Oculomics e il potenziale di un’intelligenza artificiale etica
Lo spazio di manovra
RIFLETTORI SULL’ESPERTO Cesare Forlini
APPROFONDIMENTI
Neuroprotezione retinica: oltre il glaucoma, verso la microgravità
20-21 NOVEMBRE 2026 FIRENZE
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EditorialE
CovEr topiC
L’OCCHIO E LA MACCHINA OTTICA
riflEttori Sull’ESpErto UN’ EREDITÀ SENZA CONFINI
CaSi da inCubo LO SPAZIO DI MANOVRA
innovazioni PROGETTO DIOGENE, RIVOLUZIONE NELLA OGVHD
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QUANDO L’INNOVAZIONE SI FA INSIEME
NEUROPROTEZIONE RETINICA: OLTRE IL GLAUCOMA, VERSO LA MICROGRAVITÀ
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altEr Ego IL GESTO DELL’OMBRELLO
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GUARDARE PIÙ A FONDO
Biomarcatori retinici e oculomica: una rivoluzione per i pazienti e per la comunità oftalmologica
di Maria Cristina Savastano, Professore Associato
Università
Cattolica
del Sacro Cuore, Policlinico A Gemelli, IRCCS. Roma
CTutte le interviste contenute in questo numero sono consultabili collegandosi al sito: www.eyeseenews.it
Negli ultimi anni la ricerca sui biomarcatori retinici ha compiuto progressi straordinari. Oggi disponiamo di tecnologie diagnostiche sempre più sofisticate, capaci di analizzare le strutture oculari con una precisione e una profondità impensabili fino a poco tempo fa. Un ruolo decisivo è stato svolto dall’integrazione con l’intelligenza artificiale, che consente di elaborare e interpretare i dati in modo ancora più accurato. Grazie a strumenti diagnostici avanzati, come i retinografi e gli OCT di ultima generazione, è
oggi possibile identificare biomarcatori microscopici con un elevato livello di dettaglio. Questo permette non solo di visualizzarli e quantificarli, ma anche di comprenderne meglio la natura, ad esempio distinguendo quelli associati a processi infiammatori o pro-infiammatori, come avviene nella degenerazione maculare. Le applicazioni di queste tecnologie, però, vanno ben oltre le malattie oculari. Alcuni biomarcatori retinici possono infatti offrire indicazioni preziose su patologie neurodegenerative, come l’Alzheimer,
oppure su malattie cardiovascolari. In alcuni casi, alterazioni osservabili sul fondo oculare possono persino rappresentare un segnale precoce di rischio sistemico.
È proprio in questo contesto che si inserisce il concetto di oculomica: un ambito della ricerca oftalmologica che studia le caratteristiche dell’occhio e del fondo oculare per ottenere informazioni sullo stato di salute generale dell’organismo. L’occhio diventa così una vera e propria finestra sul corpo umano, offrendo dati clinici estremamente rilevanti attraverso strumenti già presenti nella pratica quotidiana dell’oculista. Grazie a misurazioni precise e oggettive, oggi possiamo individuare segnali associati a condizioni come la retinopatia ipertensiva, il rischio di ictus o alcune malattie neurodegenerative. Questo spiega perché l’interesse verso l’oculomica sia cresciuto così rapidamente negli ultimi anni. È importante, tuttavia, evitare interpretazioni troppo semplicistiche o automatiche dei biomarcatori. Molti segni oculari non sono esclusivi di una singola patologia e possono avere origini differenti. Un esempio classico è la riduzione delle fibre nervose nella regione maculare: un’alterazione che può essere correlata all’Alzheimer, ma anche al glaucoma. Per questo motivo il ruolo del medico resta centrale. L’esperienza clinica, l’analisi dell’anamnesi e la valutazione complessiva del paziente sono fondamentali per interpretare correttamente i dati e distinguere eventuali concause. L’oculista deve considerare con attenzione l’aspetto del nervo ottico, la presenza di possi -
bili trombosi, segni di retinopatia ipertensiva o altre condizioni che potrebbero influenzare il quadro clinico. La diagnosi, quindi, non può essere affidata esclusivamente alla tecnologia: resta il risultato dell’integrazione tra strumenti avanzati, competenza medica e capacità critica.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale sta entrando in modo sempre più capillare nella pratica oftalmologica, coinvolgendo tutte le branche della disciplina e non soltanto l’analisi del fondo oculare. Di fronte a questa evoluzione, il mondo medico si divide tra chi guarda a queste tecnologie con timore e chi invece ne coglie le potenzialità. Personalmente considero l’intelligenza artificiale un supporto estremamente utile per l’oculista. Può aiutare a identificare biomarcatori, automatizzare misurazioni complesse e velocizzare alcuni processi diagnostici. Tuttavia, non potrà mai sostituire completamente il medico: la sensibilità clinica, l’esperienza e la capacità interpretativa di uno specialista restano insostituibili. Il futuro dell’oftalmologia appare quindi ricco di opportunità. Mi aspetto una collaborazione sempre più stretta tra ospedali, specialisti e medicina territoriale, per rendere le cure più accessibili, tempestive ed efficaci anche grazie alla telemedicina. In questo ambito, l’intelligenza artificiale può rappresentare un alleato importante. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono già utilizzati dispositivi capaci di effettuare screening e diagnosi precoci da remoto, oppure sistemi automatizzati che indirizzano rapida -
mente i pazienti a rischio verso uno specialista, come nei casi sospetti di retinopatia diabetica.
L’obiettivo finale deve essere quello di offrire ai pazienti percorsi di prevenzione e cura sempre più rapidi ed efficienti, migliorando al tempo stesso l’organizzazione del lavoro clinico. Tecnologie avanzate e strumenti digitali potranno infatti aiutare gli oculisti a ottimizzare il processo assistenziale, evitando visite non necessarie e concentrando le risorse sui pazienti che hanno realmente bisogno di un controllo specialistico in presenza.
L’OCCHIO E LA MACCHINA OTTICA
Oculomics e il potenziale di un’intelligenza artificiale etica
Intervista alla Professoressa
Amitha Domalpally, Wisconsin Reading Center, Università di Wisconsin Madison, Stati Uniti e al Professor Enrico Borrelli, Università di Torino
N“Nessuna delle macchine attuali, ripeto, mi spaventa. Ciò che mi spaventa è la straordinaria rapidità con cui esse si stanno trasformando in qualcosa di ben diverso da quello che sono oggi. Nessuna specie animale o vegetale ha mai fatto, in passato, simili passi da gigante. Non dobbiamo dunque sorvegliare gelosamente il loro progresso, e arrestarlo finché siamo ancora in tempo? ”
È il 1872 a Londra, in piena età vittoriana. Un romanzo satirico intitolato Erewhon; Or, Over the Range fa capolino nelle librerie del Regno e, nonostante l’anonimato del suo autore, è subito un successo. Il libro esplora, attraverso gli occhi del protagonista Higgs, le sfaccettature socioculturali della nazione fittizia, omonima al titolo dell’opera e anagramma di “nowhere”, e le contraddizioni rispetto al suo sistema morale di uomo dell’epoca. Ciò che oggi in particolare colpisce l’attenzione del lettore moderno appare senza dubbio nei capitoli intitolati “The Book of the Machines”, dove l’autore innesta con astuzia il contenuto dei propri saggi all’interno del libro, a sostenere la decisione degli abitanti di Erewhon di abbandonare per sempre la tecnologia proprio a causa della propria abilità a evolvere, sviluppare un’intelligenza artificiale propria e a replicarsi. Per la prima volta nella storia della letteratura, le implicazioni etiche dell’intelligenza venivano messe sotto la lente di ingrandimento in chiave evoluzionista darwiniana, quasi ottant’anni prima dello SNARC di Minsky ed Edmunds, centoquarantatre tre anni prima della fondazione di OpenAI.
Oggi la popolarità dell’IA, per le sue implicazioni socioeconomiche
e ambientali, nonostante la prima fiammata di entusiasmo, è ai minimi. Trattenuta in un fenomeno economico circolare che alcuni esperti iscrivono già in una bolla instabile, corresponsabile di un incremento della disoccupazione globale, e legata al rapido peggioramento del cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale sembrerebbe essere per alcuni sempre più meritevole di un ostracismo radicale. Una jihad butleriana, definita così dall’autore di fantascienza Frank Herbert proprio in ossequio all’autore di Erewhon.
Tra le mille controversie, l’IA sembra dunque non essere davvero un prodotto spendibile. Come ad esempio sottolineato da Shojaee, Mirzadeh et al in un paper di Apple 2, l’IA non sembra essere davvero così intelligente come il mercato vorrebbe far credere. Lo sanno bene gli scrittori che hanno comparato il proprio lavoro con un LLM come ChatGPT, o gli artisti che hanno osservato le profonde lacune della IA generativa. Esiste dunque un’IA che sia etica, funzionale e specialmente, che sia uno strumento per il miglioramento delle condizioni umane?
La risposta è sì, ma per far ciò è necessario entrare nelle tasche dimensionali della specialità, e in particolare nel mondo dell’imaging retinico.
“Oculomics non è un nuovo concetto nel mondo della ricerca, solo il nome è una recente aggiunta. Quello che è oggi un sistema di individuazione di biomarker tramite imaging retinico con intelligenza artificiale altro non è che l’evoluzione di una metodica iniziata già trent’anni fa”, afferma Amitha Domalpally, MD, PhD, “per non
Professoressa Amitha Domalpally
di Timothy Norris
Quello che è oggi un sistema di individuazione di biomarker tramite imaging retinico con intelligenza artificiale altro non è che l’evoluzione di una metodica iniziata già trent’anni fa
Amitha Domalpally
menzionare che l’osservazione dei vasi retinici a scopo predittivo risale a un secolo fa”.
Un’autorità nel mondo dell’imaging retinico, Amitha Domalpally è Direttrice e Ricercatrice del Wisconsin Reading Center dell’Università di Wisconsin-Madison, nonché Professoressa Associata della stessa. Secondo Domalpally, quella che un tempo era una branca della medicina con una ridotta accessibilità, oggi è stata largamente rafforzata nella resa e nelle potenzialità dall’introduzione del machine learning. “Molteplici studi su fette molto ampie di popolazione avevano già osservato il rapporto tra variazioni nella vascolarizzazione della retina e malattie sistemiche e in particolare cardiovascolari del paziente. Allora era necessario prendere un’immagine del fondo oculare, e per applicare gli algoritmi appropriati era necessario recarsi in centri come il nostro per verificare l’accuratezza delle misurazioni, osservando il calibro dei vasi, la loro tortuosità,
le dimensioni frattali e così via”, rammenta Domalpally. “Ciò che è cambiato con l’IA è la capacità di riconoscere i pattern direttamente dalle fotografie del fondo. Invece di dover raccogliere misurazioni precise e calcolare numeri, l’IA fornisce direttamente una risposta ai fattori di rischio, rendendo tutto molto più digeribile e molto più facile da comprendere, cosa che ha reso Oculomics molto più popolare rispetto ai predecessori” aggiunge. “Possiamo definire Oculomics una branca della medicina in forte espansione, che coinvolge direttamente l’oculistica per ottenere informazioni di ordine sistemico”, osserva Enrico Borrelli MD, PhD, FEBO. “Questo è stato reso possibile da due fattori: in primis l’incredibile evoluzione dei sistemi di imaging del segmento posteriore che si è verificata negli ultimi anni, con l’introduzione prima dell’OCT e poi dell’OCTA. Informazioni che raggiungono il micron di risoluzione e sensibilità. A questo si è aggiunto l’impatto dell’IA che ha permesso di rilevare dati che l’occhio umano non è in grado di osservare”.
Enrico Borrelli è Professore Associato di Oftalmologia e Consulente Senior all’Università di Torino e specialista di retina alla città della salute e della scienza di Torino. “Come raccolta di informazioni dall’occhio di importanza dal punto di vista sistemico, il concetto cardine di Oculomics nasce molto tempo prima dell’applicazione dell’IA”, sottolinea Borrelli. “Basti pensare al diabete, che tra le varie complicanze della patologia può creare alterazioni a livello oculare, con la comparsa di lesioni che
configurano una retinopatia diabetica.”
Una nuova branca, come spiega Borrelli, che con un nuovo strumento a disposizione ha riacceso interesse e migliorato la sensibilità, ma le cui fondamenta erano state poste già decenni fa.
UN OCCHIO ATTENTO
“Chi ci ha mostrato l’esistenza di organismi infinitamente minuscoli, che pullulano insospettati intorno a noi? L’occhio o la macchina ottica? 3” S. Butler
Come branca della medicina, Oculomics ha come principale interesse l’identificazione di modifiche e alterazioni che possono precedere l’insorgenza della patologia.
“Dal punto di vista pratico, l’ambiente in cui Oculomics ha raggiunto una maggiore maturità è certamente quello cardiovascolare”, afferma Domalpally. “I rischi di una pressione arteriosa sono ovviamente ben noti, a buona ragione. C’è un’ampia letteratura con numerosissimi studi retrospettivi e svariate pubblicazioni. Segue di poco la misurazione del rischio di ictus, demenza, nefropatie e Parkinson, tutte realtà della medicina di cui abbiamo un gran quantitativo di dati utili”, aggiunge. Secondo Borrelli, Oculomics non ha solo un potenziale diagnostico, ma di monitoraggio, tenendo traccia della progressione di malattie croniche come il diabete. “Questo permette di prevedere il rischio di esacerbazione permettendo di agire prima del flare-up”, aggiunge. Le potenzialità di Oculomics possono inoltre essere utilizzate in vari ambiti della medicina e della biologia, oltre al senso strettamente fisiopatologico. Secondo Domalpally,
Professor Enrico Borrelli
Oculomics diverrà subito non uno strumento a uso esclusivo dell’esperto di retina, quanto più multidisciplinare e utile per tutta la comunità
Enrico Borrelli
Analisi computazionale precoce dei vasi retinici mediante metodi classici di elaborazione, a dimostrazione di concetti ora ampiamente applicati nell’imaging basato sull’IA, immagine gentilmente concessa dalla Professoressa Domalpally.
una delle osservazioni più importanti riguardano il processo di invecchiamento retinico, “una delle tematiche più popolari al momento riguardanti Oculomics. Un’azienda americana chiamata Toku ha già fatto notevoli passi in avanti in questa procedura”, spiega. “Attraverso un’immagine ad alta definizione della retina è possibile avere una stima della propria età biologica misurando diversi parametri. Se sono più giovane della
mia età anagrafica, significa che sono più in salute. Il divario tra l’età biologica e quella anagrafica è interessante da considerare”, osserva Domalpally. Oculomics può essere uno strumento interessante quando si parla di demografica dei pazienti, specie per quanto riguarda la letteratura medica. “Si parla inoltre della possibilità di ottenere informazioni anagrafiche come età, sesso biologico, etnia” , afferma Borrelli.
“Tutte informazioni che possono tornare estremamente utili. Grazie ad Oculomics potrebbe essere possibile il corredo genetico e tramite la raccolta dei fattori di predisposizione capire se vi è presente un alterazione” . La stessa osservazione, spiega Domalpally, è possibile anche con altri indicatori. “Possiamo misurare altri parametri relativi all’alimentazione, come l’emoglobina glicata e la calcemia, oltre che misurare i danni sistemici correlati ad esempio al fumo di sigaretta.”
PROSPETTIVE E OSTACOLI
Da un punto di vista di hardware, Oculomics al momento attuale necessita di alcuni strumenti specifici, come l’OCT, l’OCTA e un retinografo per la raccolta dei dati. “È necessario ottenere immagini ad alta risoluzione in modo da permettere all’intelligenza artificiale di fare un lavoro migliore”, osserva Borrelli. “L’importante è acquisire delle immagini standardizzate, che possono essere raccolte in gran quantità in modo da creare un dataset abbastanza ampio e comprensibile”.
Grazie alla creazione di database completi, Oculomics può quindi iniziare a fare affidamento su sistemi di imaging più a portata. Come suggerisce Domalpally, “un qualsiasi retinografo anche economico, di quelli presenti in ogni clinica oculistica e da un optometrista è sufficiente. Oggi è possibile fare una fotografia del fondo anche usando un cellulare”, spiega. L’idea, secondo lei, è quella di rendere realtà la possibilità per un paziente di presentarsi alla farmacia locale e ottenere così un quadro approssimativo del proprio stato di salute, della propria età retinica e di conseguenza sistemica,
Professoressa Amitha Domalpally
Cover TopiC
L’outcome diagnostico potrebbe non essere nelle mani dell’oculista, ma quest’ultimo rimane in possesso degli standard di acquisizione
o ricevere delle indicazioni su un eventuale rischio di ictus o infarto miocardico, o di insorgenza di disturbi neurocognitivi. “Se per la ricerca e per l’ottenimento di dati OCT e OCTA rimarranno sempre dei dispositivi essenziali, sarà la fotografia del fondo a essere lo strumento principale per la sanità pubblica”, afferma.
Al momento, Oculomics rimane ancora nella sua fase sperimentale. “Per ora non ha ancora preso un grande spazio nell’attività clinica, ma può comunque già vantare delle evidenze scientifiche larghe. Di solito questo è preludio a
un ingresso importante nella pratica. Diverrà presto cruciale per le iniziative di screening, dove determinate fasce della popolazione verranno invitate a sottoporsi a un esame veloce, non in vasivo e indolore per valutare il rischio di patologie, creando un follow-up spe cifico e facendo risparmiare importanti risorse nel processo”, osserva Borrelli. Siamo ancora in una fase transito ria iniziale e, come prevede Amitha Domalpally, il momento in cui Oculomi cs diventerà lo standard di cura si sta av vicinando. “È un’area di interesse per sonale, in quanto è mio dovere valutare le IA prodotte dalle aziende e portarle
OCTA che mostra i dettagli microvascolari della retina senza liquido di contrasto. Immagine gentilmente concessa dalla Professoressa Domalpally
Indicate per il trattamento perioculare quotidiano in adulti e bambini, in caso di irritazioni, blefariti, occlusioni del canale lacrimale e nel pre/post chirurgia oftalmica.
