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Giuliano Ramazzina MUOIA SANSONE, MA NON I DOROTEI

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Giuliano Ramazzina

MUOIA SANSONE MA NON I DOROTEI L’Italia degli irrottamabili

MARCIANUM PRESS

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Š 2013, Marcianum Press, Venezia.

Marcianum Press S.r.l. Dorsoduro 1 - 30123 Venezia Tel. 041 2960608 - Fax 041 2419658 marcianumpress@marcianum.it www.marcianumpress.it

Progetto e grafica di copertina: design Tomomot

ISBN 978-88-6512-157-3

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Nel bene e nel male, i dorotei sono stati il centro direttivo, ad un tempo promozionale e moderatore, della politica democratico cristiana... per un verso un grippo* quasi deteriore di potere e di mera gestione di esso, per l’altro una componente politica insopprimibile della Dc, un suo modo d’essere... (Mariano Rumor, da una traccia del discorso pronunciato a Bari il 18 aprile 1985) State sempre in maggioranza: quella di Toni Bisaglia è l’espressione di un doroteismo che già con lui e soprattutto dopo di lui, diventerà degenerazione culturale e morale... (Ettore Bonalberti, Dalla fine della Dc alla svolta bipolare, Mazzanti Editore 2008)

* Grippo: blocco o tappo che determina l’interruzione del funzionamento di un sistema. 5

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Prefazione

Molto tempo prima che fosse la dittatura dei social network a selezionare la classe politica e che il meccanismo delle liste bloccate congelasse la competizione dei candidati sul territorio, il Veneto democristiano e doroteo era la West Point per eccellenza per l’aspirante Signore delle Tessere democristiano. Il cursus honorum prevedeva una regola a cui era impossibile sottrarsi, sconosciuta ai molti parvenu della politica odierna: conquistare il territorio e le preferenze metro per metro. Nelle aie nebbiose della Bassa Padovana, nelle canoniche del Polesine, alle cene dei battesimi sui Colli Euganei, nelle osterie della Marca Trevigiana. L’ambizione, e il primo obiettivo del Candidato, avere il privilegio di distribuire i favori in un ambiente rurale, dunque poco astratto. La Chiesa. La famiglia. La campagna. L’ascesa verso Roma era un percorso ad ostacoli segnato da una corvée che selezionava naturalmente l’aspirante professionista della politica. La meta finale di questo percorso ad ostacoli, erano gli anni ’70, un seggio a palazzo Madama o a Montecitorio per svi7

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luppare più gli affari degli amici che le esigenze della circoscrizione. Meglio ancora una poltrona da sottosegretario. Come tessero la rete del consenso i dorotei in Veneto e in Italia rimane ancor oggi un caso di scuola esemplare per efficienza e professionismo. Un caso di cui si occupa anche la scienza della politica: il partito comunista riuscì ad iscrivere un gran numero di aderenti, ma invece che per zone di residenza li raggruppò per luoghi di lavoro con ‘cellule di fabbrica’, ‘di scuola’ con comitati e cellule aziendali. Credendo che la solidarietà cementata dal lavoro fosse più forte di quella fondata sul vicinato. La Dc e la scuola dorotea preferirono conquistare nel territorio il ‘mercato del bisogno’. Inoltre, i partiti europei che nascono nel 1900 hanno quasi sempre una ‘casta’ a dirigerli e ad organizzarli. Ce l’hanno i partiti conservatori e liberali del XIX secolo, in gran parte fenomeno borghese o addirittura aristocratico. La Dc non è nata come un partito di quadri (li ha cooptati in seguito). Addirittura il partito laburista britannico nel ‘900 – per incidere sul territorio – costituì comitati composti da notabili funzionali all’organizzazione del partito da affiancare a rappresentanti sindacali. L’Homo Doroteo invece è sempre uno che arriva ‘dal basso’ o che ‘dal basso’ riceve come minimo l’atto di investitura. Con un approccio non dissimile alla filosofia che sottende la cultura mafiosa (intendendo per questo la radice lessicale del termine Mafia come ‘industria della 8

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protezione’) il leader doroteo tra il ’70 e fino alla caduta della Prima Repubblica mette in pratica quello che impara fin dall’ascesa, esercizio quotidiano inoculato nel suo dna: si prende cura del suo elettore e tende a conquistare spazi nuovi nel mercato della clientela. Classifica le esigenze del suo potenziale elettore, le protocolla attraverso un voluminoso apparato cartaceo. Le ‘segnalazioni’ sono la summa di questo metodo. Il vincolo da parte dell’elettore e della sua famiglia diventano indissolubili quando il doroteo compie ‘il miracolo’. E spesso accade, in quegli anni. Perché egli è pragmatico e ben organizzata è la struttura piramidale del suo potere. Un’assunzione in banca o in Comune, per un trasferimento, addirittura per un ricovero, per un congedo anticipato dal servizio militare. Con uno dei suoi consueti scatti di ingegnosità Giuliano Ramazzina, che osserva da decenni, con splendida e appassionata ossessione - diremmo quasi da etologo - l’evoluzione dell’Homo Doroteo ci avverte che Egli e vivo e lotta in mezzo a noi. E ci mette in guardia sulla sua capacità di mimetizzarsi tra i nuovi Signori del consenso e di guidarne le scelte a loro insaputa, in questo brillante affresco del dna doroteo, a tratti anche impietoso per una corrente che ha avuto nella storia sì responsabilità gravi, ma anche dei meriti. Ispirati dal solco tracciato dai Rumor, dai Gava e dai Bisaglia i dorotei, pur con le cicatrici di tante battaglie restano ancora in campo: in servizio permanente effettivo pronti ad inoculare il doroteismo (virus o antidoto?) a destra e sinistra in questo bipolarismo incompiuto ed 9

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ibrido che avrebbe dovuto traghettare fuori dalle secche un Paese da troppo tempo in coma farmacologico. Alberto Cappato – Tg5

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Una volta c’era l’Homo Sapiens, chiamato anche essere umano. Aveva un cervello molto strutturato e sviluppato, in proporzione alle dimensioni dell’individuo, e capace di ragionamento astratto, linguaggio e introspezione. Nel 2009 in Italia ai tempi di Berlusconi probabilmente è nato, frutto di vari contorti passaggi di ingegneria genetica misti a ingegneria politica, un esemplare unico e forse insuperabile nell’evoluzione della specie: si tratta di Carmine, un professionista napoletano, che potremmo codificare come Homo Doroteo. Perché Carmine incarna il prototipo perfetto della politica dorotea nata nel 1957 per intuizione fatale democristiana. Lui in effetti è il doroteo dei dorotei. Un dogm: doroteo geneticamente modificato. Un essere reale, riportato dalle cronache dei mass media, ma in ogni caso straordinariamente sempre in bilico con la fantasia, quella abbinata ovviamente al ‘pane e amore’, intramontabile ricetta cinenazionalpopolare. Sono passati 60 anni, in molti hanno tentato di perfezionare un comportamento che è sopravvissuto scavalcando valori, 11

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regole, norme sociali e leggi. Anzi proprio quel comportamento affaristico efficace e redditizio, permeato di individualismo e cinismo, ha attraversato la storia italiana mettendo sulla politica, dai giurassici democristiani, il marchio indelebile del made in Italy sui potenti eterni. Dove lo trovi infatti nel mondo un homo che riesce ad essere, come Carmine, consigliere regionale in Campania con i voti del centrosinistra e sindaco in un Comune vicino a Napoli con i voti del centrodestra? È l’azzeramento assoluto dell’etica in politica con l’avvento di un eden affaristico dove gli opposti si fondono in nome del denaro e dell’arricchimento, disvalori che si ‘valorizzano’ all’insegna di un’ubiquità futurista. Carmine infatti potrebbe partecipare contemporaneamente ad un consiglio comunale e ad un consiglio regionale superando i confini ‘umani’ di tempo e spazio. Inoltre di fatto ha percepito due compensi pubblici, fino a quando non si è dimesso da sindaco scegliendo poi la busta paga più pesante cioè quella di consigliere regionale. Probabilmente Mariano Rumor in quel convento romano di suore dove fondò con alcuni amici la corrente Dc non avrebbe mai pensato che il doroteismo arrivasse a tanto, ma sicuramente lui ed i suoi seguaci, ci hanno messo la firma nello startup, lanciando il politico che sta sempre in maggioranza. In fin dei conti cos’è Carmine? Appunto, uno che sta sempre in maggioranza, con il centrosinistra e con il centrodestra. Forse ha superato perfino Silvio Berlusconi nell’applicazione della lezione dorotea, che rimane una pratica per imprenditori della politica o anche per politici dell’imprenditoria che poi è la stessa cosa. Carmine 12

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non è in conflitto di interessi. È uno che tiene semplicemente un piede in due scarpe. E si può fare, basta avere il piede giusto. Lui è un furbo e la furbizia è un’altra componente fondamentale dell’Homo Doroteo. Furbizia cioè capacità di muoversi bene, difendendo ciò che hai conquistato, cioè l’indifendibile per l’Homo Sapiens qualunque. Così è accaduto l’incredibile. Quando la regione Campania si è accorta dell’incompatibilità gli ha notificato la decisione di espellerlo dal Consiglio per il doppio incarico, lui si è reso irreperibile e il messo notificatore non è stato in grado di recapitargli l’atto. La sua ricomparsa strategica è poi avvenuta a notifica ricevuta fuori tempo massimo. La nullità dell’atto gli ha permesso di restare in carica come sindaco e come consigliere regionale. Una furbata vincente ed esemplare per chi ha voglia di fare politica nel ventre molle dell’Italia marcia e trasformista. Ma il segreto del prototipo Carmine non è solo quello, direi ormai superato, di sapersi riciclare cambiando schieramento. Quella è roba umana. Lui gli schieramenti li combina, li mixa. Destra o sinistra pari sono, basta avere un ritorno economico, posizione sociale e quindi detenere il potere. Soldi e clientele. Da qui il segreto centrale della sua azione da doroteo nel crepuscolo della Seconda Repubblica. La capacità di resistere nell’ubiquità, un piede di qua e uno di là. Una faticaccia boia che ricorda quella di un uomo diviso tra moglie e amante. Lui è riuscito a metterle d’accordo, a farle convivere sotto lo stesso tetto coniugale. Spregiudicato e geniale. Carmine è come quell’attore che sul palcoscenico si tinge 13

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la faccia di due colori e girandosi mostra prima quella bianca e poi quella rossa. È sempre lui, ma dà l’effetto di una doppiezza risolta, felice, accettata. Da applausi. Se esce da un consiglio comunale entra direttamente in un film di Totò. Nella realtà si era candidato nel 2005 con la Margherita ed era subentrato in Regione Campania con i voti raccolti sotto quel simbolo, poi nel 2008, grazie al sostegno del centrodestra, era stato eletto sindaco. Sul palcoscenico della politica, se si girava a sinistra mostrava il volto del consigliere regionale, se si girava a destra quello del sindaco. Carmine nella sua traiettoria da Homo Doroteo evoca il protagonista de Le Neveu de Rameau di Diderot. Stessa consapevolezza di sé, della propria amoralità. Perché l’ubiquità in politica non è immorale bensì amorale e l’amoralità è un’altra caratteristica saliente del comportamento doroteo in politica. Il personaggio di Diderot perde ogni cognizione della morale, cancella il bene ed il male dalla sua mente. I suoi vizi li usa se sono utili al proprio interesse, al proprio ‘particulare’ guicciardiniano. Se non servono, li maschera. La dominante del carattere che si estrinseca nel suo modo di comportarsi ed agire è assolutamente l’utile per sé. Carmine è la rappresentazione reale dell’immaginario di Diderot. È un Homo Doroteo del nostro secolo, un mutante che nasce da una concezione imprenditoriale della politica, un manager al di là del bene e del male. Forse vale la pena di studiarlo prima di condannarlo inesorabilmente, anche per evitare che quelli come lui si riproducano. Del resto, inutile nasconderlo, un simile 14

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personaggio ‘disumano’, i cui geni si possono far ricondurre ai vari Bisaglia o Sbardella detto ‘lo squalo’ o Gava è organico alla politica berlusconiana e leghista del fare, un concentrato mirabile di furbizia e di antipolitica senza regole. Non a caso, la coalizione di centrodestra con una deroga ad personam, gli avrebbe concesso – scrivono le cronache – di candidarsi al consiglio regionale senza doversi dimettere. Una dimostrazione lampante che le regole sono fatte per essere derogate o ignorate ed i furbi, che fregano i fessi, vincono sempre. Carmine docet.

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Cappadocia. Esterno. Giorno. Galeotta fu la spada che tagliò la testa a Dorotea, santa dell’amicizia. Perché è tra il III e IV secolo, in Asia Minore, ai tempi di Diocleziano che molto probabilmente si decise gran parte del destino politico dell’Italia moderna. C’è infatti un terminale storico che collega l’Italia Repubblicana del dopoguerra, contrassegnata dall’ascesa al potere della Democrazia Cristiana divisa in correnti e quella sciagurata decisione presa da tal Saprizio, tiranno e persecutore dei cristiani. Dorotea morì su suo ordine, con quali effetti lo stiamo vedendo a distanza di secoli. Dorotea infatti diventò martire e come tutti i martiri si trascinò devozione e folle di seguaci. A lei si votarono, ad esempio, le suore maestre figlie dei Sacri Cuori. E dove nacque un’Opera di Santa Dorotea, con tanto di convento? A Roma. Fatalmente dalla Cappadocia al Colosseo, il fatto religioso è poi sconfinato nel politico. Fu così che nel 1959, con la Dc al centro della scena politica nazionale, un emergente veneto di Vicenza, decise di radunare i suoi amici nel convento di Santa Dorotea. Si chiamava 17

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Mariano Rumor detto Pio Mariano, uno che aveva una grande aderenza con parrocchie e sagrestie che gli garantivano una valanga di voti alle elezioni. Tra le mura di quel convento, assieme a Emilio Colombo e Paolo Emilio Taviani, col sottofondo delle preghiere delle monache, nacquero i dorotei democristiani, una razza politica trasversale e dominante. E venne segnata per sempre la storia della Nazione. Quel parto romano però sarebbe rimasto sterile se santa Dorotea non avesse fatto un altro miracolo: ci voleva infatti un manuale, uno strumento che evitasse le liti tra le varie correnti che nel frattempo si erano create all’interno del partito. Il geniale inventore della ‘norma regolatrice’ delle correnti, è un oscuro funzionario: Massimiliano Cencelli. Lui riuscì a far quadrare i conti col sistema delle quote, la distribuzione delle cariche in maniera proporzionale alla forza delle correnti equivalente al numero di tessere comprate dai rispettivi capi. Un capolavoro insuperabile di ingegneria correntizia, applicabile a carte scoperte e sottotraccia, anche nel caso di una distribuzione relativa ad un governo di coalizione, coinvolgendo quindi i partiti alleati. Esempio: un ministro valeva due sottosegretari e mezzo. I dorotei rappresentano la corrente top nella hit parade del potere. La Balena Bianca uscita dalla grande guerra si frammentò virtuosamente e le diverse anime facevano capo a un leader che identificava l’aggregazione. Tutte si distinguevano per la capacità di muoversi trasversalmente all’interno del partito e tra i partiti alleati. Così, al fianco dei dorotei convivevano le altre correnti vedi ad esem18

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pio morotei, andreottiani, fanfaniani, forzanovisti di Donat Cattin e pontieri di Francesco Cossiga. Vivevano da separati in casa, discutevano e spesso si accapigliavano. Poi in tempo di elezioni le liti finivano perché, dopo la vittoria, c’era da spartirsi la torta applicando il manuale Cencelli. Nella corrente dorotea c’erano più capetti, distribuiti territorialmente in tutto lo Stivale. Ad un certo punto a Napoli ad esempio si formò la corrente gavianea del Golfo e così via. Un’evoluzione della specie, organica al lavoro dei grandi capi che facevano tessere soprattutto nel Veneto e nel Nordest. È tra le nebbie di Rovigo e il baccalà alla vicentina innaffiato dalla grappa di Trento che si sviluppò il teorema doroteo vincente, con la formazione di una classe dirigente opportunista, faccendiera e dopo la fine della Dc anche trasformista capace di sfidare scandali e giudici per diventare una casta, complice Berlusconi. Un disegno doroteocratico, che sfruttava quella che potremmo definire una formula di proporzionalismo anomalo rispetto al proporzionalismo kelseniano: il capo corrente di maggioranza relativa di un partito la cui maggioranza fosse anch’essa relativa, decideva le sorti del Paese grazie ad un pacchetto di tessere. La regola più totalizzante venne applicata sempre e comunque nel Veneto dove i dorotei, fin dalla nascita della corrente, si sono aggregati e organizzati in maniera così forte e chirurgica da sopravvivere a distanza d’anni alla fine della Dc, dopo avere ingoiato lo svelamento di varie logge massoniche, la morte prematura di leader come Moro e Bisaglia, Tangentopoli, la fine del sistema elettorale proporzionale. 19

