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Un Unico Accordo: La liturgia

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Un Unico Accordo

La liturgia Volume 2, Numero 3

Estate 2022

CONTENUTO EDITORIALE Lucinda M. Vardey RI-SCOPRIRE LA LITURGIA Emily VanBerkum intervista l’arcivescovo Durocher ELEMENTI ESSENZIALI DEL RITO Lucinda M. Vardey and John Dalla Costa LITURGIA E MINISTERO PASTORALE ONLINE Morgan V. Rice CSB SOSTENERE LA PAROLA NELL’ARTE Elena Manganelli O.S.A. LA LITURGIA DELL’AGRICOLTORE Michael Martin PRIMO ATTO DI COMUNIONE Maria Clara Bingemer LIBRI D’INTERESSE Caterina Ciriello

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Editoriale Lo scrittore e teologo artistico inglese, Caryll Houselander, ha scritto che “La liturgia esprime ogni passione, ogni emozione, ogni esperienza del cuore umano. È il canto del mondo intero.” Questa idea di canto ricorda quella del teologo tedesco Romano Guardini, che ha spiegato che la liturgia non è un mezzo per raggiungere un obiettivo, ma è “l’obiettivo in sé.” È la preghiera della Chiesa universale in cui il popolo di Dio partecipa all’opera di Dio (cfr. Catechismo 1069). Nell’intervista di Magdala che apre questo numero, l’arcivescovo Durocher afferma che la Messa, in quanto liturgia più riconosciuta, non è uno spettacolo, ma un’opera teatrale per Dio, in cui viene proclamato e celebrato il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo, permeare gli spazi sacri) richiede una cura affinché “i fedeli esprimano il mistero di particolare e un’attenzione personale alle Cristo nella loro vita e lo manifestino agli componenti essenziali. altri” (Catechismo 1068). La liturgia ha una grande applicazione nella pratica della preghiera e della devozione. Pregare insieme “in unico accordo” nella Chiesa primitiva sembra aver stabilito una proto-liturgia della Parola, quella che viene anche chiamata Liturgia delle Ore o Ufficio Divino. Praticate ancora oggi nelle comunità religiose, nelle parrocchie e a livello individuale, le “Ore” offrono una disciplina quotidiana con le Scritture e i Salmi, spesso cantati. L’eticista, John Dalla Costa. affronta il tema della necessità di un linguaggio non esclusorio nella recita di questi. L’arte liturgica, sia essa permanente (come l’ambone della Maddalena di Elena Manganelli nel Duomo di Siena) o temporanea (come la disposizione dei fiori e gli altri preparativi necessari a

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Ma l’esperienza della liturgia non deve necessariamente limitarsi alla Chiesa, alla Messa o al breviario. Padre Morgan Rice racconta una nuova forma di Liturgia della Parola via Zoom, mentre il filosofo Michael Martin ci accompagna nel calendario liturgico della sua fattoria. La teologa brasiliana, Maria Clara Bingemer, presenta il mistero pasquale portato alla vita tramite la fisicità femminile, e la scrittrice, Caterina Ciriello, recensisce il nuovo libro di Angela Maria Lupo “La donna e il femminile di Dio nell’Antico Testamento.” Lucinda M. Vardey Caporedattrice

La liturgia è vivere ed esistere davanti a Dio.

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Romano Guardini

(Lo Spirito Della Liturgia)


Sua Eccellenza Paul-André Durocher è attualmente

arcivescovo di Gatineau in Quebec, Canada. Formatosi nel campo della musica, della teologia, dell’educazione e del diritto canonico, la sua ricerca si è concentrata sulla riconciliazione della comprensione tradizionale del funzionamento dei sacramenti con i recenti progressi delle filosofie del linguaggio. Dopo essere stato pastore in parrocchie bilingui, ha ricoperto in varie diocesi incarichi di educazione alla fede, formazione liturgica e pastorale giovanile, oltre che di insegnamento della teologia. Dopo aver conseguito la laurea in teologia dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, è stato nominato vescovo. Ex presidente della Conferenza canadese dei vescovi cattolici, ha fatto parte della Commissione dottrinale e della Commissione per la liturgia e i sacramenti per il settore francese. È stato nominato delegato canadese al Sinodo della Famiglia del 2014 e da Papa Francesco al Pontificio Consiglio della Cultura. Ha recentemente completato il mandato di delegato episcopale al dialogo ebraicocattolico canadese ed è stato nominato membro del Comitato permanente per il ministero responsabile presso la Conferenza canadese dei vescovi cattolici. Tutt’oggi continua a comporre musica liturgica.

Ri-scoprire la liturgia Emily VanBerkum intervista l’arcivescovo Durocher Emily

VanBerkum

è redattrice associata di Un Unico Accordo. Per maggiori informazioni su di lei, visitate il nostro sito web.

Emily VanBerkum In che modo la comprensione delle radici ebraiche della liturgia cattolica ci aiuta ad apprezzare questo principale culto pubblico della nostra Chiesa? Arcivescovo Durocher Le radici ebraiche della nostra liturgia sono legate ai testi sacri. La nostra fede si fonda sulla vita e sul ministero di Gesù e della Chiesa primitiva, che erano ebrei. Per esempio, Gesù prende il pane e il vino e dice “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”: cosa intende dire? È una comprensione molto ebraica del corpo e del sangue. Il contesto è il banchetto pasquale - e quindi il suo

significato. Il sangue dell’alleanza eterna è radicato nell’esperienza ebraica. EVB In che modo la riflessione contemporanea sul linguaggio e sul simbolismo arricchisce la nostra esperienza della liturgia? AD Il simbolismo è probabilmente il tipo di linguaggio più potente che abbiamo per affrontare la realtà. Tommaso d’Aquino diceva che un sacramento é un segno (simbolo) che fa accadere qualcosa. Il potere dei simboli ci influenza in un modo che le parole non possono fare. Per esempio, in una situazione tragica, come l’incontro con qualcuno che ha perso una persona cara, l’unico modo che abbiamo per parlare al suo dolore è con un abbraccio. EVB Quanto è importante includere il linguaggio, la pratica e la partecipazione della liturgia in culture diverse? AD

È

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estremamente

importante.

