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L’eccesso


L’eccesso 1. Il Dr. Martens 2. Le donne 3. Il libro degli ospiti 4. La poesia 5. Il figlio 6. La realta’, forse

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1. Il Dr Martens

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“Mi sono sempre chiesto perché lo facciano.”

“Chi?”

Pausa.

“Chi? Ma come CHI??? I mendicanti, i poveri… si svegli, Direttore! Sono due ore che ne stiamo parlando!” Il Dr. Martens si lasciò cadere sulla sedia. Se ne stava in redazione, la scrivania sommersa di scartoffie impilate secondo strati di importanza, e con enfasi e gran quantità di metafore esponeva al Direttore l’articolo dell’indomani. Il suo studio aveva l’aspetto di un’abitazione privata. Da una parte c’era l’ Angolo del Lavoro: la scrivania di noce, testimone di un’attività

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tanto fervida quanto disordinata, se ne stava accanto alla finestra, pronta ad essere inondata di luce ed ispirazione. A pochi metri un divanetto di ridotte dimensioni, rossiccio, avrebbe dovuto accogliere colleghi e visitatori, ma si presentava ricolmo di oggetti tutt’altro che professionali, per la precisione da: 1- una cravatta color argento, marca Marinella, sporgente dalla fessura tra i cuscini 2- un maglioncino di lana della Upim 3- un sacchetto della spesa con alcuni generi di prima necessità: succo di frutta, pane, una forma di fontina e due albicocche 4- tre romanzi appena usciti in libreria e una pila di vecchie riviste letterarie 5- diverse pubblicazioni di medicina 6- due asciugamani. Il resto della stanza proponeva la classica suddivisione per funzioni che gli architetti applicano a qualunque progetto d’abitazione. Dal bagno si accedeva ad un terrazzino con piante e vasi di fiori, e una minuscola

anticamera congiungeva la porta al già citato Angolo del Lavoro. Il Dr. Martens si muoveva nel suo studio con la stessa informalità di un appartamento privato, ne violava l’accoppiata area-funzione mischiandole tutte insieme, concentrando attività diversissime nella stessa sezione o svolgendo i medesimi compiti in parti distinte della casa; cosicché finiva col lavorare al computer sul balcone, si cambiava d’abito in anticamera, pranzava sul divano, dormiva nello spazio adibito alle relazioni pubbliche. Il suo ufficio diceva molto di sé e della sua naturale predisposizione a reinterpretare le più accettate norme di organizzazione, non solo degli spazi, ma anche dei comportamenti. Non che si opponesse all’utilità e giustezza elementare di un ambiente tradizionalmente ripartito, ma ad un modello preesistente preferiva un utilizzo personalizzato. Non riusciva ad adeguarsi ad un disegno già scritto e si ritrovava inconsciamente a cambiare gli schemi, a confonderli e stravolgerli, fino a farli suoi. Il suo modo di porsi era estremamente comunicativo. Si alzava e sedeva di continuo, nervosamente, accompagnando il fiume di


parole che gli si riversava dalle labbra con gesti ampi e categorici. La figura enorme era sempre avvolta in un abito nero: il fazzoletto si affacciava dal taschino, i gemelli ornavano il taglio severo del panciotto, e le scarpe di cuoio lavorato a mano contenevano a stento due piedi sproporzionati. Sembrava che l’elegante completo fosse impegnato in un’ eterna lotta contro le invadenze del corpo, e che la cintura, le spalline e la cravatta forzassero le forme prive di grazia a dotarsi di un minimo di contegno. Le maniche gli si sollevavano quando incominciava a parlare, per poi ricadere indietro, all’improvviso, ad evidenziare un particolare concetto; e ancora si sarebbero mosse di lì a poco, al momento di tagliare il finale delle frasi, come se sentisse l’urgenza di buttar fuori le parole prima ancora che gli si fossero formate nella testa. Il Dottore rivolgeva al suo interlocutore occhiate rapide e sospettose, scrutando ogni reazione che gli si dipingeva sul viso. Ogni tanto si fermava ad inseguire un pensiero, lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi piccoli e stretti, le mani inaspettatamente calme. Poi, frenetico,

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ricominciava. La rubrica “ 2 cuori e una capanna” era la punta di diamante del quotidiano e il Dr. Martens non si lasciava sfuggire l’occasione di ribadirne la paternità. Andava tanto orgoglioso della sua invenzione che così soleva presentarsi alle donne single – dai 40 anni in su – che con scarso successo cercava di rimorchiare nei pub: “Dr. Martens, già cardiologo, primario, presidente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e al momento curatore della rubrica “ 2 cuori e una capanna” per Il Gazzettino del Pioverna. Piacere” Il più delle volte la signora di turno si girava dall’altra parte con evidente imbarazzo, non sapendo cosa rispondere alla sfilza di presentazioni e neppure credendo che quel vecchio stempiato potesse esser stato, un tempo, un illustre cardiologo. Effettivamente non era un tipo sofisticato, il Dr. Martens, e il look impeccabile non ne attenuava la mancanza di grazia e delicatezza; ma vecchio, vecchio proprio no, maturo, forse, ma non anziano, insomma, aveva ancora tutte le sue carte da giocare, e s’indispettiva non poco quando lo offendevano a quel modo. Certo,

di primo acchito poteva apparire strano, non c’era dubbio; ad averci a che fare ci si sentiva sommersi da un senso di incompletezza, come se fosse in lotta con qualcosa che non aveva il coraggio di decifrare; e questa precarietà si trasmetteva immancabilmente agli interlocutori obbligandoli a mettersi in discussione, a domandarsi il motivo di quel senso di disagio, visto che tutto sommato si trovavano di fronte ad un personaggio interessante e abile oratore; eppure, quasi contrario alla loro volontà, finiva col pervaderli un senso sgradevole di anormalità. Ma non era strano. Più che altro era un uomo con delle idee precise e una serie di abitudini inusuali, e il caso volle che nessuna di queste fosse condivisa da molte altre persone, come lo è, metti caso, leggere libri di fantascienza, o collezionare nani da giardino. Del resto tutti coloro che non conosciamo bene hanno delle usanze, dei vizi, o delle maniere di comportarsi con cui non ci siamo mai confrontati prima, e chiunque può sembrare insolito, stravagante o addirittura assurdo quando sia un poco o del tutto diverso da noi; il tutto perché abbiamo nozione solo di noi stessi, e il nostro cuore, la


nostra testa, le nostre scelte, su cui sempre riflettiamo e di cui possiamo spiegare con chiarezza le motivazioni, divengono un’ unità di misura per giudicare gli altri, e la base di quanto consideriamo normale. Tutto ha un senso nella nostra testa - diceva il Dr. Martens. Ma ciò non significa che lo abbia per chiunque altro, e che chi ci appaia strano, in quanto distante dal nostro modo di essere, sia davvero da temere e da allontanare. Questo ragionamento il Dottore lo affrontava spesso, e, per essere precisi, lo faceva seguire al suo discorsetto di presentazione1, cosicché la signora di turno, già imbarazzata dal lungo monologo di apertura, lo marchiava in via definitiva come uno squilibrato mentale e se ne andava senza aggiungere altro. La normalità era, per il Dr. Martens, una promessa di approvazione. La scrutava da lontano, titubante, mantenendosi a una distanza rispettosa e mista a sgomento, come un cattivo studente che, sprezzante di tutto 1 “Dr. Martens, già cardiologo, primario, presidente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e al momento curatore della rubrica “ 2 cuori e una capanna” per Il Gazzettino del Pioverna. Piacere”

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cio’ sia “cultura” o “arte” , un giorno si trovi del tutto inaspettatatamente - colto dal fascino ambiguo di una pittura; e nonostante la difficoltà di afferrare il senso, di imitare e fare propria questa normalità, ne rimaneva suo malgrado rifiutato, tendeva la mano verso quella realtà per gli altri così ovvia ma per lui ineffabile e precaria e perciò ancor più desiderabile. Non solo ne era irresistibilmente attratto; la normalità gli appariva come una carta sicura per riuscire nella vita e godere della protezione, dell’ affetto e dell’ indulgenza di altri esseri umani; e quanto più lasciava trapelare, attraverso i suoi gesti, una maniera poco comune di pensare, tanto più quel lasciapassare gli sfuggiva tra le dita e scivolava via lontano, inchiodandolo alla solitudine dell’incomprensione. Era per quieto vivere che inseguiva il sogno di un’esistenza normale. Analizzava con minuzia i comportamenti di quella che gli sembrava la gente comune, ne memorizzava la logica e il funzionamento come si imparano, a scuola, i passaggi di un teorema, e con calma, attraverso un processo di prove ed errori, si sforzava di assorbire i meccanismi dei loro pensieri; ma più si addentrava nella minuta

analisi del comportamento altrui, più lo sforzo di avvicinarsi a quella gente appariva innaturale e coatto e trapelava, evidente, l’assenza di un impulso spontaneo. Il desiderio di conformarsi, di non emergere tra la folla era dovuto non tanto alla timidezza – che, detto tra noi, non gli era propria – quanto piuttosto dal bisogno di controllarsi e tenere a freno gli eccessi della sua personalità. Il Dr. Martens era sproporzionato in tutto. Il suo carattere oscillava senza sosta tra la depressione e l’euforia, l’inerzia e la vivacità. Si lasciava travolgere dalla vita come da scie infuocate di auto notturne, lanciate qua e là senza un progetto o una ragione, eccole che si intrufolano nelle vie strette dei quartieri periferici e sbucano fuori lungo la via principale, tutte insieme, ognuna accanto all’altra; e non appena la luce del semaforo cambia gradazione, le macchine come emozioni insensate si gettano a capofitto sull’ebbrezza dell’asfalto, e si rincorrono, senza senso, all’ infinito. Ogni avvenimento lo faceva riflettere, e da un pensiero ne nasceva un altro secondo un filo logico assolutamente imprevedibile; qualunque parola gli lasciava nel cuore un’impressione acutissima, alle volte


di gioia, altre di scoramento, ma pur sempre carica di un effetto sfinente e corrosivo. Era un uomo capace di appassionarsi in maniera tanto assoluta da identificarsi con i suoi obiettivi senza compromesso alcuno; ed era, proprio per questo, un professionista di successo, con una brillante carriera che gli invidiavano da tutte le parti. L’ interesse per il lavoro, espresso da una dedizione e una volontà incrollabili, assumeva i tratti di una passione che il Dottore non riusciva a dominare ma che anzi lo dominava, si impossessava del suo corpo ed intelligenza e li manovrava sapientemente verso traguardi sempre più duri. Per quanto tentasse di limitarsi, raffreddare gli slanci di interesse, allinearsi al sereno e pacato atteggiamento della maggioranza, il virus dell’eccesso gli germogliava nell’animo come i vermi in un pantano, ne manipolava la parola e gli atteggiamenti, ne faceva ribollire la testa di mille pensieri incandescenti. Esagerare era l’ espressione della sua impossibilità di venire a patti con i diversi accidenti della vita, era la sorpresa che provava di fronte a qualunque novità, e l’incapacità di darla per scontato come

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invece facevano tutti gli altri; un atteggiamento del tutto coerente nel suo sistema di valori, ma così poco praticato all’esterno che nessuno, o quasi, l’avrebbe mai accettato come normale. Il Dr. Martens voleva il mondo sobrio e regolare degli altri esseri umani, e con ogni mezzo si costruiva ogni giorno un pezzo di normalità. Ma nel momento in cui gli pareva di esserci riuscito, ecco che qualcosa lo denunciava come intrinsecamente, e irrimediabilmente, diverso; e la sua sofferenza ricominciava. Il Dottore reagiva allora dando sfogo a tutta la sua esagerazione. Se ne rimaneva da solo, su uno sgabello davanti al bancone del pub, e curvo sulle spalle ordinava cinque bicchierini di rum e pera e uno di vodka liscia - succedeva proprio così, entrava nel locale, tentava l’approccio con qualche signora che lo respingeva, si accomodava sulla sedia e cinque di rum e pera uno di vodka, grazie Rupert, sì, tutti insieme, e poi li disponeva sul tavolo davanti a sé, uno in parte all’altro, e li beveva, di scatto, con foga, roteando appena il bicchiere sulla punta delle dita.

1 2 3 4 5 6. Non ci metteva più di dieci minuti. Si avvicinava allora barcollante al juke-box, inseriva una moneta e ascoltava una canzone – quasi sempre la stessa - e con aria a metà tra la commozione e l’ebbrezza chiamava Rupert – Rupert, per cortesia, il conto - e infine si scolava una Lemonsoda, davvero, non era mai accaduto che abbandonasse il locale senza dissetarsi con una Lemonsoda ghiacciata. Era il suo vezzo. La ordinava dopo aver richiesto il conto e la pagava a parte, quasi non se la sentisse di mischiarla con le altre bevande della serata, quasi si vergognasse di aver domandato un innocuo analcolico. Un’altra delle manie del Dr. Martens era quella di viaggiare di notte. Si trattava di qualcosa di straordinario, e di intensamente poetico. Al pensarci il Dottore gongolava tutto come un bambino. Andava alla stazione, comprava il biglietto per una destinazione a caso, si accomodava in qualche umido scompartimento e lì restava per tutta la durata del viaggio, lasciandosi incantare dalla nenia dolce


delle rotaie, perdendosi nella bellezza del paesaggio appena illuminato dai lampioni. Si guardava intorno, scambiava qualche parola con i compagni di viaggio e s’ immergeva nella lettura di un quotidiano – per tenere sotto controllo la concorrenza, amava dire. Il tempo passava e i passeggeri si addormentavano uno dopo l’altro, o si alzavano nervosi dai sedili per fumare una sigaretta in corridoio. Lui invece, lo sguardo concentrato come se dovesse svolgere chissà quale missione, lui appunto, non appena era sicuro che nessuno lo vedesse, sollevava gli occhi dai fogli del giornale e si metteva a fissare la gente. Già. A fissarla. Era un suo vizio segreto, un piccolo piacere personale. Più di una mania, più di una passione, era una vera sete di conoscenza. Perché fissando gli altri il Dr. Martens cercava di capirne il comportamento, i problemi, i pensieri, e con un interesse genuinamente sociologico ne correlava gli atteggiamenti alla loro educazione e carattere. C’era sempre qualcosa che si ripeteva. Un modo particolare di parlare, di sorridere, di inclinare il capo, che il Dottore aveva scorto

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in una turista seduta vicino a lui, si riproponeva in un critico d’arte con cui aveva chiacchierato qualche mese prima, e che nessuno avrebbe mai messo in relazione alla viaggiatrice. Così il Dr Martens aveva tirato le somme, e non solo aveva notato una comunanza di modi di fare tra persone della stessa condizione sociale, o di pari cultura; sempre più si rendeva conto ci come individui diversissimi tra loro, magari anche di Paesi lontani, condividessero aspirazioni e valori, che derivavano da una serie di immagini in comune; e queste immagini non erano altro che frammenti di film, pubblicità, canzoni, storie che i media imponevano dappertutto, senza neanche bisogno di adattarli alla realtà locale. Quando il Dottore si trovava davanti questa corsa alla omologazione, questo processo di appiattimento delle diversità, quasi gli veniva voglia di saltar giù dal treno e abbandonare il gioco; ma per quanto guardasse con voglia attraverso il finestrino, l’ incertezza di ciò che stava fuori lo inchiodava saldamente al suo posto. Alle volte fissava i vicini per il gusto di vedere come si adattavano alle diverse contingenze della vita. Si divertiva un sacco ad osservare i

modi eccentrici che le persone assumevano per dormire in un luogo scomodo come lo scompartimento di un treno. C’era la signora perbene che pian piano, senza darlo a vedere, iniziava a stiracchiarsi, si toglieva le scarpe, e infine dalla posizione eretta passava a sdraiarsi su più sedili, perdendo di colpo tutta la sua compostezza. C’era l’uomo di colore che si tappava le orecchie e dormiva col mento sopra il ginocchio, giuro, quando il Dottore l’aveva visto ne era rimasto incantato: era un piccolo omino indiano tutto contratto su se stesso, le braccia disposte in modo da distribuire il massimo di calore sul corpo, le membra impegnate a sfruttare ogni minuto di sonno disponibile. E c’era la ragazza raggomitolata sulle gambe, il viso contro il finestrino, i capelli a impedire agli occhi di essere disturbati dalla luce, una felpa che attutiva il contatto col vetro ghiacciato. Uno spettacolo. Una vera dimostrazione della capacità umana di adattarsi. Un’ orchestra di dormienti, una vetrina di manichini assonnati. Ed era proprio nel corso di nottate come questa che al Dr. Martens venivano in mente le idee per la rubrica “ 2 cuori e una capanna”, rubrica per


cui aveva buttato alle ortiche anni e anni di onorata carriera. Il tutto era iniziato in un Regionale delle Ferrovie dello Stato tratta Milano - Lecco, fermate 12, durata un’ora e dieci minuti, ultimo treno della sera. Il Dottore faceva ancora il dottore, aveva terminato da poco il mandato di presidente dell’OMS e stava attraversando – o meglio si stava lasciando sopraffare – da uno dei periodi più devastanti della sua vita. Nei giorni precedenti aveva viaggiato senza sosta, confidando nella velocità del treno per sfuggire al senso di colpa che lo attanagliava. Da Londra, sua città di residenza da circa 30 anni, si era diretto a Parigi e poi a Lione, dove aveva acquistato una cassa di Beaujolais. Erano seguiti tre giorni di vagabondaggio furioso lungo la costa meridionale, di notti insonni, di esasperazioni, di scoppi improvvisi di lucidità, di messa in discussione di sé; e infine, sfinito, si era fermato qualche giorno a Milano nella casa dei genitori. Da lì in poi non aveva più programmi: se ne sarebbe andato nella direzione in cui procedeva il primo treno disponibile. Preso rigorosamente a caso.