Cover TopiC
il livello di risposta di una determinata terapia. Oculomics è una branca della medicina dove, nonostante la centralità dell’occhio, non c’è un oculista al timone, quanto più diversi capitani che si alternano a seconda di dove porta la corrente”, sostiene Borrelli.
“L’outcome diagnostico potrebbe non essere nelle mani dell’oculista, ma quest’ultimo rimane in possesso degli standard di acquisizione”, sottolinea Domalpally. “Siamo, ancora al momento l’unica categoria in grado di assicurare che la definizione e la qualità dell’imaging siano adatte, specialmente di fronte a dei potenziali falsi, o errori di giudizio dell’IA. Che succede se l’intelligenza artificiale è in torto? Di chi è la responsabilità?”
IL DILEMMA
DELLA SCATOLA NERA
“Chi può dire che la macchina a vapore non possieda una qualche sorta di coscienza? Dove comincia e dove finisce la coscienza? Chi può fissare il limite? 4” S. Butler Tra le pagine di Erewhon, Butler affida il suo pensiero al lettore, chiedendosi se l’influenza morale dell’uomo sarà mai sufficiente a imbrigliare e controllare lo sviluppo delle macchine, ironizzando sull’imprudenza del contare molto sul loro stesso senso morale. Similmente, Domalpally e Borrelli richiamano alla necessità di una forte regolamentazione dell’IA allo scopo, appunto, di mantenere questa nuova realtà all’interno di un reame scientifico e razionale, distante dall’emotività positiva o negativa che imperversa nell’opinione pubblica, distante dal bagaglio di rischi e dilemmi di etica e responsabilità che una IA sregolata porta con sé. Il potenziale per Oculomics di diventare un sistema di screening efficiente e alla portata di tutti, semplice da effettuare come delle analisi del sangue, dipende quindi molto dall’utilizzo razionale e regolamentato della sua componente intelligenza artificiale. Secondo Borrelli, la necessità di convogliare l’IA in binari ben definiti è una regola esistenziale che si applica a ogni suo ambito
di applicazione. “Chi possiede un’automobile può guidare in modo etico, rispettando gli stop e i limiti di velocità. Chi guida in modo non etico può potenzialmente essere un pericolo per il prossimo e allo stesso tempo impattare negativamente l’ecosistema. L’IA cambia molto a seconda di come viene controllata e, specialmente, deve essere direttamente guidata. Per questo devono essere definite delle regole, europee e nazionali entro la quale l’IA deve muoversi allo scopo di rimanere uno strumento utile, una risorsa, e non un pericolo”, Borrelli conclude. “Molta gente con cui mi confronto mi parla di Oculomics facendo riferimento all’occhio come la finestra sul corpo umano, e siamo tutti d’accordo sull’entusiasmo che questo crea”, racconta Domalpally, che chiede di mettere i piedi a terra dopo anni di Oculomics sotto i riflettori, per comprendere meglio la situazione. “Sono meno poetica e più pragmatica: è il momento di iniziare il lungo processo per l’approvazione e la diffusione di Oculomics, ma per fare ciò dobbiamo approfondire e sviluppare il concetto di l’Explainable IA, o XAI. Perché finché l’IA è coinvolta, Oculomics è una scatola nera in cui
senza una XAI non possiamo che interpretare il processo decisionale”. Messe da parte le barriere di sicurezza per ridurre le ansie evitabili, dice, la strada da prendere è l’incoraggiamento di un giusto e completo processo di approvazione. “Oculomics merita di essere più di una semplice attrazione giornalistica: necessita di lavoro pratico e pragmatico se vogliamo che diventi uno strumento utile nei prossimi cinque anni. In un futuro prossimo vorrei essere in grado di identificare un problema di salute in largo anticipo e agire prima della sua insorgenza. Sarebbe un futuro migliore”, conclude.
BIBLIOGRAFIA
1 Butler, Samuel. “Erewhon; Or, Over the Range.” Pg. 196.
2 Shojaee P, Mirzadeh I, Alizadeh K, et al. The Illusion of Thinking: Understanding the Strengths and Limitations of Reasoning Models via the Lens of Problem Complexity. arXiv:2501.12948. Published January 2025. Accessed May 22, 2026.
3 Butler, Samuel. “Erewhon; Or, Over the Range.” Pg. 200.
4 Butler, Samuel. “Erewhon; Or, Over the Range.” Pg. 192.
RiflettoRi sull’espeRto
UN’EREDITÀ SENZA CONFINI
Nel decennale della sua scomparsa,
Cesare Forlini continua a vivere nei ricordi di chi l’ha conosciuto
DDedichiamo questa speciale edizione di “Riflettori sull’Esperto” a Cesare Forlini, sempre con noi nel ricordo, in tanti dei nostri cuori, e nella sua sconfinata eredità di soluzioni chirurgiche straordinarie e di occhi salvati. Spirito libero, innovatore, poliedrico, artista nell’anima, amava misurarsi al tavolo operatorio con le sfide impossibili in cui, guidato da un’eccezionale combinazione di perizia tecnica, entusiasmo, coraggio e tenacia, sapeva generare soluzioni inedite, oltre i limiti, fuori da qualunque schema. I traumi oculari
Cesare Forlini con il figlio Matteo, all’AAO a New Orleans nel 2013
Per collegarsi al video, scansionare il codice QR
erano per questo il suo ambiente prediletto. Perché nel trauma non c’è regola, ogni caso è unico, ogni intervento è un susseguirsi di imprevisti e di sorprese, senza confini di spazio e di settore.
La sua “strategia globale”, “multidistrettuale”, “da polo a polo”, in cui il chirurgo si muove tra segmento anteriore e posteriore “come un danzatore”, con assoluta precisione tecnica, grazia ed eleganza, è diventata un modello di riferimento nella traumatologia oculare. Le sue manovre chirurgiche battezzate con evocative metafore mangerec -
ce sono entrate nella storia e nel repertorio di colleghi di ogni parte del globo. Per citarne solo un paio:
“Spaghetti technique”: nel delicato e misurato spazio dell’occhio, non esercito trazioni sulle membrane retiniche con movimenti potenzialmente lesivi, ma sto fermo in punto e le arrotolo delicatamente intorno alla pinza, come spaghetti intorno alla forchetta.
“Parmesan Technique”: uso i cristalli di triamcinolone come il parmigiano sui maccheroni per visualizzare e asportare delicatamente e con precisione i residui di vitreo in camera anteriore e posteriore.
Altrettanto succulenta (e certo rivoltante per i non addetti ai lavori!) era l’immagine creata per un suo congresso sulla vitrectomia: un calice colmo di una bevanda frizzante in cui sta immersa una cannuccia. Chirurgo instancabile e caparbio, non si arrendeva mai e non rinunciava a risolvere un caso nemmeno di fronte alle più ardue difficoltà, a costo di rimanere in sala fino a tarda notte, portando allo stremo la resistenza di colleghi e ferriste. I suoi video su tecniche e casi chi -
rurgici costituiscono un patrimonio importante per la didattica. Un buon numero di questi, vincitori di premi nazionali e internazionali, mostrano il tocco originalissimo del Cesare artista, umorista bizzarro e surreale, dalle mille trovate grottesche e mirabolanti. Insegnano divertendo, rendono indimenticabile la lezione attraverso lo strumento potente della risata.
Oltre che un maestro, Cesare è stato un vero e grande amico per molti di quelli che hanno avuto il privilegio di incontrarlo. Era disponibile e generoso, aperto e sincero, una persona buona e accogliente, per nulla competitiva, che amava condividere il suo sapere e la sua esperienza e aveva l’umiltà di chi è veramente grande. Era gioviale e socievole, curioso del mondo, attivo nelle società oftalmologiche e nei congressi di ogni luogo della Terra. Aveva amici e allievi affezionati ovunque.
Lasciamo ora che sia lui stesso a parlare, nel video registrato anni fa per la SOI e presentato con alcune bellissime aggiunte all’AICCER di quest’anno e che potete vede -
re scannerizzando il QR code su questa pagina. E diamo spazio alle testimonianze di alcuni tra i tanti amici che hanno voluto lasciarci un loro pensiero.
SULLE ORME DI MIO PADRE, DI MATTEO FORLINI
C’è molto di mio padre in me. Ho fatto mie tante delle sue tecniche chirurgiche, non perché me le abbia insegnate, ma semplicemente osservandolo, crescendo accanto a lui, come per imitazione si impara a camminare. Ho acquisito da lui anche il piacere di trasmettere e insegnare, di condividere la mia esperienza e i miei video ai congressi. Come lui mi sposto di frequente, perché amo i contesti internazionali e l’incontro con i colleghi, fare gruppo, imparare, discutere e stare insieme. Mi ha trasmesso l’entusiasmo di fare e di conoscere, la gioia di vivere, l’ottimismo e la giovialità. Ho sempre ammirato e cercato di emulare il suo modo empatico di rapportarsi ai pazienti, rassicurandoli, trasmettendo loro forza e speranza. Mi piace sentirmi dire da alcuni di loro, che ora sono seguiti ➧
di Michela Cimberle
Cesare Forlini con Donald D’Amico
RiflettoRi sull’espeRto
da me, “mi ricordi tuo padre, stessa voce, stessi gesti, stesse battute”. Era un padre impegnatissimo, che lavorava senza badare agli orari ed era spesso assente per i congressi. Ma proprio grazie a questo ci ha trasmesso valori importanti: la dedizione agli altri e alla propria professione, la responsabilità, l’impulso a migliorarsi sempre. E ci ha insegnato che il mondo è grande, pieno di cose da scoprire, e che c’è un enorme potenziale di crescita nel confrontarsi con realtà anche molto diverse e lontane dalla nostra. Ci ha dato l’opportunità di condividere con lui alcuni dei suoi viaggi, e ha portato a casa nostra, oltre ai più disparati souvenir, tanti colleghi di tutto il mondo, offrendoci quindi fin da bambini un contatto diretto con questo mondo vario, senza confini e ricco di diversità che era il suo, e che sarebbe stato il nostro.
CESARE SARÀ SEMPRE
CON NOI, DI FERENC KUHN
Ci sono oftalmologi, ci sono grandi oftalmologi – e poi c’è il compianto Cesare Forlini. Era una persona assolutamente unica: un chirurgo fantastico e innovativo, un padre amorevole, un amico fedele per tutti, facilmente riconoscibile in tutto il mondo, che ha visitato con entusiasmo e mente aperta. Era anche un artista; quando ho visto il suo studio privato, mi è sembrato di essere in un museo. Aveva un’energia inesauribile, sia nella professione che nella vita privata. Ho avuto la fortuna di essergli intimamente amico e abbiamo trascorso molto tempo insieme, organizzando corsi di traumatologia e girando il mondo, da Xi’an al Grand Canyon. Ho giocato a calcio con lui; ho visto quanto fosse orgoglioso che suo figlio, Matteo, avesse seguito le sue orme, e sono sopravvissuto al suo stile di guida,
italiano all’estrema potenza. Quando ho avuto notizia della sua malattia, non ho voluto credere che potesse essere così grave. Quando ho saputo della sua scomparsa, ho pianto e non mi sono mai ripreso. Non lo dimenticherò mai, la ferita della sua perdita mai si rimarginerà. Cesare Forlini non è più con noi. Cesare Forlini sarà sempre con noi.
UNA FONTE DI ISPIRAZIONE CONTINUA, DI SUNDARAM NATARAJAN
La mia amicizia con Cesare Forlini ebbe inizio negli anni ‘90, durante i nostri corsi di aggiornamento con il famoso Relja Zivojnovic. Ebbi poi l’onore di invitarlo in India in quegli stessi anni, dove strinse velocemente amicizia con molti colleghi oculisti. Uno dei suoi più importanti contributi al nostro settore fu il molto acclamato video sulla chirurgia “Pole to Pole”, che divenne immensamente popolare in India.
Cesare Forlini con Sundaram Natarajan, Athanasios Nikolakopoulos e Referano Agustiawan.
MiCurO
RiflettoRi sull’espeRto
Nel corso degli anni, ho visitato Ravenna diverse volte, per partecipare a sessioni di chirurgia in diretta e a vari convegni organizzati da Cesare. Le nostre collaborazioni si sono poi estese ai meeting della “High School Ocular Trauma”, dove abbiamo avuto l’opportunità di condividere importanti approfondimenti in materia di trauma oculare.
Cesare era non solo un insegnante di grande talento, ma anche un essere umano eccezionale con una speciale passione per la fotografia. Ha creato numerosi appassionanti video per i quali ha ricevuto altrettanto numerosi premi e riconoscimenti.
Mi chiese un giorno di accogliere Matteo come tirocinante nel nostro ospedale, un compito che ho assolto con gioia e soddisfazione e che testimonia la dedizione di Cesare allo sviluppo dei giovani talenti nella comunità oftalmologica. La sua eredità continua a essere di ispirazione per molti, e personalmente gli sono grato per la duratura amicizia e collaborazione professionale che abbiamo costruito nel corso degli anni.
UN INNOVATORE
STRAORDINARIO,
DI DONALD D’AMICO
Quando penso a Cesare Forlini –una circostanza che ricorre spesso nella mia vita di tutti i giorni – è facile per me, e probabilmente per tutti noi, ricordare immediatamente la sua personalità straordinariamente accogliente e la sua immensa creatività come oratore. Eppure, a causa della sua limitata conoscenza dell’inglese, soprattutto nei primi anni, e siccome prediligeva il podio e i video alle pubblicazioni per trasmettere le sue esperienze, mi sembra che il suo contributo alla chirurgia oculare sia stato largamente sottovalutato. Ho la fortuna di parlare italiano, e ho quindi avuto svariate opportunità di discutere con lui casi complessi. Cesare era chiaramente un chirurgo oculare assolutamente eccezionale, assolutamente formidabile, all’apice della sua arte. Anni fa, durante un congresso dell’American Academy, presentò il caso di un paziente con una pallottola di piombo nella parete oculare a seguito di una ferita da arma da fuoco; la rimozione si
preannunciava straordinariamente complessa perché, se la pallottola fosse caduta sulla macula durante l’intervento, avrebbe irrimediabilmente compromesso la visione centrale. Da vero innovatore, Cesare trovò il modo di proteggere la macula da eventuali danni, riuscendo nel contempo a rimuovere con successo quel corpo estraneo estremamente pesante. Le sue tecniche innovative e la sua abilità nelle ricostruzioni combinate del bulbo oculare anteriore e posteriore (“da polo a polo”, come le chiamava lui) – un tipo di intervento chirurgico a me molto caro in quanto specialista dell’impianto di protesi corneali permanenti insieme a mia moglie, Kimberly Sippel, chirurga della cornea – erano per noi fonte di assoluto stupore. Noi due insieme non avremmo mai osato tentare queste imprese eroiche, né tantomeno avremmo osato sperare di ottenere risultati brillanti come quelli che otteneva lui operando da solo. Continuo a essere ispirato da Cesare in tutte le sue dimensioni – caro amico, oratore straordinariamente brillante e chirurgo di grande talento – e lo porterò per sempre nel mio cuore.
CREATIVO, ORIGINALE E GIOIOSO, DI GIORGIO TASSINARI
Caro Cesare, sono trascorsi anni e continui a essere nei nostri ricordi. Ho avuto la fortuna di averti avuto come amico quando ti sei unito a noi a Ravenna, alla scuola del nostro maestro Egidio Dal Fiume. Abbiamo trascorso anni di grande impegno, spinti dal comune e costante desiderio di apprendere e migliorare le nostre conoscenze. Hai sempre dimostrato una grande creatività e originalità nelle scelte chirurgiche che proponevi. La chirurgia “da polo a polo” rimane un tuo punto di merito.
Ma quello che ti distingueva era la “gioiosità” del tuo carattere, che si esprimeva a pieno quando trasmettevi le tue conoscenze attraverso filmati che univano una bella tecnica chirurgica con un’abile e spesso divertente regia. In sala operatoria eri un abile direttore d’orchestra che sapeva coinvolgere tutti attorno al suo intervento.
Ricordo i bei congressi che orga -
nizzavi dove sempre riuscivi a fare tutti partecipi con il tuo spirito sempre allegro e gioviale. Uno dei primi video che presentasti aveva per oggetto una rottura capsulare con conseguente lussazione del nucleo nel vitreo: il filmato inizia con un giovane che causa la rottura di una lastra di ghiaccio, precipita nel lago e affonda in profondità, per poi essere salvato da mani provvidenziali. Quale esempio più bello per introdurre il tuo video! Sei stato in questo un vero artista. E un ironico artista fosti anche la volta in cui, mentre ci recavamo con la mia auto a Colonia, ti offristi di farmi il pieno di benzina senza accorgerti che la pompa riforniva gasolio. Cose da poco, Cesare! Ma non è stato da poco l’averci abbandonato quando tutto stava cambiando intorno a noi.