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L’inculturazione della liturgia è una delle grandi sfide della Chiesa. Come possiamo mantenere l’unità della fede e permettere che questa fede venga espressa nei diversi linguaggi culturali? Credo che non sia corretto mantenere tutto uguale nel mondo. Le radici ebraiche devono essere espresse in un modo che riesca a parlare direttamente alle persone di oggi. Per esempio, un missionario oblato nell’Artico mi ha raccontato di aver sostituito le parole “agnello di Dio” in una comunità Innuit con “piccola foca di Dio” perché gli Innuit non avevano mai fatto esperienza di cosa fosse un agnello. La foca per loro incarnava la stessa innocenza e vulnerabilità. Così hanno sostituito “Piccola foca di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.” È un linguaggio con cui possono identificarsi. EVB Come suggerisce di passare a un modo di pregare più partecipativo e unito tra clero e laici? Per esempio, lei ha chiesto che le coppie sposate facciano le omelie. AD Per me è capire cosa stiamo facendo come popolo nella liturgia. Tendiamo ad andare alla liturgia così come andiamo al cinema o a teatro: andiamo come spettatori, come pubblico. L’azione è lassù sul palco e speriamo che ci risollevi l’animo e ci comunichi qualcosa. Dobbiamo cambiare questa passività. Dobbiamo capire che non ci sono spettatori nella liturgia, l’unico spettatore è Dio. Dio è il pubblico. La liturgia è mettere in scena una rappresentazione sacra per Dio. Coinvolge tutti noi, il sacerdote che presiede, i lettori, i coristi, la congregazione, il popolo di Dio. Questo è il significato di venerare Dio in Chiesa. Partecipiamo alla liturgia perché Dio è la fonte di tutto, così possiamo fare qualcosa offrendo la celebrazione a Dio. Al Sinodo sulla famiglia del 2014 ho

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suggerito che le coppie sposate abbiano un ruolo maggiore nel vivere il sacramento del matrimonio, parlandone all’interno della liturgia. Questo arricchirebbe l’intera comunità. Dobbiamo cambiare la nostra idea della predicazione affidata solo a un sacerdote o a un diacono. EVB L’etimologia della parola “liturgia” significa opera del popolo. AD Ha assolutamente ragione. EVB Con il calo delle presenze giovanili in chiesa in tutto il mondo e la diminuzione dell’interesse e dell’impegno sacramentale, come suggerisce di rendere le liturgie più rilevanti per i giovani? AD Non sono solo i giovani a essere alienati, ma molti altri segmenti della popolazione. Direi che uno dei nostri problemi è che abbiamo puntato tutto su una sola carta. L’unica liturgia che abbiamo nelle parrocchie è la Messa. Ci chiediamo come possiamo aggiustarla, per renderla più rilevante. La mia risposta è sviluppare altri tipi di culto comunitario con le persone che di solito non partecipano alla Messa. Gesù e i suoi discepoli hanno pregato insieme per tre anni prima di celebrare l’Ultima Cena. Ma come hanno fatto? Molte persone non sono pronte ad assorbire il pieno significato teologico e spirituale dell’Eucaristia, il che va bene, ma come indirizzarle prima? Una volta, da sacerdote, mi è stato chiesto di spiegare la Messa ai bambini di una scuola elementare. Ho suggerito di avviare i bambini al silenzio e alla contemplazione, a stare in silenzio, a riflettere su una parola o a prestare attenzione a se stessi e all’ambiente circostante, insegnando loro la capacità di stare seduti in silenzio come gruppo. Sono stati introdotti degli esercizi, così quando arrivavano a Messa, facevamo il nostro esercizio di silenzio. È

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stato incredibile, ha introdotto un senso di preghiera comune in chiesa. Questo ci riporta ancora una volta al simbolico. Dobbiamo inventare altri modi di pregare. Dobbiamo ampliare il nostro linguaggio liturgico. EVB Quali sono i suoi pensieri e le sue raccomandazioni alla Chiesa riguardo al diaconato femminile? E come pensa che la Chiesa possa essere arricchita offrendo più ministeri paritari alle donne? AD Se diciamo che nel matrimonio la donna è una compagna uguale all’uomo, dobbiamo incarnare questo concetto anche nella vita della Chiesa. Non possiamo essere solo parole e niente fatti. Non possiamo aprire i nostri uffici amministrativi e dirigenziali nelle nostre diocesi e nella Curia alle donne per assumere ruoli di leadership? Papa Francesco ha già iniziato a farlo, come anche molti di noi nelle nostre diocesi. Per quanto riguarda il diaconato, la Commissione teologica internazionale ha lasciato la questione aperta al Magistero da decidere. La mia raccomandazione è di discuterne in un forum più aperto. Perché il processo deve essere fatto in segreto? Nella Chiesa sinodale, dove ci riuniamo per imparare gli uni dagli altri, è doveroso portare questa questione alla luce del sole. Le donne hanno bisogno di predicare. Abbiamo bisogno di sentire le voci delle donne nelle nostre comunità. E questo non sarebbe solo forte e motivante per le donne, ma anche per gli uomini. C’è una povertà nella Chiesa quando non sentiamo predicare le donne. Trovo che le donne mi aiutino ad affrontare un testo in un modo a cui non avrei mai pensato. Sarebbe un arricchimento per la Chiesa se creassimo questo spazio per un maggiore coinvolgimento delle donne. Nel Vangelo di Marco ci viene detto che le donne svolgevano il loro ministero per Gesù; è la parola che usa Marco. Se lui ha detto questo, allora le donne possono svolgere il ministero anche oggi, non solo nella nostra Chiesa, ma anche nel mondo, in modo meno autoreferenziale, aperte a chi soffre e testimoni dell’amore di Dio. L’intervista completa è disponibile in inglese:

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Elementi essenziali del rito Lucinda M. Vardey è la in una sinfonia di colori, abbinamenti e caporedattrice di Un Unico consistenze. Accordo. Per maggiori I fiori sono la musica silenziosa dell’altare e i informazioni su di lei, canti sono i loro profumi. visitate il nostro sito web. Affinché qualsiasi rito acquisisca significato, affinché sia efficace e duraturo, e affinchè contribuisca a un’esperienza di trascendenza, i cinque sensi devono essere non solo risvegliati, ma anche coltivati nella partecipazione. Per via che questo accada, la preparazione necessaria è molto più lunga del rito stesso. Affinché lo spazio sacro rifletta la cura riservata alla presenza di Dio, l’attenzione ai dettagli è essenziale. È una pratica di dono, di fare del proprio meglio, per quanto invisibile, come lucidare gli inginocchiatoi, panche e pavimenti, o, più facilmente riconoscibile, come la musica provata, suonata e cantata. Nel caso dell’altare stesso, il movimento naturale di un bel panno inamidato è vitale tanto quanto l’accompagnamento di fiori freschi. Ho imparato a sistemare i fiori in chiesa grazie a mia madre. Faceva a turno con altre tre donne, quindi ogni quarta domenica del mese era il suo turno. Mentre l’aiutavo, mi spiegava i dettagli della realizzazione di una composizione, l’importanza dell’altezza, su dove posizionare le foglie, sulle erbe secche o sull’edera che sarebbero scese lungo i pilastri. Posizionava i fiori per ultimi, facendo un passo indietro a ogni inserimento e spostandoli finché non si univano in maniera naturale

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Ricordo che una Pasqua a New York rimasi scioccata dall’abbondante profumo di gigli bianchi che ricopriva le molteplici colonne della Cattedrale di San Patrizio sulla Quinta Strada. La loro vista, il tocco della loro dolcezza pervasiva, la delicatezza della loro presenza, riflettevano la delizia del Creatore portato dai campi per dare lode e gloria a Cristo risorto. Essendomi occupata dei fiori di chiesa in molte parrocchie, il mio ultimo incarico, che fu il più gratificante e rivelatore, fu in una grande parrocchia del centro. Alcuni di noi formarono quello che chiamammo “il ministero dei fiori,” dove alcuni aiutavano con le composizioni e altri con la manutenzione e l’annaffiatura durante tutta la settimana. Per le composizioni fresche, ogni fine settimana ero aiutata da una parrocchiana di nome Rose, che era desiderosa di assorbire la saggezza sull’altezza, la disposizione delle foglie e altri aspetti estetici essenziali per decorare lo spazio dell’altare. Rose era una donna di grande fede e, mentre pulivamo i vasi e preparavamo la spugna verde per fiori in Sacrestia, parlavamo di Dio o condividevamo alcune idee dei santi. Dopo qualche settimana, notammo che i fiori riflettevano i temi delle nostre conversazioni, invitandoci a diventare

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più rispettose e silenziose mentre lavoravamo. Il nostro atteggiamento cambiò, passando dall’impegno di decorare l’altare, all’offerta del nostro lavoro come servizio per la lode e la gloria di Dio e l’amore di Gesù. In quel momento successe qualcosa che Rose definì come il mistico nel mistero, mentre lo Spirito guidava le sistemazioni e le scelte. I parrocchiani notarono una differenza, così come anche noi, esprimendo come i fiori aiutassero la loro preghiera e la loro devozione.

Qualcosa di intangibile qui e qualcosa di intangibile là e tuttavia chiaramente l’uno si sovrappone all’altro e può essere usato per accedere all’altro, non attraverso una scelta arbitraria e un confronto sistematico, ma nell’esperienza simbolica che si sforza di creare connessioni primitive e trova così una figurazione necessaria per ciò che è concettualmente inesprimibile. Edith Stein

(Scienza Della Croce)

John Dalla Costa è un eticista, teologo e autore di cinque libri. Per maggiori informazioni su di lui, visitate il nostro sito web. Una delle responsabilità che condividiamo nella preghiera è quella di sottoporre a un esame etico minuzioso le parole che usiamo per entrare in dialogo con Dio. Nel suo libro La Preghiera Contemplativa, il teologo svizzero del XX secolo, Hans Urs von Balthasar, ha osservato che la comprensione e la conversazione con Dio “devono essere alla base del linguaggio di Dio.” Parte della nostra preoccupazione etica deve quindi essere quella di confrontarsi con questa grammatica santa eppure insolita, mettendo in discussione le parole che ci sono familiari, per assicurarci che abbiano un’origine autentica in Dio e che ci facciano attenere alla volontà di Dio. Un secondo motivo per esaminare la preghiera con una coscienza etica è quello di penetrare gli strati dell’interpretazione culturale, o pregiudizio, che possono oscurare fin troppo facilmente il codice sorgente della comunione con Dio. Fin dai tempi di Sant’Agostino, la Chiesa ha professato “lex

orandi, lex credendi,” confermando che “la legge della preghiera è la legge della fede.” Poiché la dottrina è figlia della devozione, dobbiamo fare attenzione che le parole che pronunciamo esprimano la rivelazione di Dio piuttosto che le nostre preferenze o presunzioni. Per esempio, l’alleanza di Dio con Abramo non gli venne conferita eccezionalmente. Avvenne con, e attraverso, Sara. Ricordiamo che nel libro della Genesi Dio cambiò i nomi di entrambi nello stesso momento. E quando Abramo cercò di reindirizzare la promessa dell’alleanza verso Ismaele—il figlio a cui aveva dato vita insieme ad Agar— Dio rispose: “No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco. Io stabilirò la mia alleanza con lui come alleanza perenne, per essere il Dio suo e della sua discendenza dopo di lui” (Genesi 17,19-20). Perché questo dettaglio è importante? Almeno due volte al giorno nella Liturgia delle Ore, quando si recita il Benedictus alle Lodi e il Magnificat ai Vespri, i partecipanti ricordano il “giuramento” e la “promessa” fatti ad Abramo. Sebbene sia indispensabile per Dio e per l’alleanza di Dio, Sara ne è esclusa. Omettendo

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Sara, queste preghiere delimitano, alterano o reindirizzano direttamente la fede. L’alleanza che Dio generò tramite una coppia viene invece ricordata nelle ripetute preghiere quotidiane come un’eredità singolare e maschile.