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Entrato in Stazione Centrale si era accasciato in una carrozza di seconda classe, già pregustando, con una punta di autolesionismo, il fastidio di un viaggio insonne, quando dagli altoparlanti della stazione era rimbalzato con chiarezza il nome di una località, già, proprio quella, ed ecco il Dr. Martens s’era sentito rimescolare tutto, e una gran confusione di immagini, suoni e ricordi gli avevano affollato, vividissimi, la mente. Se li rammentava in maniera così precisa, che nessuno avrebbe pensato che risalissero a parecchi anni prima, a una delle prime vacanze di cui avesse memoria. Quando era un bambino biondo e viziato la sua famiglia aveva deciso di trascorrere le ferie – scelta di moda per quell’epoca, in nome della riscoperta della natura e della genuinità – nientepopodimeno che in Valsassina2. Per la precisione era stato il capofamiglia a trascinarli tutti lì: Jolanda, la seconda moglie, avrebbe preferito la solita villa a St. Tropez, insomma cavo che ce ne facciamo 2 Ampia zona di valli e monti vicino a Lecco, nell’alta Lombardia. Nota per i formaggi, l’acqua Norda e poco altro, era effettivamente – come mi confidò un’anziana affezionata – il non plus ultra dei soggiorni turistici della borghesia milanese anni ’70. Di tutto ciò, oggi, non c’è più traccia.

del fveddo dell’alta Lombavdia, e delle montagne pev giunta, mi ci vedi, me, in stivali e giaccone? Osvaldo ti pvego, OSVALDO! Osvaldo non aveva sentito ragioni. Intendiamoci, anche lui era un amante della dolce vita della Cote D’Azure, ma per quell’estate il must era la valle lombarda, e lì sarebbero andati. Finirono col passare due mesi chiusi in casa, annoiandosi a morte, perché a nessuno dei due fregava nulla della natura, e tanto meno delle vacche. L’anno dopo prenotarono la solita villa a St. Tropez. Il bambino invece – l’ ancora imberbe Dr. Martens, intendo – il bambino rimase folgorato da quell’ atipica villeggiatura. Nessuno sa cosa scovò nella valle verde e poco soleggiata: forse fu stregato dalle mucche al pascolo o, che ne so, s’innamorò dei boschi e degli innumerevoli caseifici che avevano reso ricca la zona; oppure lo conquistarono le casette di legno, quasi irreali, ultime superstiti di un passato fiabesco. Insomma, non si sa perché ma lui in quel posto ci lasciò il cuore, e tanto disse e tanto fece da convincere i genitori ad acquistarvi una casa per le vacanze. Osvaldo e Jolanda non erano di quelli che


facevano difficoltà a metter mano al portafogli, per cui non esitarono ad esaudire il desiderio del pupo. Naturalmente loro non avrebbero più messo piede in Valsassina, si capisce, a St. Tropez c’era la crème della società e cascasse il mondo non se la sarebbero persa per un’altra estate. Ma se il ragazzo avesse voluto tornarci, gli anni successivi, l’avrebbero spedito in uno chalet con la tata. La tata si chiamava Assuntina. Il Dr. Martens passò in Valsassina dieci estati. Poi, improvvisamente, smise d’andarci. Colpevole la distanza, l’età o dio sa cosa, si dimenticò di quella valle, delle vacche e tutto. Si trasferì dall’altra parte del globo, terminò gli studi universitari da tempo stagnanti, tagliò la barba per la prima volta da anni e si dedicò alla sua professione, o meglio, si dedicò solo alla sua professione, a testa china, lasciandosi assorbire dagli interventi e dai corsi di aggiornamento e dai convegni e dalle consulenze e dalle visite e dalla nomina a primario e dall’impegno politico e dalle premiazioni e dal nuovo incarico di presidente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

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(OMS). Il suo lavoro lo portò dappertutto. I primi anni li passò a Washington, dopo la laurea con lode alla Georgetown University. Abitava in una casetta a schiera a un’oretta dal centro, con un gruppo di ragazzi conosciuti a lezione, e a parte gli spifferi in inverno e il caldo soffocante di agosto, si sentiva felice. Si era fatto degli amici molto diversi da lui, con mille interessi e passioni, e ogni volta che li vedeva scopriva dentro di sé una forza inesauribile, un desiderio di creare qualcosa di nuovo, di battersi per una giusta causa, di fare, fare, fare. La timidezza dell’adolescenza, l’inerzia, la voglia di chiudersi in sé stesso e lasciarsi scorrere il mondo addosso, tutto quell’insieme di sentimenti contradditori, deboli, limitanti che l’avevano torturato durante la sua giovinezza in Italia, erano improvvisamente scomparsi, spazzati via da un’onda di entusiasmo. Ogni volta che pensava ai suoi anni in Italia se li ricordava così: piatti e senza idee. L’adolescenza è da sempre un periodo di incomprensioni e precarietà, in cui il carattere è in corso di definizione e il riflettere senza sosta è nell’ordine delle cose. Ma il clima generale, in Italia, non

era stato d’aiuto. Al contrario aveva fatto leva sulla sua naturale instabilità, ci aveva scavato dentro, meticolosamente, con astuzia; aveva logorato ogni cosa con un sapore di precarietà e debolezza riuscendo a contaminare, infettare e distruggere qualunque nuova idea. Era stato in quel periodo che era emersa nel Dottore una certa tendenza all’incompletezza e all’esagerazione. Il Dr. Martens si sentiva aggrovigliato nei fili di una ragnatela culturale, immobilizzato dalla sensazione di crisi e corruzione di un Paese in lenta ma inesorabile decadenza. La percezione di vuoto e di apatia si dibatteva contro le passioni della giovinezza, gli interessi, i primi amori, insomma tutti quegli slanci vitali che sono tipici in un adolescente ma che la depressione culturale in Italia schiacciava sotto il peso della perdita di ogni speranza; e come risultato il Dottore viveva nell’impossibilità di trovare un equilibrio tra quelle sfere contrastanti, si dibatteva tra l’una e l’altra in maniera confusa, vivendole entrambe al massimo, senza freni, con quella dose di eccitata esagerazione che sarebbe divenuta la chiave della sua personalità. Abitava a Milano da quando era nato. Sempre


nella stessa casa. Subito dopo il matrimonio i genitori si erano trasferiti in una palazzina in Porta Venezia, una di quelle poche abitazioni milanesi che si affacciano direttamente sul verde. Le stanze, ognuna col pavimento in legno di noce, erano tanto luminose da far dimenticare che ci si trovava a Milano. L’ascensore d’inizio Novecento, luccicante nel suo ottone strofinato con cura, risaliva la ghiera tra i tre piani con un’alacrità d’altri tempi. Ma non appena si varcava il pesante portone, tutto cambiava. Milano accoglieva il Dottore con la luce macchiata e pesante delle sue giornate d’inverno. Le strade erano sballottate da una colata di auto in nervosa tensione, tutte mescolate nel ritmo accelerato della città; nessuno poteva sottrarsene; i passanti aumentavano l’andatura, si trascinavano dietro i cani, spingevano in avanti i bambini, il tutto per affrettarsi, e risparmiare tempo prezioso, e procedere così in fretta da dimenticare dove stessero andando. Questo fiume di cose e persone si confondeva con il selciato, i clacson, i mendicanti, i lavavetri, i cigolii delle auto, i resti di alberi stremati dai

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fumi di scarico, i tram, i cartelloni pubblicitari con enormi foto di Dolce e Gabbana, le file di prostitute notturne nelle strade del centro, e diventava un tutt’uno, macchine motorini persone cani, tutti mescolati, tutti uniti nella loro corsa obbligatoria verso una meta. La luce di Milano filtrava attraverso la foschia del mattino, si coloriva di gesso e polvere, accarezzava i muri e le palazzine di cemento e ne assorbiva la noia. Più ci si allontanava da Porta Venezia più la città assumeva un’aria anonima e stanca, quasi rassegnata. Si arrendeva. In centro c’era vita: i giardini di Porta Venezia e il Sempione, per quanto piccoli, erano due parchi deliziosi e pieni di colore. Gli edifici avevano carattere ed eleganza, i teatri davano un tocco di gentilezza ai quartieri. Ma più ci si spostava verso la periferia più le case si deformavano, diventavano tozze, arcigne, pesanti e grigie; le zone di verde si riducevano a un fazzoletto geometricamente delimitato, pieno di mosche in estate e di soffioni in primavera, privo del tutto di sfumature nelle altre stagioni; le strade trasbordanti di veicoli si fondevano con la rozzezza dei condomini e perdevano ogni connotato e specificità.

Milano colpiva per la chiusura dei suoi spazi. Gli edifici pubblici degli anni ’70 si sovrapponevano alle case d’inizio ‘900 secondo nessun senso di equilibrio; spuntavano fuori all’improvviso, ostruivano la visuale dei vicini e riducevano la luminosità delle vie, intralciandole con la loro forma tozza e anonima. Dappertutto c’era un muro o un gruppetto di case che si sviluppava in diagonale e interrompeva l’ordine del quartiere. A girare l’angolo tutto cambiava: ciò che prima colpiva per le dimensioni minute si trasformava in un mostro di cemento, lo stile urbano era stravolto, i colori si incrociavano tra loro; una varietà di strutture penetrava in ogni interstizio senza lasciare alcun angolo di apertura, come una scatola colma fino all’orlo e priva di una via d’uscita. Il Dr. Martens scivolava dal marciapiede alla strada, si infilava nei tunnel, sbucava nei giardini pieni di siringhe e cani, sfrecciava sullo scooter che gli avevano comprato i genitori per il quattordicesimo compleanno, e che era in tutto identico a quello dei compagni di classe; andava a scuola, parcheggiava, seguiva di malavoglia le lezioni, recuperava il motorino e tornava a casa, il tutto in maniera meccanica, come se


ad un’azione succedesse necessariamente un’altra e il complesso meccanismo di causa effetto non potesse essere alterato. Le sue giornate si susseguivano con sconcertante lentezza, senza che si potesse conservare alcuna memoria di un giorno in particolare e tutte si rassomigliassero, tutte fossero parte di un’ unica interminabile giornata. All’una e mezza consumavano il pranzo, che si svolgeva sempre alla stessa ora, intorno al tavolo, con il padre e la madre seduti al solito posto, la successione di portate ormai consolidata, le frasi di circostanza, Com’è andata a scuola, Bene, Cosa vuol dire bene, Bene vuol dire che non è successo niente di particolare, Non accade mai niente nella tua classe, com’è possibile, Non c’è nulla che valga la pena raccontare, Nulla?, Nulla. Il Dottore cercava con la forchetta i maccheroni, mentre il padre raccontava della sua mattinata in ufficio, poi fingeva di dare una mano a lavare i piatti, e non appena la domestica gli diceva di lasciar stare, finisco io, se ne andava a leggere nella sua stanza. La mancanza di slanci della mattinata a

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scuola parevano trovare allora una temporanea sospensione. Nei pochi metri quadrati della camera era riuscito a stipare un turbinio inaspettato di interessi. All’indifferenza della lezione, alla noia che lo prendeva anche quando usciva con gli amici si opponeva, tra le 2 e le 4, un mondo tutto privato di emozioni; salvo poi vergognarsi di quelle passioni da educanda e raggiungere la compagnia al bar, in uno sforzo – sacrosanto – di vivere la sua vita anziché quella di semplici fogli di carta. Ma era a questi a cui pensava, ossessivamente. Adorava i libri e ne aveva a centinaia, ben disposti sulla mensola vicino al letto. Nascondeva un romanzo dietro il manuale che avrebbe dovuto preparare per l’interrogazione dell’indomani, così se la madre avesse aperto la porta della stanza non l’avrebbe colto in flagrante nullafacenza. Ma non si può dire che si entusiasmasse per ciò che leggeva. Finiva col rinchiudersi in se stesso, col proiettarsi nei personaggi e luoghi e parole per coincidere con le loro vite e provare le stesse emozioni; e le considerava così piene di dignità da non voler sostituirle a quelle, più concrete e mediocri, che avrebbe potuto costruirsi da

solo. Al compromesso della vita reale preferiva l’irraggiungibile eccellenza della carta stampata. Scriveva, anche. Era affascinato dall’apparente semplicità con cui i grandi scrittori esprimevano concetti e valori. Era una cosa da andare fuori di testa. Che degli esseri umani, in tutto e per tutto uguali a lui, fossero capaci di esplorare le più sottili sfaccettature della mente e del carattere, spiegare nel dettaglio ogni minima emozione, e poi comunicare precisamente questa conoscenza, così, attraverso un paio di parole. L’ammirazione per i grandi romanzieri bloccava il Dr. Martens in un eterno disprezzo di se stesso, e in un invincibile dolore; si sentiva incapace, non solo di scrivere, ma anche di percepire e comprendere la natura umana come quegli uomini lungimiranti avevano saputo fare; e invece di mettersi alla prova e imitarne il genio, il Dottore restava sopraffatto dai Zola e dai Balzac, dai Tolstoj e dai Moravia, si sentiva scricchiolare in quel confronto impari, e la coscienza di tale inferiorità, lungi dallo spronarlo all’azione, rendeva assolutamente ridicola ogni sua velleità letteraria. Scrivere era la sua passione; e come tutte le sue passioni anche questa era stata


logorata, banalizzata, e canzonata dalla priorità data al senso pratico e alla concretezza della sua educazione.3 Scrivere, per lui, era la conferma di quanto poco lottasse per dedicarsi a ciò che lo appassionava; ma era anche una liberazione e un conforto, era il suo volo dal grattacielo. Questa notizia proveniva dai titoli del TG1 delle 20. In primo piano c’era un volto livido e tumefatto, proprietà di un milanese che si era dotato di paracadute, aveva aperto la finestra e si era tuffato di sotto, così, nel vuoto, senza alcuna ragione. Non che si fosse gettato da un vero grattacielo, anzi, l’edificio avrà avuto ad occhio e croce un cinque piani, sicché lo 3

Osvaldo e Jolanda erano sostenitori della nota corrente di pensiero “manteniamo-i-piedi-ben-fissi-a-terra”. Studio, laurea utile, lavoro decente, queste erano le rassicuranti aspettative che riversavano nella formazione del figliolo. Non che contrastassero le predisposizioni artistiche del Dottore con piglio di genitori intransigenti; ma le consideravano un semplice contorno, una piacevole cornice per una vita equilibrata e seria. In maniera del tutto simile a mille altre famiglie si impegnavano a orientare il figlio verso un’agenda di impegni, di traguardi fattibili, di consequenzialità. Verso questa logica il Dr. Martens - vuoi per pigrizia, vuoi per insicurezza - non cercava neanche di lottare, e alla minima disapprovazione si fermava, titubante e confuso.

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spazio tra l’appartamento e la strada non era stato sufficiente all’apertura completa del paracadute. E lo vedevi, questo giovane scalpitante nell’aria, rimanevi affascinato e impaurito assieme dall’audacia con cui si era scagliato di sotto, dalla sicurezza con cui muoveva, senza grazia, le gambe. Paradossalmente, era uno spettacolo. Sembrava che tutto si svolgesse in apnea, trattenendo il fiato, senza udire suono o rumore alcuno. Sembrava…non so, un mimo. Un film del cinema muto. Un oggetto lanciato fuori dall’astronave, che è risucchiato senza un lamento dall’inchiostro scuro dello spazio. Un tentativo di rompere la chiusura degli spazi di Milano e di lanciarsi fuori, oltre i limiti di una scatola piena di abitanti che si dimenano ogni giorno in mille faccende quotidiane, come tante infaticabili formiche. E d’improvviso…vruuum! Ci fu un colpo di vento, e il ragazzo andò a sbattere contro il muro di una casa, lui e il suo paracadute, riducendosi senza pietà il volto ad un intrico di sudore e sangue, novello Icaro punito per il suo desiderio arrogante di libertà.

“Certo che ce ne sono di pirla al mondo. Guarda te se uno deve conciarsi la faccia a quel modo”. Il tono di Osvaldo, comodamente adagiato sul divano, era di quelli che non ammettevano repliche. Ma il Dr. Martens non riusciva a smettere di guardare. Davanti ai suoi occhi stavano scorrendo le immagini del sublime, quell’incrocio di pericolo, estasi e meraviglia che incanta e al tempo stesso spaventa. A voler essere sinceri non era che un esaltato che si era scagliato contro un muro, nella evidente ricerca di notorietà. Punto. Ma c’era qualcosa in quell’ombra esile che si librava nel vuoto, qualcosa, qualcosa di immortale, di perforante, di intenso, un segno, quasi, un messaggio forse, come se tra l’aprirsi del paracadute e lo schianto umido sulla parete si fosse svelata una tessera del mistero della vita.


Silenzio/ paracadute che si apre/ paracadute che si affloscia dolcemente/ accelerazione/ silenzio. Era una successione fluida, una regolare e rassicurante sequenza di passaggi. Era… una danza. Una danza che comunicava un sacco di cose, su quel volo dalla finestra. Per esempio che, pur essendo senza senso, quel gesto valeva più di mille azioni ragionate; che il suo fine era ribellarsi alla pretesa umana di spiegare ogni cosa e superare i limiti di un’apparente normalità; che proclamava quanto tutto fosse irragionevole, nel mondo, e come il salto dal grattacielo fosse solo la goccia che fa traboccare il vaso, e che l’assurdità stava non tanto in quel tuffo ma nella miriade di abitudini quotidiane, banali, scontate, così inverosimili nella loro smania di sembrar normali. La sua passione per la scrittura, apparentemente insensata e senza sbocchi, gli pareva per un istante più ragionevole delle mille scontate

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azioni di ogni giorno. Non era sicuro del suo valore come scrittore, e prevedeva le difficoltà di una vita dipendente da questo solo mestiere; ma l’energia, la serenità intima che ne traeva lo riempivano di domande ed interrogativi, ne mantenevano attivissima l’attenzione; e si rendeva conto che la ripetitività di un qualunque lavoro, anche se soddisfacente, avrebbe finito con l’abituarlo ad una meccanica successione di azioni concatenate le une alle altre, finché la comodità della reiterazione avrebbe spento la facoltà critica che lo teneva vivo. Silenzio/ paracadute che si apre/ paracadute che si affloscia dolcemente/ accelerazione/ silenzio.

Una danza.

Così scriveva, il Dr. Martens, perché era divorato da un bisogno interno di analisi e riflessione; ma ancor prima di iniziare sapeva che non avrebbe portato a termine l’impresa, quasi fosse un soldato sconfitto che ammette la superiorità del

nemico. Aveva troppa paura di schiantarsi contro la parete del condominio davanti. Iniziava un racconto, timidamente e a tentoni, e non appena prendeva forma lo abbandonava. Cominciava un progetto e lo lasciava a metà. Il suo amore per la lettura e la scrittura era qualcosa di insano, contorto, morboso, un po’ come quando ci si invaghisce di una donna troppo bella, e pur essendo corrisposti non si crede alla sincerità del suo sentimento, convinti di non potersi meritare un simile onore. C’erano dei momenti in cui quel fattore indecifrabile che, per semplificare, chiamiamo ispirazione, gli guidava la mano con una sicurezza assente in ogni altro aspetto della sua vita. Il Dottore si gettava a capofitto nel suo racconto, senza sforzo e apparentemente senza pensarci neanche, e una dopo l’altra le frasi gli si allineavano davanti, sinuose, concatenate, logiche, perfette, capaci di infondere nel suo autore una gioia frammista di orgoglio sincero; ma non appena l’onda di energica fantasia scemava e riaffiorava, tenace, la coscienza dei propri limiti, ecco che quelle stesse espressioni, ritenute geniali fino ad un attimo prima, si comprimevano su se stesse e si sfaldavano,


rivelandosi per quel che erano: banalissime linee di inchiostro. Ripercorreva le pagine della sua Moleskine, le confrontava ai libri ordinati sulla mensola e si chiedeva perché sprecasse tempo ed energie ad inseguire qualcosa di troppo grande per lui. Risentiva la voce della madre che avvertiva, dal fondo della cucina, di non fare il passo più lungo della gamba. Scrivi e riscrivi, gli anni del liceo passarono senza che nessun progetto superasse la fase iniziale di ripensamento e sfiducia che opprime ogni scrittore; e il Dottore preferì attaccare la penna al chiodo. Come segno di passaggio dall’adolescenza alla gioventù, decise di dedicarsi a qualcosa che lo avrebbe reso più utile alla società: la medicina. Dopo il liceo si iscrisse alla Statale di Milano. Ma, nonostante la solenne decisione di darsi da fare, dopo qualche mese fu chiaro che non ne avrebbe cavato un ragno dal buco. L’apatia adolescenziale non lo abbandonava. La mattina prendeva il tram per recarsi in università, e lo colpivano gli sguardi della gente stipata nello scompartimento. La tristezza che gli incutevano

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era tale che decise di camminare piuttosto che obbligarsi a quella compagnia. Il freddo, il vento, la pioggia o la fatica erano niente di fronte a quei volti scuri, pallidi, a metà tra l’indifferenza e l’insofferenza; occhi senza interesse, pieni di risentimento, di accanimento verso il Paese, il governo, il papa, i politici, i media, i giovani e la scuola; facce divorate dall’invidia per chi ha successo, dal rifiuto della situazione presente, dalla mancanza di forza per cambiarla, dall’astio di essere bloccati, volontariamente, in una condizione di eterna attesa, di eterno desiderare. Era questo, e lo è tuttora, il carattere rassegnato degli italiani. Venticinque anni di crisi economica e morale hanno raffreddato la tradizionale capacità di arrangiarsi che tutto il mondo ci attribuisce, irrigidendo e appiattendo ogni energia ed aspirazione. Lamentarsi è diventata la parola d’ordine. Lo spirito critico degli italiani è sempre in azione, implacabile, pedante, puntiglioso, incapace di tollerare la minima imperfezione; ma ad un’analisi così scrupolosa segue di rado l’impegno, lo sforzo concreto a risolvere le ingiustizie. La rassegnazione spinge ad accettare l’errore come qualcosa di inevitabile, a

considerare la corruzione come un’ovvia risposta alle difficoltà della vita. Il contrasto tra la presa di coscienza delle imperfezioni e l’incapacità di rimediarvi inaridisce l’anima dell’italiano, la riempie di astio, rimprovero, noia, irritazione, fino a farne una persona amareggiata e interessata solo a se stessa. E tutto ciò aveva avuto sul Dr. Martens un effetto paralizzante. Era come se fosse rimasto seduto a lungo sul letto, con una gamba sotto al sedere, e poi avesse cercato di rialzarsi e ricominciare a camminare; e il piede era rimasto addormentato, duro, insensibile ad ogni stimolo, ed ecco così si sentiva il Dottore, la mattina, quando metteva piede nelle aule della Statale. Dappertutto percepiva scoramento e immobilità. Gli stessi professori erano attori senza entusiasmo, impegnati a recitare all’infinito la parte dei baroni universitari, potenti e ammirati, sprezzanti di quella stessa stima che si sforzavano di ottenere; e i pochi insegnanti entusiasti, volonterosi, che volevano istituire un rapporto con gli alunni e tentare un approccio meno ufficiale, ecco, erano visti come tipi eccentrici, invadenti e fuori luogo; e non dai colleghi, che, non temendoli, se ne


infischiavano, ma dagli stessi studenti. Abituati all’esistenza di una gerarchia, trovavano rassicurante la mancanza di intimità e calore dell’aula magna; anzi, era una situazione che faceva loro comodo; erano ben contenti di ridurre l’università alla preparazione, a casa, del libro in esame, così da sostituire la portata educativa del corso con una trasmissione di nozioni da parte del corpo docente. Vorrei fare una piccola parentesi su questa espressione, corpo – docente, che non cessa di affascinarmi, un’espressione che spinge a pensare, non posso evitare di dirlo, all’aspetto fisico dei professori e professoresse, il cui sesso è decisamente prevalente nelle scuole italiane. Mi fa venire in mente la forma del bacino, le rotondità del petto, il viso di queste donne. E non so voi, ma io ho sempre avuto professoresse di sconcertante bruttezza, o meglio, quel che saltava all’occhio era l’ incuria di se stesse di cui davano giornalmente prova, per cui mi si presentavano in classe signore e signorine con evidente cellulite, e nero-grigio tra le mèches sbiadite, o maglioncini antiquati d’improponibile sciattezza. Ma torniamo a noi.

