le redini del potere. Il Fondo monetario internazionale parla di un totale collasso dell’economia e di iperinflazione. Minervino non ha accolto solo Fefa ma anche altre due famiglie venezuelane, accomunate da origini pugliese e che ora condividono le pagine di una stessa storia. Una storia che ha come scenario quello di una nazione instabile, senza possibilità imminenti di una soluzione che porti ad una ripresa. Alejandro e Laura, lui 35, lei 30 anni, informatico e biologa, sono stati l'ultima coppia ad essere approdata a Minervino Murge dopo essere scappata dalla sua terra ed ora stanno aiutando altri amici a fare lo stesso. Sono arrivati inm Puglia grazie al papà di Alejandro che è nato a Bari e da bambino era emigrato in Venezulela. Sono giovani, comprendono e parlano bene l'italiano, ci dicono di averlo imparato sui banchi di scuola. Dalle loro parole tra-

spaiono la rabbia e la delusione per essere stati costretti a prendere questa decisione che li porta lontano dalla loro casa ma soprattutto dai loro affetti. "Non ci torneremo mai più. Anche perché per arrivare in Italia è stato davvero difficile -ci dice Alejandro, lui più dei suoi connazionali si è prestato al racconto della sua terra- per prendere il volo da Caracas abbiamo dovuto passare sette controlli e la roba che piaceva ai militari è rimasta lì, ci è praticamente stata sottratta". I diritti umani in Venezuela non esistono più. Si muore improvvisamente durante perquisizioni farsa. Quelle che dovrebbero essere le forze dell’ordine agiscono in maniera anarchica, sequestrano e poi chiedono riscatti altissimi. Non si fanno problemi ad ammazzare in nome di una legittima difesa senza però alcuna prova. Quello del Venezuela è un sistema in cui alle forze di sicurezza viene data la libertà di farsi giustizia da sole, imprigionando arbitrariamente e uccidendo i presunti rei di delitti, anche senza uno straccio di prova. Alejandro ci ha raccontato come la violenza dilaga al punto che ci si ammazza anche fra civili, per strada, per un solo tozzo di pane o per pochi spiccioli. "In pochi ormai si possono permettere i beni primari, si contano 53 omicidi ogni 100 mila abitanti al giorno", ci racconta. Lui e sua moglie, Laura, la sera si barricavano in casa, la strada è una giungla. Sono


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tutti pronti a rubare qualcosa, una lotta per la sopravvivenza. La rabbia dei venezuelani è nel fatto che il loro Paese ricchissimo grazie al petrolio è stato trasfigurato in poche decadi in un Stato dominato dalla violenza, dalla corruzione e dalla povertà più assoluta. Le risorse di cui il Venezuela dispone sono servite a poco e non hanno impedito una caduta libera dell'economia che risente della dittatura di Maduro. Il 22 luglio scorso un black out ha spento buona parte del Venezuela e tutte le strade della capitale, Caracas. Il ministro dell’Informazione, Jorge Rodrigues, attribuì le colpe a un non meglio specificato “attacco elettromagnetico”. Con il peggiorare della situazione economica venezuelana, i blackout sono diventati molto più frequenti e prolungati. Le infrastrutture per il trasporto dell’energia elettrica non ricevono adeguata manutenzione, così come le centrali elettriche. Anche i frequenti black out, come ci ha spiegato Alejandro, sono uno dei tanti problemi che stanno mettendo in ginocchio il suo Paese. "La luce è andata via, Caracas si è spenta. Stavo andando al supermercato per comprare qualcosa per il cane ma ho cambiato programmi, ho acquistato del carbone così nel caso andasse via anche il gas, io e Laura potevamo accendere il fuoco per cucinare", ci ha detto Alejandro prima di confessarci che proprio in quel momento la

sua mente ha realizzato l'idea di scappare da quello che lui chiama “inferno”. Una decisione che per Alejandro e Laura è stata fattibile, grazie alle radici italo-venezuelane. In molti vogliono lasciare il Paese ma non possono. Quello che si chiede Alejandro è il motivo per cui in Italia ed in genere in Europa non se ne parli abbastanza, non si parli abbastanza di quella politica che sta mettendo con le spalle al muro una parte di mondo così vasta, come il Venezuela. Mariamichela Sarcinelli

POLITICA Gli scontri in Venezuela che quasi sempre degenerano in forme di violenza. Tanti perdono la vita

