universitĂ , architettura, cittĂ
volume III il progetto
universitĂ , architettura, cittĂ
volume III il progetto
universitĂ , architettura, cittĂ Un sistema integrato per la qualificazione del campus Bonardi del Politecnico di Milano
Mattia Cella. 815843 Marta Montemerlo. 816049 Federico Simonato. 816523 Relatore: Maria Pilar Vettori. Politecnico di Milano Politecnico di Milano Scuola di Architettura a.a. 2014/2015
indice.
VOLUME I: fondamenti storici e teorici INTRODUZIONE
1. STORIA E DECLINAZIONI DELL’ARCHITETTURA UNIVERSITARIA
1.1 Il complesso universitario come sistema urbano 1.2 Università e città: differenti tipologie per differenti epoche
2. LA MILANO UNIVERSITARIA
2.1 Una storia recente: la Milano delle università 2.2 Città Studi e città dei contrasti: il caso del Politecnico di Milano
VOLUME II: analisi e strategia 3. STRATEGIA PER UNA NUOVA SCUOLA DI ARCHITETTURA DEL POLITECNICO
3.1 Il pretesto: il nuovo corso Interscuola di Architettura 3.2 Strategia: un quadro funzionale-prestazionale per il campus Bonardi
VOLUME III: il progetto 4. PROGETTO
4.1 Teoria e pratica: la casistica di riferimento 4.2 Ripensare il campus. Punti da cui partire 4.3 Masterplan
CONSIDERAZIONI FINALI BIBLIOGRAFIA
SITOGRAFIA
volume III il progetto 8
4. IL PROGETTO p.10 4.1 Teoria e pratica: la casistica di riferimento p.11 4.1.1 Bernard Tschumi, Bridge City, Losanna p. 11 4.1.2 OMA, progetto per il Parc de La Villette, Parigi p.14 4.1.3 Superstudio, Monumento Continuo p.16
4.1.4 Mecanoo, FacoltĂ di Economia e Management, Utrecht p.19
4.2 Ripensare il campus. Punti da cui partire p.20 4.2.1 Una critica suggestiva p.20 4.2.2 Concept: un sistema integrato p.21 4.3 Masterplan p.28 4.3.1 Cosa tenere/cosa demolire p.28 4.3.2 I punti cardine del sistema p.30
4.3.3 L’edificio come architettura flessibile p. 38 4.3.4 La suddivisione funzionale p.39
4.3.5 Gli spazi di aggregazione: un sistema di sei piazze p.48
CONSIDERAZIONI FINALI p.66 BIBLIOGRAFIA SITOGRAFIA
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4.
il progetto
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4.1 Riferimenti 4.1.1 Bernard Tschumi, Bridge City, Losanna, 1988 Trasformazioni programmatiche e spaziali sono alla base dell’intervento di Bernard Tschumi per Losanna: invece di adottare la strategia conservativa, concentrandosi quindi solo sul livello più basso della valle, il progetto si avvale delle tipologie di ponti esistenti nella città estendendole? radicalmente. Questi nuovi “ponti abitati” diventano elementi spaziali primari: come supporti funzionali, le quattro nuove strutture aumentano l’attuale sistema di ponti andando a creare una nuova densità di relazioni spaziali e di utilizzi. Lungo l’asse nord-sud della valle, gli abitati ponti-città usano del programma per collegare due parti della città che sono in conflitto sia per scala che per carattere. I ponti sono connettori sia orizzontali che verticali, con rampe, scale mobili, e ascensori che collegano i livelli più bassi della valle ai livelli superiori della città storica. Ogni ponte è destinato a due categorie di utilizzo: l’elemento centrale ad uso pubblico o commerciale, e il livello del ponte per il traffico pedonale degli utenti. I singoli programmi applicati a ciascuno dei quattro ponti conferiscono a ciascuno un carattere specifico che permette al ponte di funzionare come un generatore urbano, creando non solo la possibilità di nuovi legami spaziali all’interno della città esistente, ma incoraggiando anche fattori imprevedibili quali nuovi eventi urbani, che appariranno nei prossimi decenni. Nel concorso proposto dalla città di Parigi il programma era troppo grande per il sito, non lasciando spazio per un parco. Il progetto proposto da OMA non è per un parco definito, ma per un metodo che - combinando un’instabilità programmatica con specificità architettonica –genererà poi un parco.