LE PAROLE CREANO MONDI Nella Genesi, Dio non crea immaginando o costruendo, ma facendo scaturire la creazione “dalla terra informe e dalle tenebre” (Genesi 1,2). L’evangelista Giovanni riprenderà in seguito questo motivo di santità linguistica per introdurre l’incarnazione come “il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Il linguaggio è prezioso perché è la base della comunione e della comunicazione. Con le parole noi ascoltiamo e siamo ascoltati. Con le parole, otteniamo sia il potenziale di comprensione che le possibilità di significato. Che cosa fa alla nostra immaginazione come Chiesa, e alla nostra vocazione come discepoli, il continuare a dare priorità ingiustificata ad Abramo e ai padri e ai fratelli e ai figli? Possiamo noi, con la coscienza e la consapevolezza di oggi, continuare a pregare per eliminare le stanche esclusioni e il linguaggio sessista che pervadono le traduzioni bibliche e i breviari? Queste domande sono emerse in termini molto pratici quando un gruppo di noi si stava preparando a introdurre la Liturgia delle Ore nella nostra parrocchia. Con un solo sacerdote a disposizione, è stata presa la dolorosa decisione di interrompere la messa serale nei giorni feriali e la messa mattutina il sabato. Affidataci la responsabilità di pregare i Vespri e le Lodi per sostituire l’Eucaristia, ci siamo rivolti al breviario per apprendere la forma e le preghiere. Se da un lato siamo stati colpiti dall’intensità dei salmi e delle intercessioni, siamo anche rimasti scioccati da quanto paternalistico e sessista fosse il linguaggio patriarcale. Non è un caso che a Dio ci si è sempre rivolti con pronomi maschili. Ma, in modo sconcertante, coloro di noi che pregavano, e coloro per i quali stavamo pregando, erano compresi sotto il genere di “uomo.”

In un tipico arco di tre giorni di liturgie, dobbiamo leggere o cantare: “I figli di Sion si rallegrino del re.” “A te devono venire tutti gli uomini, perché siamo peccatori.” “Che cos’è il figlio dell’uomo perché tu ti prenda cura di lui?” “Lo hai creato ma un gradino in meno degli angeli.” “Hai messo tutto sotto i suoi piedi.” “Apri i nostri occhi e i nostri cuori ai nostri fratelli oggi.” Riflettendo su questo linguaggio, la scrittrice e studiosa, Phyllis Zagano (che è stata membro della Commissione papale per lo studio del diaconato femminile) scrive: “Questo deve finire. Deve finire perché le piccole ferite della lingua si accumulano fino a quando l’intera

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conversazione muore e le persone che possono ascoltare non sentono più ciò che viene detto. Deve finire perché le persone che hanno bisogno di aiuto, i poveri affamati che abbracciano questo pianeta malato, i migranti e i senzatetto, i malati e i fragili, tutti questi sentono una voce in meno che si leva a loro nome.” 1 Come molti altri ordini religiosi femminili, nella nostra parrocchia abbiamo deciso di preparare una versione molto più inclusiva delle Lodi e dei Vespri. Abbiamo fatto del nostro meglio per rivolgerci a Dio come Dio, e per evitare le trappole linguistiche che hanno ostacolato e rovinato Fratelli Tutti prima che l’inchiostro usato nel 2020 si asciugasse. Infine, abbiamo compiuto l’audace passo di elaborare il Benedictus e il Magnificat per includere Sara e anche Abramo. Ci siamo resi conto che stavamo calpestando le Scritture, ma abbiamo continuato per due ragioni fondamentali. Una è che la Chiesa stessa spesso omette i salmi e le letture nella liturgia per sottolineare particolari insegnamenti. L’altra è che la sintassi della grammatica di Dio, a nostro avviso, viene servita in modo migliore da una crescente inclusione che dal mantenimento di esclusioni ereditate. Bibliografia 1 National Catholic Reporter, USA, 29 ottobre 2020.

Morgan V. Rice, CSB è nato e cresciuto a Corpus Christi, in Texas, U.S.A. Ha studiato ingegneria meccanica all’Università della Virginia e in seguito ha lavorato per sei anni nel campo dell’ingegneria a Houston. Lì ha incontrato i Padri Basiliani della Parrocchia di Sant’Anna e ha iniziato a distinguere seriamente il sacerdozio e la vita religiosa. Ha servito come parroco associato presso la parrocchia di Santa Kateri Tekakwitha a Rochester, New York, per otto anni e attualmente è parroco della chiesa di San Basilio presso l’Università del Collegio di San Michele, Toronto, Canada. Padre Morgan sta completando il suo secondo mandato nel Consiglio generale dei Padri Basiliani ed è membro del Consiglio dei sacerdoti dell’arcidiocesi di Toronto. È anche l’editore di Un Unico Accordo.

