Un Unico Accordo
Creatività Volume 3, numero 4
Autunno 2023
CONTENUTO EDITORIALE Lucinda M. Vardey FILI CHE LEGANO Martine Gilsoul L’ARTE DELLA STORIA: VIVERE IL MISTERO Megan McKenna ADORAZIONE E ISPIRAZIONE John Dalla Costa IL PERCORSO DELL’ICONA Martine Roy O.S.B. L’INTERVISTA DI MAGDALA: CREARE ARMONIA John Paul Farahat e la schola cantorum di San Basilio GREMBI DI CREATIVITÀ: TRADIZIONI MONASTICHE AL LAVORO Chiara Calderoni O.S.A. LO STRAORDINARIO NELL’ORDINARIO Elena Buia Rutt
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Editoriale La creatività, quando correlata a Dio, diviene un argomento molto ampio. Dio ha creato, sta creando e continua a creare sia nell’enorme universo in espansione sia nei piccoli elementi di vita contenuti in un granello di senape. Pertanto, l’impulso a creare è qualcosa che condividiamo con il nostro Creatore. Creando entriamo in armonia con le incessanti energie creative che ci circondano. Etty Hillesum scrisse nel suo diario: “Non c’è nessun poeta nascosto in me, solo un piccolo pezzo di Dio che potrebbe crescere in poesia.”
età, le fu riconosciuto non solo il dono della saggezza spirituale, ma anche il talento di scrivere poesie. Le sue capacità artistiche si manifestarono nella pittura, nella composizione di preghiere, in lettere e opere teatrali; dimostrò inoltre un profondo senso metaforico nel tracciare il suo viaggio come “un piccolo fiore bianco” nel giardino di Dio. Anche durante la sofferenza alla fine della sua breve vita creò, scrivendo in fretta la sua autobiografia spirituale (pubblicata postuma come Storia di un’anima) nell’infermeria del convento carmelitano di Lisieux. Le parole Creare vita è un aspetto della creatività, che pronunciò sul letto di morte furono creare arte ne rappresenta un altro. così preziose da Entrambi vanno infatti di pari passo essere annotate perché, come spiega Martine Gilsoul nel dalle consorelle suo articolo, fare cose come dipingere, che la assistevano. scrivere e lavorare con le mani e con il Di conseguenza, cuore, crea felicità, significato, scopo e Teresa continua a generosità. vivere, ispirando milioni di persone con la sua “piccola via” di fare le cose di tutti i giorni per e con l’amore di Dio. L’arte nella nostra tradizione cristiana è ispirata dal rapporto con Gesù; è contemplativa e da ciò ne scaturisce l’espressione. L’arte ha lo scopo di attivare la preghiera, di trasformarci, di aiutare la devozione e il culto. L’artista e scrittrice inglese Caryll Houselander ha affermato che gli artisti devono sapere di avere un ruolo “al servizio dell’umanità,” che la L’arte di vivere in modo creativo significa propria creatività “non è semplicemente divenire uno strumento per la bellezza. un decorare la vita, ma il prendervi parte, Quest’anno si celebra il 150° anniversario viverla come una delle meraviglie del della nascita di Santa Teresa di Lisieux, la mondo in piena comunione con tutte le cui vita è stata certamente un esempio di altre e lavorare con loro per le cose che ci bellezza e creatività. Fin dalla più tenera portano pace.”
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Non tutti sono artisti o si riconoscono tali. Molti ritengono di non essere creativi, di non avere doti per l’espressione artistica, anche se questo non è vero. La creatività, come ogni altra cosa, ha bisogno di attenzione, di pratica e di tempo ritagliato dagli impegni e dalle attività sociali. “È molto meglio per me continuare a cercare di imparare a scrivere,” scriveva Thomas Merton, “posso diventare un santo scrivendo bene per la gloria di Dio.” La creatività, come la preghiera, consiste nel non arrendersi troppo presto: richiede pazienza e perseveranza, oltre alla fiducia nello Spirito Santo come ispirazione e guida. Il perderci in ciò che stiamo facendo a livello creativo può arrecarci molta gioia. Molti dei grandi compositori classici (che hanno contribuito alla musica per la Chiesa) hanno affermato di non essere stati loro a scrivere le melodie, a creare le armonie, la strumentazione e le variazioni sui temi. In questo numero, John Paul Farahat mostra come la partecipazione alla musica sacra possa diventare un’esperienza di trascendenza. Il filosofo tedesco Martin Heidegger ha detto che “l’arte è la verità che si mette all’opera.” Megan McKenna affronta il tema del raccontare di storie (lo stesso approccio adottato da Gesù) come condivisione del mistero e di come possibilità che la verità emerga nel rapporto tra chi racconta e chi ascolta. John Dalla Costa esplora dove può portare la pratica e il potere dell’Adorazione e Martine Roy O.S.B. rivela come lo sviluppo della scrittura di icone sia fiorito nel suo monastero benedettino.
alcune suore agostiniane hanno raccolto manufatti dal proprio e da altri conventi per organizzare una mostra. Chiara Calderoni O.S.A. condivide l’esperienza dalla fase iniziale fino ai risultati ottenuti. E, infine, Elena Buia Rutt presenta una riflessione sulla poesia come mezzo per portare alla luce un significato che di solito è al di là delle parole.
Lucinda M. Vardey Caporedattrice
“O mio Dio... che io sia sempre attenta, sempre vigile nella mia fede, sempre adorante e tutta dedita alla tua azione creativa.” Santa Elisabetta della Trinità
(Preghiera Della Santa Trinità Che Adoro).
Nel corso dei secoli le suore hanno dimostrato di essere molto creative all’interno delle mura dei loro conventi. Nel preparare la Summer School 2023, www.magdalacolloquy.org
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Martine Gilsoul ha studiato all’Università di Liegi, in Belgio. Ha lavorato
come insegnante di bambini a Bruxelles prima di trasferirsi a Roma, dove è stata responsabile del Centro giovanile San Lorenzo presso la Santa Sede. In seguito si è formata al metodo Montessori ed è diventata direttrice di un asilo nido Montessori presso la Banca d’Italia, oltre a ricoprire il ruolo di caporedattore della rivista MoMo (Fondazione Montessori Italia - Edizioni Erickson). Attualmente è dottoranda in Storia dell’educazione presso l’Università Roma Tre. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Maria Montessori. Une vie au service de l’enfant” (Desclée de Brouwer 2020 con C. Poussin). Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul sito web del Pontificio Dicastero per i Laici: Sezione femminile.