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Immerso in questa corsa alla riduzione della fatica, il Dr. Martens la esasperò durante gli anni dell’università, dove l’assenza di una guida precisa, la disorganizzazione travestita di libertà, il menefreghismo non fecero che intensificare un senso di disgusto già a lungo covato dentro. Invece di trascorrere il suo tempo fuori, con i coetanei, sempre più spesso si rinchiudeva in casa, sfogliava i libri degli esami senza capirli davvero, si lasciava immobilizzare dalla passività improduttiva della televisione. O passava ore intere a dormire.4

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Non si pensi che il Dr. Martens fosse un depresso cronico e senza speranza. Le lezioni, le serate nei locali, le vacanze con gli amici, lo scooter e la gangia, niente gli mancava per essere uguale ad ogni altro giovane. La sua vita sociale era del tutto regolare; anche per lui era importante essere accettato dal gruppo dei pari. Ma si trattava di una scelta continuamente interrogata, e spesso vacillante. Alla fin della fiera, quel che gli premeva era scrollarsi la noia di dosso. Con tale obiettivo nella testa, un qualunque stile di vita gli sarebbe andato bene, quello, o un altro, non faceva differenza.


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Pronto. Pronto? Non si sente niente…pronto, chi è? Chi parla? No, non ci credo. Sei … tu? Dove sei? Pronto? Dimmi dove sei e in un attimo sono lì, mi senti? Non hai idea dell’angoscia che ci stai facendo passare, sai, ogni notte quando ce ne andiamo a letto è tutta una gara inconscia a non dormire troppo comodamente, hai presente quando devi svegliarti prestissimo per la partenza delle vacanze, o per un esame di primo mattino, e temi di non riuscire a svegliarti in tempo con conseguenze inimmaginabili, e allora te ne vai a letto tutto preoccupato con già in testa il bip bip bip della sveglia, e scegli la posizione in cui ti senti meno a tuo agio, e rincorri fili di pensiero che sono i meno propensi al tuo rilassamento e la mente e il corpo si agitano in uno stato di tensione finché ti svegli che non è un vero svegliarsi perché in realtà non hai staccato affatto la spina e la stanza accanto è ancora vuota e tua moglie al lato continua a rigirarsi e in te brucia qualcosa che non è solo inquietudine ma anche una certa dose di rabbia e poi spegni la sveglia che ha cominciato a vibrare quando già stavi aprendo la porta del bagno e ti lavi e ti lasci scivolare addosso la giornata.

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2. Le donne.

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Accanto alla casa dei genitori, cinta da un giardino abbandonato a se stesso, si trovava un’abitazione del tutto simile a quella del Dr. Martens, con ampie finestre e un balcone inondato di luce. La affittava una coppia di giovani artisti che, a quanto si diceva in giro, s’era conosciuta nel caos di una comunità hippy dispersa nelle montagne della Lombardia. L’uomo, fotografo, aveva ridotto al buio completo metà della luminosa palazzina; la sua cassetta della posta trasbordava di riviste fotografiche, inviti ad inaugurazioni, concorsi, e una serie interminabile di bollette scadute. Fumatore, capelli lunghi e arruffati e una pashmina indiana sulle spalle, era tutto ciò che il padre del Dr. Martens non poteva soffrire. La sua mancanza di ordine e coerenza, la relatività di cui dava prova era per Osvaldo l’indice di una confusa incapacità di distinguere il giusto dallo sbagliato. La sua compagna, sempre piena di eccentrica vitalità, aveva divorziato due volte prima di incontrarlo e trasferirsi nel pieno centro di Milano, abbandonando, dopo anni di girovagazioni giovanili, il pullmino Volkswagen con cui aveva percorso l’Asia. Durante uno dei

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suoi viaggi in estremo Oriente si era imbattuta in un giovane pakistano con cui aveva vissuto una relazione intensissima e fulminea, portandosi a casa, oltre a qualche dozzina di orecchini, una bimba dalla pelle d’ ambra, con labbra spesse e seducenti e un paio di enormi occhi neri. La ragazza dalla pelle d’ambra aveva diciannove anni quando la sua famiglia si trasferì nella villetta accanto a quella del Dr. Martens. La casa era tutto un rimescolio di oggetti sproporzionati per colore e dimensioni. La sua camera ti accoglieva come una macchia di biglietti, fogli, fotografie, coi vestiti lavati gettati a terra per asciugare, i cassetti aperti con rivoli di indumenti, il computer nascosto dalle carte, la sedia sepolta dai cuscini; c’erano libri ovunque. La separazione tra spazi e funzioni era, in quella casa, del tutto inesistente. Lei mangiava nella sua stanza, dimenticava la tazza di tè in bagno, si vestiva in salotto perché “la luce era migliore”. Nessuno l’aveva istruita all’utilizzo concordato degli spazi. Priva di arbitrarie limitazioni, si serviva del contesto secondo la necessità del momento, senza alcuna intermediazione. Faceva lo stesso con chiunque: la famiglia, la scuola, gli amici.

Il ritmo forsennato della metropoli e l’improvvisa necessità di rispettare regole e limiti della vita di società spaventarono questo trio di hippy abituati alla serena informalità della vita di un piccolo gruppo. La sola esistenza di una parete divisoria fra l’ appartamento e quello dei vicini, lo svilupparsi di un senso di proprietà ed esclusività degli spazi li faceva sentire frustrati e inadeguati; lo scontrarsi con le consuetudini sociali e la necessità di apprendere le differenze tra i distinti contesti li impacciava; e se la ragazza implorava il patrigno di far ritorno a quella che le sembrava l’opzione di vita più desiderabile, l’uomo, dandole ragione, difendeva tuttavia quella permanenza come necessaria al suo lavoro di fotografo. E la ragazza dalla pelle d’ambra si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università Statale. Lei e il Dr. Martens si conobbero per strada. Erano entrambi incapaci di sostenere la tristezza degli sguardi dei milanesi che affollavano i mezzi pubblici per raggiungere l’ufficio, e ai 10 minuti del viaggio in tram preferivano una passeggiata di mezzora nello smog cittadino. Ogni mattina si incrociavano lungo le rotaie, entrambi chiusi in una bolla ermetica di reciproche insoddisfazioni,


sfiorati e divisi dal fiume di lavoratori in bianco e nero che si riversavano dalle porte dell’autobus, da un lato la ragazza dalla pelle d’ambra, i capelli ricci che sfuggivano dalle mollette colorate, gli occhi per aria, fissi, spaesati, dall’altra il Dottore, pallido per la notte piena di pensieri, con un’aria ancor più disorientata; camminavano silenziosi nel frastuono della città, i cigolii degli autobus troppo vecchi, il ticchettio delle frecce delle auto, le grida dei mendicanti in mezzo al traffico, che lavavano il parabrezza dei veicoli in attesa al semaforo. Le stampelle degli albanesi sulla linea in mezzo alla carreggiata producevano un suono vuoto e a scatti, che seguiva, fedele, il passo sbilanciato di questi professionisti dell’elemosina su strada, e si confondeva con i clacson, il rombare dei motorini, la musica gridata che sbirciava dai finestrini aperti. Il centro di Milano li sorprendeva con il suo vortice di sibili, di colori fumosi e di sciami di persone. E un giorno, non si sa come, forse per quella inesplicabile tendenza della vita ad unire due infelicità, queste solitudini si guardarono negli occhi, quelli allungati di lei e quelli verdi di lui,

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e ci fu come una connessione, un contatto, cioè, niente a che vedere con l’abusato colpo di fulmine di cui parlano gli uomini banali, anzi, questa connessione si alimentò lentamente, si sviluppò, si fece più profonda, grave e coinvolgente, e dopo un anno esplose d’un tratto, semplicemente, come se fosse una conseguenza inevitabile della loro frequentazione; e se quella corrispondenza nascosta, quel sentirsi completi solo quando erano insieme, era da tempo così evidente che chiunque, dal fuori, non avrebbe esitato a riconoscerlo, ecco che questo sentimento li inondò con tanta forza da lasciarli atterriti, sconquassati, ma inevitabilmente felici. Fin da subito li aveva legati un’ amicizia strana. L’uno trovava nell’altro una continua conferma al proprio modo di essere, un reciproco ammirarsi che non lo spingeva a migliorare ma lo giustificava nei propri difetti ed esitazioni. Uscivano con il gruppo di amici dell’università, ballavano, cantavano, fumavano una sigaretta, si ubriacavano, insomma erano del tutto uguali ai compagni nei gusti e negli atteggiamenti, o, per lo meno, si sforzavano di sembrarlo; e quando, tornati a casa, gli altri crollavano addormentati

dopo la serata in discoteca, lei e il Dottore si ritrovavano a parlare, soli benché circondati da corpi dormienti, senz’ altro supporto che la loro voce, privi del bisogno di una televisione o radio o i-pod o delle battute degli amici a strutturare l’atmosfera, di un qualcosa di specifico che innescasse il discorso. Le parole uscivano dalle loro bocche con una naturalezza che la brevità della loro amicizia non poteva spiegare. Si susseguivano una dopo l’altra rendendoli parte di un mondo privato che li gratificava. Capivano ciò a cui stavano pensando senza bisogno di spiegazioni, semplicemente, sapevano cosa passava l’uno nella mente dell’altro come fossero parte di una cosa sola. Le nottate insonni, vivaci, prolifiche di riflessioni erano un piacere che li rendeva giorno dopo giorno più dipendenti. Non c’erano le tecniche e le finzioni tipiche dell’attrazione. Aspettavano che gli altri si addormentassero senza doppi fini, spinti dalla gioia innocente di godere della reciproca compagnia. Se qualcosa di particolare interrompeva la routine delle loro vite, ecco che fremevano d’ impazienza e aspettative, immaginando il momento in cui ne avrebbero


riflettuto insieme; l’opportunità di godere di un punto di vista diverso sulla situazione, di giungere a conclusioni che mai avrebbero potuto elaborare da soli li spingeva a confidarsi apertamente. Le chiacchiere notturne si estero presto a ogni momento libero della giornata. Il Dottore e la ragazza scivolavano senza accorgersene in un mondo personale fatto di ricordi comuni, di riferimenti, di citazioni, di pensieri da cui gli amici, non avendo contribuito a crearli e non potendoli capire, si tenevano il più possibile lontani. Quando si conobbero erano entrambi immersi in una vita già definita, a cui avevano impresso una direzione che, seppur appena abbozzata, comunque esisteva. La fidanzata del Dr. Martens aveva deciso di trasferirsi a Milano a settembre, per frequentarvi l’università. Nonostante la giovane età e le mille esitazioni del carattere, al Dottore era capitata una di quelle fortune che toccano a pochi: aveva conosciuto una ragazza che lo amava, e con cui poteva controbilanciare l’incertezza del suo essere con la serena coscienza di un supporto ed una protezione. Si erano incontrati a Bath,

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incantevole cittadina a un’ora e mezza da Londra in cui il Dottore aveva trascorso tre settimane di vacanza-studio. Nonostante l’immaturità dei sedici anni, erano riusciti a mantenere e far crescere il loro rapporto a distanza. Parlavano due lingue diverse, abitavano a 907 miglia di distanza, si vedevano una decina di weekend all’anno e provenivano da due contesti educativi opposti. Lei era cresciuta nell’orgoglio cosmopolita di una famiglia metà gallese e metà francese trasferitasi in Inghilterra. Aveva una sorella lesbica che viveva in un villaggio di sole donne nel Yorkshire, con la compagna e i figli avuti da quest’ultima in una precedente relazione. La sorella era insegnante nella scuola elementare del quartiere, ed autrice di un libro di storie illustrate volte a spiegare ai bambini il valore e dignità dell’amore omosessuale.5 Sin dall’infanzia era stata abituata a darsi da fare e a utilizzare il proprio spirito di iniziativa per guadagnarsi quattro soldi; questo attivismo traspariva in ogni sua azione, dal lavoretto estivo all’impegno 5 Roba che quando il Dottore l’aveva saputo, si era divertito un quarto d’ora ad immaginare lo scandalo di un tale evento nel cattolicissimo sistema scolastico italiano.

sincero nello studio, alle tre associazioni di volontariato di cui faceva parte. Il suo spirito era propositivo, autonomo e privo di ogni lamentela; si gettava in qualsiasi progetto con un’intensità irresponsabile ma sana e luminosa. La sua vivacità s’estendeva all’abbigliamento variopinto e pieno di gioiosa esuberanza. Portava i capelli in una coda di cavallo e aveva una frangetta deliziosa. Adorava la sua città e nel tempo libero si proponeva come guida turistica per gruppi di studenti stranieri, accompagnandoli alle terme romane, alla cattedrale, e al tour dei pub tipici della zona. Fu in una di queste serate che conobbe il Dr. Martens. Il Dottore e la ragazza con frangetta vivevano da 3 anni in due mondi completamente separati. L’una energica, l’altro che chiedeva di essere incoraggiato e spinto all’azione. Le loro esistenze si incrociavano saltuariamente sui fili del telefono o nei fine settimana di vacanza. Per il resto si componevano di attività, amici, persone e frasi quasi sconosciuti l’uno all’altra. Se questo distacco li faceva soffrire e smaniare d’ essere una coppia normale, da un altro punto di vista li convinceva dell’eccezionalità del loro legame,


confermava la forza sconfinata di quell’amore che sopravviveva alle evidenti difficoltà e che, contro alle aspettative di chiunque, continuava a tenerli insieme. La loro relazione era resistita a tutti quegli ostacoli, si dicevano; doveva essere, quindi, amore. Il Dr. Martens andava in Inghilterra una volta al mese. Funzionava così. Prendeva la prima metro del mattino verso la Stazione Centrale; da qui l’autobus verso l’aeroporto; in due ore di attesa e due di viaggio arrivava a Londra; altro autobus verso il centro, e un’ora e mezza di treno fino a Bath. La ragazza con frangetta lo salutava dalla sua Twingo Rossa, pimpante, canticchiando dietro il vetro. Ci volevano un paio di giorni perché si abituassero l’uno all’altra, e si ricordassero di condividere un’intimità che il telefono non poteva ricreare. Arrivato col treno, il Dr.Martens portava alla ragazza un qualche ricordino, o una borsa di formaggi presi in aeroporto. Andavano al ristorante, un cinema, poi dritti nella camera di lei. Nella camera c’erano: - un letto ad una piazza con materasso

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sottostante, per trasformarlo all’occorrenza in letto matrimoniale - una scrivania con computer, uno specchio ampio quanto tutta la parete, e una mensola con documenti dell’università, atlanti, corsi a cui iscriversi, borse di studio da domandare ecc. - una bacheca con gli impegni della settimana - una lavagna magnetica regalatele dagli amici al compleanno, con auguri e commenti di ogni tipo.

Era deciso da un pezzo, comunque, che non appena avesse finito il liceo la ragazza si sarebbe trasferita a Milano per studiare italiano all’università. Erano anni che immaginavano quel momento, costruivano progetti, fantasticavano su come il trasferimento avrebbe stravolto le loro vite. Ne avevano parlato così spesso da trasformarlo in un concetto astratto, in un ideale che, dal tanto inseguirlo, era diventato ancora più rarefatto e lontano. Ma quel giorno arrivò. La ragazza si presentò con

cinque valigie in cui era riuscita a riassumere tutta la sua vita. La nuova città, i corsi di letteratura italiana, la lingua, la gente vestita alla moda e con grandi occhiali da sole, tutto la esaltava. In questa sua eccitazione non la impensierì che il Dottore avesse un’ esistenza strutturata, con amici e attività che non la riguardavano, anzi la considerò come un’opportunità per acclimatarsi al meglio in un contesto straniero. Legò immediatamente con quella che interpretò come la migliore amica del Dr. Martens. Questi, dal canto suo, accolse l’arrivo della ragazza con frangetta con una gioia vicina alla commozione. Stentava a credere che tutti gli sforzi che li avevano affaticati per anni dessero ora un risultato. Ma non adattò il proprio stile di vita al cambiamento che vi si intravedeva, si limitò ad inserire l’inglese nel gruppo degli amici, ad aggiungerla al rapporto privato che aveva instaurato da qualche mese con la vicina di casa. Ben presto i tre divennero tanto inseparabili da rassomigliarsi persino nei modi di fare. Condividevano un patrimonio di esperienze che li spingevano a confondersi l’uno nell’altro, come se i limiti tra i loro corpi e menti non


esistessero e le unicità delle loro personalità si sovrapponessero in una sola. Una sera cenarono in un ristorante cinese in via Paolo Sarpi. C’era anche il nuovo amore della ragazza dalla pelle d’ambra, un chitarrista che si era fatto conoscere al Leoncavallo. Era oggettivamente affascinante; e ci aveva perso l’appetito a furia di immaginarselo accanto, i rasta lungo le spalle, lo sguardo fisso su di lei. Non le era parso vero quando lui l’aveva invitata a bere una birra dopo un concerto al centro sociale; e dopo due settimane ancora non si capacitava di come avesse potuto capitarle quella fortuna. Era la prima volta che lo presentava alla coppia di amici. Passarono una serata magnifica. La sintonia del gruppo scorreva armoniosa tra battute sagaci, tanto che anche il Dottore, messa da parte la permanente insicurezza, non la finiva più di scherzare. Spinto dall’entusiasmo ordinò tre bottiglie di vino. All’ora di rincasare le coppie si sfaldarono e il Dr. Martens si ritrovò nello stesso tram della ragazza dalla pelle d’ambra che, come sappiamo, abitava nella palazzina al lato della sua. La ragazza con frangetta fece

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ritorno al campus vicino all’università. Sedevano uno accanto all’altra, il Dottore e la ragazza dalla pelle d’ambra, sballottati dal vecchio tram milanese e dallo stridio delle rotaie arrugginite. Non avevano sonno, nonostante fossero le 2. Attraverso il vetro appannato scorsero l’insegna di un bar turco, Musica live e balli tradizionali il mercoledì sera, e si precipitarono alla porta. Il locale li accolse con il calore delle comunità di stranieri che, quando si trovano isolate in un Paese straniero, tendono a sottolineare il legame d’ appartenenza alla cultura d’origine, mostrando un orgoglio di cui non farebbero sfoggio a casa. Il bar si costituiva di una sola sala, appena interrotta dal bancone del bar; da ogni lato sporgevano stalattiti e stalagmiti di gesso ad abbozzare la struttura di una grotta della Cappadocia e risuonava una musica tradizionale adattava ai ritmi italiani. Il barista rivolse ai nuovi arrivati un sorriso disarmante, come se fosse davvero lieto di coinvolgerli in quella festa. Era affascinato dal volto dorato della ragazza; la fece alzare e la trascinò nel bel mezzo della pista, e nonostante la timidezza che sempre la impacciava, impedendole di fare ciò che le piaceva, quella

cominciò a ballare, così, con una semplicità piena di grazia, con una modestia velata di imbarazzo, il viso rosso, gli occhi allungati a incontrare quelli dell’amico, come a scusarsi di essersi messa al centro dell’attenzione. Il Dottore sedeva al tavolo con una Efes in mano e contemplava il gruppo vivace dei ballerini. Turchi, italiani, turisti stranieri muovevano i piedi in maniera disordinata e convulsa, nel tentativo di seguire il ritmo a spirale della musica turca; ognuno appariva felice, tutto proteso verso l’altro, nello sforzo di fondere la propria sfera privata con quella del gruppo, lasciandosi dominare dall’atmosfera di festa. Tanto che anche lui che aveva ballato sì e no tre volte nella vita si ritrovò a muovere i piedi a tempo con quelli dell’amica, scosse le braccia e il capo, e tempo due minuti erano attorniati di persone che li incoraggiavano a continuare, bravi, bravi, ancora! Dopo un paio d’ore lasciarono il locale. Erano molto lontani da porta Venezia. Vuoi rientrare? A patto di non prendere i mezzi, Sicura di voler andare a piedi? Sì, e tu, Anch’io, rispose il Dr. Martens. Camminarono lentamente tra le auto


addormentate, fermandosi ogni tanto ad osservare una casa dal tetto sporgente, o un negozio d’artigianato, o uno scorcio di cui non s’erano mai accorti prima; mentre passeggiavano si sfiorarono con le maniche del cappotto, ed era la prima volta che succedeva. Cominciò a piovigginare. La ragazza dalla pelle d’ambra si fece più vicina al Dottore per ripararsi sotto l’ombrello. Era un ombrello enorme, sproporzionato, con in primo piano la scritta TERZO CONVEGNO PER IL TRAPIANTO DI ORGANI – LA MORTE UTILE DEL DONATORE. Iniziarono a parlare di sé. Della loro maniera di provare delle sensazioni. Di come l’uno rappresentava l’altro. La percezione dell’impossibilità comunicativa degli esseri umani li faceva impazzire; che nessuno potesse sapere com’era visto e considerato da un’altra persona, persino dal suo amico più caro, era una consapevolezza che li rendeva simili. Come se la parete di separazione tra le menti umane fosse tanto spessa e netta che niente, neppure una conoscenza profonda, potesse scalfirla;