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E ora la globalizzazione e la crisi del berlusconismo. Anziché scomparire, depressi da traumi umani, giudiziari e politici a volte devastanti, dopo una breve parentesi di riflessione, forti anche di consistenti risorse finanziarie ereditate e spartite, ripartirono per una grande avventura che è tuttora in corso, in uno scenario ancora favorevole. Usarono una tattica difficile, ma collaudata per restare a galla: si sparpagliarono nel cesto senza fondo del bipolarismo all’italiana, una riconfigurazione partitica che calata nel sistema elettorale ridimensiona drasticamente il proporzionale a favore del maggioritario. Rispetto a come si agiva ai tempi d’oro del ‘proporzionale logaritmico informale’, per i dorotei fu una rivoluzione improvvida, che però di fatto non ne ha cancellato le rendite di posizione e solo in certi casi ne ha compromesso il potere personale e di squadra. Grazie allo spirito di adattamento unito a innegabili doti trasformistiche, i dorotei sono più che mai attivi politicamente, schierati in parti opposte. Alcuni infatti hanno preferito il Partito Democratico a Berlusconi. Altri sono slittati nel Terzo Polo dopo la rottura nel Pdl tra Berlusconi e l’ex di An Gianfranco Fini ritrovando così il rassicurante ex dc di scuola dorotea Pier Ferdinando Casini. Un Centro politico di intramontabili ex. Ovunque abbiano il comando, i dorotei sono portatori di un potere che si contraddistingue per originalità di comportamenti, mentalità e scuola. Per una politica che dovrebbe coniugare affari e valori, il doroteismo si evidenzia come una forma mentis che si traduce in azioni che privilegiano più gli affari, richiedendo la costituzio20

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ne di comitati per pilotare l’aggiudicazione degli appalti pubblici e controllare l’accumulazione delle ricchezza nelle mani di poche imprese-famiglie e quindi la costruzione di una casta, di una struttura di potere oligarchica e blindata, con rendite trasmissibili di generazione in generazione. Facendo patti anche con la mafia e la criminalità organizzata. Se Machiavelli teorizzò ‘il fine giustifica i mezzi’, loro non gli furono da meno adattando quella dottrina ad un modello politico: il potere giustifica l’alleanza. Se il doroteo è naturalmente un uomo di comando che esalta l’establishment, un conduttore di stabilità e governabilità, è conseguente la sua appartenenza sempre e in ogni caso a raggruppamenti maggioritari. Il doroteo deve sempre stare nella stanza dei bottoni per costruire quella coesione sociale popolar-populista che è il segreto per vincere sempre e comunque le elezioni. Questo animale politico incarna, applica e riproduce la sua forza di potere con un assioma di rara efficacia operativa, solitamente ripetuto dal capo agli adepti: state sempre in maggioranza. Dal governo della Repubblica fino all’ultimo dei comitati di quartiere ci si deve comportare sempre avendo questo unico fine che giustifica l’alleanza. L’attitudine ad aggregarsi solo con i più forti, condividendone la gestione del potere, il doroteo l’ha praticata con grande successo soprattutto nei periodi in cui vigeva il sistema elettorale proporzionale. Ma anche oggi il lupo non ha perso il vizio. Calata nella realtà periferica, la lezione era questa: gli accordi per costituire una giunta regionale, comunale o provinciale, si facevano prima con reiterati pour parler e incontri spes21

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so conviviali. Il tripartito e poi il pentapartito, le sintesi con Psi, Psdi, Pli e Pri nuotavano in questa acqua. La governabilità scaturiva da un’alleanza tra partiti dopo il voto, ma che garantiva con la Dc sempre primo partito in fatto di consensi, di scegliersi gli alleati più affidabili, sempre con equilibri favorevoli alla corrente dorotea. Nel Veneto, a Venezia, Padova, Rovigo, Verona e in tutti i capoluoghi, salvo qualche rara concessione alla sinistra interna, la leva del potere amministrativo era saldamente nelle mani di fedelissimi della corrente. Il doroteo si è abituato a comandare con questo sistema che esaltava anche i collegamenti dei singoli politici al gotha delle famiglie dominanti per censo e ricchezza nelle varie realtà provinciali, una situazione favorita dal reclutamento di persone forti per status, visibilità sociale e conto in banca che poi travasavano la loro esperienza nel modo di condurre il partito, di rapportarsi con gli altri partiti e di amministrare. Gli imprenditori entrati nel gioco diventavano sponsor della corrente elargendo consistenti somme di denaro, spesso mascherate sottoforma di pubblicità, per sostenere le campagne elettorali ottenendone in cambio dei favori soprattutto nell’assegnazione di appalti pubblici taroccati nelle gare d’asta. Un do ut des che poi è sconfinato anche nella discesa in campo politica solo per tutelare i propri interessi e nella nascita della figura prima del manager della politica e poi dell’imprenditore-politico. Così avveniva la convivenza con le altre anime interne e coi partiti alleati, ma sempre in condizione maggioritaria, con estensione anche negli enti pubblici, all’associazioni22

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smo e perfino nel sindacato. Il posto del doroteo era ed è uno solo: al vertice. Dagli anni ‘70 in poi, mentre c’era chi scalava il partito e s’imponeva come uomo di governo in rappresentanza del Veneto e dei suo vasti interessi, con la scelta del reclutamento degli amici si configurò il gruppo egemone, una vera e propria casta. Il capo infatti formò un entourage di persone fidatissime, un cerchio magico (vedi segretari, collaboratori e portaborse) e imbottì gli apparati pubblici e privati, influenzandone e condizionandone il funzionamento sempre a favore dei suoi disegni. Con gli amici il leader condivideva tutto: da loro pretendeva fedeltà e puniva chi non cantava nel coro. L’amicizia, dimostrata con l’operare nella giusta direzione, era di fatto il collante di quel modello correntizio, un’amicizia viscerale, quasi una dipendenza. Chi si dimostrava rispettoso delle regole e delle gerarchie, otteneva dal capo posti, favori e prebende col sistema della cooptazione. La clausola per diventare amico non era nella qualità della proposta, nell’idea. Contava solo la fedeltà, bastava essere a disposizione, mettersi in lista ed aspettare il proprio turno. Un codice di comportamento semplice e popolare, fatto di presenza, disponibilità, capacità relazionale ed organizzativa. La selezione degli amici non rispettava le classi sociali: attorno al capo c’erano i dirigenti scelti in base al censo e all’amicizia con le famiglie più ricche delle varie realtà venete. Poi la composizione dei quadri seguiva invece criteri interclassisti. Una scelta che pagava perché in questo modo si esaltava la voglia di emergere della middle class, garantendosi i voti a fini elettorali. 23

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Quindi la struttura prevedeva pochi dirigenti selezionati e altre figure stratificate, sparpagliate tra entourage, partito, amministrazioni locali, giornali, enti pubblici, aziende private e tutto quanto riguardava il governo. Il potere doroteo si sostanziava con l’ambizione di chi voleva entrare nel meccanismo per avere occupazione, ricchezza, favori e prebende e la contemporanea necessità di creare delle clientele smisurate fondamentali alla cattura dei voti elettorali. Un sistema rodato che metteva in campo il primato della politica e dei partiti, fondendola con la necessità di un’economia drogata, ma molto efficiente e garantista, basata sui favori finanziari tra imprenditori e politici e sulla voglia di ascesa sociale delle classi inferiori, un interclassismo di chiara matrice cattolica con venature socialiste. La clientela si creava in maniera automatica, per passaparola, per grazia chiesta e ricevuta: un amico, iniziando la catena, presentava un amico che a sua volta passava parola: di favore in favore si realizzò così nel Veneto e nel Nordest, una ragnatela di potere senza precedenti che sostanziò la forza individuale del capo, dei suoi fedelissimi dirigenti, della corrente dorotea e della Dc. C’erano delle situazione, dei momenti aggregativi dove il dirigente faceva proseliti e catturava voti sicuri: battesimi, cresime, feste di laurea, matrimoni e anche funerali. La presenza del capo o di un suo segretario particolare oltre a dare prestigio all’evento, costituiva il momento ideale per cementare amicizie assolutamente interessate con le famiglie ed i loro amici: era una specie di marketing elettorale strapaesano, il politico che prestava la 24

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sua immagine gratuita avendo in cambio però fedeltà e voti. In tale maniera, ad esempio, proprio come in certi schemi della commedia dell’arte, il figlioccio del battesimo poteva diventare il direttore di un giornale e la sposa la segretaria di una grande azienda. Il potere doroteo aveva le sue location. Ad esempio se andavi a Padova, oltre ad accendere devotamente una candela a Sant’Antonio in basilica era di rigore fare un salto al palazzo dei miracoli in via Santa Lucia. Ma il momento culmine della strategia dell’amicizia dorotea era l’incontro conviviale, la famosa cena con gli amici, da farsi non solo in tempo di campagna elettorale. Esserci, magari in una trattoria di Lusia (Rovigo), era come vincere un terno al lotto.

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Il manager della politica ragiona come se la politica fosse quotata in borsa o se il partito fosse un’azienda. Cosa fa un capitano d’industria? Produce per guadagnare, il suo obiettivo è l’utile, il dividendo. I passaggi sono noti così come i comportamenti canonici di chi pensa ai bilanci tarati o sul pareggio o sull’attivo, in ogni caso sul plusvalore. Tutto il resto è inutile. O silenzio, come direbbe Shakespeare. La genialità dei dorotei-manager sta proprio nell’avere trasferito in politica la mentalità imprenditoriale, adattandola per ragioni di convenienza, per cui l’agire politico deve produrre guadagni, deve essere monetizzato facendo business e lobby. La macchina del consenso era ed è un’impresa a tutti gli effetti, ma nel rispetto del codice doroteo sommerso cioè in nero e senza partita Iva. Così il politico-imprenditore doroteo diventa il padrone del Veneto, aprendosi la strada per scalare altre posizioni strategiche di potere. Cosa produce l’azienda dorotea? Produce affari collegati all’assegnazione degli appalti (autostrade, superstrade, ospedali). Il business si esten27

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de poi anche alla realizzazione delle discariche e di tutto l’indotto legato alla raccolta differenziata dei rifiuti, alla metanizzazione del territorio, alla gestione degli acquedotti, delle case di riposo, delle scuole private e degli enti di trasporto. Perfino al mercato del caro estinto collegato alle pompe funebri. Anche la costruzione dei depuratori è terreno di conquista. Dove c’è denaro, c’è affare e quindi c’è spazio per un guadagno sicuro. Un altro terreno redditizio dove muoversi per guadagnare è l’organizzazione dei servizi nelle multiutility. In questa acqua nuotano a meraviglia gli squali dorotei. La voracità unita a indispensabili doti come fiuto, intuizione, duttilità, spregiudicatezza, cinismo e rischio – tutte qualità mutuate dal mondo dell’impresa – fanno del soggetto in questione il prototipo vincente del politico. Guadagnare sugli affari voleva dire accantonare denaro, frutto di una sfrenata movimentazione che vedeva impegnati vari attori: politici, amministratori, banchieri, tecnici, industriali, giornalisti, broker e faccendieri. La complessità dei passaggi non era un ostacolo anzi era organica ad una spartizione del bottino: alla fine c’era gratificazione per tutti, ma era il manovratore doroteo ad avere il guadagno maggiore, sia in termini economici che di organizzazione. Parte del guadagno relativo all’appalto si riversava infatti nell’organizzazione, sosteneva la corrente, rafforzandone il suo meccanismo basato su assistenzialismo e clientelismo. Un business che richiedeva un requisito fondamentale: la non-onestà (Attenzione: la non-onestà non va intesa come disonestà). Infatti è impossibile filtrare eticamente i comportamenti politici do28

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rotei perché l’obiettivo della costruzione del leader, della lobby e l’applicazione della loro filosofia di potere è amorale e giustifica i mezzi. L’anestà (chiamiamola così con un neologismo) è uno stato di incoscienza che scaturisce da una condizione di sofferenza operativa del politico di estrazione cattolica rispetto al sistema economico capitalista clientelare. Infatti, praticare la disonestà è peccato e induce al reato. Per contro, praticare l’onestà potrebbe favorire, nell’eccesso di rispetto della legalità e dell’uguaglianza, una deriva collettivistica di stampo comunista e il doroteo è anticomunista viscerale. L’intrigo nasce da un conflitto profondo tra senso di colpa religioso (trasgredire la parola di Dio) e necessità di un agire politico laico anticomunista, produttivo e vincente. Il doroteo democristiano per scelta strategica, sta sempre in maggioranza e quindi non può lasciarsi condizionare da questioni di coscienza collegate ad un comportamento onesto propugnato e attuato casomai da chi sta in minoranza. Ecco quindi che tra disonestà e onestà, l’anestà diventa una soluzione praticabile, un male necessario accettato anche dalla Chiesa, che mitiga dal punto di vista cattolico, gli effetti totalizzanti di una disonestà, bandita dal Vangelo e combattuta dalla giustizia, respingendo nel contempo anche l’inutilità e la sterilità escludente e minoritaria dell’onestà. L’onestà non fa business: questa è l’intuizione geniale e vincente del politico-manager doroteo che si muove nel partito-azienda, che punta a battere la concorrenza dei comunisti ed a produrre plusvalore politico. Il doroteo è quindi l’antitesi del politico 29

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che si muove in maniera prudente, laicamente rispettoso di regole e leggi, cattolicamente timorato di Dio e bloccato da problemi di coscienza. L’azienda dorotea produce anche clientela. La clientela è qualcosa di profondamente materiale e si potrebbe anche monetizzare. Dove si pesca il cliente? Per vivere, per mettere su famiglia, per comprarsi la Mercedes e la casetta ad Asiago, ci vuole un lavoro: è lì il crocevia dove convergono le necessità di intere comunità. Un posto di lavoro vale denaro per chi lo chiede e lo ottiene e per il broker che favorisce la sistemazione. Sistemare una persona, raccomandarla ad un capo di un apparato pubblico o privato, non è solo un favore fatto da un politico ad un cliente, ma è qualcosa di più: è un affare. E la rete di affari produce a sua volta voti. E i voti producono l’elezione a segretario, consigliere, assessore, governatore di una regione, parlamentare, europarlamentare, ministro e magari presidente del Consiglio e capo dello Stato. Insomma: tanti voti portano a guadagnare il potere, un potere immenso, dove l’avidità è l’indispensabile condimento per fare carriera, per arrivare sempre più in alto, per essere vincenti. Chi apre al doroteo questa filiera di successo? Quel contratto segreto tra politico e cliente, stipulato in nero, senza filtri, fuori legge e fuori mercato. È impossibile pensare a un politico doroteo senza un cliente, impossibile pensarlo senza un ufficio dove ricevere gente, dove contrattare tessere per rafforzare la propria posizione nel partito e nella società. L’applicazione della ricetta dorotea fatta di affari e clientele richiede, oggi come ieri, uno chef che sappia dosare gli ingredienti giusti. Quali? La 30

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resistenza al rischio di produrre illegalità e quindi procedimenti giudiziari infiniti riproponendo per forza d’inerzia uno stereotipo comportamentale a-morale, senza mai arrivare a un punto di autocoscienza che innescherebbe l’escludente ed insignificante esperienza minoritaria. Poi ci vuole spregiudicatezza nel gestire la movimentazione sociale ed economica, fondamentale per motivare i protagonisti, una coesione impostata sul contratto politico-cliente che potrebbe rivelarsi menzognera e scandalosa rispetto alle dinamiche di smascheramento dei comitati d’affari da parte del villaggio e dell’economia globale. Mettiamoci poi una spruzzata generosa di quell’energia positiva e leggera che riesce a rivalutare il sotterfugio e l’errore coprendolo con l’indulgenza plenaria e l’immunità per legge, che riesce a respingere le accuse negando anche l’evidenza ed a imporre coperture e connivenze per far passare la normalità della raccomandazione e del nepotismo come strategico destino circolare di un classe dirigente oligarchica sempre in maggioranza e vincente. Last but not least, l’impermeabilità ai fallimenti e alle crisi industriali con la capacità veramente mostruosa di assistere con i soldi dello Stato le aziende decotte o quelle private (ma amiche), di reggere la differenza e l’ingiustizia sociale condensata nella chiamata storica nei posti dirigenti dei mediocri (ma fedeli e affidabili), nel difendere fino in fondo il primato della quantità sulla qualità. Il piatto è servito.