Fili che legano Martine Gilsoul “I soldati di scorta erano di vario tipo. Ce n’erano di tremendi, come il capo Poljakov che si imbestialiva se vedeva un fiore ricamato sulla divisa, ma ce n’erano anche di umani.” Kommunella Markman ricorda con una sorta di sguardo positivo, al punto da lasciare perplessi, gli anni trascorsi nel lager, poiché convinta che la sua esperienza le abbia dato la possibilità di conoscere davvero l’essere umano: “Non bisogna mai credere di aver capito una persona...l’essere umano ti può sempre sorprendere. [...] Ad esempio le donne! Non ci si può immaginare cosa possano essere le donne! Tornavano dal lavoro disfatte ma si sistemavano i capelli perché volevano essere belle. Scrivevano lettere, ricamavano fazzoletti, non avevamo una casa, una vita privata, non avevamo la speranza, ma la vita sì. E avevamo l’amicizia e l’amore.” Ci sarebbero tante cose da dire su queste vite di donne, bellissime e coraggiose, ma intendo piuttosto soffermarmi sulla sua prima affermazione: come mai un ricamo ha il potere di far imbestialire una guardia? Sarà la gratuita del gesto? La bellezza di un disegno in un luogo dove non c’è posto per essa? Sarà che è stato impiegato ogni mezzo per togliere la dignità ai prigionieri? Come mai quelle donne, prive di tutto, trovano ancora la forza, dopo ore di lavori disumani,
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di ricamare? Forse in questa attività si nasconde un «potere» speciale, forse vi si trova conforto? Da quando mi sono affacciata al mondo Montessori, mi rendo conto di quanto sia importante lavorare con le mani, e non solo per i bambini! Maria Montessori considera la mano l’organo dello spirito. Richard Sennett, sociologo statunitense, discepolo di Hannah Arendt, pur non condividendo la sua visione del lavoro, ha studiato a lungo i benefici del lavoro manuale. Riassumendo il suo pensiero, si può dire che egli è giunto alla conclusione che quando la mano si separa dallo spirito, è lo spirito che ne paga il prezzo. Il lavoro della mano ritrova così un valore che troppo spesso è stato trascurato, essendo visto come una perdita di tempo o anche come una cosa meno interessante. Ciò significa anche che il lavoro delle mani ci consente di essere in maggiore contatto con la realtà (quella vera in tre dimensioni e non quella finta dei giochi sui tablet), e ci dà la possibilità di essere in contatto con noi stessi. A forza di sfiorare i touch screen abbiamo dimenticato che abbiamo dell’oro sulle punte delle dita. Da alcuni anni accompagno un gruppo di giovani donne che vengono a Roma per studiare. Una volta al mese ci ritroviamo per parlare della donna (antropologia, differenza sessuale e diversi temi legati al femminile...).
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Durante un incontro, dopo aver ascoltato il Vangelo della parabola dei talenti, ho avuto l’idea, che mi sembrava banale e scontata, di chiedere ad ognuna di loro di trovare in sé almeno due talenti. Non pensavo di provocare una crisi! Addirittura pianti, “non ho nessun talento,” “è impossibile…” Possibile che ragazze così in gamba, così solari, abbiano avuto questa reazione? Come mai? Sono rimasta sconvolta da quella giornata. Poi ho ripensato alle nostre condivisioni, e mi sono resa conto che più gli anni passavano e più assistevo al cambiamento di quelle giovani donne, più esse avevano difficoltà a parlare di sé. Sul piano spirituale e teologico sono imbattibili (imparo tanto da loro), ma per quanto riguarda la loro umanità c’è un cantiere aperto, dove si potrebbe dire che mancano le fondamenta. Se non sanno chi sono, non possono sapere le cose che piace loro fare o che fanno bene; riescono solo a lanciarsi immediatamente in discorsi generici sui problemi della società... A questo punto mi chiedo che “efficacia” abbia un discorso teoretico che non sia sostenuto dalla “carne,” che non sia radicato nella vita. Un mio caro amico, diventato vescovo, mi diceva anni fa: “Con i giovani di oggi bisogna prima insegnare ad essere uomini e donne, e poi passare su un piano spirituale.” Quanto è vero! Quindi ho iniziato a fare riflettere queste ragazze sui loro desideri profondi. Come possono amare sé stesse se non si conoscono, se non sanno di cosa sono capaci? Edith Stein non dice altro quando scrive che la donna rischia di perdere la sua “forma” e di disperdersi, quando non è impegnata in modo profondo in un lavoro o in un’attività. Penso che abbiamo tutte fatto l’esperienza del grande rischio che incombe quando vogliamo fare tutto e alla fine succede che non combiniamo un granché. È quindi importante fare uno sforzo di oggettivazione, interrogandosi sulle cose che ci piace fare e che ci aiutano ad avere più fiducia in noi
stesse e a condividere i nostri talenti con gli altri. Non importa che i talenti ricevuti siano due, cinque o dieci, ma è mia responsabilità farli fruttare.
RECUPERARE LA MANUALITA’ Spesso come cattoliche c’è la tentazione di dimenticarci di noi per aiutare gli altri. Mi sembra che così facendo si viene meno al comandamento di Gesù: “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Come mai queste ultime tre parole sono quasi sempre cadute in oblio? Al punto che quando faccio un’attività che mi piace, mi sento in colpa. Non è egoismo prendere tempo per sé stesse, anzi vediamo che le donne che si concedono ogni tanto un piacere sono più capaci di aprirsi agli altri. Ho diverse amiche, mamme, nonne, impegnatissime in diversi campi, che hanno trovato beneficio nel seguire un qualche corso di attività manuale, ceramica, découpage, cucito, e simili. Una di esse mi diceva che quando usciva si sentiva meglio, piena di energie da poter condividere con gli altri. Il giorno del mio compleanno mi sono iscritta ad un corso di “costruzione con il cartone” nel Metodo Montessori si usano tante scatole, vassoi diversi che costano parecchio. È stata una giornata che mi ha fatto tanto bene! Non solo per il sano orgoglio di aver costruito una scatola bellissima (con il coperchio!), ma anche perché lavorare con le mani rilassa, la precisione ha un senso e dà sicurezza. Allora riprendiamo l’unci-netto, il libro di ricette, la penna per scrivere lettere, forbici e aghi. Chiediamo consigli alle nostre nonne su come si fa. Ritroviamo l’uso delle nostre mani. Al lavoro!
Bibliografia a pag. 24
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Megan McKenna laureata in Scrittura, Educazione degli adulti e
Alfabetizzazione presso la Graduate Theological Union e l’Università della California, Berkeley, e in Teologia sistematica presso l’Università Cattolica. È una rinomata teologa, narratrice e conferenziera che ha insegnato in diversi college e università e conduce ritiri, workshop e missioni parrocchiali. Lavora con gruppi indigeni e con gruppi di giustizia e pace, oltre che con parrocchie, diocesi e comunità religiose. Ha fatto parte del Consiglio nazionale di Pax Christi USA e nel 2002 è stata nominata Ambasciatrice di pace di Pax Christi. È un’autrice di fama internazionale di oltre cinquanta libri. Megan è un’amante delle parole—le Scritture, le storie e i racconti, la poesia, le immagini e le frasi pronunciate ad alta voce, scritte e tessute per creare un significato—e di come queste possano convertire, trasformare e portare significato e speranza al mondo. Originaria di New York, attualmente risiede ad Albuquerque, nel Nuovo Messico. Il suo sito web è www.meganmckenna.com
L’arte della storia: Vivere il mistero Megan McKenna ”C’era una volta”... “Come raccontano i nonni”... “Tanto temo fa”... “In principio”... sono le frasi comuni che usiamo per iniziare a raccontare una storia. E ci sono molti modi per iniziare a raccontare, tanti quanti sono le storie da raccontare. Eppure c’è una famosa frase cara ai narratori che dice: “C’è solo una storia: come la racconti?” La prima regola della narrazione è che tutte le storie sono vere e alcune sono realmente accadute! Non appena una storia inizia a essere raccontata, accade nell’ascolto. La verità è universale, attraversa tutti i confini e le frontiere, le età, le culture, le lingue, le nazioni, le religioni e le geografie. La verità condivide questo regno del mistero con la storia. Quindi tutte le storie riguardano parti di mistero impossibili da spiegare. Più parliamo di questi misteri compresi nel Mistero, più ci rendiamo conto di non sapere quasi nulla. Le storie pongono domande come: 1. Sei vivo? Come lo sai? Stai per morire? Il sapere che stai per morire, cambia il tuo modo di vivere (e di raccontare le storie)? 2. Nel mondo c’è sofferenza. Perché alcune persone soffrono così terribilmente e altre sembrano vivere senza problemi? Perché la sofferenza rende alcune persone amareggiate e arrabbiate e altre più compassionevoli e solidali con gli altri? 3. Nel mondo ci sono il bene e il male. Quale è più forte e quale vincerà alla fine? Tu da che parte stai? 4. Dove vivete sulla terra? Il luogo in cui vivi cambia il modo in cui racconti le storie? 5. Tutti hanno fame. Eppure l’85% del mondo va a letto affamato ogni sera. Qual è la vostra fame? 6. Chi amate di più? Chi hai amato più a lungo? 7. Qual è il potere supremo sulla terra? Gli obbedite? Come usi questo potere? Tutti questi temi sono elementi centrali del mistero e quindi tutte le storie cercano di scavare in questi elementi che sono correlati agli altri.