UNA PERSONALITÀ VULCANICA, DI UGO CIMBERLE
Di Cesare ho molti ricordi, sparsi in tanti anni di collaborazione. La prima volta mi stupì. Ero appena arrivato a Ravenna, di oculistica sapevo poco, a parte tanta teoria, e il primo impatto lavorativo con la splendida équipe di mio zio Dal Fiume lo ebbi con Cesare, quando, saltellandogli dietro durante la guardia mi sentii dire “To’ fammi questa retrobulbare”. Breve momento di panico e poi con la sua guida, affrontai il mio primo approccio pratico all’oculistica. Poi, negli anni, furono giornate piene di sala operatoria, e quando ero con Cesare era tutto un cercare di stargli dietro. Dato che, da bravo Cesare, lui arrivava in sala, saltava da una sedia all’altra, si alzava per telefonare, guardava come erano riuscite le riprese degli interventi, sempre vulcanico nelle idee, io ne approfittavo per mettere il cerchiaggio, fare le sclerotomie e iniziare la vitrectomia, anche sapendo che non avrebbe gradito. Quando iniziammo a fare chirurgia refrattiva in Cidiemme, spesso alla sera dopo cena, a ore indecenti, mi chiamava la mitica Iride chiedendomi se passassi in ambulatorio da lui, ambulatorio particolare, un po’ galleria d’arte moderna, dove mi mostrava dei casi da operare per decidere la strategia. Molto difficile stargli al passo, ma, se a volte ci portava a brontolare per i suoi tempi un po’ schizoidi, con uno dei suoi sorrisi ➧
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RiflettoRi sull’espeRto
risolveva tutto. Grande, complicato uomo, ci manchi.
“CESARE È ANCORA CON ME”, DI PAOLO BONCI
Parlare di ricordo per Cesare non è corretto, perché la sua presenza, il suo spirito, la sua simpatia, la sua amicizia allegra e scanzonata sono ancora così presenti che, quasi ogni giorno, la mia mente ha un aggancio al suo volto e ai sentimenti a volte contrastanti che mi legavano a lui.
Ci siamo conosciuti nel 1978, io avevo 26 anni e lui 30 o giù di lì. Aveva un barbone nero, una calvizie totale e tanta energia, sempre il sorriso sulle labbra e una copiosa effusione di parole, a volte poco comprensibili nella sua parlata delle basse Marche. A volte brontolone, a volte premuroso, a volte un po’ inc….to, sapeva comunque farsi voler bene. Quante volte siamo stati insieme per ore a vitrectomizzare al microscopio, molto oltre l’orario di servizio, mentre le povere infermiere facevano fatica a stare al suo passo veloce e incalzante!
Sentite questa: “Paolo (eravamo all’inizio di giugno), cosa fai il 22 di dicembre?” Io rispondo che non so nulla, non ho ancora organizzato nulla, e allora subito mi chiede se lo sostituisco perché ha degli impegni, e io casco nella sua trappola. Da allora quando mi faceva domande simili rispondevo che ero già occupatissimo per quella data: era una furbizia innocente e simpatica che si capiva subito, non era malizia. Eravamo già entrambi primari, io a Imola lui a Ravenna, e continuavamo a farci simpatici dispetti, ma sempre nel rispetto e nell’affetto reciproco. Ho sentito e sento molto la sua assenza, ma anche la sua presenza, perché Cesare è ancora con me.
UN INSEGNANTE MOLTO PARTICOLARE, DI
PAOLO ROSSINI
Terminata la specializzazione, arrivai a Ravenna una mattina con l’auto carica di bagagli. Entrai in reparto e lui mi disse “Vieni, vieni in sala che ti presento tutti, poi vai un attimo a casa a sistemarti”. Arrivai a casa a mezzanotte e mezzo, e in
piena notte scaricai i bagagli. Queste erano le nostre giornate: lavoravamo fino a tarda sera, 12, spesso 14 ore al giorno, preparavamo i congressi, il martedì e mercoledì guardavamo le partite di Champions, e poi giravamo una serie di ristoranti e di pub della zona. Non c’era sosta. Professionalmente, a lui devo tutto. Mi diceva “vabbè, inizia, inizia!” Arrivavano qui degli occhi in condizioni assurde, che richiedevano interventi lunghissimi e lui mi diceva “inizia, inizia, inizia!”. Iniziavo e spesso arrivavo anche alla fine di questi interventi. Quello era il suo modo di insegnare: sembrava che non ci fosse, che ti abbandonasse, ma in realtà c’era sempre, buttava sempre un occhio e interveniva se eri in difficoltà. Se vedeva che stavi andando bene, ti lasciava proseguire. Così si creano i chirurghi: mettendoli a lavoro, dando una certa libertà, dando fiducia e responsabilità.
UN CHIRURGO
A TRECENTOSESSANTA GRADI, DI MICHELE FORTUNATO
Talento ribelle, usciva spesso dalle convenzioni e usava il suo intuito geniale e la sua tenacia per affrontare e risolvere le situazioni più impossibili. Chirurgo a trecentosessanta gradi, ci ha fatto vedere cose mirabolanti e ci ha insegnato strategie di trattamento che mai avremmo immaginato, sulla pupilla, la cornea, la retina. Mai si vantava del proprio talento, mai ostentava i suoi successi. Per lui l’importante era risolvere i problemi di ciascuno dei suoi pazienti, che il più delle volte erano casi estremamente complessi. Come me non sopportava la burocrazia, che spesso mette i bastoni tra le ruote. Eravamo vicini per mentalità, e gli sono grato per l’amicizia che mi ha regalato, e che ancora porto nel cuore.
UN VUOTO IMMENSO, DI DIDIER DUCOURNAU
Cesare, tu rappresentavi l’umorismo, la grazia, l’immaginazione e la ricerca artistica, qualità così rare nel mondo di oggi, il che rende la tua assenza ancora più dolorosa. La tua sincera amicizia mi ha sostenuto più di quanto io possa mai esprimere a parole, e hai lasciato un vuoto immenso nel mio cuore. Sei, e rimarrai per sempre, il mio unico fratello in oftalmologia.
Cesare Forlini con Ferenc Kuhn
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Contenuti medi
LO SPAZIO DI MANOVRA
Come affrontare una DMEK con una camera anteriore poco profonda, tra tecnica, piccoli accorgimenti, spingendosi al limite
Intervista al Dottor Jack Parker, Parker Cornea, Vestavia Hills, Alabama, USA
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Destreggiarsi in una tecnica complessa, accogliere la sfida di un caso complicato, uscire da situazioni rocambolesche è appannaggio di un bravo chirurgo che, con maestria ed esperienza, è in grado di prendere l’incubo e trasformarlo in un successo.
Tuttavia, oltre all’abilità, il sangue freddo e la padronanza della tecnica, quello che rende più affrontabile un intervento chirurgico è lo spazio fisico di manovra, che in alcuni pazienti non è semplicemente possibile e che può dare delle noie anche a un chirurgo esperto e capace come Jack Parker. “Il tipo di DMEK che mi spaventa di più in assoluto, quelle dove non mi sento sicuro di potercela fare, è quella in casi dove la camera anteriore del paziente è poco profonda”, spiega proprio il Dottor Parker introducendo un caso di DMEK veramente da incubo.
Ci sono casi come occhi con lenti a fissazione sclerale o le lenti intraoculari da camera anteriore, o quelli dove il lenticolo non si apre o ruota, o i casi post vitrectomia, dove una camera anteriore normale aiuta a gestirli e risolverli, anche se possono dare qualche frustrazione. Tuttavia, quando manca lo spazio tra il retro della cornea e l’iride si rasenta il limite dell’impossibilità. “Quando vedo questi casi inizio a preoccuparmi. I pazienti che manifestano questa condizione sono quelli con segmenti anteriori alterati, con tessuto cicatriziale, zonule lasse e problemi all’iride. Un disastro”, afferma Parker.
Proprio un caso spaventoso come questo si è presentato solo il mese scorso al Dottor Parker, con una paziente che doveva sottoporsi a una DMEK nel suo unico occhio e una camera anteriore poco profonda.
L’operazione è avvenuta a regime am-
bulatoriale, sotto anestesia topica. Il Dottor Parker parte subito con una paracentesi e già qui la manovra è complicata. “L’iride è risucchiata contro la parete posteriore della cornea e normalmente userei un mantenitore della camera anteriore con aria per fare una descemetoressi”, racconta Parker. Il tentativo iniziale è di rendere la camera più profonda con una spatola per ciclodialisi e il mantenitore della camera anteriore con fluido per mogliorare la visibilità. Il Dottor Parker rompe le sinechie presenti e, usando un lungo uncino di Sinskey inverso, stacca la membrana cicatrizzata e molto spessa dalla superficie posteriore della cornea della paziente, muovendosi intorno con diverse paracentesi per rimuoverla in vari punti. “Nel momento in cui mi sono liberato di questa enorme massa di tessuto cicatriziale, faccio una nuova incisione principale direttamente in sede temporale con un cheratomo d’acciaio, raggiungendo l’interno dell’occhio per staccare la membrana retrocorneale”, spiega.
Ora, bisogna capire se c’è spazio sufficiente per far aprire il lenticolo senza problemi. Sfortunatamente, il Dottor Parker si accorge che ancora non ci siamo nonostante tutti gli sforzi e le manovre, perché la bolla d’aria non raggiunge la zona periferica. Di nuovo, prova a ripulire con l’uncino di Sinskey e la spatola da ciclodialisi, ma niente. La camera è irrimediabilmente poco profonda. Che fare, dunque?
“Trovandomi davanti a questi casi, negli anni ho capito che si può approfondire la camera anteriore riducendo il volume dello spazio dietro al cristallino. Se si rimuove il vitreo, il cristallino e il diaframma irideo si spostano all’indietro, creando profondità”, spiega. Eseguendo
Dottor Jack Parker
di Laura Gaspari
Prima di tutto, bisogna creare profondità. Successivamente serve un lenticolo piccolo, da donatore anziano e ben colorato prima di iniettarlo. Se fate queste cose, la vostra prossima DMEK da incubo con una camera anteriore poco profonda sarà più fattibile
Jack Parker
quindi una peritomia, con un mini-bisturi crescent crea un lembo sclerale triangolare a spessore parziale con una profondità di circa il 50%. Alla base del lembo, con un ago da 21 gauge, pratica una sclerotomia, in cui inserisce il manipolo per eseguire una vitrectomia “dry” senza infusione per ammorbidire l’occhio e liberare lo spazio dietro il cristallino e l’iride.
“Questo semplice accorgimento si è rivelato di enorme aiuto”, afferma Parker. “Chi non esegue la DMEK su occhi vitrectomizzati dovrebbe quindi imparare a farlo”.
Le cose iniziano a girare per il verso giusto, ma il Dottor Parker si accorge che ci sono alcune sinechie anteriori periferiche. “Il secondo consiglio fondamentale, che io stesso ho impiegato molto tempo a imparare, è di usare delle microforbici coassiali per tagliare direttamente queste sinechie. Sono tenaci, non basta cercare di rimuoverle, perché il tessuto cicatriziale è più resistente di quello irideo”, puntualizza Parker. “Bisogna tagliarle e poi staccarle”.
Dopo aver fatto questo, la bolla finalmente si estende alla periferia, la came-
ra anteriore è più profonda e il Dottor Parker si prepara a inserire il lenticolo per la DMEK all’interno dell’occhio. Dopo il debridement dell’epitelio corneale per massimizzare la visibilità, la sfida è di srotolare il lenticolo in un occhio così problematico. “Ci sono altri due accorgimenti che potete notare. Il primo è che il lenticolo è colorato di un blu brillante. Questo perché utilizzo sempre una colorazione intensa in occhi così complessi per vedere bene cosa sta succedendo”, spiega Jack Parker. “La seconda cosa è la scelta della dimensione lenticolo, che è volutamente più piccola e da un donatore in età avanzata, dai 70 anni in su, così è più facile da srotolare”. Nuovamente, ci sono problemi. Inserisce il lenticolo in camera anteriore, aspira la bolla e, nel controllare, si accorge che è un singolo rotolo mal definito, come se un bordo fosse piegato sull’altro. “Non riesco a capire se è nel verso giusto; quindi, uso il mio solito trucco di irrigare l’occhio nella camera anteriore per vedere se riesco a farlo girare, sollevare e aprire”, spiega. Il lenticolo però non vuole saperne di mettersi nel verso
giusto. Prova a irrigare di nuovo l’occhio da diversi punti, ma ancora niente. “Tendeva sempre a mettersi in questa strana configurazione a origami, come un taco piegato due volte. Quando è così è davvero difficile spiegarlo con dei piccoli tocchi; quindi, la chiave è portarlo in una configurazione tale per cui si può aprire aumentando la profondità della camera”, continua Parker. Non ci si può arrendere, quindi il Dottor Parker insiste cercando di creare quello spazio che gli serve per concludere con successo la chirurgia. Dopo un po’ di lotta, con il lenticolo che si gira e rigira, il Dottor Parker riesce a metterlo nella posizione corretta continuando a irrigare e riducendo la pressione tramite la paracentesi. Subito dopo, esegue la tecnica Help Yourself per aprire ancora meglio e centrare il lenticolo con la cannula, l’unico modo efficiente in casi come questo.
Dopo un po’ di tentativi con la bolla d’aria e di centramento, il Dottor Parker conclude con successo l’operazione. “Ecco cosa intendo con camera anteriore instabile. Non si ha il controllo sulla camera anteriore, ed è per questo che è utile manipolare direttamente il tessuto con una cannula lunga”, raccomanda. Operazioni così sono difficili, ma sono quelle che mettono seriamente l’abilità di un chirurgo alla prova. “È stato un intervento chirurgico davvero divertente, uno di quelli che mi è piaciuto molto fare”, afferma. “Le operazioni che preferisco sono le più impegnative, quelle in cui ti senti messo alla prova e ti spingi al limite per cercare fare sempre meglio”.
Quando l’occhio sul tavolo operatorio non ti dà spazio di manovra, dunque, è necessario crearselo con maestria, pazienza e un po’ di cocciutaggine. “Prima di tutto, bisogna creare profondità. Successivamente serve un lenticolo piccolo, da donatore anziano e ben colorato prima di iniettarlo. Se fate queste cose, la vostra prossima DMEK da incubo con una camera anteriore poco profonda sarà più fattibile, e molto più piacevole”, conclude.
Il lenticolo non vuole saperne di mettersi nella posizione corretta, nonostante gli sforzi del Dottor Parker.
PROGETTO DIOGENE, RIVOLUZIONE NELLA oGVHD
Un passo ulteriore verso la medicina personalizzata e multidisciplinare
Intervista al Professor Vito Romano, Università degli Studi di Brescia e ASST Spedali Civili
DDal punto di vista fisiopatologico, il Dry Eye Disease (DED) in corso di ocular Graft Versus Host Disease (oGVHD) si instaura quando i linfociti T immunocompetenti donatore-derivati riconoscono gli antigeni non-self della superficie oculare del ricevente. Questo attacco immunomediato innesca una massiccia infiltrazione linfo-monocitaria che bersaglia e distrugge gli acini della ghiandola lacrimale principale e induce l’apoptosi delle cellule caliciformi mucipare. Il risultato è un quadro clinico iperacuto e severo di occhio secco misto. “Al profondo deficit acquoso si somma una
grave disfunzione evaporativa, alimentando un circolo vizioso di iperosmolarità, infiammazione cronica e, nei casi estremi, rischio di melting stromale”, ha affermato il Professor Vito Romano, Professore Associato di Oftalmologia presso l’Università degli Studi di Brescia e dirigente medico presso l’ASST Spedali Civili.
Il Progetto DIOGENE, coordinato dal Dottor Mirko Farina e dedicato ad approfondire il legame tra DED e oGVHD, riunisce un team multidisciplinare di ematologia, oculistica e bioingegneria: il Professor Romano guida la componente oculistica, la Professoressa Simona Bernardi il coordinamento scientifico e la Professoressa Paola Serena Ginestra l’Unità di Bioingegneria.
Il DED secondario a oGVHD rappresenta dunque una sfida clinica di notevole entità, troppo spesso erroneamente percepita come una problematica di nicchia. Secondo Romano, l’evidenza clinica raccolta presso centri d’eccellenza, quali l’ASST Spedali Civili di Brescia, dimostra che “l’interessamento della superficie oculare, seppur con gradi diversi di severità, avviene virtualmente in ogni paziente sottoposto a trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche: la superficie oculare risulta particolarmente suscettibile alle patologie immunologiche, dermatologiche e gastrointestinali”. Nell’oGVHD, l’infiammazione delle mucose e la conseguente cicatrizzazione portano alla disfunzione delle ghiandole oculari, esitando in una “disfunzione del film lacrimale che compromette non solo il comfort, ma la capacità visiva stessa”, puntualizza Romano. La sfida attuale non risiede solo nel trattamento, ma nella capacità di stringere le maglie dello screening.
Uno dei principali unmet need identi-
Professor Vito Romano
ficati dal Professor Romano è la mancanza di una strutturazione sistematica che permetta la caratterizzazione dei pazienti prima dell’esposizione ai trattamenti trapiantologici. “La strategia del team di studio di Brescia propone un cambio di rotta verso la prevenzione primaria: se la superficie oculare viene studiata e pre-trattata in modo longitudinale prima, durante e dopo l’intervento, è possibile mitigare la fase infiammatoria acuta e prevenire l’insorgenza di quadri cicatriziali evoluti”, afferma. L’obiettivo è evitare che un evento transitorio provochi un danno permanente, trasformando l’attuale approccio al DED in corso di oGVHD da reattivo a proattivo, basato su una profilassi calibrata sul rischio individuale del singolo paziente.