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A babbo Bisaglia morto, agli inizi degli anni ’90, i dorotei del Nordest affrontarono Tangentopoli. Qualche esponente politico ex dc, a distanza d’anni e con alcuni processi ancora aperti, pensa forse che non fu il pool milanese di Mani Pulite a far morire la Balena Bianca. La colpa sarebbe invece di quel vento giustizialista che ha liquidato con il marchio dell’infamia quasi un’intera classe politica. Un linciaggio morale attuato con accanimento giacobino, un complotto orchestrato da magistratura e mass media. Sono concetti che rimbalzano a distanza d’anni soprattutto quando un indagato eccellente, dopo una valanga di udienze processuali, viene assolto. Con inevitabili commenti umanamente risarcitori, ma che denotano, nell’iter di rimozione di un’accusa, anche una presunzione d’impunità. Così, dopo l’assoluzione, potrebbe scatenarsi un’irrefrenabile voglia di rivalsa. Per i dorotei ex dc, Tangentopoli fu un trauma che si associò in maniera devastante alla caduta del muro di Berlino, con il conseguente ridimensionamento dell’a33

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libi anticomunista, e al tramonto del sistema elettorale proporzionale, eventi entrambi datati 1989. È una specie di inconscio politico che si muove: quel trauma che costò manette, processi, carcere, lacrime e sangue a diversi esponenti della classe dirigente democristiana, è sicuramente una chiave di lettura post-dorotea per il post-Tangentopoli. È in quell’inconscio che possiamo forse trovare la spiegazione del ritorno in campo di attori che sembravano decotti, dell’accettazione di recuperanti e recuperati, con il rilancio di metodi e comportamenti già visti e collaudati. Dice un ex doroteo appena assolto dall’accusa di avere intascato mazzette: «Errare è umano, diabolico è perseverare: in questo caso per fortuna l’errore umano è stato corretto e l’obiettività ha prevalso sulle distorsioni. Purtroppo non sempre avviene». Il concetto appare chiaro ed emblematico: chi ha sbagliato è il giudice e tutto ciò è ancora ammissibile essendo umano sbagliare. Ma se il giudice diabolico avesse condannato questo ex dc, la cosa sarebbe stata inconcepibile e moralmente sbagliata. In ogni caso, l’accusa di avere intascato mazzette era sicuramente una distorsione fortunatamente corretta: così è stato eliminato l’errore umano. L’ex dc inoltre si considera fortunato pensando alla brutta fine che hanno fatto alcuni suoi colleghi, morti ammazzati o suicidati. Ma l’inconscio politico fa emergere dei sorprendenti distinguo. A sua volta emblematico è anche il pensiero di un altro ex dc doroteo: «Bisogna distinguere tra quello che fu il finanziamento della politica e l’arricchimento personale 34

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di qualcuno che si servì della politica. Sono due cose ben distinte, se vogliamo fare un’operazione verità, dobbiamo distinguere tra chi ha preso i soldi per sé e chi no». Il partito e l’individuo, la necessità del partito di sostenersi finanziariamente per sbaragliare il campo degli avversari e l’avidità personale dell’adepto, il politico ma anche quell’imprenditore amico, soggetti vissuti in simbiosi mutualistica tra favori e denaro. Attenzione: è giustificabile nella logica dorotea l’azione del partito fortemente legata al voto di scambio col potere economico, non lo è invece l’arricchimento personale. Quindi è salvabile, grazie al proporzionale, quel sistema di finanziamento della politica che pure potrebbe indurre in tentazione e innescare il peccato di gola. Gli anni passati sono quindi serviti, sotto la pressione dei giudici, a rivedere e condannare l’individuo, ma non la filosofia di squadra ed il sistema che per molti ex dc usciti dal sonno è rimasto un paradigma valido nonostante la fragilità cinicamente umana del distinguo tra azione di partito e azione individuale, tra pubblico e privato. Questa presunta dicotomia, sostenuta da autorevoli ex dc dorotei ancora al potere, accende una possibile chiave interpretativa del doroteismo immaginando, in un contesto interdisciplinare, un continuo passaggio di livello tra materia e psiche, ad esempio tra economia e psicologia (e forse psichiatria e/o criminologia). La possibile spiegazione di certi comportamenti va quindi ricercata in quello che Sigmund Freud, a proposito di un’intera civiltà, aveva definito ‘inventario psichico’ (L’avvenire di un’illusione, 1927). Il doroteismo, il fare po35

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litica dell’uomo doroteo non solo democristiano e post, è un fatto di civiltà. E come suggerisce appunto Freud, la civiltà esige delle rinunce pulsionali che generano frustrazioni, da cui i divieti e le privazioni che connotano la condizione umana. Ad esempio, è vietato l’omicidio e l’incesto. L’azione politica mette a dura prova il livello morale e sociale di chi la pratica. Rispetto alle pulsioni classiche, l’azione politica induce a frustrare l’omicidio del rivale e proibisce il furto. Uccidere e rubare sono tuttavia, alla luce di una pratica politica profondamente ispirata al cattolicesimo, divieti evangelicamente scontati e acquisiti. Nessuno ammetterà mai, neanche machiavellicamente, di approvare un simile modus operandi, anche se le morti eccellenti (vedi i casi Moro, Calvi, Pecorelli, Sindona e tutti gli ammazzati dalle Brigate Rosse e dal terrorismo nero) dimostrano invece il ricorso estremo a questi mezzi proibiti dalla civiltà e quindi incivili. Anche l’anestà, che differenzia a livello di pratica l’onesto dall’anesto, dovrebbe essere vietata. Non è grave come l’omicidio o l’incesto o il cannibalismo, ma è pur sempre una pulsione che dovrebbe essere civilmente frustrata. Il doroteismo ha forse sdoganato questo divieto, rimuovendo l’inibizione cattolica democristiana. Ha liberalizzato l’anestà quando invece il collante virtuoso in una società civile capitalista che metta al primo posto giustizia, solidarietà e bene comune dovrebbe essere il più possibile l’onestà. Non solo. L’anestà, che ha prodotto i fenomeni degenerativi, gli scandali e le corruttele sfociate in Tangentopoli, ha poi 36

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messo in luce il doroteo come figura narcisistica che rivive il conflitto tra il desiderio di essere scoperto e smascherato nel suo business fuori legge e la parte pulsionale di sé. Un ex che trova quindi eccitante anche tornare da replicante sulla scena, sfogando il proprio rancore, per vendicarsi. L’azione dorotea è forse una risposta rischiosa, da manager della politica, alle restrizioni civili, alle regole etiche che bloccherebbero l’annientamento del concorrente – rivale – nemico e la conquista del potere, favorendo l’ideologia anticapitalista. Anche in questo caso ci aiuta Freud. «La maggioranza degli uomini – scrive Freud – obbedisce ai divieti della civiltà solo sotto la pressione della coercizione esterna, ossia solo là dove questa può farsi valere e fino a quando è temibile. Ciò si applica anche nelle cosiddette pretese morali della civiltà, determinate allo stesso modo per tutti. La maggior parte di ciò che sperimentiamo in fatto di umana disonestà (noi la chiameremo però non-onestà: n.d.r) ha a che fare con questo». (L’avvenire di un’illusione). Dunque dovrebbe essere incivile praticare politicamente l’anestà. Ma il doroteismo invece ha dimostrato che non è così, se il parametro a-morale è il potere che va conquistato con qualsiasi mezzo. Perché per conquistare il potere e battere l’avversario, la pratica anesta, basata sull’affarismo non etico è fondamentale. Secondo la logica politica dorotea, l’anestà è una pulsione che va soddisfatta e non vietata. Pena la non conquista o la perdita del potere. E in molti politici ex democristiani e anche socialisti craxiani e liberali riciclati, magari ancora sulla breccia, questo comportamento è rafforzato anche dalla presunzione di 37

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restare in ogni caso impuniti. Tangentopoli ha infranto questo sogno cinicamente umano. Così durante la stagione dei comitati d’affari e dopo lo svelamento delle presunte illegalità e le accuse di corruzione, è emerso il doroteo-Narciso. Un uomo politico tutto particolare che trova eccitante muoversi borderline tra legalità e illegalità, che sa di poter essere scoperto da un momento all’altro con le mani nel sacco, perché al centro di indagini, inchieste, perquisizioni e intercettazioni telefoniche, ma che gode di questo conflitto tra il desiderio di essere arrestato e la parte pulsionale di sé. Il doroteismo, se applicato bene, è una pratica politica ossessiva ma piacevole: infatti è eccitante sistemare una persona, raccomandarla, organizzare incontri su incontri, praticare delle pubbliche relazioni infinite, giocate tutte sull’interesse e sull’uso reciproco degli attori in campo. È eccitante essere sempre al centro dell’attenzione, ricevere a raffica telefonate compiacenti, complottare, manovrare, liquidare un rivale. Pensate all’eccitazione di partecipare alla consegna di una mazzetta, magari sotto un ponte o nel bagno sudicio di un bar di periferia: tutto si svolge in un clima di segretezza da thriller con modalità che soddisfano la pulsione anesta, arrecando un beneficio psicologico incommensurabile e in certi casi irrinunciabile fino all’assuefazione. L’anestà che diventa una droga. È eccitante entrare in una storia di spie, ficcarsi dentro un traffico d’armi, allacciare relazioni massoniche, affiliarsi alla P2, alla P3 e anche alla P4, pagare viaggi con l’amante e cene a base di ostriche coi soldi pubblici, esportare di nascosto capitali all’estero. 38

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Anche l’esposizione mediatica, volontaria o involontaria, provoca un piacere patologico. È la storia che forse dimostra questa interpretazione freudiana del doroteo-Narciso più che mai a suo agio come attore del capitalismo clientelare, spregiudicato e spietato, artefice senza limiti del suo destino, nella condivisione ossessiva di sesso, denaro e affari. Uno disposto a tutto, pur di restare sempre in maggioranza e quindi al potere. Magari dimostrando che il finanziamento dei partiti è in realtà un crimine da Banda della Magliana, un’ aggressione all’erario. Uno capace di cavalcare una deriva psico-politica, fino alle estreme conseguenze. Magari fino alla morte. Poco importa se accidentale o violenta, ma con sospetti e opacità sufficienti a far gridare al giallo tutti i mass media. Annegando in vacanza, bevendo un caffè avvelenato o facendosi impiccare sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Perché la politica, come disse in tempi sospetti l’ex ministro socialista craxiano Rino Formica, è sangue e merda. Cosa c’è di più eccitante?

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Dimmi come parli e ti dirò se sei un doroteo. L’appartenenza alla corrente non si traduceva solo in comportamenti ma anche, visto la centralità della relazione affaristica, nell’affermazione e condivisione di un preciso vocabolario. Dunque azioni e parole: le prime non potevano essere assolutamente disgiunte delle seconde. Impossibile fare il doroteo senza parlare doroteo. Una connessione imprescindibile tra una fase manuale (ad esempio la riscossione di una dazione) e una fase orale (la richiesta della dazione). Del resto come si fa a intascare del denaro senza chiederlo attraverso un’affabulazione che non sia improvvisata col rischio che risulti improduttiva. È come un bandito che fa irruzione in una banca e urla: «Questa è una rapina». La frase è quella: se il bandito la cambia e dice magari «buongiorno a tutti, ho bisogno disperato di soldi», fa flop. La fase manuale può essere allargata anche ad una raccomandazione, al trasferimento di un figlio o di un parente, all’ottenimento di un appalto o di una concessione edili41

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zia. Il doroteo condensa sempre una fase manuale con una orale, usando un vocabolario codificato proprio dalla pratica, dal fare. Un dire e fare armonico finalizzato ad ottenere vantaggi per se stesso e per il partito (oggi morti i partiti solo per se stesso) e quindi il consenso e, in caso di politica attiva nelle istituzioni, la vittoria alle elezioni. 1. È quello che ha avuto di meno. È una frase canonica, centrale nel linguaggio doroteo. Un inciso che sintetizza per l’adepto un aspetto positivo cioè l’entrata nel clan e uno negativo rappresentato dal raggiungimento parziale del successo. Chi si sente dire dal capo questa frase sta in effetti in un posizione di debolezza e la soddisfazione per essere stato cooptato nel gruppo dirigenziale viene ridimensionata minacciosamente da un posto in classifica lontano dalla vetta, da un risultato sicuramente inferiore e marginale rispetto agli spazi che il capo ti aveva concesso. È colpa tua se non ne hai approfittato, se hai avuto di meno, qualcosa hai sbagliato: magari hai leccato poco, magari non hai rispettato le consegne e hai fatto di testa tua quando invece dovevi obbedire ciecamente e stare al tuo posto aspettando il tuo turno. Così, definendo un elemento strutturale del doroteismo democristiano e post, nella gerarchia c’è chi ha di più e chi di meno, in base allo schema delle liste e delle classifiche dove c’è sempre uno che viene prima di un altro. In questo contesto la verifica del potere personale è data solo dall’avere. Sei nel momento che hai, sei qualcuno in proporzione a ciò che sei riuscito ad ottenere dal grande 42

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capo (favori, prebende, affari). Puoi ottenere di più o di meno partendo sempre dal fatto che tutti quelli che sono cooptati per diventare classe dirigente, sanno che avranno qualcosa. 2. Dovete essere duttili e trasversali. Più che un consiglio era l’ordine del boss ai suoi adepti, ripetuto negli anni ’70 e ’80 con feroce determinazione, soprattutto alle sterminate cene che servivano a fare scuola. Il doroteo è geneticamente trasversale perché sostenitore di un’iniziativa o di un’idea condivisa da persone, movimenti o correnti di pensiero differenti e sovente in competizione fra di loro al di là del bene e del male. A volte serviva convergere parallelamente come insegnò il predoroteo Amintore Fanfani. Dove veniva annullata questa contrapposizione nel muoversi in maniera dorotea? Nell’affarismo totalizzante che con l’affermarsi del pentapartito divenne anche consociativismo aperto, soprattutto nelle micro realtà provinciali dominate economicamente da un gruppetto di famiglie che ti facevano l’esame del sangue prima di farti entrare in casa. La trasversalità era diventata in quel contesto un modus operandi che selezionava anche la specie dirigente: il pericolo era di innicchiarsi in nome di ideali o valori assoluti che finivano col creare delle rotture a livello relazionale contrarie, in nome del pragmatismo, all’obiettivo principale: quello di fare affari. E per muoversi tra paletti solo apparentemente contrastanti serviva appunto duttilità, capacità di adattamento e di diplomazia, pazienza 43

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nel cucire e ricucire, doti di simulazione e di penetrazione ambientale. Il grande capo non poteva sopportare, pena l’emarginazione, inutili e dannosi idealismi o prese di posizione radicali o di rottura col rischio di far saltare un appalto o l’accordo di un rimpasto di giunta. La trasversalità dorotea, elemento strutturale dell’azione politica, trovava (e trova anche oggi) le sue radici nel terreno sociale dove si costruì col passare del tempo la ‘personalità’ del doroteo, l’attore che doveva recitare la parte in base alla lezione appresa dal grande capo. Certo, nella mucillagine micro territoriale sono cresciuti anche dei mostri dorotei, in nome della trasversalità e della duttilità. Ad esempio, è il caso del post-comunista ‘incluso’ grazie ad un matrimonio azzeccato con la figlia di un potente doroteo. Un caso tipico direi di mutante, condizione favorita dalla sclerosi del vischioso ambiente provinciale. Un prototipo umano e politico inizialmente comunista e poi opportunisticamente cattocomunista (di rigore il matrimonio in chiesa), poi cinico democristiano per spudorato interesse e infine giustamente berlusconiano di ferro, assolutamente carrierista, complice la fine delle ideologie e il predominio ossessivo prima delle centralità dei programmi e poi dell’invasiva politica del fare. Il suo sbocco finale infatti è la Lega Nord. Questo doroteo di risulta ma di successo, partito dall’opposizione e piombato in maggioranza per sempre, non solo l’ho conosciuto ma l’ho visto al lavoro nella sua irresistibile arrampicata sociale. Mario è figlio di Piero, un comunista stalinista, sindaco di un paesino della sconfinata provincia veneta, con l’evoluzione educativa e sco44