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Bernard Tschumi, Bridge City, Losanna, 1988, Modello
Bernard Tschumi, Bridge City, Losanna, 1988, schema concettuale
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Bernard Tschumi, Bridge City, Losanna, 1988, Sezioni
Bernard Tschumi, Bridge City, Losanna, 1988, sezioni
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4.1.2 OMA, progetto per il Parc de La Villette, Parigi, 1982
Rem Koolhaas opera sovrapponendo layer orizzontali, ma che, proiettati su uno schermo verticale, creano una visione dinamica e composita delle sezioni che dà una nuova naturalità al contesto. L’idea comprende 5 tematiche: 1. I componenti principali del programma sono distribuiti in fasce orizzontali nel sito, creando un’atmosfera continua nella sia sua lunghezza che perpendicolarmente, generano un rapido cambiamento d’esperienza. 2. Alcune strutture – chioschi, campi da gioco, punti di barbecue sono distribuiti matematicamente secondo una griglia di punti. 3. L’aggiunta di un “foresta rotonda” come elementi architettonici. 4. Connessioni 5. Sovrapposizioni Nella seconda fase del concorso, l’elemento naturale è stato elaborato sotto forma di una serie di fasce, che ha creato - come in un teatro – “l’illusione” di un parco senza invadere il territorio che era necessario al quantitativo elevato di attività. L’idea fondamentale è, dunque, quella di operare per layer e dimostrare che, anche non riferendosi a schemi compositivi tradizionali, si possono ottenere architetture complesse. L’operazione di fatto è quella di individuale le componenti architettoniche e ricomporle successivamente secondo una configurazione personale. Rem Koolhaas nel processo di ricomposizione opera per somme e addizione. 14
OMA, Parc de la Villette, 1982, modello di concorso
OMA, Parc de la Villette, 1988, pianta tematica
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4.1.3 Superstudio, Monumento Continuo, 1969
«Ma l’ambiguità rimane uno dei pochi punti fermi della cultura contemporanea: solo dall’ambiguità, dalla non-soluzione, dalla pluralità delle possibili letture, nasce la tensione necessaria a mantenere l’opera aperta e ‘in progress’... La situazione culturale si modifica incessantemente: si contribuisce a questa modificazione solo conferendo a ogni suo atto il più alto grado di oggettività e chiarezza. […] L’unico modo per operare era accettare tutte le componenti conscie ed inconscie e considerare l’architettura come un problema con infinite incognite e assumerne un certo numero come costanti... Come costanti si assunsero gli assi di simmetria, la divina proporzione, le forme elementari, gli archetipi dell’esperienza. L’ordine’, attraverso la lezione di Kahn, fu il metodo per il recupero della storia all’azione dell’architettura. Le idee generatrici, il neoplatonismo, erano un terreno sicuro, una base per ogni azione.»
Domus, Superstudio, 1969
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Superstudio, Monumento Continuo, 1969
Superstudio, Monumento Continuo (New York), 1969
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Mecanoo, FacoltĂ di Economia e Management, Utrecht, 1993-1995, vista aerea
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Mecanoo, FacoltĂ di Economia e Management, Utrecht, 1993-1995, corte interna
4.1.4 Mecanoo, Facoltà di Economia e Management, Utrecht, 1993-1995
La Facoltà di Economia e Management dell’Università di Scienze Applicate di Utrecht si trova nella zona Kasbah, parte della città universitaria De Uithof, formata da una larga striscia di edifici bassi e ad alta densità. L’edificio è concepito come uno spazio continuo, separato da superfici vetrate, in cui quattro volumi distinti poggiano su colonne di cemento. Il piano terra è di forma quadrata e articolato in più spazi separati da tre patii: il patio Zen, il patio “Jungle” e da ultimo, il patio dell’acqua. Intorno ai cortili, corridoi portano gli studenti verso il punto principale dell’edificio: il vivace centro della vita nella facoltà. Grandi volumi di persone possono muoversi fluentemente su rampe, scale e passerelle da un lato dell’edificio all’altro. Quest’ultime in acciaio tagliano il patio della giungla e abbracciano la parte esterna di tutto il sistema di circolazione. Il nudo scheletro dell’edificio è coperto e rivelato in un modo delicato. In alcuni cortili le facciate in calcestruzzo sono in parte nascoste dietro reti metalliche, mentre in altri sono rivestite di brise-soleil in legno. In altri luoghi, inoltre, la pelle è composta da lamelle in alluminio mobile che copre il cemento e vetro fungendo da “enormi tende veneziane”.