Il Progetto DIOGENE si configura come una piattaforma bioingegneristica d’avanguardia che unisce la medicina rigenerativa al disease modeling paziente-specifico. In particolare, l’obiettivo è quello di superare i limiti intrinseci dei modelli murini e delle colture cellulari bidimensionali. Questi ultimi non sono in grado di replicare la complessità fisica e molecolare della superficie oculare umana. DIOGENE introduce l’uso del bioprinting 3D per ricreare fuori dall’occhio umano un ambiente che sia, al contempo, strutturale e cellulare, atto a ingegnerizzare costrutti tissutali tridi-
mensionali che replichino fedelmente la complessa architettura stratificata della cornea e della congiuntiva umane. Il vero salto di paradigma risiede nel superamento del concetto di tessuto sterile: i modelli biostampati vengono esposti ai fluidi biologici patologici (le lacrime) prelevati direttamente dai pazienti, caratterizzati dal pannello molecolare di citochine e metalloproteasi specifico di ciascun individuo. Questa esposizione ricrea in laboratorio l’esatta tempesta citochinica osservata in vivo, trasformando il costrutto 3D in una “biopsia funzionale dinamica” che permette di costruire un modello diagnostico e terapeutico personalizzato, su cui testare l’efficacia dei diversi farmaci, e, auspicabilmente, identificare biomarcatori predittivi subclinici. Il management del DED severo in corso di oGVHD richiede spesso il ricorso a terapie rigenerative di terza linea, come i derivati del sangue. Tuttavia, il Professor Romano evidenzia un punto critico legato alla loro variabilità: “nel paziente affetto da oGVHD, il siero autologo è spesso esso stesso alterato dalla patologia sistemica e privo dei necessari fattori di crescita, o peggio, carico di mediatori infiammatori”, spiega. Per questo motivo, presso l’ASST Spedali Civili di Brescia, il team ha implementato l’uso di siero eterologo (da donatore sano) o di lisati piastrinici purificati. “L’obiettivo
è fornire alla superficie oculare quei fattori di crescita (EGF, TGF-β, Fibronectina) che il sistema del paziente non è più in grado di produrre”, afferma Romano. “Questo approccio eziologico permette di diluire e “sciacquare via” i detriti infiammatori e nutrire il tessuto, ma richiede una caratterizzazione fenotipica accurata, per evitare l’uso di prodotti densi quando l’occhio necessita di una detersione acquosa”, aggiunge. Il futuro della clinica risiede nella capacità di non somministrare una terapia uguale per tutti, ma di formulare una prescrizione basata sulle mancanze specifiche del singolo occhio. Il modello 3D del Progetto DIOGENE è lo strumento che in un futuro prossimo si pone l’obiettivo ambizioso di ottimizzare i tempi di diagnosi e cura, riducendo le complicanze e migliorando il comfort visivo dei pazienti. Grazie alla collaborazione multidisciplinare tra oculistica, ematologia e ingegneria tissutale, la medicina personalizzata cessa di essere un concetto astratto per diventare un protocollo pragmatico, capace di incidere sensibilmente sulla vita dei pazienti. Contribuiscono al Progetto DIOGENE: Dottoressa Mariantonia Ferrara, Dottoressa Eliana Forbice, Dottor Antonio Iaria, Dottoressa Rosalba Monica Ferraro, Professor Daniele Avenoso, Dottoressa Alessia Cavalleri.
di Fabio Panini
FARICIMAB NELL’EDEMA MACULARE
DIABETICO:
EFFICACIA VISIVA MANTENUTA FINO A 4 ANNI CON INIEZIONI RIDOTTE
U
Uno studio di estensione a lungo termine pubblicato su Ophthalmology ha suggerito che faricimab (Vabysmo) potrebbe aiutare i pazienti con edema maculare diabetico a mantenere i miglioramenti visivi fino a 4 anni, riducendo al contempo la frequenza delle iniezioni intraoculari. Faricimab, a differenza dei precedenti farmaci, è in grado di inibire sia il VEGF-A che l’angiopoietina-2 (Ang-2).
I risultati provengono dallo studio RHONE-X, che ha seguito i pazienti che avevano completato gli studi pivotali di fase 3 YOSEMITE e RHINE. I ricercatori hanno valutato la sicurezza a lungo termine, la durabilità e l’efficacia di faricimab utilizzando un treat-and-extend (T&E) personalizzato in persone con edema maculare. Complessivamente, 1204 pazienti (82%) hanno completato lo studio
RHONE-X. L’incidenza di eventi avversi che hanno portato all’interruzione del trattamento (1,5%) e i tassi di infiammazione intraoculare (1,3%) sono risultati bassi. La maggior parte dei pazienti che sono entrati nella fase di estensione ha potuto mantenere schemi di dosaggio prolungati nel tempo.
I pazienti trattati con faricimab in T&E hanno mantenuto miglioramenti visivi significativi (tra +9,5 e +11,4 lettere di BCVA) e riduzioni sostanziali dello spessore retinico (circa 200 μm) in tutti i gruppi, con oltre il 90% che ha raggiunto la risoluzione dell’edema maculare diabetico. Questi risultati sono stati ottenuti con un numero ridotto di iniezioni (appena 7-8 nell’arco di 2 anni) e circa l’80% dei pazienti ha potuto essere trattato a intervalli di almeno 12 settimane.
I risultati di sicurezza sono rimasti coerenti con i precedenti studi su faricimab e non sono emerse nuove preoccupazioni durante il follow-up a lungo termine.
I ricercatori hanno affermato che i dati di RHONE-X dimostrano come gli intervalli di trattamento individualizzati con faricimab possano garantire un controllo duraturo della malattia, riducendo al contempo il peso assistenziale a lungo termine sia per i pazienti che per i sistemi sanitari.
Fonte: Sheth V, Schlottmann P, Lai T, et al. Four-year outcomes of faricimab in diabetic macular edema: results from the RHONE-X extension trial. Ophthalmology. 2026; doi:10.1016/j.ophtha.2026.01.004
MIOPIA INFANTILE:
STUDIO ITALIANO RACCOMANDA
SCREENING PRECOCI E STILE DI VITA ALL’APERTO
U
Un nuovo studio ha invitato a introdurre screening oculistici più precoci e modifiche dello stile di vita nei bambini per contrastare la crescente diffusione globale della miopia. La ricerca, pubblicata su Graefe’s Archive for Clinical and Experimental Ophthalmology, raccoglie il consenso di esperti oftalmologi pediatrici e delinea un approccio strutturato alla gestione della miopia infantile. Lo studio ha utilizzato un processo di consultazione strutturato, coinvolgendo 37 oftalmologi italiani, al fine di stabilire raccomandazioni standardizzate in materia di prevenzione, diagnosi e trattamento. Tra le principali raccomandazioni troviamo gli screening oculistici, che dovrebbero iniziare già a partire dai tre anni di età; il monitoraggio regolare dei piccoli
pazienti, con controlli raccomandati ogni sei mesi; l’attività all’aperto, che dovrebbe essere attivamente incoraggiata come misura preventiva; e il ruolo delle scuole e delle amministrazioni nell’attuare campagne di sensibilizzazione e supporto sul tema.
Lo studio fornisce inoltre soglie cliniche precise per stabilire quando iniziare il trattamento e individua le strategie preferenziali, tra cui l’utilizzo di lenti oftalmiche speciali a defocus, il collirio all’atropina a basso dosaggio come opzione terapeutica e la misurazione periodica della crescita oculare per monitorare la progressione. I ricercatori mettono tuttavia in guardia dall’adottare terapie emergenti con eccessiva rapidità come la terapia con luce rossa a basso livello
(RLRL), che non è stato raccomandato a causa della limitata evidenza sulla sicurezza a lungo termine.
Al di là della gestione clinica, i risultati sottolineano la necessità di cambiamenti a livello sistemico, tra cui servizi dedicati all’oftalmologia pediatrica, supporto economico per le famiglie e integrazione della salute visiva nelle politiche di sanità pubblica.
Fonte: Schiavetti, I., Villani, E., Serafino, M. et al. Italian consensus on pediatric myopia: findings from a three-round modified delphi study. Graefes Arch Clin Exp Ophthalmol (2026). https://doi. org/10.1007/s00417-026-07246-9.
RETINITE PIGMENTOSA: UNA NUOVA RICERCA PER I PAZIENTI
AGLI STADI AVANZATI
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Dei ricercatori dell’Università di Washington hanno affermato che una nuova terapia sperimentale, frutto di decenni di ricerca accademica, ha raggiunto un importante traguardo clinico, offrendo una prima speranza alle persone con retinite pigmentosa (RP) in stadio avanzato. I risultati di uno studio first-in-human su questa terapia, nota come KIO-301, sono stati pubblicati su Nature Medicine . Il trattamento è costituito da una piccola molecola fotoattivabile progettata per ripristinare un certo
grado di visione rendendo le cellule retiniche sopravvissute sensibili alla luce, anche dopo la perdita dei fotorecettori.
“Si tratta essenzialmente di interruttori della luce su scala nanometrica, capaci di attivare e disattivare l’attività del farmaco tramite la luce”, ha spiegato il Dottor Russell N. Van Gelder, MD, PhD, Direttore del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Washington e coautore dello studio. “È molto gratificante vedere i primi passi verso la
traduzione clinica di questa straordinaria tecnologia”.
KIO-301 agisce sui canali del potassio voltaggio-dipendenti delle cellule gangliari della retina, che svolgono un ruolo chiave nella trasmissione del segnale neuronale. Il farmaco contiene un gruppo azobenzene fotoreattivo che consente a queste cellule di rispondere alla luce e inviare segnali visivi al cervello, bypassando i fotorecettori danneggiati.
Lo studio di fase 1 ABACUS-1, condotto su sei pazienti con RP avanzata (12 occhi trattati), ha raggiunto il suo endpoint primario di sicurezza, senza eventi avversi gravi né danni retinici. Pur non essendo stato progettato per valutare l’efficacia, lo studio ha evidenziato primi segnali incoraggianti: miglioramenti nella percezione della luce, nella visione funzionale e nella qualità della vita, con variazioni dell’attività della corteccia visiva confermate dalla risonanza magnetica funzionale. Pur sottolineando la natura preliminare dei risultati, i ricercatori hanno avviato lo studio randomizzato di fase 2, ABACUS-2, che valuterà dosi più elevate con un focus specifico sugli esiti della visione funzionale.
Fonte: Casson, R.J., Daniels, E., Barras, C.D. et al. Intravitreal photoswitch therapy in advanced retinitis pigmentosa: a phase 1 open-label trial. Nat Med (2026). https:// doi.org/10.1038/s41591-02604317-6
Alza il livello nel controllo della miopia. Eleva lo standard della prevenzione.
In media, nessuna progressione della miopia1-3
Basate sulla Tecnologia D.I.M.S., elevate con il Triple Enhanced Design (TED), le nuove lenti MiYOSMART iQ sono caratterizzate da:
- Segmenti di defocus posizionati più vicino al centro della lente, per stimolare continuamente la retina periferica para-centrale, altamente sensibile al segnale di defocus - Maggiore potere di defocus, che fornisce un segnale miopico più intenso.
- Zona di trattamento più estesa, per una copertura più ampia del campo visivo periferico anche con montature di dimensioni maggiori
1. Dati HOYA on file. Efficacia nella gestione della miopia di lenti oftalmiche con Defocus Incorporated Multiple Segments – Triple Enhanced Design: risultati a 6 mesi. 11/2025. Risultati intermedi a 6 mesi di uno studio randomizzato, con controllo attivo , in doppio cieco, condotto su 202 bambini miopi di età compresa tra 4 e 12 anni. La variazione media aggiustata dell’equivalente sferico in cicloplegia, misurata mediante autorefrattometria, è risultata pari a +0,136 ± 0,044 D nell’arco di 6 mesi, dopo aggiustamento per età basale e per l’errore refrattivo sferico equivalente basale mediante ANCOVA. Identificativi ClinicalTrials.gov: https://clinicaltrials.gov/study/NCT05888792 (data di accesso: 04.02.2026) https://clinicaltrials.gov/study/NCT05888805 (data di accesso: 04.02.2026). È prevista una pubblicazione peer-reviewed.
2. Hon Y., Chun R.K.M., Leung T.W., et al. (2025). Efficacia nella gestione della miopia di lenti oftalmiche di seconda generazione con Defocus Incorporated Multiple Segments in soggetti con progressione miopica rapida: protocollo di uno studio clinico randomizzato controllato. PLoS One 20(10): e0335061. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0335061
3. Tse D.Y.Y., Chun R.K.M., Hon Y., et al. Efficacia nella gestione della miopia di lenti oftalmiche con Defocus Incorporated Multiple Segments – Triple Enhanced Design. 41° Congresso dell’Asia- Pacific Academy of Ophthalmology, 2026. https://2026.apaophth.org/abstract/?code=205567 (data di accesso: 04.02.2026). 41° Congresso APAO, 2026.
Per informazioni, contatta il tuo Medical Relations Specialist o scrivi a oculisti@hoya.it miyosmart.it - Seguici su: Hoya Lens Italia
MALATTIA A UN MAGGIOR RISCHIO DI MORTALITÀ
U RETINOPATIA DIABETICA: STUDIO COLLEGA LA GRAVITÀ DELLA
Un nuovo studio pubblicato su Ophthalmology ha suggerito che la gravità della retinopatia diabetica potrebbe offrire informazioni cruciali sulla sopravvivenza complessiva del paziente, evidenziando l’occhio come un potente indicatore dello stato di salute sistemico. La ricerca, intitolata “Towards an Era of Oculomics: The Relationship Between Baseline Severity of Diabetic Retinopathy and Risk of Mortality”, ha analizzato i dati di oltre 524.000 pazienti diabetici provenienti da sistemi sanitari statunitensi. I ricercatori hanno collegato le cartelle cliniche elettroniche ai dati nazionali sulla mortalità per valutare come i diversi stadi della retinopatia si correlino con gli esiti a lungo termine. Lo studio ha dimostrato una relazio-
ne graduale tra gravità della retinopatia e mortalità: rispetto ai pazienti senza retinopatia, il rischio di morte aumentava del 30-34% nei pazienti con retinopatia diabetica non proliferativa e si raddoppiava in alcuni casi con la forma proliferativa. Queste associazioni si sono mantenute significative anche dopo correzione per età, controllo glicemico e altre variabili cliniche, suggerendo che la retinopatia diabetica sia un indicatore indipendente dello stato di salute sistemico.
I risultati supportano il crescente campo dell’oculomica, che mira a utilizzare l’imaging retinico come strumento non invasivo per rilevare e predire le malattie sistemiche. Ricerche precedenti hanno inoltre collegato la retinopatia diabetica avan-
zata a un aumentato rischio di ictus, malattie cardiovascolari e altre gravi complicanze. Gli esperti ritengono che i pazienti con retinopatia diabetica avanzata possano beneficiare di una maggiore collaborazione tra oftalmologi, medici di medicina generale ed endocrinologi, nonché di una gestione più aggressiva delle condizioni cardiovascolari e metaboliche.
Fonte: Lee S, Marwah S, Gaddam S, et al. Towards an Era of Oculomics: The Relationship Between Baseline Severity of Diabetic Retinopathy and Risk of Mortality. Ophthalmology. 026;S0161-6420(26)00210-1. doi:10.1016/j.ophtha.2026.00210-1.
POP UP YOUR VISION
Da Roma a Milano Alcon porta la prevenzione della Malattia dell’Occhio Secco al centro del dialogo tra cittadini e oculisti
SSensibilizzare la popolazione su una patologia diffusa, ma ancora troppo spesso sottovalutata e rafforzare il ruolo dell’oculista come punto di riferimento nel tempo per la salute visiva: è stato questo l’obiettivo di “Pop Up Your Vision”, l’iniziativa promossa da Alcon che si è svolta nelle città di Roma e Milano nei mesi di aprile e maggio scorsi e che si concluderà il 5 giugno nella capitale lombarda. Il progetto è nato per intercettare quell’ampio bacino di persone che, pur manifestando sintomi riconducibili alla Malattia dell’Occhio Secco, non si rivolge allo specialista. In Italia si stimano circa 10 milioni di persone con sintomi compatibili con la patologia, ma in molti non accedono a una valutazione oculistica¹, evidenziando un gap importante tra percezione del disturbo e necessità clinica.
La Malattia dell’Occhio Secco è
una condizione multifattoriale della superficie oculare, caratterizzata da instabilità del film lacrimale e da processi infiammatori che possono evolvere nel tempo. I sintomi più comuni – tra cui bruciore, sensazione di corpo estraneo, arrossamento, fotofobia e affaticamento visivo – vengono frequentemente sottovalutati o interpretati come disturbi occasionali, contribuendo a ritardare la diagnosi e l’avvio di un corretto percorso terapeutico. Tuttavia, l’impatto sulla qualità di vita può essere rilevante, influenzando attività quotidiane come l’utilizzo di dispositivi digitali, la lettura o la guida 3
In questo contesto, il ruolo dell’oculista diventa centrale non solo nella fase diagnostica, ma lungo tutto il percorso di gestione della patologia. Una diagnosi precoce consente infatti di impostare un trattamento adeguato e personalizzato, ma è altrettanto fondamentale garantire continuità di cura attraverso controlli periodici e follow-up strutturati, indispensabili per monitorare l’evoluzione della malattia e ottimizzare nel tempo l’approccio terapeutico. Attraverso le tappe di Roma e Milano, “Pop Up Your Vision” ha portato la prevenzione direttamente sul territorio, offrendo ai cittadini la possibilità di effettuare screening gratuiti con medici oculisti e ricevere informazioni utili per riconoscere precocemente i sintomi della patologia. L’iniziativa ha rappresentato un’occasione concreta per avvicinare la popolazione allo specialista e promuovere una maggiore consapevolezza sull’importanza di non trascurare i segnali iniziali e di intraprendere un percorso di cura continuativo.
In linea con questa visione, Alcon
ribadisce il proprio impegno nel supportare la comunità oftalmologica e nel promuovere una cultura della prevenzione che metta al centro la relazione tra paziente e specialista.
“In Alcon lavoriamo ogni giorno al fianco degli oculisti per supportarli nella gestione di patologie complesse e diffuse come la Malattia dell’Occhio Secco,” afferma Filippo Pau, Franchise Head Vision Care di Alcon Italia. “Il nostro impegno non si limita allo sviluppo di soluzioni terapeutiche innovative e all’avanguardia, ma si estende alla promozione di iniziative che rafforzino il ruolo dello specialista come punto di riferimento
costante per il paziente. Progetti come ‘Pop Up Your Vision’ nascono proprio con questo obiettivo: avvicinare le persone alla cura dei propri occhi e favorire un rapporto continuativo con l’oculista, basato su diagnosi tempestiva e follow-up nel tempo.”