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La seconda regola della narrazione è che le storie creano comunità; indipendentemente dal modo in cui vengono raccontate, sono universali, plurali e in grado di creare un legame con di tutti. La maggior parte delle persone—e persino le religioni— crede che siamo riconoscibili per le storie che raccontiamo, per le compagnie che frequentiamo. Ci sono solo due risposte a una storia: amo questa storia! Voglio che questa storia si avveri e ti credo. Oppure: questa storia non mi piace; non so nemmeno con certezza perché non mi piace, ma so che non voglio che si avveri. E non mi piace nemmeno il narratore. Ogni storia ti getta in grembo un pezzo di vita e ti dice: ora decidi tu.
PIETRA NERA, PIETRA BIANCA Ecco una storia. È una vecchia storia ebraica, risalente all’epoca del Ba’al Shem Tov (di un rabbino chiamato il Maestro del Buon Nome) che ha unito la narrazione, la musica e la danza alla fede e al credo nell’antica tradizione mistica. Si chiama semplicemente “Pietra nera, pietra bianca.” C’era una volta un uomo ebreo che aveva una figlia bella e gentile. Sua moglie era morta prematuramente e lui aveva cresciuto la bambina da solo. Ma lei aveva ormai un’età in cui poteva prendersi cura di lui. Erano poveri e vivevano nella tenuta di un uomo ricco, duro e calcolatore. Il vecchio lavorava ancora per lui. Un giorno, il ricco vide la figlia del vecchio, ne rimase affascinato, e decise di volerla per sé. Subito dopo le chiese di sposarlo, ma lei rifiutò. Infuriato, non aveva intenzione di arrendersi. Cercò di corromperla, ma senza successo. Poi minacciò il padre di licenziarlo e di cacciare entrambi dalla sua terra. Alla fine, la giovane decise che avrebbe cercato di fare un accordo con il proprietario. Lo avrebbe sposato sole se il padre sarebbe potuto andare a vivere con loro, lasciandole la libertà di prendersi cura
di lui e degli altri. I tre si incontrarono per discutere l’accordo. Lei disse a malincuore che lo avrebbe sposato se lui avesse accettato le sue condizioni. Ma lui era scaltro e la voleva solo alle sue condizioni, così escogitò una prova da superare e convocò un giudice e i suoi aiutanti per sorvegliare e assistere al risultato. Le disse che era la prova era semplice. In un sacchetto di stoffa avrebbe messo una pietra bianca liscia e una nera liscia, raccolte dal sentiero lastricato proprio con queste pietre sotto i loro piedi. Lei avrebbe scelto una pietra e se avesse scelto quella nera, lo avrebbe sposato alle condizioni che lui le avrebbe imposto. Se avesse scelto quella bianca, lo avrebbe sposato alle sue proprie condizioni. Entrambi accettarono. Lui si chinò, raccolse due pietre e le mise nella borsa. Nessuno, tranne la giovane donna, si accorse che aveva messo due pietre nere nella borsa. Era in trappola. L’uomo l’aveva in pugno e lei doveva scegliere, ma in realtà non c’era scelta. Si prese un minuto per raccogliere tutto il suo coraggio e poi gli disse: “Signore, perché non scegliete voi per me, visto che è voi che sposerò e tutti sapranno che obbedirò alla vostra decisione?” Ora era in trappola! Non importava quale pietra avesse scelto, lei poteva dichiarare: “Oh, io avrei scelto quella bianca!” E tutti erano testimoni della sua dichiarazione. Lo avrebbe sposato, alle sue condizioni, e avrebbe vissuto nel modo più libero possibile. Una meravigliosa storia saggia. La storia stessa rivela l’immaginazione, la creatività femminile e molti dei misteri della verità e, allo stesso tempo, fornisce una porta per uscire dalla violenza, dal dolore e dalla sofferenza e la porta stessa per entrare nella speranza, nelle possibilità non realizzate e nella vita! La storia crea
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libertà, un ampliamento della bontà e mette di f ronte a tutte le opzioni di una situazione, sorprendendoci con verità prima sconosciute e con un modo di rispondere a una situazione apparentemente impossibile.
LE SCRITTURE NEL RACCONTO Gesù è un narratore. Tutte le sue storie sono una Buona Novella per i poveri, rivelando la verità dell’universo e come stanno realmente le cose secondo Dio. Ma la realtà sorprendente è anche che Gesù stesso è la storia! Lui, la sua persona, la sua presenza, è la Storia! Leggiamo nell’incipit del Vangelo di Giovanni (1,14) che “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” E ora sta al credente e al discepolo di Gesù prendere la nostra carne, con la forza dello Spirito e della Parola di Dio, e diventare Parole di buona novella, parole del Padre che rendono gli altri figli e amici di Dio. Il mistero dell’Incarnazione—il Verbo di Dio che si fa carne, la carne di Dio—è ora ciò che dobbiamo proporre, insieme a Gesù. Ora è la nostra carne che respira la Parola e gli altri possono vederla e sentirla nelle nostre storie e nelle nostre vite, mentre ci realizziamo tutti insieme. Una storia può aprire degli squarci e creare dei modi per conoscere davvero la verità nel processo di ascolto. Questa storia è accaduta a New York, alla fine degli anni ‘80, a una festa che celebrava la prima di uno spettacolo teatrale a Broadway. Gli invitati erano parte del pubblico, del cast, degli scrittori, dei produttori e di coloro che avevano reso lo spettacolo un grandissimo successo. Mentre brindavano, discutevano su cosa rendesse grande un attore. Erano lo spettacolo, le parole, gli attori, insieme alla messa in scena e al regista, o addirittura il pubblico stesso? Alcuni suggerirono un esercizio per verificare alcune possibili risposte. Chiesero all’attore principale di recitare qualcosa a memoria e a un altro, non attore, di fare altrettanto. Uno
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degli autori suggerì di utilizzare un materiale che praticamente tutti i presenti conoscevano già: il Salmo 23 “Il Signore è il mio pastore.” Poi altri dissero: “Ok, allora chiediamo a qualcuno che conosce davvero le parole, come un prete (un cappellano che conosceva molti dei partecipanti che lavoravano nel teatro), di essere l’altro interprete.” Così l’attore si concentrò e recitò il salmo. C’era molto silenzio e tutti ascoltarono con attenzione. Ci vollero un paio di istanti prima che l’altra persona, il cappellano, prendesse il suo turno. Recitò quindi il salmo familiare. Ci fu di nuovo silenzio, ma fu più profondo, più pesante, più esteso. Era causato dall’imbarazzo, dalla domanda, dalla sorpresa, dall’imbarazzo? Alla fine qualcuno chiese in modo piuttosto vago quale dei due fosse il migliore. Ci furono molte reazioni, ma la maggior parte concordò sulla resa del cappellano rispetto a quella dell’attore. Poi qualcuno chiese all’attore se fosse d’accordo e rispose di sì con tutto il cuore, spiegando il perché. Disse solennemente: “Io conosco le parole. Conosco il salmo. Ma lui conosce il Pastore.” Raccontiamo le storie che amiamo e le storie che raccontiamo hanno un impatto su di noi e su chi ci ascolta. C’è un famoso detto che è universale: “La storia inizia quando chi la racconta smette di parlare!” Questa è l’arte della storia: è il modo misterioso in cui diventiamo il narratore e facciamo sì che la storia diventi realtà in noi e tra di noi.