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4.2 Ripensare il campus: punti da cui partire 4.2.1 Una critica suggestiva La nostra analisi non può prescindere dal fatto che noi stessi siamo fruitori del Politecnico. Come tali ci è sembrato opportuno muovere una critica, che qui vogliamo rappresentare attraverso una immagine provocatoria. Ipotizziamo di riempire la vasca d’acqua come viene rappresentato nell’immagine qui riportata e nelle foto del modello. Succederebbe allora che tutto il livello meno uno rimarrebbe inagibile, seppur attraversabile mediante l’uso di imbarcazioni. Continuando a pensare secondo questa ipotesi, ci siamo chiesti se effettivamente ci sarebbero delle sostanziali differenze nella fruizione di tale luogo. È venuto spontaneo iniziare a osservare e riflettere su come i vari livelli, che caratterizzano il campus di architettura, vengano utilizzati dagli studenti. Come osserviamo nel video proposto, sono evidenziati due flussi differenti a due livelli: il livello zero, cioè il livello della città, viene utilizzato dagli studenti come spazio connettivo principale, dal momento che gli accessi agli edifici sono stati progettati e pensati per essere a questa quota. Ritornando alla nostra immagine questo stato delle cose non muterebbe. Il livello meno uno, invece, risulta come uno spazio ibrido in cui non è evidente nessuna funzione dichiarata. Infatti questo spazio aperto, potenzialmente interessantissimo, viene sottostimato e “riempito” di funzioni secondarie, non integrate, slegate fra di loro e prive di una capacità attrattiva e aggregativa. Occupano questo spazio parcheggi di automobili e biciclette, deposito rifiuti e locali tecnici. Questi spazi aperti inoltre sono manchevoli di una effettiva logicità di connessione. Ciò è rafforzato dalla quasi totale assenza di funzioni nel perimetro della vasca che dà luogo a spazi angusti e vicoli ciechi, poco frequentati.
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Notiamo quindi che viene usato come spazio connettivo ma, per i motivi appena elencati, in modo secondario rispetto al piano 0. L’inondazione permette di sintetizzare queste caratteristiche poiché l’acqua ci riconduce a un piano liquido, uniformante, omogeneo, che non favorisce il fenomeno aggregativo. Quindi anche in questo caso la nostra operazione non cambierebbe lo stato delle cose pur nella forma differente dei mezzi connettivi. Questo esempio ci ha aiutato a capire quale possa essere un punto di partenza per la valorizzazione della ‘vasca’: privilegiando la connessione a piano zero, a piano città, il piano meno uno, il piano universitario dovrebbe assumere un nuovo ruolo: una piazza universitaria, luogo progettato e pensato per l’aggregazione e per la sosta.
4.2.2 Concept: un sistema integrato A partire da questa analisi critica e provocazione ci siamo resi conto di quale sia la necessità primaria dalla quale abbiamo sviluppato il nostro lavoro: l’identificazione chiara di una funzione per la quota ribassata, quale spazio di sosta e aggregazione complementarmente al livello città, quale connessione veloce e diretta. Formalmente si è scelto di agire attraverso una griglia di pilastri rettangolare e un sistema di piastre perpendicolari fra loro. Si è scelta una fisionomia di progetto il più semplice possibile per perseguire due scopi: il primo quello di rimanere discreti e rispettosi degli altri edifici esistenti, il secondo quello di allinearsi agli assi urbani del quartiere città studi assecondandone i flussi.