Nonostante la crescente attenzione verso la salute visiva, la Malattia dell’Occhio Secco rimane ancora oggi sottodiagnosticata e sotto-trattata, anche a causa di una limitata consapevolezza dei sintomi e della natura cronica della patologia. In questo scenario, iniziative di sensibilizzazione come “Pop Up Your Vision” assumono un ruolo strategico nel promuove -
Lo stand dell’iniziativa
Pop Up Your Vision promossa da Alcon
re comportamenti proattivi, incentivando il ricorso allo specialista ai primi segnali e l’aderenza a controlli regolari nel tempo.
BIBLIOGRAFIA
1. Vision Needs Monitor 20202024, Alcon data on file.
2. Bilkhu P, Sivardeen Z, Chen C, et al. Patient-reported experience of dry eye management: An international multicentre survey. Cont Lens Anterior Eye. 2022;45(1):101450
3. World Council of Optometry –The impact of Dry Eye on Patient Quality of Life.
VEDERE MEGLIO INSIEME
Fielmann e il punto di incontro tra oculisti e ottici: ruoli diversi, un obiettivo comune
Intervista al
Dottor Marco Leto, Ospedale SS. Annunziata di Savigliano (Cuneo);
Dottor Marco Mazza, Ospedale Niguarda di Milano; Professor Sergio Zaccaria Scalinci, Università di Bologna.
NNel percorso della salute visiva, oculista e ottico rappresentano due figure diverse, ma profondamente complementari. Eppure, per molti pazienti, la distinzione tra competenze, responsabilità e ambiti di intervento non è ancora del tutto chiara. Negli ultimi anni l’informazione è cresciuta, ma restano dubbi, sovrapposizioni e, talvolta, incomprensioni. Ciò che emerge con forza, però, è un punto condiviso: la qualità del percorso visivo dipende sempre più dalla capacità di dialogare, collaborare e costruire una relazione professionale basata sul
rispetto reciproco. Dalla medicina territoriale alla gestione dei pazienti pediatrici, fino al tema della formazione e del rispetto reciproco delle competenze, queste testimonianze raccontano come il dialogo tra professionisti possa fare la differenza nella qualità della cura e nell’esperienza del paziente.
MEDICINA TERRITORIALE: “LA VERA DIFFERENZA LA FA LA COMUNICAZIONE”
Dottor Marco Leto – Ospedale SS. Annunziata di Savigliano (Cuneo)
Per il Dottor Marco Leto, il rapporto tra oculista e ottico dovrebbe basarsi su una collaborazione concreta e strutturata, soprattutto nella medicina territoriale, dove la continuità assistenziale può incidere in modo significativo sulla prevenzione e sulla tempestività delle diagnosi
Secondo lei, oggi il paziente capisce davvero la differenza tra oculista e ottico, oppure c’è ancora confusione?
Nel complesso, il paziente medio tende ancora a fare confusione tra il ruolo medico dell’oculista e quello tecnico-professionale dell’ottico. Rispetto al passato c’è certamente maggiore consapevolezza, anche grazie all’accesso alle informazioni e alle nuove tecnologie, ma la percezione di una sovrapposizione tra le due figure resta diffusa.
Qual è l’aspetto più sottovalutato che può fare davvero la differenza per il paziente?
La comunicazione. Spiegare con chiarezza perché esiste un determinato problema visivo e come le diverse figure professionali possa-
Dottor Marco Leto
no contribuire alla soluzione è fondamentale. Spesso ci si concentra sulla diagnosi o sull’aspetto tecnico, trascurando la parte educativa. Invece, un paziente che comprende il proprio percorso visivo è più coinvolto, più consapevole e anche più soddisfatto.
Se potesse ripensare da zero il rapporto tra oculista e ottico, come lo immaginerebbe?
Lo immaginerei come una collaborazione strutturata, basata sul dialogo e non sulla competizione. Oculista e ottico dovrebbero essere considerati due anelli della stessa catena: il primo orientato alla salute visiva, il secondo alla qualità della visione nella vita quotidiana. L’obiettivo comune deve restare il benessere visivo del paziente, non l’autonomia o la supremazia della singola professione. Credo che gli ottici siano partner naturali nel percorso di cura della vista. Mi interessa il dialogo tecnico e umano, non solo il “passaggio” del paziente. Credo molto nella sinergia tra professionisti
Nel contesto territoriale, quanto è importante una rete efficace tra oculista e ottico
Conta moltissimo. Una rete territoriale solida favorisce diagnosi più precoci, una gestione più fluida dei pazienti e una reale continuità assistenziale. Soprattutto nelle aree dove l’accesso ai servizi sanitari può essere più complesso, una collaborazione stabile tra studi oculistici e centri ottici può fare una grande differenza in termini di prevenzione e tempestività diagnostica.
LA SALUTE VISIVA DEI BAMBINI RICHIEDE CONTINUITÀ E ATTENZIONE
Dottor Marco Mazza – Oftalmologo pediatrico, Ospedale Niguarda di Milano
Quando si parla di pazienti pediatrici, il livello di attenzione richiesto aumenta ulteriormente. Secondo il
Dottor Marco Mazza, la collaborazione tra oculista e ottico diventa ancora più delicata, perché il sistema visivo del bambino è in continua evoluzione e ogni scelta deve essere valutata con grande precisione.
Qual è l’aspetto più delicato nella collaborazione tra oculista e ottico
quando si parla di pazienti pediatrici?
Il punto centrale è che il sistema visivo del bambino è ancora in fase di maturazione. Per questo motivo, le scelte refrattive e terapeutiche devono sempre essere valutate dal medico. La situazione visiva del piccolo paziente è dinamica e richiede una collaborazione molto stretta tra oculista e ottico, soprattutto per prevenire problematiche come ambliopia o strabismo legate a difetti refrattivi non corretti adeguatamente.
Esiste un errore che un adulto riesce a gestire meglio di un bambino? In realtà, il concetto va quasi ribaltato. Il bambino, in alcune situazioni, riesce a compensare difetti ipermetropici anche importanti, mentre un adulto non riuscirebbe a farlo. Tuttavia, questi aspetti devono sempre essere valutati insieme alla componente ortottica, quindi all’allineamento degli occhi. Non esiste quindi un errore minimo di refrazione che un adulto compensi e un bambino no: ogni situazione va interpretata nel suo contesto clinico.
Quanto è importante la continuità tra visita oculistica e realizzazione dell’occhiale?
È molto importante, soprattutto nei casi di strabismo e ambliopia.
Quando viene individuato un difetto refrattivo, è essenziale che venga corretto rapidamente con occhiali adeguati. La tempestività e la continuità del percorso possono incidere concretamente sull’evoluzione del quadro clinico.
Che cosa distingue un ottico eccellente?
Un ottico eccellente rispetta la prescrizione dell’oculista, soprattutto in ambito pediatrico, evitando di modificare quanto indicato dal medico o di effettuare prove di lenti non necessarie. In caso di dubbi o incongruenze, si confronta direttamente con il prescrittore. Inoltre, aiuta i genitori a scegliere l’occhiale più adatto alla corretta vestibilità del bambino. Un approccio più superficiale, invece, tende ad assecondare semplicemente le preferenze estetiche del piccolo paziente, anche quando la montatura non è realmente adatta.
Una cosa che un ottico dovrebbe assolutamente sapere di lei (ma che spesso non sa)?
Sono figlio di ottici: sia mio padre sia mia madre hanno svolto questa professione e mi hanno trasmesso i primi insegnamenti in questo affascinante mondo della visione. ➧
Dottor Marco Mazza
Approfondimenti
RUOLI CHIARI, COLLABORAZIONE FORTE
Professor Sergio Zaccaria Scalinci –Università di Bologna
Per il Professor Sergio Zaccaria Scalinci, la collaborazione tra oculista e ottico è possibile e necessaria, ma deve poggiare su basi precise: chiarezza dei ruoli, rispetto delle competenze e dialogo continuo tra professionisti.
Qual è oggi il principale “punto cieco” nel percorso del paziente?
Il nodo ancora da chiarire è soprattutto quello della collaborazione tra ottico e medico oculista, insieme alla corretta definizione dei rispettivi ruoli.
Se potesse rivolgersi direttamente agli ottici, quale messaggio vorrebbe dare?
Che è fondamentale rispettare le reciproche competenze. L’ottico non deve sostituirsi all’oculista e viceversa. Ognuno ha un ambito professionale preciso che va rispettato con rigore.
Quale consiglio darebbe a un ottico che vuole costruire una collabora-
zione efficace con l’oculista?
La chiave è evitare interferenze nei rispettivi campi professionali. L’ottico non può prescrivere trattamenti né eseguire esami diagnostici di competenza medica, come OCT, misurazione della pressione intraoculare o retinografia. Una collaborazione efficace nasce proprio dalla chiarezza dei ruoli e dal rispetto delle competenze.
Secondo lei, il paziente oggi comprende davvero la differenza tra le due figure?
Non sempre. Molti pazienti si rivolgono all’ottico pensando di risparmiare, mentre nella pratica quotidiana esistono realtà in cui il costo può essere persino superiore a quello di una visita oculistica.
C’è qualcosa che gli ottici dovrebbero sapere di lei e spesso ignorano?
Sono da sempre favorevole alla collaborazione tra le due professioni. Ho tenuto numerose lezioni di ottica e, insieme al Professor Renato Meduri, ho fondato la Low Vision
Professor Sergio Zaccaria Scalinci
Academy proprio con l’obiettivo di creare un ponte tra il mondo degli ottici e quello dei medici oculisti.
OLTRE I RUOLI, AL CENTRO RESTA IL PAZIENTE
Che si tratti di prevenzione, diagnosi, correzione visiva o continuità di cura, il messaggio che emerge dalle diverse testimonianze è chiaro: oculista e ottico non sono figure in contrapposizione, ma professionisti chiamati a lavorare in sinergia. Le competenze restano distinte, così come le responsabilità, ma è proprio dalla capacità di collaborare che nasce un percorso visivo più efficace, più chiaro e più sicuro per il paziente.
Dalla gestione dei più piccoli alla medicina territoriale, fino all’evoluzione delle tecnologie e delle esigenze visive quotidiane, la qualità del dialogo tra professionisti può fare la differenza. Perché oggi, più che mai, la salute della vista richiede una rete fatta di comunicazione, fiducia reciproca e obiettivi condivisi.
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QUANDO L’INNOVAZIONE SI FA INSIEME
La storia di EVRS: da oltre venticinque anni a costruire ponti tra chirurghi e speranza per i pazienti
Intervista al Dottor Giampaolo Gini, Responsabile per la Chirurgia
Vitreo Retinica presso l’Ospedale Universitario del Sussex (NHS Trust) e Presidente della European VitreoRetinal Society (EVRS)
NNel 1970 il Dottor Robert Machemer eseguì la prima vitrectomia pars plana su un occhio umano, aprendo la strada a quella che è oggi a tutti gli effetti considerata una parte sostanziale della chirurgia retinica: una frontiera da esplorare per ridare speranza a quei pazienti che fino ad allora sapevano di non avere alcun rimedio. I motori delle più grandi innovazioni non sono stati solo grandi cervelli umani e la loro capacità di ragionamento e inventiva, ma l’incontro e lo scambio di idee, il ragionamento collettivo e il dialogo. Anche nel campo della chirurgia vitreoretinica, i gran-
di pionieri hanno sentito, a un certo punto, il bisogno di riunirsi, parlarsi, crescere e trasmettere.
Su questa base è nata nel 2000 la European VitreoRetinal Society (EVRS), fondata da grandi nomi dell’oftalmologia europea come Klaus Lucke e Didier Ducournau, che ancora oggi, dopo quasi venticinque anni, porta avanti la missione di unire gli oftalmologi esperti di chirurgia vitreoretinica e di trasmettere alle nuove leve il desiderio di dialogare e di crescere.
DA ZERO A CENTO
“Fino agli anni ‘80 e ‘90 avere un distacco di retina significava, con molta probabilità, andare incontro a cecità in quell’occhio”, spiega il Dottor Giampaolo Gini, presidente di EVRS. Il Dottor Giampaolo Gini è un chirurgo oftalmico che si divide tra il Sussex, nel Regno Unito, e la Toscana, ed è parte attiva dell’EVRS fin dai suoi primi giorni. “Dalla fine degli anni ‘80 si è andati nella direzione di affrontare il vitreo e arrivare alla retina a fare interventi che prima non si facevano”, spiega. All’epoca, gli specialisti si contavano sulle dita di una mano, con la prima grande generazione di pionieri del calibro di Relja Živojnović, seguiti da ulteriori specialisti che hanno portato all’avanzamento consistente della disciplina. “Fino al nuovo millennio, la chirurgia vitreoretinica era appannaggio di pochi, specialmente nel nostro Paese. I pazienti facevano dei cosiddetti viaggi della speranza, anche in altri Paesi europei, per trovare qualcuno che li operasse”, afferma il Dottor Gini. Oggi, fortunatamente, le cose sono cambiate, grazie anche a un lavoro continuo di educazione ed espansione della conoscenza che ha formato altri chirurghi, aumentando
Dottor
Giampaolo Gini, Presidente di EVRS
l’accessibilità a più pazienti, oltre che a un avanzamento tecnologico notevole per quello che riguarda i vitrectomi e i loro calibri, nuovi sistemi di infusione e microscopi sempre più precisi.
ESPANDERE I CONFINI
EVRS è nata sull’onda di questa innovazione come società volta a riunire i chirurghi vitreoretinici europei in un unico spazio di innovazione e confronto. Oggi, la sua vocazione è andata oltre i confini europei, espandendosi in tutto il mondo. All’ultimo congresso, a Cancun in Messico, erano presenti specialisti di vitreoretina da 69 Paesi. “Dire oggi che è solo una Società europea è limitativo, abbiamo ormai soci da tutto il mondo. Stiamo infatti per cambiare il nome in EVRS Global”, racconta Giampaolo Gini.
Le necessità a cui EVRS ha sempre voluto rispondere fin dalla sua fondazione sono principalmente tre: la prima, di riuscire a far progredire e sviluppare nuove metodiche chirurgiche e conoscenze in campo retinico; la seconda, di diffondere la conoscenza tra medici di tutti livelli, dai giovani alle prime armi fino agli esperti più rodati; e infine, di educare la popolazione sulle possibilità che oggi esistono per le patologie retiniche e sull’importanza di una diagnosi tempestiva.
Il metodo di EVRS viene definito dal Dottor Gini come “orizzontale”, un piano su cui scambiare opinioni e idee senza alcuna imposizione dall’alto, facendo in modo che il sapere si diffonda quasi “per osmosi”. “Non abbiamo mai avuto la pretesa di portare la verità assoluta. Nella nostra disciplina c’è sempre da imparare, mettersi in dubbio e discutere. Bisogna avere una mentalità aperta”, puntualizza.
Le attività scientifiche e didattiche di EVRS sono svariate e seguono proprio quel principio di orizzontalità e dialogo che sta alla fondazione della società stessa. “Ogni anno EVRS porta avanti uno studio retrospettivo sui risultati ottenuti dai propri soci in un determinato ambito: dal distacco di retina, fino alle endoftalmiti, e ai fori maculari. Una ricerca sia teorica, che pratica la cui parte fondamentale sono i nostri soci e le loro esperienze”, spiega il Dottor Gini. Oltre al congresso annuale, le maggiori occasioni di incontro e scambio avvengono con dei webinar molto partecipati,
Il Dottor Giampaolo Gini con la Dottoressa
Barbara Parolini e la Dottoressa Şengül
Özdek e altri membri del Direttivo al Congresso EVRS dello scorso anno a Cancun, Messico
oltre che una massiccia presenza di risorse online di immagini e video chirurgici dell’associazione e dei propri soci, accessibili e consultabili. Lo snodo cruciale del passaggio di conoscenza sta però nei giovani. Le nuove leve oggi saranno i chirurghi e gli innovatori di domani, e dar loro uno spazio per imparare ed esprimersi è una delle mission di EVRS. Tra le attività della società fin dalla sua fondazione c’è anche una scuola di chirurgia vitreoretinica fondata a Brema nel 2001 e da un paio di anni spostata ad Ankara, in Turchia. “La scuola è stata fondata per trasmettere in maniera organica gli insegnamenti in chirurgia vitreoretinica a chi non li trovava nelle proprie università”, spiega Il Dottor Giampaolo Gini. “Abbiamo formato più di mille chirurghi da tutto il mondo, alcuni di loro oggi in posizioni di rilievo in società scientifiche dei loro Paesi”.
L’attenzione per i giovani, dunque, è nello spirito della società fin dalla sua nascita. “Si dà la possibilità ai giovani di esprimersi e portare avanti delle idee che possono avere la loro validità, e non bisogna mai sottovalutarle”, afferma Giampaolo Gini.
DRITTI VERSO IL FUTURO
Le innovazioni in chirurgia vitreoretinica non si fermano qui e il conti-
nuo contatto tra idee e intuizioni è la miccia che continua a tenere vivo questo spirito pionieristico. Le società scientifiche esistono per questo motivo, oltre che per mettersi costantemente alla prova. “Unirsi a una società come EVRS è un modo per acquisire conoscenze e migliorare la propria pratica clinica. Si possono introdurre le proprie idee senza avere paura di essere criticati, con il fine di crescere insieme”, afferma il Dottor Gini.