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lastica tipica di una famiglia di ceto medio. Il padre gli diceva sempre «studia!» perché in una società interclassista studiare era l’unico modo per affrancarsi e diventare qualcuno. Credo che la durezza ideologica del padre, abbia fatto ad un certo punto da detonatore psicologico nella sua forsennata volontà di emergere, di conquistarsi un posto al sole, trovando motivazioni esplosive nello spirito di rivalsa e ascesa sociale. Era difficile sottostare da ‘rosso’ allo strapotere dei ‘bianchi’ che godevano della connivenza sotterranea dei fascisti. Da piccolo visse la grande opposizione del Pci alla Dc: mentre Rumor, Piccoli e Bisaglia dominavano nella vandea veneta e si costruivano le autostrade griffate, grande era la frustrazione, compensata solo nei periodi elettorali dalla conquista di qualche postazione periferica, dove esisteva uno zoccolo duro bracciantile e contadino, tramandatosi tra generazioni difficile da scalfire. Piero in ogni caso era un grande nemico e oppositore del doroteismo Dc. La frattura tra padre e figlio segue linearmente il percorso delle stagioni politiche dell’Italia del dopoguerra dominata dai governi Dc, attraversata dallo scontro ideologico destra-sinistra e fascisti-partigiani condito da bombe e attentati, strategia della tensione, anarchici e Valpreda, uccisione del commissario Calabresi, Licio Gelli e loggia massonica P2, omicidio Pecorelli, scandalo dello Ior Vaticano, Sindona e Calvi suicidati, Brigate Rosse. Tra tanti morti ammazzati, il paletto è ovviamente la tragica fine di Aldo Moro nel 1982. Ma fino a quel reset criminale della politica, la parabola di Mario, personaggio indefinito psicologicamente e 45

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moralmente, è pazzesca: nel ’68 è là che lancia molotov contro la Polizia, nel ’77 fa l’indiano metropolitano vivendo di striscio anche gli eccessi pacifisti dei figli dei fiori, il flower power d’importazione americana. È uno di sinistra, che parla di sinistra che agisce di sinistra, un marxistone-leninista mantenuto dal padre che da sindaco continua a fare la guerra a Bisaglia. Cos’è che smuove l’autentica natura del mostro che si cela nel giovane comunista e idealista di campagna che arriva all’università e vuole cambiare il mondo? Il profumo del doroteismo, gli affari e il dio denaro che ne conforma l’irresistibile potere, si appalesa sottoforma di una ragazza, figlia di un imprenditore veneto di una città non lontana da quella dove abita Mario. Non ceto medio contro ceto borghese, anzi nozze tra i due ceti: lui capisce la grande opportunità, non perde il tram e ci sale sopra. Un posto di lavoro garantito da capo, un matrimonio faraonico, soldi a palate, conto in banca solido, Mercedes, feste e viaggi all’estero, carriera e successo. Una pacchia pensando a quelle umiliazioni subite da comunista, la rabbia furibonda del padre frustrato, eternamente all’opposizione. Rimuovere Marx e Togliatti è come rimuovere una Fiat Panda. Quando fanno fuori Moro, il mostro si sta già configurando: la cosa sorprendente è come si muove e cinicamente riesce a raggiungere tutti gli obiettivi che si prefigge applicando il famoso proverbio doroteo «piatto ricco, mi ci ficco». Il matrimonio d’interesse è il trampolino di lancio per diventare, dopo un breve periodo da quadro intermedio, direttore di una grande azienda partecipata del suocero. 46

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Siccome davanti a lui c’è però un dirigente che ne ostacola la folgorante ascesa, che fa? Lavora da bravo doroteo per farlo fuori, lo blandisce e fa il ruffiano a dovere: siccome il capo fa il pendolare, lo invita a dormire a casa sua per un paio di mesi, giusto il tempo entrare nelle sua manica. Arriva perfino, creando un clima falsamente famigliare, a fargli condividere pruriginose intimità con la moglie. Sa quello che vuole, Mario. Accecato dal potere usa moglie e capo perché il vero doroteo adopera le persone per centrare i propri obiettivi. Subdolamente si ingrazia il capo, ma nel frattempo complotta mediante il suocero per fargli le scarpe. Così dopo neanche sei mesi, il cambio è cosa fatta: il capo gli fa un bel rapporto, il suocero lo raccomanda al socio imprenditore e Mario diventa capo. E nessuno lo sposterà più da quel posto, neanche con le cannonate. Infatti è ancora lì. Solo la moglie si è stufata e lo ha piantato. 3. Un conto è rubare per se stessi, un conto per il partito. È una differenza fondamentale nel vangelo del buon doroteo. Un inciso appunto che per un cattolico significa anche modificare il sesto comandamento decisamente troppo di sinistra e anticapitalista: non rubare. Una regola che va quindi rivista cosi: «Non rubare per te stesso» che equivale a dire «Puoi rubare per il partito»; senza specificare che in mancanza di controlli è praticamente impossibile verificare chi abbatte il paletto tra pubblico e privato. A volte, osservando da vicino degli amici dorotei e sapendo quello che stavano facendo, mi sono chiesto come 47

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sia possibile che un democristiano cattolico che va a messa tutte le domeniche riesca a simulare così bene la sua appartenenze religiosa: è come, ho pensato più di una volta, una prostituta che è inappuntabile di giorno e bella di notte. Una doppia personalità che profuma d’incenso coperta e benedetta dall’insospettabilità, dall’indulgenza spesso plenaria e dall’indulto tanto se vai in galera esci subito. Ho visto dei direttori di associazioni di categoria, dorotei fino al midollo, transitare improvvisamente per la piazza o la via centrale della città su auto di lusso, salvo poi scoprire che i fondi europei piovuti da Bruxelles sulle loro associazione per promuovere corsi di formazione, si erano volatilizzati, ‘distratti’ usando il termine giudiziario presente nel capo d’imputazione del processo. È possibile passare come un lampo da una Fiat ed un Mercedes, senza pensare male e alla fine azzeccarci, quando sul quotidiano locale appare l’articolo del rinvio a giudizio di tizio e caio con l’accusa di avere intascato i soldi del fondi europei? Il direttore che conoscevo io, dirigente doroteo anche della Dc locale, andava in chiesa tutte le domeniche e faceva anche la Comunione, poi durante la settimana rubava: per sé o per il partito? Quella di Alberto è la solita storia di tangenti: fondi neri, corruzione, fiumi di denaro pubblico che svaniscono nel nulla, politici e imprenditori compiacenti. Perché dopo avere lucrato sui fondi europei, essere stato processato e assolto, aveva deciso di fare il grande salto. Rubare è come una droga: non ti basta più il milione, 48

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vuoi il miliardo. Questione di rapacità stordente, di carriera fuorilegge. Quella volta però la vicenda avrebbe potuto chiudersi ancor prima dell’inizio del processo, con un maxirisarcimento, roba da centinaia di miliardi delle vecchie lire. Una somma che erano pronti a sborsare Alberto e un’altra trentina di imputati pur di chiudere definitivamente la faccenda della discarica, la solita enorme pattumiera piantata nella pianura padana. Le discariche, come gli ospedali, le strade e in genere le opere pubbliche erano la carne da addentare per lo squalo doroteo. Anche quello era un intrigo miliardario di fondi neri al centro del quale c’era una società privata autorizzata dalla Regione a costruire e gestire l’impianto, dove a cominciare dall’inizio degli anni ’90 erano stati accumulate tonnellate di immondizia che in pochi anni avevano fruttato alla società una valanga di miliardi di lire. A pagarli era stata la Regione, ma con i soldi dei contribuenti come al solito mazziati e cornuti. Pensa ad un consumatore capitalista sfortunato che finisce nella trappola dorotea: compra al supermarket, mangia, va al gabinetto e si paga anche, senza saperlo, lo smaltimento dello sterco. L’inchiesta su quella pattumiera era iniziata col suicidio dai contorni peraltro oscuri dell’amministratore delegato della società diventato socio rilevando una quota che apparteneva ad Alberto. Qualcuno insinuò che fu tolto di mezzo, e i giornali locali ci imbastirono per settimane un giallo. Ufficialmente però si era sparato un colpo alla testa con la sua pistola Beretta, seduto sulla scrivania dell’ufficio. Una scena che sembra tratta da un film di Tarantino: il sangue era schizzato sul davanzale della 49

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finestra. In quel momento la discarica stava scatenando roventi polemiche ambientaliste. Era arrivato l’ordine di allargare l’area di conferimento per smaltire migliaia di tonnellate di rifiuti incollocabili in mancanza di un inceneritore. I cittadini della zona si erano arrabbiati e avevano formato il solito Comitato antidiscarica: esasperati avevano perfino fatto le barricate per bloccare i camion pieni di puzzolente schifezza. Il pacchetto azionario di Alberto era finito all’amministratore delegato, un classico giro vizioso per pararsi il sedere. Finché un gigantesco muro di cemento, che avrebbe dovuto contenere la montagna di rifiuti e difendere la salute dei cittadini, cominciò a cedere, fatto probabilmente collegato al suicidio, al gesto disperato di un imprenditore fragile psicologicamente e incapace di reggere allo stress di un’operazione così sporca. Alla fine Alberto insieme ad altre venticinque persone, venne indagato per truffa ai danni della Regione, falso in bilancio e appropriazione indebita. Secondo l’accusa, con la prospettiva di maggiori costi, attraverso conti ritenuti irregolari, sarebbero state formulate tariffe superiori a quelle congrue, applicate poi alla Regione e alla società che si occupava della nettezza urbana. Così molti miliardi sarebbero finiti nelle tasche degli amministratori della società di Alberto grazie alle tariffe gonfiate, coperte da una semplice operazione di bilancio: se da una parte c’erano ricavi lordi per tot di miliardi di lire, dall’altra si era in presenza di pesanti costi di smaltimento, frutto di spese fittizie. Un giochetto da principianti, per un doroteo doc, uno bravissimo a raggirare il prossimo, gonfiando 50

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tariffe e taroccando bilanci. Un maestro dell’inganno e dell’accumulazione, uno che rubava sempre per il partito a prescindere dal suo conto in banca. Poi quando andava a confessarsi il prete lo assolveva: falso com’era, un centone provento della ‘cresta’, infatti lo dava in parrocchia. Così pensava di salvarsi l’anima. Perché il vero doroteo – ho pensato evocando Prezzolini – sa coniugare Cristo e Machiavelli (Cristo e/o Machiavelli, Rusconi editore, 1971). Per i cattolici – ho pensato ancora – sarebbe forse più coerente trovare delle sintesi col socialismo o col comunismo, ma sono stati costretti a sposare il capitalismo clientelare italiano, così tra cattocomunisti striscianti e cattoliberisti populisti esaltati, i cattolici sono sempre in debito col Vangelo, non riuscendo a rispettare i comandamenti. Ma la cosa pazzesca l’ho saputa più tardi. La discarica di Alberto era sommersa di debiti e al centro delle contestazioni dei residenti: una situazione esplosiva aggravata anche dal fatto che ormai serviva una completa messa in sicurezza dell’impianto e le casse della società erano vuote. A salvare Alberto ormai sull’orlo del baratro ci pensò un suo amico ovviamente doroteo, ammanicato con la Regione, che trovò un’azienda straniera disposta a pagare il risanamento in cambio dell’apertura di in centro commerciale con la connivenza della Regione. Insomma, il classico do ut des ancora una volta vincente. Un piano diabolico che funzionò così: l’azienda straniera versò un finanziamento raddoppiato rispetto del costo totale del risanamento della discarica e la ‘cresta’ venne poi utilizzata per sistemare i bilanci della società di Al51

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berto sull’orlo del fallimento. Una soluzione perfetta per salvare capra e cavoli e che consentì ad Alberto di farsi anche la barca. Infatti s’intascò qualcosa per sé facendolo figurare per il partito. Alberto, oggi ancora a piede libero nonostante svariati processi, era detentore del know-how del doroteo col pelo sullo stomaco. L’ho sempre osservato per capire come facesse, ma copiarlo era pericoloso. Anche perché non volevo fare la fine di alcuni suoi ‘allievi’, che sembravano promettere bene, ma poi alla prova dei fatti si rivelarono delle mezze tacche. Lui viaggiava sui miliardi, altri volavano molto basso, forse per paura, ma anche perché erano proprio imbranati. Uno per tutti. È il caso di Giorgio, uno dei tanti scudieri di Alberto. L’avevano messo a lavorare in un consorzio ed era spesso a contatto con ditte e appalti. Lo pizzicò un finanziere mentre nel suo ufficio stava intascando una ‘mandola’ di 500 mila lire da un imprenditore che si era prestato come esca per tirarlo in trappola. Patteggiò la pena, ma dopo un cazziatone di Alberto, ci riprovò e con una bella mazzetta si comprò una casa nuova. A schiera con tre bagni, mansarda e giardino. 4. Essere nella manica del capo. Nello slang doroteo equivale alla conferma che sei forte, hai imboccato la strada giusta e per i tuoi concorrenti non c’è trippa per gatti. Il teatrino che convalida questi rapporti di potere coinvolge quattro attori: il capo di un ufficio, il concorrente, il capo del personale e il mediatore del potente doroteo 52

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di turno. Succede così: c’è un posto da capo già coperto, ma il concorrente cerca di conquistarlo e si rivolge al mediatore del potente doroteo affinché interceda per lui. Il mediatore chiama il padrone e raccomanda il concorrente. Ma è proprio in questa circostanza che viene verificato sul campo il rapporto di forze: se il capo del personale dice «tizio è nella manica del padrone» per il concorrente caio non c’è speranza. Diversamente se tizio è debole, l’assalto per caio può avere esito positivo. Essere nella manica del capo è rassicurante per chi riesce ad entrarci, a volte è una garanzia eterna, salvo che il capo non muoia e non cada in disgrazia. Solo allora le carte si rimescolano e lo scenario si riapre. Nel comportamento affaristico doroteo tutto si muove verso il vertice, la dinamica è sempre ascendente, l’azione punta sempre ad ottenere il successo ed il potere. È raro trovare un doroteo in posizioni intermedie fisse, raro che il doroteo si accontenti: è nato per avere sempre il massimo, vuole sempre tutto, vuole stare sempre in maggioranza. E per arrivarci è cinico e spietato. Blindato dalle coperture, introdotto a dovere, sa di avere spazi protetti dove muoversi con disinvoltura per fare affari ed arricchirsi. Ho scoperto che i modi per entrare nella manica sono due: leccando direttamente il proprietario della manica, oppure rivolgendosi ad un terza persona che faccia da mediatore infilandoti nella manica. Il primo caso è ben riassunto dal doroteo post-comunista Mario che individuato il capo da blandire se lo cucina in fretta, facendogli le scarpe, non avendo bisogno quindi di nessuno per infilarsi nella manica vincente. 53

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Più complessa e macchinosa è invece la strada del mediatore, spesso l’amico di un amico, che ha accesso al capo detentore della manica. Infatti, la forza di un’opzione forte a volte si perde per l’entrata in campo di ostacoli e personaggi rompiscatole che rallentano l’operazione. 5. Andare all’incasso. Nulla si fa per nulla: questo è il verbo del doroteo che mette al primo posto della sua esistenza gli affari. Il volontario che crede nella sussidiarietà, che agendo dal basso riconosce la gratuità dell’azione a favore del prossimo, fa qualcosa senza volere nulla in cambio. Dà, ma disinteressatamente. È una pratica no profit, quella del volontario, che non conta nulla esaurendosi in uno slancio etico e solidaristico di coscienza. Rappresenta un valore assoluto però improduttivo. È un dare che si esaurisce nel momento in cui il beneficiario ottiene qualcosa mentre chi dà, chiamiamolo pure benefattore, monetizza solo moralmente la sua azione. Chi dà insomma si sente appagato solo per avere aiutato chi aveva bisogno, favorendo il più debole. Questa impostazione relazionale caritatevole è insopportabile per il doroteo che invece concepisce la relazione solo come affaristica e quindi produttiva in termini materiali, nella meccanica del dare-avere. Cinicamente: chi dà deve incassare, siano soldi o favori che si possono monetizzare a seconda del peso e quindi dell’importanza. Con l’incasso (o bottino visto che in certi casi l’azione rapinosa potrebbe essere materia forse di studio di un esperto criminologo), il doroteo assume la sua veste più 54