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vista concettuale: una critica suggestiva
modello concettuale scala 1:300
modello concettuale scala 1:300
4.3 Masterplan 4.3.1 Cosa tenere, cosa demolire Come è stato anticipato nel paragrafo 2.2.1, all’interno del sistema di edifici simbolici di cui è composto il campus, sono andati a stratificarsi nel tempo vari edifici disposti per necessità e mancanza spaziale più che per un’effettiva pianificazione. Ma per esaltare i singoli edifici ed ovviare a questa situazione di accumulo abbiamo scelto di seguire una politica di decompressione attraverso l’eliminazione puntuale di alcuni volumi, quali l’edificio 13 A, 14 A e B e l’edificio 18. Sono infatti questi che, a causa della loro sfortunata collocazione all’interno della vasca, creano spazi angusti frammentando aree che potrebbero, al contrario, dare respiro agli altri edifici. Si è scelto dunque di mantenere quelli che erano gli edifici costruiti tra il 1954 e il 1965, (eccezion fatta per l’edificio del Viganò, che viene mantenuto pur non essendo di questa fascia temporale, e per l’Officina Mario Dorning che viene demolito pur appartenendo a questo periodo). Altri criteri sono stati quelli della valenza architettonica e dei nomi che li hanno disegnati. Prendiamo come esempio l’edificio 12, soprannominato “il sottomarino”: abbiamo deciso di rimuoverlo non perché le sue funzioni siano attualmente inutili, ma perché abbiamo preferito spostare tali usi all’interno delle nuove volumetrie, lasciando così il posto ad una piazza che si situi tra l’edificio 11 e il 13.
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diagramma volumetrie: metrature sottratte e volumetrie aggiunte
spazi d’amministrazione uffici dipartimentali
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153
officina
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paradidattica laboratorio modelli
aule studio
spazi d’amministrazione
paradidattica aule studio
440
730
laboratorio modelli
uffici dipartimentali
officina
730
576
346
556
didattica
aule laboratoriali e informatiche
730 servizi
bar
mensa
cartoleria specializzata
libreria
310
520
285
380
auditorium
impianti sportivi palestra
residenze piscina 550
380
visiting professor 250
1283
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4.3.2 I punti cardine del sistema
L’operazione di svuotamento della vasca di alcuni dei suoi elementi sottolinea ulteriormente la singolarità e l’autonomia dei volumi lasciati, rendendo necessaria un’operazione inversa: l’inserimento di un sistema che connetta gli edifici tra loro e gli edifici stessi alla città. Generatore di questo sistema è stata l’attivazione del bordo nord al confine tra la vasca del Politecnico e l’area della piscina Ponzio attraverso l’inserimento di una spina dorsale, una sorta di edificio-infrastruttura. La scelta di questa particolare area di inserimento è dovuta al fatto che la “sponda” nord della vasca è costituita da un muro contenitivo di più di duecento metri che rende questa parte di campus totalmente ingiustificata la frequentazione dell’area stessa. Come conseguenza diretta vanno a crearsi vicoli ciechi e zone totalmente inusate che invece, se inserite in un piano di connessione e attivazione, possono essere sfruttate come spazi aperti di aggregazione. Il carattere di infrastruttura della struttura inserita permette che il piano a livello zero assuma il ruolo di connessione tra la città e l’università, collegando via Ampère e via Ponzio. Il suo carattere di edificio consente invece una suddivisione su più quote e la distribuzione verticale tra esse. A ciascun piano viene inoltre attribuita una caratteristica funzionale specifica: se infatti lo zero rimane legata all’uso connettivo, il piano meno uno si lega alla funzione universitaria e alla sua esigenza di spazi di sosta. Data questa linea guida generale l’edificio-infrastruttura va a ramificarsi e integrarsi con tutto il sistema di edifici all’interno della vasca tracciando un sistema su due ordini, disegnati l’uno come il complementare dell’altro. In questo modo gli spazi aperti delineano un sistema di chiostri. 30