Anche la crescita personale, quella che si raggiunge con i legami umani, è un valore aggiunto. “Si formano amicizie che durano tutta la vita, lavorando gomito a gomito durante le iniziative. Il contatto con gli altri, specie di Paesi e culture diverse, è motivo di crescita professionale e personale”. Il prossimo congresso di EVRS sarà ad Atene, dal 6 all’8 novembre, con un focus sulle chirurgie combinate, i loro benefici e sfide e come queste innovazioni possono migliorare gli outcome per i pazienti e contribuire al futuro dell’oftalmologia. “Invito tutti i colleghi a partecipare e respirare l’aria di internazionalità che i nostri soci da tutto il mondo portano e lo spirito di collaborazione che abbiamo sempre portato avanti con orgoglio”, conclude Giampaolo Gini.
di Laura Gaspari
Approfondimenti
NEUROPROTEZIONE RETINICA: OLTRE IL GLAUCOMA, VERSO LA MICROGRAVITÀ
Vulnerabilità, resilienza e nuovi biomarcatori delle cellule gangliari retiniche
Intervista al Professor Jonathan Crowston, Royal Prince Alfred Hospital, Sydney, Australia e Eye Research Institute and Singapore National Eye Centre
Con introduzione di Vittorio Picardo
LAl recente convegno SISO tenutosi a Roma nel novembre 2025, si è avuta l’opportunità di discutere della sindrome neuro-oculare associata ai voli spaziali, in un seminario condotto dal Professor Paolo Nucci. Il leitmotiv è stata la resilienza delle cellule gangliari allo shock pressorio translaminare quando esposte per periodi prolungati ad ambienti di microgravità. Il tema centrale della discussione è stata la neuroprotezione.
Finora questo concetto è stato in gran parte limitato al glaucoma. Il paradigma deve essere rivisto ed esteso per includere altre condizioni cliniche del nervo ottico e della macula, come delineato in una recente revisione 1
Il Professor Paolo Nucci ha condotto il seminario sulla sindrome neuro-oculare associata ai voli spaziali allo scorso congresso SISO a Roma
Pubblichiamo volentieri una serie di interviste e dibattiti con esperti a livello mondiale condotte dai colleghi Paolo Nucci e Andrea Grosso su una problematica importante, che sono le patologie oculari in assenza di gravità. Il primo è il Professor Jonathan Crowston, un nome importantissimo nel campo del glaucoma al Royal Prince Alfred Hospital a Sydney, Australia e al Singapore Eye Research Institute and Singapore National Eye Centre, in cui si esplorano i meccanismi di vulnerabilità e resilienza delle RGC, aprendo nuove prospettive su diagnosi precoce e recupero funzionale. Sembra un argomento del futuro, ma in effetti è già realtà. Buona lettura.
Dobbiamo concentrarci sulle caratteristiche biologiche delle cellule gangliari retiniche (RGC) e sulla loro resilienza. Molte caratteristiche delle RGC ne rendono difficile la protezione e la rigenerazione/sostituzione. Quali sono le caratteristiche di una RGC “danneggiata” e perché esse sono particolarmente vulnerabili alla microgravità rispetto ad altre cellule retiniche?
Le cellule gangliari retiniche
Le cellule staminali retiniche, tuttavia, mostrano una certa capacità di resilienza a perturbazioni e stimoli esterni.
Jonathan Crowston
(RGC) sono particolarmente difficili da proteggere a causa dei loro lunghi assoni, dell’elevata richiesta metabolica e della dipendenza dal trasporto assonale ininterrotto. Ciò crea una fragilità biologica intrinseca e ipotizziamo che anche lievi interruzioni nella segnalazione neurotrofica, nella funzione mitocondriale o nell’integrità del citoscheletro possano spingere la cellula verso la degenerazione. Una RGC danneggiata mostra tipicamente un precoce fallimento del trasporto assonale, stress metabolico, retrazione
dendritica e regressione sinaptica: cambiamenti che possono inizialmente rappresentare tentativi adattativi di sopravvivenza, ma che possono infine culminare nell’apoptosi. Fondamentalmente, le cellule staminali retiniche mature hanno una capacità rigenerativa minima, il che significa che una volta che la disconnessione strutturale raggiunge un certo livello, il recupero diventa sempre più improbabile. La microgravità può amplificare queste vulnerabilità. Lo spostamento dei fluidi verso la testa,
l’alterazione della pressione intracranica e le variazioni del gradiente di pressione translaminare possono indurre uno sforzo meccanico e metabolico cronico alla testa del nervo ottico, un collo di bottiglia per la salute assonale. A differenza di altri neuroni retinici che si basano principalmente su circuiti locali, le cellule staminali retiniche dipendono dal trasporto a lunga distanza e possiedono un’elevata richiesta energetica con una riserva limitata, il che le rende particolarmente sensibili anche a modeste perturbazioni
di Andrea Grosso e Paolo Nucci
Approfondimenti
La
microgravità potrebbe non indurre meccanismi di lesione completamente nuovi, ma piuttosto accelerarne di già noti nel glaucoma, posizionando la biologia delle cellule RGC come un ponte fondamentale tra la neurodegenerazione terrestre e le sfide dei voli spaziali umani
Jonathan Crowston
fisiologiche. Le cellule staminali retiniche, tuttavia, mostrano una certa capacità di resilienza a perturbazioni e stimoli esterni. Molte cellule rimangono, infatti, vitali nonostante lo stress prolungato, suggerendo una finestra terapeutica in cui strategie neuroprotettive, come la preservazione delle prestazioni mitocondriali e il mantenimento del trasporto assonale, potrebbero stabilizzarne la funzione. Da un certo punto di vista, la microgravità potrebbe non indurre meccanismi di lesione completamente nuovi, ma piuttosto accelerarne di già noti nel glaucoma, posizionando la biologia delle cellule RGC come un ponte fondamentale tra la neurodegenerazione terrestre e le sfide dei voli spaziali umani.
Il suo studio e altri sperimentali hanno dimostrato che le RGC danneggiate possono recuperare la funzionalità dopo un periodo prolungato di disfunzione. Si è introdotto il nuovo concetto di “coma nel glaucoma”, suggerendo che le RGC potrebbero smettere di funzionare e non morire immediatamente in risposta all’aumento della pressione intraoculare. Esiste una fase intermedia in cui queste rimangono vive e potenzialmente recuperabili. Ci può spiegare meglio il “coma nel glaucoma” per le implicazioni cliniche e anche l’importanza dei modelli animali in medicina?
Il concetto di “coma nel glaucoma” riflette la crescente consapevolezza che le RGC possono entrare in uno stato prolungato di silenzio funzionale senza subire
immediatamente la morte cellulare. Piuttosto che rappresentare un danno irreversibile, questa fase intermedia (come osservato nei modelli di roditori) sembra essere caratterizzata da soppressione dell’attività elettrica, alterazione del trasporto assonale e downregulation metabolica, cambiamenti che potrebbero fungere da adattamenti protettivi allo stress, come l’aumento della pressione intraoculare. In quest’ottica, la RGC non muore immediatamente, ma adotta invece un fenotipo a risparmio energetico che privilegia la sopravvivenza rispetto alla segnalazione. L’implicazione clinica è profonda: la perdita funzionale rilevata tramite perimetria potrebbe non sempre equivalere a una perdita neuronale permanente, suggerendo che la finestra per l’intervento terapeutico potrebbe essere più ampia di quanto tradizionalmente ritenuto. Riconoscere che le cellule gangliari retiniche potrebbero avere una capacità intrinseca di recupero (che chiamiamo resilienza) potrebbe modificare il nostro modo di concepire la progressione della malattia e l’urgenza del trattamento. Se una parte delle cellule gangliari retiniche disfunzionali rimane strutturalmente intatta, una tempestiva riduzione della pressione intraoculare e lo sviluppo di strategie neuroprotettive mirate potrebbero consentire a queste cellule di recuperare la funzionalità. Questa prospettiva supporta un intervento precoce, incoraggiando al contempo il perfezionamento di strumenti diagnostici in grado di distinguere i neuroni dormienti, ma vitali
da quelli destinati alla degenerazione. Questi dati di ricerca sottolineano, inoltre, l’importanza di andare oltre la sola struttura e di puntare su biomarcatori funzionali e metabolici sensibili in grado di identificare il tessuto pronto per il recupero prima che venga superata la soglia apoptotica. I modelli animali hanno svolto un ruolo fondamentale nel plasmare questo paradigma. I sistemi sperimentali consentono un controllo preciso della gravità e della durata del danno, consentendo l’osservazione di risposte cellulari che sarebbero impossibili da studiare direttamente negli esseri umani. Attraverso questi modelli, è diventato chiaro che la disfunzione e la morte neuronale non sono eventi sinonimi, ma possono essere separati nel tempo, rivelando un’opportunità di recupero biologicamente significativa. Sebbene la traduzione di questi dati dal modello sperimentale animale alla clinica debba sempre essere affrontata con cautela, tali modelli forniscono un ponte fondamentale tra intuizioni meccanicistiche e innovazione clinica, guidando lo sviluppo di terapie volte non solo a prevenire la morte cellulare, ma anche a riattivare i neuroni entrati in questo stato simile al coma.
Stanno emergendo prove di recupero in ambito clinico, ma non sono affatto assolute. Il nostro e altri gruppi di ricerca abbiamo dimostrato un miglioramento a breve termine del segnale ERG retinico interno in risposta alla riduzione della PIO o all’integrazione di nicotinamide. Non sappiamo se ciò si traduca o meno
in un ritardo nei tassi di progressione a lungo termine e sono in corso studi per determinarlo. Gli strumenti clinici attualmente in uso sono impostati per determinare la perdita progressiva di struttura e funzione a lungo termine e quindi potrebbero non essere adatti a identificare sottili cambiamenti a breve termine in entrambi i parametri e questo potrebbe spiegare la mancanza di miglioramento osservata in alcuni degli studi clinici randomizzati più ampi, progettati per valutare la perdita di progressione piuttosto che l’acquisizione di funzione. Una seconda osservazione è che gli studi che hanno dimostrato un miglioramento a breve termine
hanno teso a farlo in presenza di una riduzione più aggressiva della PIO e in pazienti più giovani. Gli studi che non sono riusciti a dimostrare in modo convincente un miglioramento sono stati generalmente condotti su pazienti più anziani o nel contesto di una riduzione più modesta della PIO, in cui anche i gruppi trattati hanno mostrato una progressione sostanziale del glaucoma.
La resilienza delle cellule gangliari retiniche è modificabile? In altre parole, il recupero funzionale può essere modificato? Studi sperimentali e clinici suggeriscono che potremmo modificare il modo in cui le RGC
possono recuperare la funzione. Quelle più vecchie recuperano più lentamente e meno efficacemente dallo stress da pressione intraoculare, potenzialmente a causa di una ridotta resilienza cellulare, che le rende più vulnerabili e “preparate” a danni continui o a un impatto maggiore dovuto a successivi aumenti della pressione intraoculare. Diventa interessante parlare dei fattori che possono modificare la perdita di resilienza correlata all’età. Ci può dare qualche elemento in più?
Se la resilienza delle RGC sia modificabile rimane una questione centrale e sempre più verificabile. Sia le osservazioni sperimentali che quelle cliniche precoci suggeriscono che il recupero funzionale non è fisso, ma influenzato dal contesto biologico e dall’entità dello stress imposto al nervo ottico. In modelli sperimentali di roditori, le cellule staminali retiniche più vecchie sembrano recuperare più lentamente e in modo meno completo a seguito di un aumento della pressione intraoculare, in linea con il concetto di ridotta riserva cellulare. I neuroni invecchiati possono essere metabolicamente limitati, mostrare una ridotta efficienza mitocondriale e dimostrare una ridotta capacità di ripristinare il trasporto assonale dopo un danno. In questo senso, potrebbero trovarsi in uno stato meno in grado di tollerare ulteriore stress e più suscettibili al danno cumulativo derivante da successivi insulti pressori.
Un esempio istruttivo può essere tracciato con lo stordimento miocardico, in cui il cuore mostra una disfunzione meccanica transitoria nonostante il ripristino della perfusione dopo l’ischemia. Un fenomeno simile può verificarsi nel glaucoma: il neurone sopravvive all’insulto iniziale, ma opera al di sotto della sua linea di base funzionale per un periodo prolungato. Questa analogia rafforza l’idea che la disfunzione non implichi necessariamente un danno irreversibile, ma evidenzia anche una dipendenza critica dalla tempistica. Proprio come la riperfusione ritardata limita il recupero
Il Dottor Andrea Grosso e il Professor Jonathan Crowston
Approfondimenti
cardiaco, l’esposizione prolungata a una pressione intraoculare elevata può restringere la finestra temporale entro la quale la funzionalità delle cellule gangliari retiniche può riprendere in modo significativo.
Diversi fattori possono modificare la perdita di resilienza legata all’età. Il primo è l’adeguatezza e la tempestività della riduzione della pressione intraoculare per ripristinare la funzionalità nei neuroni più anziani con una riserva ridotta. Il supporto metabolico rappresenta un’altra strada promettente. Strategie volte a migliorare le prestazioni mitocondriali o ad aumentare la disponibilità di energia cellulare, come l’integrazione di nicotinamide, cercano di contrastare i deficit bioenergetici che accompagnano l’invecchiamento. Anche la salute vascolare può svolgere un ruolo, poiché una perfusione oculare stabile diventa sempre più importante quando la capacità di autoregolazione diminuisce. Insieme, queste considerazioni suggeriscono che la resilienza non è una proprietà statica, ma plasmata dalla salute sistemica, dall’ambiente metabolico locale e dall’intensità terapeutica. È importante notare che questa prospettiva sposta l’invecchiamento dall’essere visto esclusivamente come un fattore di rischio, all’essere inteso come un modificatore del potenziale di recupero. Se la resilienza può essere supportata, o parzialmente ripristinata, allora la traiettoria del glaucoma potrebbe essere più malleabile di quanto precedentemente ipotizzato. La sfida futura consiste nell’identificare quali pazienti mantengono una funzione neuronale recuperabile e determinare con quanta aggressività dobbiamo intervenire per preservarla. Piuttosto che accettare come inevitabile il declino legato all’età, concentrarsi sulla resilienza modificabile richiede una strategia più proattiva volta a sostenere le prestazioni neuronali il più a lungo possibile.
Siamo d’accordo sul fatto che la valutazione della funzionalità della retina debba essere
migliorata. Cosa ne pensa di DARC (Detection of Apoptosing Retinal Cells) come tecnologia di imaging retinico che utilizza ANX776 (annessina A5 marcata con fluorescenza) per identificare gruppi di cellule stressate e apoptotiche nell’occhio vivo, sviluppata dalla Professoressa Cordeiro e colleghi dell’Imperial College di Londra?
Il DARC rappresenta un passaggio decisivo verso l’imaging della “biologia” piuttosto che della sola struttura. Un’analogia che userei è: se dovessi determinare le caratteristiche o lo “stato di salute” di un paese, otterresti informazioni sufficienti monitorando solo il numero e la posizione degli edifici all’interno del paese o sarebbe più utile monitorare anche il comportamento delle persone che ci vivono?
Utilizzando l’annessina A5 marcata con fluorescenza (ANX776) per legare la fosfatidilserina esposta su cellule stressate o apoptotiche, la tecnica offre la possibilità di visualizzare il danno delle RGC in tempo reale all’interno dell’occhio vivente. Concettualmente, questo si allinea strettamente con la visione emergente, secondo cui il glaucoma è un processo dinamico in cui lo stress cellulare precede una perdita strutturale misurabile. Se i medici potessero osservare direttamente i neuroni nel punto della lesione, anziché dedurre il danno dopo che si è accumulato, ciò rappresenterebbe un progresso significativo sia nella diagnosi che nel monitoraggio terapeutico. Una delle caratteristiche più interessanti del DARC è la sua capacità di determinare cambiamenti “in tempo reale” all’interno della retina. Le tecnologie attualmente integrate nella pratica clinica sono in gran parte progettate per rilevare un assottigliamento progressivo o un declino funzionale, catturando efficacemente le conseguenze del danno neuronale. Al contrario, un metodo in grado di identificare le cellule attivamente sotto stress o che stanno iniziando l’apoptosi, potrebbe perfezionare la stratificazione del rischio, accelerare gli studi clinici fornendo endpoint più precoci e
contribuire a determinare se una terapia sia realmente neuroprotettiva. Potrebbe anche consentirci di approfondire il concetto di resilienza retinica, distinguendo tra sofferenza cellulare transitoria e morte cellulare irreversibile. Rimangono importanti interrogativi, in particolare riguardo alla variabilità, alla specificità e al modo migliore per interpretare i segnali apoptotici nel contesto più ampio della traiettoria della malattia. Non tutte le cellule sottoposte a stress moriranno inevitabilmente e la relazione tra un marcatore apoptotico momentaneo e la funzione visiva a lungo termine richiederà un attento studio longitudinale. Considerazioni pratiche, tra cui riproducibilità, scalabilità, costi e integrazione nei flussi di lavoro di routine, determineranno in ultima analisi se la tecnologia passerà dagli ambienti di ricerca all’uso clinico diffuso.
Tuttavia, DARC e imaging biologico riflettono la direzione in cui, a nostro avviso, il settore dovrebbe muoversi: verso marcatori precoci e biologicamente significativi della salute neuronale. Man mano che le nostre ambizioni terapeutiche si espandono dal rallentamento della progressione alla preservazione, e potenzialmente al ripristino, della funzionalità, la necessità di strumenti in grado di rilevare il danno al suo inizio diventa sempre più urgente. Che DARC diventi essa stessa la piattaforma di riferimento o funga da catalizzatore per ulteriori innovazioni, il principio di fondo è chiaro: il futuro della cura del glaucoma dipenderà dalla nostra capacità di identificare i neuroni stressati prima che vadano perduti.