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Adorazione e ispirazione John Dalla Costa John Dalla Costa è esperto dall’immersione in Dio non è sempre dolce, di etica, teologo e autore di ma sempre generativa, perché diventiamo cinque libri. Per maggiori la persona che Dio ha creato. informazioni su di lui, visitate Questa ispirazione che non possediamo, il nostro sito web. ma che ci possiede, si dispiega in almeno diversi modi. Il primo è attraverso la Esito a scrivere riguardo all’Adorazione. respirazione. L’etimologia della parola Questa meravigliosa forma di preghiera non “ispirare,” dal latino, significa “inspirare” o è facilmente descrivibile e la mia devozione “soffiare dentro.” Respirare con intenzionalità è ancora una sorta di progetto in corso davanti al Santissimo Sacramento è quindi d’opera. L’adorazione è un dono, avvolto nella letteralmente ispirante. Lo è anche dal punto grazia, immerso in una selva di misteri che di vista teologico. Ogni respiro si collega evocano uno stupore sempre inadeguato al momento sacro in cui Dio ha emanato e una gratitudine sempre insufficiente. il suo soffio: il respiro della vita nella forma Come può non essere disorientante trovarsi umana che Dio ha scolpito e ricavato dalla al cospetto della Presenza vivente di polvere (Genesi 2,7). Ogni respiro inala anche Dio? Il Santissimo Sacramento esposto è lo Spirito Santo che Gesù donò agli Apostoli contemporaneamente Trinità, Creazione, quando apparve loro per la prima volta dopo Incarnazione, Crocifissione, Risurrezione e la sua risurrezione (Giovanni 20:22). Tutto Pentecoste. Nulla di Dio è trattenuto. Tutto questo per dire che il semplice respirare la l’amore di Dio è presente. Da qui la necessità sacra presenza dell’Eucaristia è un atto santo e il desiderio di adorare, di venerare, di dare ed edificante. tutto al Dio kenotico che tutto ha dato. Anche l’espirazione può essere fonte Non partecipo all’Adorazione per trovare di ispirazione. Ho imparato che “piccole ispirazione. In effetti, ho dovuto imparare idolatrie” si spingono sempre in questa forma a disimparare a desiderare durante di preghiera. Ho richieste da fare, domande l’Adorazione, per sfuggire, a modo mio, a da porre, problemi da risolvere, ansie da quella che il cardinale Joseph Ratzinger ha placare. Tutti questi bisogni umani sono definito “la tirannia del funzionalismo.” Ma effettivamente degni della preghiera, ma in l’Adorazione è ispiratrice in un modo ancora altri contesti. L’adorazione non riguarda me, più fondamentale. Se partecipiamo alla non riguarda i miei bisogni, non riguarda le Messa per ricevere il Santissimo Sacramento, mie speranze o i miei desideri, non riguarda con l’Adorazione ci apriamo a essere nemmeno le mie colpe, i miei peccati o i consumati dal Santissimo Sacramento. miei rimpianti. È una preghiera offerta nel Essere assorbiti in questo modo produce modo più puro possibile possibile a Dio. un livello completamente diverso di Ancora una volta, in questa liberazione e intuizione e creatività, comprese le risposte in questo svuotamento si verifica qualcosa a domande che non pensavo di dover porre, di stimolante. I molti “no” ci permettono di perché l’ispirazione di Dio trabocca in modo avvicinarci il più possibile al nulla, e questa così effusivo. La possessione derivante piccolezza aiuta a far crescere capacità di www.magdalacolloquy.org 9
lode molto maggiori. Come ha spiegato il cardinale Ratzinger, questa “lode stessa è un movimento, un cammino; è più che capire, sapere e fare—è un’‘ascesa.’”
PRESTARE ATTENZIONE Questa svolta verso l’alto e l’ascesa richiede un tipo di presenza che, soprattutto oggi, pochi di noi raggiungono facilmente. Non voglio sminuire la realtà unica e inquietante di quelle persone, soprattutto bambini, che soffrono dei disturbi dello sviluppo neurologico DDAI, ma mi sembra che il “disturbo da deficit di attenzione e iperattività” sia anche un fenomeno culturale e spirituale. I disturbi nella nostra politica, nella nostra Chiesa e persino nella nostra stessa vita derivano in gran parte dal fatto che non prestiamo attenzione a ciò che conta di più. La filosofa francese Simone Weil ha scritto che “ogni volta che un essere umano
compie uno sforzo di attenzione con il solo desiderio di conoscere la verità, acquisisce una maggiore attitudine a farlo.” Conosciamo tutti il pesante tributo della distrazione. Conosciamo tutti l’esaurimento dovuto al commercio di stimoli, intrattenimento e, sempre più spesso, disinformazione della nostra cultura. Il male si insinua nel mondo proprio nei punti in cui l’attenzione viene meno. Al contrario, come ci ricorda il monaco benedettino Lawrence Freeman, ciò a cui prestiamo attenzione è ciò a cui crediamo. Infatti, l’amore stesso si vive solo prestando attenzione all’Altro e agli altri. Alla presenza del Santissimo Sacramento guardiamo le nostre verità più preziose. Tutta la bellezza della creazione, tutto l’amore della redenzione, tutti i doni dello Spirito Santo si riversano continuamente. È mozzafiato da vedere ed travolgente essere così catturati. Gran parte della nostra angoscia oggi è dovuta al fatto che siamo paralizzati dalla complessità che ci circonda, affrontando crisi e problemi di immensa portata, con poche, pochissime, strade per comprenderli o risolverli. Lo sconforto è l’opposto dell’ispirazione. Ancora una volta, come ha espresso splendidamente il cardinale Ratzinger, “ciò di cui abbiamo bisogno è la presenza nella nostra vita di ciò che è reale e permanente, in modo da poterci avvicinare ad esso. Nessuna partecipazione e creatività esterna è di alcuna utilità se non è una partecipazione a questa realtà interiore, alla via del Signore, a Dio stesso.” Immersi nella verità dell’amore di Dio, un’altra svolta ispiratrice è data dall’audacia della presenza di Dio che ci chiede qualcosa di speciale, di coraggioso e unico. Lo slancio qui è infinito. Nel Santissimo Sacramento, Gesù è pienamente presente nella sua piena umanità e nella sua piena Divinità. La sua fragilità sulla croce ci spezza. La vulnerabilità di Dio è tale che Gesù ha bisogno della nostra
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consolazione, assumendo quella parte di croce che solo noi possiamo portare. Eppure, anche se ci sforziamo di sollevare quella croce, è tale la generosità di Dio che la gloria della risurrezione si riversa nei doni dello Spirito Santo. Per la nostra Chiesa e per il mondo, Papa Francesco ci chiama a forgiare l’unità dalle nostre differenze e diversità. Pregare in presenza delle contraddizioni della nostra fede—l’Incarnazione, la Trinità, la presenza sacramentale del nostro Dio infinito in un’ostia minuscola—ci prepara paradossalmente a vivere con speranza nelle polarità altrimenti debilitanti che affliggono il nostro mondo. L’ispirazione è quella di essere mediatori e costruttori di ponti, di assorbire nelle nostre cellule le Beatitudini e di metterle in pratica. L’adorazione è la “perla di gran valore.” Molti di noi, me compreso, hanno trascurato questa preghiera come opzionale rispetto alla celebrazione dell’Eucaristia. Se siamo confusi e scoraggiati dal mondo è perché abbiamo barattato questa perla con i ninnoli del lavoro, del divertimento, delle esperienze e dei messaggi. Il nostro primo passo è quindi quello di tornare al Signore, che ha fame della nostra presenza e della nostra amicizia. E adorando l’ostensorio di Cristo, riceveremo la sua ispirazione. Bibliografia a pag. 24
