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cultura

pagina 20 • 8 maggio 2009

non un bambino radioattivo, ma una creatura resa luminosa dal raggio di un disco volante. Nulla da eccepire, per carità. Ma indirizzare sul fantascientifico “copyright” l’ennesima retrospettiva, avrebbe sortito l’inevitabile blitz nell’ovvio. E per fortuna, si è deciso di escludere cani, computer, televisori, serpenti e piramidi. Cioè gran parte di quegli “ideogrammi Pop” che hanno scandito l’Haringpensiero sprigionando natura, potenza, tecnologia disumanizzante, pericolo. A svelarsi, vivaddio, è il Keith Haring “contaminato” da una totale libertà d’espressione. Il genio a metà strada fra le opere più giocose degli esordi e gli ultimi, apocalittici lavori concepiti quando la malattia stava per ghermirlo a 31 anni. Il pittore e scultore che si concede il lusso di sposare mito e contemporaneità con un’avviluppante testa di Medusa, per poi incidere su metallo forme antropomorfe rubate alla preistoria. Realizza in acrilico su polistirene un fumettoso cuore rosa e imprime sul legno il corpo di un omino stilizzato, con una grossa mano che fa ciao ciao al posto della testa. Scolpisce un teschio in fiamme e crea una maschera tribale di cartone, esteticamente perfetta.

i è sempre piaciuto indugiare su una sequenza, nella vita troppo breve di Keith Haring. Lui, il ragazzo con gli occhialini da secchione, che all’alba degli anni Ottanta scende nella metropolitana di New York e tratteggia col gessetto cani che abbaiano, omini che saltellano e dischi volanti sui pannelli neri che coprono le vecchie pubblicità. È capace, in un solo giorno, di lasciare tracce graffitiste (tallonato dalla polizia) in quaranta stazioni. L’arte deve raggiungere tutti, dappertutto, dice. Farsi “popular”: «La gente capisce il mio lavoro perché lo sfoglia come un libro illustrato. Elaboro figure che sono semplici e complesse, come ideogrammi».

M

Il formicolìo della “subway” rallenta, quando Keith Haring si mette a disegnare. E lui, il ragazzo della Pennsylvania, classe 1958, regala a tutti un sorriso e una spilletta. Il bambino che con l’aiuto di papà faceva vivere sui fogli di carta draghi e vermi, si trasforma nel corteggiatissimo artista che dall’underground fa il suo trionfale ingresso alla Tony Shafrazi Gallery e poi a Documenta 7 di Kassel, in Germania. Quei per-

Mostre. Fino al 30 giugno, a Milano, le opere di Keith Haring dall’81 all’88

Il ragazzo di strada che dipinse New York sonaggi da “cartoon” e quella personalità pittorica ispirata a Dubuffet, Tobey, Alechinsky, Pollock, Klee e Ossorio, alle calligrafie Zen e Maya e ai geroglifici egizi, rimbalzano dalle gallerie d’arte ai murales donati ai bimbi bisognosi per poi allungarsi sul Muro di Berlino, animarsi per mezzo minuto su un megaschermo di Times Square e diventare “art-in-gadget”nel Pop Shop inaugurato nell’86 in Lafayette Street. Sullo sfondo, sempre e comunque, c’è la Big Apple del Paradise Garage, dei Talking Heads e dei Ramones, del grande amico Andy Warhol (gratificato con l’Andy Mouse: metà Warhol, metà Topolino), di Kenny Scharf e Jean-Michel Basquiat. La stessa metropoli che lo vede aggrappato a un recinto del Queens Bridge in un famoso scatto di Gianfranco Gorgoni, in mostra fino al 23 maggio con Christopher Makos, Robert Mapplethorpe, Nan Goldin e altri fotografi nella collettiva The New York Scene, alla galleria Photology di Milano. Quando crea (ultrarapido, senza mai sollevare il pennarello dalla tela), Keith

di Stefano Bianchi Haring perde la cognizione del tempo. Lui e l’Arte fusi assieme, agganciati al rap e al rock sputati fuori da un “ghetto blaster”. Oggi, a diciannove anni dalla morte causata dall’Aids, Haring vale una fortuna: dai centomila, al milione e ottocentomila euro. È il prezzo da pagare per le opere esposte fino al 30 giugno da Vecchiato Art Galleries, a Milano. Pezzi forti, ideati dall’81 all’88

con materiali diversi (inchiostro, acrilico, acquaforte, smalto, carta, cartone, acciaio, alluminio, legno intagliato) che sottolineano lo stile dell’artista, in bilico fra graffitismo e art brut. E poi, diciamoci la verità, meno male che non c’è il Radiant Baby: l’icona delle icone, concentrato di vita, energia, gioia e speranza in un mondo migliore. Attenzione:

Nell’esposizione, pezzi forti realizzati con materiali diversi (inchiostro, acrilico, acquaforte, smalto, carta, cartone, acciaio, alluminio, legno intagliato) che sottolineano lo stile dell’artista, in bilico fra graffitismo e art brut In questa pagina, alcune delle opere più singolari e significative di Keith Haring. In alto, il famoso scatto di Gorgoni che ritrae l’artista aggrappato a un recinto del Queens Bridge

Dà vita a un re e a una regina d’acciaio (pensando ad Alberto Giacometti?), per poi architettare a un passo dal “ready-made” un’irresistibile Happy Face eseguita su due ante di legno dipinte con acrilico.

Nell’84, Haring dichiara: «L’arte vive nell’immaginazione di chi la guarda. Senza questo contatto, l’arte non esiste. Mi considero un produttore d’immagini del Ventesimo secolo, e ogni giorno cerco di capire le responsabilità e le implicazioni che questa scelta comporta. Mi è ormai chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi, ma esiste per tutti noi. Ed è questo, che continuerò a perseguire». Parole sacrosante, avvalorate dall’elettrizzante “appeal” di questa mostra e idealmente chiosate dal romanziere William Burroughs: «Così come nessuno può guardare un girasole senza pensare a Van Gogh, nessuno può scendere dalla metropolitana di NewYork senza pensare a Keith Haring. È questa, la verità».


Il ragazzo di strada che dipinse New York