Dittatura Manduro

Il Venezuela vuole cambiar rotta

La situazione politica in Venezuela non era già dal 2013 delle più rosee: Maduro ha governato il Venezuela tramite decreto legge, dal 19 novembre 2013 autoproclamandosi presidente, dopo la morte di Chávez. La sua presidenza ha coinciso con un deterioramento di tutti i parametri macroeconomici. A seguito delle elezioni presidenziali in Venezuela del 2018, considerate irregolari dalle opposizioni e da diversi stati esteri, e del successivo re-insediamento di Nicolás Maduro, l'Assemblea nazionale ha dichiarato invalide le elezioni e nominato il suo presidente Juan Guaidó. Il rivale di Maduro è stato riconosciutocome presidente ad interim da alcuni stati esteri, di fatto però il potere è nelle mani di Maduro, sostenuto dall’esercito. Il problema del Venezuela è l’inflazione. Ad oggi la perdita di potere d’acquisto del bolivar, la moneta venezuelana, ha raggiunto l’800% e si stima che potrebbe raggiungere il 1000% nel corso dell’anno. 16-30 settembre 2019

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La solitudine dei “numeri due” E italiani riserve

Al Palaflorio di Bari la Dinamo Sassari conquista la 25esima Supercoppa italiana di basket. I protagonisti sono gli stranieri, ruolo da gregari per i nostri

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LA FESTA Sopra, Spissu festeggia dopo la vittoria a Bari. È il sesto trofeo vinto dalla Dinamo dall’arrivo in Serie A nel 2010

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Il basket italiano è mediocre, eppure ci si accontenta in nome della competitività. Nella Supercoppa italiana a Bari, per esempio, di italiano c’era poco. Basta vedere i quintetti iniziali delle 4 squadre che si sono giocate il trofeo: solo due italiani per la Dinamo Sassari e la Reyer Venezia, un italo-americano per Vanoli Cremona e nessuno per Brindisi. E in effetti, a vedere la differenza di prestazioni, non si può dare poi torto ai coach. Nella seconda semifinale, ad esempio, Brindisi è andata avanti di quasi 20 punti su Venezia, grazie all’apporto degli americani Adam Banks e John Brown. La rimonta dei lagunari è stata possibile grazie al lavoro degli statunitensi Austin Daye e Mitchell Watt. E gli italiani? Sono gregari, per lo più buoni a far rifiatare gli statunitensi per qualche minuto. Le eccezioni sono poche, come Stefano Tonut di Venezia, autore di pochi punti ma leader in campo. O la Dinamo, la squadra in cui gli italiani hanno dato il contributo migliore, con i nazionali Stefano Gentile e Michele Vitali e il sardo Marco Spissu. Il piccolo sassarese, in semifinale, è stato il secondo miglior marcatore dei suoi ed è stato decisivo, per l’approdo in finale, grazie ai tiri da tre punti. Per questo ha vinto il premio di miglior italiano della due giorni, ma in finale è stato spento. Non è solo un fattore tecnico: agli italiani manca la personalità nei momenti che contano. Lo ha dimostrato il risultato attenuto

dalla Nazionale agli ultimi mondiali, svoltisi in Cina quest’estate. Gli azzurri hanno superato solo Angola, Filippine e Porto Rico. Non proprio le migliori squadre della competizione. Il risultato minimo, ovvero qualificarsi al torneo preolimpico da cui solo 4 nazioni potranno staccare il pass per Tokyo 2020, è stato centrato. Tuttavia, da quella che era l’ultima occasione di vincere qualcosa, per una generazione considerata tra le più forti di sempre, ci si aspettava di più. Invece è arrivata l’ennesima delusione. Nella partita contro la Spagna, decisiva per l’approdo ai quarti, a 4 minuti e 16 secondi dalla fine l’Italia è sul +4. Ma al momento di dare quel qualcosa in più, si sbaglia tutto il possibile. Un boccone amaro, perché contro una Spagna tutt’altro che esaltante e un tabellone favorevole si poteva arrivare lontano. Saranno proprio gli spagnoli, allenati dall’italiano Sergio Scariolo, a vincere a sorpresa il mondiale. Non è la prima volta che il gruppo guidato dai giocatori NBA (la National Basketball Association, la lega più competitiva al mondo) Marco Belinelli e Danilo Gallinari fallisce per limiti mentali. Dall’Europeo buttato contro la Lituania nel 2015 al preolimpico per Rio 2016, giocato in casa (a Torino) e perso clamorosamente contro la Croazia. Come biasimare, dunque, il coach Francesco Vitucci, del Brindisi, se per portarsi a casa il terzo posto di consolazione, a Bari, ha deciso di affidarsi solo agli stranieri? Non è


