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ANNO VIII
/2026
RIVISTA SCIENTIFICA E DI INFORMAZIONE OFTALMOLOGICA
INTERVENTIONAL GLAUCOMA, RIVOLUZIONE O EVOLUZIONE? Tra compliance e trattamenti personalizzati, il dibattito si fa su quando intervenire
CASI DA INCUBO Profondo Rosso
TECNICHE CHIRURGICHE “Che tutto parta dalla sclera”
ALTER EGO The (S)Commitments
FGE S.r.l.-Reg. Rivelle 7/F - 14050 Moasca (AT) - Redazione: Strada 4 Milano Fiori, Palazzo Q7 – 20089 Rozzano (MI) - Anno VIII - N. 3/2026 - Trimestrale
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29-31 OTTOBRE 2026 Centro Congressi Rome Cavalieri Via Alberto Cadlolo, 101
ROMA
ISCRIVITI AL CONGRESSO
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ANNO VIII
/2026
RIVISTA SCIENTIFICA E DI INFORMAZIONE OFTALMOLOGICA
Sommario
INTERVENTIONAL GLAUCOMA, RIVOLUZIONE O EVOLUZIONE? Tra compliance e trattamenti personalizzati, il dibattito si fa su quando intervenire
CASI DA INCUBO Profondo Rosso
TECNICHE CHIRURGICHE “Che tutto parta dalla sclera”
ALTER EGO The (S)Commitment
FGE S.r.l.-Reg. Rivelle 7/F - 14050 Moasca (AT) - Redazione: Strada 4 Milano Fiori, Palazzo Q7 – 20089 Rozzano (MI) - Anno VIII - N. 3/2026 - Trimestrale
Redazione Timothy Norris Laura Gaspari, MA redazione@eyeseenews.it www.eyeseenews.it Pubblicità info@fgeditore.it tel 01411706694 Direttore responsabile Ferdinando Fabiano f.fabiano@fgeditore.it Grafica e impaginazione Cristiano Guenzi Copertina Silvia Schiavon Collaboratori Matilde Buzzi, MD Andrea Grosso, MD Paolo Nucci, MD Fabio Panini, MD Coordinamento scientifico Vittorio Picardo, MD Hanno partecipato a questo numero Alessandra Balestrazzi, MD Stefano Barabino, MD, PhD Laura Crawley, MB ChB(Hons), BSc(Hons), MRCP, FRCOphth Matteo Forlini, MD Jesse Gale, MB ChB, FRANZCO Demetrio Manenti Luigi Marino, MD, PhD Leonardo Mastropasqua, MD Cosimo Mazzotta, MD, PhD Luca Menabuoni, MD Alessandro Mularoni, MD Rita Mencucci, MD Vincenzo Orfeo, MD Barbara Parolini, MD Emilio Pedrotti, MD, FEBO Diego Ponzin, MD Luca Rossetti, MD Matteo Sacchi, MD Daniele Tognetto, MD Paolo Vinciguerra, MD Christina Y. Weng, MD, MBA
2 Editoriale 4 Cover Topic
INTERVENTIONAL GLAUCOMA, RIVOLUZIONE O EVOLUZIONE?
10 In Memoria
UN VUOTO INCOLMABILE, UN RICORDO INDELEBILE
14 Casi da Incubo PROFONDO ROSSO
16 Innovazioni
L.U.C.Y.: DALLE STAMINALI UNA NUOVA SPERANZA PER LA VISTA
18 News
Approfondimenti
28 OLTRE L’IDRATAZIONE 30 IL MISTERO DELLA SANS TERESTRE 32 CHIRURGIA E SUPERFICIE OCULARE: PERCHÉ IL PERIOPERATORIO FA LA DIFFERENZA
34 Tecniche Chirurgiche
“CHE TUTTO PARTA DALLA SCLERA”
Editore FGE srl – Fabiano Gruppo Editoriale Redazione: Strada 4 Milano Fiori, Palazzo Q7 20089 Rozzano (MI) Sede legale: Regione Rivelle, 7 14050 Moasca(AT) Tel 0141/1706694 - Fax 0141/856013 Registrazione presso il Tribunale di Asti n. 1/2020 del 05/02/2020
36 Alter ego
THE (S)COMMITMENS
40 News dalle Aziende
Copia omaggio
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Editoriale
LA CHIRURGIA GIUSTA AL MOMENTO GIUSTO di Professor Luca Maria Rossetti, Università degli Studi di Milano, Responsabile del servizio Glaucoma, Clinica Oculistica Ospedale San Paolo.
C Tutte le interviste contenute in questo numero sono consultabili collegandosi al sito:
www.eyeseenews.it 2
Noi oculisti specialisti di glaucoma lo sappiamo, in futuro avremo sempre più pazienti con glaucoma. Questo è un dato di fatto, legato intrinsecamente all’invecchiamento della popolazione e all’allungamento della vita media dei nostri pazienti. Pazienti che sappiamo essere cronici e a cui non possiamo fornire oggi una cura, ma una terapia medico chirurgica consolidata e seguirli lungo il loro percorso, monitorando la malattia. Negli ultimi anni si sta facendo avanti un approccio chiamato “interventional glaucoma”, in cui il paziente arriva un po’ prima alla chirurgia per il glaucoma, rispetto che iniziare con le terapie topiche “tradiziona-
Professor Luca Maria Rossetti
li”. A mio avviso, però, questo tipo di approccio può far passare il messaggio sbagliato ai colleghi e, soprattutto, ai nostri pazienti. La grande maggioranza dei pazienti con glaucoma sono trattati in maniera assolutamente soddisfacente con la terapia medica. La terapia chirurgica, infatti, va considerata quando quella medica non è più sufficiente a garantire la stabilizzazione della funzione visiva nel tempo. Cosa si deve andare a guardare in questi casi? Prima di tutto, valutare i pazienti con l’esame del campo visivo per sapere se c’è un peggioramento che giustificherebbe la chirurgia. Se non facciamo questo tipo di misurazioni, non sa-
Il Professor Antonio Maria Fea era uno specialista di glaucoma stimato e conosciuto a livello sia nazionale che internazionale
premo mai se il paziente peggiora o è stabile e, si sa, il paziente con glaucoma va seguito in una certa maniera. Quando abbiamo stabilito che la terapia topica non è più sufficiente, allora si apre per noi un ventaglio di possibilità chirurgiche che vanno dalle chirurgie tradizionali, a quelle innovative (non amo il termine mininvasive), a quelle drenanti che usiamo di solito in seconda battuta, fino alle procedure ciclodistruttive nei casi più estremi. È innegabile che sono aumentati gli interventi chirurgici, ma perché? Perché abbiamo imparato a gestire meglio la malattia, seguiamo meglio i nostri pazienti e sappiamo che una fetta importante di questi andranno incontro alla chirurgia. Questo deve essere il vero motivo: ottimizzare e migliorare il nostro modo di diagnosticare, fare follow up e monitorare il glaucoma. Valutiamo caso per caso e prendiamo le nostre decisioni come specialisti sempre nell’interesse del preservare la funzione visiva del paziente, consentendogli
di mantenere più a lungo possibile una qualità di vita accettabile, secondo quelli che sono i criteri e le linee guida universalmente accettate. Noi oculisti chirurghi, nel momento in cui il paziente è da operare, dobbiamo poi essere in grado di scegliere la chirurgia che egli necessita e non solo quella che sappiamo eseguire al meglio e siamo fortunati oggi ad avere così tante possibilità da poter considerare. La chirurgia giusta, per il paziente giusto, al momento giusto. Quand’è che un paziente diventa chirurgico? Quando ha un campo visivo che nel tempo peggiora, oppure ha effetti collaterali dei colliri e che diventano insostenibili, o c’è un eccesso di terapia medica, o ha una pressione intraoculare fuori dal range. La stessa non aderenza alla terapia del paziente, di cui si parla tanto, è potenzialmente un indicatore che ci fa capire se considerare o meno la chirurgia, perché se non c’è compliance la malattia progredisce. Un paziente che tollera bene la terapia ed è stabile, tenderà a
seguirla. Ma finché questi è stabile e riesce a tollerare la terapia topica, è meglio non toccarlo e continuare a monitorare la situazione. Il futuro davanti a noi ci fa intravedere nuove strade da seguire e porte che potranno aprirsi. Ad esempio, avere farmaci neuroprotettivi che ci aiutano con la degenerazione delle cellule ganglionari sarà un grosso risultato, ma per ora è tutto ancora in fase di studio. Sicuramente in futuro i volumi della chirurgia del glaucoma aumenteranno ancora di più, ma perché i nostri pazienti vivranno di più, saranno più controllati e avranno bisogno di un aiuto ulteriore rispetto alla sola terapia medica, perché la malattia va avanti, non guarisce, e sta a noi specialisti tenerla sotto controllo avendo a disposizione tutta una serie di “frecce” per gestire al meglio i nostri pazienti seguendo i loro bisogni, oltre che criteri e linee guida che si basano sulle rigorose evidenze scientifiche. Vorrei chiudere questo breve editoriale ricordando il Professor Antonio Maria Fea, scomparso prematuramente il 29 agosto scorso. Il Professor Fea ha dato un contributo fondamentale alla chirurgia del glaucoma, specialmente quella innovativa, di cui era tra i più preparati e se n’è sempre occupato con numerose pubblicazioni e partecipazioni a congressi e società scientifiche. Da quattordici anni faccio un congresso a Zermatt, in Svizzera, e lui è stato una delle prime persone che ho invitato. Come specialisti, è solito trovarsi molto spesso a congressi ed eventi, quindi si instaura quel legame non solo professionale, ma anche affettivo, che diventa molto stretto, fraterno. Antonio era uno di noi, un amico, un fratello, un grande specialista. E se siamo qui oggi a discutere di un argomento così importante, lo dobbiamo anche a lui e al suo lavoro. 3
Cover Topic
INTERVENTIONAL GLAUCOMA, RIVOLUZIONE O EVOLUZIONE? Tra compliance e trattamenti personalizzati, il dibattito si fa su quando intervenire
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Intervista al Professor Matteo Sacchi, Università di Sassari; e alla Dottoressa Laura Crawley, Imperial College Healthcare NHS Trust, Londra
Il Professor Matteo Sacchi è uno specialista di chirurgia del glaucoma e docente dell’Università di Sassari.
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Nel 1999, l’iniziativa Vision 2020 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto il glaucoma come causa di cecità irreversibile a livello mondiale, ma l’aveva fatto ponendolo marginalmente rispetto a cataratta, tracoma o difetti refrattivi. Una scelta sicuramente dettata dall’urgenza di quest’ultime e dalla loro incidenza statistica pesante, ma che ha involontariamente rimarcato la natura quasi occulta di questa malattia cronica per cui non c’è ancora una cura definitiva, tanto da guadagnarsi il poco lusinghiero appellativo di “ladro silenzioso della vista”. Nel 2019, il World Report on Vision dell’OMS stimava 76 milioni di casi per il 2020, destinati a diventare circa 95 per il 2030. Oggi, dopo il duro colpo della pandemia e con sette anni sulle spalle, la situazione è peggiorata: la letteratura stima che siamo già tra gli 80 e i 95 milioni di casi al mondo, con una proiezione drammatica di 111,8 milioni per il 2040. Per il 2060, le stime salgono a 185 milioni. Tra le cause principali di questa impennata ci sono l’allungamento della vita media, una popolazione mondiale che invecchia, e l’aumento dei casi di miopia, oggi riconosciuta come importante fattore di rischio per il glaucoma. Il problema peggiore rimane tuttavia il tempismo con cui si diagnostica la malattia: se il ladro della vista è silenzioso, non ci si accorge fino a che non si è ormai a uno stadio avanzato. D’altro canto, la ricerca non è stata con le mani in mano, rendendo l’armamentario più vasto e non limitato solo a terapia topica e, al limite, alla trabeculectomia o gli impianti di drenaggio. Un maggior perfezionamento tecnologico porta a farsi quindi delle domande, specie davanti a
una malattia cronica che pone delle grosse sfide a pazienti, oftalmologi e sistemi sanitari: e se agissimo in anticipo? Il recente approccio “interventional” mira a cambiare mentalità, allontanandosi dalla pratica di accumulare farmaci o di attendere la progressione del campo visivo prima di intraprendere ulteriori azioni. Tutto questo in una sottospecialità che sta già trasformando sé stessa grazie alle nuove opportunità e che sa di avere davanti delle sfide cruciali se vuole preservare la vista dei pazienti. LE MILLE SFACCETTATURE DELL’ADERENZA ALLA TERAPIA Il glaucoma, come tutte le malattie croniche, ha bisogno che si segua con costanza un piano terapeutico per evitare che peggiori. Peggiorare, in questo caso, significa perdere la vista in modo irreversibile e, di conseguenza, non riuscire a fare tutto ciò che garantisca una buona e dignitosa qualità della vita. Spesso il piano terapeutico prevede l’uso di colliri per abbassare il tono intraoculare, ma nonostante la loro comprovata efficacia, si è visto che possono diventare problematici per alcuni pazienti, sia per la tossicità sulla superficie oculare dovuta ai conservanti, sia per le difficoltà che possono esserci nell’essere regolari nella somministrazione. “Secondo la mia esperienza, i pazienti e le loro famiglie mostrano un interesse crescente verso piani terapeutici per il glaucoma che non richiedano l’uso quotidiano di colliri. Per alcuni pazienti, infatti, l’uso giornaliero di gocce non è affatto un’opzione praticabile, per svariati motivi”, spiega la Dottoressa Laura Crawley, specialista di glaucoma dell’Imperial College Healthcare NHS Trust di Londra.
di Laura Gaspari
Le chirurgie mininvasive stanno prendendo sempre più piede e hanno ridotto i volumi della trabeculectomia tradizionale. Sono una scelta favorevole per molti pazienti, perché li sottopongono a rischi più bassi
Matteo Sacchi
oppure non possono prendere un permesso da lavoro per andare alle visite oftalmologiche senza rischiare il licenziamento. Un problema come quello dell’aderenza alla terapia ha portato negli ultimi anni gli specialisti a chiedersi se si può fare qualcosa per ridurre questo peso sulle spalle di alcuni pazienti. Il concetto di “interventional glaucoma” si è quindi fatto strada per risolvere queste situazioni in cui le gocce diventano un problema. “Se adottiamo un trattamento che è slegato dall’aderenza terapeutica, questo può dare dei benefici”, afferma il Professor Matteo Sacchi, specialista di chirurgia del glaucoma e docente dell’Università di Sassari.
La Dottoressa Laura Crawley è una specialista di glaucoma dell’Imperial College Healthcare NHS Trust di Londra.