dettaglio edificio a stecca: schema volumetrie
31
modello di studio scala 1:200
modello di studio scala 1:200 pagina seguente: planivolumetrico
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4.3.3 L’edificio come architettura flessibile
Il modulo scelto presenta una dimensione di 12x4 metri che ne rende abitabile l’uso anche singolarmente. D’altra parte, la sua forza sta proprio nel suo essere scomponibile o sommabile ad altri moduli che possono disporsi in modalità differenti nella griglia. Per questo nel piano universitario del -1 abbiamo privilegiato un riempimento quasi totale della stecca intensificando l’idea di creare un nuovo bordo attivo che va a svuotarsi nei punti di snodo. Al piano città, invece, l’edificio risulta più libero e continuo poiché si è privilegiato un uso del modulo più diradato, proprio per la funzione di connessione che caratterizza questo livello. Il risultato ottenuto è un percorso attrezzato, scandito dal modulo che non è più una volumetria piena, ma una porticato che incornicia l’integrazione visuale tra la città, l’università e il suo intorno. All’ultimo piano abbiamo invece utilizzato la griglia per suddividere lo spazio in tre macro-categorie: lo spazio per una libreria, uno spazio per la didattica e uno spazio per le residenze per i visiting professor, sfruttando, in questo caso, la capacità additiva del modulo. Tale flessibilità apporta un ulteriore vantaggio: che l’edificio sarebbe costruibile in porzioni e in periodi temporali diversi, a seconda delle esigenze prioritarie.
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4.3.4 La suddivisione funzionale «L’arte dell’architettura non consiste solo nella realizzazione di cose belle né consiste solo nella realizzazione di cose utili: l’arte dell’architettura è nel fare entrambe le cose contemporaneamente, come un sarto che cuce un vestito che allo stesso tempo veste bene e appare bello. E, se possibile, crea vestiti che possano vestire chiunque, non soltanto l’imperatore» Herman Hertzberger
Troviamo un’affinità tra le parole di Herman Hertzberger e quanto riguarda il nostro approccio metodologico: il lavoro, infatti, parte dalla considerazione di necessità attuali, ma si sviluppa all’interno di un quadro più ampio, che non pretende di essere la risposta finale a tali bisogni. La scelta è stata dunque quella di seguire una sorta di schema hegeliano per cui ad un bisogno funzionale contingente di partenza, si è posta in antitesi una griglia modulare ottenendo nella sintesi di questi due elementi la nostra proposta. L’elemento griglia, nel modello mostrata a livello puramente concettuale, ha un potenziale di espansione ed è determinabile soprattutto in pianta, mentre in alzato è più evidente la caratterizzazione del disegno in base alle diverse esigenze funzionali. Ritornando al quadro funzionale proposto all’inizio nel paragrafo, abbiamo ritenuto opportuno collocare al piano +1, rispetto a livello città, presente solo nell’edificio stecca, funzioni più singolari, quali ad esempio le residenze per i visiting professor che necessitano di una maggiore riservatezza. A piano zero invece rimangono quelle funzioni più strettamente legate alla città e ai servizi quali esercizi commerciali, l’auditorium, gli impianti sportivi legati alla piscina Ponzio e gli uffici o gli spazi dipartimentali. Da ultimo, nel piano interrato abbiamo inserito le esigenze più legate all’ambito universitario con particolare attenzione alla para-didattica (per cui abbiamo previsto la presenza di aule e studio e di un nuovo laboratorio modelli) e ai servizi che potessero interessare studenti, professori e personale, quali bar e servizio mensa. 39
modello funzionale scala 1:300
modello funzionale scala 1:300
4.3.5 Gli spazi di aggregazione: un sistema di sei piazze