Martine Roy O.S.B. è nata nella regione di Beauce, in Quebec, Canada. È entrata nel monastero di Sainte-Marthe-sur-le-Lac, nella periferia di Montreal, nel 1983, prendendo i voti monastici nel 1986. La principale funzione delle monache è quella di pregare per lodare Dio e supplicare per il mondo intero. Questo avviene pregando sette volte al giorno, come richiesto dalla Regola di San Benedetto, che è anche la preghiera liturgica della Chiesa. Altre attività nel monastero sono legate a questo “opus dei,” che si tratti di fare il bucato, cucinare o insegnare la vita monastica e teologica ai giovani del Noviziato. Sebbene il lavoro di suor Martine sia quello di scrivere icone, compie anche i lavori più semplici come cucire o sistemare i fiori nel santuario. Per maggiori informazioni sul monastero, visitate il sito www.abbayesaintemarie.ca
Il percorso dell’icona Martine Roy O.S.B. “La mia casa sarà una casa di preghiera” (Luca 19:46). Il modo di scrivere le icone è un modo di pregare ed è per questo che le icone si trovano soprattutto nelle chiese e nei monasteri. Lo stile di vita monastico con Dio è fatto di preghiera e silenzio, ed è per questo che sono stata attratta dall’idea di unirmi all’unico monastero contemplativo benedettino femminile del Quebec. All’arrivo ho scoperto che è anche l’unico monastero di questo tipo in Canada. Che fortuna averlo incontrato! Questa casa di Dio, fondata dal monastero francese di Notre-Dame de Wisques, è affiliata alla Congregazione di Solesmes. Dom Prosper Guéranger, il restauratore di San Pietro di Solesmes, “restaurò” anche la vita
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monastica in Francia nel XIX secolo. La prima badessa del monastero di monache fondato da Dom Guéranger disse: “Il restauro dell’arte cristiana è un piccolo ramo del restauro liturgico di Dom Guéranger; la liturgia stessa è il mezzo più artistico per entrare nel vivo della dottrina cattolica.” Finalmente potevo concentrare la mia vita in questo luogo dimorando alla presenza di Dio; un luogo impregnato di una liturgia tratta dal Vangelo e animata dal canto gregoriano. Questo canto permea l’intera vita di una suora, permettendole di rivivere l’intera vita di Cristo, dalla sua nascita alla sua morte e resurrezione. La suora segue Cristo, proprio come Maria, sua Madre, e i suoi discepoli lo seguirono. Un bel giorno, dopo l’inserimento nella vita monastica, un’ondata di ecumenismo investì il monastero ed ecco che, con un collega, mi ritrovai a cercare un insegnante. Il nostro obiettivo era quello di seguire dei corsi di iconografia per entrare in contatto con i nostri fratelli e sorelle ortodossi. Abbiamo incontrato un maestro iconografo direttamente dalla Russia che ha dovuto imparare il francese per istruirci. È stato formato all’arte dell’iconografia osservando il lavoro dei monaci della Grande Lavra di San Sergio di Radonezh, vicino a Mosca. San Sergio era un famoso leader spirituale, riformatore monastico, autore di miracoli e protettore della Russia medievale. Ed eccoci qui, monache secondo la Regola di San Benedetto di Norcia della tradizione monastica occidentale, a contatto con un San Sergio della tradizione monastica orientale. Il nostro maestro iconografo ci stava trasmettendo, per così dire, il tesoro monastico orientale della scrittura delle icone, il modo in cui i monaci e le monache orientali pregano.
A partire dall’agosto 2006 e per un anno intero, abbiamo seguito corsi intensivi giornalieri per 5 ore consecutive. Ogni settimana c’era un tema diverso e quindi un’icona diversa da creare. Abbiamo iniziato con le basi: come disegnare su tavola e poi come disegnare e dipingere volti, mani, piedi e miniature. Poi abbiamo preparato l’argilla rossa per poter applicare la foglia d’oro e infine abbiamo imparato a macinare i pigmenti naturali (terre o pietre già macinate, come lapislazzuli, malachite, cinabro, ematite ecc.) che abbiamo mescolato con tuorlo d’uovo e vino bianco per ottenere la cosiddetta “tempera.” Erano necessari molti strumenti costosi, come la ruota di vetro per macinare i pigmenti su una lastra di vetro, la tavolozza per la doratura, fatta di peli di scoiattolo, e i pennelli. Altri oggetti semplici come il cotone idrofilo per applicare l’oro, i plettri per pulire
l’oro e la gommalacca, il vino, la vodka e qualche goccia di colla di pelle di coniglio per applicare l’oro e farlo aderire. Tutti i prodotti utilizzati sono naturali. Ecco un’icona che ho scritto di recente.
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Si differenzia dalle icone ortodosse per il tema, poiché nei tra gli ortodossi non esiste la devozione alla Via Crucis. Tuttavia, su questa nuova icona contenente 10 piccole icone, c’è un’icona in stile russo-ortodosso per la Resurrezione o la Discesa agli Inferi, e poi quella in basso a destra, un’icona “Madre non piangere per me” che gli ortodossi venerano il Sabato Santo. Esistono canoni espressamente scritti dai nostri fratelli ortodossi per la scrittura delle icone. Queste regole sono molto severe per evitare qualsiasi errore dottrinale. Anche i colori e le forme devono insegnare la dottrina di Cristo. Come ci dice il nostro fondatore, San Benedetto, nel capitolo 19 della sua Regola: “Dedichiamoci alla salmodia in modo che il nostro spirito si accordi alla nostra voce,” io aggiungerei: “Scriviamo un’icona in modo che la nostra mente si accordi ai nostri occhi.” I disegni e i colori devono essere in linea con il racconto evangelico e devono essere accurati secondo l’evangelista scelto. Ad esempio, nel Vangelo di Matteo (28,2) “Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa.” Vediamo un solo angelo. C’è un angelo anche nel
Vangelo di Marco (16:5): “Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto sulla destra, vestito di una veste bianca, ed ebbero paura.” Poi in Luca 24,4: “Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sflogorante.” Quindi l’iconografo deve scegliere un testo dal Vangelo e conformarsi a quel testo, motivo per cui ci possono essere differenze nel modo in cui l’icona è scritta. Come la vita monastica è una vita di preghiera liturgica incentrata soprattutto sul canto gregoriano, sul canto dei salmi, sulle preghiere ispirate da Dio, così il contatto con la Parola di Dio avviene attraverso l’udito. L’orecchio è quindi una porta attraverso la quale Dio può entrare nel nostro cuore. C’è anche un’altra porta del cuore attraverso la quale possiamo entrare in contatto con Dio: l’occhio. Guardando con amore la Parola di Dio, Gesù Cristo stesso, si apre una porta. La Parola posta in immagini, in un linguaggio visuale, è lì per completare l’ascolto. Quando amiamo, cerchiamo la presenza di colui che amiamo! Venendo a riunire tutta la creazione che era perduta e non lo conosceva bene, dicendo “Io sono la Via, la Verità e la Vita,” Cristo ha anche promesso di darci la vita stessa in abbondanza. Così, entrando naturalmente nel mondo dell’iconografia, si è aperta una porta anche al mondo orientale. Il contatto con Dio ci mette in contatto con i nostri fratelli e sorelle.
“L’arte sacra è vera e bella quando, nella sua forma, corrisponde alla vocazione che le è propria: evocare e glorificare, nella fede e nella adorazione, il mistero trascendente di Dio, bellezza eccelsa di verità e di amore, apparsa in Cristo.” Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2502).