Il problema dell’aderenza alla terapia ha diverse sfaccettature e sfumature, non è solo una questione di mancanza di voglia o dimenticanza. In una popolazione che invecchia, con numeri di diagnosi sempre più alti e una moltitudine di esperienze diverse, le criticità da tenere in considerazione sono tante. Come ricorda la Dottoressa Crawley, molti pazienti con glaucoma possono soffrire di altre patologie, come l’artrite, che rende loro fisicamente impossibile instillare il collirio, oppure possono avere ridotte capacità cognitive che li rende fragili. Situazioni come queste coinvolgono anche altre persone, caregiver e membri della famiglia, che si fanno carico della terapia della persona con glaucoma. Ci sono pazienti che sono ancora
attivamente in età lavorativa e, a seconda della loro occupazione, possono più o meno seguire il piano terapeutico di cui necessitano per non perdere la vista e poter continuare con le loro attività professionali e quotidiane. “Alcuni pazienti lavorano con turni di notte, o hanno contratti a chiamata, o guidano tutto il giorno. Spesso questi sono a loro volta caregiver dei loro genitori anziani, o gli unici a supporto di una famiglia multigenerazionale”, spiega la Dottoressa Crawley. Il peso economico è un altro fattore che spesso allontana i pazienti dalla terapia. Alcuni di loro si trovano in condizioni di elevata deprivazione sociale, con salari molto bassi o precari e che non possono permettersi la terapia medica con molti colliri,
IL POTENZIALE DI AGIRE PRIMA “Interventional glaucoma è un concetto nuovo e moderno di intendere la terapia del glaucoma”, spiega il Professor Sacchi. “Si intende un approccio più proattivo che prevede l’utilizzo di procedure terapeutiche diverse dai colliri e quindi una transizione più veloce ad approcci laser o chirurgici”. “Quando parliamo di interventional glaucoma ci riferiamo alle chirurgie mininvasive e al trattamento laser, non alla chirurgia filtrante tradizionale”, specifica Laura Crawley. “Non vuol dire dunque che ogni paziente a cui si fa diagnosi di glaucoma finisce subito in sala operatoria”. Le più recenti innovazioni nel glaucoma hanno sicuramente dato una spinta verso un ripensare il paradigma. In questo, il celebre studio LiGHT, pubblicato su The Lancet nel 2019, è stato fondamentale. “Lo studio LiGHT ha dimostrato in un periodo di sei anni che il trattamento laser è più efficace a stabilizzare il glaucoma nei pazienti rispetto alla terapia medica, ➧ 5
Cover Topic
oltre che avere maggior controllo della malattia e una minor progressione”, afferma Sacchi. Uno studio con un rigore statistico che “ha trasformato la cura del glaucoma”, come afferma la Dottoressa Crawley, rendendo i trattamenti laser “straordinariamente efficaci, sicuri e di qualità per i pazienti selezionati”. Le chirurgie mini invasive stanno venendo progressivamente studiate, e in futuro potrebbero diventare sempre più presenti in un approccio interventional, come afferma il Professor Sacchi. “Le chirurgie mininvasive stanno prendendo sempre più piede e hanno ridotto i volumi della trabeculectomia tradizionale. Sono una scelta favorevole per molti pazienti, perché li sottopongono a rischi più bassi. Per poter rispondere alle esigenze dei pazienti abbiamo bisogno però di ancora più dati, con follow up più lunghi”. Tuttavia, le evidenze scientifiche stanno iniziando ad arrivare, con risultati buoni. “Ci sono prove sempre più numerose e piuttosto convincenti del fatto che il campo visivo si mantenga più a lungo nei pazienti che non devono sottoporsi a una 6
terapia quotidiana a base di colliri”, spiega la Dottoressa Crawley citando uno studio come quello di Gillmann et al. del 2024, che ha dimostrato come la tecnologia iStent riesca a stabilizzare efficacemente la progressione del glaucoma. Inoltre, ci sono nuovi farmaci a lunga durata d’azione, approvati per ora solo da FDA, che possono essere utilizzati in combinazione con l’intervento chirurgico “È quindi possibile associare un dispositivo a rilascio prolungato di farmaci antiglaucoma allo stent per micro-bypass trabecolare. Sappiamo che i nostri colleghi americani stanno riscontrando buoni risultati”, spiega Laura Crawley. QUALI SONO I BENEFICI? Tra i grossi benefici osservati, al di là di quelli visivi, ci sono anche quelli psicologici e sulla qualità della vita del paziente. “I pazienti riferiscono di sentirsi meglio, anche a livello psicologico. Hanno meno secchezza, irritazione, irritabilità. Alcuni dati suggeriscono che si sentano più sicuri a guidare, ad esempio, con una migliore qualità visiva”, aggiunge la Dottoressa Crawley. Anche i sistemi sanitari potrebbero
godere dei benefici di un approccio più proattivo al glaucoma. Per quanto le tecnologie siano costose all’inizio, o le operazioni chirurgiche abbiano un peso sul budget sanitario, secondo la Dottoressa Crawley potrebbero diventare un investimento futuro. “Più pazienti abbiamo stabilizzato nella gestione del glaucoma, meno peso potenzialmente ci sarebbe sui sistemi sanitari nazionali”, sostiene. I pazienti più idonei sono quelli affetti da glaucoma da iniziale a moderato. “Il laser SLT e le chirurgie mininvasive e angolari sono indicate nei glaucomi iniziali”, spiega il Professor Sacchi. Addirittura, viene contemplato anche in quei pazienti glaucomatosi che si devono sottoporre all’intervento di cataratta. “Possono essere indicate anche in alcuni pazienti che si devono sottoporre a chirurgia di cataratta e hanno contestualmente un glaucoma iniziale o ben controllato. Il beneficio qui è mantenere controllata la pressione dell’occhio e alleggerire l’uso di farmaci, specie in quei pazienti che hanno terapie mediche massimali, con anche tre o quattro gocce al
Cover Topic Secondo la mia esperienza, i pazienti e le loro famiglie mostrano un interesse crescente verso piani terapeutici per il glaucoma che non richiedano l’uso quotidiano di colliri
Laura Crawley
giorno”, prosegue. Per Laura Crawley, ove possibile, non intervenire sul glaucoma durante un intervento di cataratta è un’occasione sprecata. “Per un paziente sotto terapia topica e che deve fare una cataratta potrebbe essere utile offrirgli o almeno discutere di questa opportunità dato che si sta già operando l’occhio. Non significa che va bene per tutti, ma almeno discuterne”, afferma. L’ERA MODERNA DELLA GESTIONE DEL GLAUCOMA Sia il Professor Sacchi che la Dottoressa Crawley pensano che l’interventional glaucoma non spazzerà via completamente la terapia topica. Tuttavia, secondo il Professor Sacchi, siamo già in un momento della storia in cui l’approccio si è fatto più proattivo. “La trabeculectomia non sparirà, ma oggi cerchiamo di anticipare perché abbiamo da una parte interventi mininvasivi con profili di sicurezza migliori e cerchiamo di evitare ai pazienti una terapia topica massimale”. “Nessuno dice che siamo sul punto di abbandonare completamente i farmaci, non è questo il punto focale dell’interventional glaucoma”, afferma Laura Crawley. “L’aspetto positivo di questo approccio è la possibilità di guadagnare tempo. Si può avere un paziente con una forma di glaucoma molto resistente, per il quale i colliri non sono più efficaci, ma che non si sente ancora pronto ad accettare un intervento chirurgico, quantomeno non una procedura importante come la chirurgia filtrante”. Con i pazienti glaucomatosi, costruire la fiducia tramite una buona comunicazione è essenziale e può portare a trovare un trattamento che sia personalizzato e su misura. “Il nostro è un percorso che facciamo con il paziente e dura anni, per questo ci deve esse8
re un razionale nella scelta della terapia e prendere la direzione giusta: la sfida è capire quale sia il trattamento per quel paziente. E per molti pazienti un approccio meno invasivo è la scelta corretta”, sostiene Sacchi. L’appello agli oculisti è quello di ascoltare i propri pazienti; viceversa, i pazienti devono essere incoraggiati a essere onesti con il loro medico sul loro stato di salute visiva e psicologica. “Ai miei colleghi dico, le gocce hanno ancora un posto nella nostra pratica, ma sceglietele senza conservanti, che non intacchino la superficie oculare. Ai pazienti invece, suggerisco di non restare in silenzio e non aver paura a condividere con noi specialisti come vi sentite veramente”, dichiara Laura Crawley. L’obiettivo è comunque quello di spingere verso diagnosi più tempestive, perché ancora oggi si presentano pazienti con glaucomi moderati o avanzati che non possono beneficiare di questo tipo di trattamenti in prima linea. Ogni paziente è dunque diverso e ogni caso va valutato con estrema attenzione ed è questa forse la chiave di volta nell’era moderna della gestione del glaucoma, come puntualizza la Dottoressa Crawley. “Avere la flessibilità di offrire un piano terapeutico personalizzato e su misura per l’individuo è la cosa giusta da fare per assicurare le cure migliori”. Essere specialisti di glaucoma comporta infatti uno sforzo in più, tipico di quando si gestisce una malattia cronica. “Bisogna scegliere l’approccio giusto per quel momento nella storia del paziente e capire quando serve un trattamento piuttosto che un altro. Questo è esattamente cosa comporta la complessità di gestire una malattia cronica come il glaucoma e gestire tutti i trattamenti che abbiamo a disposizione”, conclude il Professor Matteo Sacchi.
.BIBLIOGRAFIA 1 World Report on Vision. Geneva: World Health Organization. 2 Wang Z., et al. Global Glaucoma Prevalence: Burden and Projection to 2060, American Journal of Ophthalmology, 2025; 283, 324-335; Peng Y, et al. Global, regional and national burden of glaucoma from 1990 to 2021 and projections to 2050: a retrospective cross-sectional study. BMJ Open. 2026;16(1):e108975. Published 2026 Jan 13. doi:10.1136/ bmjopen-2025-108975 3 Gazzard G, Konstantakopoulou E, Garway-Heath D et al. Selective laser trabeculoplasty versus eye drops for first-line treatment of ocular hypertension and glaucoma (LiGHT): a multicentre randomised controlled trial, The Lancet, 2019; 393, 1505-1516 4 Gillmann K, Hornbeak DM. Rates of visual field change and functional progression in glaucoma following trabecular microbypass implantation of iStent technologies: a meta-analysis. BMJ Open Ophthalmol. 2024;9(1):e001575. Published 2024 Feb 15. doi:10.1136/bmjophth-2023-001575
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In Memoria
UN VUOTO INCOLMABILE, UN RICORDO INDELEBILE In memoria di Alessandro Franchini, tra oculistica e umanità
Il Dottor Alessandro Franchini frequentava moltissimi congressi
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Ci ha lasciati a fine agosto dopo una lunga malattia il Dottor Alessandro Franchini, un oculista stimato e rispettato da colleghi, pazienti e oltre. Nato nel 1955, ha completato gli studi di medicina e la specializzazione sempre nella sua Firenze. “Con Frank, lo chiamavo così, ci conoscevamo fino da ragazzi, Firenze è piccola. Da sempre il più disponibile, anche per dare aiuti nelle piccole di-
savventure giovanili, lui e suo fratello!”, si legge su un post social congiunto del Dottor Luca Menabuoni e del Dottor Luigi Marino. “Da grandicelli abbiamo condiviso gli studi, prima medicina e poi oculistica, lui un anno più giovane”. Il Dottor Franchini era da anni Dirigente Medico presso la clinica oculistica dell’Ospedale di Careggi, fino alla pensione qualche mese fa, lavorando spalla a spalla con altri grandi nomi dell’oculistica fiorentina e italiana. “Innamorato della Clinica Oculistica è sempre rimasto nelle mura dividendo esperienze e svago con Marco Nardi, Stano Rizzo, Marco Puccioni e tanti altri sotto la guida del Professor Barca e, soprattutto, del Professor Venturi”, scrivono Menabuoni e Marino. “Trent’anni insieme sono una vita”, ricorda la Professoressa Rita Mencucci, sua collega al Careggi e amica. “Ci siamo incontrati praticamente ogni giorno, abbiamo lavorato fianco a fianco, condiviso problemi, soddisfazioni, risate e pezzi delle nostre vite con quello spirito particolare che ci univa, maledettamente toscano. Mi vengono in mente tanti momenti, anche e soprattutto i più semplici: le chiacchiere tra una chirurgia e l’altra, le battute, il tuo modo di stare con noi. Mi mancherai davvero”. L’interesse principale in oculistica del Dottor Franchini era il segmento anteriore. “Si è sempre occupato della chirurgia del segmento anteriore e in particolare della cataratta dove è stato pioniere delle molteplici trasformazioni vissute dagli anni ‘80 a oggi. Fu il primo a usare il faco-laser e a farlo conoscere a tutti noi”, raccontano assieme
di Redazione di EyeSee
Il Dottor Franchini con il Dottor Matteo Forlini durante un’intervista per Talk EyeSee al congresso AICCER di Rimini 2026.
Menabuoni e Marino. Era impegnato anche nella ricerca, ed è stato interessante trovare un vecchissimo articolo su EuroTimes, rivista dell’ESCRS, datato 1999 su una sua presentazione al Winter Meeting di Atene della società europea proprio sul faco-laser, a testimonianza della sua presenza internazionale. LA VITA ASSOCIATIVA E LA FORMAZIONE DEI GIOVANI La dedizione del Dottor Franchini si è espressa anche nella partecipazione attiva a società scientifiche come AICCER e AIMO: in entrambe, infatti, era parte del Consiglio Direttivo insieme a tanti grandi nomi dell’oftalmologia italiana. “Ho condiviso con lui il Direttivo di AICCER e chirurgie in diretta per tanti anni. Una grande perdita sia per AICCER che per l’oculistica italiana”, afferma il Professor Leonardo Mastropasqua. “Gran signore, ottimo chirurgo e oculista sempre aperto all’innovazione. Per me un grande amico con cui era molto bello discutere di qualsiasi cosa anche al di fuori del nostro lavoro”. Quando ha ricoperto la carica di consigliere AICCER aveva organizzato molti congressi nella sua Firenze, come ricordano Menabuoni e Marino, riscontrando un enorme successo, specie tra i giovani. “Un’ovazione lo ha accompagnato nei tre giorni congressuali”, scrivono. Come scrive il Professor Emilio Pedrotti, il contributo professionale e personale del Dottor Franchini all’associazione è stato immenso. “In AICCER abbiamo condiviso idee, progetti, discussioni, congressi e tanti momenti di quella vita associativa che negli anni fi-
nisce inevitabilmente per creare legami che vanno ben oltre la professione. Nel suo ruolo di Vicepresidente ha sempre portato competenza e passione, ma soprattutto quel suo modo personale di stare con gli altri, fatto di disponibilità, schiettezza e umanità”. La formazione degli specializzandi era l’altro grande impegno di Alessandro
Franchini, “i suoi ragazzi”, come li chiamava, che seguiva con attenzione e scrupolo, da bravo maestro, anche se non era formalmente Professore. “Ho avuto poco tempo per conoscere il Dottor Franchini, ma tanto mi è bastato per capire che è stato il classico “medico di altri tempi”: capace di instaurare relazioni di cura autentiche con i pazienti e desideroso a trasmettere conoscenza e competenze a noi giovani colleghi”, ricorda il Dottor Fabio Panini. “Per me i pochi mesi in cui abbiamo condiviso l’ambulatorio sono stati motivo di crescita professionale e personale”. Con Franchini si sono formati numerosissimi chirurghi che fanno parte oggi dell’eccellenza italiana. “Alessandro Franchini è stato un amico e un collega esemplare, gentile ed educato con tutti, appassionato al suo lavoro e in particolare a tutto ciò che riguardava la chirurgia della cataratta”, afferma la Dottoressa Alessandra Balestrazzi, Presidente AIMO. “Il Consiglio Direttivo di AIMO ha deciso di ricordarlo durante il congresso a Roma e di intitolare alla sua memoria un premio per le migliori tesi di laurea nel campo
Il Dottor Franchini con il Professor Cosimo Mazzotta
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In Memoria dell’oftalmologia, anche per sottolineare il suo interesse per la formazione dei giovani oculisti”. AMICO DI TUTTI Al di là della sua brillante carriera e la sua bravura come oculista, il Dottor Franchini è ricordato da tutti come un uomo buono, gentile e solare. “Lo conoscevo da più di vent’anni”, scrive il Professor Daniele Tognetto. “Una vita professionale assieme, sempre in sintonia, seppur lontani: lui a Firenze, io a Trieste. Ma, certo, non ci mancavano le occasioni per incontrarci. Ed erano sempre momenti durante i quali la sua simpatia, la sua intelligenza e il suo carattere aperto lasciavano trasparire il senso profondo della sua visione della vita”. Per molti non era solo un collega, ma un amico, di quelli veri. “È una perdita grande perché era una persona semplice, umile e di grande cultura, due cose che spesso si accompagnano insieme”, dichiara il Professor Vincenzo Orfeo. “Non l’ho mai visto arrabbiato o sgarbato: era sempre solare, sorridente e capace di portare serenità ovunque si trovasse”, racconta il Professor Paolo Vinciguerra. “Sapeva mettere in luce solo il bello delle persone e delle situazioni, riducendo con naturalezza i lati negativi. Non serbava rancore né inimicizie e offriva sempre a chiunque la possibilità di ricominciare. È stato un piacere averlo come amico”. “Alessandro era un caro amico. Una persona colta e ironica con la quale fin da subito si è creata una sintonia, grazie a quel modo di vedere la vita e gli eventi nella “giusta misura”, sempre con il sorriso, la battuta pronta e la voglia di sdrammatizzare”, spiega il Professor Cosimo Mazzotta. “Mi resta sempre il ricordo delle sue parole di incoraggiamento e il suo abbraccio rassicurante quando mi diceva “amico mio, vai avanti, sei forte”. Grazie Alessandro, mi hai saputo sempre rassicurare con il tuo garbo e il tuo spirito dissacrante, anche nei miei momenti più difficili”. “Molti anni di lavoro assieme e anche di amicizia. Molte affinità sia per quello che riguarda il lavoro, ma anche per gli hobby, il tempo libero e tante idee sulle cose importanti della vita”, afferma il Dottor Alessandro Mularoni. “Mi sono però accorto realmente di chi fosse Alessandro quando sono andato al suo funerale e lì ho trovato un gruppo 12
Il Dottor Franchini e il Dottor Luigi Menabuoni
di persone, di amici che frequentava, facenti parte di comunità che interpretava realmente il suo spirito di generosità e altruismo. Siamo andati via da quell’evento con la tristezza nel cuore, ma convinti di aver avuto il privilegio di frequentare una persona davvero speciale”. Nonostante la malattia, il Dottor Franchini è riuscito a essere sempre presente per colleghi, amici, e oculistica. “Ha vissuto la malattia sempre con serenità e dignità, quasi fosse una difficoltà come tante, senza mai far pesare a chi gli stava vicino la sua sofferenza. Tanto che, pur sapendo quanto fosse difficile per lui, nemmeno io riuscivo a considerarlo davvero un malato”, prosegue il Professor Tognetto. Come scrive il Professor Pedrotti, una persona come il Dottor Franchini, anche se viene a mancare, lascia un grosso lascito ai posteri. “Quando viene a mancare qualcuno con cui abbiamo percorso un pezzo importante della nostra strada, rimangono tanti ricordi: le riunioni, le discussioni, qualche divergenza, le risate, i progetti costruiti insieme. Momenti che allora sembravano normali e che oggi assumono un valore diverso”. “Di Alessandro porterò con me le espressioni più belle del suo essere: la gentilezza, il sorriso, la disponibilità, l’altruismo, la cordialità, l’umiltà, la moderazione, la modestia, la capacità di creare armonia. Le aveva tutte,
insieme. Tutte. Qualità semplici e autentiche, che chiunque lo abbia conosciuto, non può non aver riconosciuto in lui”, afferma il Professor Tognetto. Gli fa eco il Professor Pedrotti, aggiungendo, “credo che il modo più bello per rendergli omaggio sia continuare a portare con noi qualcosa del suo entusiasmo, della sua passione per il nostro lavoro e del suo modo di vivere l’amicizia e la collegialità”. Alessandro Franchini era un amico anche per noi della redazione di EyeSee, un grande punto di riferimento che ha contribuito con la sua professionalità, simpatia e disponibilità alla rivista in moltissimi modi. Difficilmente rifiutava un’intervista, anche quando aveva poco tempo a disposizione, parlandoci delle ultime innovazioni nella chirurgia della cataratta e del segmento anteriore con quel distintivo accento toscano, e con grande semplicità. Ogni congresso, quando lo incontravamo, era occasione per scherzare sulle sue memorabili e iconiche cravatte e scambiare qualche battuta insieme, con quel fare affettuoso e dolce che lo ha sempre contraddistinto. Anche noi della redazione di EyeSee ci uniamo al cordoglio di chi ha avuto il piacere e l’onore di conoscerlo e inviamo le più sentite condoglianze alla sua famiglia. Nonostante il vuoto che ha lasciato nel mondo dell’oftalmologia italiana, porteremo sempre il suo ricordo nel nostro cuore.