BIBLIOGRAFIA
1 Grosso A, Borrelli E, Sacchi M, Calzetti G, Ceruti P, Neri G, Marchetti M, Pinna A, Kostin V, Reibaldi M, Borsello T, Vizzeri G. Neuroprotection beyond intraocular pressure: game changer or quiet addiction. Graefes Arch Clin Exp Ophthalmol. 2025 Jul;263(7):1755-1763
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miopi
una riduzione relativa del 46%. 1. Raveendran RN, et al. Effect of Increased Power and Asphericity of Highly Aspherical Lenslets on Myopia Control Efficacy: A Contralateral Crossover Study. Transl Vis
Distanza dalla retina: 1.2 mm
Distanza dalla retina: 2.3 mm
Materiale a solo scopo illustrativo
Tecniche chirurgiche
LA TECNICA 5F: ESSENZIALE, STABILE, SICURA
Una proposta innovativa per la fissazione sclerale delle lenti intraoculari dal genio di Soosan Jacob
Intervista alla Dottoressa
Soosan Jacob, Direttrice e Responsabile della Dr. Agarwal’s Refractive and Cornea Foundation a Chennai, India, e Presidente della International Society of Refractive Surgery
LNel panorama in continua evoluzione della chirurgia oculistica, la fissazione sclerale delle lenti intraoculari rappresenta un ambito in cui innovazione e semplificazione stanno progressivamente ridefinendo gli standard. In questo contesto si inserisce la tecnica 5F (Flangeless, Flapless, Fibrin-glue-less, Fully covered, Fully tucked), sviluppata dalla Dottoressa Soosan Jacob, MS, FRCS, DNB, MNAMS, che si propone come un approccio essenziale, stabile e sicuro per la fissazione sclerale delle IOL. La tecnica 5F si distingue per un’impostazione concettuale che elimina elementi ritenuti non essenziali o potenzialmente critici di altre metodiche di fissazione sclerale, privilegiando il controllo intraoperatorio e l’elevata stabilità. La procedura prevede l’esecuzione di due peritomie congiuntivali a L e la creazione di due tasche sclerali a spessore
parziale. In seguito, si realizzano due tunnel intrasclerali secondo Scharioth, che fungeranno da sede di alloggiamento per le aptiche della IOL tre pezzi. Dopo vitrectomia, la IOL viene inserita in camera anteriore e le aptiche vengono gestite mediante tecnica “handshake”, ovvero stretta di mano. Un singolo ago consente l’esteriorizzazione controllata delle aptiche, che vengono temporaneamente fissate con uno stopper in silicone e successivamente alloggiate nei tunnel sclerali.
DALL’ESPERIENZA CLINICA AI VANTAGGI DELLA TECNICA
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L’idea alla base della tecnica 5F nasce circa un anno fa, da un percorso clinico consolidato. “Dal 2007 facciamo fissazioni sclerali di tipo glued IOLs, con ottimi risultati. La centratura di queste lenti è ottima, anche grazie ai lunghi tunnel sclerali, ma il flap sclerale non è così semplice da eseguire, e implica avere a disposizione la colla,” racconta la Dottoressa Jacob. “Successivamente, è arrivata la tecnica Yamane, che ha i suoi vantaggi, come per esempio il piccolo diametro del track sclerale, ma che implica anche maggiore instabilità, centratura meno accurata, e rischio di erosione della congiuntiva. Inoltre, i due aghi sospesi nell’occhio sono un passaggio scarsamente controllato di questa chirurgia. Dalle debolezze di queste due tecniche nasce l’idea della tecnica 5F,” afferma. Secondo Jacob, “la tecnica 5F è una metodica semplice, sicura e rapida di fissazione sclerale. La sclerotomia è completamente coperta riducendo il rischio di leakage o endoftalmiti. Inoltre, è economica, in quanto non
La Dottoressa Soosan Jacob
[...] è economica, in quanto non richiede colla di fibrina né strumenti dedicati, e garantisce migliore stabilità e possibilità di fine aggiustamento della posizione della lente
Soosan Jacob
richiede colla di fibrina né strumenti dedicati, e garantisce migliore stabilità e possibilità di fine aggiustamento della posizione della lente” Il punto di forza risiede proprio nella combinazione tra semplicità tecnica e robustezza meccanica: l’inserimento delle aptiche nei tunnel sclerali garantisce una stabilità non solo orizzontale, ma anche verticale e rotazionale, mentre la completa copertura riduce significativamente il rischio di complicanze legate all’esposizione.
VERSATILITÀ CLINICA E LIMITI DI APPLICAZIONE
I dati preliminari, con un follow-up di circa 7 mesi, dimostrano come questa metodica sia estremamente versatile. La tecnica 5F, infatti, trova applicazione anche in occhi complessi, come quelli portatori di valvole per il glaucoma, sottoposti a cheratoplastica perforante, oppure ancora in caso di nucleo lussato nel segmento posteriore e persino
come supporto, o “scaffold”, durante procedure delicate sul segmento anteriore. Lo stesso principio di fissazione sclerale è stato inoltre adattato alla pupilloplastica nelle dialisi iridee. “Sfruttando l’ancoraggio con prolene 6-0 e ago da 26 Gauge si ottiene un risultato stabile e riproducibile di riparazione di dialisi iridea, con manovre più semplici rispetto all’utilizzo delle tecniche convenzionali con prolene 10-0 doppio armato,” spiega Jacob. Naturalmente, come ogni tecnica chirurgica, anche la metodica 5F presenta delle limitazioni. Le principali controindicazioni riguardano le patologie che compromettono la resistenza sclerale, come la scleromalacia o gli assottigliamenti marcati. Tuttavia, precisa Jacob, “in presenza di assottigliamenti iatrogeni da precedenti chirurgie, la procedura può essere adattata modificando l’asse di impianto delle aptiche, dimostrando buona versatilità anche in pazienti più complessi”.
UNA NUOVA VISIONE CHIRURGICA
Oltre agli aspetti tecnici, la tecnica 5F riflette un cambiamento più ampio nella pratica oftalmologica, come spiega Jacob attraverso il concetto di middle segment surgeon. “Dopo adeguata formazione chirurgica, non dobbiamo avere paura di spingerci nel segmento medio. Un chirurgo del segmento anteriore può gestire in tutta sicurezza casi complessi come rotture della capsula posteriore, afachia e fissazioni sclerali. Tuttavia, è essenziale saper gestire e utilizzare a nostro favore gli strumenti propri della chirurgia vitreoretinica, come i trocar, i vitrectomi 23G e 25G, il triamcinolone acetonide o l’endoilluminazione, ad esempio, essenziali anche nella chirurgia del segmento medio,” spiega. È una visione che invita a superare, entro certi limiti, le tradizionali barriere tra segmento anteriore e posteriore, promuovendo una chirurgia più integrata e completa, pur rimanendo consapevoli delle proprie capacità e avendo ben in mente quando è necessario chiamare aiuto. La tecnica 5F si propone come un’ulteriore evoluzione nell’ambito della fissazione sclerale delle IOL, con l’obiettivo di rendere la procedura sempre più efficace, essenziale e controllabile. “La riduzione dell’impiego di materiali aggiuntivi e l’attenzione alla stabilità dell’impianto suggeriscono un potenziale promettente di questa tecnica anche in casi complessi. Il monitoraggio a lungo termine sarà fondamentale per valutare i risultati nel tempo, e l’eventuale comparsa di complicanze tardive,” conclude Jacob.
di Matilde Buzzi
Il momento dell’inserimento della IOL tre pezzi durante la tecnica 5F di Soosan Jacob
IL GESTO DELL’OMBRELLO
Il nuovo libro di Diego Ponzin.
Dieci racconti per esorcizzare la morte.
H“Ho deciso di morire perché la mia vita non ha più senso. Voglio fare una buona azione e dare i miei organi a chi ne ha bisogno”. Vacillai. “Qui ci occupiamo solo di trapianti di cornea”, fu la mia risposta alquanto stupida.
C’è una sottile eleganza nel prendersi gioco della morte. Da una parte, l’eroica o stupida spavalderia giovanile che negli anni della maturità si trasforma in ironia vernacolare, un sano esorcismo del più grande di tutti gli horror vacui; e dall’altra la bellezza poetica dell’abbracciare l’inevitabilità, ancora più infuriante agli occhi di una fin troppo umanizzata triste mietitrice.
Il Gesto dell’Ombrello non è una semplice raccolta di dieci racconti brevi scritti dal Dottor Diego Ponzin,
è una manifesta volontà di punzecchiare la morte e trascinarla tra noi. Pur rimanendo silenziosamente in agguato nel retroscena in tutte le pagine del libro, la cupa mietitrice viene quindi provocata, smembrata e vivisezionata attraverso le esperienze umane dei vari personaggi, agenti passivi e attivi dell’inevitabilità.
GLI ALTRI RACCONTI
Il Gesto dell’Ombrello è come uno di quegli album di progressive rock à la King Crimson, dove la title track è posizionata strategicamente al termine della scaletta. Se l’ultimo brano è un omega che racchiude brillantemente la maggior parte dei temi trattati, le altre tracce del libro non sono comunque meno rilevanti e riescono a raccogliere magistralmente il leitmotiv dell’opera, come nei migliori concept album.
Con Sono Felice, Diego Ponzin introduce il lettore alle pagine del suo libro con un immediato piccolo colpo di scena. La narrazione mostra presto un risvolto fantascientifico inaspettato in cui il protagonista, Vincenzo Russo Caputo, scopre una soluzione matematica alla morte, o forse alla vita, nel dubbio portando con sé spazzolino e dentifricio. Dal mio punto di vista, conoscendo Ponzin come uno stimato medico, e uno scrittore di gialli, la svolta sci-fi ha provocato in me le stesse sensazioni provate leggendo William and Mary di Roald Dahl per la prima volta, un genere che non ti aspetti dall’autore. Sono Felice lascia quel senso di sospensione e di mistero delle mille sfaccettature ontologiche di chi attraversa una soglia verso l’ignoto, presto violentemente ridirezionate dal brano seguente.
Il Dottor Diego Ponzin, scrittore de “Il Gesto dell’Ombrello”
“La compassione non basta” pensò, “e l’amore umano, senza redenzione, può diventare annientamento”.
Un Brutto Uomo, Sono Io (da Il Gesto dell’Ombrello), pag. 93
Emma Torna a Casa è un autentico pugno nello stomaco, con uno sguardo agli ultimi tra gli ultimi e il tragico destino di una protagonista che null’altro ha che cercare il conforto della normalità nella imprevista predestinazione. Probabilmente il racconto più cupo di tutto il libro, che invita il lettore a non prendere veramente sottogamba il resto della raccolta.
Con Lupo, Ponzin torna alla sua dimensione giallistica, con un tono da noir moderno e una doppia focalizzazione della vittima e del carnefice in un rovesciamento di ruoli dove l’inquirente cade preda della stessa vittimologia che sta ricostruendo. Più intimista e crudamente viscerale, Non Sono Migliore di Te analizza il mal d’amore più tossico e nichilista, prodromico al femminicidio, con il protagonista pronto a commettere l’irreparabile pur di non affrontare la perdita, colpevole nelle intenzioni ancor prima dei fatti.
L’Amore Salva è con molta probabilità il brano che più ho apprezzato, in posizione di interludio, il racconto spezza il progressivo incupirsi del libro con uno specchietto autobiografico di Ponzin, nel suo ruolo all’interno della Banca degli Occhi del Veneto, alle prese con un uomo e il suo desiderio di morire nel più altruistico dei modi. La causa: mal d’amore, un cuore spezzato in una banca degli occhi e la tagliente ironia dell’essere nel posto giusto nel momento più sbagliato - in vita.
Non c’è modo per descrivere il brano successivo, La Soluzione Finale, senza rovinare totalmente il piacere della sua lettura. Una piccola perla di crudeltà in grado di strapparmi una risata sardonica e allo stesso momento pi-
randelliana grazie a un ottimo uso del rovesciamento. Similmente, lo stesso concetto viene successivamente ripreso nel brano Lo Stesso Pensiero, dove il protagonista cade vittima delle proprie stesse intenzioni, nel senso più letterale del termine.
La raccolta prende la rincorsa con gli ultimi due racconti prima della “title track” con Vita di un Fantasma e Un Brutto Uomo, Sono Io. Il primo, nella prospettiva di uno scrittore talmente invidioso del proprio alias da volerlo eliminare fisicamente, e il secondo di un avido lettore con un passato violento, disposto a rinunciare alla prospettiva della libertà pur di rimanere immerso nel mondo di Dostoevskij. Il finale, già scritto, coglie entrambi di sorpresa.
IL GESTO DELL’OMBRELLO
Arrivati all’ultimo racconto, che dà il nome all’intera raccolta, la sensazione è
di Timothy Norris
quella di essere stati condotti sapientemente da Ponzin verso una riflessione mondana, umoristica, in grado di strappare un sorriso amaro al lettore anche nei punti più ferocemente crudeli. Curiosamente, mi aspettavo nel libro almeno un Mazzarò che se ne esce di scena urlando e scalciando, realizzando tuttavia quanto sarebbe stato davvero fuori tema un personaggio di quella risma, in particolare dopo aver letto l’ultimo racconto.
Il Gesto dell’Ombrello inizia con un implicito, quella preterizione in uno scenario che ricorda l’assurdo à la Monty Python in un gesto collettivo, un happening che rimarrà impresso nella mente del lettore fino alla realizzazione. Il racconto si sposta di scena, con il curioso protagonismo di una salma di un filosofo congelata nell’attimo della morte nella sua ultima volontà, testimoniata dalla badante/compagna Elvira, una Maria Maddalena di un Cristo assurdo mai risorto, e nonostante ciò in grado di scatenare un movimento religioso moderno. L’ultimo immenso sberleffo alla morte da parte di chi la morte l’ha appena subita.
Infine, il brano chiude il libro con la stessa Elvira, a sua volta testimoniata dal nipote del filosofo, a cui viene negato l’ultimo gesto di arbitrio vernacolare. “Che i morti facessero i morti”, dice il nipote, perché in fondo nella morte si perde sempre qualcosa. Être mort, c’est être en proie aux vivants, per citare Sartre. Il Dottor Diego Ponzin è Direttore della Fondazione Banca degli Occhi del Veneto e Presidente della European Eye Bank Association. “Il Gesto dell’Ombrello e altri racconti” è edito da Castelvecchi Editore ed è disponibile nelle librerie e online.
EvEnti CongrEssuali
TALK EYESEE @ AICCER 2026
Talk EyeSee è tornato ad AICCER, il congresso di chirurgia della cataratta e refrattiva tenutosi a Rimini dal 12 al 14 marzo. I principali nomi dell’oftalmologia italiana e le aziende del settore si sono riuniti per un evento all’insegna dell’innovazione e della sostenibilità. Il Dottor Matteo Forlini ha intervistato i protagonisti sui temi più attuali del segmento anteriore, a livello nazionale e internazionale.
Per vedere tutte le video interviste integrali www.eyeseenews.it oppure accedi direttamente utilizzando il codice QR
LA RIVOLUZIONE DELLA CHIRURGIA REFRATTIVA
Leonardo Mastropasqua ha illustrato le ultime novità in chirurgia refrattiva, sempre più personalizzata e tecnologica. In particolare, tecniche come la KLEX risultano meno invasive, con rischi minori, e applicabili anche ai pazienti ipermetropi, ambito in cui il Professor Mastropasqua è pioniere in Italia.
NOVITÀ DA ESCRS PER LA CHIRURGIA DELLA CATARATTA
Alessandro Franchini ha presentato le novità ESCRS sulla chirurgia della cataratta. Le nuove linee guida introducono una profilassi “dropless”, senza colliri pre/post operatori, basata su una singola iniezione intracamerulare di cefuroxima a fine intervento per prevenire infezioni. Si aggiunge anche la possibilità, ancora da approfondire in letteratura, di un’iniezione subcongiuntivale di triamcinolone per ridurre complicanze infiammatorie come l’edema maculare cistoide.
CALCOLARE LA IOL DOPO LA CHERATOTOMIA RADIALE
Giacomo Savini ha presentato uno studio sul calcolo della IOL dopo cheratotomia radiale, con buoni risultati in un’area poco esplorata in letteratura. Usando il ray tracing, il 65% degli occhi mostrava un errore di predizione entro mezza diottria. Il consiglio pratico è di eseguire più misurazioni per aumentare l’accuratezza.
ICL VS LASER AD ECCIMERI
Carlo Cagini ha illustrato le opzioni disponibili per la chirurgia refrattiva, ICL e tecniche laser, sottolineando come la scelta dipenda dalle caratteristiche del singolo paziente. La ICL è preferibile nei casi di miopia medio-elevata, cheratocono o cornee sottili. La decisione finale spetta al chirurgo, che deve sempre privilegiare sicurezza ed efficacia.
LA GESTIONE DELLA PUPILLA STRETTA NELLA CATARATTA
Carlo Carlevale ha trattato della gestione della pupilla stretta durante la chirurgia della cataratta, condizione che aumenta il rischio di complicanze. Quando i midriatici intracamerulari non bastano, suggerisce l’uso di dispositivi meccanici dilatatori, uncini o anelli iridei. Ha inoltre presentato un suo dispositivo brevettato, ibrido tra uncino e anello, attualmente ancora in fase di studio.
ORTOTTISTI: UNA FIGURA FONDAMENTALE PER L’OFTALMOLOGIA
Matteo Forlini ha intervistato Gloria Mussoni e Nicole Tamagnini, ortottiste dell’Ospedale di Stato di San Marino. Il congresso AICCER ha dedicato sessioni specifiche agli ortottisti, con focus sulla salute della superficie oculare nelle misurazioni. Un riconoscimento del ruolo fondamentale di questa figura di supporto in oftalmologia.
EvEnti CongrEssuali
3° WORLD KERATOCONUS CONGRESS 2026
La terza edizione del World Keratoconus Congress, congresso ufficiale della International Keratoconus Society (IKS), si è tenuta a Firenze dal 16 al 18 aprile 2026. Un evento internazionale che ha riunito i maggiori esperti mondiali del cheratocono in Italia per tre giorni di innovazione e confronto su questa patologia che colpisce prevalentemente i giovani. Il Dottor Matteo Orione ha intervistato i protagonisti, facendo emergere novità e spunti sul mondo della cornea e del cheratocono.