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tranne che per loro, adesso. E improvvisamente si guardano fissi negli occhi, quelli allungati di lei e quelli spaesati del Dottore, e restarono così, sotto la pioggia battente, l’ombrello abbandonato a terra, le auto tutte zitte accanto al marciapiede, la strada ad aprirsi su insoliti scorci, e i minuti passavano mentre continuavano a fissarsi e ad esplorare ogni centimetro del loro volto, come se lo vedessero per la prima volta. Se ne stavano in silenzio. Spaventati ed impazienti si lasciarono scivolare su una panchina. Il Dr Martens le afferrò la mano. Fu come se una cascata di brividi scuotesse i corpi dei due ragazzi, inondandoli di una coscienza nuova. Dopo un attimo di esitazione la mano di lei rispose al tocco di lui, e violenta si innescò una ricerca sfibrante, lei a inseguire la mano di lui, premendola, accarezzandola, stringendola ancora, lui con le dita sudate, incredulo e colpevole, a ricercare il palmo di lei; e dalle mani passarono al volto e ai capelli, con gesti rallentati dal dubbio, lei ad arrampicarsi con i polpastrelli sulle guancie e dalle guancie alla fronte e dalla fronte alla nuca. Intorno a loro il buio era appena smorzato da un lampione lontano. Erano due

punti di luce nell’inchiostro bagnato di Milano. Il Dr. Martens guardava fisso davanti a sé. Non riusciva a rivolgere uno sguardo alla pelle d’ambra che teneva fra le braccia. Dal canto suo, lei non faceva che osservare il marciapiede e muoveva le mani alla cieca, fremente, famelica, assaporando le linee del corpo di lui e riconoscendole attraverso il solo senso del tatto. Il Dottore tutto spinto in avanti, gli occhi chiusi e concentrati, lei tutta all’indietro come le fronde di un albero, scosse da un vento improvviso. Così rimasero fino alle prime luci del mattino. La coscienza di questa attrazione li distrusse. Non volevano e non potevano ammettere di essersi innamorati. Si sentivano attirati da una comune tendenza all’autocommiserazione, su cui l’attivismo della ragazza con frangetta non poteva prevalere. Non riuscivano ad immaginare gli scompensi che avrebbe provocato una loro unione. Non solo erano entrambi coinvolti nella vita di altre persone, con cui li accomunava una dimensione di esperienze, progetti, promesse ben più antica di quella che si era creata tra loro; ma soprattutto quella passione stava mettendo a repentaglio la struttura e l’impostazione della loro


relazione, il valore della loro amicizia. Il senso del giusto e dello sbagliato, una parvenza di moralità, il rispetto per le persone importanti della loro vita, tutti questi ideali in cui credevano, per cui si sarebbero battuti, e che bene o male costituivano la direzione del loro modo di esistere, si trovavano ad essere spazzati via da qualcosa di completamente contrario. Non solo si sentivano in colpa e sapevano di sbagliare, ma capivano di non poter più nutrire alcun rispetto verso se stessi, di non avere più una dignità. Avevano creduto nella sincerità del loro rapporto tanto da diventare l’uno il confidente dell’altra, e quella passione inspiegabile che ora li animava distruggeva tutti i propositi su cui si era costruita la loro frequentazione. L’attrazione cancellava l’ altruismo, l’onestà e la serenità dell’amicizia per opporvi la gelosia, il possesso, l’esclusività. Il timore di perdere quanto avevano costruito appariva più forte della curiosità o della sfida di vivere qualcosa di nuovo; ma non appena queste considerazioni razionali venivano formulate ecco che il bisogno fisico di sfiorarsi e il peso insostenibile dell’attrazione li faceva

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ricominciare da capo, senza sollievo. L’intimità spontanea si sporcò dei giochi e dei doppi sensi degli amanti. Ogni gesto prima innocente divenne il ricettacolo di mille azioni interessate; le parole assunsero significati parziali e tendenziosi, capaci di parlare d’amore anche quando trattavano di tutt’altro. La loro spontaneità fu assassinata da una serie infinita di aspettative. Qualche tempo dopo l’episodio delle mani, il Dr. Martens si presentò davanti alla porta della casa dei vicini. Ci ho pensato sopra, disse, e sono giunto ad una specie di conclusione. La ragazza dalla pelle d’ambra si fece rossa, scosse con sgarbo una ciocca di capelli dalla fronte. Amo la mia ragazza e allo stesso tempo sono innamorato di te, disse. Così, semplicemente. Con una concisione che gli era sempre mancata. Non è forse presuntuoso affermare che non si possano amare due persone allo stesso tempo? Come si può essere sicuri che il sentimento possa e debba essere rivolto ad un solo soggetto alla volta? O forse l’amore maturo, profondo e costruttivo è uno mentre la passione è multipla, e l’ autenticità del primo è inquinata e banalizzata

dalla promiscuità della seconda? Non conosceva la risposta. L’unica cosa a cui riusciva a pensare in questo momento era la sua ossessione per la ragazza dalla pelle d’ambra, e il solo modo – seppur temporaneo – in cui credeva di trovare sollievo era aprirsi completamente, discutere con lei di ciò che lo tormentava e cercare insieme una via d’uscita. Lei non era dello stesso avviso. Il solo permettersi di parlare della situazione rappresentava, a suo avviso, una mancanza di rispetto verso la ragazza con frangetta, verso di lui e verso di sé. Sentiva che tutto era cambiato ma non intendeva riconoscerlo, per timore che attribuire una definizione a quel qualcosa lo avrebbe ingigantito. Alle richieste di chiarimento del Dottore oppose una chiusura testarda del proprio cuore. La ragionevolezza del suo comportamento si scontrava con un’evitabile spirale di immaginazioni e fantasie che, nella sua testa, costruivano implacabilmente un potenziale futuro di felicità. La rinuncia per principio ad un epilogo felice l’addolorava, riempiendola di rimpianti. La ragazza con frangetta era, nel frattempo, all’oscuro dell’intera faccenda e continuava a frequentare la ragazza dalla pelle


d’ambra con l’assiduità del passato. Le due amiche spendevano insieme interi pomeriggi, chiacchierando, la sigaretta in bilico sulle labbra, le linee sinuose di fumo ad avvolgerle in un’intimità segreta, e chissà come la ragazza dalla pelle d’ambra riusciva a disgiungersi in due dimensioni, senza che il confine tra l’una e l’altra fosse mai oltrepassato, come se le fosse possibile essere una persona diversa a seconda del contesto a cui apparteneva. Il Dottore non ne aveva diritto, ma si sentiva rimescolare di gelosia. Era la prima volta che gli succedeva. La confidenza delle due amiche lo agitava; si sentiva escluso da un mondo cui voleva far parte e in cui, ne era sicuro, sarebbe stato felice. Quando la fidanzata raccontava, del tutto innocentemente, di aver trascorso la serata a casa dell’amica, ecco che provava un senso di abbandono, di impossibilità di un’esclusiva sulla ragazza dalla pelle d’ambra; si rendeva conto che lei si componeva di dimensioni che non lo includevano e questo, che al tempo dell’amicizia considerava del tutto normale, ora lo faceva soffrire. Era geloso della fidanzata nel momento in cui la sua vita

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si incrociava con quella della ragazza dalla pelle d’ambra. Ma nello stesso tempo non voleva interrompere la sua relazione con la ragazza con frangetta. Si sentiva inondare dal senso di colpa per averla spinta a raggiungerlo a Milano; ma non era quest’ imbarazzo a impedirgli di lasciarla, né l’incertezza dei sentimenti della ragazza dalla pelle d’ambra; sentiva, confusamente, di non poter vivere senza quella frangetta bionda e di esserne ancora innamorato. Voleva avere tutto e subito. Ben presto il senso di colpa influenzò il suo modo di interagire con loro. Esplodeva in attacchi di rabbia e nervosismo senza una ragione; si appigliava a qualsiasi pretesto per attaccare la ragazza con frangetta, la criticava, poi rivolgeva lo stesso astio alla ragazza dalla pelle d’ambra, fino a litigare con entrambe, andandosene via sbattendo la porta e lasciandole da sole, interdette, incapaci di capire. Salvo poi tornare dalla fidanzata con il cuore in mano e nascondere dietro mille pretesti i motivi del suo comportamento. Il Dottore ritagliò dei momenti in cui si sarebbe sentito innamorato di lei come ai primi tempi della loro frequentazione. Organizzava dei fine settimana

a due in giro per l’Italia, per fargliene scoprire l’incanto. Si impegnava a focalizzarsi su di lei, su di lei soltanto. Ma proprio nel momento in cui credeva di essere tornato alla normalità ecco che gli occhi enormi della ragazza dalla pelle d’ambra, che di primo mattino, tra una rotaia e l’altra del tram, apparivano ancora più dilatati, lo rifacevano sprofondare in un turbine senza uscita di emozioni. Finirono, nonostante i disaccordi, a uscire sempre loro tre, il Dottore, l’inglese e la ragazza dalla pelle d’ambra, senza nessun altro, come se fossero sprofondati in una spirale masochistica da cui non potevano e non volevano uscire. Quella sensazione di indeterminatezza li riempiva del gusto del sacrificio. L’inconscio del Dr. Martens usava quegli incontri per metterlo alla prova, per abituarlo a resistere alla vicina di casa; allo stesso tempo si trovava a confrontare le emozioni che gli suscitavano la fidanzata e l’amica, le valutava, le inseriva in una classifica per ordine di intensità. Il desiderio di rimanere in compagnia della ragazza dalla pelle d’ambra era tale da fargli accettare di condividerla con un’altra persona, con tutto l’annesso di sensi di colpa; ma era lui stesso a premunirsi di


invitare la fidanzata, quasi sentisse il bisogno di assicurarsi un limite e un censore morale esterno. Si costruiva volontariamente degli ostacoli e godeva della durezza della prova. La ragazza con la pelle d’ambra accettava quelle uscite a tre come se fosse la cosa più logica da fare. Abbracciava l’inglese con affetto sincero, rivolgeva al Dottore il più casto dei suoi sorrisi, e se provasse ancora dei sentimenti verso di lui non era dato sapere, dal momento che opponeva ad ogni richiesta di chiarimenti il più fermo ed implacabile dei silenzi. Ma dentro di sé era un rimescolio di pensieri. Continuarono per tre mesi questo triangolo amoroso. La fidanzata del Dr. Martens ne fu schiacciata con violenza e senza capire perché. Intorno a lei la passione esplodeva da ogni parte. Aggredì il Dr. Martens e la ragazza dalla pelle d’ambra nonostante i silenzi e la volontà di darle un freno, e lei si ritrovò ad esserne muta e ignara spettatrice. La passione giunse a dominare sia il loro corpo che la loro mente. Li fece stare male, vomitare, tremare, svenire, li privò di ogni capacità di concentrazione e interesse per qualunque altra cosa; persino

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gli amici diventarono una cornice innecessaria alla potenza del loro amore; e se il sentimento li faceva soffrire, allo stesso tempo non ne potevano fare a meno e si dibattevano in una spirale di liti e sensi di colpa, recriminazioni e pianti, silenzi e strategie, recite e menzogne. Il dolore fisico che li prendeva quando erano insieme non li abbandonava nei momenti in cui, separati, non potevano evitare di mancarsi l’uno all’altra; né quando facevano finta di lasciarsi distrarre da qualcos’altro, di studiare, di ascoltare musica, di guardare un film, di giocare a tennis, di dormire, di parlare, di scherzare, di correre, insomma di dedicarsi a qualcosa che li avrebbe fatti sentire ancora vivi. La passione li consumava senza lasciare alcuna facoltà critica e di riflessione, li sconquassava dall’interno con la precisione di un martello che batte, meccanico, sempre sullo stesso punto. E se quell’amore si costituiva di rimorsi e pena, allo stesso tempo riusciva ad animarli di gioia ed esuberanza; l’angoscia e il disorientamento li rendevano apatici, ma la possibilità di intravedere una vita in comune, di essere felici, li colmava di un senso di aspettativa.

La loro vita era diventata un processo di accuse e di silenzi. Erano tanto focalizzati su di sé, che il Dottore non credeva possibile che la ragazza con frangetta, improvvisamente, potesse rendersi conto di tutto. Ma accadde, e fu la fine. La ragazza dalla pelle d’ambra se ne andò ad abitare col musicista rasta in un appartamento vicino all’università. Volle convincersi che quella storia così fattibile fosse molto meglio di ciò che avrebbe potuto vivere con il Dr. Martens, e si limitò ad incontrare l’amico di tanto in tanto, quasi per caso, mentre fumava una sigaretta durante la pausa dalle lezioni. La ragazza con frangetta se ne andò in India per un progetto di volontariato e non se ne seppe più niente. Il Dottore, invece, si risvegliò. Per quale ragione era sprofondato in quella passione senza progetti né intenzioni? Perché si era innamorato specificamente della ragazza con la pelle d’ambra, e non di una sua compagna di scuola, o della biondina che gli serviva la brioche calda la mattina, o della figlia della compagna di danza di sua madre, insomma, quali regole seguiva l’amore quando decideva chi si deve e chi non si deve amare? Che cosa aveva visto il


Dr. Martens in quegli occhi cerchiati di rimmel? Certo che quella ragazza gli assomigliava moltissimo; il suo spaesamento e l’aria di perenne incompletezza erano gli stessi del Dottore; e forse era proprio la conferma che i suoi dubbi, il suo modo di pensare, persino i suoi stessi interessi fossero condivisi da qualche altro essere umano ad averne attirato l’attenzione. In che cosa consisteva l’amore? In una spasmodica ricerca di sé nelle altre persone? Nel bisogno di sentirsi uguali agli altri, giustificati nelle proprie paure, non lasciati soli con le proprie incertezze? Se aveva ragione, l’amore non era che il più egoistico dei sentimenti, e la passione uno stato nauseante di alienazione mentale. Spinto dalla necessità di capire cosa gli era successo negli ultimi mesi, il Dr Martens si mise ad analizzare le relazioni sentimentali intorno a lui. I genitori, i cugini, le coppie di amici sembravano confermare il carattere egocentrico ed utilitaristico del sentimento. Per lo più andavano alla ricerca di compagne molto simili a loro per gusti ed educazione, e la scelta di un corrispettivo di sé nell’altro sesso lasciava trapelare la necessità

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di un supporto e di una giustificazione per come erano fatti. Anche chi si era innamorato di ragazze del tutto differenti rintracciava, in loro, qualcosa che non gli era proprio ed che anelavano possedere. Le fidanzate divenivano un mezzo per ampliare la propria personalità ed aprirsi nuove, entusiasmanti strade; erano lo strumento per lavorare, ancora una volta, su se stessi. L’amore perse quei connotati di purezza ed innocenza che lo avevano fino allora contraddistinto agli occhi del Dr. Martens. L’utilitarismo gretto, infido, egoistico, centrato su di sé e sulle proprie necessità era tanto più pericoloso in quanto travestito coi panni immacolati del sentimento. Ed era proprio quando l’ardore della passione si dissipava che questa doppia anima dell’amore si svelava chiaramente, sbriciolando l’affetto di facciata e mostrando l’egoismo di fondo in tutta la sua grettezza. In quel momento due amanti si sarebbero osservati come se si vedessero per la prima volta e avrebbero riconosciuto di essersi scelti, sopportati, torturati, bistrattati, offesi, limitati, feriti, accusati di reciproche mancanze,

ingannati e messi alla prova solo per un bisogno individualistico di sentirsi protetti ed appagati. Al Dr. Martens capitava ancora di imbattersi nella ragazza dalla pelle d’ambra, tra una rotaia e l’altra del tram. La vedeva così bella, intelligente ed insicura e si rendeva conto di averla amata perché la invidiava; perché desiderava apparire bello ed intelligente nonostante quel senso di disorientamento di fondo che rendeva impacciato lui, ma misteriosa ed eccitante lei. Era stato geloso di quella ragazza dal primo momento che l’aveva conosciuta, e il semplice fatto di tenerla per mano o trascorrere un’ora in sua compagnia gli aveva dato l’illusione di essere migliore, perché degno di lei. Alzava timidamente la mano in un cenno di saluto e la consapevolezza dell’intimità che un tempo li legava – ora sostituita da un’imbarazzata freddezza – lo riempiva di sgomento. Aveva sognato di averla amata? Non era forse stato amato da lei? Come poteva accadere che due persone tanto simili da fondersi in una potessero ora costruirsi e ricominciare a vivere in una propria completa individualità, ergendo una parete di separazione tra di loro come se i ricordi, le sensazioni, tutte le esperienze vissute insieme


non fossero mai esistite? Ecco che una volta che la passione se n’era andata tutti quei fili di amorosa dipendenza che tengono unita una coppia si erano logorati, e l’affetto era stato sconfitto dalla tendenza insopprimibile dell’uomo a concentrarsi unicamente su se stesso e dedicarsi ai propri bisogni prima e al posto di quelli degli altri. Amare una persona gli pareva ora un concetto astratto e incomprensibile. L’amore deve basarsi su una conoscenza completa del suo oggetto, rifletteva, ma come si può affermare di conoscere a fondo qualcuno che sia all’infuori di noi stessi? Qualcuno la cui mente e i cui pensieri siano disgiunti dai nostri? Era sicuramente riuscito, a furia di chiacchiere notturne, a penetrare in molte zone private della ragazza della pelle d’ambra, ma c’erano pur sempre degli aspetti che non conosceva e in cui non sarebbe mai entrato. Si ricordava di un episodio emblematico. La sua amica lavorava come commessa il sabato pomeriggio in una boutique in via Dante, a due passi dal Duomo. Il suo capo l’apprezzava per la sua capacità d’organizzazione, gli aveva

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raccontato lei, una sera, visibilmente soddisfatta. Questo era un aspetto che il Dr. Martens non aveva mai considerato. Al contrario, per lui la ragazza dalla pelle d’ambra erano la montagna di orecchini che perdeva ogni settimana, o il pavimento zuppo d’acqua dopo che aveva fatto la doccia. La sua conoscenza della ragazza era senz’altro più profonda di quella del datore di lavoro, ma non includeva, come appariva ora chiaramente, ogni sfumatura del suo essere, bensì solo alcuni tasselli che il tipo di contesto e di interazione facevano risaltare. Come si poteva amare una persona se ne si conoscevano solo alcuni frammenti? Il Dr Martens sentì di essersi ripreso da una malattia. Si rese conto che gli scompensi fisici e morali derivanti dalla passione erano scomparsi; aveva vissuto quelle emozioni in modo eccessivo, sproporzionato ed irrazionale, dando via libera ad uno slancio esagerato. I suoi sentimenti non erano dettati da un effettivo valore della ragazza dalla pelle d’ambra, ma da una sua maniera incontrollabile di sentire. Il chiodo fisso degli ultimi mesi era stata la necessità di conquistare la ragazza dalla pelle d’ambra, di sapersi amato

da lei; la sua serenità era dipesa unicamente da quella variabile e tutte le altre, la scrittura, la lettura, gli studi, gli amici, erano state spazzate via. La passione l’aveva lasciato solo e senza interessi. Era su di sé che doveva lavorare, erano le sue emozioni che necessitavano di educazione, controllo e ordine, pena la sua stessa serenità. Con amarezza osservò che tutto ciò che gli restava era la convinzione che l’amore tumultuoso, piuttosto che rinvigorente e pieno di vita, doveva essere qualcosa da cui scappare via. La fine della ragazza dalla pelle d’ambra e della ragazza con frangetta fu ben più di una delusione sentimentale. Fu uno di quei momenti chiave che si sperimentano una volta nella vita, come la sbarra di un passaggio a livello che, alzandosi, lasci intravedere una via, lasciata in secondo piano dalla comodità della strada principale. La sbarra si sollevò davanti al Dr. Martens con una risoluzione: la promessa che mai, mai più si sarebbe lasciato dominare dalla passione. Anche nell’amore si sarebbe fatto guidare da quell’ordine e razionalità che distinguono gli esseri umani dagli animali. E fu con questo


criterio che tornò ad immergersi nell’apatia della sua vita. Passarono i mesi. Fu Osvaldo che si rese conto che non sarebbe andato da nessuna parte, e lo spedì a Washington. Il cambiamento fu radicale. Qualcuno dice che in america tutto è possibile, e in effetti fu questo il messaggio che arrivò dritto al cuore del Dr. Martens. Dimenticò l’apatia milanese e cominciò a studiare con inusitata alacrità. Grazie ad insegnanti entusiasti scoprì, contro ogni sua convinzione, che non solo amava le scienze e la medicina, ma pure vi aveva un talento sorprendente. Seguì lezioni non obbligatorie nel suo corso di studi, fu eletto tra i rappresentanti degli studenti, si fece degli amici con cui discuteva mille idee. Inventò un progetto per imparare le lingue straniere online, organizzò una mostra fotografica sulla differenza interculturale, e fondò con alcuni compagni una società di esperimenti urbani. Lavorava con tale vigore che non si accorse di essere arrivato alla fine degli studi. Alla cerimonia di laurea lanciò il cappello più in alto di chiunque altro. E in men che non si dica fu contattato da un ospedale di Washington,