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Casi da Incubo
PROFONDO ROSSO Il racconto “horror” di una chirurgia solo apparentemente di routine
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Intervista alla Professoressa Christina Y. Weng, Baylor College of Medicine, Houston, Stati Uniti
Per collegarsi al video, scansionare il codice QR
Professoressa Christina Y. Weng
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Un uomo di 48 anni, una miopia di circa 7 diottrie, un distacco di retina regmatogeno macula-off e un visus di 20/400. Una rottura retinica inferiore a ore 7, associata a degenerazione a lattice e a un aspetto molto bolloso del distacco. Per quanto il quadro sia impegnativo, un caso simile può essere gestito con una strategia chirurgica ben definita. Talvolta, tuttavia, è sufficiente un singolo passaggio per cambiare completamente lo scenario. È il caso presentato da Christina Y. Weng, MD, MBA, Professoressa di Oftalmologia e Direttrice della Fellowship in Chirurgia Vitreoretinica del Baylor College of Medicine di Houston, durante una Surgical Pearls Roundtable di Retinal Physician. Un caso che, come racconta sorridendo la stessa Weng, le è probabilmente “costato qualche anno di vita”, ma che si è concluso con un risultato sorprendente. LA STRATEGIA INIZIALE Il paziente presenta un cristallino perfettamente trasparente e assenza di distacco posteriore di vitreo. Nonostante la posizione particolarmente posteriore della rottura, la scelta iniziale proposta da Weng ricade quindi su un cerchiaggio episclerale a 360 gradi. Viene quindi posizionata una banda in silicone, ma il cerchiaggio non riesce a sostenere adeguatamente la rottura a ore 7. Weng decide quindi di aggiungere una spugna radiale, ed è proprio in quel momento che la situazione precipita improvvisamente. Durante il posizionamento del punto a materassaio posteriore della spugna, l’ago della sutura in Mersilene 5-0 perfora accidentalmente la sclera.
“In pochi istanti compare una vasta emorragia sottoretinica”, racconta Weng. “Nonostante le mie manovre di aumento della pressione intraoculare e di tilting del bulbo, l’emorragia si estende subito fino a coinvolgere la macula”. CONVERTIRE O FERMARSI? Di fronte a un’emorragia sottoretinica maculare come questa, la tentazione di convertire immediatamente l’intervento in una vitrectomia via pars plana può essere forte. In quel momento, tuttavia, Weng sceglie invece la strada opposta: fermarsi. L’intervento non viene convertito in vitrectomia. Vengono invece iniettati 0,3 mL di SF6 al 100% e al paziente viene prescritto un posizionamento prono per una settimana, con l’obiettivo di ottenere uno spostamento pneumatico del sangue dalla regione maculare. Una decisione apparentemente controintuitiva, ma con un forte razionale. “Una vitrectomia eseguita in questa fase avrebbe infatti comportato una riduzione della pressione intraoculare”, spiega Weng, “con il potenziale rischio di favorire ulteriormente l’espansione dell’emorragia”. UN NUOVO COLPO DI SCENA Nel postoperatorio, però, compare un altro problema: il paziente si ripresenta con una densa emorragia vitreale che impedisce completamente la visualizzazione del fondo oculare. “Cosa sta accadendo dietro quella cortina di sangue?”. Il timore di Weng è comprensibile. Una prima risposta rassicurante viene fornita dall’ecografia B-scan, che, nei giorni successivi all’intervento, mostra una retina completamente aderente.
di Matilde Buzzi
Nonostante le mie manovre di aumento della pressione intraoculare e di tilting del bulbo, l’emorragia si estende subito fino a coinvolgere la macula
Christina Y. Weng
Uno screenshot dal video presentato dalla Professoressa Weng durante una Surgical Pearls Roundtable di Retinal Physician. Il video completo si può vedere scannerizzando il QR code
L’ipotesi di Weng è che il sangue sottoretinico si sia fatto strada attraverso la rottura originaria a ore 7, passando così nella cavità vitreale. Paradossalmente, quella stessa rottura che aveva reso così complessa la gestione iniziale del distacco potrebbe aver dunque contribuito alla risoluzione dell’emorragia sottoretinica. Weng, ancora una volta, decide di aspettare. Tre settimane dopo, in presenza della persistente emorragia vitreale, il paziente torna quindi in sala operatoria per una vitrectomia 25-gauge. Una volta rimosso il sangue dal vitreo, la Professoressa nota con una certa dose di sollievo che la retina è completamente aderente e l’emorragia maculare si è completamente risolta: “finalmente una sorpresa positiva”, pensa. Rimane soltanto una piccola quantità di sangue lungo il margine posteriore del cerchiaggio; l’area viene quindi trattata con barrage laser. PREVENIRE, PRIMA DI TUTTO Il caso offre anche l’occasione per ricordare quanto l’emorragia rappresenti una complicanza possibile in diversi
momenti della chirurgia episclerale: durante il drenaggio del liquido sottoretinico, il passaggio delle suture, la creazione dei tunnel sclerali o la crioterapia. Il rischio merita particolare attenzione negli occhi altamente miopi, nei quali la sclera può essere estremamente sottile, e quando è necessario posizionare elementi molto posteriormente. Un dettaglio apparentemente banale può diventare cruciale: sentire l’ago. Durante il passaggio sclerale, un’improvvisa perdita di resistenza e accelerazione dell’ago può indicare che il passaggio è diventato troppo superficiale o, al contrario, troppo profondo. Su consiglio della Professoressa Weng, in questi casi è preferibile fermarsi, controllare e riposizionare la sutura E se l’emorragia si verifica? Le priorità, spiega Weng, diventano “innanzitutto evitare l’espulsione del contenuto oculare, aumentare la pressione intraoculare per stabilizzare il sanguinamento e, quando possibile, orientare l’occhio in modo da allontanare il sangue dalla regione maculare”.
DA 20/400 A 20/20 Nonostante un distacco di retina macula-off, una perforazione sclerale intraoperatoria, una vasta emorragia sottoretinica con coinvolgimento maculare e una successiva emorragia vitreale, il paziente raggiunge un’acuità visiva finale di 20/20, con retina completamente aderente. “Evidentemente”, sottolinea Weng, “la rapidità con cui è stato effettuato il dislocamento pneumatico del sangue sottoretinico ha probabilmente contribuito a limitare la tossicità retinica e il danno ai fotorecettori”. A distanza di anni il risultato rimane stabile. Il caso lascia quindi una lezione che va oltre la gestione dell’emorragia nella chirurgia episclerale: quando compare una complicanza grave, l’istinto del chirurgo può essere quello di intervenire immediatamente, per cercare di risolvere il problema. Ma ogni nuovo gesto chirurgico modifica gli equilibri dell’occhio e può introdurre nuovi rischi. In alcune situazioni, la decisione più difficile non è capire cosa fare dopo. È capire quando fermarsi. 15
Innovazioni
L.U.C.Y.: DALLE STAMINALI UNA NUOVA SPERANZA PER LA VISTA Dal Nobel fino alla Banca degli Occhi del Veneto, una ricerca rivoluzionaria nella terapia cellulare
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Intervista al Dottor Diego Ponzin, Presidente di Banca degli Occhi del Veneto Ets, Venezia
Dottor Diego Ponzin durante il convegno “Regenerative Ophthalmology For Retinal Disorders” dove è stato presentato il Progetto L.U.C.Y.
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Nel 1962 un biologo britannico, John B. Gurdon, sostituisce un nucleo immaturo di una cellula uovo di rana con quello di una cellula intestinale matura, sviluppando un girino clonato perfettamente normale. Gurdon andava così a sfidare quello che fino a quel momento era un dogma assoluto: le cellule specializzate sono irreversibilmente destinate al loro ruolo e non possono essere riprogrammate. L’ipotesi di Gurdon, che inseguiva già da qualche anno, era che il DNA contenuto nel nucleo possedesse tutte le informazioni necessarie per lo sviluppo di diverse cellule di un organismo, rendendo possibile riportare il nucleo stesso a uno stato pluripotente e immaturo. Su queste basi, più di quarant’anni dopo, il medico giapponese Shinya Yamanaka va ancora più a fondo: attraverso un lungo lavoro di selezione sperimentale sulle cellule dei topi prima, e degli umani poi, riesce a individuare i quattro geni decisivi, chiamati poi fattori di Yamanaka, in grado di riprogrammare in laboratorio cellule mature in cellule staminali pluripotenti indotte (cellule iPS), a loro volta capaci di svilupparsi in altri tipi cellulari maturi. I lavori pionieristici di Gurdon e Yamanaka hanno valso loro il premio Nobel per la medicina nel 2012 e oggi, quasi quindici anni dopo, iniziano a essere presi in considerazione in oftalmologia, specialmente per le patologie della retina, anche in Italia, dove non mancano realtà già attive in progetti di terapia cellulare come la Fondazione Banca degli Occhi del Veneto Ets.
UNA SPERANZA PER LA DEGENERAZIONE MACULARE SENILE Quando si parla di malattie della retina come la degenerazione maculare senile (AMD), si è davanti a realtà importanti dove il paziente ha la prospettiva di perdere la vista. Si stima sia la prima causa di cecità nei Paesi occidentali, con una percentuale del 12,3% di persone colpite in Europa tra i 45 e gli 85 anni e che ha portato alla cecità circa sessantamila persone solo nel nostro Paese. I numeri progressivamente aumenteranno a causa dell’innalzamento della prospettiva di vita e dell’invecchiamento della popolazione, arrivando a oltre 26 milioni di casi in Europa per il 2040. La ricerca, instancabilmente, sta provando a dare una risposta alle cause di questa patologia. “Sappiamo che aumenta esponenzialmente dopo i 65 anni, ma purtroppo non esistono informazioni sulle cause in sé della patologia; quindi, non sappiamo ancora in quale momento si scatena”, spiega il Dottor Diego Ponzin, Presidente della Fondazione Banca degli Occhi del Veneto Ets. Tuttavia, come afferma Ponzin, oggi conosciamo quali sono patogenesi e fattori di rischio, e sappiamo inoltre quali sono le prime cellule retiniche ad ammalarsi: le cellule dell’epitelio pigmentato retinico. Banca degli Occhi del Veneto è da sempre all’avanguardia nella terapia cellulare, e la prima struttura al mondo a distribuire innesti di cellule staminali corneali epiteliali ricostruiti in vitro per il trattamento di patologie oculari non curabili con il trapianto di cornea. Tuttavia, sottolinea Ponzin, non ci si ferma solo al segmento anteriore. “Il nostro interesse è rivolto ormai non solo alla cornea, ma anche alla parte posterio-
di Laura Gaspari
Il nostro interesse è rivolto ormai non solo alla cornea, ma anche alla parte posteriore dell’occhio, con progetti negli ultimi anni incentrati sulla retina e sulla ricostruzione proprio dell’epitelio pigmentato retinico
Diego Ponzin
Schema iPSCs: Come funzionano le cellule staminali pluripotenti indotte, immagine gentilmente concessa dalla Banca degli Occhi del Veneto Ets.
re dell’occhio, con progetti negli ultimi anni incentrati sulla retina e sulla ricostruzione proprio dell’epitelio pigmentato retinico”. Da questo interesse nasce la sinergia con un laboratorio del National Eye Institute (NEI) di Bethesda, nel Maryland, uno dei ventisette istituti dei National Institutes of Health (NIH) statunitensi, per portare in Italia uno studio di avanguardia che, se di successo, ha il potenziale di rivoluzionare il modo in cui trattiamo una malattia degenerativa come l’AMD. UN PROGETTO INTERNAZIONALE D’AVANGUARDIA Si chiama L.U.C.Y. (Lineage-guided Use of Cell-derived therapy for Yield improvement in age-related macular degeneration) il progetto ambizioso e internazionale che coinvolgerà alcuni centri del nostro Paese e che è stato presentato presso la sede di Banca degli Occhi a Mestre lo scorso 24 aprile 2026, a margine del convegno “Regenerative ophthalmology for retinal disorders”. Si tratta di uno studio multicentrico, volto a dimostrare
la sicurezza e l’efficacia di una terapia cellulare avanzata che sia in grado di bloccare la progressione dell’AMD e, potenzialmente, invertire il danno. Si tratta della prima volta in assoluto che viene fatta una sperimentazione clinica su suolo italiano con questo metodo. Ciò sarà possibile, continua Ponzin, proprio grazie alla scoperta di Yamanaka e alle metodologie già utilizzate da parte del team statunitense del NEI, guidato dal Dottor Kapil Bharthi. “Le cellule somatiche del paziente, come quelle del sangue, vengono prelevate, ricondotte allo stadio di cellule staminali pluripotenti indotte in laboratorio e riprogrammate per diventare cellule dell’epitelio pigmentato retinico”, spiega il Dottor Ponzin. Le cellule saranno poi impiantate nella retina dei pazienti facenti parte dello studio. Si tratta di un progetto ambizioso e complesso e che coprirà un arco temporale di una decina d’anni di lavoro e che ora è ancora sta completando la fase di validazione del processo e l’iter di approvazione
da parte degli enti competenti nazionali, oltre che il reclutamento del piccolo gruppo di pazienti. Un progetto che avrà un costo importante, ma che espande ancora di più gli orizzonti della ricerca e che si spera possa fare il primo innesto già nel prossimo anno, osserva Ponzin. Passerà ancora molto tempo prima che l’utilizzo delle cellule iPS diventi una terapia comunemente utilizzata, ma come ogni ricerca pionieristica, il primo passo è quello che ci permette di osare e provare a guardare oltre ciò che conosciamo, esplorando l’ignoto. La collaborazione internazionale e realtà coraggiose sono in grado di inseguire questa ambizione, fedeli alla propria missione. “Noi siamo partiti e viviamo grazie al mondo dei trapianti e delle donazioni. L’impegno e le testimonianze delle famiglie ci permettono di andare avanti e trovare queste soluzioni, che sono in qualche modo figlie o comunque legate alla medicina dei trapianti”, conclude Diego Ponzin. 17
News
ADDIO AL PROFESSOR VITO DE MOLFETTA, PIONIERE DELL’OFTALMOLOGIA
È
È scomparso lo scorso 21 agosto 2026 il Professor Vito De Molfetta, una figura di rilievo e un pioniere dell’oftalmologia italiana. Formatosi presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni, fino al 2002, ha guidato il Dipartimento di Oculistica dell’Ospedale San Gerardo di Monza. “È stato per noi impareggiabile esempio di grande dedizione all’attività chirurgica e scientifica nonché maestro di vita”, ha scritto in una nota per SISO il Dottor Michele Coppola, oggi Direttore di Oculistica al San Gerardo. “I risultati professionali da lui raggiunti sono sempre stati molto apprezzati dal mondo scientifico. Grazie a lui il reparto di oculistica di Monza ha raggiunto una indiscutibile notorietà a livello nazionale ed inter-
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nazionale”. Il Professor De Molfetta è ricordato particolarmente per la sua attività di ricerca e chirurgica, specialmente vitreoretinica, e per aver introdotto già nel 1973 la tecnica della vitrectomia nel nostro Paese. Nella sua carriera ha contribuito alla formazione di generazioni di specialisti, alcuni di loro diventati poi a loro volta grandi maestri dell’oftalmologia italiana e internazionale. Si è prodigato negli anni a trasmettere le sue conoscenze e le sue passioni a molti colleghi grazie anche alla partecipazione a corsi e congressi. Anche negli ultimi anni, è rimasto legato all’Ospedale San Gerardo, partecipando lo scorso febbraio alle Giornate di Chirurgia Vitreoretinica. “Con Vito De Molfetta scompare
un grande chirurgo, un grande innovatore, un grande maestro per molte generazioni di oculisti. Mi sento di dire che insieme abbiamo cambiato profondamente l’oftalmologia italiana introducendo e diffondendo la chirurgia vitreoretinica”, ha scritto sul sito della Fondazione Bietti il Presidente, il Professor Mario Stirpe. “Scompare l’uomo ma la sua enorme professionalità continua a vivere nelle generazioni di oculisti che ha formato e che, animati dal suo spirito, continueranno a far crescere e progredire l’oftalmologia italiana e internazionale”. Al Professor Vito De Molfetta, EyeSee dedicherà un articolo più ampio sulla sua vita e i suoi straordinari traguardi nel prossimo numero.