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John Paul Farahat
direttore musicale e organista principale della parrocchia cattolica di San Basilio presso l’Università del College di San Michele a Toronto, in Canada. Dirige la Schola Cantorum di San Basilio e il coro parrocchiale ed è supervisore dello storico organo Casavant Frères. Tra i concerti d’organo solistici di John Paul ricordiamo quelli presso la Cattedrale di NotreDame, Sant’Eustachio, San Sulpizio e La Maddalena a Parigi, la Cattedrale di Santo Stefano a Tolosa (Francia), l’Abbazia di Westminster e la Cattedrale di San Paolo a Londra, il Trinity College di Cambridge e la Cattedrale di Coventry (Inghilterra); l’Università di Sant’Andrea (Scozia); la Grace Cathedral di San Francisco, la Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington DC e la Cattedrale di San Patrizio a New York (USA). Tra i prossimi concerti figurano il Duomo di Berliner (Germania), la Cattedrale di San Davide (Galles), la Cattedrale di Montpellier (Francia) e la Chiesa di Kallio (Finlandia). È maestro di organo e pianoforte presso la Scuola di canto corale di San Michele e docente a contratto della facoltà di organo presso l’Emmanuel College della Victoria University. Ha conseguito il titolo di Doctor of Musical Arts in Performance presso l’Università di Toronto e fa parte del Consiglio di Amministrazione del Royal Canadian College of Organists.
L’intervista di Magdala: Creare armonia con John Paul Farahat
L’ensemble vocale, Schola Cantorum di San Basilio, canta da sette anni nella parrocchia di San Basilio a Toronto. Quali sono state le idee alla base della sua formazione? L’idea principale della Schola Cantorum di San Basilio era quella di creare un luogo di incontro per gli studenti universitari di musica, supportati da cantanti professionisti, all’interno della comunità di culto di San Basilio. Lo scopo era naturalmente quello di sostenere la liturgia, ma anche di fornire un aspetto esperienziale alla formazione, sviluppando tutoraggi e amicizie in modo organico. In sostanza, i coristi avrebbero imparato gli uni dagli altri cantando insieme. Con solo otto registri vocali nell’ensemble (due soprani, due contralti, due tenori e due bassi), tutti si conoscono e imparano gli uni dagli altri. Lei sottolinea l’importanza della relazione. soprattutto con la musica stessa?
In che altro modo si forma la relazione,
Ci sono diversi elementi. Uno dei più importanti a mio avviso è la relazione attraverso l’ascolto. L’atto di ascoltare quando si canta in una ensemble è davvero fondamentale per capire che l’insieme è maggiore della somma delle parti. L’ascolto in una ensemble accresce la nostra consapevolezza delle interazioni tra le voci, per esempio la forma e la dinamica di ogni linea. Direi che queste esperienze di ascolto ci dicono qualcosa sul Divino, attraverso la musica.
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Un altro elemento riguarda la relazione con i compositori, dove è importante sottolineare che la loro musica non è solo un artefatto storico. In virtù dei successi e dei fallimenti della loro esperienza – poiché sono individui che hanno amato, sono stati sconfitti e hanno pregato questi compositori prendono vita quando cantiamo la loro musica, soprattutto nell’ambito della preghiera e della liturgia. Molti capolavori che ci sono stati lasciati, dal Rinascimento al Barocco e oltre, connettono l’umano al trascendente. E, naturalmente, vediamo la stessa esperienza del trascendente nell’opera dei compositori viventi. Quanto è importante il rapporto tra musica e testo? Molto importante. Il testo e la musica di questi brani corali vanno di pari passo, sono indistricabilmente legati. È importante considerare la musica sacra attraverso la lente del “testo prima di tutto.” L’affermazione di Sant’Agostino, secondo cui una persona che canta prega due volte, sottolinea con forza questa dinamica. Consideriamo, ad esempio, le antifone d’ingresso: i canti gregoriani originali prendono i testi della liturgia e li rendono ancora più floridi. Non possiamo separare il testo dalla musica in chiesa, perché la musica non è un’aggiunta alla liturgia: è la liturgia stessa. Come presenta i brani musicali ai cantanti? Mando ai cantanti le partiture tre o quattro giorni prima, e poi ci incontriamo direttamente prima della Messa per 45 minuti per provare. Di solito proviamo ogni brano due volte. Qual è la sua opinione riguardo al canto congregazionale rispetto al coro? Questo mi fa sempre pensare al concetto di partecipazione attiva. Cosa significa partecipazione attiva per quanto riguarda la musica nella liturgia? Significa, assolutamente, cantare in congregazione. Allo stesso tempo, la partecipazione attiva comprende l’ascolto. Ma non un semplice ascolto passivo. Un ascolto attivo, autentico, aperto. Un ascolto che permetta di interagire con la musica, il testo e le voci e che permetta a questa esperienza di diventare trascendente e di commuoverci. E’ lo stesso tipo di ascolto attivo di quando interagiamo con la proclamazione delle letture delle Scritture. Penso che, per molti versi, il canto congregazionale e il canto corale siano due facce della stessa medaglia. A San Basilio facciamo del nostro meglio per riconoscere questo insegnamento del Vaticano II e per mettere la congregazione in condizione di impegnarsi attivamente nella musica intesa come preghiera della Chiesa. La Schola Cantorum di San Basilio ha la reputazione di portare il bello e il trascendente nel culto. Secondo lei, cosa è necessario per raggiungere tale livello? La bellezza e la trascendenza sono obiettivi centrali nella musica. Dal punto di vista funzionale, penso che ci muoviamo in questa direzione quando le letture e la musica sono correlate e appropriate alla giornata. Intendo questo sia in termini di narrazione delle letture delle Scritture, sia in termini di atmosfera che la musica crea. A livello tecnico, i membri dell’ensemble devono avere una forte capacità di lettura a vista e, dato che la musica è scritta per un massimo di otto parti, devono essere a proprio agio nel cantare in modo indipendente.
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Incoraggio sempre i cantanti emergenti e promettenti a fare un’audizione per l’ensemble. Soprattutto se si stanno formando per una carriera musicale, è importante che facciano esperienza di canto tra coetanei. Come potrebbe definire il suo ruolo di direttore musicale e di direttore d’orchestra? Il mio ruolo è soprattutto quello di facilitatore. I cantanti con cui lavoro sono artisti profondi e io ho il privilegio e l’umiltà di conoscerli. Sento che il mio ruolo è più che altro quello di guidare e ascoltare, non tanto di “dirigere” in senso gerarchico. C’è qualcosa di fondamentalmente trascendente che si verifica quando un’esecuzione viene finalmente percepita come un tutto durante l’ascolto. E nell’arte non c’è niente di simile: toccare l’eterno, nel momento esatto in cui cielo e terra si uniscono in pura armonia.
La Schola Cantorum di San Basilio esegue tre brevi brani di Hildegard von Bingen, Dame Ethel Smyth e Josef Rheinberger. Per maggiori informazioni su queste opere corali, consultare la pagina successiva.
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Hildegard von Bingen (1098-1179), badessa tedesca del XII secolo, ci parla al presente attraverso una lente medievale. O virtus Sapientiae (O forza della Sapienza) è scritto come fosse un’unica linea di musica, cantata dai soprani e sostenuta dai contralti, tenori e bassi della Schola Cantorum. Nathaniel M. Campbell e Beverly Lomer (su hildegardsociety.org) descrivono l’opera come “sospinta da una divina leggerezza di tocco nel movimento rotatorio giocoso, gioioso e tuttavia corposo della provvida, creativa e vivificante Sapienza di Dio.”
La compositrice inglese Dame Ethel Smyth (1858-1944) compose Komm, süßer Tod, komm selge Ruh (Vieni, dolce morte, vieni, benedetto riposo) tra il 1882 e il 1884 come parte di Five Sacred PartSongs Based on Chorale Tunes [Cinque brani sacri basati su melodie corali]. L’uso da parte di Dame Smyth del cromatismo nel contralto, nel tenore e nel basso, in contrasto con la melodia nel soprano, mostra una stretta relazione tra armonia e testo; il risultato è una sorprendente reinterpretazione della nota melodia omonima di Johann Sebastian Bach.