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adeguata, quella di politico-imprenditore. È proprio nel comportamento di chi dopo avere dato riceve soldi o favori, che si delinea la politica del fare dorotea, in ogni caso sempre uno scambio di qualcosa che comprende anche il voto elettorale che in effetti è sempre qualcosa di materiale, qualcosa di pesante perché può far vincere le elezioni e far eleggere il politico o i politici autori del favore. Il doroteo quindi va sempre all’incasso. E se non ci va rischia l’emarginazione, perché rompe la catena di Sant’ Antonio produttiva, elemento costitutivo di una rete provinciale di interessi che poi si scarica anche a livello regionale e nazionale. E oggi anche glocale. Fare politica per il doroteo ha senso solo se l’azione è a tutti gli effetti un’iniziativa imprenditoriale: chi produce e quindi chi dà, deve essere pagato, in varie maniere, ma sempre liquidato. Il tornaconto personale per chi dà (mettiamo una mazzetta, ma anche un’auto, una barca, una casa) rappresenta il guadagno esentasse della ditta che ha fondato. Infatti, una volta inserito nella rete, trovato lo spazio dirigenziale grazie all’imprimatur del boss, puoi metterti in affari con tanto di ufficio, targhetta per ricevere i clienti, in genere persone che hanno bisogno di favori, vedi la sistemazione di un figlio, lo sblocco della pratica edilizia, l’aggiudicazione di un appalto. Ad esempio, mi ricordo Carlo, un amico infermiere in un ospedale veneto, dirigente della Dc. Si era inserito bene nell’apparato doroteo e lo avevano destinato al cosiddetto business di funerali, una specie di tresette col morto che vedeva coinvolte le agenzie di pompe funebri che si contendevano le esequie cercando di battere 55

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la concorrenza con l’astuzia e l’inganno. Lui aveva un compito preciso: segnalare ai parenti dei morti l’agenzia a cui rivolgersi o in alternativa passare all’agenzia amica i dati personali dei defunti necessari per contattare direttamente i parenti. E se i parenti non abboccavano all’amo, lui doveva rubare nomi, indirizzi e numeri di telefono dagli archivi dell’ospedale per girarli all’impresa con la quale era in combutta. Con questo sistema si era creata una vera a propria corsa ad accaparrarsi i parenti dei cari estinti. Carlo con questo secondo lavoro fece fare all’agenzia di pompe funebri connivente una caterva di affari, ottenendo in cambio una tangente-percentuale su ogni funerale aggiudicato. In pratica, secondo un linguaggio codificato, andò all’incasso. Per anni questo sistema illegale a orologeria funzionò a meraviglia, con soddisfazione per tutti gli attori in campo: l’agenzia di pompe funebri che praticamente monopolizzò quel mercato ed i mediatori come Carlo, che si arricchirono arrotondando lo stipendio, facendo il gioco del partito al quale andò una percentuale della mazzetta. E pure i parenti dei morti furono soddisfatti, seppur cornuti. Ma proprio l’eccessivo giro d’affari a una dimensione, il regime di monopolio che creò squilibri commerciali, rappresentò il punto debole del raggiro. Infatti un’agenzia di pompe funebri concorrente fece denuncia e le indagini della magistratura smascherarono la combine, col risultato che Carlo venne arrestato. Poi al processo patteggiò la pena e passati alcuni mesi sabbatici, sospinto dal partito, si rimise nel giro degli appalti 56

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ospedalieri truccati, facendo anche carriera all’interno del partito, quasi un segno di compenso per il buon grado di corruzione raggiunto. Era troppo forte l’attrazione all’affarismo e la tangente per lui era come una rata di pagamento esentasse. Una volta passate le colonne d’Ercole della morale, tutto era lecito rispettando la regola che nulla si fa per nulla. Perché, fare politica per il doroteo è a tutti gli effetti un lavoro che si muove su due binari: il business personale e il rafforzamento del partito, del movimento o dell’organizzazione coi proventi dell’incasso.

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Il politico e gli amici. Il rapporto, assolutamenrte centrale e totalizzante, reso famoso dalla letteratura dorotea creata attorno alla figura di alcuni boss, condensa il senso dell’appartenenza ad un clan politico la cui filosofia si basa essenzialmente sulla costruzione della fedeltà e del consenso. Il successo del doroteismo e la sua longevità si può spiegare solo con la logica di un gioco di squadra perfetto, che nasce dalla fedeltà assoluta verso il capo di un gruppo di amici che comprendeva stretti collaboratori, ma soprattutto un popolo di persone che avevano fiducia in lui e ne riconoscevano l’autorità ed il carisma del leader. Imprenditori, manager, liberi professionisti, colletti bianchi, direttori dell’ufficio imposte dirette, dirigenti della Bonifica e della Coldiretti, primari degli ospedali, parroci, docenti universitari, banchieri e bancari, giornalisti ma anche casalinghe, impiegati, dipendenti di enti pubblici e privati: la costruzione di una fedeltà di massa, avveniva senza l’uso ossessivo di apparati tecnologici, ma attraverso una macchina comunicativa basata sulla rela59

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zione interpersonale. È la gente dei ceti medi veneta, allargata a qualche esponente della borghesia benestante e conservatrice che scende in campo, impegnandosi direttamente in politica o diventando semplicemente cliente: alcune persone con carte d’identità di rango e carte di credito pesanti, sono state e continuano ad essere cooptate per incarichi nei governi locali secondo uno schema di potere immortale. È gente che ha conosciuto il potente di turno diventandone sodale ed ottenendo in cambio del voto, posti di potere nel Veneto (l’ex vandea bianca), gente che anche oggi, tra i 50 ed i 60 (ma anche oltre) nonostante il susseguirsi delle crisi economiche, comanda nelle realtà periferiche avendo già sistemato in posti dirigenziali i figli tra i 30 e di 40 e coi nipoti già in rampa di lancio, dilatando così all’infinito il messaggio e la forza di un sistema da Bisaglia a Berlusconi e destinato a durare anche dopo il tramonto del Cavaliere. C’è però anche gente che è diventata cliente pur non avendo mai conosciuto personalmente il capo. Si tratta degli amici bypassati da qualche amico importante che ha fatto da mediatore per soddisfare le varie esigenze personali. La sistemazione di un figlio, un trasferimento scolastico, l’esenzione dal servizio militare, l’ottenimento di una concessione edilizia o di una frequenza televisiva: per avere qualcosa non era necessario conoscere il capo, fosse ministro o sottosegretario. Un apparato efficientissimo, costituito da segretari e portaborse, autentici centralinisti di smistamento della clientela, provvedeva a smaltire le richieste. Il metodo era semplice: oralmente o per lettera la segreteria defi60

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niva la pratica. Se, per esempio, si trattava di trasferire un insegnante da una città del sud a una del nord, la segreteria contattava un incaricato amico presso il ministero delle Pubblica Istruzione, avvalendosi sempre dei raccordi amicali interministeriali tra centro e periferia. Segreteria e ministero intrattenevano un carteggio che come prova veniva poi mostrato all’interessato in attesa del risultato finale. Con gli anni, in questa maniera, si costruì quella fedeltà di massa radicata nel territorio garanzia di consenso elettorale e quindi viatico per la conquista di un potere eterno. Oggi, con Internet, non è cambiato nulla: anziché la posta cartacea per raggiungere un ministero si usa la posta elettronica. E anche twitter. L’ottenimento del favore, comportava il reclutamento come amico e lo scambio col voto. Un do ut des non monetizzabile, ma soprattutto trasparente: gli affari restavano privati, ma era chiaro ed accettato in modo sistematico, il metodo. Di affare in affare, col passare del tempo, la costruzione della fedeltà tramite il reclutamento degli amici ha prodotto la nascita a cascata di un consenso forte e capillare, la base per influenzare la definizione di comportamenti, modelli e dinamiche sociali ed economiche. Il doroteismo ha riempito banche, foraggiato associazioni, salvato aziende insalvabili, sostenuto campagne, maneggiato nomine, condizionato giornali, costruito imperi televisivi, conquistato il timone di enti statali e parastatali, fatto eleggere governatori, assessori e consiglieri a tutti i livelli di potere, periferico e centrale. Ha perfino attraversato con vantaggi reciproci massoneria e 61

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mafia, intercettando anche la parabola piduista-piquattrista. Così, in mezzo secolo di vita italiana il doroteismo è stato testimone di tutti i mali della Prima e poi della Seconda Repubblica, tra politica e alta finanza, incesti societari e sottogoverno, conflitti d’interesse e intrighi di palazzo. L’attivismo interessato legava il capo ai seguaci che diventavano pedine indispensabili di una missione: condizionare e pilotare, attraverso un interscambio di favori, il destino delle comunità locali e dell’Italia decidendo chi doveva emergere e chi no, chi doveva avere e chi no, chi doveva arricchirsi e chi no, chi meritava di elevarsi di classe sociale assurgendo al rango di amico e chi invece doveva restare in uno status marginale a prescindere dal talento e dai meriti. Il favore ed il voto erano per tutti garanzia di essere integrati in un sistema dominante di potere, con vantaggi (soprattutto un lavoro, una carriera e quindi la sicurezza economica) che si riverberavano alla fine sull’irresistibile ascesa politica del boss.

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Il doroteo, contrariamente agli altri attori del teatrino, ha del metodo in politica. Due sono le sue qualità principali: la flessibilità e la trasversalità. Entrambe queste stigmate fanno riferimento all’ingegno, cioè a caratteristiche umane, legate a doti innate e all’esperienza. Doti innate riconducibili alla genetica, integrate e rafforzate poi dall’educazione famigliare, dalla scuola, dal lavoro. In ogni caso si tratta di un ingegno legato all’arte di ingegnarsi affine, in certi casi, all’arrangiarsi seguendo metodi estremamente pragmatici e quindi altamente produttivi in termini materiali. Nulla a che vedere insomma con il sapere e con aspetti immateriali. Duttile, secondo il vocabolario Devoto-Oli significa ‘adattabile nei limiti della dignità e ragionevolezza, trattabile’. Ma vuol dire soprattutto ‘che si adegua con facilità e convenienza sul piano formale’. Il soggetto in questione capisce al volo le situazioni, ha una capacità mostruosa di adattamento e trova naturalmente le soluzioni convenienti per se stesso. Si tratta di una pratica che potremmo definire cinicamente umana. E che non lascia tracce di illegalità perché i favori sono 63

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difficilmente materializzabili: ad esempio di può materializzare un’evasione fiscale? Si può calcolare in denaro l’assunzione tramite raccomandazione di un figlio o la manomissione di un’asta pubblica? La scoperta fisiologica di ciò che è conveniente non è facile. Per prima cosa bisogna avvicinarsi all’interlocutore avendo già in testa che il contatto dovrà essere assolutamente produttivo e quindi concludersi con un affare. Niente aria fritta: il doroteo va subito al sodo. Inoltre tutto l’argomentare per il doroteo è impostato fin dall’inizio sullo scambio, sul do ut des. Non ci può essere uno sbilanciamento per cui si manovra senza costrutto per una delle due parti. Chi contratta avrà sempre qualcosa, magari non a livello paritario, ma sempre soddisfacente. Si agisce, insomma, solo per fare una cosa che serve. E quella cosa, per il doroteo è quantificabile solo con la convenienza che solitamente innesca altre convenienze. Facciamo un esempio: il direttore dell’ufficio imposte di una città ha nel suo archivio il destino finanziario e patrimoniale della collettività. Non pagare le tasse, significa preservare il potere nell’establishment e in certi caso anche rafforzarlo, potenziando chi è già ricco. Una necessità del capitalismo che il doroteo riesce e far fruttare conquistando il comando dell’ufficio imposte. Il doroteo che pilota quell’ufficio ha un potere di controllo e di ricatto spaventoso. Chiudendo un occhio con il potente, quel direttore diventa un agente di interessi e innesca un favore per se stesso: mettiamo l’assunzione clientelare del figlio per mano di un politico che gli chiede in cambio di evadere il fisco. La convenienza è chiara per entrambi: il 64

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politico non pagando le tasse diventa ancora più potente e accresce il suo patrimonio, il direttore dell’ufficio imposte ha ottenuto la sistemazione del figlio, della moglie o di un parente. Lo scambio di favori, nella logica politica dorotea, non è un’illegalità, ma una pratica appunto cinicamente umana che sta tutta nella capacità dei contraenti di essere in quel posto, di adeguarsi in maniera amorale ad una necessità capitalistica e di trarne con abilità e astuzia un profitto. Roba da maghi. Perché nessuno vede il denaro non pagato in tasse dal politico, nessuno vede l’assunzione clientelare, applicata con massima riservatezza. Lo stesso schema può essere applicato, mettiamo, dal direttore dell’istituto autonomo case popolari che gestisce il favore-casa, dal presidente della camera di commercio che gestisce il favore-consulenze e anche dal direttore di un giornale che gestisce il favore silenzio e/o appoggio. Si delinea così il grande affresco doroteo basato sullo scambio e sulla compiacenza, sulla complicità interessata tra effettivi clienti che commerciano il proprio status sociale e il proprio benessere, sempre in una prospettiva di accumulazione della ricchezza. L’abilità delle persone sta quindi nel diventare appetibili per uno scambio di favori: entrare nel sistema non in maniera passiva e contrassegnata da blocchi etici, ma assolutamente attiva, dinamica, in progress. Il doroteo si distingue insomma per la sua capacità di diventare agente di interessi, un broker capace di sfruttare al massimo le relazioni utili, ma anche e soprattutto trasversali. Per capire a pieno la portata dell’arte dorotea di comportarsi, ci soccorre an65

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cora il vocabolario Devoto-Oli grazie ad una singolare fusione di significati tra geometria e politica. Trasversale in geometria si dice di ogni retta non parallela a due o più rette parallele fra di loro. O ancora si dice trasversale l’intersezione perpendicolare od obliqua relativamente ad un elemento di configurazione più o meno lineare. Il doroteo dunque non è parallelo, è obliquo e antilineare. Insomma è pronto a stare con tutti. Ovviamente tutti quelli che comandano, che stanno in maggioranza. Un radicale ad esempio è secondo la logica dorotea proprio una retta parallela ad altre rette parallele. Così dicasi per un integralista cattolico o ateo-marxista al contrario del doroteo ateo-devoto. Entrambe le posizioni suggeriscono delle situazioni chiuse e quindi lineari, dei credo ideologici inconciliabili che bloccano l’azione politica. Siccome per il doroteo la cosa essenziale è pragmaticamente costruire il consenso sugli affari, la prima cosa da fare è abolire l’ideologia frenante ed escludente, vale a dire non chiudersi alcuna porta-possibilità per centrare l’obiettivo. La retta dunque, tornando alla metafora geometrica, non deve correre parallela ad altre rette, ma intersecarsi cinicamente, deve tagliare senza impedimenti etici gli schieramenti evitando così la deriva minoritaria. Per stare sempre al potere, l’obliquità dell’agire rispetto alla linearità è quindi indispensabile. Fondamentale in questa logica amorale e quindi anesta è porsi al centro dello schieramento politico. In certi casi, se occorre, perfino al centro del centro. Così, dopo l’eclisse del berlusconismo databile 12 novembre 2011 quando il Cavaliere sale al Quirinale per dimettersi e al Governo si insedia 66

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il tecnico Mario Monti, il doroteo diventa tattico. Infatti pregusta ancora un ruolo da protagonista nell’Italia dominata dall’antipolitica, coi partiti tradizionali in crisi e il MoVimento 5 Stelle del comico Beppe Grillo pronto a sbarcare in Parlamento sull’onda della sfiducia popolare verso una classe dirigente vecchia e corrotta. Il doroteo, sempre pronto all’uso, sta in quella redditizia terra di mezzo che gli permette con le mani libere di tenere in scacco e condizionare le mosse dei possibili alleati e dei nemici. Coltivando il genetico vantaggio dell’essere trasversale, sia con la destra sia con la sinistra, fino al momento di scegliere con chi stare in maggioranza. Slittando e tagliando una linearità che potrebbe essere sinonimo di alternanza radicale e quindi non organica alle alleanze basate solo sui programmi, sugli inciuci e quindi sul potere eterno.