CHIRURGIA DELLA CATARATTA, ANCORA RISULTATI ECCELLENTI IN EUROPA
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Nel 2024 gli esiti della chirurgia della cataratta in Europa hanno continuato a mostrare risultati eccellenti in termini di sicurezza e di parametri visivi e refrattivi, secondo i dati più recenti dell’European Registry of Quality Outcomes (EUREQUO). EUREQUO raccoglie informazioni che includono dati demografici dei pazienti, acuità visiva preoperatoria, comorbidità oculari, tecniche chirurgiche, scelta della IOL, biometria, complicanze ed esiti refrattivi postoperatori e consente ai chirurghi e alle cliniche di confrontare i propri risultati e individuare opportunità per migliorare gli esiti. I dati sono stati presentati durante il 44esimo Congresso Annuale dell’ESCRS a Londra dal Dottor Carlo Bellucci, ricer-
catore presso l’Università di Parma e includono 363.039 chirurgie della cataratta eseguite in 12 Paesi europei nel 2024. Dalla sua istituzione nel 2007, EUREQUO ha registrato quasi 5 milioni di interventi di cataratta. La miglior acuità visiva corretta (BCVA), misurata secondo la notazione decimale, è passata da una media di 0,448 prima dell’intervento a 0,939 dopo l’intervento. Nel postoperatorio, il 92,6% degli occhi ha raggiunto una BCVA di almeno 0,5, mentre il 68,6% ha ottenuto una BCVA di almeno 1,0. Anche i risultati refrattivi hanno mostrato una sostanziale corrispondenza tra gli esiti previsti e quelli effettivamente ottenuti. L’errore medio assoluto di previsione biometrica è stato di 0,56 D, con l’84,95% degli occhi che
ha raggiunto un valore compreso entro 1,0 D dall’obiettivo prefissato. La facoemulsificazione con impianto di IOL in camera posteriore rimane l’approccio chirurgico più diffuso, rappresentando il 98,9% delle procedure registrate nel 2024. La rottura della capsula posteriore è la complicanza intraoperatoria segnalata con maggiore frequenza (0,39% delle procedure). Nel postoperatorio, l’edema maculare cistoide è risultato la complicanza più frequentemente registrata, interessando lo 0,13% degli occhi. Tra le tecnologie IOL avanzate, le lenti toriche sono state le più utilizzate. Rimane diffuso anche l’impiego delle IOL monofocali, che generalmente garantiscono una visione nitida a una singola distanza focale. “Nei prossimi anni prevedo un’evoluzione della tecnologia IOL con lo sviluppo di lenti a visione simultanea, progettate per ripristinare la visione a tutte le distanze riducendo al minimo o eliminando la necessità di occhiali”, ha dichiarato il Dottor Bellucci. “Attualmente, la loro adozione è ancora limitata dai costi, mentre la ricerca tecnica prosegue”. Tuttavia, il costo delle tecnologie IOL avanzate rimane un potenziale ostacolo a una loro più ampia diffusione. Secondo le informazioni allegate al rapporto del registro, gli interventi di cataratta in regime privato possono partire da circa 3.400 sterline per occhio nel Regno Unito e 4.000 euro per occhio nell’Unione Europea, con costi finali variabili in base alla tecnologia IOL scelta.
Fonte: https://eyewire.news/news/european-cataract-registry-reports-improving-outcomes-across-more-than-363000-surgeries?c4src=article%3Ainfinite-scroll 19
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ESCRS 2026: L’INQUINAMENTO POTREBBE AUMENTARE IL RISCHIO DI CATARATTA E GLAUCOMA
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Secondo una revisione sistematica e una meta-analisi presentate al 44esimo Congresso Annuale ESCRS di Londra, le persone che vivono in aree con livelli più elevati di inquinamento atmosferico hanno maggiori probabilità di sviluppare glaucoma e cataratta. La ricerca è stata illustrata dal Dottor Ahmed Alnabihi del King Khaled Eye Specialist Hospital and Research Center di Riad, in Arabia Saudita. I ricercatori hanno esaminato i livelli di diverse tipologie di inquinanti at-
mosferici: particolato (PM2.5 e PM10), biossido di azoto, biossido di zolfo, ozono e monossido di carbonio. Tali livelli sono stati confrontati con l’incidenza di diagnosi di glaucoma, cataratta o degenerazione maculare senile. È emerso che, all’aumentare dei livelli di particolato fine (PM2.5), cresce anche il rischio di glaucoma: le persone residenti nelle aree più inquinate presentavano una probabilità fino al 70% maggiore di sviluppare la patologia rispetto a chi viveva nelle zone meno inquinate.
È stato inoltre riscontrato un rischio costantemente più elevato di sviluppare la cataratta per i residenti delle aree più inquinate, con un’icidenza crescente proporzionale al livello di inquinamento. “Il dato più evidente ha riguardato il particolato fine, ovvero quelle minuscole particelle presenti nel fumo, nei gas di scarico dei veicoli e nelle emissioni industriali, sufficientemente piccole da penetrare in profondità nell’organismo”, ha affermato il Dottor Alnabihi. “Si ritiene che le particelle fini provochino infiammazione e stress ossidativo nell’organismo”, ha commentato. Come ha infatti proseguito a spiegare al pubblico, un’esposizione prolungata nel corso degli anni può danneggiare il nervo ottico, fattore rilevante per il glaucoma, o il cristallino, aspetto cruciale per la cataratta. A differenza della maggior parte degli altri organi, l’occhio è direttamente esposto all’ambiente esterno. La superficie oculare non presenta alcuna barriera che la separi dall’aria esterna. “Ciò conferisce una maggiore plausibilità biologica a questa correlazione rispetto a quanto avvenga per altri organi”, ha concluso il Dottor Alnabihi.
Fonte: https://eyewire.news/news/exposure-to-air-pollution-may-increase-risk-of-glaucoma-cataract?c4src=article%3Ainfinite-scroll 20
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NUOVO TRATTAMENTO CON CELLULE STAMINALI MIGLIORA LA VISTA NELLA CHERATOPATIA ASSOCIATA AD ANIRIDIA
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Uno studio pubblicato di recente su JAMA Ophthalmology ha rilevato che un trattamento innovativo a base di cellule staminali per la cheratopatia associata all’aniridia (ARK) è in grado di migliorare la vista dei pazienti. Lo studio clinico, il primo condotto sull’uomo per una patologia oculare genetica rara e precedentemente intrattabile, è stato realizzato presso il Moorfields Eye Hospital e l’Institute of Ophthalmology dell’University College London (UCL). L’aniridia è una malattia genetica ereditaria che colpisce la superficie oculare e le cellule staminali limbari causata da una mutazione del gene PAX6 e che comporta una grave perdita della vista. L’ARK è una forma progressiva di aniridia che porta a una carenza di cellule staminali limbari e colpisce una quota della popolazione compresa tra uno su 40.000 e uno su 100.000. La pato-
logia provoca la crescita di tessuto congiuntivale sulla cornea, rendendo l’occhio opaco e formando uno strato ispessito che peggiora progressivamente la visione. Il team del Moorfields ha sviluppato uno scaffold in collagene ingegnerizzato per veicolare cellule staminali epiteliali limbari e cellule staminali stromali al fine di trattare l’area interessata. Nello studio, l’intervento è stato eseguito su un occhio, mentre l’altro è stato utilizzato come controllo. I nove pazienti coinvolti nello studio presentavano inizialmente un punteggio medio della superficie oculare (Ocular Surface Score - OSS) di 9,4 nell’occhio trattato e di 8,4 in quello non trattato, con i punteggi da 0 a 5 che indicano una gravità lieve, da 6 a 10 moderata e da 11 a 15 grave. Negli occhi trattati, il punteggio è migliorato portandosi a 5,9 dopo 3
mesi (6,7 dopo 12 mesi), mentre negli occhi non trattati è risultato pari a 8,0 dopo 12 mesi. Anche i punteggi ETDRS degli occhi trattati sono migliorati, con un incremento medio di 24 lettere, pari a quasi cinque righe di una tabella optometrica standard. “Si tratta del primo utilizzo in ambito oftalmico di uno scaffold in collagene contenente due tipi di cellule staminali; il trattamento si è rivelato efficace per una patologia progressiva, precedentemente intrattabile, che porta alla perdita della vista”, ha dichiarato Sajjad Ahmad, autore dello studio e chirurgo oftalmico specialista presso il Moorfields Eye Hospital e Professore di rigenerazione corneale presso l’Institute of Ophthalmology dell’UCL. “Ora puntiamo a proseguire con uno studio clinico su più ampia scala, nell’ottica di far approvare questa procedura come trattamento del Servizio Sanitario Nazionale (NHS)”. Questa ricerca è stata resa possibile grazie ai finanziamenti del Medical Research Council, della Moorfields Eye Charity e del NIHR Biomedical Research Centre presso il Moorfields Eye Hospital.
Fonte: Kaye AE, Morgan L, Shah R, et al. Combined Limbal Epithelial and Stromal Cell Transplant for Aniridia-Related Keratopathy: A Nonrandomized Clinical Trial. JAMA Ophthalmol. 2026;144(9):812–819. doi:10.1001/ jamaophthalmol.2026.2701 22
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USO DI EXTENSION PER CIGLIA ASSOCIATO A DEMODEX E DISFUNZIONE DELLE GHIANDOLE DI MEIBOMIO
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Uno studio presentato al 44esimo Congresso Annuale di ESCRS a Londra ha suggerito che le giovani donne che utilizzano regolarmente le extension alle ciglia sono soggette alla presenza di Demodex folliculorum. Questi acari possono causare una reazione cutanea dolorosa nota come demodicosi. Lo studio ha inoltre evidenziato che molte delle partecipanti manifestavano sintomi di irritazione oculare e problemi alle ghiandole di Meibomio. “L’applicazione di extension alle ciglia è un trattamento estetico estremamente diffuso tra le giovani donne, poiché conferisce alle ciglia un aspetto più lungo e folto senza la necessità di utilizzare il mascara”, ha dichiarato la Dottoressa Tetiana Zhmud, del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università Medica Nazionale “Pirogov” di Vinnytsia, in Ucraina, che ha presentato lo studio al meeting di Londra.
L’indagine ha coinvolto 345 donne di età compresa tra i 16 e i 28 anni. Più della metà del campione (58%) ricorre alle extension alle ciglia ogni 3-4 settimane e quasi la metà di questo gruppo (47,6%) ha riferito di aver avvertito fastidio, arrossamento, lacrimazione o prurito in seguito al trattamento. Successivamente, con un’analisi della meibografia sul campione, la Dottoressa Zhmud e i suoi colleghi hanno riscontrato segni di disfunzione di tali ghiandole nell’85% delle donne che avevano effettuato l’applicazione di extension almeno dieci volte. In una fase successiva, il team di ricerca ha esaminato al microscopio campioni di ciglia prelevati da 25 partecipanti che facevano uso abituale di extension; in tutti i casi, tranne uno, è stata rilevata la presenza del Demodex folliculorum. In 18 casi sono stati osservati segni di irritazione cutanea tipicamente associati a questi acari, quali prurito e irritazione
perioculare, arrossamento, gonfiore, adesione delle ciglia tra loro e presenza di squame cutanee alla base delle ciglia stesse. La Dottoressa Zhmud ha suggerito che semplici misure igieniche, come la pulizia delle ciglia e il trattamento delle infestazioni da Demodex quando necessario, potrebbero rendere l’uso delle extension molto più sicuro. “Per gli specialisti, questi risultati sottolineano l’importanza di prendere in considerazione la blefarite da Demodex nei pazienti che presentano irritazione palpebrale cronica, in particolare in coloro che utilizzano regolarmente extension alle ciglia. Per gli operatori del settore estetico, i nostri risultati possono favorire l’elaborazione di raccomandazioni sull’igiene palpebrale e sulla necessità di informare i clienti in merito ai potenziali rischi per la salute oculare associati alle procedure ripetute di applicazione di extension alle ciglia”, ha affermato la Dottoressa Zhmud. Il team di ricercatori ha inoltre precisato che si tratta di uno studio di dimensioni ridotte, privo di un gruppo di controllo di non utilizzatori di extension. Ricerche future potrebbero coinvolgere un gruppo più ampio di individui, con e senza extension, per confrontare la carica di acari presente e valutare in che modo la frequenza del trattamento influisca sulla salute oculare e sui sintomi dell’infestazione.
Fonte: https://escrs.org/channels/news/regular-use-of-eyelash-extensions-linked-toskin-mites-eye-irritation-and-blockedglands 24
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SOMMINISTRATA PRIMA DOSE NELLO STUDIO DI FASE 3 SU LINSITINIB PER LA MALATTIA OCULARE TIROIDEA
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Sling Therapeutics ha annunciato la somministrazione della prima dose ai pazienti nello studio di fase 3 ORBIT; si tratta di uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, volto a valutare l’efficacia e la sicurezza di Linsitinib, una piccola molecola a somministrazione orale che agisce come inibitore del recettore del fattore di crescita insulino-simile di tipo 1 (IGF-1R) in adulti affetti da orbitopatia tiroidea (o oftalmopatia di Graves) attiva di grado da moderato a grave. È previsto l’arruolamento di circa 130 pazienti nello studio ORBIT, randomizzati con un rapporto 1:1 a ricevere Linsitinib orale (150 mg) o placebo due volte al giorno per 24 settimane. L’endpoint primario
è rappresentato dalla proporzione di pazienti che mostrano una riduzione della proptosi di almeno 2 mm nell’occhio in esame, senza un contestuale peggioramento nell’occhio controlaterale. Gli endpoint secondari includono la variazione media della proptosi rispetto al basale, il tasso complessivo di risposta, il punteggio di attività clinica (Clinical Activity Score) e i risultati del questionario sulla qualità della vita nell’oftalmopatia di Graves. Al termine del periodo di trattamento di 24 settimane, i pazienti potranno accedere a una fase di estensione in aperto della durata di ulteriori 24 settimane. Alla data del comunicato stampa, lo scorso 16 settembre, lo studio ORBIT
è in fase di arruolamento attivo. “L’orbitopatia tiroidea è una grave malattia autoimmune oculare che può progredire rapidamente, causare danni permanenti e, nei casi più gravi, compromettere la vista. Un trattamento tempestivo è fondamentale; tuttavia, molti pazienti non ricevono cure a causa dei limiti delle terapie attualmente disponibili, tra cui le preoccupazioni per la possibile perdita dell’udito a lungo termine e il disagio legato agli spostamenti verso i centri di infusione”, ha dichiarato in un comunicato stampa il Dottor Raymond Douglas, chirurgo oculoplastico specializzato in chirurgia estetica e ricostruttiva. “Una terapia orale efficace come Linsitinib potrebbe contribuire a superare tali ostacoli e ad ampliare significativamente l’accesso alle cure. Visti i risultati sulla riduzione della proptosi e il profilo di sicurezza favorevole osservati finora con Linsitinib, attendo con interesse di vedere il suo potenziale ulteriormente valutato nello studio ORBIT”, ha concluso.