Abbiamo prima accennato – paragrafo 4.2.2 – al sistema delle piazze. Questa impostazione è riconoscibile anche nei sistemi urbanistici delle piazze patavine e negli impianti architettonici dei chiostri dei monasteri. Della città di Padova è interessante notare come non vi sia una piazza principale, ma come si sia formato un sistema di piazze minori, di dimensioni simili e vicine tra loro. Esse sono collegate l’una all’altra tramite portici andando così a legarsi fra loro. Questi luoghi, pur categorizzabili sotto la stessa definizione di “piazza”, hanno assunto ciascuna una propria identità e tipologia che risponde a necessità differenti dettate anche dalle differenze funzionali degli edifici che le limitano. Per esempio Piazza delle Erbe e Piazza della Frutta hanno un tipo di mercato settoriale dell’alimentazione, mentre Piazza Duomo essendo il sagrato della chiesa ospita solo eventi delle celebrazioni religiose; Piazza dei Signori, invece ospita bancarelle legate al mercato dell’abbigliamento e degli accessori durante il giorno, mentre alla sera si popola di tavolini dei bar e dei ristoranti presenti sui lati della stessa; infine Piazza Capitaniato si caratterizza per i suoi alberi secolari e supporta delle esigenze dettate dagli edifici universitari del suo perimetro. Ad un livello più architettonico ritroviamo una struttura simile nei sistemi monastici nella serie di connessioni porticate fra chiostri che ruotano attorno al fulcro della chiesa. Anche in questo caso questi luoghi sono caratterizzati e distinti tra loro per rispondere alle molteplici esigenze che caratterizzano la vita del monastero. Nel nostro progetto specificatamente ricordiamo la collocazione delle cinque piazze: la piazza tra il trifoglio e via Bonardi, la piazza tra l’edificio 11 e il trifoglio, la piazza che si affaccia su via Ponzio, tra la Nave e il 48
nostro nuovo edificio, la piazza antistante il laboratorio modelli e la piazza di pertinenza dell’auditorium. La piazza tra il trifoglio e via Bonardi si trova ad essere la piazza che più, tra le cinque, si interfaccia con la città e per questo sarà quella più dedicata alla possibilità di eventi straordinari, mentre quotidianamente è legata all’uso degli spazi commerciali adiacenti, quali il bar e i negozi legati all’attività universitaria. Abbiamo deciso di caratterizzare questa piazza attraverso un ulteriore dislivello minimo, ma essenziale per garantire la percezione del trovarsi in un luogo differente. Per accentuare questa intenzione abbiamo deciso di cambiare materialità utilizzando un rivestimento in legno, che garantisca l’idea di sosta differenziandosi dalla pietra usata negli spazi adiacenti. Lo spazio ricavato tra il Trifoglio e l’edificio di architettura si inserisce in uno spazio compreso tra volumi prettamente legati all’attività didattica e di studio; per questo abbiamo deciso di caratterizzarlo mediante l’uso di una vegetazione più fitta, per creare un luogo più riflessivo e riposante. La casistica di riferimento, in questo caso, è molteplice, a partire da un esempio già universitario, quale la Facoltà di Economia e Management di Utrecht dei Mecanoo, fino a un modello più poetico, quale il padiglione della Serpentine Gallery nel 2011 di Peter Zumthor. La piazza che invece occupa lo spazio tra la Nave e il nostro nuovo edificio e che si affaccia su via Ponzio è legata all’attività della mensa e delle adiacenti aule studio. Questa rispecchia dunque un modello di piazza più geometrica, scandita da elementi di arredi urbano, come sedute, piantumazione ordinata, vasche d’acqua e illuminazione regolare. A tale scopo abbiamo preso come modello Place de la République, riqualificata nel 2008 dai TVK: Place de la République a seguito di un concorso bandito dal comune di Parigi. Le ultime due piazze sono strettamente legate ai proprio edifici di pertinenza: il laboratorio modelli e l’auditorium. Quella del primo, per le sue ristrette dimensioni, si limita ad essere uno spazio che risponde alle necessità proprie del laboratorio, quali pratiche in umido come colatura e asciugatura del gesso, del cemento, utilizzo di materiali spray. Allo stesso modo, la piazza antistante l’auditorium si conforma alla funzione di questo edificio 49
In alto: (in ordine): Certosa di Pavia, Certosa di Pontignano, Abbazia di Montecassino In basso: Padova. sistema della piazze.