Per vedere tutte le video interviste integrali www.eyeseenews.it oppure accedi direttamente utilizzando il codice QR
TRAPIANTO DI CORNEA: TESSUTI SINTETICI
O DA DONATORE?
Jod Mehta ha illustrato i vantaggi dei tessuti da donatore nei trapianti corneali rispetto ai possibili limiti degli anelli sintetici. Ha presentato le innovazioni del Singapore National Eye Centre nell’uso di tessuto umano irradiato con E-beam, con buoni risultati clinici e maggiore facilità di conservazione dei graft.
RESHAPING CORNEALE E CHERATOCONO
Mario Nubile ha trattato il reshaping corneale in pazienti con cornee trasparenti, anche in presenza di cheratocono, che preserva la cornea del paziente, modificando la curvatura per migliorare la qualità ottica. La disponibilità di tessuto stromale da donatore vivo è ampia grazie alla diffusione della chirurgia refrattiva, e il prossimo obiettivo è la loro conservazione per un riutilizzo futuro a beneficio dei pazienti che ne necessitano.
LE DIAGNOSI PRECOCI DI CHERATOCONO:
COSA DEVONO SAPERE GLI OCULISTI
Béatrice Cochener-Lamard ha illustrato i parametri chiave per la diagnosi precoce del cheratocono. Nei bambini, un primo segnale è lo strofinamento oculare, soprattutto in presenza di allergia, atopia, familiarità o astigmatismo. Negli adulti, il gold standard rimane la topografia corneale. Ha inoltre presentato nuovi biomarker che permettono una diagnosi più tempestiva e un intervento precoce.
QUANTO L’EPITELIO RIESCE A PREVEDERE LO SVILUPPO DEL CHERATOCONO?
Marco Zagari ha evidenziato il ruolo sempre più centrale dell’epitelio nella diagnosi del cheratocono. Ha inoltre condiviso la sua ampia esperienza con i CAIRS in Italia, illustrandone vantaggi, risultati clinici e prospettive future.
QUAL È IL VERO RUOLO DEL MICROBIOTA NEL CHERATOCONO?
Davide Borroni ha approfondito il ruolo del microbiota nel cheratocono, un campo di ricerca ancora agli albori. Rimane aperta la questione centrale: se il microbiota sia un biomarker dell’alterazione biomeccanica corneale o una sua causa. Un ambito promettente, ma che richiede ancora molta ricerca.
LA MICROSCOPIA BRILLOUIN COME STANDARD PER LA BIOMECCANICA CORNEALE
J. Bradley Randleman ha parlato del futuro della microscopia Brillouin per l’imaging della biomeccanica corneale e nella diagnosi del cheratocono. Il Professor Randleman sta conducendo ricerche all’avanguardia in materia, che stanno dimostrando dei risultati molto buoni.
L’ECOSISTEMA DELLA VISIONE
EVOLUTA: SAFER CONTRAST
RIDEFINISCE L’APPROCCIO
ALL’IPOVISIONE
NNel trattamento ottico delle gravi disabilità visive, il paradigma tradizionale ha a lungo distinto tra geometrie ottiche (prismi, sistemi ingrandenti, superfici asferiche) e filtri fotoselettivi. Oggi questa separazione appare superata, lasciando spazio a un approccio integrato: un vero e proprio ecosistema della visione. Al centro di questa evoluzione si colloca Safer Contrast, una tecnologia che non si limita a filtrare la luce, ma interviene attivamente sulla qualità del segnale visivo. L’ausilio ottico non è più un elemento passivo, bensì un sistema dinamico che contribuisce a ottimizzare l’informazione che raggiunge la retina.
Oltre l’ingrandimento: la qualità del segnale visivo Per il paziente ipovedente, la sfida principale non è semplicemente ingrandire l’immagine, ma migliorarne la leggibilità. Il sistema visivo deve infatti confrontarsi con un significativo “rumore” luminoso: la diffusione della luce blu e la saturazione delle componenti gialle dello spettro creano un velo che riduce il contrasto e appiattisce i dettagli. In questo contesto, l’impiego di ausili complessi come gli ipercorrettivi prismatici richiede un notevole adattamento. Se a tale impegno si sommano aberrazioni cromatiche e condizioni ambientali sfavorevoli, il rischio di inefficacia aumenta. Diventa quindi fondamentale intervenire non solo sulla dimensione dell’immagine, ma sulla sua qualità intrinseca. Il ruolo del neodimio: filtraggio selettivo e contrasto
L’elemento distintivo della tecnologia Safer Contrast è l’integrazione di nanoparticelle
di neodimio all’interno della lente. A differenza dei filtri tradizionali, che riducono uniformemente la luminosità, questo sistema opera in modo selettivo su specifiche lunghezze d’onda.
In particolare, il filtro “notch” centrato a 589 nm agisce sulle componenti gialle monocromatiche, responsabili di abbagliamento e perdita di contrasto. Il risultato è una vera ottimizzazione del segnale visivo: i colori recuperano saturazione, il bianco appare più neutro e i neri acquisiscono maggiore profondità.
Parallelamente, il controllo delle lunghezze d’onda corte contribuisce a ridurre lo scattering intraoculare, migliorando la stabilità dell’immagine retinica e la percezione dei contorni. Nuova efficacia per le lenti prismatiche
L’integrazione tra design prismatico e materiale Safer Contrast crea una sinergia particolarmente efficace nella visione da vicino. La riduzione delle aberrazioni cromatiche migliora la nitidezza ai bordi delle lenti, mentre l’aumento del contrasto rende i caratteri più definiti e facilmente riconoscibili.
Un ulteriore beneficio è la diminuzione dell’abbagliamento, che si traduce in una minore fatica visiva. Il paziente può così utilizzare l’ausilio per tempi più lunghi, con un impatto positivo sull’autonomia e sulla qualità della vita quotidiana.
Un ecosistema ottico integrato Quando questa tecnologia si integra con soluzioni costruttive avanzate, come quelle sviluppate da DAI Optical attraverso l’algoritmo AIO, il
beneficio diventa ancora più evidente.
Le diverse tipologie di ausili per l’ipovisione, dagli ipercorrettivi prismatici binoculari e monoculari aplanatici, ai sistemi per fissazione eccentrica, fino agli strumenti per la visione da lontano , traggono vantaggio da un miglioramento trasversale della qualità visiva. Il campo visivo risulta più uniforme, mentre il contrasto elevato facilita il riconoscimento dei dettagli anche in condizioni critiche.
Particolarmente significativo è l’impatto nei pazienti che utilizzano aree retiniche extrafoveali, dove la sensibilità al contrasto è ridotta. In questi casi, l’ottimizzazione del segnale visivo rappresenta un fattore determinante per l’efficacia dell’ausilio. L’approccio si completa con l’integrazione dei filtri fotoselettivi a 450 nm e 500 nm, progettati per proteggere la retina dalla luce blu ad alta energia e ridurre la fotofobia. L’evoluzione tecnologica sta ridefinendo il ruolo dell’ausilio ottico nell’ipovisione. Non si tratta più soltanto di ingrandire o filtrare, ma di ottimizzare il segnale visivo nella sua complessità.
In questo scenario, l’integrazione tra design ottico avanzato e materiali innovativi come Safer Contrast apre nuove prospettive: non solo miglioramento della funzione visiva, ma anche recupero dell’esperienza percettiva e della qualità della vita.
Il futuro dell’ipovisione non è più una visione attenuata o desaturata, ma un sistema ad alto contrasto, più efficiente e più vicino alle reali esigenze del paziente.
MIYOSMART IQ: UNO STUDIO A 12 MESI CONFERMA IN MEDIA NESSUNA
PROGRESSIONE
DELLA MIOPIA
PPer la prima volta, una lente oftalmica dimostra risultati che ridefiniscono i confini del controllo della miopia nei giovani miopi. I dati presentati all’ARVO 2026 (Denver, 5 maggio) da HOYA Vision Care, in collaborazione con la Hong Kong Polytechnic University, introducono MiYOSMART iQ, l’evoluzione della tecnologia D.I.M.S., capace di arrestare la progressione miopica clinicamente rilevante* in 9 giovani su 10 già nel primo anno di utilizzo.¹
In uno studio clinico randomizzato e controllato su 196 bambini miopi tra i 4 e i 12 anni, i soggetti che hanno indossato MiYOSMART iQ non hanno mostrato, in media, progressione della miopia a 12 mesi.¹ Un risultato senza precedenti: l’allungamento assiale – parametro chiave legato alla progressione della miopia – è risultato inferiore o comparabile a quello di occhi non miopi, indicando un controllo estremamente efficace della crescita oculare.¹
Nella fascia di età 7-12 anni, generalmente al centro degli studi clinici, MiYOSMART iQ ha registrato un’efficacia media superiore al 100% sul controllo della miopia e una riduzione del 94% dell’allungamento assiale rispetto alle lenti monofocali.¹-³ Anche nei
bambini più piccoli (4-6 anni) i risultati sono rilevanti, con un controllo della progressione pari al 65% sul difetto refrattivo e al 44% sulla lunghezza assiale, segnando un traguardo importante nell’intervento precoce.¹-³-4 Questi dati stabiliscono il più alto livello di efficacia mai osservato con lenti basate sulla tecnologia D.I.M.S.¹-² e introducono, per la prima volta, evidenze cliniche anche nei bambini a partire dai 4 anni.¹ Si tratta di un passaggio decisivo: intervenire precocemente significa agire in una fase in cui la miopia progredisce più rapidamente e il rischio di complicanze future è maggiore.
INNOVAZIONE TECNOLOGICA: IL TRIPLE ENHANCED DESIGN (TED) MiYOSMART iQ rappresenta l’evoluzione della consolidata tecnologia D.I.M.S, supportata da oltre 100 pubblicazioni scientifiche.9 La lente integra un nuovo design ottico – Triple Enhanced Design – che potenzia l’effetto di controllo attraverso tre leve principali:
• segmenti di defocus più vicini al centro, per stimolare in modo continuo la retina para-centrale (il cosiddetto “retinal sweet spot”);¹0-¹²
• maggiore potere di defocus, per un segnale miopico più intenso;
• area di trattamento estesa, per una copertura periferica più ampia anche con montature più grandi.³ Il risultato è una risposta biologica più efficace nel modulare la crescita oculare, andando oltre i limiti delle tecnologie precedenti.
VERSO UNA NUOVA GESTIONE DELLA MIOPIA
La miopia rappresenta una delle principali sfide sanitarie globali, destinata a colpire una fetta sempre più ampia della popolazione nei prossimi decenni.6 Intervenire precocemente e con soluzioni efficaci non è più opzionale, ma necessario. Dal lancio nel 2018, oltre 15 milioni di lenti MiYOSMART sono state adottate in più di 50 Paesi.¹³ Con l’introduzione di MiYOSMART iQ, HOYA Vision Care apre una nuova fase nel controllo della miopia, rafforzando la collaborazione con oculisti, ottici-optometristi e pediatri per offrire ai bambini soluzioni sempre più avanzate.
*Nota
La progressione miopica clinicamente rilevante è definita come una variazione dell’equivalente sferico (SER) superiore a –0,50 D in 12 mesi.
Riferimenti
1. Tse DYY, et al. Myopia Control Efficacy of Defocus Incorporated Multiple Segments Spectacle Lens with Triple Enhanced Design: a 12-month randomized controlled trial. Association for Research in Vision and Ophthalmology (ARVO) 2026 Annual Meeting, May 3–7, 2026. Abstract 2523. Available from: https:// eppro02.ativ.me/web/index.php?page=IntHtml&project=ARVO26&id=4486941. (Accessed: 16.04.2026).
2. Kaymak H, et al. Defocus Incorporated Multiple Segments Spectacle Lenses withTriple Enhanced Design Normalize and Neutralize Axial Elongation in Myopic Children: A Randomized Three-Arm Trial Using AMMC Physiological Growth Criteria. Abstract OD72, ARVO Annual Meeting 2026, Denver, USA. Available from: https://eppro02.ativ.me/web/index.php?page=IntHtml&project=ARVO26&id=4490935. Accessed: (16.04.2026).
3. HOYA data on file. HOYA MiYOSMART iQ spectacle lens clinical outcomes. 04/2026.
4. Tse DYY, et al. Myopia Control Efficacy of Defocus Incorporated Multiple Segments Triple Enhanced Design Spectacle Lenses. The 41st Asia-Pacific Academy of Ophthalmology Congress, February 5–8, 2026. Abstract 205567. Available from: https://2026.apaophth.org/abstract/?code=205567. (Accessed: 16.04.2026)
5. Carr BJ, et al. The Science Behind Myopia. 2017. In: Webvision: The Organization of the Retina and Visual System [Internet]. Salt Lake City (UT). University of Utah Health Sciences Center. Available from: https:// www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK470669/. (Accessed: 16.04.2026).
6. Holden BA, et al. Global Prevalence of Myopia and High Myopia and Temporal Trends from 2000 through 2050. Ophthalmology. 2016;123:1036–42.
7. Bullimore MA, et al. The Risks and Benefits of Myopia Control. Ophthalmology. 2021;128(11):1561–79.
8. CLEERE Study Group. Myopia Progression as a Function of Sex, Age, and Ethnicity. Investigative Ophthalmology & Visual Science. 2021:62(10);36-36.
9. HOYA Vision Care. Confidence Through Evidence. 2026. Available from: https://www.hoyavision.com/ vision-products/miyosmart/evidences/. (Accessed: 16.04.2026)
10. Smith III EL, et al. Eccentricity-dependent effects of simultaneous competing defocus on emmetropization in infant rhesus monkeys. Vision Res. 2020;177:32–40.
11. Panorgias A, et al. Retinal responses to simulated optical blur using a novel dead leaves ERG stimulus. Invest Ophthalmol Vis Sci. 2021;62(10):1.
12. Swiatczak B, et al. Retinal “sweet spot” for myopia treatment. Sci Rep. 2024;14:26773.
13. HOYA data on file. MiYOSMART spectacle lens commercial data. 04/2026.
ALTERAZIONI DEL CORPO VITREO: UN NUOVO PUNTO DI VISTA
IIl corpo vitreo è fisiologicamente ricco di antiossidanti, i quali sono fondamentali per preservarne la delicata struttura e quindi la normale trasparenza. Con il tempo e in condizioni patologiche, può però subire danni ossidativi con tre modalità tra loro correlate:
1. Formazione di AGE (prodotti finali di glicazione avanzata).
2. Disfunzione degli ialociti.
3. Foto-ossidazione.
FORMAZIONE DI AGE
Gli AGE generano legami crociati anomali tra le fibrille di collagene, provocando la dissociazione del collagene stesso dall’acido ialuronico. Tutto questo comporta una destabilizzazione del vitreo.
Gli AGE possono anche attivare uno specifico recettore di membrana, presente su cellule immunitarie e nervose, promuovendo la produzione di agenti ossidanti e infiammatori che vanno ad alterare ulteriormente l’architettura vitreale.
DISFUNZIONE DEGLI IALOCITI
Gli ialociti sono cellule simil-macrofagi, specifiche del corpo vitreo e adatte alle sue esigenze sia in fase di sviluppo che in fase di invecchiamento. Producono collagene e acido ialuronico, e sono molto importanti per la normale trasparenza vitreale. Tuttavia, in presenza di forte stress ossidativo, possono esprimere alti livelli di ialuronidasi - enzima responsabile della degradazione dell’acido ialuronico - contribuendo così alla liquefazione del gel vitreale.
FOTO-OSSIDAZIONE
Il corpo vitreo è quotidianamente esposto a rischio di danno fotoossidativo: da un lato non può sottrarsi all’arrivo di luce ad alta energia, come quella blu e ultravioletta; dall’altro, essendo il numero degli ialociti relativamente basso, può non avere un ritmo metabolico tale da consumare efficientemente l’ossigeno che vi arriva, il quale può generare così radicali liberi.
VITREOLISINA PLUS presenta una formulazione dall’altissimo potere antiossidante, sviluppata per contrastare specificatamente lo stress ossidativo nel corpo vitreo. Il prodotto si distingue, infatti, per essere stato formulato secondo il fisiologico assetto antiossidante vitreale.
VITREOLISINA PLUS contiene Selenio, Zinco, Vitamina C e Vitamina E; enzimi antiossidanti come Superossido Dismutasi (SOD) e Bromelina; aminoacidi come L-Metionina, L- Serina e N-Acetilcisteina, che aumentano la sintesi endogena del Glutatione; carnosina, che contrasta la formazione degli AGE; acido ialuronico che può stimolare, attraverso l’asse intestino-occhio, la sintesi del suo corrispettivo endogeno.
VITREOLISINA PLUS costituisce un valido sostegno al naturale sistema difensivo del corpo vitreo in tutte le alterazioni vitreali.
Lente per la gestione della progressione miopica
Myopica è stata progettata per correggerel'errore di refrazione al centro della lente inducendo al contempo un defocusmiopico con potere positivo nell'area periferica della lente, portando le immagini periferichedella retina davanti al piano retinico.
LA SCELTAGIUSTA OGGI, PER COSTRUIREIL DOMANI
*Studio clinico condotto su popolazione europea.
39%
Rallentamento della progressione miopica dopo i 12 mesi*
Riduzione nella crescita della lunghezza assiale ↓ 29% dopo i 24 mesi**
Avanzate. Efficaci. Delicate. NUOVE
Disinfezione in chirurgia oculare.
Detersione profonda quotidiana.
Igiene oculare di nuova generazione.
SOSTEGNO ALLE NATURALI STRATEGIE DI
DIFESA DEL VITREO PER PREVENIRE IL
DANNO E FAVORIRNE LA RIPARAZIONE
· Formula completa
· Quattro gruppi di antiossidanti
· Contrasto mirato allo stress ossidativo e foto-ossidativo del vitreo