Fonte: https://www.businesswire.com/ news/home/20260916871832/ en/Sling-Therapeutics-Announces-First-Patients-Dosed-in-Global-Phase-3-ORBIT-Pivotal-Trial-of-Linsitinib-for-Thyroid-Eye-Disease 26
Nessuna progressione della miopia*, in media, nei primi 12 mesi di utilizzo
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MiYOSMART iQ è la soluzione Hoya più evoluta per la gestione della miopia, grazie a un design potenziato in grado di elevare lo standard di prevenzione. Con segmenti di defocus più vicini al centro della lente, un maggior potere di defocus e una zona di trattamento più estesa, MiYOSMART iQ offre una notevole efficacia nel gestire la progressione della miopia nei più giovani.
1. Tse DY, Hon Y, Chun RK, et al. Myopia Control Efficacy of Defocus Incorporated Multiple Segments Spectacle lens with Triple Enhanced Design: 12-month randomized controlled trial. Abstract 2523, ARVO 2026 Annual Meeting, Denver, USA. https://eppro02.ativ.me/web/index.php?page=IntHtml&project=ARVO26&id=4486941 (accessed date 27.05.2026) 2. HOYA data on file. HOYA MiYOSMART iQ spectacle lens clinical outcomes. 04/2026. / HOYA dati in archivio. Dati commerciali delle lenti MiYOSMART iQ. 04/2026 3. Kaymak H, Devenijn M, Tse DY, et al. Defocus Incorporated Multiple Segments Spectacle Lenses with Triple Enhanced Design Normalize and Neutralize Axial Elongation in Myopic Children: A Randomized Three-Arm Trial Using AMMC Physiological Growth Criteria. Abstract OD72, ARVO Annual Meeting 2026, Denver, USA. https://eppro02.ativ.me/web/index. php?page=IntHtml&project=ARVO26&id=4490935 (accessed date 27.05.2026) *I risultati relativi ai bambini miopi di età compresa tra i 4 e i 12 anni possono variare a seconda della fascia d’età e di altri parametri presenti all’inizio del trattamento con MiYOSMART iQ.
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Approfondimenti
OLTRE L’IDRATAZIONE L’innovativa formulazione di Relys (Sildeha) favorisce un’azione attiva contro la Malattia dell’Occhio Secco
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Intervista al Professor Stefano Barabino, Responsabile del Centro di Superficie Oculare dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano e al Dottor Demetrio Manenti, CEO di Sildeha.
Professor Stefano Barabino
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La maggior parte delle lacrime artificiali disponibili oggi sul mercato si limita ad agire come lubrificante, rallentando il processo di evaporazione del film lacrimale allo scopo di ridurre l’irritazione della superficie oculare. Tuttavia, questo non consente di agire sul processo infiammatorio alla base della Malattia dell’Occhio Secco, almeno fino a oggi. Tra i colliri oggi maggiormente prescritti, RELYS® si distingue in particolare per essere l’unica soluzione appositamente pensata per avere una vera e propria azione biologica attiva sulla superficie oculare, grazie al suo principio attivo brevettato sT-LysYal®. Unico nel suo genere, sT-LysYal® è stato definito da Barabino, Labetoulle e dai più grossi esperti europei ‘un modulatore della superficie oculare,’ basato su un aggregato supramolecolare di ialuronato di lisina, timina e cloruro di sodio che forma una struttura tridimensionale a nanotubi. La struttura molecolare crea veri e propri canali che fanno
scorrere l’acqua in modo dinamico intra ed extra cellulare. L’acqua scorre lungo le catene ben distese dell’Aggregato sT-LysYal®, il quale scambia con i tessuti e le cellule della superficie oculare, riattivando il menisco lacrimale naturale e riducendo il danno degli epiteli. La sua particolare efficacia è stata approfondita in uno studio pubblicato dal laboratorio della Dottoressa Marisa Meloni, che ha approfondito le proprietà dell’aggregato di promuovere il ripristino dell’equilibrio delle cellule epiteliali, oltre a modulare l’infiammazione. In questo studio, sono stati valutati l’espressione di diversi biomarker chiave coinvolti nel processo infiammatorio e nel danno epiteliale tipici della Malattia dell’Occhio Secco (Dry Eye Disease - DED), come TLR4, CD14, CD86 e AQP3. Tali risultati hanno dimostrato l’efficacia di questo aggregato nel ripristino dell’epitelio corneale a seguito di un insulto causato da Malattia dell’Occhio Secco. La particolare struttura supramolecolare di sT-LysYal,® la rende inoltre una molecola più stabile e dinamica rispetto all’acido ialuronico. “sT-LysYal® è un aggregato supramolecolare capace di agire sulle strutture della superficie oculare ripristinando l’omeostasi mediante un significativo aumento dei processi di idratazione che modulano l’infiammazione e consentono di riparare le lesioni degli epiteli corneale e congiuntivale”, spiega il Dottor Demetrio Manenti, CEO di Sildeha. “Si tratta di un prodotto particolarmente indicato per la cura di pazienti con Malattia dell’Occhio Secco moderata e severa, DED in pazienti diabetici, o DED secondaria a interventi chirurgici”, aggiunge. “RELYS® è indicato per i pazienti con Malattia dell’Occhio Secco che presentano alterazione del film lacrimale e
di Timothy Norris
Dottor Demetrio Manenti
della superficie oculare, associate a sintomi di discomfort oculare e segni di instabilità lacrimale”, sottolinea il Professor Stefano Barabino, Responsabile del Centro di Superficie Oculare dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano. “Si tratta di un prodotto che può essere utilizzato in differenti situazioni cliniche, come parte della gestione della patologia, con lo scopo di stabilizzare il film lacrimale e ripristinare l’equilibrio delle cellule della superficie oculare”. Oltre ai risultati positivi espressi dagli studi in vitro, uno studio randomizzato controllato in doppio cieco ha confrontato il prodotto con dei sostituti lacrimali di riferimento, in pazienti affetti da DED, in particolare quelli con sintomi persistenti da almeno sei mesi, con un punteggio SANDE ≥ 30 e almeno un segno obiettivo di malattia, con BUT ≤10 secondi oppure colorazione corneale positiva. I dati raccolti hanno
mostrato una significativa riduzione dei sintomi riferiti dai pazienti trattati con RELYS®. “Lo studio ha valutato sia i sintomi riferiti dal paziente che i parametri obiettivi della superficie oculare, come colorazione corneale e stabilità del film lacrimale”, spiega Barabino. “Dopo due mesi, questi hanno mostrato nel gruppo di pazienti trattati con RELYS® un aumento del break-up time e una riduzione del danno epiteliale corneale, evidenziata dalla diminuzione della colorazione con fluoresceina”. Secondo il Professor Barabino, RELYS® è un prodotto che può essere indicato non solo in pazienti con Malattia dell’Occhio Secco da lieve a grave, compresa la sua forma evaporativa, ma anche nel trattamento pre- e postoperatorio e nel trattamento di sintomi della DED associata a patologie sistemiche. “RELYS® può essere un ottimo trattamento di supporto nei pazienti con patologie sistemiche che predispongono all’occhio secco, come la sindrome di Sjögren e nei pazienti con diabete in cui c’è un’alterazione degli epiteli della superficie oculare”, afferma. “Inoltre, sT-LysYal® ha dimostrato di essere efficace anche per il trattamento di lesioni dell’epitelio corneale, blefariti, arrossamento oculare, o fastidio causato da eccessiva esposizione alla luce solare”, aggiunge Manenti. La capacità di ripristinare l’equilibrio omeostatico della superficie oculare
dell’aggregato supramolecolare di sT-LysYal® rende RELYS® anche un ottimo prodotto per la cura delle superfici oculari sane, come prevenzione e protezione da sollecitazioni esterne. “RELYS® può essere utilizzato per ridurre l’affaticamento visivo, in particolare causato dall’uso prolungato di schermi e videoterminali, che aumentano l’esposizione dell’occhio alla luce blu, riducono la frequenza di ammiccamento e possono aumentare il rischio di insorgenza di occhio secco”, concordano Barabino e Manenti. “Il prodotto può inoltre essere indicato dopo intervento di cataratta e nei portatori di lenti a contatto potendolo finalmente usare senza togliere le lenti”, conclude Manenti.
Bibliografia: 1 Barabino S, Benitez-Del-Castillo JM, Fuchsluger T, Labetoulle M, Malachkova N, Meloni M, Utheim TP, Rolando M. Dry eye disease treatment: the role of tear substitutes, their future, and an updated classification. Eur Rev Med Pharmacol Sci. 2020 Sep;24(17):8642-8652. doi: 10.26355/eurrev_202009_22801. PMID: 32964952. 2 Meloni M, Carriero F, Ceriotti L, Barabino S. Development of a Novel In Vitro Immuno-Competent Model of Dry Eye Disease and Its Use to Evaluate the Efficacy of an Ocular Surface Modulator. Ocular Immunology and Inflammation. 2022;30(78):1816-1824. doi:10.1080/0927394 8.2021.1961811 3 Barabino S, Rosa A, Marini S, Bianchi CD, Rolando M. Evaluation of the Performance of an Ocular Surface Modulator Containing ST-Lysyal Versus Hyaluronic Acid Eyedrops in Patients with Dry Eye Disease: A Pilot Study. Ophthalmol Ther. 2025 Jan;14(1):117-128. doi: 10.1007/ s40123-024-01062-2. Epub 2024 Nov 19. PMID: 39560701; PMCID: PMC11724810. 4 Barabino S, Meloni M, Manenti D, Cipriano-Bonvin P. T-LysYal for Managing Dry Eye Disease, the Advent of Supramolecular Aggregates in Ophthalmology: A Narrative Review. Journal of Clinical Medicine. 2026;15(2):429. DOI: 10.3390/ jcm15020429 29
Approfondimenti
IL MISTERO DELLA SANS TERRESTRE Lo strano legame tra alcuni casi clinici terrestri e la sindrome neuro-oculare degli astronauti
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Intervista al Dottor Jesse Gale, Capital Eye Specialists, Wellington, Nuova Zelanda Con introduzione di Vittorio Picardo
Il Dottor Andrea Grosso e il Dottor Jesse Gale
Continua la nostra serie di interviste condotte dai colleghi Paolo Nucci e Andrea Grosso in occasione del seminario sulla sindrome neuro-oculare associata ai voli spaziali tenutosi allo scorso congresso SISO 2025 a Roma e condotto proprio dal Professor Nucci. In questo numero pubblichiamo l’intervista al Dottor Jesse Gale, oftalmologo esperto in cataratta, glaucoma e neuro-oftalmologia della clinica Capital Eye Specialists di Wellington, in Nuova Zelanda. In queste pagine, il Dottor Gale ci parla di alcuni pazienti che mostrano sintomi oculari sorprendentemente simili alla SANS, la sindrome che colpisce gli astronauti durante le missioni di lunga durata, aprendo interrogativi su meccanismi comuni legati alla pressione dei fluidi nell’occhio. Uno studio condotto simulando gli effetti della microgravità aiuta a fare luce su queste dinamiche, con ricadute pratiche per chi soffre di glaucoma o ipertensione intracranica. Una realtà affascinante che sembra futuro, ma è già oggi! Hai condiviso con noi i casi di alcuni pazienti non astronauti con shift ipermetropico progressivo e pieghe coroidali. Hai dimostrato che questi casi di ‘SANS terrestre’, ovvero che presentano le caratteristiche cliniche tipiche della sindrome neuroftalmologica associata al volo spaziale, risultano particolarmente interessanti, poiché si avvicinano molto di più al quadro della SANS rispetto al tipico paziente con ipertensione intracranica, il quale presenta invece mal di testa, edema della papilla, acufeni pulsanti e paralisi del sesto nervo cranico. Un altro aspetto interessante è che si
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trattava di uomini bianchi alti (simili agli astronauti!) e uno di loro aveva un fratello con gli stessi sintomi. Potresti gentilmente spiegarci meglio questi casi? Questi casi sono insoliti e in passato sono stati generalmente diagnosticati con pieghe coroidali “idiopatiche”. Mi ha interessato il fatto che, quando si sviluppa progressivamente in età adulta con un notevole shift ipermetropico, ciò implica una certa espansione della guaina del nervo ottico. La mia impressione su questi pazienti è che abbiano un’anatomia simile a una valvola nel canale ottico che intrappola progressivamente il liquido cerebrospinale nel nervo ottico nel compartimento orbitale, e questo è probabilmente simile a ciò che accade agli astronauti. Gli angiogrammi ICG possono aiutarci a rilevare la coroidopatia da sovraccarico venoso? Il sovraccarico venoso della coroide indotto dalla microgravità può svolgere un ruolo nella fisiopatologia della SANS, e una coroidopatia da sovraccarico venoso può aiutare a spiegare diverse caratteristiche della SANS che rimangono inspiegate da un’eziologia di elevata pressione intracranica. Hai riscontrato una coroide anormalmente spessa? Nei miei casi la coroide era spessa, ma non anormale. È difficile sapere quanto fosse cambiata rispetto a prima dei sintomi. Nei miei volontari sottoposti a inversione si è riscontrato un aumento misurabile dello spessore coroidale subfoveale con aumento della pressione venosa, ma non credo che sarebbe più facile visualizzarlo con l’angiografia ICG, poiché i mo-
di Andrea Grosso e Paolo Nucci
Il Dottor Gale prende le misurazioni con l’inversione
sulla circonferenza del globo oculare senza modificare significativamente la pressione translaminare. Abbiamo precedentemente discusso con Jonathan dell’importanza della ridondanza biologica, fondamentale per il recupero delle RCGc lesionate. Un altro aspetto rilevante in biologia è la presenza dei compartimenti: il canale ottico presenta discontinuità nello spazio subaracnoideo, che possono intrappolare il fluido nell’orbita. Potresti approfondire i casi anomali del tuo studio? Di 15 volontari sani, c’era un partecipante in cui entrambi gli occhi presentavano un aumento sostanziale della pressione venosa profonda in inversione, il che implica un aumento maggiore della PIO rispetto alla PIC. Circa sei partecipanti presentavano una diminuzione della pulsazione venosa profonda con inversione, che significa un aumento maggiore della PIC rispetto alla PIO. È una scoperta notevole che in volontari adulti sani ci sia stata una tale variazione nelle variazioni fisiologiche della pressione con la posizione del corpo, e mi chiedo se questa variazione sia un fattore di rischio per le neuropatie ottiche correlate alla pressione.
derni OCT ci offrono un’eccellente risoluzione e misurazioni oggettive al di sotto della retina.
Il Professor Paolo Nucci
Potresti fornirci maggiori dettagli sul tuo studio SPAES FERS a Wellington? Sapevamo che sia la pressione intraoculare (PIO) che quella intracranica (PIC) aumentano con la posizione a testa in giù (inversione) e abbiamo utilizzato le pulsazioni venose retiniche (RVP) per individuare quale pressione aumentasse maggiormente. Se la PIO aumenta più della PIC, ci aspettiamo un aumento della RVP; se la PIC aumentasse più della PIO, osserveremmo una diminuzione della RVP. Abbiamo misurato notevoli aumenti della PIO con l’inversione, ma nella maggior parte dei soggetti la RVP non è cambiata, il che implicava un aumento equivalente della PIC. Ciò suggerisce che entrambe le pressioni siano guidate dalla stessa colonna di fluido venoso e l’inversione sembrerebbe essere un modello interessante per aumentare lo stress
Un caso anomalo con un aumento della pulsazione venosa profonda in inversione potrebbe essere a rischio di glaucoma e non dovrebbe fare la verticale sulla Terra, ma la stessa persona sembrerebbe avere un rischio inferiore di SANS se trascorresse del tempo in orbita. Quali sono le implicazioni cliniche? Questi risultati potrebbero essere rilevanti per il modo in cui le persone dormono. Alcune persone con glaucoma o ipertensione intracranica potrebbero trarre beneficio da un letto inclinato a testa in su o in giù, e la direzione dell’inclinazione potrebbe non essere intuitiva. I casi anomali del nostro studio potrebbero scoprire che la gravità agisce a favore o contro i loro nervi ottici. Ma l’altra implicazione è che per la maggior parte delle persone la posizione del corpo non influisce sulla differenza di pressione translaminare relativa a livello del disco ottico; quindi, la maggior parte delle persone non deve preoccuparsi di hobby o attività con la testa abbassata. 31
Approfondimenti
CHIRURGIA E SUPERFICIE OCULARE: PERCHÉ IL PERIOPERATORIO FA LA DIFFERENZA L’utilizzo del gel canalicolare si è dimostrato efficace per ottimizzare la superficie oculare
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Intervista al Professor Stefano Barabino, Responsabile del Centro di Superficie Oculare dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano.