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assumendo essa stessa una pendenza che rispecchia l’andamento delle gradinate interne ad esso. Possiamo ora notare come l’agorà, all’interno dell’edificio del Viganò, non solo si collochi perfettamente all’interno di questo quadro di spazi aperti, ma ne sia anche il punto generativo e di riferimento per l’impianto di tutto il nostro sistema a più livelli complementari. Inoltre si può osservare come, all’interno di questo nuovo sistema, essa non perda di valore in quanto funzionalmente è l’unica che risponde alle esigenze di studio all’aperto e formalmente è l’unico spazio caratterizzato da una copertura.
Nelle pagine a seguire: Esploso assonometrico Pianta Quota 0 Pianta Quota -1 Sezioni
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-3,50m
-3,50m
-3,50m
-3,50m
focus di progetto: piante edificio a stecca scala 1:200
considerazioni finali
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La conclusione di questo lavoro non é solo la fine di un percorso di ricerca, ma è soprattutto la fine di un percorso universitario iniziato cinque anni fa, che ci ha portato ad essere progettisti dello stesso luogo che ci ha insegnato ad esserlo. Progettare dove si è vissuto così a lungo ha dimostrato i suoi vantaggi e i suoi rischi, mettendo alla prova la nostra capacità di accettare nuovi stimoli e riflettere sull’iportanza di temi che inizialmente non ci eravamo posti come prioritari o viceversa. Come il tema dello spazio pubblico: nato come “complementare” del sistema connettivo si è poi rivelato punto cardine e, quasi, di arrivo di tutto il lavoro. In esso, infatti, abbiamo riconosciuto l’elemento unificante tra la realtà esistente e il sistema introdotto per rispondere alle esigenze riscontrate. Un esempio opposto è quello degli spazi per la didattica, che, inizialmente, ritenevamo come una delle emergenze prioritarie, data la nostra esperienza all’interno delle strutture, ma che, a seguito di interviste con professori o protagonisti della logistica, abbiamo, invece, capito essere un tema di urgenza momentanea che nel tempo andrà a modificare la sua portata. Per questo ci è sembrato particolamente adeguato l’uso di un approccio progettuale flessibile, sia formalmente sia funzionalmente, inserendoci in continuità nella storia dei cambiamenti dell’ateneo. Per chiarificare questo concetto usiamo le parole dei Superstudio che, già negli anni ’70, avevano colto la necessità di affiancare a tale evoluzione degli eventi un’architettura chiara, in grado di generare ordine e che non pretenda di essere risposta risolutiva assoluta. “Ma l’ambiguità rimane uno dei pochi punti fermi della cultura contemporanea: solo dall’ambiguità, dalla non-soluzione, dalla pluralità delle possibili letture, nasce la tensione necessaria a mantenere l’opera aperta e ‘in progress’... La situazione culturale si modifica incessantemente: si 67
contribuisce a questa modificazione solo conferendo a ogni suo atto il più alto grado di oggettività e chiarezza. […] L’unico modo per operare era accettare tutte le componenti conscie ed inconscie e considerare l’architettura come un problema con infinite incognite e assumerne un certo numero come costanti... Come costanti si assunsero gli assi di simmetria, la divina proporzione, le forme elementari, gli archetipi dell’esperienza. L’ordine’, attraverso la lezione di Kahn, fu il metodo per il recupero della storia all’azione dell’architettura. Le idee generatrici, il neoplatonismo, erano un terreno sicuro, una base per ogni azione.” Domus, Superstudio 1969 È in questa ambiguità che abbiamo tentato di delineare una strategia precisa, facendo emergere il più possibile il valore di questa università e il legame che con essa abbiamo. Università, architettura, città ci ha insegnato a rileggere un contensto conosciuto, dandoci l’occasione di riscoprirne il più profondo rapporto con la complessità della città e i suoi utenti.
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bibliografia e sitografia
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SITOGRAFIA
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