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Nella formazione della classe dirigente dorotea vale una regola sola: quella della lista gerarchica. Le graduatorie erano formate in base all’amicizia personale col capo e al censo, quindi sempre fortemente radicate nella varie realtà locali e non seguivano criteri di merito o vocazionali. I reclutati erano essenzialmente persone utili le cui capacità dovevano essere soprattutto relazionali. Il sapere non serviva. Quella scuola della politica si basava sull’esperienza e sul pragmatismo. Quel disegno non poteva prescindere dal contatto con la gente individuata come potenziale fonte elettorale, quindi chi faceva politica doveva stare tra la gente ed evitare le oligarchie illuministe e tecnocratiche. Il codice vincente era la quantità non la qualità. Perché la quantità è popolare, è consenso ed è calcolabile in numero di voti. Al contrario della qualità che è politicamente sterile, una macchina inutile perché esalta le diversità e la concorrenza quando il segreto per ottenere consenso è la massima coesione, l’aggregazione di massa avvicinabile con la propaganda e la clientela. 69

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Così, il doroteo-classe dirigente nelle varie occasioni elettorali, locali e nazionali, si presenta ritagliato su uno stampo di iniziativa popolare, costruito per agire a bassa definizione e centrare il target che ingloba classi medie e popolari, individuate come serbatoio di consenso e di voti. Una lezione politica che rimane un modello di riferimento attuale, vantando maestri come don Sturzo e De Gasperi (riveduti però in chiave guicciardiniana del potere), chiaramente anti-totalitaria e anti-illuminista, incentrata su una concezione prima nazional-popolare e poi populista, motore di un modo di agire basato essenzialmente sulla cattura del consenso e del voto con modalità clientelari di scambio. Chi entrava nel sistema doroteo era conscio della sua missione e si metteva in lista: era il capo a lanciarlo ed a promuoverlo nella gerarchia dei posti di potere. Così, anche le ambizioni individuali venivano pilotate dall’alto. Ad esempio se due amici aspiravano entrambi ad un posto libero da capo nella redazione di un giornale amico, la concorrenza veniva risolta d’autorità, con destinazioni diverse sempre a livello dirigenziale: uno farà il capo della redazione, l’altro magari il sindaco o il direttore di una banca. L’attesa dei predestinati sostenuti dal loro status sociale era breve, per gli altri invece l’anticamera si trasformava, con il passare degli anni, in una condizione di ostaggi, una militanza subalterna, ritagliata su un ruolo di gregario sempre finalizzato a promuovere la causa, ma senza avere la certezza di incassare qualcosa. In questo contesto la virtù migliore, ad esempio, per i tanti vice e consiglieri peones ed in genere per tutti i quadri in70

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termedi, era la pazienza. Assolutamente sconsigliabile era invece la libera iniziativa. L’organizzazione infatti puniva chi faceva di testa propria. Le sistemazioni erano stratificate: chi veniva messo a comandare poi era costretto ad assumere altri amici innescando la filiera clientelare interpartitica. Si creavano così degli apparati consociativi caratterizzati non dalla concorrenza tra maggioranza politica e opposizione, bensì sull’affermazione esclusiva di gerarchie trasversali alla corrente dorotea. Insomma la concorrenza era totalmente interna alla corrente egemone di un solo partito con concessioni familistiche, favorite soprattutto da matrimoni incrociati, ai partiti alleati cooptati nell’azione di governo. Nel consiglio di amministrazione della banca sedevano magari tre dc dorotei ed un socialdemocratico che aveva sposato la figlia di un dc doroteo o un socialista che aveva ottenuto il posto in cambio di un favore. E per riempire le varie caselline disponibili che si aprivano sia nel settore pubblico sia in quello privato, si attingeva dalle liste. Bruciati dai predestinati i posti di maggior prestigio e più remunerativi (sindaco, assessori, capi di giornali, presidenti di municipalizzate e direttori vari) la fila era lunghissima per le seconde linee (esempio: consiglieri comunali e provinciali, cda di una municipalizzata, capogruppo di qualcosa, impiegato di banca). Così guadagnandoti il ‘bravo’ entravi nel sistema, ma di fronte alla possibilità di fare carriera era inevitabile scontrarsi con l’esubero di pretendenti allo stesso posto. Nella gara che si scatenava, l’esito era racchiuso in una risposta proveniente dall’entourage del grande capo: «Ce ne 71

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sono almeno venti prima di teÂť. E dovevi fartene una ragione, in panchina.

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Il doroteismo si basa su una concezione a-morale dell’azione politica. Il comportamento dei suoi seguaci anesti infatti tende a sfuggire da qualsiasi giudizio perché è un fare politica al di là del bene e del male. Esempio: se io raccomando una persona potrei sicuramente fare del bene perché la assisto, ma se poi quella persona non rende al meglio nel posto dove l’ho fatta assumere, questo male non va interpretato e giudicato. Insomma, non importa se questa persona è qualitativamente nel posto giusto. L’importante è che sia in quel posto e basta. Perché tra i due contraenti – il politico-manager e il cliente-elettore – esiste una reciproca soddisfazione che va al di là del giudizio di merito e valore. È la funzionalità della contrattazione che conta, il dare e avere. Alla fine c’è una persona assistita e un voto che va a sostenere una causa, quella della lobby dorotea. È questo ciò che conta. A ricaduta, questa definizione clientelare non ha, nel sistema di potere uscito dal genio di Rumor & C., nessun limite: si applica al peones come al capo. Ecco quindi che sfuggirà al giudizio di valore anche la 73

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scelta dei dirigenti, con effetti diversi sull’efficienza e la solidità degli apparati formati con questi criteri a-morali. Per esempio: l’inefficienza di un colletto bianco – un bancario o un impiegato comunale – sarà di gran lunga meno dannosa dell’inefficienza di un capo redattore di un giornale o di un direttore di banca. Ma nei conti che non tornano, l’impostazione dorotea dell’indulgere e sopire di manzoniana memoria, dell’insabbiare e del ridimensionare se non del mettere tutto a tacere, è assolutamente vincente per costruire e mantenere quella coesione sociale che porta poi alla cattura del consenso e quindi alla vittoria elettorale. Pur di mantenere degli standard vincenti di consenso, l’azione politica del doroteo tende a saltare completamente il giudizio sulla produttività, sulla resa di un lavoro, di un’attività, di un’impresa. Non esiste infatti in questo approccio una concorrenza effettiva tra i soggetti operanti: la concorrenza individuale in tutti gli apparati pubblici o privati o anche tra aziende del sistema produttivo dominante, è soffocata dalla gerarchia o dalla spartizione della torta costituita da contributi e appalti. Tutto ciò risponde giocoforza a criteri meramente quantitativi, scartando opzioni qualitative. La quantità infatti è rendita garantita, status quo granitico, fedeltà assoluta. Si arriva così alla chiave del successo doroteo: la creazione di un universo statico, dove l’unica movimentazione è data, per motivi di interesse reciproco, dal via vai clientelare di affari per fare restare produttive le aziende amiche, costi quel che costi. Si tratta di un regime relazionale a bassa definizione e 74

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blindato, sostenuto da una visione pragmatica e utilitaristica dell’agire politico, impostato non sull’accoglimento, la selezione e la realizzazione di proposte ideali e progettuali, bensì sul voto di scambio, un do ut des strutturale per la costruzione di una coesione sociale tra classi. Quindi lo schema del politico-imprenditore che tutela gli interessi dei gruppi di appartenenza locali, poggia su una concezione assolutamente conservatrice della realtà. La dinamica interna infatti anche nella variabile interclassista, sembra basata essenzialmente sulla necessità e sui bisogni primari della gente. Esempio: per un impiegato la sistemazione del figlio, per un imprenditore l’ottenimento di un appalto, in entrambi i casi cinicamente costi quel che costi. In ciò si configura un indistinto di classe dove la risposta al bisogno diventa l’unico elemento dinamico tra il cliente e il manager della politica che proprio soddisfacendo le necessità della gente, opera secondo una visione conservatrice e vincente della realtà. Il fare doroteo è insomma funzionale alla preservazione dell’esistente, dove tutto è riconducibile al soddisfacimento di ciò che è necessario. Tutto il resto è inutile e pericoloso. In questo cieco affarismo, in questa tutela quasi ossessiva degli interessi e dei bisogni delle classi sociali viste solo come serbatoio di voti, c’è il senso fondamentale dell’utilità dell’azione, delle cose che servono e non servono, della struttura da conservare e blindare e della sovrastruttura da evitare e bandire. La managerialità cinica sta proprio nell’usare cose e persone per un fine prestabilito e utile alla causa (e quindi nobile per il doroteo) e nello 75

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scartare tutto ciò che è squisitamente culturale, perché innescherebbe pericolosi processi di cambiamento. Il pragmatismo tipico dei dorotei è così forte che strada facendo ha contagiato fino alla cooptazione anche gli alleati, i partiti intermedi di ispirazione socialista e liberale, che hanno avuto esperienze di governo comuni sia al centro sia in periferia. Perfino alcuni transfughi comunisti vi hanno trovato una sintesi nell’agire comune, convergendo sui cosiddetti programmi, partecipando ai comitati d’affari e abbandonando le ideologie per interesse e opportunismo. Nasce in questa sintesi anche la soluzione consociativa, favorita proprio dal crollo delle ideologie e dall’esaltazione del pragmatismo assoluto, tentazione mai disdegnata dal doroteo della Prima e Seconda Repubblica e già in agenda per quello della Terza. In questo il doroteismo, soprattutto alla periferia dell’impero, si è configurato come un grande contenitore politico, anche dopo Tangentopoli e la fine della stagione del proporzionale, facendo slittare gli attori politici tra i vari partiti, dando vita a trasformismi selvaggi e complicate fusioni: una dinamica sempre funzionale alla conservazione del potere. Non è difficile quindi individuare una continuità d’azione del politico ex dc (ma anche socialista, socialdemocratico, liberale o repubblicano) che avendo alle spalle una lunga e consolidata militanza nelle alleanze della Prima Repubblica (vedi pentapartito) senza fatica trasferisce nel sistema bipolare le stesse modalità di comportamenti e di obiettivi, sempre in uno scenario refrattario ad 76

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un’ipotesi riformista di discontinuità che comporti anche un radicale ricambio della classe dirigente. Sull’esempio e sullo stampo del doroteo doc: ecco il politico furbo che non tramonta mai, dotato di voti da piazzare alle elezioni, da elogiare come voltagabbana, buono per tutte le stagioni.

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«Dietro l’elezione del sindaco non c’è il demonio. Ho solo richiamato alle armi tutti i miei amici, dopo la distruzione della classe dirigente dc, è stata la prima volta. Ho telefonato a tutti, tutti mi hanno risposto e si sono messi a lavorare con entusiasmo su un progetto politico. La mia forza è avere conservato queste amicizie». Chi parla, in un’intervista ad un quotidiano veneto, è un ex dc doroteo. Siamo nel 1999, all’epoca delle elezioni amministrative comunali e provinciali, l’anno successivo si voterà per le regionali. L’identità di questo ex pezzo da novanta non conta. Contano invece i concetti che esprime: rendono a pieno il senso della lezione dorotea, una lezione che rimane valida, travasata in comportamenti diffusi e tremendamente redditizi, a prescindere da un recente passato fatto di processi, condanne, gogna giudiziaria, ribaltoni politici, ingegneria elettorale, referendum. Lui ha fatto un passo indietro, dalla prima linea è passato in seconda senza però perdere le amicizie che contano. Gli altri sono stati trovati con le mani nella marmellata, lui come Pilato se le è lavate, riuscendo a 79

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farla franca. E adesso sta dietro l’elezione di qualcuno. Sta dietro perché in quella posizione si gestiscono meglio gli affari e i voti, si pilota a meraviglia la macchina del consenso. Da dietro è più facile, da doroteo maturo, fregare l’avversario. Lo scenario è apparentemente cambiato, qualche attore nuovo è sbucato sul palcoscenico, ma il regista è sempre lui: la bacchetta del direttore d’orchestra è nelle sue mani. Cosa gli serve per lanciare la sfida ed i suoi cavalli vincenti? Niente televisione e giornali, al bando anche manifesti e comizi. Nell’era delle tecnologie avanzate, tra satelliti e internet, se ne frega della banda larga. Gli bastano un cellulare per sparare sms e la cornetta del telefono fisso. «Ho telefonato a tutti e tutti mi hanno risposto». Straordinario. L’amicizia e la catena, gli amici e l’organizzazione. Sono esattamente gli ingredienti della ricetta dorotea. Gli amici non scordano mai i piaceri ottenuti e se li chiami a distanza d’anni, se non sono morti, quantomeno non riattaccano. Tanti amici, cioè tanti voti: perché per amicizia si vota tutti nella stessa maniera, si fa massoneria elettorale dopo essersi messi naturalmente ‘a lavorare con entusiasmo’ come ai vecchi tempi. Il che vuol dire passare parola, diffondere nomi e cognomi dei candidati per centrare l’obiettivo finale: l’elezione o la rielezione. Come? Con cene, tanti incontri conviviali, una marea di piccole e grandi riunioni. Ecco la macchina del consenso tritatutto, extratelevisiva e contro-mediatica, ma efficientissima che unisce il telefono alla grigliata di pesce. Una macchina che non tradisce perché collaudata da tanti anni di successi elettorali 80

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della defunta Balena Bianca. Questo politico, vedovo del Biancofiore, avversato da Tangentopoli e attratto dal berlusconismo è un vendicativo. Magari non se ne rende conto ma è diventato un conte di Montecristo, riveduto e modernizzato perché nella sua azione si potrebbero rinvenire le stigmate psicanalitiche di chi, dopo avere perso il potere alla luce del sole, ora manovra occultamente, trama sottotraccia trovandone profonda soddisfazione. Un modo per convincersi di non essere mai uscito dal giro o meglio di avvertire il piacere del ritorno oltre l’insignificanza. Vive una sindrome da demiurgo: gli piace infatti decidere il destino di una persona, di una comunità e di chi la governerà. Gode nel ri-creare se stesso in altri e nel vincere per interposta persona. Automaticamente lo svelamento sui mass media del suo disegno elettorale stabilisce anche i gradi di potere dell’operazione e di tutte le operazioni connesse: sindaco, presidente della Provincia e governatore regionale risponderanno, se eletti, in qualche modo a lui che li ha creati per essere magari poi distrutti in qualsiasi momento. Senza le sue telefonate, quel serbatoio di voti rimesso in circolo, pinco pallino non sarebbe stato eletto: ecco il ricatto, una situazione che nella pratica dorotea si spreca. E col ricatto c’è l’apertura di un debito di riconoscenza infinito che penderà come una spada di Damocle. Una rendita senza limiti per un democristiano diventato montecristiano. Questo politico, sulla scia della lezione dorotea, è un abile comunicatore: usa il telefono per conquistare consenso, ma si serve della stampa per mandare un messaggio 81

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chiaro a tutti: comando io, anche da dietro le quinte. Sindaci e presidenti passano, lui no. E alle prossime elezioni da talent scout, è già pronto a scendere in campo avendo individuato altri cavalli di razza da lanciare. «Un altro che diventerà qualcuno è quello là – sentenzia ancora nell’intervista – È molto giovane, deve imparare ancora molto, ma è bravo di suo: è un organizzatore formidabile. Io credo di trasferire le mie conoscenze, le mie capacità su di lui». Il maestro e l’allievo. Tale il padre, tale il figlio. Forse mai come in questo caso, il politico in questione rivela senza reticenze l’anima del doroteo: la conquista del potere eterno (bypassato da altre figure che gli devono sempre rispondere) e, visto che c’è di mezzo la morte, la creazione di potenti a propria immagine e somiglianza. È la clonazione dorotea: il soggetto individuato ha il segno distintivo fondamentale per imporsi, il marchio del non-mutante. È un organizzatore formidabile, nel centrodestra come nel centrosinistra. Organizzerà un ufficio per accettare i clienti per costruire la macchina del consenso, per invitare gli amici a cena, per vincere le elezioni. Raccomanderà, sistemerà persone, aiuterà imprenditori, svuoterà banche, condizionerà le nomine negli enti pubblici e privati. Da posizione centrale dominante si muoverà in modo felpato nella cristalleria della politica basata su un rapporto preferenziale e paternalistico con le varie categorie di riferimento. Come fecero nel Nordest, il capostipite Mariano Rumor e poi Flaminio Piccoli e Toni Bisaglia. E come hanno fatto a Roma tutti gli altri rapaci discendenti della specie jurassica. Caschi il mondo, crollino le Torri 82

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Gemelle e la Borsa di New York, esploda con effetti devastanti la bolla finanziaria del 2008, uccidano il tiranno Gheddafi nella primavera araba, tolgano di mezzo finalmente Bin Laden, il doroteo farĂ  sempre le stesse cose, con gli stessi comportamenti e lo stesso risultato. In maggioranza. Per sempre.