Josef Rheinberger (1839-1901) è stato un compositore prolifico che ha vissuto la maggior parte della sua vita in Baviera. Sua moglie, la poetessa Franziska Hoffnaaß, scrisse i testi di molte opere vocali che Rheinberger mise in musica. Una delle sue opere più famose di musica sacra, Abendlied (Canto della sera), utilizza i testi scritturali della Via di Emmaus. Il mottetto in sei parti offre una magistrale rappresentazione musicale dell’esortazione dei discepoli al loro compagno di viaggio: resta con noi.
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Chiara Calderoni O.S.A. è giovane monaca che vive nella comunità
agostiniana del monastero di Sant’Antonio da Padova a Pennabilli (RN). Nata e cresciuta a Verbania, sulle rive del Lago Maggiore in Piemonte, ha frequentato il liceo classico della sua città e si è poi iscritta all’Università Amedeo Avogadro del Piemonte Orientale alla facoltà di Infermieristica Pediatrica. Come infermiera pediatrica neolaureata, ha trascorso quattro mesi partecipando al progetto del Mas Children Teaching Hospital di Hargeisa, nel Somaliland, regione indipendente nel Nord della Somalia. Nel 2013, grazie ad alcuni amici, ha conosciuto la comunità agostiniana di Pennabilli. La bellezza di cui è stata testimone della vita in comune, la verità del cammino di fede e di libertà che le sorelle vivevano, hanno risvegliato in lei un desiderio e una nostalgia profondi. Entrata in monastero nel 2015, ha iniziato un cammino di formazione che l’ha portata a diventare sempre più sé stessa in una vita comune di amicizia e di preghiera, di lavoro e di studio, nella ricerca incessante di Dio e dell’umanità. Grazie alla sua comunità, Chiara ha iniziato a studiare Teologia e ha conseguito, insieme ad alcune sorelle il Baccalaureato in Teologia presso l’Istituto Patristico Augustinianum.
Grembi di creatività: tradizioni monastiche al lavoro Chiara Calderoni O.S.A. Ogni giovane donna che entra in monastero dà avvio ad una novità nella vita della comunità: questo processo è un grembo di creatività che custodisce il passato e apre il futuro. Nell’incontro e nello scontro che è il dialogo tra le generazioni, sono la storia di ieri e di oggi a incontrarsi e scontrarsi, bisognose l’una dell’altra: la prima, per non essere dimenticata nella soffitta di una casa troppo antica; la seconda, per radicarsi nell’appartenenza ad una storia più ampia della propria e poter fiorire. La tradizione monastica crea quando si lascia ricreare: ogni volta che si lascia ritessere e immaginare da chi la scopre, crea vita, come solo gli artisti sanno intuire e realizzare. Nel solco di questo stile, ogni espressione artistica trova casa, dalla musica alla scultura, dalla tessitura alla cucina. La quotidianità della vita del monastero promuove l’arte, perché promuove l’interiorità di ogni persona nel suo sviluppo umano e spirituale. Essa intuisce che la tradizione è luogo di trasmissione di ciò che è già e di creazione di ciò che non è ancora, in ascolto delle profondità dello Spirito. Vedo nascere la mostra LAB.ORANDO mentre assisto e accompagno il venire alla luce di Alessia, la giovane di 31 anni che il 19 marzo è entrata a far parte della nostra comunità agostiniana, nel monastero Sant’Antonio di Padova di Pennabilli. L’occasione dell’allestimento della mostra è la Summer School, vissuta dal 30 giugno al 2 luglio 2023: LAB.ORA. Lavorare lavorarsi, via di pace, evento formativo dedicato all’approfondimento del “lavoro” come dimensione umana e spirituale fondamentale per ogni uomo e donna e che, per questo, fa risuonare corde profonde anche della vita monastica. Alessia desidera partecipare alla Summer, raccontando il lavoro antico del monastero in cui inizia ad abitare e quello dei monasteri agostiniani che si rendono disponibili ad essere visitati e intervistati da lei: Urbino,
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Sigillo, Montefalco. Perché? Per conoscere ancor più profondamente la casa antica che è il monastero, a partire dalla propria contemporaneità; per far conoscere il mondo del lavoro monastico femminile che, per la marginalità che caratterizza la stessa vita monastica, resta un “mondo fuori dal mondo.” La passione con cui Alessia si butta in quest’avventura è travolgente e letteralmente sconvolge gli spazi della casa! Lei che conosce bene il mondo del lavoro e del lavoro tecnicoartistico come cine-operatrice, che conosce i ritmi incalzanti e le esigenze totalizzanti di un lavoro specializzato come il suo, è conquistata da un’intuizione: il primo lavoro è lavorarsi. La vita comune che incontra e che le racconta di Dio, la riporta alla necessità di un lavorio su di sé e dentro di sé per poter vivere con gli altri. Qui inizia per lei il vero lavoro, quello che dona senso alla fatica, che dà avvio e ritmo al tempo della sua vita. Sarà proprio questo il “filo rosso” della mostra LAB.ORANDO, proposta come percorso a tappe in cui vivere un’esperienza immersiva: l’intreccio indissolubile tra lavorare e lavorarsi, intessuto nelle profondità della quotidianità della vita monastica, in cui il dovere del lavoro si impasta con il diritto gratuito alla creatività. Dopo aver focalizzato l’intuizione che farà da guida, ciò che imparo da Alessia è che, per iniziare a creare e a re-inventare l’antico nel nuovo, è necessario liberare gli spazi. Così possiamo iniziare a fare nuovi gli ambienti già conosciuti, collocandovi oggetti antichi e preziosi, ritrovati in tanti angoli e soffitte di casa. Inizia la prima tappa, la “casa nella casa.” Il desiderio è che ciascuno si senta accolto dentro la scenografia di un film, nello scorrere della pellicola della storia antica che si racconta davanti ai nostri occhi e ci fa specchiare in essa, instaurando un dialogo con la memoria e i ricordi del visitatore. In entrata, una piccola farmacopea-erboristeria, che richiama la preparazione di farmaci e la conoscenza delle erbe medicinali. Poi la distilleria e la cantina, dove si conservava il vino e i documenti che testimoniavano l’attività del forno antico, luogo in cui si scaldavano gli strumenti per fare le ostie, per le cialde o dove veniva cotto il pane. A seguire l’antico granaio, dove si depositava il grano portato dai contadini che avevano in affitto i poderi delle monache, e i documenti che testimoniavano l’attività di raccolta delle acque piovane con pluviometro nell’orto del monastero. Poi la stireria, la lavanderia e la cucina, con un tavolo allestito con strumenti di lavoro per la preparazione di biscotti e ostie. Nel centro della “casa nella casa” è collocato un piccolo tavolo, in cui è esposta una tombola realizzata a mano dalle monache. Essa ben racconta dello stile creativo con cui le comunità monastiche non solo lavorano, ma vivono la vita in tutte le sue dimensioni, comprese quelle gratuite del gioco e della ricreazione. Ogni giorno in monastero si dedica un tempo specifico alla ricreazione, per prendersi cura del lavoro creativo e prezioso che è lo stare insieme. In
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altre comunità agostiniane costruivano anche tamburelli e piccoli strumenti musicali per danze e momenti teatrali, in occasione di feste per la superiora del monastero.
della tradizione monastica, in particolare legati alla dimensione della preghiera, luogo di lavoro interiore, radicalmente esposto alla relazione con l’Altro.