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poi si trasferì a Chicago per la specializzazione, infine venne assunto al Presbyterian Hospital di New York. La sua voglia di viaggiare lo spinse ad abbandonare gli States e attraversare l’Europa, che, nonostante fosse il suo continente d’origine, praticamente non conosceva. Amava sperimentare la vita di un Paese e poi passare ad altro, cambiare, per imparare di più; il suo nomadismo spaventava e insieme seduceva i genitori, che abitavano nella città in cui erano nati e mai si sarebbero trasferiti altrove. Passò un anno in Svizzera, due in Francia, e si stabilì infine in Inghilterra.Si considerava un uomo cosmopolita, colto, il più possibile diverso dal provincialismo italiano in cui era stato educato - perché in Italia anche le più grandi città come Milano, tanto moderne agli occhi dei loro abitanti, non sono che un covo di valori e richiami alla tradizione. Eppure uno dei primi acquisti che si era concesso con il suo stipendio di assistente in sala operatoria era stata una macchina del caffè, una Gaggia, d’acciaio bianco come quella che troneggiava nella cucina della sua infanzia. Aveva trascorso a Londra più tempo che a Milano, ma il legame con il Paese d’origine, un

Paese che lo aveva ferito, soffocato, limitato, e da cui era fuggito come un ladro dalla prigione, quel legame affiorava non voluto nei suoi gusti, nel suo accento, nelle espressioni che sceglieva, nella sorpresa mista a diffidenza con cui accoglieva le novità, un sospetto, questo, che accomuna tutti gli italiani. Non si era mai sentito tanto italiano da quando viveva all’estero; adesso si trovava se non a difendere, perlomeno a spiegare e comprendere la sua cultura, la posizione dell’Italia nelle questioni di politica internazionale, la maniera con cui la propria italianità filtrava attraverso la sua visione del mondo. Si sentiva, tra stranieri, intimamente italiano. Non appena tornava a Milano a visitare la famiglia, ecco che i tratti che lo accomunavano ai connazionali non erano più, come a Londra, motivo di orgogliosa unicità, ma si mutavano in imbarazzanti rivelatori del suo provincialismo. Il ritrovare le radici del suo essere su tanti volti diversissimi da lui per interessi e ambizioni lo riempiva di sgomento. Sentiva di non essere né spontaneo né originale; si avvedeva di come il bagaglio culturale, i principi, i valori e le abitudini inculcategli durante l’infanzia non lo avevano


reso un individuo, ma uno dei tanti tasselli di un repertorio comune a mille altri membri della società. Più si allontanava dall’Italia più se ne sentiva trascinare indietro, quasi la sua personalità uscisse filtrata dalla educazione e dal patrimonio culturale del suo Paese; la sua giovinezza saltava fuori in ogni momento, con la sua collezione di pranzi da tre portate, caffè macinato, rosari durante il mese di Maggio e appuntamenti con il telegiornale delle 8. Nel frattempo si era sposato. Aveva 32 anni e abitava a South Kensington, uno dei quartieri più italiani di Londra. Conobbe sua moglie ad una festa di Natale, uno di quegli incontri annuali a cui gli inglesi non sanno rinunciare e in cui si accolgono le feste imminenti con una dose esuberante di alcool. Il Dr. Martens vi arrivò in ritardo, come sempre, e con un abito tanto elegante da mettere in risalto l’imponente statura. Era un uomo giovane ed intelligente, i cui recenti successi al St. Bartholomew avevano valso la stima di superiori e colleghi. Parlava con un accento italiano limato dai tanti anni vissuti all’estero ma non del tutto scomparso, che si faceva spazio nelle sue frasi,

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coloriva l’ultima sillaba delle parole e conferiva ai discorsi un che di sensuale e spiritoso insieme. Gli piaceva raccontare aneddoti sul suo lavoro; guardava gli interlocutori dritto negli occhi e gesticolava di continuo. Controllava il discorso in maniera mirabile, oscillando tra un tono formale ed uno più scherzoso, selezionando le parole con cura e accompagnando i concetti chiave con metafore argute. Nulla in lui richiamava l’incertezza e l’imbarazzo dello studente di Milano. Durante quella festa di Natale fu il centro della serata. Si muoveva da un gruppo all’altro, baciava signore, scuoteva mani, appoggiava il palmo sulle spalle degli amici, formulava battute, offriva bicchieri di champagne. A mezzanotte si caricò in macchina una bella ragazza inglese a cui aveva riempito troppe volte il bicchiere. Non conoscendo il suo indirizzo se la portò a casa con l’intenzione di farla riposare sul sofà; ma questi non erano i piani dell’intraprendente signorina, che non tardò a mostrargli il proprio interesse. Si sposarono dopo cinque anni di solido fidanzamento. Il Dottore accolse la nuova fase della sua vita con grande sollievo. Vedeva la famiglia come

un ponte per raggiungere l’ordine e normalità di cui sentiva il bisogno. Quando, rincasando, lo accoglieva il sapore consueto della routine domestica, dove ogni gesto e parola si ripetevano non in modo noioso ma simmetrico e confortante, ecco che si sentiva riempire di soddisfazione per ciò che era riuscito a costruire. Quel clima rassicurante gli procurava un appoggio, un aiuto per districarsi nelle mille imprevedibilità della vita; e lo illudevano di aver finalmente corretto quegli aspetti di sé che, per non riuscire a decifrarli, gli incutevano paura. Nei 30 anni che seguirono al lancio del cappello nel cortile della Georgetown University il Dr. Martens si dimenticò di tutto. La brillante carriera si impossessò di ogni suo ricordo, spingendolo via come onde del mare. L’ apatia liceale, la ragazza dalla pelle d’ambra, i primi anni della facoltà di Medicina, e ovviamente quella valle desolata dove si era recato tante estati in vacanza, senza sospettare che un giorno l’avrebbe cancellata dalla memoria. Risentì quel nome solo molto, moltissimo tempo dopo, quando uscì con chiarezza dagli altoparlanti della Stazione Centrale. Il Dottore faceva ancora il dottore,


abitava a Londra ed era ora in viaggio per l’Europa, in uno stato di profonda crisi dopo la separazione dalla moglie. Sentì l’annuncio del TRENITALIA INFORMA era il suo treno e E’ IN PARTENZA DAL BINARIO 2 stava per partire LECCO-COLICO DELLE 22.31 e ciò che era sepolto in qualche parte della sua mente balzò fuori, scavò tra gli strati di ricordi che si erano accumulati uno sopra l’altro e che coprivano, nascondendolo, quel lontanissimo souvenir. Non sapeva perché, ma voleva ritornare all’inizio della storia. Voleva ritornare in quella valle. 6 Era ormai in viaggio da un’ ora e aveva 6

In realtà, non sapeva perché è una espressione errata. Non è che il Dr. Martens non si rendesse conto del motivo di quel suo desiderio. Probabilmente non lo aveva elaborato coscientemente, non l’aveva scritto nero su bianco sui fogli della sua mente, d’accordo, ma le ragioni del suo ritorno erano lì, come sospese. In quella valle in cui non si era preoccupato dei blasoni e degli impegni e della stampa e delle responsabilità, in un tempo lontano in cui non aveva né moglie né figli né niente, ecco, forse in quella valle avrebbe potuto trovare qualcosa che gli ricordasse se stesso.

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trascorso la prima metà ad analizzare le facce nuove dei passeggeri. Nell’ ultima metà s’era accovacciato in una posizione ancor più strana dei compagni di vagone, ed era crollato come un bambino. Tentava di rimanere addormentato, il Dottore, anche se era ormai chiaro che si stava svegliando, anche se il sonno sfuggiva fuori dagli occhi tenuti chiusi a forza e intorno a lui esplodeva la vita. Ma ancora lottava contro la fine del suo viaggio in treno, ancora si intestardiva a rimanersene avvinghiato alla superficie morbida dello schienale. Poi, dall’altro lato del finestrino, un colpo di clacson. Forte, breve, perfetto. Aprì gli occhi, e d’improvviso tutto diventò più chiaro. Il bisturi, le medicine, i pazienti, tutto d’un tratto era diventato non inutile, certo che no, ma lontano, distante da ciò che gli piaceva, dal futuro che s’era immaginato da ragazzo e che gli imprevedibili sviluppi della vita avevano impedito di realizzare. Non che la sua carriera non gli piacesse. Con rispetto parlando, il Dr. Martens

non era un semplice medicuzzo di paese, insomma, lui si era laureato nelle migliori scuole e aveva lavorato nei migliori ospedali, il tutto mietendo successi a destra e a manca; tanto che alla fine era stato nominato Presidente dell’OMS, ci siamo capiti? dell’OMS. Ma tutto ha un costo, e anche i trionfi del Dottore l’avevano avuto. Non vogliamo entrare nei dettagli, perché il Dr. Martens era uno che amava proteggere la sua intimità e noi non stiamo certo qui ad invadergliela senza pudore; ma le ore dedicate al sacro culto del lavoro lo avevano distolto da altri affetti e da altre passioni, e non sappiamo quanto il tutto avesse influenzato la sua vita sentimentale, le sue amicizie, e tutti quegli interessi che avrebbe potuto coltivare e che aveva sacrificato per uno soltanto. Non lo sappiamo, e neppure lo vogliamo sapere; ma quel che è certo è che ora il Dottore si stava risvegliando, e ci vedeva più chiaro. Il suo lavoro, il consenso che lo circondava, la stima dei colleghi, tutto era definitivamente lontano, come quando si immerge a metà un cucchiaio nell’acqua. Non mi dite che non avete mai fatto l’esperimento del cucchiaio. Beh, il Dr. Martens l’aveva fatto, e vi assicuro


che è un’esperienza capace di cambiarvi la vita. Era estate, e il Dottore stava passando le sue vacanze in Valsassina: i genitori gli telefonavano una volta a settimana per convincerlo a raggiungerli a St. Tropez, e la tata lo rimpinzava di polenta taragna fino a scoppiare. Un giorno un vecchio che viveva poco fuori dal paese lo invitò a casa sua per mostrargli un oggetto unico, proprio così disse, vieni che ti faccio vedere qualcosa di strabiliante, cioè, so cosa state tutti lì a pensare, che quello era un esibizionista svergognato e che ciò che voleva mostrare al ragazzino non era niente che tutti gli uomini, lui compreso, non avessero già visto; e che di strabiliante, al massimo, potevano esserne le dimensioni, notevoli pur nella senilità. Si dà il caso, però, che il signore fosse sì di poca compagnia, ma non avrebbe mai rivolto le sue attenzioni a dei bambini, sia perché la sua scontrosità non ostacolava una condotta onesta, sia perché la sua misantropia era tale da impedirgli un interesse sincero per altri esseri umani. Detto questo, figuratevi com’era emozionato, il Dottore, che a quell’età

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non faceva altro che andare alla ricerca di tesori nascosti, cittadino trapiantato in montagna, erano settimane che setacciava i boschi di mezza Valsassina per trovarci qualcosa, non so, uno scrigno di gioielli, le ossa di un longobardo, una mappa; e così quando quell’uomo burbero, che non si faceva mai avvicinare da nessuno, lo chiamò, beh, ne rimase incantato, e si fece un sacco di viaggi nella testa. L’uomo lo condusse nella sua casa, lo portò in cucina e aprì un cassetto. C’era un cucchiaio. Aveva il manico di ferro ed era piuttosto grosso. Ma questo non era importante, o almeno non lo era per lui, anzi, ad essere sinceri il Dr. Martens si sentiva deluso e un po’ incazzato. Temeva che il vecchio si fosse preso gioco di lui e della sua passione – conosciuta da tutti, in paese – per i tesori nascosti, ed era lì lì per andarsene, sentiva che le lacrime gli si affacciavano agli occhi e non voleva concedergli anche quella soddisfazione. Così rimase tutto contratto davanti al cassetto aperto della credenza, con la faccia scura, quando il vecchio lo scrutò da lontano e gli disse qualcosa. Sottovoce. Il Dr. Martens non afferrò subito le sue parole.

Ci mise un buon paio di secondi, e l’unica frase che riuscì a decifrare in quel marasma di suoni confusi fu un Hai capito. Il Dottore aveva dieci anni e non aveva capito una mazza. Glielo disse. Quello non fece una piega. Spalancò il frigorifero, estrasse un contenitore in plastica pieno di formaggi, li tolse uno ad uno ammonticchiandoli al centro della tavola, aprì il rubinetto e riempì la vasca d’acqua fino all’orlo. Quindi afferrò il cucchiaio, lo immerse per metà nell’acqua e glielo mostrò. Prova a toccare la parte concava, disse. Il Dottore sospettò l’inganno, ma la tentazione di toccare qualcosa era troppo forte, per cui allungò le dita verso il punto in cui pensava si trovasse. Non ci riuscì. “Capisci ora?” esclamò il vecchio. Il Dottore aveva dieci anni e non aveva capito una mazza. Glielo disse. La storia era finita lì. Ma adesso guardava il profilo del Resegone illuminato dalle stelle, dietro il vetro appannato del finestrino, e si rendeva di essere arrivato a destinazione. Era a Lecco, la città più vicina alla valle prediletta di quando era bambino, ed era là che sarebbe dovuto andare, subito, più in fretta


che mai. E adesso, finalmente, capiva. Il cucchiaio, una volta immerso nell’acqua, appariva in parte netto e visibile, e in parte sbiadito e più distante dalla mano di quanto non fosse in realtà. E se si tentava di sfiorarne l’estremità concava, beh, non ci si riusciva, per quanto ci si intestardisse si finiva col posizionare le dita in un punto sbagliato, dove l’oggetto si trovava solo apparentemente. E’ una regola della fisica, aveva detto il vecchio. Una distorsione ottica. E solo adesso il Dr. Martens se ne rese conto; in quel momento, e solo in quello, il Dr. Martens capì che tutta la sua vita era stata una distorsione ottica. Gli era sembrato di giungere da qualche parte, si era illuso di procedere lungo la via che aveva scelto, ma in realtà era stato catapultato altrove, avete presente quando si sbaglia fermata della metro e ci si ritrova in un luogo mai visto prima? E’ un quartiere, tutto sommato, non molto diverso dal proprio: anche lì ci sono case, condomini, gatti che si strusciano contro i tronchi degli alberi, anche lì ci sono passanti che spengono la sigaretta sui

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corrimano o urlano nel telefonino. Sembra il nostro quartiere, potrebbe anche esserlo, ma non lo è. Il Dr. Martens, evidentemente, era capitato in un quartiere non suo, dove, per quanto si sforzasse di afferrare il cucchiaio immerso nell’acqua, non ci azzeccava mai. Nella sua mente i congressi, le onorificenze, la reputazione di miglior cardiologo sulla piazza confluivano nel manico del cucchiaio: l’aveva sempre tenuto in mano, lo conosceva, lo manovrava con imparagonabile maestria; ma era soltanto il manico. Ciò che desiderava davvero era l’estremità concava del cucchiaio. Fu così che indossò il cappotto, si annodò la sciarpa e scese i gradini della stazione di Lecco. L’aria fredda di Febbraio lo punse in pieno viso e le esalazioni della fabbrica di cioccolato – sempre inebrianti nonostante i vapori dell’inquinamento - gli lasciarono sulla guancia una carezza leggera. Prese un autobus diretto in Valsassina, si accomodò accanto al finestrino e passò una mezzora a contemplare il paesaggio umido e freddo, che oscillava piano seguendo il contorno dei tornanti. La vista era eccezionale. Mancava del tutto dell’equilibrio delle principali località

montane del Piemonte e della Svizzera; e non aveva niente a che fare con il carattere semplice, buono, quasi ingenuo di certi villaggi di legno della Valtellina. Niente di tutto ciò. La valle gli si mostrava per quello che era: tozza, cruda, dura, quasi cattiva; un luogo aspro, buio, ma non per questo privo di interesse. L’autobus si arrampicò verso l’alto superando Laorca, e d’improvviso si scorse, dal dirupo, il lago di Lecco. Era tutto un luccichio di lampioni, qualche nave, poche automobili, il fumo nero delle due fabbriche ancora in attività. Molto era stato fatto per rovinare quel panorama: la ferrovia arrugginita sul versante orientale, solcata da treni traballanti e vecchi; le cave a cielo aperto abbandonate, a deformare come una cicatrice le colline; gli edifici modernisti così diversi dall’abitato ottocentesco, e così gretti nella loro pretesa di novità. Nonostante questi attacchi da ogni lato il lago di Lecco, freddo, brillante nelle sue tinte scure, riusciva a strappare un sospiro di emozione anche ai suoi abitanti. E sì che i Lecchesi non erano certo noti per la loro sensibilità artistica, o per la gentilezza del carattere. La gente andava e veniva con la sicurezza sbrigativa di chi ha mille


cose più importanti da fare. Il passo veloce, il capo chino a terra, il braccio protetto dal bel cappotto si sollevavano a salutare solo gli amici di vecchia data. Di poche parole e diffidenti verso le novità, i Lecchesi accoglievano chiunque come un potenziale nemico. Le loro relazioni interpersonali erano tutte dominate dall’etichetta e da rituali obbligati, e questa ossessione per le buone maniere li portava a detestare la vita di società, a considerarla un sacrificio da sostenere solo di tanto in tanto. A Lecco le macchine portavano bambini a scuola e genitori al lavoro, senza possibilità di divagazione. Nessuna distrazione era permessa all’animo chiuso, fiero e da lavoratore degli abitanti del Nord Italia: la loro vita era un programma pianificato di azioni e successi, e niente, assolutamente niente, era lasciato al caso. L’autobus concluse la sua arrampicata e si fermò ad Introbio. Davanti alla stazione c’era un’insegna, diceva: “Il Gazzettino del Pioverna”. Decisamente, si trovava nella valle della sua gioventù. Suonò, entrò nel palazzo, si diresse nello

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studio del Direttore, piazzò i palmi delle sue enormi mani sulla scrivania e annunciò: sono il Dr. Martens, già cardiologo, primario e presidente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Vorrei lavorare qua.” Al Direttore mancò poco che gli venisse un colpo. Aveva spesso parlato di lui, nel suo Gazzettino, e trovarselo davanti in carne ed ossa lo lasciò senza parole. Ci fu un minuto in cui pensò a un colpo di testa del Dottore, a una crisi di mezz’età, a una ripicca per, non so, punire la moglie che gli aveva cucinato male la coscia di pollo, se poi ne aveva una, di moglie, questo personalmente lo ignorava, e insomma era quantomeno insolito che un professionista di quel calibro volesse lavorare in un giornaletto di provincia. Quasi sospettava uno scherzo organizzato da qualche trasmissione televisiva, una di quelle candid– camera in cui il tapino di turno viene sottoposto ad ogni genere di ingiuria per la risata malata del telespettatore; ed era lì lì per rispondergli a chiare lettere che lui non era tipo da gradire le prese per il culo. Ma il volto entusiasta del Dottore spense in un attimo ogni sua perplessità. Che lavorasse lì, se ne aveva voglia: di braccia

ne avevano sempre bisogno. Inizialmente gli affidarono la pagina degli oroscopi, a cui seguì quella di cruciverba e anagrammi. Però, per quanto apprezzasse la stanza che aveva occupato – uno sgabuzzino, a dirla tutta, ma pur sempre con vista sul fiume Pioverna – dicevamo, per quanto fosse soddisfatto della nuova sistemazione, il Dottore era sicuro che quella non fosse la sua strada. Comune condizione, quella del Dr. Martens, costretto a consumarsi le suole su mille vie diverse e, dannazione, mai che fosse quella giusta. L’estremità concava del cucchiaio ancora non si trovava. Il Dottore, tuttavia, non era tipo da scoraggiarsi facilmente: durante una delle sue escursioni notturne nei treni aveva partorito un’idea, e la riteneva gustosissima. In un certo senso era una sorta di riscatto. Durante gli ultimi trent’anni i tomi di medicina si erano accumulati sulla scrivania dello studio, e le premiazioni in monocolore ne avevano affollato le pareti. Attestati di partecipazione e certificati di insegnamento e fotografie di premiazioni e medaglie al merito avevano occupato ogni spazio libero del suo ambulatorio, e della sua vita. Eppure da qualche


parte erano rimasti i romanzi della sua gioventù, e ai Molière, ai Balzac, ai Tolstoj e ai Moravia se ne erano aggiunti molti altri. Non aveva più scritto dai tempi del liceo e nascondeva la sua antica passione in un cassetto nascosto, la faceva a pezzi, sadicamente, non perdeva occasione di mettere in ridicolo le proprie aspirazioni, e di confrontarle a quelle, ben più serie e dignitose, del suo contributo alla ricerca medica. C’erano, però, dei brevissimi momenti in cui si ricordava del piacere che traeva dai libri, e come una stilettata lo pungeva un senso acuto di amarezza. Sentiva di non aver avuto il coraggio di difendere quella passione. Al senso di colpa si aggiungeva un lampo di eccitazione. Ecco cosa doveva fare, buttare giù due parole, veloce, e poi lasciarsi travolgere dall’energia, prendere in mano la pen… Ma era solo un rapido momento di riflessione, e scompariva subito. il Dottore lasciava cadere carta e penna e precipitava nella vita di sempre. Era giunto il momento di prendere posizione? Di confrontarsi con quel senso di disagio che si portava dentro? Non lo sapeva. Qualcosa,