Professor Stefano Barabino
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Grazie alla sua capacità di migliorare la stabilità del film lacrimale, l’occlusione canalicolare lacrimale è una procedura mininvasiva estremamente efficace nella riduzione della sintomatologia della Malattia dell’Occhio Secco. La maggior parte dei plug canalicolari presenti sul mercato, tuttavia, sono prodotti in materiale sintetico come plastica o silicone, che possono risultare difficili nell’inserimento, causando fastidio nel paziente con il rischio, talvolta, di estrusione. Così come sono, i plug canalicolari non rispondono completamente alle esigenze del paziente e dello specialista, come ha spiegato il Professor Stefano Barabino, MD, PhD, Responsabile del Centro di Superficie Oculare dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano. A rispondere a queste problematiche è presente sul mercato un gel canalicolare (Lacrifill), un dispositivo a base di gel sterile a base di acido ialuronico retico-
lato. Il gel viene iniettato direttamente all’interno del canalicolo lacrimale, permettendone l’occlusione in maniera mininvasiva e biologica. Rappresenta una soluzione alternativa ai plug sintetici che ha già dimostrato una maggiore tollerabilità, semplicità d’uso e con minori rischi di effetti indesiderati, aggiunge il Professor Barabino, approfondendo l’argomento in un’intervista in esclusiva su EyeSee. Parliamo di chirurgia, quanto è importante la visita preoperatoria per ottimizzare gli outcome post-intervento? La visita preoperatoria è assolutamente fondamentale. È ampiamente dimostrato in letteratura che i risultati della chirurgia possono essere negativamente influenzati da condizioni preesistenti della superficie oculare, in particolare quando si effettua un intervento di cataratta e refrattiva. È sempre opportuno, quindi, procedere con una valutazione approfondita delle condizioni della superficie oculare e dei suoi epiteli, esaminando la stabilità, la qualità e la quantità del film lacrimale e, infine, valutare il bordo palpebrale per un’eventuale blefarite. È importante che il paziente si presenti in sala operatoria con una superficie oculare sana; pertanto, ogni possibile condizione della superficie oculare deve essere diagnosticata e trattata al meglio. Come e quanto impatta l’integrità e la stabilità della superficie oculare prima della chirurgia della cataratta? Un’alterazione di una di queste com-
di Timothy Norris
ponenti può aumentare il rischio di sviluppare sintomi nel postoperatorio. Dopo interventi come quello di cataratta, tipicamente i pazienti si lamentano di bruciore e di sensazione di corpo estraneo. Si tratta perlopiù di pazienti anziani, dove la superficie dell’occhio è potenzialmente in condizioni di equilibrio precario, con il rischio che questa condizione limite possa diventare patologica a seguito dell’intervento. Allo stesso modo, pazienti con un occhio secco preesistente non trattato corrono il rischio elevato di un peggioramento della severità della malattia, con tutte le conseguenze negative del caso. Va dunque ribadito che la superficie oculare deve essere in condizioni ottimali prima della chirurgia. Quanto è importante ottimizzare la superficie oculare nei pazienti che si lamentano del postoperatorio? È un aspetto importante, perché i sintomi postoperatori possono essere correlati ad alterazioni della superficie oculare. Ad esempio, un utilizzo prolungato o eccessivo del blefarostato può determinare una lassità palpebrale e una sofferenza della muscolatura palpebrale, con conseguente instabilità del film lacrimale. Dopo l’intervento può insorgere un’alterazione dell’epitelio sia a livello corneale che a livello congiuntivale. È stato inoltre dimostrato che, in tutti i pazienti sottoposti a intervento di cataratta, si presenta una diminuzione postoperatoria del break-up time che tende a normalizzarsi in circa tre mesi: molti sintomi nel postoperatorio dipendono fortemente da questo fattore. Cosa si può fare quindi? La base è sicu-
ramente il trattamento con i sostituti lacrimali; tuttavia, oggi esistono nuove terapie, tra cui il gel canalicolare (Lacrifill). Nuovo gel canalicolare, quanto e quando è utile utilizzarlo per migliorare l’intervento e i suoi outcome? Lacrifill rappresenta una nuova tecnologia molto interessante, in quanto consente di chiudere i canalicoli lacrimali, ovvero le vie naturali di deflusso delle lacrime. A differenza dei tradizionali plug in silicone, utilizza un approccio biologico, consentendo un’occlusione più fisiologica rispetto a quella ottenuta con dispositivi in materiale plastico o silicone. Generalmente, il gel canalicolare è consigliato in fase preoperatoria per preparare la superficie dell’occhio, in particolare in quei pazienti che presentano un occhio secco importante. In alcuni casi, negli Stati Uniti viene utilizzato anche in sala operatoria, effettuando la chiusura del puntino lacrimale al termine dell’intervento. È possibile, inoltre, applicarlo nella fase postoperatoria laddove ci siano sintomi riconducibili a un’alterazione della superficie oculare o a una condizione di occhio secco iatrogeno. Si tratta di una procedura semplice, efficace e ampiamente descritta in letteratura, attuabile sia prima che durante e nel postoperatorio. Il gel permane nel canalicolo 6 mesi e, se necessario, può essere rimosso semplicemente lavando il canalicolo con della soluzione fisiologica. È un modo diverso, naturale e biologico di approcciarsi a questo tipo di terapia, con molti benefici per il paziente.
Che razionale e dati esistono a supporto di Lacrifill? In uno studio comparativo pubblicato sul Journal of Cataract and Refractive Surgery (JCRS) è stato dimostrato che l’efficacia del gel canalicolare a base di acido ialuronico reticolato, risulta sovrapponibile a quella dei plug convenzionali, offrendo però i vantaggi legati all’impiego dell’acido ialuronico rispetto ai materiali sintetici utilizzati nei dispositivi tradizionali. Altri studi in letteratura hanno dimostrato che l’utilizzo del gel canalicolare, al termine dell’intervento chirurgico, può contribuire a migliorare i segni clinici e i sintomi oculari nel periodo post-operatorio. Qual è la sua esperienza e valutazione di questo nuovo approccio terapeutico? Uso Lacrifill nel trattamento dei miei pazienti con occhio secco grave. In questi pazienti è innanzitutto importante agire sul processo infiammatorio mantenendolo sotto controllo e optando quindi per un trattamento topico con steroidi o ciclosporina, seguito dall’applicazione del gel canalicolare che permette un aumento del volume lacrimale. Devo dire che nei pazienti che ho trattato utilizzando questo dispositivo, ho osservato un notevole miglioramento sia dei sintomi che dei segni clinici. L’esperienza personale ha sicuramente un valore limitato, ma è altrettanto vero che vedere pazienti con forme severe di occhio secco e una sintomatologia importante migliorare in maniera significativa e per la prima volta dopo molti anni, è stato per me motivo di grande soddisfazione.
Bibliografia: 1 Packer M, Lindstrom R, Thompson V, Parekh JG, Gupta P, Nijm LM, Donnenfeld E. Effectiveness and safety of a novel crosslinked hyaluronate canalicular gel occlusive device for dry eye. J Cataract Refract Surg. 2024 Oct 1;50(10):1051-1057. doi: 10.1097/j.jcrs.0000000000001505. PMID: 38875184. 2 Nordin BA. A Retrospective Crossover Study on Cross-Linked Hyaluronic Acid Gel (Lacrifill) Versus Cyclosporine A 0.05% (Restasis) for Dry Eye Disease. Cureus. 2025 Aug 31;17(8):e91343. doi: 10.7759/ cureus.91343. PMID: 40895656; PMCID: PMC12399288. 33
Tecniche chirurgiche
“CHE TUTTO PARTA DALLA SCLERA” Barbara Parolini e le tecniche del piombaggio maculare
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Intervista alla Dottoressa Barbara Parolini, Eyecare Clinic, Brescia; Vicepresidente della European VitreoRetinal Society
Dottoressa Barbara Parolini
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La Dottoressa Barbara Parolini è un chirurgo vitreoretinico, libero professionista, che attualmente opera presso Eyecare Clinic, a Brescia. Vicepresidente della European VitreoRetinal Society e autrice di numerose pubblicazioni su riviste internazionali, nel 2021 ha proposto il Myopic Traction Maculopathy (MTM) Staging System, tra le stadiazioni ad oggi più rilevanti per inquadrare la maculopatia miopica da trazione. Il piombaggio maculare è una tecnica chirurgica ab externo: consiste nel suturare sulla superficie esterna della sclera, a livello del polo posteriore, un impianto capace di indentare la parete bulbare e contrastare le trazioni dello stafiloma nella miopia patologica, quando insorgono schisi o distacco maculare. È un’alternativa, talvolta complementare, alla più diffusa vitrectomia ab interno, ed è stata riportata al centro del dibattito internazionale soprattutto dall’esperienza della Dottoressa Parolini, la quale vanta una casistica personale di circa cinquecento procedure. Il razionale su cui poggia l’intera tecnica
è che “tutto parta dalla sclera”: è l’allungamento assiale del bulbo, con la formazione dello stafiloma posteriore, a generare le alterazioni retiniche e coroideali, non il contrario. A sostenerlo è l’osservazione clinica sistematica: le lesioni si concentrano dove lo stafiloma è più pronunciato, e quando la maculopatia trattiva regredisce spontaneamente dopo un distacco posteriore di vitreo, con il tempo tende a ripresentarsi, segno, secondo la Dottoressa Parolini, che la componente sclerale, non quella vitreale, resta il fattore causale dominante. Da questa lettura discende un corollario clinico rivendicato con fermezza: “il successo della procedura non si dichiara a sei mesi, ma dopo anni di follow-up”. È un principio maturato, prima ancora che clinicamente, nella storia stessa del dispositivo, abbandonato decenni fa non tanto per un errore di razionale, bensì per l’inadeguatezza dei materiali disponibili. I primi prototipi, costruiti off-label direttamente in sala operatoria con uno stent in titanio e una spugna di silicone. Creare un dispositivo interamente nuovo si è rivelato impraticabile per i vincoli regolatori, imponendo una scelta pragmatica: partire da un modello già in commercio, nella fattispecie dell’azienda spagnola AJL, e ridisegnarlo nei dettagli. Sono così stati implementati: i fori per le suture anteriori, una testa più piatta per contenere la deformazione della macula e un ingombro ridotto al minimo, compatibilmente con l’efficacia. L’estensione delle indicazioni costituisce il punto di maggiore discontinuità rispetto alla letteratura ad oggi pubblicata. L’indicazione originaria restava circoscritta alla maculopatia trattiva conclamata, con schisi o distacco maculare, inoltre sappiamo che l’impian-
di Fabio Panini
La rimozione del piombaggio, un tempo ritenuta innocua, si associa in realtà a una ripresa dello stafiloma
Barbara Parolini
Staging del piombaggio maculare, immagine gentilmente concessa dalla Dottoressa Barbara Parolini
to non chiude un foro maculare: “non si chiude un foro con la spinta da dietro, bisogna entrare dentro l’occhio”, precisa la Dottoressa Parolini. Oggi la chirurga propone il piombaggio per il trattamento dello stafiloma in sé, come freno alla progressione, anche negli stadi iniziali, prima ancora che compaiano segni di patologia retinica avanzati. È una revisione che la porta a rimettere in discussione una propria pubblicazione precedente: “Non mi sentirei più di confermare le indicazioni date nel mio secondo articolo”, ammette, riferendosi al lavoro in cui proponeva l’indicazione al piombaggio a partire dal terzo stadio del sistema MTM — soglia dettata inizialmente, spiega, da un timore delle complicanze che successivamente l’ampia esperienza ha ridimensionato. “Consiglio, tutte le volte che è possibile, di fare il piombaggio isolato” afferma la Dottoressa; si tratta di una chirurgia rapida, a bulbo chiuso, con complican-
ze contenute. Nel dettaglio, la sequenza chirurgica prevede: l’apertura della congiuntiva nel quadrante temporale superiore, l’isolamento dei muscoli retti superiore e laterale, l’inserimento del piombaggio e la sua sutura a una distanza dal limbus tale da garantire la centratura della testa del dispositivo sulla macula; il controllo avviene per transilluminazione, con una fibra ottica inserita nel device e osservata attraverso una lente a contatto piatta. La chirurga insiste sull’assenza di qualunque apertura del bulbo: “né paracentesi, né sclerotomie, poiché è l’ipotono intraoperatorio il principale responsabile del rischio di emorragia coroideale ex vacuo da rottura delle vorticose”; un rischio virtualmente azzerato a bulbo chiuso. Quando la vitrectomia si rende comunque necessaria, meglio optare per una chirurgia sequenziale in due tempi, con il piombaggio come primo intervento, poi, una volta appianata la retina, è più agevole chiudere un
eventuale foro ab interno. Così facendo si evitano variazioni pressorie durante il posizionamento dell’impianto, e si può verificare se la chiusura sia davvero necessaria, dato che questi occhi spesso recuperano acuità visiva anche con un foro persistente grazie alla fissazione eccentrica tipica di questi pazienti. Sulla centratura, decisiva per l’esito funzionale, la posizione è pragmatica: è utile l’OCT intraoperatorio, ma non è indispensabile. Il riferimento resta la verifica postoperatoria a paziente seduto, idealmente lo stesso giorno. Le suture anteriori del piombaggio si posizionano, indicativamente, tra undici e quindici millimetri dal limbus, secondo nomogrammi in fieri, costruiti sulle circa cinquecento procedure ad oggi all’attivo. Un’ultima accortezza, non ancora pubblicata, riguarda le sclere estremamente sottili, nelle quali la sutura diretta esporrebbe al rischio di perforazione: in questi casi la chirurga applica sulla sclera, con colla di fibrina, un patch di pericardio bovino - Tutopatch - che offre un doppio strato di rinforzo su cui ancorare le suture. Sulle complicanze, la Dottoressa Parolini distingue nettamente quelle che minacciano la funzione visiva dalle altre: nella propria casistica ricorda due sole emorragie rilevanti, entrambe con le tecniche chirurgiche più datate; la diplopia di nuova insorgenza resta sotto il 5%, il deficit di elevazione tra 5-7% generalmente attenuata o risolta entro sei mesi. La complicanza che oggi la impegna di più è l’estrusione, soprattutto poiché: “la rimozione del piombaggio, un tempo ritenuta innocua, si associa in realtà a una ripresa dello stafiloma” conclude Barbara Parolini. Anche l’estrusione verrà limitata dalla disponibilità di piombaggi sempre più ben customizzati sulle misure biometriche. 35
Alter Ego
THE (S)COMMITMENTS Il percorso musicale di Matteo Forlini, tra lo studio della medicina, la professione di chirurgo e i mille impegni della vita.
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Intervista al Dottor Matteo Forlini, Ospedale di Stato di San Marino
Il Dottor Matteo Forlini al basso.
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L’animo beat delle origini, che negli anni evolve abbracciando un vasto repertorio musicale. Le mani di un chirurgo che all’occasione si muovono con destrezza dal tavolo operatorio alla tastiera di un pianoforte, dalla sala al palco, dalle équipe agli ensemble. Nonostante un primo rapporto un
po’ conflittuale, la musica si è sempre intrecciata con la vita professionale di Matteo Forlini, uno dei pochi chirurghi oftalmologi di fama internazionale in grado non solo di conciliare questa passione con il lavoro, ma anche di saper sfumare i confini, arrivando a condividere il palco con grandi personalità dell’oftalmologia mondiale. Si tratta di una storia che non inizia con un grande entusiasmo. Il primo approccio con lo strumento che porterà avanti a più riprese nella vita è tiepido, privo di stimoli, una storia in cui molti ci si possono rispecchiare. “In casa avevamo un pianoforte, che nessuno sapeva suonare”, racconta Forlini. “Già che c’era, quindi, a sei anni sono stato iscritto a un corso, che ho preso più come un dovere che come un passatempo. Solfeggio, saggi, la musica classica, Clementi: consideravo tutto molto noioso. Le cose sono cambiate all’inizio delle medie inferiori, quando ho scoperto l’esistenza del rock”. Sono gli anni del grunge, degli eccessi del glam metal, e in Italia è il momento apice della carriera degli 883. In questo marasma creativo di generi, tuttavia, Forlini scopre immediatamente la magia della musica dei Beatles, venendo immediatamente conquistato dal leggendario quartetto di Liverpool. “Sono stato ‘salvato’ dall’incontro casuale con questo mio amico. Suo padre suonava la chitarra in una band all’epoca famosa nel ravennate. Siamo stati trascinati dall’idea di formare anche noi una band e così è stato: mi sono messo alla tastiera e abbiamo suonato qualche canzone dei Beatles come Ticket To Ride, Twist and Shout e Hey Jude”, racconta Forlini. “Quello fu il momento di svolta, e l’istante in cui capii che la musica poteva essere divertente”.
di Timothy Norris
Matteo Forlini nella formazione degli Scommitments.