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Sparpagliato, orfano, nostalgico e animato da spirito di rivalsa. In ogni caso nuovamente in cerca di un posto al sole in maggioranza. Il prototipo del doroteo di ritorno, del montecristiano, non sfugge a questi tratti distintivi. Rimasto per un po’ a leccarsi le ferite al riparo da tutti, coperto da tentazioni di avventurosi e intempestivi ritorni o di pericolose cadute depressive da sensi di colpa, il nostro uomo vive una prima stagione di transito in un piccolo movimento, naturalmente vicino alla maggioranza, restando nel limbo per diversi anni. Al massimo accetta un ruolo da revisore dei conti di una società mista pubblico-privata. Ma sempre in punta di piedi, senza fare rumore. Questo periodo gli serve per convincersi della sua ritrovata forza: un lavoro di training politico autogeno che si riflette poi in un confronto serrato con gli amici, una specie di ‘rinserrate le fila’ prima della nuova battaglia. Alle sue spalle c’è il nanismo centrista condiviso da vari partiti che sognano sempre di superare il 5% alle elezioni. In prospettiva magari c’è una fusione tra partiti, la 85

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nascita di un neo centrismo che rivendica pari dignità prima barcamenandosi col sistema maggioritario e poi approfittando della fine del berlusconismo e degli scricchiolii del bipolarismo nella prospettiva di una nuova legge elettorale col ritorno del proporzionale. È il momento giusto per scaldare muscoli e motori, tornare in pista e rimontare posizioni. Il fiuto è quello di una volta: ha smaltito i tempi del sonno, ora sente i ritmi dell’azione. Guai ad aspettare quando il vento tira dalla parte favorevole, specie se al timone della segreteria regionale viene eletto un amico di vecchia data. La sua risalita (casomai ci fosse stata una vera caduta) è irresistibile. Da abile politico qual è, sfrutta in primis gli errori clamorosi dei suoi avversari-concorrenti, incamerando successi di tappa. La porta della casa giusta alla quale bussa è quella del centrodestra: lui non ha mai nascosto la sua ostilità verso il maggioritario, perché era più facile stare in maggioranza con il proporzionale, sistema funzionale agli accordi in trattoria o sui camper dove si facevano e disfacevano alleanze. Ora per stare sempre in maggioranza bisogna invece voltare gabbana, saltare di palo in frasca. Così, capita la lezione e rivoltato il cappotto, il nostro uomo è ripartito da zero, si è riconfigurato politicamente scartando l’entrata in Forza Italia, un pollaio troppo affollato, muovendosi con grande duttilità nel caotico centro dello schieramento berlusconiano, sua collocazione naturale. La scacchiera bloccata dalle rivalità interne degli ex dc lo ha innervosito parecchio, ma alla lunga gli 86

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giova cavalcare la strategia dello sbranamento reciproco dei concorrenti. Così, mentre gli altri tirano fuori i coltelli, lui tesse la tela, coltiva le amicizie giuste, potenzia le relazioni e studia nuove tattiche. E soprattutto consolida il suo retroterra, trovando rifugio sotto l’ala di un altro ex dc doroteo, tornato anche lui prepotentemente in pista. Nello scenario locale e regionale sempre più litigioso, non si perde d’animo e quando ne percepisce la possibilità, tenta il golpe. Vuole scalare la segreteria locale, ma il suo concorrente stoppa l’operazione condotta ovviamente con le solite, collaudate modalità: incontro carbonaro in trattoria, congiura e tentata rimozione dell’avversario scomodando i vertici del partito. Un fratricidio mancato. Ma lui non demorde. Infatti, resistendo in una posizione di intelligente standby, arriva il momento propizio: i giochi si riaprono, la scacchiera si libera e lui questa volta è pronto a dare scacco matto. Gioca il tutto per tutto, ma inizialmente le schermaglie che precedono la risistemazione del partito dove milita sono turbolente, tanto da rischiare l’emarginazione. Il momento è difficile, ma lui ancora una volta tira fuori gli artigli: cuce rapporti, intesse trame virtuose, conquista la fiducia della cupola regionale. La sua tenacia viene premiata: a uno a uno i suoi avversari incappano in errori, travolti da una guerra intestina, devastati dal tritatutto forzista. Per lui il cerchio si chiude in un albergo veneto dove la lista capitanata da un altro montecristiano suo amico conquista il potere. È fatta.

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Siamo negli anni ’70 quando si materializza e s’impone nel Veneto la figura dell’imprenditore politico. Nasce praticamente allora lo stampo Dc, il calco politico, che culminerà, attraverso drammatici e rissosi passaggi, nell’evoluzione della specie dorotea, vale a dire il doroteo berlusconiano catto-liberista. L’idea assolutamente geniale è made in Veneto e se ne avvantaggia tutto il mondo che ruota attorno al potente che l’ha lanciata e al doroteismo veneto e nazionale. Il politico deve agire come imprenditore e deve tutelare gli interessi dell’area di appartenenza presso lo Stato. Dunque il doroteo è fondamentalmente uno statalista anche se la tentazione autonomista era stata coltivata da Bisaglia, consapevole però del prevalere in Italia di una visione centralistica e burocratica del potere, una romanocentricità a tutti gli effetti difficilmente superabile perché radicata nella storia patria e nel dna costituzionale della Nazione. Del resto il processo di definizione e radicamento nel tessuto politico del doroteismo, è assolutamente organico a questa visione grazie al cambiamento 89

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del rapporto tra partito e Chiesa e alla fine del collateralismo: così la Dc, sotto la spinta pragmatica e laica dorotea, da partito di appartenenza religiosa si trasforma in partito di amministratori e manager, il Veneto diventa un’azienda mentre il mercato da conquistare, dove muovere gli affari e tessere relazioni vantaggiose, è lo Stato con Roma ladrona capitale. L’intuizione dei dorotei nasce in un preciso scenario: dallo strappo tra Stato e Chiesa che si riverbera in un contesto sociale che sta cambiando sotto la spinta di rinnovati bisogni ed esigenze delle classi da sempre rappresentate dalla Dc e dal moderatismo partitico. La Chiesa come sintesi di valori di organizzazione, l’azione di vescovi e parroci, le strutture e apparati cattolici tradizionali di aggregazione, le associazioni bianche, tutto questo mondo non regge più e c’è il rischio di consegnare l’Italia ai rossi comunisti. I dorotei veneti capiscono che è giunto il momento di laicizzare l’azione politica e partitica, che la connessione tra fattore religioso e partito, così com’è non funziona più sul piano del mantenimento e della conquista del consenso, che rischia di saltare la macchina del voto che garantisce il potere alla Dc e soprattutto ai dorotei. È dall’esigenza di rappresentare e garantire le esigenze di sviluppo locale, di soddisfare i bisogni occupazionali delle classi intermedie e piccolo borghesi, di dare coesione culturale e materiale alle istanze del Veneto e del Nordest che nasce, si sviluppa e si consolida la grande avventura dorotea, nonostante nella gestione del territorio e nella difesa delle sue istanze localistiche, si sia inserita prepo90

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tentemente negli anni ’90 l’ipotesi bossiana e leghista. Cavalcando la deriva della fine dell’appartenenza religiosa della Dc, i dorotei veneti si sono impossessati della macchina del consenso, smarcandosi alla Chiesa bigotta e astratta nella risposta ai bisogni materiali della gente (il fare con la politica) e quindi nella cattura dei voti. Il giovane diplomato in cerca di lavoro non va più a bussare dal parroco o dal vescovo, ma dal potente dc di turno. L’aspirante giornalista o bancario, si rivolge ai segretari del grande capo. L’imprenditore che vuole aggiudicarsi l’appalto sbaragliando la concorrenza saltando la gara d’asta, va anche lui dal capo della segreteria politica o dal boss che gli garantirà l’aggancio giusto. Chi ha bisogno si rivolge ad un politico-manager che fa, che realizza subito, attraverso poteri relazionali, le sue richieste. È un politico-manager che non puzza più di letame perché si è ridotta la frattura tra campagna e città, che si sposta spesso in aereo dimostrando altresì che non esistono più le distanze tra centro e periferia, tra Veneto e resto d’Italia, tra Padova e Roma. È un politico che vede tutto in maniera aziendale: se dà lo fa per ricevere, se investe lo fa per ottenere un profitto. Già nel 1982, quindi prima dell’affermazione della Liga Veneta, il doroteismo intuì i problemi che stavano sorgendo nei rapporti tra Stato e regioni ed in particolare evidenziò il pericoloso isolamento del Veneto, una deriva che di fatto sfociò nell’affermazione del fenomeno localistico e leghista con l’eclisse dei partiti e quindi anche della Dc. Tra lo sposare l’ipotesi secessionista e accettare lo status quo, i dorotei si schierarono per la seconda so91

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luzione. Tra presagi di una disputa che poi diventerà forsennata con in ballo federalismo e devolution, realismo e correttezza nella concezione della politica, i dorotei preferirono riproporre la strategia del politico-imprenditore e della sua macchina da guerra elettorale, anche se il partito si stava sciogliendo come neve al sole e l’aspetto territoriale della rappresentanza veniva ormai portato avanti in maniera individualista. Morta la Dc, la pratica dorotea, derivazione del sistema partitocratico ormai quasi decotto, è l’unica, in virtù del suo pragmatismo e della sua politica del fare, a reggere l’affondo dell’ondata leghista che ne diventa quasi un’estensione concorrente e meno corrotta: i leghisti, con azioni ora di lotta e ora di governo, sono abili a cavalcare le laceranti contraddizioni tra Stato e regioni frutto del malcontento popolare diffuso e della tendenza fai-da-te di gestire localmente sul territorio affari e denaro senza svenarsi per Roma ladrona. La Dc ed i partiti pagano lo scollamento dell’identità religiosa, laica e di classe; i dorotei no. Le leghe del Veneto diventano interlocutori più credibili dei partiti tradizionali, ma la pratica dorotea, si ritrova oltre la diaspora sia a centrodestra che a centrosinistra nella stagione bipolare.

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I dorotei veneti, agli inizi degli anni ’80, sono lanciati verso traguardi inimmaginabili. Il 27 giugno un aereo Dc 9 Itavia in volo da Bologna a Palermo precipita in mare a Ustica causando la morte di 81 persone, il 2 agosto alle 10,25 una bomba esplode alla stazione di Bologna dilaniando 85 corpi, il 24 ottobre scoppia lo scandalo dei petroli, una truffa da 2 mila miliardi delle vecchie lire. Falsificando le bollette d’importazione, i soldi finiscono nelle tasche di alcuni funzionari, politici e industriali. L’Italia è come una maionese impazzita, un misto di machiavellismo politico, sovversione, colpi di stato progettati, strategia della tensione e terrorismo. In questo scenario di piombo, tra misteri e veleni, si muovono senza paura Giuliano e Ugo, due democristiani vogliosi di fare carriera. Uno ha 34 anni ed è figlio della buona borghesia, l’altro ne ha 36 e proviene dal ceto medio. L’estrazione sociale diversa, non influisce sulla comune ambizione: sfondare nel mondo della politica. Davanti hanno il modello doroteo, straordinario, redditizio, vincente. Ci sono dei boss che fungono da riferimento. 93

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Qualcuno, con spregiudicatezza, sta bruciano le tappe di una carriera folgorante ed è addirittura in marcia verso la conquista della Dc. Nei governi degli anni ’70 la corrente ha brillato: presidenza del Consiglio, agricoltura, partecipazioni statali, industria sono conquiste pesantissime per autorevolezza e portafoglio, la dimostrazione che ai dorotei piace molto l’economia, il denaro, gli affari. Una frase fischia nelle orecchie dei due galoppini Giuliano e Ugo: un partito come la Dc deve rappresentare gli interessi degli elettori cioè perseguire obiettivi che coincidano con gli scopi dei cittadini e delle forze produttive. Chi sono quindi gli amici da coltivare? Senza ombra di dubbio industriali, magistrati, banchieri, affaristi, editori e manager pubblici. Il doroteo doc ha una chiesa laica da conquistare: la banca. Qualcuno ha tracciato il solco, per chi viene dalla campagna e tra i suoi famigliari annovera gente che ha mangiato quintali di polenta, è elementare ficcarsi nelle Casse Rurali venete perché con i soldi si può ringraziare per i voti ricevuti, si può pagare chiunque e ci si può garantire soprattutto un futuro elettorale. Giuliano e Ugo sono pesci che nuotano in questa acqua torbida: studiano in fretta la lezione e decidono di applicare il verbo doroteo. Primo obiettivo: entrare nella manica del capo. Per loro il momento è cruciale: passare dal piccolo cabotaggio, dall’intrallazzo marginale, a qualcosa di molto più pesante, allievi di un grande maestro. Il contatto è un consigliere comunale di un piccolo paese del Padovano che li porta a cena con uno dei tanti segretari del capo. La trattoria ha il nome giusto: Pedrocchino. Il dado è tratto. 94

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Giuliano e Ugo mangiano una grigliata di pesce con il segretario, familiarizzano, contrattano l’affiliazione ed entrano così nel gruppo degli amici. Il battesimo di fuoco per Giuliano avviene nel settore delle discariche. Il business è miliardario, l’azione dovrà svilupparsi su due fuochi: il finanziamento nella Dc e l’ottenimento di un vantaggio personale, cioè soldi, molti soldi. La lezione è chiara: mai si deve disgiungere l’interesse personale da quello del partito che ha continuamente bisogno di ‘flebo’ finanziarie. Così si mette in moto la macchina conseguente all’aggiudicazione dell’appalto che chiama in campo imprenditori, amministratori della città sede dell’impianto, amministratori della Regione, ente competente in materia. L’affare si configura dunque in maniera piramidale, ma quello che tira i fili, il burattinaio è uno solo: Giuliano che ricopre adesso un importante incarico nella Dc regionale. Lo hanno messo lì apposta. Solo da quella posizione, del resto, avendo anche le mani nella cassa del partito, si può pilotare l’affare. La ditta che vince l’appalto ovviamente deve pagare dazio anzi dazione, è la preda da spolpare: se vuoi lavorare, qualcosa devi dare in cambio. Per prima cosa c’è un fastidio da superare. Le discariche, i rifiuti, fanno arrabbiare i cittadini. Questione di puzza e di inquinamento: la gente storce e non si chiude il naso, trainata dalla controinformazione di quei rompiscatole di verdi e ambientalisti. I rifiuti sono oro per politici e amministratori, ma una schifezza per la gente. Contro la possibilità del solito infausto referendum popolare ambientalista, la prima necessità è mobilitare consiglieri e assessori della città 95

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per fare approvare in fretta la delibera di individuazione del sito con relativa assegnazione del mega-appalto. Tocca all’imprenditore della ditta sganciare un tot di milioni per tacitare consiglieri e assessori, che improvvisamente vedi transitare per il corso principale della città, in Mercedes o Bmw mentre prima guidavano una Fiat. Più avanti toccherà ai referenti regionali accelerare l’iter e quindi farsi la barca. Ma c’è anche e soprattutto la Dc da foraggiare. Il progetto è geniale: l’imprenditore deve scucire altri soldi, una valanga di soldi. Ma niente tangenti. Il sistema prevede la partecipazione all’iniziativa di un portaborse ad hoc, un doroteo di ferro selezionato, legatissimo al carro e a Giuliano: è lui che deve entrare nell’affare col diritto di rastrellare magari un 20% degli utili netti, stimati diciamo in alcune decine di miliardi di vecchie lire. Sulla base di questi calcoli, nelle casse della Dc regionale, controllata da Giuliano, entrerà così un bel pacchetto di bigliettoni. Ecco quindi il patto di ferro tra imprenditore e politico bypassato dai portaborse (anch’essi lautamente ricompensati) che consentirà di realizzare una discarica utile ad una collettività che deve smaltire necessariamente rifiuti. Dietro la pubblica utilità c’è sempre ed in ogni caso l’affare privato: tutti quei soldi che l’imprenditore deve sborsare a vario titolo sapendo che, dopo tutti i versamenti, pure lui ci guadagnerà. Giuliano brevetta anche una variante molto intelligente nella movimentazione del denaro che esce dai rubinetti generosi delle imprese. Invece della percentuale secca, meglio chiedere alla ditta incaricata allo smaltimento, una o due lire per ogni chi96

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lo di schifezza conferita. Insomma, un intervento a valle anziché a monte, ma con lo stesso effetto. Ovviamente tutto funziona a meraviglia con le opportune oliature: anche in Regione c’è un funzionario doroteo compiacente che fa passare documenti e delibere in cambio di una mazzetta. Pagati tutti quelli della catena di Sant’Antonio, imprenditori, amministratori locali, portaborse più magari qualche altro intermediario e qualche giornalista venduto, si riesce anche a firmare i contratti. Solo uno spiffero potrebbe far saltare una macchina affaristica fantastica che poggia su interessi bilanciati, che accontenta tante persone e che, alla fine, fa perfino del bene alla collettività che non sa più dove scaricare le vagonate di rifiuti. Uno spiffero, qualcuno che vorrebbe di più, qualcuno che non si accontenta. Perché all’avidità non si comanda. O anche un concorrente, un’impresa che si scopre scavalcata nelle gare d’appalto pilotate. Un’impresa che non vuole essere presa per i fondelli. Ma è pur sempre, anche nel possibile svelamento dell’ennesimo scandalo che rimbalza sulle pagine dei giornali e in tribunale, un granellino di sabbia che non farà saltare quel meccanismo di potere portentoso che ha retto, superando bufere su bufere, nei ruggenti anni ’80. Anche Ugo entra subito in carriera. Lui viene dalla campagna, il padre contadino gli ha trasmesso tutti i valori concreti di chi per anni ha arato e concimato la terra. Al momento giusto si ricorda il proverbio che suo padre gli aveva trasmesso: ogni lasciata è persa. Così, tra i 30 ed i 40 anni, ha già il pelo sullo stomaco, sufficientemente cinico per lanciarsi nel business doroteo, cimentandosi 97