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comunque, andava fatto. Fu per questo che il Dr. Martens si recò in redazione, suonò, entrò nel palazzo, si diresse nello studio del Direttore, piazzò i palmi delle sue enormi mani sulla scrivania e annunciò: Ho pensato di occuparmi di una rubrica di annunci sentimentali, pronunciava così, rùbrica, con l’accento sulla u. Nome provvisorio: “ 2 cuori e una capanna.” Il Direttore, che era una persona severa ma intelligente, accettò. Ormai l’amore era un affare da prima pagina, si disse, e “Il Gazzettino del Pioverna” non poteva perdersi lo scoop. Trasferì il Dr. Martens in una stanza più ampia in fondo al corridoio – vicino alla macchinetta del caffè – e iniziò a fargli visita tutte le mattine, per valutare e correggere le bozze in anteprima. Come primo incarico gli chiese di modificare il nome della rubrica. Quello scelto dal Dr. Martens era – per così dire – dolciastro, una sorta di invitante zucchero filato che al primo assaggio si rivela per quel che è, appiccicoso e stucchevole, tanto da indurre al pianto i bambini che l’ hanno acquistato. Il Direttore non voleva che i lettori facessero lo stesso, che scoppiassero in lacrime

dopo la lettura della rubrica - sarebbe oltremodo imbarazzante, soleva dire con la sua voce sgraziata, da incallito fumatore. Non sopportava che il nome, come lo zucchero filato, potesse richiamare alla mente mondi e soddisfazioni che non era in grado di assicurare. Questa dev’essere una rubrica, non la vita, spiegava il Direttore, Una rubrica, non la vita. Il Dr. Martens si sforzò di cercare una nuova denominazione. Si mise in testa di ideare un nome diverso, seducente e non falso, ma per quanto si sforzasse non gli veniva in mente altro, continuava a rigirarsi nel cervello quelle quattro paroline cambiandone l’ordine: 2 cuori e una capanna una capanna e 2 cuori una cuori e 2 capanna cuori capanna 2 una e 2 una cuori e capanna In qualche modo si era affezionato a quella frase fatta e, inconsciamente, costringeva il suo gusto letterario a chiudere un occhio. Non era un titolo originale, se ne rendeva conto, e non colpiva affatto


per l’eleganza della forma; ma conteneva un che di sereno e rassicurante che mancava del tutto alla sua vita. Gli ricordava qualcosa che non aveva più da tantissimo tempo, un sorriso quando rincasava dal lavoro, un abbraccio dal figlio, un senso generale di intimità e calore, e non poteva non pensare all’ amore che aveva ricevuto, gratuitamente, senza che nessuno gli chiedesse nulla in cambio, e quanto poco aveva saputo contraccambiare. Il titolo denunciava come avesse dato per scontato chi gli stava vicino: e il Dr Martens solo ora lo riconosceva. Aveva relegato l’affetto in secondo piano, preferendo appagare il suo senso personale di soddisfazione. E si era lasciato sfuggire a poco a poco tutte le persone che amava come minuscole gocce d’acqua tra le dita. 2 cuori e una capanna una capanna e 2 cuori una cuori e 2 capanna cuori capanna 2 una e 2 una cuori e capanna

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Dopo ore di simili sforzi il progetto di modificare il nome fu abbandonato. Forse niente può essere tagliato fuori dalla vita, neanche due paginette su “ Il Gazzettino del Pioverna” – pensò il Direttore. La rubrica fu pubblicata per la prima volta un Lunedì, se non ricordo male, ed era pomposamente sovrastata dal titolo originario - una scritta di grosso formato e un po’ naif, alquanto frivola per trovarsi sulle pagine di un quotidiano nello stesso spazio di calamità naturali ed elezioni politiche. Di media grandezza, accanto al 2 del titolo, il Dr. Martens aveva disegnato una casetta, davvero, una di quelle villette a schiera inglesi circondate da un minuscolo giardino; aveva abbondato nei dettagli, raffigurando la staccionata, la cassetta della posta e tutto; e da una finestra, in fondo, praticamente inavvertibile – ma se aguzzavi la vista la vedevi – beh, dalla finestra scorgevi una mano di donna, una semplice mano dalle unghie smaltate che appoggiava un vaso di fiori. Era solo un flash, un attimo, e pure di scarsa qualità artistica. Ma era l’estremità del cucchiaio che il Dr. Martens stava cercando. E con la consueta esagerazione si buttò a capofitto nella nuova strada.


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Pronto. Pronto? Chi parla? Sono tre mesi che non ne so nient… Come? Non ci posso credere. Sei tu? Quante volte ho sperato che mi chiamassi, resto apposta a casa tutte le sere, non ce la faccio a saperti là fuori lontano da me, da noi, rimango ad aspettare fino a tarda notte, solo sul divano, è come se avessi paura di sprofondare in un baratro nel momento in cui appoggerò la testa sul cuscino, mi sento fisicamente trascinato giù nel sonno come da un elastico, immagina il letto nella nostra stanza tutto ingabbiato in una corda che lo faccia rimbalzare, su giù su giù, poi ancora su e poi giù, e la mia testa lo stomaco e tutto il corpo oscillano nell’imprevedibilità di questi movimenti, mi sento avvolgere e scagliare lontano senza la minima idea di dove andrò a finire, ed ecco che mi abbandono ad un sonno di pensieri e fissazioni e più cado nel sonno più mi sento in balia della ragnatela di elastici che mi sballotta a destra e sinistra finché imploro basta, lasciatemi stare, datemi il tempo di riposare andatevene, e mentre dormo mi si propongono puntualissime le scene dell’incidente, mi gettano in faccia l’auto cartocciata, lo spavento di tua madre, poi tu che mi osservi sotto a un manto di schegge e i dottori non riusciranno a levarle tutte e il tuo sguardo mi perseguiterà finché deciderai di andartene di casa e bip bip bip la sveglia mi tira fuori dal vortice di sogni e mi spedisce in un’altra stanca giornata di lavoro.

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3. Il libro degli ospiti

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Libro degli ospiti

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Data

28/5/00

Nome

Citta’

Peter, Tina + Anthony

Hackney, Londra

Chalet caloroso e familiare. Che paesaggio. Abbiamo passato la settimana tra le onde impetuose della Baia di Casswell. Ottima l’ospitalità.

25/7/00

Amy and Lee

Manchester

Abbiamo affittato lo chalet per una settimana. Quando abbiamo aperto la porta il sole si è fatto strada tra la pioggia come a darci il benvenuto. La posizione della casa è perfetta: la spiaggia è a cinque minuti. Un grazie alla proprietaria che ci ha persino prestato la tavola da surf di suo figlio.

30/8/00

Martens

/

Una settimana a Casswell. Mio marito dovrebbe raggiungerci sabato prossimo, ma la vedo dura visto il suo lavoro. Ieri ho comprato un nuovo lettore CD e DVD, domani si aggiustano le tende.

13/9/00

Julie, Denis, Bob, Mark and Lily

Hereford

Chalet caloroso e familiare. Abbiamo passato la settimana tra le onde impetuose della Baia di Casswell.


Data

25/12/00

Nome

Citta’

Martens

/

Natale a Casswell!

15/05/01

Peter and Tina

Whetstore, Londra

Tre giorni di relax nell’aria fredda di Caswell. I primi due con mio marito, ma da ieri mia madre ci ha portato le bambine. Bevuto troppo vino. Speso troppi soldi. Ritorneremo senz’altro!

26/06/01

Christiana e Jerome

Lille

Non appena abbiamo messo piede nello chalet si è aperta una bottiglia di vino. Cosi’, da sola. E’ la seconda volta che veniamo in vacanza qui. Che cambiamento! Una nuova sedia a sdraio nel giardino e il bagno completamente rinnovato.

08/07/01

Trevor, Ann e Orla

York

Tempo pessimo questa settimana. Ma con mio figlio abbiamo camminato sotto la pioggia e fatto un sacco di belle foto. Stasera se il tempo tiene si prepara un barbeque in giardino (ps. Avvisare Mary e Dan). Comprato un nuovo servizio di piatti. L’eccesso

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Data

Nome

25/12/01

Citta’

Martens

/

Natale a Casswell.

09/09/02

Paul, Tom e Sam

Bedford

Abbiamo appena scoperto che nell’armadio in fondo al corridoio c’è un’intera collezione di videogiochi anni ‘90.

08/03/03

Liz e Nadia

Londra

Seduti in giardino, una birra in mano, abbiamo parlato dei nostri ex per circa mezzora. Non c’è niente come il tramonto triste del Galles per farti apprezzare l’alcol.

15/07/03

Silvia e Jasmine

Londra

La passeggiata tra Caswell e Lengland è bellissima. Mentre tornavamo indietro Jasmine (anni 4) canticchiava una vecchia canzone di marinai.

10/12/02

Martens

/

È un anno che sono qui fissa. Non lavoro più e il figlio e’ all’università. Ho un sacco di cose da fare, sto bene, ma mi sento un po’ sola, a volte.


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4. La poesia

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Si stava parlando di mendicanti, mi pare. Sì, appunto, Direttore, mendicanti. Dedicherò a loro la mia rubrica di domani. Pronunciava sempre rùbrica, con l’accento sulla u. Ai lettori piacerà di certo. Era stata una sua idea, del Dr. Martens dico, di scrivere ogni giorno un’ introduzione alla rubrica di annunci sentimentali de “Il Gazzettino del Pioverna”. Stando agli accordi iniziali, la sezione di cui era autore avrebbe dovuto comporsi di due, massimo tre pagine di messaggi DONNA 50enne ma affascinante ricerca uomo che la faccia ridere scopo matrimonio o 35ENNE DELUSO DALLA VITA vuol riscoprire l’amore attraverso gli occhi di una giovane compagna, max. 25 anni formosa astenersi perditempo. Il Dottore aveva ritenuto che potesse essere di buon auspicio far

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precedere questi testi con qualche riga personale, un mezzo paragrafetto per trattare dell’amore, non una riga in più Direttore, giusto una manciata di frasi per sfiorare le mille sfaccettature dell’argomento. D’altronde, la rubrica era stata creata per migliorare la situazione affettiva dei lettori, e perché funzionasse a dovere non è che si potesse leggerla così, senza un minimo di infarinatura sull’argomento. Senza neppure un tocco di poesia. E dalle dieci righe si era passati alla colonna, e le colonne avevano raggiunto l’estensione di due cartelle, e insomma gli annunci si erano fatti di volta in volta più stretti, più compatti, con i caratteri minutissimi, per ammassarsi lentamente sul fondo della pagina, mentre la presentazione del Dottore cresceva di centimetro in centimetro. Tutte le mattine, entrato in ufficio, il Dr. Martens si sedeva sulla poltrona girevole, inforcava gli occhiali, si scottava le labbra col caffè della macchinetta e iniziava a lavorare. Taratat,taratat. Faceva proprio così. Taratat,taratat. Gli piaceva un sacco alzare e abbassare le dita sui tasti del computer, taratat taratat, su giù su giù,

non per premere qualche pulsante preciso, ma per sgranchire con eleganza la punta delle dita. Taratat. Era, per lui, il segnale d’inizio. Con quel rumore soffice il Dr. Martens avviava il complesso gioco della fantasia e permetteva all’ispirazione di entrare dentro di lui, di guidarne la mano, di trascinarlo via. Taratat, taratat, e dalla tastiera grigia si trovava sbalzato in un intrico di tubi - lui li considerava una rappresentazione schematica del cervello - e tra queste migliaia di percorsi ne sceglieva uno a caso, e iniziava a scrivere, totalmente assorto, senza accorgersi del tempo che passava e di ciò che succedeva intorno a lui. Completato l’articolo, apriva le buste dei lettori con un tagliacarte a forma di coccodrillo – regalo di benvenuto del Direttore – e ne passava in rassegna il contenuto metodicamente, selezionando quelle due, massimo tre lettere che avrebbe pubblicato nell’edizione dell’indomani. La notevole estensione dei suoi commenti gli impediva di conferire ampio spazio alle lettere dei lettori, sebbene -si mormorava- la rubrica fosse stata creata per dare spazio alla loro voce. Qualsiasi altro lettore si sarebbe irritato. Avrebbe fatto pressione sul Direttore per obbligare il Dr.


Martens a pubblicare tutti i messaggi, o forse, per ripicca, avrebbe smesso di inviare lettere, ben sapendo che sarebbero finite nel cestino dell’immondizia. Così si sarebbero comportati i lettori di un qualsiasi giornale. Ma quello era nientepopodimeno che “Il Gazzettino del Pioverna”, e i suoi abbonati la pensavano diversamente. Non soltanto si innamorarono a prima vista delle brillanti dissertazioni del Dr Martens, ma intensificarono il numero di lettere, si impegnarono a scrivere di più e in maniera originale, trasformarono i messaggi in piccole poesie, saggi, fiabe, racconti. Tutti volevano il privilegio di essere pubblicati sotto ai commenti del Dr. Martens. Ben presto i lettori si sentirono coinvolti in una gara. Il Dottore si assunse il serissimo incarico di sottoporre le lettere ad una selezione, che si articolava in una serie di valutazioni e criteri assolutamente personali, bizzarri e non giustificati. Per comparire sulla rubrica “2 cuori e una capanna” i pezzi dovevano assecondare l’umore giornaliero del Dr. Martens, inserirsi con coerenza nel clima politico, sociale e culturale del momento, presentare – se poesie – una

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metrica strutturata su giambi greci, evitare la rima baciata – il Dottore la giudicava insopportabile ed infine essere scritti con calligrafia sobria ed elegante. Questo, soprattutto, era un dettaglio su cui non transigeva. E si può ben capire come mai gli annunci in grado di superare il vaglio fossero drammaticamente pochi, e perché si diradassero settimana dopo settimana come le foglie arrossate di alberi d’autunno. Finché una mattina – era passato un anno dall’irruzione del Dr. Martens nello studio del Direttore – il commento dell’autore, rotto ogni argine, campeggiava solo nello spazio dedicato alla rubrica, senza alcun intervento dei lettori. Tra le poesie inviate in redazione, evidentemente, non ce n’era nessuna che era stata composta in giambi greci. I mendicanti, esatto. Proprio i mendicanti, continuava, intanto, il Dottore. Perché loro? Ma è evidente, Direttore. Evidente. Sono sempre dappertutto, se ci fa caso. Sfilano uno dietro l’altro nei vagoni della metropolitana, si mischiano agli avventori dei negozi, si accumulano sulle panchine nelle piazze, tutti insieme, metodicamente. Sono per strada, sempre nello stesso punto, attaccati

e saldi ai loro quattro stracci, camminano nei corridoi dei treni, nei bar, nelle sale d’attesa delle stazioni, di fronte all’entrata elegante di un ristoran… Ho capito il concetto, Dottore, mormorò il Direttore, che come tutti i Direttori amava la concisione. Vada avanti. Ebbene, ricominciò quello, stizzito. Mi hanno sempre affascinato, i mendicanti. Metti l’altra sera. C’era una donna, al pub – non mi guardi a quel modo, sì, va bene, ero ancora al pub – una signora avvolta in molteplici strati di vestiti, sa, Direttore, è sempre così, possono non possedere assolutamente niente ma si vestono di mille livelli e protezioni, gonna ampia, canottiera, maglietta, pullover e infine una giacca logora, vecchia, fatta a mano. Non c’è verso che indossino qualcos’altro. I ragazzi e gli uomini sì, indossano scarpe da ginnastica e piumini; ma le donne non si allontanano dai loro zoccoli di legno, alti e rumorosi, dagli stracci fiorati, dai foulard ampi e scuri, da...


Dr. Martens, la preg… Appunto, continuò l’uomo, lanciandogli un’occhiata che avrebbe fatto tremare un muro, c’era questa donna d’età imprecisata - non è mai possibile calcolare gli anni di queste persone, sa; è difficile pure per me che sono un esperto, dico davvero, quando lavoravo in ospedale mi bastava uno sguardo per comprendere le età dei pazienti, non so, è una mia abilità, do un’occhiata al contorno degli occhi, agli zigomi e alla forma del mento e so già perfettamente qual è il tuo anno di nascita, così. Schioccò le dita. Ma con i poveri è diverso: è tutta un’altra storia. Sembrano sempre molto più vecchi o molto più giovani. Anche quella donna, la mia mendicante dell’altra sera, era così: non aveva età. Sembrava inserita in un’altra dimensione dove ogni coordinata di spazio e tempo era ormai dimenticata; pareva racchiusa in una bolla isolata dal resto del mondo, una sfera di luce insonorizzata e trasparente, senza legame alcuno col tempo. Quella donna arrancava di tavolo in tavolo ripetendo la stessa, invariata richiesta VI PREGO BRAVA GENTE SCUSATEMI DEL DISTURBO SONO FAMIGLIA POOVERA NO ABBIAMO

CASA NO ABBIAMO LAVORO NO HO LATTE PER FIGLI VI PREGO PICCOLA OFFEEEERTA e la signora continuava, imperterrita, tenace, non accorgendosi di nulla, non manifestando segni di stanchezza o sconforto. Persona dopo Persona passo dopo passo Nessuno le rispondeva e pochi, pochissimi sollevavano il braccio per porgerle qualche moneta. Si scorgeva, nei suoi occhi spenti, l’effetto che le provocavano quei rifiuti. Fu terribile quando un ragazzo – 18 anni, non uno di più – fece la grande concessione di donarle una monetina, non esitando però ad aggiungere

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un velenoso Vai, adesso, vattene via. E lei lì a incassare, a capo chino, con umiliazione, lei lì a implorare, a mendicare una punta d’attenzione. Ma in quel dolore – certo, dolore - la donna si rianimava, raccoglieva le sue ultime forze e ripartiva. Glielo assicuro, Direttore: non so come, ma ripartiva. Me la vedo ancora davanti, la sento mentre mormora con la voce più triste del mondo la sua nenia VI PREGO BRAVA GENTE SCUSATEMI DEL DISTURBO. Arranca, con pesantezza, quasi sentisse sulle spalle tutto il peso del mondo, e continua a mormorare in maniera meccanica una sillaba dopo l’altra VI - PRE - GO - BRA - VA - GEN - TE senza più comprenderne il significato o senza averlo mai capito, e le parole cominciano ad essere strascicate e si uniscono alle altre in una confusione senza fine, iniziano a trasformarsi in suoni, in semplici fischi e mormorii e sussurri. Ed è lì che mi accorgo – sì, mi accorgo che c’è qualcosa che la fa andare avanti, questa donna, dev’ esserci per forza, perché altrimenti sopportare tutto questo? Perché


incaponirsi a camminare, ad elemosinare, a intascare due lire, se si sa perfettamente quel che succederà dopo, e cioè che a queste seguiranno di certo altre questue, altre nenie, altre levatacce la mattina e tutto il giorno tra i passanti, VI PREGO BRAAAVA GEEENTE SCUSATEMI DEL Perché intestardirsi a vivere questa agonia SONO FAMIGLIA POVERA e far di tutto per prolungarla? PICCOLA OFFERTA perché, vede, la vita (del mendicante) è proprio questo, un perpetuo desiderare, un chiedere senza fine, incessante, che non ha altro obiettivo che continuare a pregare, in un cerchio che si chiude e ricomincia. Si chiude. E ricomincia. Ma mettiamo che ci sia qualcosa, nella vita di questa signora, qualcosa che è davvero piacevole e emozionante: non so, veder ridere il figlio ad una sua barzelletta, o le quattro chiacchiere con le amiche, o ancora il gusto del caffè, quando se lo può permettere, l’aroma caldo e avvolgente che le si scioglie in bocca. D’accordo, sono cose soddisfacenti, certo; ma perché sopportare un’esistenza di stenti per assaporare questi

piaceri che, diciamolo, sono niente? Ed è allora lì che vedo - sì, vedo - che dev’esserci un qualcosa che la sostiene, quella mendicante, che le da forza e le permette, mettiamo, di uscir di casa ogni mattina, se poi ne ha una, di casa, e di ritornarci a notte inoltrata, coi figli piccoli che crescono senza di lei ma che necessariamente ne seguono le orme - devono farlo, capisce?andando ad elemosinare da altre parti, e il marito che non è più suo marito da tantissimo tempo e che annega le giornate in whiskey di pessime marche, insomma, dev’esserci qualcosa che guida questa signora, istinto, forse, speranza, anche, ma secondo me il punto è un altro, mi segue Direttore? Secondo me quel che fa andare avanti questa donna è l’amore per la vita. E’ talmente forte e incosciente e irrazionale che spinge a soffrire una vita intera, per essere felici non più di una giornata. Nonostante tutto, è l’amore per la vita.