Attorno alle superiori, la band si allarga con l’aggiunta di un batterista e un secondo chitarrista. Nascono così i Beat Boys. “Eravamo tutti appassionatissimi del genere beat, anche se sentivamo le influenze delle nuove uscite di band britanniche più moderne come gli Oasis e i Blur. Per compensare la mancanza di un bassista in quel periodo ho iniziato a prendere lezioni di chitarra basso. Suonavo un po’ l’uno un po’ l’altro a seconda di quello che la canzone richiedeva,” aggiunge. “La band aveva cambiato nome da Beat Boys a Revolver e in quegli anni ho suonato tantissimo, tra Ravenna e i bagni della riviera. Ho fatto in quegli anni tanta gavetta tra club locali e stabilimenti balneari”, ricorda Forlini. Superata la maturità e con l’arrivo degli anni universitari, la band finisce il proprio corso, aprendo tuttavia la possibilità di nuove prospettive musicali per Forlini. “In quegli anni nascono gli Scommitments, una band di ben dieci persone, un’autentica scommessa ispirata a The Commitments di Roddy Doyle, con tutto il vasto repertorio soul che comprendeva brani di James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles, Stevie Wonder, Otis Redding, Wilson Pickett e molti altri. Entro in quella formazione come pianista, e, entusiasta dell’esperienza, inizio a studiare jazz, riprendendo per la prima volta le lezioni di pianoforte con una vera motivazione”, ricorda. Durante gli anni di Medicina e Chirurgia, Matteo Forlini si destreggia tra l’Università di Bologna e il Saint Louis College of Music di Roma. “Il Saint Louis era una scuola di livello professionale, per imparare a diventare turnisti, con una formazione a tutto ton-
do. Ho avuto tra i maestri nient’altro che Gianluca Podio, allora assistente di Morricone. Un sogno a occhi aperti”. Nel frattempo, Forlini continua a suonare per i locali di Bologna con gli altri nove componenti della band. “Grazie agli Scommitments e alla Saint Louis ho affinato il mio stile e imparato a improvvisare. Da lì tutto è diventato più semplice: potevo partecipare a una jam session o entrare in una band e suonare subito con facilità e a orecchio. Potevo costruire un repertorio in pochissimo tempo”. Proprio come il quasi-omonimo libro
e il suo adattamento cinematografico, gli Scommitments si sciolgono gradualmente negli anni tra la laurea e la specializzazione, perché “mettere insieme dieci persone è difficile”, commenta Forlini con un pizzico di amarezza. Nel frattempo, altre band minori si assecondano in quel periodo, fino all’arrivo della specializzazione a Modena. “All’inizio non conoscevo nessuno, poi mi accorgo che vicino all’Università c’è una scuola di musica. Mi sono affacciato e mi sono subito sentito coinvolto”, spiega Forlini. “Stavano preparando il saggio di fine anno, ma era a tutti gli effetti il musical Chicago che sarebbe stato eseguito al Teatro Storchi di Modena e mi sono offerto a coordinare la parte musicale. Suonare sul palco seduto dietro a un pianoforte a coda, tra cantanti, ballerini e ballerine, tutti in costume, uno spettacolo enorme!”, ricorda Forlini. “La mia fase musical è durata fino alla fine della mia specializzazione”. La fine della specializzazione determina per Forlini l’inizio della vita professionale. Con la breve parentesi di una reunion, o quasi meglio dire un sequel degli Scommitments, la dedizione alle band e ai progetti di lungo termine di Forlini cessa per cause di
Matteo Forlini con i The Brilliant Blues Brothers Band, formazione di oculisti che si è esibita all’evento sociale durante il congresso ASRS 2014 a San Diego.
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Alter Ego Matteo Forlini suona il pianoforte durante una rappresentazione del musical “Chicago” al Teatro Storchi di Modena.
forza maggiore. Questo, tuttavia, non è l’ultimo capitolo di questo articolo, né tanto meno della vita artistica del suo protagonista. L’adattabilità e il carisma di Matteo Forlini gli hanno permesso negli anni di introdurre la passione per la musica all’interno della vita sociale congressuale. “Non stiamo parlando di una band fissa, ma può spesso accadere che gli organizzatori di un congresso mi contattino per chiedermi se posso suonare per la serata finale, la cena sociale e così via. A volte sono gli oculisti stessi, ed è così che mi trovo spesso e volentieri a condividere il palco con i colleghi”, spiega Forlini. Non si tratta mai di una band che si forma a tavolino, ma spesso si crea spontaneamente, a seconda del tipo di congresso, delle disponibilità e della serata. “Per gli organizzatori è comodo, perché invece di chiamare una band esterna che si esibisce si ha l’opportunità di fare qualcosa più inter nos, sicuramente meno virtuosistico, ma assolutamente più unificante”, osserva. Grazie alla sua abilità come chirurgo sia del segmento anteriore che del segmento posteriore dell’occhio, Matteo Forlini si sente allo stesso modo a proprio agio a un congresso internazionale di cataratta e refrattiva come a uno di retina. Questo lo ha portato a suonare con nomi nazionali e internazionali di ogni sottospecialità. “Non riesco a fare tutti i nomi, ma tra gli italiani ho avuto modo di condividere il palco con Francesco Bandello, Luca Rossetti, Barbara 38
Parolini, Diego Ponzin, Fabio Patelli, Matteo Orione, Silvio Zagari, Salvatore Dolci, Federico Anselmucci, Riccardo Gizzi e Giuseppe Vadalà. La lista è ancora lunga”, afferma Forlini. Tuttavia, tra i momenti più entusiasmanti della sua vita artistica, Forlini cita i congressi internazionali, in cui si è trovato a suonare anche su ampi palchi sopraelevati con impianto audio e luci professionali. “Uno dei momenti migliori è stato all’ASRS del 2014, un congresso immenso”, racconta Forlini. “Mi scrive con largo anticipo il leggendario e compianto Paul Tornambe in persona, chiedendomi di formare una band per l’occasione”. Si crea subito una rete di adesioni e la band si forma in un istante. “Ero l’unico italiano, ma anche gli altri componenti erano tutti distanti tra loro. Le prove sono state tutte coordinate tramite preparazione individuale e videochiamate”, racconta. “Ci troviamo di persona con un repertorio di venti canzoni, con tutto organizzato alla perfezione. Dopo 3 ore di prove di allineamento ci siamo trovati su un vasto palco sopraelevato, all’aperto, vista baia di San Diego, con luci sulla traversa”, aggiunge Forlini. La band contava una decina di componenti, un po’ a richiamare i tempi degli Scommitments. “C’erano due batteristi di cui uno era lo stesso Tornambe e l’altro era Richard Fish. Alla chitarra e voce c’erano Jim Bedrick e l’australiano Bob Bourke, al basso Peter Hovland. Avevamo un’orchestra di fiati che non era formata da oculisti, ma erano dei veri
professionisti che ci accompagnavano. Eravamo tutti specialisti di retina, vestiti come i Blues Brothers e con un repertorio blues e soul. Il nome della band non poteva che essere The Brilliant Blues Brothers Band”. A modo suo, Forlini è sempre rimasto nell’ambiente musicale, mantenendo contatti con vecchi musicisti che hanno trovato il loro posto nell’ambiente, e occasionalmente aprendo a collaborazioni di un certo interesse. “Una delle cantanti degli Scommitments, Roberta Montanari, oggi è la corista di Vasco Rossi”, afferma Forlini. “Negli anni invece io ho suonato e conosciuto musicisti di Cremonini, di Zucchero. Un mio caro amico è Andrea Govoni, un grande cantautore con cui sono andato assieme a suonare alle selezioni di Sanremo nel 2024. Lì ho avuto modo di conoscere Francesco Sarcina delle Vibrazioni e Morgan”. Una piccolo motivo d’orgoglio di Matteo è stato quello di partecipare proprio all’incisione di un album dello stesso Andrea Govoni. Un album che vede anche la presenza di una figura emergente molto importante della musica italiana. “C’era una volta Andrea Govoni” vede assieme alla sua partecipazione anche la presenza di Frida Bollani, in arte FRIDA. “Non l’ho conosciuta di persona, ma solo la sua compartecipazione al progetto mi ha riempito d’orgoglio”, afferma Forlini. Un inizio difficoltoso, poi il primo amore per il beat, infine una grande passione per il soul e per il blues, lo studio della tecnica, e le tecniche d’improvvisazione. Le mani di un chirurgo che si muovono sulla tastiera di un pianoforte cercando la stessa precisione del tavolo operatorio. Per Matteo Forlini la musica ha sempre rappresentato una controparte della sua vita professionale, una musa che lo ha accompagnato e lo accompagnerà per molti anni a venire. “È sempre stato così, e sono sicuro che continuerà a farmi compagnia per tutto il resto della mia vita”, afferma. “Mentre la mia professione mi coinvolge a 360° ed è chiaramente la mia attività principale, la musica sta sempre nascosta in un cassetto. Ogni tanto la vado a cercare quando ne sento il bisogno, o quando la voglio condividere con i miei cari, o con i miei amici o anche, perché no, con qualche paziente”, conclude.
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News dalle aziende
CHERATOCONO: QUANDO LA LENTE A CONTATTO DIVENTA PARTE DELLA STRATEGIA VISIVA
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Enzo Spoto Ottico Contattologo – Roma rgplens@gmail.com
Topografia OD
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Nel cheratocono, vedere meglio non significa semplicemente correggere un difetto refrattivo. Significa restituire qualità a un’immagine deformata da una superficie corneale irregolare, spesso non compensabile in modo soddisfacente con occhiali o lenti convenzionali. È qui che la contattologia specialistica cambia prospettiva: non più una lente “standard”, ma una soluzione costruita sulla morfologia e sulle esigenze del singolo paziente. RGP corneali, lenti ibride, morbide dedicate e lenti sclerali rappresentano oggi opzioni diverse all’interno dello stesso obiettivo: ottenere la migliore qualità visiva possibile nel rispetto della superficie oculare. Tra queste, le lenti sclerali hanno conquistato un ruolo crescente soprattutto nei cheratoconi complessi e nei pazienti che non tollerano adeguatamente le lenti corneali. La loro peculiarità è semplice ma decisiva: la lente supera la cornea e si appoggia sulla sclera, creando tra lente e superficie corneale un reservoir di soluzione che contribuisce a neutralizzare otticamente parte delle irregolarità. Il risultato è una nuova superficie refrattiva, più regolare, che può tradursi in un miglioramento significativo della qualità visiva. Le tecnologie oggi disponibili hanno reso questo approccio ancora più preciso. Topografia, tomografia, OCT del segmento anteriore e studio della
morfologia sclerale consentono infatti di personalizzare clearance, centratura e appoggio, trasformando il fitting in un vero processo di progettazione. Case report. In un paziente con cheratocono bilaterale, intollerante alle RGP corneali e con esigenze visive elevate anche per la pratica sportiva, il visus corretto di circa 5–6/10 è passato a 10/10 con applicazione di una lente sclerale. Il dato visivo, però, è solo una parte del successo. Comfort, stabilità, performance nelle attività quotidiane e rispetto della fisiologia oculare sono elementi altrettanto determinanti. Per questo la lente sclerale non va considerata come una soluzione isolata, ma come parte di una strategia condivisa. La collaborazione tra medico oculista e il contattologo rimane centrale: il primo inquadra e monitora la patologia, il secondo traduce le esigenze cliniche e visive in una soluzione applicativa personalizzata. ● Nel cheratocono, la qualità visiva dipende sempre più dalla personalizzazione della correzione. ● L e lenti sclerali ampliano le possibilità nei casi complessi grazie a una nuova superficie ottica e a un fitting altamente personalizzabile. ● Il risultato migliore nasce dalla sinergia tra valutazione oftalmologica, progettazione contattologica e follow-up nel tempo.
Lente sclerale applicata in lampada a fessura
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Maggiore potere†, maggiore efficacia‡ Le lenti Essilor® Stellest® 2.0, grazie alla tecnologia H.A.L.T. MAX, offrono un volume di luce non focalizzata 2 volte maggiore§ per rallentare più efficacemente l’allungamento assiale.‡ H.A.L.T.: Highly Aspherical Lenslet Target * Euromonitor International, Eyewear edizione 2026; Azienda Essilor International; vendite a valore secondo prezzo di vendita al dettaglio. † Maggiore potere si riferisce all’aumento della profondità del volume di luce defocalizzata davanti alla retina - il doppio rispetto alla prima generazione di lenti Essilor® Stellest®. Ciò non implica un raddoppio della potenza della lente, della potenza delle microlenti o dell’efficacia delle lenti. ‡Basato sui risultati a 12 mesi di uno studio clinico prospettico, randomizzato, in doppio cieco e con crossover controlaterale condotto a Singapore su 50 bambini. Raveendran, R.N., Ong, W.S., Wong, Y.L., Zhan, S.J., Lee, C.F., Lim, S.Y., Drobe, B., 2025. Effect of Increased Power and Asphericity of Highly Aspherical Lenslets on Myopia Control Efficacy: A Contralateral Crossover Study. Trans. Vis. Sci. Tech. 14(11):9. https://doi.org/10.1167/tvst.14.11.9. § Le lenti Essilor® Stellest® creano un volume di luce defocalizzata di fronte alla retina, che genera lo stimolo che rallenta l’allungamento del bulbo oculare legato alla miopia. Questo stimolo è due volte più potente nelle lenti Essilor® Stellest® 2.0 rispetto alla prima generazione di lenti Essilor® Stellest®. Ciò non implica un raddoppio della potenza della lente, della potenza delle microlenti o dell’efficacia delle lenti. © Essilor International – Luglio 2025. Essilor® e Stellest® sono marchi registrati di Essilor International.
evolving vision
News dalle aziende
LENTI A CONTATTO SCLERALI: OLTRE IL CHERATOCONO RIABILITAZIONE VISIVA POST-CHIRURGICA Dopo la cheratoplastica, astigmatismi elevati e irregolari possono rendere inefficaci occhiali e lenti tradizionali. Dopo chirurgia refrattiva, irregolarità e aberrazioni di alto ordine possono compromettere la qualità visiva nonostante un buon risultato refrattivo. La lente sclerale può consentire un recupero altrimenti difficile, con un approccio reversibile che non preclude successive opzioni chirurgiche.
Mirko Chinellato
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Mauro Frisani
La lente sclerale è tornata al centro della contattologia specialistica grazie all’evoluzione di rilievo e progettazione: profilometria corneo-sclerale, AS-OCT e geometrie free-form consentono oggi applicazioni prima difficilmente realizzabili. Ne beneficiano i pazienti intolleranti alle RGP corneali e, nei cheratoconi avanzati, quelli in cui un’efficace riabilitazione ottica può posticipare il trapianto. La lente sclerale scavalca la cornea e distribuisce il sostegno sulla congiuntiva sclerale. Il serbatoio salino protegge e idrata la superficie corneale, creando una superficie ottica regolare che neutralizza gran parte delle aberrazioni.
Torino
Treviso
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INDICAZIONI OLTRE IL CHERATOCONO Oltre alle ectasie, le indicazioni comprendono intolleranza alle RGP, esiti di cheratoplastica, cheratotomia radiale e chirurgia refrattiva, fragilità epiteliale, occhio secco severo e condizioni che richiedono protezione della superficie oculare.
COMPETENZA E MONITORAGGIO La lente sclerale interagisce con la fisiologia oculare: ipossia, edema stromale, stress endoteliale nelle cornee compromesse, compressione vascolare e depositi vanno prevenuti e riconosciuti precocemente. Servono quindi selezione del paziente, esperienza progettuale, istruzione a manipolazione, igiene e controlli programmati, in stretta cogestione con l’oftalmologo. MODELLO DI COGESTIONE Per l’oftalmologo, collaborare con un professionista dedicato alla contattologia specialistica amplia le possibilità riabilitative, anche prima della chirurgia, affidando l’applicazione a una figura esperta e mantenendo la supervisione clinica. Su questo modello lavorano Mauro Frisani, a Torino, e Mirko Chinellato, a Treviso, esperti in contattologia specialistica e riabilitazione ottica di cornee irregolari e superfici oculari compromesse, con attività clinica, di ricerca e didattica presso le Università di Torino e Padova. La cogestione integra competenze oftalmologiche e contattologiche per offrire il miglior recupero visivo possibile anche nei casi più complessi.