Liturgia e ministero pastorale online Morgan V. Rice CSB Un insegnamento/ricordo fondamentale della Settimana Santa è il mistero pasquale. Mentre la morte e la risurrezione di Gesù hanno cambiato la storia introducendo per noi la possibilità di una vita eterna, il mistero pasquale ha cambiato il modo in cui affrontiamo le varie “morti” che incontriamo durante la nostra vita terrena. Abbiamo la speranza che, pur dovendole affrontare, possiamo guardare al futuro verso un rinnovamento che va oltre la nostra immaginazione. Uno dei tanti modi in cui abbiamo sperimentato la morte è stato attraverso gli effetti della pandemia di Covid-19. Anche se perdura, sono sorte nuove opportunità. A marzo 2020 a Toronto, le Messe pubbliche sono state cancellate e le chiese completamente chiuse a causa della rapida diffusione del virus Covid. Le parrocchie si sono trovate a dover capire

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cosa fare per soddisfare i bisogni spirituali dei parrocchiani che non potevano più riunirsi di persona, e nemmeno entrare in chiesa per pregare separatamente. Di conseguenza, noi della parrocchia di San Basilio, come molte altre parrocchie, abbiamo iniziato a utilizzare piattaforme online come Zoom, che fino a quel momento non era mai stato uno strumento di ministero usuale. Tuttavia, era giunto il momento che Zoom diventasse un termine comune e un modo per collegare più famiglie in modo sicuro contro il Covid. (In questo articolo, il termine “Zoom” sarà usato per rappresentare la varietà di piattaforme online esistenti). Molte parrocchie hanno iniziato a offrire online ciò che noi cattolici apprezziamo tanto: una Messa in diretta streaming o su Zoom. Poiché erano disponibili così tante opzioni per la Messa in TV o online, ci siamo chiesti se ci fosse qualcosa di nuovo ed eccitante che la parrocchia di San Basilio potesse offrire attraverso i prodigi di Zoom e l’ispirazione dello Spirito Santo. Da qui è nato Il Raduno che considero un esempio di qualcosa di veramente vivificante scaturito dalla pandemia. Per molti versi, Il Raduno non era niente di nuovo: era una Liturgia della Parola. Ciò che lo rendeva diverso era il modo in cui veniva offerto. Poiché le restrizioni dovute alla pandemia stavano causando l’isolamento di molte persone, abbiamo cercato di offrire qualcosa che non solo nutrisse la fede dei parrocchiani, ma che creasse anche un senso di comunità. Su Zoom, i partecipanti potevano scegliere se accendere le loro videocamere durante la liturgia e farsi vedere (senza mascherine!) oppure se lasciarle spente mentre si univano insieme in preghiera. Settimana dopo settimana, tornavano molte delle stesse persone e si è iniziata a formare veramente una comunità online. Persone che non si sarebbero conosciute perché frequentavano Messe diverse o vivevano lontano dalla parrocchia, si sono conosciute e fidate l’una dell’altra. Un altro aspetto molto importante de Il Raduno è stato quello di fornire un formato in cui si potessero ascoltare più voci. In una Messa domenicale, solo un membro del clero tiene regolarmente un’omelia basata sui testi delle Scritture. Al Raduno, invece, abbiamo ascoltato anche donne e uomini, laici e religiosi, ognuno dei quali ha offerto una sua riflessione sul Vangelo della domenica. Hanno portato le loro esperienze di vita e prospettive, la loro formazione teologica e i loro diversi doni e li hanno condivisi con i presenti. Meravigliose, profonde, toccanti, impegnative, arricchenti e stimolanti sono solo alcuni dei termini con i quali descriverei queste riflessioni.

LA PARROCCHIA ESTESA Dopo Il Raduno, le persone potevano rimanere per l’”ora del caffè.” L’ora del caffè è diventata uno spazio per ascoltare ancora più voci attraverso la condivisione della fede e l’elaborazione di ciò che era stato condiviso durante la riflessione. Alcune persone erano a proprio agio nel condividere verbalmente o tramite la funzione della chat, mentre altre hanno semplicemente ascoltato. Alla fine abbiamo aggiunto un ulteriore tassello a questo incontro comunitario, offrendo la celebrazione dell’Eucaristia su Zoom dopo l’ora del caffè. Quando le chiese hanno iniziato ad aprirsi maggiormente e il virus sembrava diminuire nell’estate del 2021, abbiamo interrotto Il Raduno, ma la Messa su Zoom è continuata.

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Pur riconoscendo che una piattaforma online come Zoom non poteva sostituire gli incontri di persona, sorprendentemente ha permesso di realizzare alcune esperienze molto significative. Ha raggiunto l’obiettivo di formare una comunità quando le persone non potevano o non si sentivano sicure a riunirsi di persona. Zoom ha trovato spazio in altre aree del ministero parrocchiale, incluso nel modo in cui offrivamo il ministero dei bambini, la preparazione al battesimo, il corso pre-matrimoniale e il rito dell’iniziazione cristiana degli adulti (RICA). Ha reso la chiesa più accessibile a coloro i cui impegni e situazioni di vita avrebbero potuto impedire un maggior coinvolgimento e impegno nella chiesa. È stato incoraggiante sentire che persone interessate a convertirsi al Cattolicesimo stavano finalmente esplorando quel desiderio, perché potevano partecipare al RICA dalle loro case tramite Zoom. Mentre le restrizioni Covid continuano a essere rimosse e le persone, ancora una volta, si sentono a proprio agio nel tornare al culto di persona e alla partecipazione in parrocchia, in che modo le nostre esperienze degli ultimi due anni influenzeranno le possibilità del ministero in futuro? Una possibilità è legata al Sinodo sulla sinodalità, che mira a creare spazi e strutture dove la Chiesa possa ascoltare le speranze, i desideri, le sofferenze e le gioie delle persone. Il Raduno e altri ministeri che hanno utilizzato Zoom hanno dimostrato che le persone desiderano condividere le loro esperienze, in particolare quelle di fede, in uno spazio sicuro, e questo comprende anche le piattaforme online. Se vogliamo raggiungere le persone che sono restie a venire in chiesa, qualsiasi motivazione esse abbiano, Zoom permette di collegarci ad alcune delle cose che la chiesa può offrire, compresa un’esperienza di Cristo. Anche se le chiese dovessero tornare alle loro abitudini pre-Covid, credo che Zoom continuerà ad avere un ruolo vitale nella vita della comunità e nei suoi sforzi di evangelizzazione. La pandemia ci ha insegnato che abbiamo davvero bisogno di entrambi i tipi di connessione con le persone. La sfida sarà quella di trovare un equilibrio tra il ministero online e l’insostituibile incontro di persona nelle panche della chiesa o seduti al tavolo con una tazza di caffè e una brioche. Entrambi miglioreranno e rinnoveranno la Chiesa e daranno alle persone lo spazio per ascoltarsi l’un l’altro e condividere le proprie esperienze e i propri doni. Il mistero pasquale di morte e resurrezione è certamente entrato in gioco durante la pandemia di Covid e continuerà a manifestarsi. Vedremo solo la morte o vedremo anche la vita che sta nascendo da questa situazione? Lo Spirito Santo è la nostra guida per l’uso dei nostri doni e degli strumenti con cui condividerli. Forse strumenti come Zoom e gli altri che verranno, permetteranno il germogliare e il fiorire di nuove ed entusiasmanti opportunità di vita che Dio sta facendo nascere in mezzo a noi.