La vittoria dei sardi

certo il solo allenatore italiano che fa giocare poco i suoi connazionali. Basta andare sul sito ufficiale della Lega Basket, alla sezione statistiche, per rendersi conto che tra i 50 giocatori che hanno giocato più minuti la scorsa stagione, solo due sono italiani (e lontani dalle prime posizioni). La Lega Basket ha deciso di porre rimedio con una nuova regola nei tesseramenti. Per il quadriennio 2018/2020 valgono le regole del 5+5 e del 6+6: i club possono tesserare cinque atleti di formazione italiana e cinque non formati in Italia, senza distinzione di passaporto, oppure sei giocatori per ciascuna categoria. La differenza nelle due formule sta nel fatto che chi ha optato per il 6+6 non potrà concorrere al premio di valorizzazione per i giocatori italiani (400mila euro). Il risultato, il primo anno, è stato quello di favorire la costruzione di squadre composte da forti stranieri, due italiani di buon livello e le riserve, rigorosamente italiane. E gli extra-comunitari tesserati sono aumentati.A Bari, Pozzecco è stato nominato coach dell’Italia Sperimentale, quella che fa da supporto alla prima squadra. Lui, dopo la finale vinta, ha ringraziato la Federazione e ricordato l’argento vinto alle Olimpiadi di Atene 2004. La speranza è che porti un po’ della sua spensieratezza agli azzurri, almeno per trasmettere la voglia di dare tutto sul parquet, cosa rara al momento. Luigi Bussu

L’ha portata a casa il “Poz”. La Dinamo Sassari del coach Gianmarco Pozzecco, detto “Poz”, ha vinto la Supercoppa italiana di basket, giocata gli scorsi 21 e 22 settembre, in un quadrangolare sul parquet neutro del Palaflorio di Bari. È il secondo titolo portato in Sardegna dall’estroverso friulano, dopo la FIBA (International Basketball Federation) Europe Cup conquistata nella stagione scorsa, il primo torneo internazionale vinto da una formazione sarda. È un rapporto particolare, quello dell’Isola, con la squadra di basket di Sassari: l’unica capace di vincere un tricolore, nel 2015, dopo l’impresa del Cagliari campione d’Italia di calcio nel ’70. Due grandi feste per un’intera Regione. Emozioni rare, dunque, per una terra ormai abituata a soffrire, rassegnata alle sue sfortune. Il “Poz”, arrivato nell’Isola, questo lo ha capito subito. Dopo la finale, stravolto e fradicio di spumante, ha dichiarato: “Dedichiamo questa vittoria a tutta la Sardegna. Perché noi lavoriamo per fare contento il sardo, che ha bisogno di questa soddisfazione. Lo ripeto quotidianamente alla squadra – ha continuato - che giocare in Sardegna è diverso. È importante far capire ai nostri dove stanno giocando”. Non è un caso che i giocatori siano soprannominati “i Giganti”, da quelli di Mont'e Prama, le statue nuragiche alte più di due metri scoperte a Cabras, nell’oristanese. Tuttavia, per i Giganti vincere la competizione che ha aperto la stagione è stata un’impresa. In semifinale hanno superato ai supplementari i detentori della Coppa Italia, la Vanoli Basket Cremona, 101 a 94. Una partita difficile, ma i tiri da tre del sassarese di nascita Marco Spissu hanno fatto la differenza. A camminare nello spazio riservato ai tifosi sardi, il primo giorno, già si percepiva l’adrenalina dei tifosi urlanti: “la portiamo a casa, dai che domani si vince”. La finale è stata ancora più sofferta: altro overtime con i campioni d’Italia di Venezia, capaci di rimontare 20 punti di svantaggio. Solo una “tripla” di Michele Vitali ha portato i sardi di nuovo avanti, a 42 secondi dalla fine, seguita poi da una difesa disperata. Ma dalla tribuna con le bandiere dei quattro mori, infine, si è potuto alzare il grido: grazie Giganti!

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Che Giganti! Che Campioni

IL POZ Gianmarco Pozzecco dall’11 febbraio è coach della Dinamo Sassari. Ex cestista, argento olimpico a Atene 2004

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