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nel campo bancario. Perché l’interessato dimostra subito doti spiccate nel destreggiarsi tra aumenti di capitale, scambi di quote e bilanci taroccati. Un terreno minato per i più, ma nel quale lui invece cammina con grande fiuto senza commettere errori. Si muove con così tanta abilità che, mentre tutta l’impalcatura politica veneta del dopoguerra sta scricchiolando sotto i colpi di Tangentopoli, lui riesce a stare a galla, a cavalcare la tigre di una finanziaria regionale che per qualcuno è un service come tanti altri, mentre in realtà diventa un autentico centro di smistamento delle clientele imprenditoriali venete su base politica. Una finanziaria ponte tra politica e impresa, straordinario bypass che connette denaro, gonfia le casse del partito e dei partiti satelliti, sorregge lo strapotere della corrente dorotea, costruisce solo sinergie partitiche interessate. Un centro di potere immenso, ritenuto per certi versi inattaccabile dove tutto era misurato in appalti o lotti. Ugo viene blindato in questo sistema al punto da resistere agli attacchi della magistratura. È detentore e geniale esecutore di un teorema inossidabile: le tangenti sono un metodo necessario, tutti in qualche modo vanno coinvolti perché è l’unico modo per governare. Ugo come Michelangelo: quello delle tangenti è un grande affresco d’autore. La sua filosofia è chiara: cercare il consenso accontentando tutti i principali referenti politici legati alle aziende. Appalti stradali, ospedali, discariche, opere pubbliche in genere: una torta enorme da spartire con problemi solo di sovraffollamento. Per questo Ugo, da buon direttore 98

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del traffico, aspetta che le aziende si consultino tra di loro prima delle gare d’appalto per non pestarsi i piedi, ma soprattutto evitando di aggravare i ribassi d’asta che viaggiano sul 10-15 per cento. Siamo nella stagione in cui i miliardi gestiti in maniera clientelare scorrono a fiumi con la compiacenza degli enti statali e delle segreterie dei partiti. Una meccanica che si innesca quando le imprese iniziano ad assecondare la vita del sistema politico: l’aggiudicazione dell’appalto per le aziende diventa così l’unico modo per restare sul mercato. O mangi o salti. L’imprenditore non può fare a meno del politico e viceversa: una simbiosi mutualistica perfetta nel dare e avere. Così i soldi – le dazioni – finiscono nelle casse del pentapartito, ma anche nell’ex Partito comunista che non opponendosi alla proposta di alcuni strumenti legislativi faziosi, diventa magari connivente del sistema. Grazie anche a Ugo si configura così la cosiddetta tripartizione a seconda del colore politico: magari un 20 per cento alle aziende di Stato, il 60 per cento ai privati e il 20 alle Cooperative rosse. Sono passati gli anni. Alcuni grandi capi sono morti, Tangentopoli ha colpito. Ma loro si sono salvati: la giustizia italiana li ha processati e assolti. E recitano ancora da primi attori della doroteocrazia, un disegno di potere intramontabile. Oggi infatti sono entrambi presidenti e amministrano denaro pubblico: Giuliano governa in una municipalizzata, Ugo in una Asl. Perché lo schieramento non conta. Infatti uno sta con Berlusconi, l’altro con il Partito democratico. La domenica da bravi cattolici van99

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no a messa e curano l’anima, durante la settimana sfogano il loro rancore da montecristiani, rubano e lo mettono in quel posto al prossimo. E se va presa per buona la definizione di Giuseppe Prezzolini secondo il quale gli italiani si dividono in due categorie cioè furbi e fessi, non nascondono di appartenere decisamente alla prima categoria, lasciando la seconda a chi sta in minoranza. C’è una continuità scandalosa, una sconvolgente reiterazione del modus operandi predatorio a distanza danni tra il democristiano Vittorio Sbardella, detto lo squalo, le cui gesta risalgono tra gli anni ’80 e ’90 e Franco Fiorito, detto er Batman, ex tesoriere del Pdl nella regione Lazio finito nei guai nel 2012 per festini, cravatte e ostriche pagati coi soldi degli italiani. Sbardella, morto a 59 anni di cancro ai polmoni, dicendo «Dio mi perdonerà, è il suo mestiere», ha fatto scuola. È il destino cinico dei dorotei, ex e non. Sono al timone, comandano, gestiscono il malloppo. In saecula saeculorum. Amen.

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Ivano è un leghista di una paese veneto di circa 20 mila abitanti. Un paesotto con municipio, chiesa e liston di piazza mentre nella zona artigianale sono spuntati come funghi i capannoni industriali, quasi tutti vuoti per colpa della crisi. Dopo una vita, il Comune è passato di mano: il centrosinistra ha perso e adesso il sindaco è un leghista che alle ultime elezioni ha fatto affiggere sui muri un manifesto elettorale shock: «Non votate i laureati». Avendo sbancato nei consensi si deduce benissimo di che pasta intellettuale siano fatti i suoi elettori. Ivano compagno di squadra del sindaco fa l’assessore di una lista civica che raggruppa Lega Nord, Partito democratico e socialisti. Il Partito della libertà, tra ex forzisti ed ex An che si scannano tra di loro come caimani, è all’opposizione. Milita in un grumo politico eterodosso e atipico pensando che il suo capo Bossi va ad Arcore tutte le settimane da Berlusconi che alterna le cene politiche col rituale del bunga bunga. Il leghista Ivano è stato infatti l’artefice principale di questo accordo politico fuori codice, ma che alle ultime comunali, in pieno scontro 101

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centrosinistra-centrodestra, ha funzionato. Eccome, se ha funzionato. Un modello vincente, che ha rotto schemi e scavalcato stereotipi mediatici, confermando l’originalità della politica territoriale che si basa su dinamiche umane, sociali ed economiche radicate e identitarie. Ha fatto perfino un comizio tutto in dialetto veneto. Se il leghista Ivano avesse fatto l’accordo con il berlusconiano Aldo, avrebbe perso. Ma per capire Ivano e la sua vittoria occorre scavare nel suo dna politico. Così si scopre dal suo curriculum che il leghista di oggi vanta un passato democristiano. Anche la sua parabola è quella classica del cattolico che precipita nel baratro di Tangentopoli, ne esce indenne, si iscrive al Ppi sulle ceneri dello scudocrociato e poi al momento di saltare il fosso, di decidere se salire sul carro forzista di Berlusconi, si butta invece a centrosinistra subendo le sirene di Romano Prodi. Oggi, infatti tende a nascondere o quantomeno a non citare nel suo curriculum la sua militanza nella Margherita, sodale del Partito democratico di Bersani. Qual è il segreto di Ivano vincente leghista? La sua matrice di scuola dorotea. Ivano è figlio di un sistema di potere nato durante l’egemonia politica ultraquarantennale della Democrazia cristiana, cresciuta nel ventre molle dell’economia clientelare e assistenziale e rafforzatosi col consociativismo partitocratico. Un sistema misto tra ex democristiani ed ex socialisti craxiani con venature socialdemocratiche e liberali e quindi ex pluripartitico mai morto, talmente forte da resistere alla fine prematura di alcuni leader, vedi Moro e Bisaglia, rimuovere Tangentopoli e ramificarsi con le stesse modalità di voracità e ci102

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nismo nella classe dirigente della stagione bipolare e nel governo tecnico di Mario Monti, avendo come habitat d’eccellenza anche ‘formativa’ la riserva indiana veneta e del Nordest. Ivano ha continuato a lavorare sottotraccia, a vivere di rendita, sfruttando la grande manipolazione populista e mediatica del berlusconismo. Dopo la strategia della tensione degli anni ’70, Ivano vive la strategia della finzione e la condivide. Ieri la strage di Piazza Fontana, oggi la strage degli innocenti bombardati dalla disinformazione e drogati dal Grande Fratello. Se oggi è al potere come assessore è perché ha capito tutto: i cittadini che governa vanno ingannati e non bisogna mai dirgli la verità. Mai dirgli che nascono, vivono, lavorano, si sposano, divorziano, si ammalano, vanno in cassa integrazione, diventano ricchi e s’impoveriscono e muoiono in quel regno dell’immutabile che è il Veneto dove comandano sempre gli stessi: politici, amministratori, dirigenti di enti pubblici, manager privati, industriali, magistrati, giornalisti, militari e banchieri. Sono i potenti eterni. Magari col trucco perché al massimo sono rimasti in pelata o si nascondono dietro gli occhiali fumé, con l’autostima drogata, solo pancia e niente testa. Ivano è un politico del fare e se ne vanta. Era pragmatico quando militava nella Dc e continua ad esserlo: sistema mogli, amanti, nipoti e figli di. Matrimoni d’interesse, denaro e sesso: i mezzi che giustificano il fine del doroteo, che si muove bene per arricchirsi, sono sempre gli stessi. Sia nella favorevole stagione Berlusconi-Bossi che dopo la caduta del Senatùr, quando si scopre, a colpi di scandali, che a Roma anche la Lega è ladrona. Nell’im103

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mutabilità, Ivano è un personaggio senza qualità che ha un futuro dietro le spalle, se ne infischia del merito, allunga in eterno la fila dei predestinati. Doveva morire democristiano secondo Pintor e invece morirà doroteo demoleghista. Favorito da classi giovani che nascono già vecchie, dirigenti nominati dall’alto, scelti per conservare il nulla. E per non cambiare mai, per bloccare sempre e subito il nuovo che avanza. Anche il leghista Ivano è una sentinella veneta della grande ‘Caserma Nordest’. Ivano rappresenta l’evoluzione della specie dorotea, nuovo protagonista di quel potere invincibile perché camaleontico e gattopardesco, di quella macchina del micro potere locale e poi glocale che ha ingessato lo sviluppo di intere comunità affidandone il destino nelle mani di poche famiglie ricche ma culturalmente mediocri, legate a doppia mandata prima alla politica clientelare e poi alla politica del fare e dell’af-fare. Una politica che in un certo senso rappresenta la continuità dell’organizzazione dorotea. Ivano è l’eroe perfetto della democrazia italiana alla deriva: è partito dalla fine della Dc, ma proprio tramite lui e quelli come lui, il sistema politico non è morto a causa di un persistente trasformismo trasversale di cui si nutre proprio il post-doroteismo che nelle logiche affaristiche rimane una macchina dominante per creare consenso e potere. Una macchina, organica ad un agire sottotraccia e al limite della legge, che ha spolpato lo Stato arraffando i soldi dei contribuenti italiani, favorito la creazione di lobby di potere, sostanziato la massoneria sia finanziariamente sia con affiliati alle logge e creato corpi se104

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parati con funzione di controllo e fiancheggiamento di attività segrete. Anche il Nordest confindustriale che si riempie la bocca di innovazione e ricerca, mostra le ferite di quell’imprenditoria assistenziale e parassitaria che ha lucrato a piene mani falsificando i bilanci e non pagando le tasse, affidandosi al lavoro nero e poi alla delocalizzazione selvaggia. E continuando a vivere in simbiosi con la politica e facendo spesso affari, documentati dalle indagini della magistratura e dai giornali, con la criminalità comune e la mafia. Idem dicasi per le banche venete e Ivano lo sa: politici, imprenditori e banchieri conniventi nella deriva post-dorotea. Ivano leghista di scuola dorotea esalta una pratica della politica che è sopravvissuta alla morte dei partiti, continuando ad attraversare invece le culture politiche rimaste anche dopo il 1994. Perché il doroteismo va oltre l’organizzazione dei partiti e la loro sistematicità, essendo un esercizio di potere individuale che esalta l’io di chi lo pratica, sfruttando la relazione solo affaristica priva di valori, dove nella contrattazione ci deve sempre essere un utile, un dividendo materiale condiviso. Doroteismo vuol dire PATERNALISMO che rimanda allo schema famigliare del padre-padrone (il leader carismatico) che decide, nel bene e nel male, il destino dei suoi figli. Il territorio è lui. Nessuno può opporsi in modo autonomo e concorrenziale alle decisioni del leader in fatto di posti, carriere, affari, favori e prebende. Non si muove foglia che lui non voglia. Un leader-re-sultano, al quale rispondono i sudditi premiati per ceto e utilità, sempre col criterio della cooptazione e quindi seguen105

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do rigorosamente un ordine di lista. E l’ordine in lista è dato esclusivamente dalla fedeltà e non dalla qualità della proposta. Un regno blindato in cui il leader premia più il mediocre che organizza l’esistente che il creativo che tende a cambiarlo e valorizzarlo con le idee. Nessuno quindi osi disturbare il leader padre-padrone pena l’emarginazione o l’esilio. Doroteismo è STARE SEMPRE IN MAGGIORANZA. Ciò significa che non contano valori, ideali e ideologie. E non conta neanche l’ingegneria politica che dal sistema proporzionale partitocratico ha prodotto, a tappe, il sistema maggioritario bipolare e forse, a passo di gambero, riporterà gli italiani al proporzionale alla tedesca. Conta solo la presenza fisica nella pratica affaristica favorendo l’utilità (ciò che serve) applicando in maniera amorale il trasformismo politico. Tutto ciò si concretizza appartenendo sempre allo schieramento che governa, a Roma come in periferia. Cambiare partito o schieramento per un cattolico, socialista o liberale doroteo è la normalità pensando al risultato finale: l’utilità nel fare affari comandando in maggioranza. Ho visto con i miei occhi perfino un ex comunista far saltare una giunta di centrosinistra dopo essersi accordato con il centrodestra, ottenendo in cambio la presidenza di un ente pubblico, un ribaltone reso possibile dal sistema elettorale proporzionale. Infine doroteismo è pretesa d’IMPUNITÀ. Il nostro eroe ruba, si appropria indebitamente, falsifica i bilanci, non paga le tasse, lucra, traffica, spiccia le faccende pensando sempre che ciò che fa non può essere giudicato. Il suo 106

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comportamento ai limiti della legge è coperto e giustificato sempre dal sistema degli affari che non può avere regole etiche, perché altrimenti si bloccherebbe, mandando in tilt un intero modo di fare politica ed economia, anche ai tempi della più grande crisi dopo quella del 1929. Trovando un’ incredibile continuità nel modus operandi dalle ‘razzie’ degli enti statali e parastatali negli anni ’70-’80 fino alle devastanti bolle speculative finanziarie nell’era della globalizzazione, con la spada di Damocle di spread e rating che pende sulla testa più dei poveri che dei ricchi. Il doroteo è senza ora e senza era. Ha iniziato con la meccanica tangente a mano e, passando per la tangente elettronica, è arrivato sulla ‘nuvola’ cioè alla tangente liquida via internet aprendo un asset protection trust alle isole Cayman rendendo i suoi beni inattaccabili dal fisco italiano. Perché nel sistema affaristico doroteo dell’evasione fiscale e dell’impunità ci sono dentro oltre ai politici di professione anche imprenditori, banchieri di sistema, broker finanziari, manager pubblici e privati, giornalisti, produttori di cinema e tv, magistrati, calciatori, liberi professionisti, editori, comandanti di navi da crociera e generali. «Innumerevoli uomini – scrive Sigmund Freud – se sono sicuri di rimanere impuniti, non si precludono il soddisfacimento della loro avidità, della loro smania aggressiva, delle loro bramosie sessuali e non si astengono dal danneggiare gli altri con la menzogna, l’inganno, la calunnia» (L’avvenire di un’illusione). Si tratta di una frase in cui follia del potere e normalità nel rapporto tra 107

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carnefice/vittima e quindi tra comandante/comandato e quindi tra governante/governato, si intrecciano in maniera inquietante, proprio pensando, in base al principio che la legge fatalmente non è uguale per tutti, all’impunità-immunità del governante e alla punibilità del governato. Questi sono i dorotei. Ieri, oggi e domani: paterni ed eterni. Padreterni.

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