News dalle aziende
ESSILORLUXOTTICA ANNUNCIA I MIGLIORI RISULTATI A SEI MESI MAI OTTENUTI NEGLI STUDI CLINICI SULLE LENTI ESSILOR STELLEST In sei mesi, le lenti Essilor Stellest 2.0 hanno raggiunto risultati intermedi comparabili a quelli osservati dopo 12 mesi di utilizzo delle lenti Essilor Stellest di prima generazione, indicando una potenziale accelerazione della risposta al trattamento †1,2 e risultati in linea con le evidenze già pubblicate³
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Parigi, Francia (22 settembre 2026) – EssilorLuxottica annuncia significativi risultati intermedi a sei mesi di uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco e attualmente in corso in Cina, per valutare l’efficacia delle lenti Essilor Stellest 2.0 nei bambini miopi. Dopo sei mesi di utilizzo, le lenti Essilor Stellest 2.0 hanno evidenziato un rallentamento medio della progressione miopica pari a 0,51 D e una riduzione media dell’allungamento assiale pari a 0,21 mm rispetto alle lenti monofocali. Tali risultati sono comparabili a quelli osservati in precedenza dopo 12 mesi di utilizzo delle lenti Essilor Stellest di prima generazione, a conferma di una risposta al trattamento potenzialmente più rapida †1,2. “Siamo entusiasti di questi risultati intermedi a sei mesi delle lenti Essilor Stellest 2.0, che segnano un importante passo avanti nel nostro impegno di lungo periodo nella gestione della miopia attraverso l’innovazione e la ricerca clinica”, ha commentato Davide Schinetti, Chief Operating and R&D Officer di EssilorLuxottica. “L’entità dell’effetto del trattamento e la rapidità della risposta osservate già dopo sei mesi sono
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particolarmente promettenti e rappresentano un risultato senza precedenti nell’ambito del programma di ricerca clinica Stellest”. “I risultati intermedi a sei mesi sono molto incoraggianti. In particolare, con una progressione della miopia rimasta, in media, prossima a 0 D dopo sei mesi di trattamento, le lenti oftalmiche con tecnologia H.A.L.T.* MAX hanno raggiunto in soli sei mesi lo stesso livello di controllo della miopia osservato dopo un anno con la tecnologia H.A.L.T. di prima generazione, in termini sia di progressione diottrica sia di allungamento assiale. Questi risultati suggeriscono una risposta al trattamento due volte più rapida. L’elevata accettazione delle lenti da parte dei bambini, il rapido adattamento alle lenti e l’efficacia riscontrata in modo costante sia nei più piccoli sia nei più grandi confermano il valore concreto di questa innovazione per la gestione della miopia. Questi risultati arricchiscono ulteriormente il corpus di evidenze cliniche a supporto della tecnologia H.A.L.T.* MAX”, ha commentato il Prof. Yang Xiao, Ricercatore Principale dello Zhongshan Ophthalmic Center dell’Università Sun Yat-sen, Cina. I risultati intermedi a sei mesi sono stati presentati per la prima volta nel corso di un simposio scientifico organizzato da EssilorLuxottica in occasione del World Society of Paediatric Ophthalmology and Strabismus (WSPOS) Subspecialty Day, tenutosi nell’ambito del Congresso della European Society of Cataract and Refractive Surgeons (ESCRS) a Londra. I principali risultati intermedi sono: • Il rallentamento significativo della progressione della miopia e dell’allungamento assiale rispetto alle lenti monofocali, con effetti medi del trattamento pari rispettivamente a 0,51 D e 0,21 mm‡1; •U n’elevata accettazione del trattamento, con oltre il 90% dei bambini in entrambi i gruppi che ha indossato gli occhiali per più di 12 ore al giorno, sette
giorni su sette§; • L ivelli di adattamento e comfort sovrapponibili a quelli delle lenti monofocali, con il 98% dei bambini che si è adattato entro una settimana ¶1. Lo studio è ancora in corso e i partecipanti continuano a essere monitorati per valutarne l’efficacia e la sicurezza nel lungo periodo. L’analisi predefinita a un anno rappresenterà l’endpoint primario di efficacia dello studio‡1. Questi risultati rappresentano la prima evidenza clinica randomizzata e in doppio cieco proveniente dalla Cina per le lenti Essilor Stellest 2.0 e risultano coerenti con i dati clinici precedentemente osservati nello
studio randomizzato crossover controlaterale condotto a Singapore, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2025 sulla rivista Translational Vision Science & Technology.³ Nel loro insieme, gli studi condotti in Cina e a Singapore confermano la coerenza delle prestazioni cliniche delle lenti Essilor Stellest 2.0 in differenti contesti e disegni sperimentali, rafforzando ulteriormente il corpus globale di evidenze scientifiche a supporto della soluzione. Tali risultati confermano inoltre l’impegno di lungo periodo di EssilorLuxottica nello sviluppo di uno dei programmi di ricerca clinica più ampi e approfonditi nell’ambito della gestione della miopia attraverso lenti oftalmiche.
Note: * H .A.L.T. è un acronimo di Highly Aspherical Lenslet Target e non implica un “arresto” o “fermo” della progressione della miopia. † Basato sui risultati intermedi di uno studio clinico in corso di due anni, randomizzato, in doppio cieco, condotto in Cina (n=62 Essilor® Stellest® 2.0; n=58 monofocali). Confronto indiretto tra studi clinici randomizzati separati. Gli effetti del trattamento rispetto alle lenti monofocali erano SER: 0,51 D e AL: 0,21 mm in media a sei mesi nello studio clinico in corso con lenti Essilor® Stellest® 2.0 di due anni, randomizzato, in doppio cieco e a due bracci, condotto a Guangzhou, Cina, rispetto a SER: 0,53 D e AL: 0,23 mm in media a 12 mesi nello studio clinico prospettico, controllato, randomizzato, in doppio cieco con lenti Essilor® Stellest® condotto a Wenzhou, Cina. Gli studi differivano per popolazione, gruppi d’età dei partecipanti, localizzazione, disegno e durata del follow-up (6 vs 12 mesi), e non è stato effettuato alcun confronto statistico formale tra gli studi. ‡ Risultati intermedi di uno studio clinico di due anni, randomizzato e in doppio cieco, condotto in Cina su 62 bambini che indossano lenti Essilor ® Stellest® 2.0 contro 58 con lenti monofocali. §N ello studio clinico, oltre il 90% dei bambini ha indossato gli occhiali per più di 12 ore al giorno, sette giorni su sette. ¶R isultati intermedi di uno studio clinico di due anni, randomizzato e in doppio cieco, condotto in Cina su 63 bambini che indossano lenti Essilor ® Stellest® 2.0 contro 60 con lenti monofocali. 1 Essilor International. Data on File, 2026. 2 Bao J, Yang A, Huang Y, Li X, Pan Y, Ding C, et al. One-year myopia control efficacy of spectacle lenses with aspherical lenslets. Br J Ophthalmol. 2022 Aug;106(8):1171–6. 3 Raveendran RN, et al. Effect of increased power and asphericity of highly aspherical lenslets on myopia control efficacy: a contralateral crossover study. Transl Vis Sci Technol. 2025;14(11):9.w 45
News dalle aziende
NEUROPROTEZIONE, DUE OBIETTIVI: DISFUNZIONE MITOCONDRIALE E PICCHI NOTTURNI DELLA IOP
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Oggi il glaucoma viene sempre più considerato una patologia neurodegenerativa nella quale, oltre alla pressione intraoculare, giocano un ruolo importante la disfunzione mitocondriale e le alterazioni del metabolismo energetico delle cellule ganglionari retiniche. Recenti evidenze hanno dimostrato che nei pazienti glaucomatosi i livelli di NAD+ risultano ridotti e correlano con una minore attività mitocondriale (OCR ridotto) e con una più rapida progressione del danno al campo visivo. Inoltre, alterazioni della beta-ossidazione degli acidi grassi possono limitare la produzione di Acetil-CoA e ATP, aggravando il deficit energetico delle cellule ganglionari retiniche. Accanto alla componente metabolica, un altro importante fattore di rischio per la progressione glaucomatosa è rappresentato dalle fluttuazioni della pressione intraoculare, in particolare dai picchi notturni di IOP, che possono verificarsi anche in pazienti apparentemente ben controllati durante il giorno. iNad control è stato formulato appositamente per intervenire sui due principali fattori di rischio della progressione del glaucoma: il ridotto
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metabolismo energetico mitocondriale e gli eventuali picchi notturni della IOP. In iNad control, infatti, sono presenti due associazioni sinergiche: la prima a base di Nicotinamide Riboside (NR) e Acetil-Levo-Carnitina (ALCAR), per ripristinare il metabolismo energetico mitocondriale delle cellule ganglionari retiniche (NEUROPROTEZIONE DIRETTA), la seconda a base di Forskolina e di Esperidina micronizzata, per contrastare i picchi notturni della IOP (NEUROPROTEZIONE INDIRETTA). La Nicotinamide Riboside, alla dose di 300 mg/die, ha infatti dimostrato di incrementare significativamente i livelli di NAD nel plasma e nel SNC, mentre la Levo-Acetil-Carnitina (ALCAR) al dosaggio di 500 mg/die, si è rivelato un booster di Acetil-CoA per la beta-ossidazione, e quindi va a incrementare il ciclo di Krebs e la produzione di ATP. La Forskolina può prevenire i picchi della pressione intraoculare attivando l’adenilato ciclasi. Ciò è stato dimostrato in uno studio sull’iridotomia YAG laser, dove il trattamento orale con Forskolina in associazione ad un bioflavonoide venoattivo, somministrata da 7 giorni prima a 7 giorni dopo l’iridotomia, ha prevenuto l’innalzamento della IOP nel post-operatorio. L’Esperidina micronizzta ha dimostrato di possedere un effetto antipertensivo a livello oculare favorendo il deflusso dell’umore acqueo. Ad oggi iNAD control è la formula più innovativa e completa a disposizione per il paziente con glaucoma come trattamento di supporto alla terapia ipotonizzante, nel controllo della progressione del danno al campo visivo, in quanto con le due sue associazioni sinergiche agisce sulle due principali cause di tale progressione, la disfunzione mitocondriale e i picchi pressori notturni.
News dalle aziende
AMBLIOPIA E NEUROPLASTICITÀ: IL RUOLO DELLA NUTRACEUTICA IN UN APPROCCIO TERAPEUTICO INTEGRATO
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L’ambliopia è la principale causa di riduzione della funzione visiva in età pediatrica e deriva da un’alterata maturazione delle vie visive durante il periodo critico della plasticità cerebrale. Un input visivo anomalo in questa fase compromette l’organizzazione delle connessioni neuronali e l’elaborazione corticale dell’immagine, determinando un deficit funzionale anche in assenza di alterazioni strutturali oculari. La correzione ottica, l’occlusione e la penalizzazione costituiscono il gold standard terapeutico; tuttavia, il recupero funzionale è un processo multifattoriale che dipende anche dalla capacità del sistema visivo di riattivare i meccanismi di neuroplasticità, sostenere il metabolismo neuronale e rispondere efficacemente allo stress ossidativo. In questa prospettiva, il supporto nutraceutico rappresenta un approccio complementare ai trattamenti convenzionali.
selettivamente nella macula e in aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione visiva. La loro concentrazione è espressa dalla densità ottica del pigmento maculare, MPOD, parametro funzionale legato alla capacità di filtrare la luce a corta lunghezza d’onda e alla protezione antiossidante. Studi osservazionali in età evolutiva hanno evidenziato una correlazione lineare tra valori più elevati di MPOD, migliore acuità visiva e maggiore sensibilità al contrasto, suggerendo un ruolo attivo di questi carotenoidi nello sviluppo e nell’ottimizzazione della funzione visiva. Amblicol impiega luteina FloraGLO®, ottenuta da Tagetes erecta in forma libera, free-form. Non richiedendo il passaggio di de-esterificazione, questa forma garantisce un’elevata biodisponibilità plasmatica e tissutale ed è tra le fonti di luteina più ampiamente documentate in studi clinici.
SOSTEGNO ALLA PLASTICITÀ SINAPTICA E ALL’INTEGRITÀ NEURONALE Tra i nutrienti di maggiore interesse neuroftalmologico, la colina svolge un ruolo chiave: è il precursore biologico dell’acetilcolina – neurotrasmettitore fondamentale per i meccanismi di plasticità sinaptica – e costituisce un componente essenziale dei fosfolipidi di membrana. Attraverso il suo coinvolgimento diretto nell’integrità delle membrane neuronali e nel metabolismo energetico cellulare, la colina contribuisce a sostenere i processi neurobiologici alla base del recupero funzionale nell’ambliopia.
PROTEZIONE ANTIOSSIDANTE E MICROCIRCOLO Retina e vie visive sono tessuti ad alta richiesta metabolica e particolarmente esposti allo stress ossidativo. Gli antociani del mirtillo nero contribuiscono alla protezione dei fotorecettori e supportano la funzionalità del microcircolo retinico, favorendo l’apporto di ossigeno e nutrienti ai tessuti.
PIGMENTO MACULARE E PERFORMANCE VISIVE: CAROTENOIDI MACULARI, MPOD E SVILUPPO VISIVO Luteina e zeaxantina si concentrano 48
AMBLICOL: UN APPROCCIO MULTIMODALE Nell’ambliopia, la nutraceutica fornisce nutrienti selezionati a supporto dei processi neuroretinici. Amblicol associa colina, luteina FloraGLO®, zeaxantina e mirtillo nero favorendo i processi biologici che accompagnano lo sviluppo visivo in età pediatrica, all’interno del percorso terapeutico definito dall’oculista.
SOCIETÀ OFTALMOLOGI
UNIVERSITARI
Congresso Nazionale
SOU 2026 22° EDIZIONE
15-17 | OTTOBRE 2026 AUDITORIUM DEL RETTORATO Università “G. d’Annunzio” - Chieti-Pescara Organizzatore: Consiglio Direttivo SOU Presidente: Carlo Nucci
A tutti i partecipanti verrà riservato un percorso FAD da
15
CREDITI ECM
Segreteria organizzativa Strada 4 Milano Fiori, Palazzo Q7 - 20089 Rozzano (MI) Regione Rivelle, 7/F - Moasca (AT) info@fgeditore.it - Tel. 0141 1706694
ISCRIVITI AL CONGRESSO
Aderisci anche tu all'Osservatorio Presbiopia In omaggio il kit essenziale per la gestione della presbiopia
Il kit contiene: Manuale “La compensazione della presbiopia con lenti progressive: oftalmiche e a contatto” Opuscolo “Le principali cause di perdita della vista” Opuscolo “Lenti Progressive: vedere bene, a ogni distanza” Ricettario Modulo di accompagnamento al medico oculista
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TREALOSIO ACIDO IALURONICO DEXPANTENOLO
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La prima scelta di trattamento per tutti i pazienti con occhio secco
XIII CONGRESSO NAZIONALE PRISMA a.p.s.
IPOVISIONE work in progress 6-7 marzo 2027
FIRENZE Condividere conoscenze, costruire soluzioni, migliorare il futuro delle persone con ipovisione Presidente: Anna D’Ambrosio
SEGRETERIA SCIENTIFICA Elena Febbrini del Magro Francesco Pietroni Emanuela Tedeschi Roberto Volpe SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Fabiano Gruppo Editoriale Reg. Rivelle 7/F - 14050 Moasca (AT) Tel. 0141 170 6694 a.manassero@fgeditore.it
www.ipovisioneprisma.it
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www.siop-ispo.com
40° CONGRESSO NAZIONALE S.I.O.P.S. Guardare al futuro: visione, crescita e innovazione in oftalmologia pediatrica
20-21 NOVEMBRE 2026 FIRENZE Hotel Mediterraneo, Lungarno del Tempio 44 Presidente S.I.O.P.S. Prof. Paolo Nucci
A tutti i partecipanti verrà riservato un percorso FAD da
20
CREDITI ECM
Presidente Congresso Dott. Roberto Caputo
ISCRIVITI
al congresso Segreteria organizzativa Fabiano Gruppo Editoriale Regione Rivelle, 7/F - Moasca (AT) info@fgeditore.it - Tel. 0141 1706694
LA PRIMA COMBINAZIONE AD AZIONE MULTIPLA PER IL PAZIENTE CON OCCHIO SECCO
TRIMIX
PUNTO 1 IL FILM LACRIMALE Ripristina tutte le componenti fisiologiche del film lacrimale agendo su tutti e tre gli strati.
PUNTO 2 LA FUNZIONALITÀ EPITELIALE Permette a microvilli e glicocalice della superficie oculare di riprendere le normali funzioni metaboliche, anche quando gravemente compromessi.
PUNTO 3 LA PERSISTENZA La persistenza di TriMix rilevata 12 ore dopo l’ultima somministrazione indica un elevato tempo di permanenza sulla superficie oculare.
Materiale riservato ai Sig.ri Medici oculisti codice marketing 074MIOH-072026
OBIETTIVO 3 PUNTI