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Il giorno dopo questo articolo comparve sulla rubrica “2 cuori e una capanna” de “Il Gazzettino del Pioverna”. Era intitolato “ TUTTI I SENTIMENTI CHE L’UOMO PROVA SONO DIVERSE SFACCETTATURE DEL SENTIMENTO AMORE, OVVERO NON ESISTONO ALTRI SENTIMENTI.” Al Dottore non piaceva ripetere tre volte il termine “sentimenti”, ma d’altronde, come nel caso del titolo della rubrica, non era riuscito a trovarne un sinonimo adatti. L’articolo riscosse un successo esagerato. Giuro. Il Dr. Martens ne fu così contento che decise di festeggiare in modo diverso dal solito: se ne andò, guarda caso, al pub, e dopo aver rivolto a Rupert la consueta ordinazione ballò compito davanti al juke box, coi piedi che gli scappavano da tutte le parti per la felicità. Inserita la moneta, le dita andarono, come sempre, a selezionare la sua canzone. Strana storia, quella della canzone; nessuno sapeva perché il Dr. Martens si ostinasse ad ascoltarla, ogni giorno, ogni anno, senza mai

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cambiare. Ci fu una volta che il nuovo proprietario decise di cambiare i dischi del juke-box, alla fine era ora di mettersi in linea con tendenze più fresche e giovanili, chi ascoltava più la disco anni ’80? Era assolutamente il caso di proporre nuove canzoni, nuovi sound, e allora ecco questo ragazzino imberbe che si avvicina con gli operai alla macchina, e ordina di alzarla, e quasi ha finito il suo sporco lavoro, quando fa capolino dalla porta la testa del Dr. Martens. Ci mancò poco che gli venisse un colpo. Il suo volto passò nell’arco di pochi secondi da un rosa vigoroso a un fosco giallo topo, e più d’uno gli si avvicinò per soccorrerlo, temendo in un malore improvviso. Ma era molto peggio. Il Dottore aveva realizzato che stavano per portargli via la canzone. Si avvinghiò al juke-box con tenacia inaudita. Tanto disse e supplicò che il ragazzino s’ arrese. Non avrebbe cambiato la macchina: in fondo non gliene fregava più di tanto del locale, era solo un buco per alcolizzati che gli aveva lasciato in gestione il papà. Che si tenessero la loro disco anni ’80. Che quel vecchio stempiato riascoltasse la sua canzone, se ne aveva così tanto bisogno. Perché, poi, non l’aveva capito. Nessuno l’aveva

capito. Strana storia. Il Dottore non volle raccontarla e non cedette mai alla pressione dei compagni di bevute, che, dopo la sesta ripetizione della canzone, lo invitavano con garbo a smettere di fracassargli i timpani. Tuttavia, complice l’entusiasmo per il successo al giornale, o forse la quantità di alcool che gli fluttuava in corpo, il Dr. Martens si fece sfuggire, quella notte, un paio di frasi; ma fu la prima e ultima volta, e sproloquiò per qualche minuto intorno a – non ricordo bene - intorno a un cucchiaio immerso a metà nell’acqua, già, un cucchiaio di cui lui voleva afferrare l’estremità, a quanto pare. Si capì che quella parte concava l’aveva già trovata - così assicurava - ma nonostante ciò continuava a vagare, instancabilmente, per identificarne qualche altro pezzo, vedete ragazzi il cucchiaio non è uno solo, non rappresenta un’unica meta, ma è un po’ dappertutto, sicuro, e all’uomo è assegnato questo compito, trascorrere la vita a rintracciare pezzi di cucchiaio. Quando segui una direzione nella tua vita, non è mai quella definitiva, non è l’unica strada che tu possa attraversare; ci sono mille altre possibilità,


e non si può sentirsi sicuri di una scelta, ma bisogna mettersi in discussione, vagare, non avere paura di cambiare, magari. Non ero io un famoso dottore? E non sono forse più realizzato, ora? Ho capito questa cosa qualche anno fa, ero in treno, e stavo pensando che era ora di aggiustare la mia vita, e insomma mentre ci pensavo c’era un tizio davanti a me con una radiolina, ecco, in altri momenti gliel’avrei strappata dalle mani per lasciarla fuori dal finestrino, faceva un casino bestiale, ma quella volta ero talmente assorto che non feci nulla, me ne stavo tranquillo ad ascoltare la canzone e sì, quella canzone mi si è fissata qui, qui, vedete? Q ( e si toccava la fronte, insistentemente, costringendo gli amici a poggiarvi le dita) UI – continuava, con la voce impastata - ed è per questo che continuo a riascoltarla. E’ come se mi educasse ogni volta, ribadendo i suoi insegnamenti, è come se mi comunicasse il senso dell’esistenza... capite? Detto questo, vomitò. All’uscita del famoso articolo sui mendicanti, i lettori affollarono le edicole manco fosse un

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negozio di scarpe il primo giorno dei saldi. Ci fu chi comprò due copie – una da leggere e una da conservare, così da proteggerla da offensivi spiegazzamenti – chi la regalò all’innamorata al primo appuntamento e chi, più prosaicamente, la utilizzò per incartarci il pollo. Alla fine era carta da giornale, spessa ed economica, e gli usi che se ne possono fare sono i più disparati. Il giudizio dei più, però, fu unanime. Il pubblico non sapeva limitarsi a quell’articolo, insomma, si comportava come la donna a cui è offerto il dito e allora si piglia il braccio, cioè, la gente si stava abituando troppo bene, con questo Dr. Martens, e ormai comprava il quotidiano non per leggervi notizie di cronaca e politica; no; ora pretendeva di trovarci ogni giorno nuove scoperte sull’amore. Era una faccenda che faceva comodo a tutti, in fondo; chi non aveva bisogno di vederci più chiaro? Se ne sarebbe potuto ricavare una sorta di manuale, per orientarsi con consapevolezza nella giungla dell’amore quotidiano. Sì, era una faccenda che faceva comodo a tutti. Fu così che il Dr. Martens si conquistò di diritto ben 4 pagine de “Il Gazzettino del Pioverna” e 4 pagine, per una rubrica nata come spazio

di annunci sentimentali, non è certo roba da poco. Incominciò a darci dentro per inventare racconti sempre più contorti, personalità più sfaccettate, e più ci pensava più ne rimaneva rapito, distaccandosi gradualmente dalla realtà. Lo agguantavano, i suoi personaggi, capite che intendo?, lo appassionavano di brutto, e lui aveva iniziato a rimuginarci sopra, sempre, in maniera ossessiva, tanto che una volta – pensate un po’- era in auto che guidava verso casa, di sera, e non si era accorto del semaforo rosso; cioè, in realtà l’aveva vista eccome, quella luce abbagliante, ma chissà perché si era convinto che si riferisse alla strada a destra, e non alla sua, così era passato, bel bello, col sorriso stampato sulle labbra, rischiando di provocare il più grave incidente della sua vita. Il vigile era accorso subito con fare severo e bellicoso – il Dr. Martens non riusciva a spiegarsi il perché e alle sue urla minacciose aveva risposto che non s’era accorto di nulla, insomma, aveva per la mente ben altro, qui c’era in ballo una storia di cuori e capanne, capisce signor vigile? CUORI E CAPANNE, per cui chissenefrega della patente, e del libretto di circolazione pure, se non mi ha


ancora riconosciuto io sono il Dr. Martens, crede forse che vada in giro col LIBRETTO DI CIRCOLAZIONE? Il poveretto aveva continuato a sproloquiare dal fondo di una cella della stazione di polizia, dove il vigile l’aveva rinchiuso per sbollire i suoi nervi incandescenti. Il giorno dopo era venuto a prenderlo il Direttore. Era visibilmente incazzato. Dopo il famoso articolo sui mendicanti il Dr. Martens continuò a mietere un successo dopo l’altro. Era incredibile. Qualunque frase sgorgasse dalla sua macchina da scrivere si trasformava in un trionfo, e il tutto nel tempo di un amen. E quanto scriveva, il Dottore! La volontà infaticabile che aveva consacrato alla sua carriera medica si riproponeva ora, immutata, nella sua nuova passione. Non era mai a corto di ispirazione, e mai una volta che i suoi articoli apparissero stanchi o raffazzonati. Mai. I suoi scritti facevano furore in ogni parte della Valsassina: cosa insolita, se si conosce lo scarso interesse culturale degli abitanti di quella valle, ma il Dottore era uno che sapeva toccarti il cuore, e i Valsassinesi lo avevano

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capito. C’era, nella sua maniera di raccontare, una nota delicata, intensa, e allo stesso tempo controversa, un che di misterioso, se vogliamo, o semplicemente, ecco, una punta di pacata tristezza, che neppure l’entusiasmo per il nuovo lavoro era riuscito a smorzare. Una malinconia persistente attraversava ogni suo scritto sin dalla scelta del soggetto. I suoi temi non erano vari, erano tutti pervasi da una ricerca new age un po’ pretenziosa del significato dell’amore. La dipendenza agli altri, la mutevolezza del carattere umano, l’incapacità di amare, tutte le sue riflessioni erano velate di incompletezza e dubbio I Valsassinesi adoravano questi temi e adoravano il Dr. Martens. Nessuno riusciva a spiegare quella nota di tristezza presente in ogni suo articolo; ma lo amavano come si ama un uomo di genio e il Dottore, dal canto suo, non poteva immaginarsi niente di meglio di quel lavoro. L’ammirazione di cui era circondato l’aveva trasformato in una specie di celebrità, una di quelle in cui il talento prevale su ogni altro particolare, giustificando e rendendo accettabili azioni che non tollereremmo in un altro essere umano. Le capacità che gli

venivano attribuite dai fans ne facevano un essere diverso, quasi superiore, a cui non si chiedeva alcuna spiegazione. Un po’ come quando collezionava medaglie per il suo lavoro di cardiologo, ora il Dr. Martens riscuoteva consensi per la sua abilità letteraria; e se la scrittura era per lui una passione forse più autentica di ciò che era stata, a suo tempo, la medicina, il risultato non cambiava, quell’interesse aveva preso piede nella sua vita finendo col dominarla, soffocando ogni altro stimolo, dominandolo completamente, esageratamente.


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5. Il figlio.

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5.30 del mattino. Fuori dalla finestra il cielo si scosta appena all’incedere dell’alba. Il Dr. Martens è steso sul letto, braccia e gambe sotto le coperte, e sarà almeno un’ora che non riesce più a dormire. Ha come l’impressione di essere rinchiuso in una bara con delle grandi pareti di legno da tutte le parti, certo non è l’immagine più incoraggiante per lasciarsi andare al sonno, così si alza in punta di piedi per non farsi sentire dalla moglie, precauzione del tutto inutile visto che ha gli occhi ben aperti da mezzora, tra poco si alzera’, indossera’ il costume e se ne andrà in piscina a nuotare, come fa da quando il figlio non è più rientrato a casa. Tra una vasca e l’altra non ha il tempo di pensare. Il Dottore si solleva sui gomiti e cerca le ciabatte e cammina piano lungo il corridoio in direzione del bagno, che poi è soltanto una scusa perché in realtà lo sanno tutti che andrà dritto nella stanza del figlio, seconda porta a destra. Criiick, Bisognerebbe oliarla, riflette. Non c’è un granello di polvere. Sua moglie la tiene pulita come se si aspettasse il suo ritorno da un momento all’altro. Il Dottore si

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siede sul letto, lo sguardo cade su un collage di fotografie appiccicate all’’anta dell’armadio. La stanza ha pareti arancioni. Dalla finestra si scorge la fermata dell’autobus 17, un po’ più lontano il rosso dell’insegna della metropolitana. Nella camera ci sono: - un letto a due piazze - un computer fisso e uno portatile, una webcam - un televisore con lettore dvd - stereo e casse - una borsa con macchine fotografiche e zoom - un calcetto balilla con manopole blu molto scolorite - il casco del motorino - una chitarra - un collage di fotografie della ragazza, degli amici, delle vacanze allo chalet con la mamma, di concerti. - un telefono che inizia a squillare.

Click.


Pronto. Pronto, come dice? Come? Sì, certo che accetto la telefonata. Mio figlio …lei non sa cosa mi ha fatto passare, sono mesi ormai, mesi, sa? Me lo passi, subito, ora, presto! Scusi, sono agitato, mi rendo con... certamente, ma... Pronto, pronto! Sei tu? Non puoi immaginare quanto siamo stati in ansia, non riusciresti davvero a … l’altro giorno guardavamo … guardavamo un film alla televisione come tutte le sere, con nessuno dei due che guardava veramente il film ma si lasciava come rimpinzare la testa di parole, vedi, di solito il suono e i colori riescono a farti dimenticare di non stare facendo alcuno

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sforzo per parlare con tua moglie, ma ieri sera per qualche motivo ce ne siamo accorti, che avevamo poco da dirci, che eravamo l’uno insofferente verso l’altro, per diversi motivi, e che in quella sala ciò che condividevamo era il divano e la televisione, nient’altro e… Dove sei? Cos’hai fatto in questi mesi? No, non parlare, spiegami piuttosto quel biglietto sul tavolo della cucina, poche lettere, grandi, chiare, ben marcate, Me ne vado, non cercatemi. Perché l’hai fatto? Non credere che ti volessi meno bene perché stavo sempre fuori casa, a lavorare. Lo facevo per te, per noi. Perché? No, taci, non rispondere, continua ad ascoltarmi, zitto. Quella mattina mi sono svegliato molto presto, il ticchettio dell’orologio scandiva lentamente il ritmo dei miei pensieri. Ho avvertito subito la tua assenza. Non c’era profumo, nell’aria; non c’era tensione; nell’immobilità del mattino ho attraversato il corridoio. Ho osservato la tua camera, era vuota. Restavano solo vaghe, infrante speranze e odore di delusione. Nebbia, come dicevo. Fumo. Mi sono rannicchiato sulla vecchia sedia di vimini, in camera tua, stavo

lì ad osservare tutte le fotografie appese alla parete, i tuoi amici, la mamma, lo chalet dove avete passato tante estati. Guardavo fuori dalla finestra e mi sorprendevo di come fosse terso il cielo, incantevole nel suo bagliore di settembre, e di quanto splendessero alla luce del sole le piccole gocce di rugiada. Ed ora questa telefonata. E pensare che mi stavo arrendendo all’idea che non ti avrei più rivisto. Quante volte lo ripeteva, tua madre. Ossessione. Ogni mattina mi osservava mentre entravo di nascosto nella tua stanza, quasi convinto che tu fossi ancora lì: si avvicinava, appoggiava la mano sulla mia spalla e sussurrava di non preoccuparmi, saresti senz’altro tornato e questo sfinimento era inutile, basta ti prego esci di lì, e le sue parole si facevano più dure, aspre, graffianti, scoppiava in lacrime e tra i singulti urlava che no, non ritornerà più, lo capisci? Ma io non riuscivo, non volevo crederci. E avevo ragione. Eccoti qui, mentre mi parli al telefono, e sono già tre mesi che sei scomparso dalla mia vita, tre mesi che non vedo più il tuo sguardo pieno di delusione, in aeroporto, alle mie continue partenze per il lavoro. La tua incapacità di capire.


In queste settimane mi è capitato di pensare alla tua infanzia, a quando eri un bambino e correvi dietro al vecchio cane. E sentivo l’odore dei tuoi capelli, quei riccioli biondi che hai tagliato a zero, non appena raggiunta l’età per far colpo sulle ragazze. Poco prima dell’incidente. E ricordi quando io e la mamma costruimmo una casetta in legno perché diventasse il tuo rifugio? Lo so, non ho mai avuto molto tempo per queste cose, ma quella giornata è stata incantevole, non trovi anche tu? Ho in mente ogni particolare. All’ombra del grande faggio al centro del giardino, dirigevi le operazioni, serio e concentrato come un capo di cantiere. Com’era bella, al mio fianco, tua madre: la sua morbida chioma era stretta in un foulard d’altri tempi e la pelle bianchissima risaltava nella luce del mattino. L’incidente. La mamma me ne parla spesso. Cerca di aiutarmi, dice lei, corre a prepararmi una tazza di caffè e mi fa sedere sul divano. Ogni volta. Ma parliamo di te, piuttosto; dove sei? Ci sono dei rumori in sottofondo, il frastuono di piatti e posate, sembrano una musica lontana, pacata e malinconica…la senti anche tu? Non vedo l’ora

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che torni tua madre per darle la grande notizia, per avvisarla che sei vivo e stai bene. Quante volte ho sperato di rivolgerle queste parole, e mi uscivano di bocca solo rovina e disperazione… ma … no, non parlare, ascolta invece il tintinnio dei piatti, mi riporta al giorno dell’ incidente. Ossessione, come dice la mamma. Nient’altro. Sono investito da una esplosione di vetri rotti, piccoli cristalli viola e trasparenti, l’auto elegantemente sbanda e si accartoccia contro il muro. Gli occhi mi si gelano alla vista dell’urlo muto di tua madre. Mi giro: giaci sul sedile, sembri svenuto…Poi non ricordo più nulla. Solo la fila all’ora di pranzo e il fischiettare delle infermiere. Ossessione. Piove in questo momento, la pioggia scende sui vetri silenziosa e garbata e si lascia dietro di sé lunghe linee scure. E’ un dolce acquazzone di fine estate, lo stesso di quella sera, ricordi? Un acuto stridio, io alla guida, il tuo viso devastato dalle schegge… Ho vissuto mille volte questa scena. Guardavo fuori dalla finestra e mi abbagliava la vita, ma dentro mi sentivo sempre più solo e triste. Tua madre non cessa di ripetermelo, mi rincorre

dappertutto con la sua comprensione non richiesta. Hai perso il controllo dell’auto e non sei riuscito a evitare l’incidente, ma non puoi condannarti per quel che è successo, dice. E bla bla bla. E’ per questo che sei scappato? Non riuscivi più a dividere la casa con l’uomo che ti aveva sfigurato? Ma aspetta prima di rispondere; ecco la mamma, sento il rumore delle chiavi nella serratura, i suoi passi lungo il corridoio, punta-tacco punta- tacco, ora il fruscio del foulard di seta e il gradevole profumo di limone, la mano sulla maniglia, eccola, vieni qui! C’è nostro figlio al telefono, si rifà vivo dopo tre mesi di silenzio! Vieni! Ma…che fai? E’ l’emozione, senza dubbio. Perché ti chini a terra? Lacrime…grosse lacrime ti macchiano il volto, copri la faccia con le mani… no, perché fai questo? Me ne sto in piedi con la cornetta in mano, solo al centro della stanza, e tutto d’un tratto mi accorgo di quanto sia folle parlare al vuoto. Smettila di disperarti…basta…non dirmelo, taci! Vattene, ti ho detto! Non sopporto la vista del mio errore sul tuo volto. Voglio stare solo.