La seconda tappa è strutturata come visita del laboratorio di cucito e tessitura, il lavoro principale della comunità monastica. Il telaio di fine ‘800 al centro della stanza domina la scena, abbracciato da altri strumenti come l’arcolaio, antiche macchine da cucire e di maglieria, il tombolo, strumento di lavoro tradizionale, usato per la realizzazione di pizzi e merletti. Decorano e colorano la stanza anche numerose opere tessute con perline e fili pregiati d’oro e d’argento, destinate ad un uso liturgico (paliotti, paramenti sacri). L’approfondimento della conoscenza del funzionamento degli strumenti che via via si preparavano per l’allestimento, ci ha fatto scoprire che il lavoro della tessitura, con la lunga preparazione dell’ordito, il paziente intreccio dei fili, la complessità della trama tessuta, procedeva secondo un ritmo lento ed interiore, fatto di battute e di pause, in analogia con il ritmo quotidiano della vita monastica. Un “tempo nel tempo” in cui il tessere chiede di lasciarsi tessere a propria volta.
Questo momento contemplativo desidera abbracciare e concludere il percorso della mostra, mentre invita ciascun visitatore ad una ricerca continua di sè stesso dentro la storia. La tradizione monastica custodisce e incoraggia tale ricerca affinché, sempre più radicati nel “tempo di ieri,” si diventi sempre più liberi di sporgersi verso il futuro, verso la novità con cui la storia ci viene incontro. In questo modo la mostra mette in dialogo e fa incontrare la storia della comunità monastica con la storia di chiunque si avvicina, curioso di conoscere: questa conoscenza reciproca è, in fondo, lo spazio in cui possiamo tessere l’opera d’arte più creativa della vita, le nostre relazioni.
Infine la terza tappa, che accoglie ciascun visitatore e lo invita a sostare in compagnia di sé stesso mentre ripercorre i luoghi della mostra che ha attraversato, avvolto dalle melodie dei canti liturgici del passato che giungono dal coro antico della chiesa del monastero. Anche il canto e la musica, infatti, sono luoghi di espressione artistica e creativa
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Lo straordinario nell’ordinario Elena Buia Rutt Elena Buia Rutt è poetessa, traduttrice e critica letteraria. Per maggiori informazioni su di lei, visitate il nostro sito web.
Ho iniziato a scrivere poesia proprio quando ero incinta, perché non avevo parole per esprimere lo stordimento, lo sbigottimento di quest’esperienza. La poesia è nata in me come l’unico linguaggio capace di cogliere, balbettare la potenza della vita che improvvisamente mi investiva e mi superava. La mia poesia è nata e proseguita dunque attraverso la contemplazione della realtà quotidiana: una torta di compleanno, il sonno dei bambini, un cane ferito, un circo di periferia rappresentano quel “mondo in un granello di sabbia” racchiuso nel celebre verso di William Blake. Ed è così che quella vita “di tutti i giorni,” fatta di contraddizioni, relazioni, legami, paure è capace di dischiudere all’improvviso significati nuovi e inaspettati; ed è così che quella quotidianità umile, intrisa di spiritualità e ricca di affetti, è capace di farsi “evento.” Il verso scaturisce da uno sguardo che, fissando l’usuale in un tempo sospeso in cui si interrompono le attività ordinarie, mette insieme parole dotate di significato nuovo: un significato fino a quel momento sconosciuto a me stessa. A volte è proprio dall’immobilità, dall’ottundimento della fatica che, quasi per reazione, quasi per riscatto, si innesta la scintilla che apre la porta a una dimensione creativa e spirituale.
In questa contemplazione della quotidianità, lo straordinario emerge dall’ordinario, mostrando come l’affinità tra linguaggio religioso e linguaggio poetico sia dovuta al loro dimorare nelle profondità dell’esperienza umana, rasentando i confini del dicibile e venendo alla luce grazie alla creatività. Questa poesia nasce da un momento di frustrazione: dalla percezione della “presenza di un’assenza.” L’assenza di Dio, sepolto dalla fatica della vita quotidianità. Basta però una diversa angolatura dello sguardo a far sì che il pulviscolo atmosferico della stanza appaia come una neve, piovuta dal cielo come dono proprio per me.
Lo spazio di Dio In questa casa ultimamente nessuno più parla di Dio. Eppure a volte all’improvviso tirando da puledri la macina dei giorni si apre nel silenzio uno spazio d’aria che quando lo attraversi sorridi piano come nevicasse.
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Questa poesia l’ho scritta quando ero in alta montagna e il vento fortissimo mi spaventava. La mente allora è corsa all’esperienza di Etty Hillesum che ha avuto il coraggio e il grande cuore di abbracciare il suo destino e di non sfuggire al male che aveva ricevuto in sorte. Etty, una ragazza ebrea olandese, salì sul treno per Auschwitz con la sua famiglia per “portare la luce” al suo popolo. Etty si è fatta carico del male e lo ha trasformato in bene. Il suo esempio non mi abbandona più.
Il vento (Per Etty Hillesum) Non c’è mare: ma questo vento lo sento tornare, gonfiarsi, caricare. Non c’è riparo: se non a braccia aperte farsi cima o scogliera e quando il vento trafigge placarlo grata nell’abbraccio. Con le ali giunte ancora immobile la farfalla sulla mia schiena.
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Un Unico Accordo O Dio, nostro Creatore, Tu, che ci hai fatto a Tua immagine, donaci la grazia di essere accolti nel cuore della Tua Chiesa. R: In un unico accordo, preghiamo. Gesù, nostro Salvatore, Tu, che hai ricevuto l’amore delle donne e degli uomini, cura ciò che ci divide, e benedici ciò che ci unisce. R: In un unico accordo, preghiamo. Spirito Santo, nostro Consolatore, Tu, che guidi il nostro lavoro, provvedi per noi, come noi ti chiediamo di provvedere per il bene di tutti. R: In un unico accordo, preghiamo. Maria, madre di Dio, prega per noi. San Giuseppe, resta accanto a noi. Divina Sapienza, illuminaci. R: In un unico accordo, preghiamo. Amen. www.magdalacolloquy.org
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With One Accord (Un unico accordo), musica originale composta dal Dr. John Paul Farahat per l’intervista di Magdala ed eseguita da Emily VanBerkum e John Paul Farahat
Bibliografie Fili che Legano: Martine Gilsoul A. Bonaguro, M. Dell’Asta, G. Parravicini, Vive come l’erba... Storie di donne nel totalitarismo, La casa di Matriona, Milano 2015, p. 71-74. R. Sennett, Ce que sait la main. La culture de l’artisanat, Albin Michel, Parigi 2010. Adorazione e Ispirazione: John Dalla Costa Simone Weil, Awaiting God [L’attesa di Dio] (Abbotsford, B.C., Fresh Wind Press, 2012) p. 22. Joseph Ratzinger, Feast of Faith (San Francisco, Ignatius Press, 1986) p.150. Pope Francis, Evangelii Gaudium, Città del Vaticano, 24/11/ 2013, https://www.vatican.va/content/francesco/ en/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html, 117.
Immagini presenti in questo numero: Copertina: “Messaggero d’amore” di Marie Spartali Stillman (1844-1927). Page 5 “Donna che cuce” di August Macke (1887-1914). Page 8 “Il narratore” di Hugues Merle (1822-1881). Page 10 “Ostensorio nella cripta della Chiesa di San Giustino, Umbria” (foto di John Dalla Costa).
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In questo numero Copyright © 2023 Parrocchia di San Basilio, Toronto, Canada Per contattare la redazione scrivere a editor@magdalacolloquy.org ISSN 2563-7940 EDITORE Morgan V. Rice CSB. CAPOREDATTRICE Lucinda M. Vardey REDATTORE ASSOCIATO Emily VanBerkum TRADUTTRICE ITALIANA Elena Buia Rutt COORDINATORE DI PRODUZIONE Michael Pirri RESPONSABILE AMMINISTRATIVO DI PROGETTO Margaret D’Elia
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