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Elena Manganelli O.S.A. è una scultrice e monaca agostiniana del

Monastero di S. Antonio da Padova (Pennabilli, Rimini, Italia). Nata a Siena, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze e con lo scultore senese Alberto Inglesi. Ha partecipato a numerose mostre e concorsi con alcune sue opere a Siena, Vienna, New York e Roma. Nel 2011 ha realizzato i pannelli per la Via Crucis presieduta da Papa Benedetto XVI. Nel 2016 ha completato l’ambone in bronzo della Maddalena al Sepolcro per il Duomo di Siena. Le sue opere più recenti sono l’altare maggiore della SS Annunziata a Siena e una serie di vetrate a tema mariano per il Santuario del Poggetto, a Ferrara. Attualmente sta proseguendo gli studi teologici presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano.

Sostenere la Parola nell’Arte Elena Manganelli O.S.A. Il corpo di Maria Maddalena conosceva il tocco divino, aveva ricevuto la promessa, ma dopo la morte di Gesù, quella Parola era morta in lei. Proprio come era successo a Gesù sulla croce. Tuttavia, la promessa è mantenuta, contenuta nella Parola, come un seme indomabile. Maddalena rimane al sepolcro, così come la sua mano rimane sul suo ventre, credendo contro ogni speranza che l’unica vita possibile per lei debba essere lì, nel suo grembo come nel corpo del suo amato. Sente il sepolcro dentro di sé come un’assenza, un vuoto, una perdita abissale, eppure qualcosa di inascoltato è promesso lì. La morte della Parola non è la morte della promessa. Essa è mantenuta dal Padre. L’abisso oscuro e risucchiante accanto a lei (nel corpo dell’angelo/padre) è rappresentato da una cornucopia vuota. La cornucopia colma dei frutti della creazione, è uno dei simboli di Cristo, qui, contenitore vuoto, rappresenta il Padre che riconoscendo nel sentire di Maria Maddalena il proprio sentire si presenta per primo a lei. Il Padre non può sopportare l’assenza causata dalla morte del Figlio, che è la morte di Dio in Dio. L’abisso all’interno di questa cornucopia costituisce il mistero, il mistero di Dio, il mistero

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dei legami che nella morte umana sembrano perdersi. È come se, raggiunta la profondità del dolore e della separazione umana, avessimo bisogno di attraversare la morte in Dio, una morte feconda perché fondata sulla fede e sulla fiducia. Per accogliere non solo la risurrezione di Dio, ma anche la risurrezione della propria carne, della propria vita, è necessario attraversare questo abisso. Quando la promessa stessa di Dio, che sembra definitivamente perduta quando il Verbo datoci da Dio per vivere viene visto morire, si spalanca un nuovo abisso. Dio ridà la vita a Gesù, e la annuncia e la ridà alla Maddalena nel giardino fuori dal sepolcro.

Michael Martin è uno scrittore, filosofo, poeta, musicista, cantautore,

redattore, direttore del Center for Sophiological Studies e agricoltore biodinamico nel Michigan, USA. Ha trascorso sedici anni come insegnante e maestro Waldorf e ha insegnato inglese, filosofia e teologia a livello universitario per oltre diciassette anni. Ha iniziato a fare l’agricoltore nel 1990 e attualmente alleva mucche da latte, api e altri animali e al tempo stesso gestisce un’orticoltura su larga scala con la moglie e alcuni dei suoi nove figli. Le sue poesie e le sue ricerche sono apparse in molte riviste. È direttore di “Jesus the Imagination: A Journal of Spiritual Revolution” e autore di molti libri, tra cui “The Submerged Reality: Sophiology and the Turn to a Poetic Metaphysics” (Angelico Press, 2015), “Transfiguration: Notes Toward a Radical Catholic Reimagination of Everything” (Angelico Press, 2018) e “Sophia in Exile” (Angelico Press, 2021). Il suo sito web è www.thecenterforsophiologicalstudies.com.