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Ossessione. Così si era espresso il medico, suo collega al St. Bartholomew di Londra e compagno decennale al tavolo del biliardo. Vedi di smetterla con i treni, l’alcool e tutto il resto, che ci stai facendo spaventare, del resto non risolverai niente e farai impazzire tua moglie, Cosa c’entra mia moglie, Non fingere di non capire, sai benissimo a che livello di esasperazione è arrivata, E io, nessuno pensa a come mi sento io? Come parlare al muro. Due mesi dopo il Dr. Martens se ne stava in stazione, il volto pallido e stralunato, la mente incapace di andare oltre i suoi problemi, le mani nelle tasche per riscaldarsi, se non il cuore, almeno il corpo piegato dal dolore. Era lì ad aspettare il treno, ed era l’unica cosa che avesse aspettato, in quegli ultimi mesi, tanto che la moglie, stanca di non essere attesa da nessuno, se n’era andata, non senza un sospiro di amarezza. Alla notizia della sua partenza, il Dr. Martens era rimasto inerte. Difficile decifrare quello che gli passava per la testa. Era un miscuglio di sensazioni in cui tutte gridavano con forza

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e attiravano l’attenzione su di sé, cercando di prevalere sulle altre e difendendo strenuamente il proprio territorio; e più si sforzavano di emergere più si mescolavano tra loro, perdevano il carattere originario e si confondevano in una sensazione di apatica rassegnazione. L’assenza della moglie lo feriva in maniera inconcepibile; mai avrebbe pensato che sarebbero invecchiati l’uno senza l’altra; del resto non aveva neanche immaginato che suo figlio, il suo unico figlio, sarebbe morto a diciott’anni in un incidente automobilistico, e che quell’incidente l’avrebbe provocato lui. Telefonarle? Convincerla a tornare da lui? Dichiararle il suo affetto e la sua dipendenza da lei? Non se la sentiva. In un certo senso aveva paura di trovarsela accanto, giorno dopo giorno, lui e lei e un silenzio enorme che il tempo non sarebbe mai riuscito a colmare. La moglie avrebbe giudicato, con la sua sola presenza, quel lontano errore del Dottore; non che lo avesse mai accusato, al contrario, ma il solo fatto di sapere sarebbe rimasto sospeso tra i due coniugi come una spada di Damocle pronta a scagliarsi sull’uno o sull’altra alla prima occasione.

Che poi lui neanche l’aveva voluto, un figlio. Non se n’era mai sentito capace. Avere un figlio avrebbe comportato una quantità enorme di responsabilità, prima tra tutte quella di educarlo, di insegnargli i valori di ordine ed equilibrio di cui era sempre andato in cerca senza raggiungerli mai. Come poteva trasmettere qualcosa che gli era estraneo? Come poteva essere un esempio e un modello, quando lui stesso si sentiva incompleto e sbagliato? Per anni si rifiutò di mettere al mondo un altro essere umano. Ma dopo anni di discussioni domestiche, anche lui cedette. Il desiderio di un vivere quieto lo spinse a venire incontro alle esigenze di maternità della moglie. L’apatia della sua giovinezza in Italia non era stata spazzata via dagli studi brillanti e dalla carriera, al contrario era sempre pronta a saltar fuori nei momenti critici, quando la prospettiva di un attacco alla normalità lo convincevano che, dopo tutto, avrebbe ben potuto chiudere un occhio sui suoi principi. E nove mesi dopo nacque il loro bambino. Nel momento in cui la culla, il seggiolone, le scarpine ricamate in azzurro, il biberon e i giocattoli cominciarono ad impadronirsi,


centimetro dopo centimetro, di ogni spazio prima consacrato alla vita di coppia, il Dottore si sentì invaso da un senso di gioiosa consuetudine. Era finalmente simile a tutti gli altri esseri umani; anche lui aveva creato un’altra persona, anche lui aveva contribuito all’ordine naturale delle cose seguendo lo stesso percorso di ogni altro membro della società; posava i piedi accanto a quelli identici di mille altri, tutti con lo stesso ritmo cadenzato, tutti nel medesimo paio di scarpe, e il senso di far parte di una grande comunità lo colmava di soddisfazione; e se si rendeva conto, vagamente, di non avere la capacità morale di decidere della vita di un altro essere, allo stesso tempo capiva che quella era l’unica via per impedire all’eccesso di farsi spazio nella sua mente. Su una cosa, però, non volle transigere. Non sarebbe stato uno di quei padri che rivolgono ai figli un amore incondizionato, incapace di riconoscere i loro pregi e difetti; non avrebbe amato per definizione, perché è quanto si richiede ad un genitore. Al contrario il suo sentimento sarebbe stato saggio e meditato, legato all’effettivo valore del figlio.

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L’amore, ancora una volta, si sarebbe tenuto il più possibile lontano dalla malattia infettiva della passione. Sceglieva di avere un figlio, non lo subiva, e come tale si prendeva il diritto di amarlo lucidamente e secondo ragione. Così fece per diciott’anni, finché uccise il suo stesso figlio in un incidente stradale. A questo terribile evento la moglie reagì in maniera imprevedibile: perdonò suo marito. Ma lungi dall’aiutarlo lo annientò. Minò alla radice la considerazione che il Dottore nutriva per lei e lacerò gli ultimi brandelli di stima che li tenevano insieme. Nel suo furore affettivo la donna era riuscita a sopportare, spiegare e persino accettare la colpa del marito. Nascondeva la tragedia dell’accaduto dietro il dito dell’errore umano, della fatalità inattesa e incontrollabile; e più le sue giustificazioni si colorivano di banalità come tutti possono sbagliare, è stata una disgrazia, purtroppo è la vita, più il Dr. Martens si avvedeva dello sforzo tutt’altro che naturale che spingeva la donna a parlare, e che ne annebbiava la capacità critica. Non che la moglie si imponesse di ridimensionare il suo dolore per non farlo pesare al marito; nient’affatto; quel che

sconvolgeva era l’assoluta sincerità con cui si scrollava di dosso ogni pena, era la fiducia che continuava a nutrire verso il Dottore; e questa considerazione piena di accondiscendenza lo dilaniava. Il comportamento di lei non dipendeva da un’oggettiva interpretazione dei fatti, bensì da una soggettiva, mutevole e perciò del tutto inattendibile affezione per lui. Se la morte del figlio non li avesse riguardati, se fosse stata solo una delle tante notizie lette nei giornali, il giudizio tanto del Dottore quanto e soprattutto della moglie sarebbe stato diverso; la mancanza di una conoscenza profonda del responsabile dell’incidente, l’inesistenza di un canale affettivo li avrebbero esortati a esprimere un’opinione a freddo, giusta, razionale, dettata nient’altro che da etica e morale. Ma il giovane ucciso era il suo figliolo, e l’autore dell’ uccisione suo marito; e dal momento che sotto ogni altro aspetto lo ammirava, la moglie non poteva e non voleva utilizzare la stessa chiarezza di giudizio che avrebbe rivolto a chiunque altro, compresi gli amici più cari. Il progetto di creare e portare avanti una famiglia, una casa, una vita serena insieme al marito era sopra ogni altra sua preoccupazione;


tanto che se pur uno degli anelli di quel piano era stato rimosso, rimanevano mille altre tasselli che valeva la pena conservare. Il suo amore costante, coerente con i suoi bisogni di famiglia e era insensato nella sua cecità, prevaleva su ogni naturale ribrezzo, sulla più che giustificata riprovazione che avrebbe potuto rivolgere al marito. Era un sentimento slegato dalle contingenze concrete e incapace di modificarsi in conseguenza della realtà dei fatti. Così, perlomeno, si trovava a pensare il Dr. Martens. Non accettava che quell’affetto famigliare si prendesse il diritto di passar sopra le leggi umane e morali. Chiedeva, pretendeva di essere giudicato e punito per quel che aveva fatto. C’era, nella sua mente, un io ideale verso cui tendeva, un io onesto, corretto, capace, di uomo probo non solo agli occhi dell’amore ma a quelli, meno concilianti e più giusti, dell’intera società. Ora quell’ideale era stato allontanato da un suo errore, e l’approvazione per principio, cui anelava, era stata rimpiazzata dal giudizio caro ma parziale della moglie. L’eccesso di onestà svelava la sua incapacità di compromesso, l’assenza

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di equilibrio tra sé e la realtà esterna, cosa che invece costituisce la saggezza pragmatica della gente normale. Il ricordo della passione insensata che lo aveva legato alla ragazza dalla pelle d’ambra trent’anni prima a Milano era ancora acuto nella sua mente. L’infelicità che ne era derivata l’aveva convinto a dirigere la sua vita in una nuova direzione, gli aveva fatto apprezzare i principi di un’esistenza senza grandi passioni; e vedere quel devasto morale e fisico sugli occhi della sua stessa compagna lo colmava d’ ira e delusione. L’esagerazione lo spingeva a vivere con assolutismo e univocità, tanto da non risparmiare al suo rigore neppure gli affetti più cari. Per lui l’amore non era che il ferro di una gabbia di sbarre e affetto, sempre pronta a calarsi sull’amato e sull’amante in modo irreversibile. Era un giogo di piacere e sicurezza, di limiti e schiavitù. Era il peso del compromesso, e una dipendenza fisica e morale. Un gomito inestricabile di egoismo e altruismo, di libertà e chiusura, in cui la componente egoistica prevaleva sull’altruismo e l’amore per l’altro si traduceva in mera ricerca di un vantaggio personale. Una ragnatela di

sensi di colpa in cui gli amanti si sentivano l’uno estensione dell’altro, incapaci di riconoscere l’esistenza di una separazione tra la loro mente e i corpi. Non era stato così per la ragazza dalla pelle d’ambra? Si era insinuata nella sua vita diventandone un’ossessione, finchè entrambi, resosi conto dell’impossibilità di reggere quel peso, si erano volontariamente cancellati l’uno dall’altro. Era stata una lezione. Non aveva prodotto nel Dottore un rifiuto completo delle passione, ma all’emozione totalizzante aveva preferito uno stile di vita improntato a tutt’altri modelli, in cui la sensatezza e la stima, motivata da un oggettivo valore della persona amata, avrebbero spazzato via l’ eccesso della dipendenza amorosa. Si sforzava di essere un uomo normale, con la sua casa, il giardino, il cane, un figlio persino, come si conviene alle famiglie serene e complete; era come se la sua vita potesse schematizzarsi in un modulo da riempire, e il suo compilatore, avendo orrore delle caselle bianche, si sforzasse di completarle dalla prima all’ultima, minuziosamente. Si sottoponeva ad un inconscio esame del suo rendimento, si accertava che


tutto fosse ordinario e giusto, tutto dentro le caselle del questionario, e non appena sentiva insorgere uno slancio improvviso vi si scagliava contro. Ma la sua collezione ordinata di successi mancava del sapore spontaneo della vita normale. Pareva una di quelle mensole delle stanze dei bambini ricchi, coperte di bambole costose e mai utilizzate. La famiglia, il lavoro, persino gli amici erano impolverati pupazzi mai coinvolti in alcun gioco. E proprio nel momento in cui si credeva un abile burattinaio, l’irrazionalità della moglie aveva infranto ogni sua illusione. Ecco che il figlio, che aveva amato secondo logica e sensatezza, con un rispetto sacro della sua individualità, ecco che il ragazzo lo aveva ricambiato con la denuncia di sentirsi poco amato, e non aveva fatto che puntare il dito, continuamente e con clamore, verso l’ indifferenza paterna. Il recriminare ripetuto, l’esigere un affetto strillato ignorava che non la passione, non l’esagerazione erano la base dei sentimenti. E per quanto il Dr. Martens si affidasse alla logica il figlio rimaneva là, offeso al centro del corridoio. Tutto ciò lo faceva

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andare fuori di testa. Lo lacerava. Era certo che la sua maniera di amare fosse improntata alla libertà e al rispetto; ma il figlio non lo capiva e preferiva l’amore delle massaie napoletane. Il figlio gli riversava addosso il suo rancore; con forza urlava è impossibile parlarti, sei tutto concentrato in te stesso, così, esplodendo di rabbia sul sedile posteriore, scuotendo come un pazzo il sedile del padre al volante, poi non c’era stato più nulla, solo il ticchettio dolce della pioggia. E sulla mensola piena di giocattoli era rimasto un posto vuoto. La moglie era un’ altro di quei balocchi. La conosceva come una persona razionale e serena, senza particolari slanci. Si erano incontrati nel momento in cui il Dottore era più che mai immerso nella sua scalata verso il successo professionale; e quella donna giusta, dominata da una calma tutta inglese e da uno spirito intelligente, gli era sembrata la compagna ideale. Elegante ma non esagerata, curiosa e modesta, si districava nelle relazioni sociali con l’atteggiamento mai fuori le righe che solo gli anglosassoni sanno vantare. Il suo realismo, l’orrore assoluto per l’invadenza

avevano conquistato il Dottore. Quella ragazza era stata la corsia preferenziale verso l’obiettivo di uno stile di vita posato. Giravano la città in bicicletta, andavano al cinema o a mostre d’arte, a concerti, al ristorante, in negozi di libri, insieme con un saldo gruppo di amici, insomma, non gli mancava niente: avevano tutte le carte in regola per essere normali. Ora il Dr. Martens guardava la moglie e non la riconosceva; il suo rispetto della coerenza, la capacità naturale di distinguere il giusto dall’ingiusto si confondevano nel calore inatteso dell’amore. Quello che la animava non era più il sentimento di rispetto di un effettivo valore dell’oggetto amato, ma la dissoluzione di qualsiasi onestà intellettuale. Il punto della situazione sembrava limitarsi a questo: l’amore. Il più potente distruttore di ogni sistema consolidato di valori, tanto più formidabile perché la sua irrazionalità non è vista come un male, ma come emozione umana. Prendiamo un uomo di mezz’età, si diceva il Dr. Martens, e immaginiamolo mentre conversa con un ragazzo che ha abbandonato gli studi. Quello è un signore tollerante e aperto, uno che considera sacro il potere della libertà personale:


cosa gli dirà? Lo esorterà a mantenersi saldo nella sua decisione, se è proprio questo ciò che vuole. Quanto si ribalterebbe la scena se quel signore fosse in realtà suo padre? Quanto l’amore familiare stravolgerà la posizione dell’uomo, finché questi non parlerà più di gusti e scelte, ma farà pesare la sua volontà giustificata dall’affetto? Forse non piegherà affatto le scelte del figlio, e lo capirà. Ma l’amore travestito da coercizione, o da consigli non richiesti, o dal senso di colpa, sarà percepito come qualcosa di imposto e limitante; mentre era, nelle intenzioni del padre, sempre e solo amore. Come incide il sentimento sulla nostra visione delle cose, facendoci dimenticare ciò che applichiamo a chiunque come principio generale, tranne a coloro cui siamo emotivamente legati? Eppure l’amore faceva questo e altro, rifletteva il Dr. Martens. Aveva amato la moglie per la coerenza del suo affetto. Era una che predicava bene e razzolava bene, o anche predicava male e razzolava male, ma si votava pur sempre alla logica e alla coerenza. L’atteggiamento della donna alla morte del figlio era estraneo al suo carattere

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abituale, e fuori da ogni previsione. Il Dottore, invece di riconoscere lo sforzo sovrumano con cui lei cambiava in nome dell’amore, si ritraeva inorridito al trasformarsi del sentimento intelligente in passione. L’amore della moglie gli pareva un inaccettabile slancio di egoismo tutto teso a salvare quella sicurezza e abitudine in cui da tempo viveva; e questo avrebbe finito col distruggere sia lei che lui.

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6. La realtà, forse.

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Il Dr. Martens parti’. Fu subito chiaro che da quel viaggio non sarebbe tornato indietro. Si trovò a disporre, per la prima volta da anni, di una quantità inaspettata di tempo; tempo per ripensare al figlio, e ammettere che non era solo la preoccupazione, ma anche la rabbia che lo legavano a lui. Lo stesso valeva per la moglie. Sentì di non essere mai stato capito, intendiamoci, non che lui fosse la vittima di una situazione superiore alle sue forze, e contro cui aveva tentato di lottare, anzi; era ben cosciente di non aver mai fatto lo sforzo di farsi capire, di comunicare in modo chiaro le sue necessità. Non l’aveva mai fatto, ma neppure era stato incoraggiato, pensava. Forse semplicemente non era la famiglia più adatta a lui; forse era solo capitato male. Tutto questo riflettere gli fece bene. Era fiero di mettersi in discussione, spietatamente, di interrogarsi e condannare le sue colpe. Era soddisfatto di sé e della sua continua voglia di migliorarsi, che neppure le vicende infelici degli ultimi tempi erano riuscite a scalfire. Si guardava ora nel suo studio appartamento, con una montagna di lettere

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a dimostrare l’affetto dei lettori, e finalmente si sentiva nel posto giusto, ora sì che dava libera espressione alla sua passione per la scrittura e faceva esattamente ciò che voleva, come lo voleva. Era seduto alla scrivania, il computer sulle gambe, e ripercorreva la sua vita con pacatezza e comprensione, muovendo le mani piano nell’aria, e fu più o meno in quel momento che si accorse della lettera. È una busta che il Dottore ha separato dalle altre perché è di colore rosa confetto che fa kitch ma del resto a lui il kitch non dispiace. Emana un profumo dolciastro di gomma da masticare, dev’essere l’inchiostro con cui è stato tracciato l’indirizzo, qualcosa che lo fa pensare istantaneamente alla cartoleria Cattaneo nel centro di Lecco, in cui capitava durante le giornate di pioggia e le commesse lo chiamavano per nome non appena metteva piede in negozio e lo dirottavano verso l’angolo delle novità più inutili e più costose, che subito comprava, e la padrona accompagnava la scelta con un sorriso pieno di comprensione e gli diceva porta i saluti alla mamma anche se l’avevano vista solo una volta e parecchi anni prima, e insomma la busta, torniamo alla busta.

Il foglio contiene una scritta in corsivo inserita in un piccolo rettangolo profumato – qualcosa simile al chewing-gum, pensò - e decorata con cuoricini rossi. Decisamente kitsch. L’annuncio era formato da quattro semplici righe.


Bambina di 12 anni, abbandonata, cerca papà. SCOPO FAMIGLIA ( nonostante tutto)

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La rubrica “2 cuori e una capanna”, il cui scopo era parlare d’amore, si trovava ora davanti alla sua espressione più genuina, concettuale. Per il Dottore fu arrivare alla fine del processo di ricerca per cui aveva iniziato ad occuparsi della rubrica stessa. Non so se mi spiego, ma quell’annuncio era così commovente che avrebbe fatto piangere il re Erode in persona - e tutti sanno che Erode non era molto sensibile, quanto a bambini. Se ne stava lì a toccare la lettera per il suo essere una rappresentazione grafica dell’amore; ed averla fra le mani gli dava la sensazione di riuscire a capirlo di più. Una bambina delusa dall’amore era lì a riprovarci ancora, a sperare, e senza alcun dubbio chiedeva protezione e affetto. Dichiarava la sua dipendenza così, senza alcuna fierezza. Aveva bisogno di qualcuno da amare e che l’amasse, e non faceva mistero di tale necessità. Chiedeva l’amore come se fosse un pezzo di pane indispensabile alla vita. Era il pezzo di cucchiaio di cui era in cerca, ma non era un cucchiaio facile da ingoiare. L’intera sua esistenza, si diceva ora il Dottore, si sentiva mettere a nudo dal confronto con la

bambina; le coperte e i veli da cui si era protetta ora cadevano a terra con grande rumore. La sua vita si era tutta svolta in una sola dimensione: la sua. Tutto ciò che aveva realizzato, ogni persona era stata appiattita su una pagina di carta, in grado di esistere solo se ordinata e raccolta in un libro comandato da lui. La ragazza dalla pelle d’ambra, l’ inglese, persino la moglie e il figlio erano stati stilizzati a personaggi di un romanzo, come se fossero elementi esterni che solcassero la sua sfera di interesse solo di tanto in tanto. Erano stati elaborati e concepiti dal suo solo punto di vista; non aveva tentato di immedesimarsi in loro, ma tutto ciò che riguardava gli altri era rielaborato dal Dottore secondo quanto potesse essere utile a lui e a nessun altro. Ognuno esisteva nel momento in cui interagiva con lui, gli era fisicamente accanto, ci lavorava assieme, o ci litigava, o ancora lo ascoltava; ma al di fuori di questo tipo di contatto non esistevano più, scomparivano al voltare della pagina. Le persone della sua vita erano state ridotte alla mera interazione con lui. Erano reali? O no? Non faceva differenza. Aveva sistematicamente negato la loro unicità usandole come strumenti


per vivere nuove cose, nuovi traguardi. L’ultimo articolo che il Dr. Martens pubblicò sul “Gazzettino del Pioverna” prima di andarsene da qualche altra parte su qualche altro treno, era, nelle intenzioni del suo autore, un tentativo di ricapitolare le sue riflessioni sull’amore e cercare di darne una chiave anche a se stesso. Si trattava di due conclusioni stringate e concise, che dicevano così: 1- TUTTI I SENTIMENTI CHE L’UOMO PROVA SONO DIVERSE SFACCETTATURE DEL SENTIMENTO AMORE, OVVERO NON ESISTONO ALTRI SENTIMENTI. 2-AMORE E ODIO SPESSO CONFLUISCONO L’UNO NELL’ALTRO. NON SI CAPISCE QUANDO FINISCE IL PRIMO E QUANDO INIZIA IL SECONDO. Pausa. IN DEFINITIVA, DELL’AMORE CAPISCE UN CAZZO.

NON

SI

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Tric. Tagliacarte. Tac. Scratch. Foglio. Shhhhh. Cerco un uomo di sani principi, no storie a distanza. Shhhh.

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Tac. Traaac. Un libro? E come mai? STump.

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Tagliacarte. Taaac. Scratch. Shhe. Pronto? Pronto, chi è?

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