La liturgia dell’agricolotore Michael Martin Avrò avuto circa ventisei anni quando lessi per la prima volta “La messa sul mondo” di Teilhard de Chardin, un’opera di prosa immaginativa che mi commosse profondamente. Nel saggio Teilhard, un sacerdote nelle steppe dell’Asia privo di elementi eucaristici, come rifugio, decide di entrare nella liminalità della Creazione e di partecipare all’oblazione che è sempre in corso. Scrive: “Poiché ancora una volta, Signore... non ho né pane, né vino, né altare. Mi eleverò al di sopra di questi simboli, fino alla pura maestà del reale stesso; io, tuo sacerdote, farò di tutta la terra il mio altare e su di esso ti offrirò tutte le fatiche e le sofferenze del mondo.”1 Quando rileggo queste parole, dopo più di trent’anni, capisco più profondamente il significato sia del “reale stesso” che delle “fatiche e sofferenze” che ne derivano. Quella di Teilhard è una sensibilità profondamente sofiologica. www.magdalacolloquy.org 13


Spesso ho l’impressione che la gente pensi che io viva un’esistenza molto romantica, una vita pastorale racchiusa al di qua dell’Elisio. Non è affatto così. Ovviamente ci sono momenti—molti momenti, in realtà—in cui lo splendore sofiano risplende attraverso il mondo per rivelare l’aspetto esistente della Creazione, quando il trascendente diventa immanente, quando la luce del primo giorno risplende attraverso la luce del quarto. Ma ci sono anche giorni di lavoro e di sofferenza: giorni in cui piango la morte di una colonia di api, o in cui affronto l’allagamento del mio giardino o in cui curo un animale malato, o in cui mi sento frustrato perchè i nostri raccolti sono afflitti da gelate tardive o precoci o dalle devastazioni dei cervi. Non è un lavoro facile. L’agricoltura, semmai, ci mette in contatto con la precarietà e il valore della vita. Recentemente ho scritto una poesia in prosa che tratta questo argomento. Eccone un passaggio: Cinque primavere fa, mamma capra era troppo stanca per partorire il secondo dei suoi gemelli, così mi sono avvicinato al suo grembo, ho afferrato uno zoccolo e ho fatto nascere il piccolo. Tre anni dopo, l’ho macellato nella stessa stalla in cui era nato, ho trasformato la sua carne in macinato e cotolette, e ho dato le interiora ai maiali. La vita non era scomparsa, ma si è mossa attraverso... attraverso cosa? Attraverso la vita. La maggior parte delle persone esternalizza il proprio coinvolgimento nel dramma del nutrimento, ma l’agricoltore accetta il suo posto in questa danza liturgica: la capra viva e quella morta erano la stessa capra: l’ostetrica e il macellaio erano lo stesso agricoltore. L’agricoltore, come il sacerdote o il medico, è una persona che fa affari sia con la vita che con la morte e con la fragilità che riempie lo spazio tra le due, “la fragilità che richiede e quindi garantisce l’attenzione incessante di Dio.” 2 Questa fragilità, nella sua consapevolezza di Dio, non è altro, almeno per me, che una partecipazione al mysterion, un atto liturgico inconfondibile. Nell’emisfero settentrionale (dove vivo), il ciclo liturgico della fattoria rispecchia magnificamente il ciclo liturgico dell’anno della Chiesa. Dopo la relativa quiete che segue il Natale, quando Cristo è nato e il sole si è rinnovato, la fattoria sembra assopirsi: le mucche e le capre, cresciute con i loro piccoli, non vengono munte negli ultimi mesi della loro gravidanza, e ci sono pochissime uova da raccogliere: è una stagione di digiuno. Ma dopo la Candelora la natura dà chiari segni di risveglio: le galline, improduttive da dicembre, iniziano a deporre e anche l’ape regina, nel buio dell’alveare, riprende a depositare le sue uova. La stagione delle uova, degli agnelli e dei vitelli, seguendo la festa dell’Annunciazione e la sua promessa di fertilità

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divina, inizia prima della Pasqua e continua fino alla Pentecoste. In prossimità della festa di San Giovanni, le piante da giardino e le colture dei campi raggiungono il loro apice e poi cadono in una sorta di crescita caotica. Dalla festa del raccolto alla festa dell’Assunzione (Ferragosto), le feste del grano e dei fiori ci ricordano la conservazione, l’Eucaristia e l’incoronazione di Maria come Regina del cielo e del raccolto. A settembre, con la festa di San Michele, ci avviciniamo al raccolto finale, che sarà terminato poco prima del giorno di Ognissanti. Allora la fattoria appare quasi priva di vita e si entra di nuovo nella stagione della meditazione sulla morte, quando il compito è quello di preservare la vita del bestiame rimasto e di pianificare la prossima stagione di crescita. Memento mori, ma ricorda che vivrai nell’aldilà. Ma l’aspetto più sacramentale dell’agricoltura —e quindi il più liturgico—è che l’agricoltore partecipa in modo molto reale alla morte e alla risurrezione di Cristo. La vita liturgica della Chiesa è incentrata sull’Eucaristia; anche la vita liturgica della fattoria lo è. Non tutti gli agricoltori lo sanno, naturalmente. Per questo approfondimento mi rifaccio sia al filosofo e mistico austriaco Rudolf Steiner, che pensava che la salvezza operata attraverso la morte e la resurrezione di Cristo non fosse solo a favore dell’umanità, ma anche della creazione, sia al sacerdote e teologo ortodosso Sergei Bulgakov, che sosteneva una tesi simile. Per Bulgakov, “attraverso i preziosi flussi di sangue e acqua di Cristo che sgorgarono dal suo costato, tutta la creazione venne santificata.”3 Bulgakov conclude che la terra è quindi il Sacro Graal: il recipiente che ha ricevuto il Sangue e l’Acqua preziosi. Quest’idea ispira tutto il mio lavoro nell’agricoltura e, di fatto, nella vita. Infine, come dico spesso alle persone, l’agricoltura biodinamica è un’attività di resurrezione. È—o dovrebbe essere—un coinvolgimento intimo nel ciclo di morte e resurrezione che illustra il ciclo pasquale. L’agricoltore, quindi, ha l’obbligo di rigenerare il suolo e tutto ciò che lo abita, così come Cristo ha rigenerato e rigenera tutta la vita. Naturalmente, un’agricoltura che si affida a pesticidi tossici o ad altri mostri sintetici, che promuovono l’illusione di salute e di crescita (ma che non sono né l’una né l’altra) e che si affida alla modificazione genetica della nostra posterità agricola, non potrebbe che essere una blasfemia. Come si può fare una cosa del genere al Sangue e all’Acqua Santi? Io di certo non posso. Entrare in questa coscienza della fattoria significa entrare ancora una volta nel puro mistero del Reale stesso, nella vasta sofianicità del cosmo: Nelle sue mani siamo noi e le nostre parole, ogni sorta di conoscenza e ogni capacità operativa.

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Egli stesso mi ha concesso la conoscenza autentica delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza dei suoi elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, l’alternarsi dei solstizi e il susseguirsi delle stagioni, i cicli dell’anno e la posizione degli astri, la natura degli animali e l’istinto delle bestie selvatiche, la forza dei venti e i ragionamenti degli uomini, la varietà delle piante e le proprietà delle radici. Ho conosciuto tutte le cose nascoste e quelle manifeste, perché mi ha istruito la sapienza, artefice di tutte le cose (Sap 7,16-21). Bibliografia 1 Pierre Teilhard de Chardin, Hymn of the Universe (Harper & Row, 1965), 19. 2 Ellen F. Davis, Scripture, Culture, and Agriculture (Cambridge University Press, 2009), 27. 3 Sergius Bulgakov, The Holy Grail and the Eucharist, trans. Boris Jakim (Lindisfarne Books, 1997), 33.

Maria Clara Bingemer è stata per quasi quarant’anni docente di

Teologia fondamentale e Teologia di Dio presso la Pontificia Università Cattolica (PUC) di Rio de Janeiro, in Brasile. È stata anche Preside della Facoltà di Teologia e Scienze Umane. Dopo aver partecipato alla costruzione del Centro gesuita Loyola de Fé e Cultura (Centro Loyola per la Fede e la Cultura) presso la PUC di Rio, ne è diventata presidentessa. Codirettrice della Revista Eclesiástica Brasileira (REB), la più importante rivista teologica del Brasile, fa anche parte del comitato editoriale della rivista internazionale di teologia Concilium. Dal 2004 al 2008 è stata coredattrice del Journal of the American Academy of Religion (JAAR). É tra i fondatori della teologia della liberazione femminista in America Latina, e le è stata assegnata la cattedra brasiliana Fulbright Distinguished Chair in Democrazia e Sviluppo Personale presso il Kellogg Institute for International Studies dell’Università di Notre Dame, U.S.A. Attualmente è presidentessa dell’ALALITE (Associazione Latinoamericana di Letteratura e Teologia) e vicepresidente della SOTER (Società di Teologia del Brasile). I suoi libri sulla teologia trinitaria e latinoamericana sono stati tradotti in molte lingue e il suo libro su Simone Weil esplora la sua compassione e il suo misticismo.

Primo Atto di Comunione Maria Clara Bingemer Il recente emergere delle donne nel settore pubblico ed ecclesiale ha dato voce a nuovi modi di vivere e riflettere sull’esperienza di Dio. Le esperienze delle donne sono inseparabili dal loro corpo: esse presentano e rendono visibile la propria fisicità quando parlano del mistero di Dio e introducono una novità nella comprensione della vita spirituale e dell’azione dello Spirito di Dio nel mondo. Inoltre, lo stesso mistero di Dio, nel momento in cui incide e configura la fisicità sessuale delle donne, rivela altri aspetti dell’identità che arricchiscono il Popolo di Dio.

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Per esempio, le donne sono in grado di evocare e comunicare esperienze spirituali che spesso sono più difficili per gli uomini. Per esempio, parliamo di essere spose di Cristo, di vivere il matrimonio spirituale. E, cosa ancora più fondamentale, parliamo di essere fecondate dallo Spirito di Dio, dando un nuovo corpo al Verbo fatto carne, mediando così il mistero dell’Incarnazione nel mondo. Anche molti uomini nella storia del cristianesimo hanno vissuto questo tipo di esperienze in modo profondo e meraviglioso. Spesso sono coloro che hanno liberato la loro dimensione femminile, la loro “anima” nel loro rapporto con Dio. Molti di questi mistici e direttori spirituali hanno usato una varietà di termini linguistici per riferirsi alle esperienze offerte da Dio a ogni essere umano, come il compagno amorevole o “l’anima.” Ma queste descrizioni sono contemplate e sentite in modo più tangibile all’interno del corpo femminile.

PRESENZA AUTENTICA C’è una dimensione della vita cristiana in cui le donne emergono come soggetti privilegiati, ed è l’identificazione della loro fisicità con il sacramento dell’Eucaristia. È come un’espressione specifica della “transubstanziazione,” presenza autentica e comunione, il corpo e il sangue di Gesù, i tipi di pane e di vino dati al popolo come cibo e bevanda. Nutrire gli altri con il proprio corpo è il modo supremo che Dio ha scelto per essere definitivamente presente in mezzo al popolo di Dio. Il pane che spezziamo e condividiamo, che confessiamo essere il corpo di Gesù Cristo, ci introduce nel grande mistero della sua incarnazione, morte e risurrezione. È la sua persona data come cibo; è la sua vita corporea resa fonte di vita per tutti i cristiani. Le donne, per loro natura, hanno nella loro corporalità la possibilità fisica di comprendere tale azione divina eucaristica. Durante l’intero processo di gestazione, parto, protezione e nutrimento di una nuova vita, si ripete all’infinito il sacramento dell’Eucaristia, l’atto divino per eccellenza. L’intero dramma della salvezza, presente nelle parole e nei gesti di Gesù: “Prendete e mangiate; Questo è il mio corpo....questo è il mio sangue... per molti” (Matteo 26, 26-28) è presente e agisce nel corpo delle donne. Il corpo femminile, inoltre, dà e cresce immensamente nella vita degli altri. Si dà come cibo e nutre con la sua carne e il suo sangue le vite che ha concepito. È lo stesso corpo che si consuma e muore mentre coltiva la terra, lavorando nelle fabbriche e nelle case, mescolando nelle pentole e spazzando i pavimenti, tessendo e lavando i panni, organizzando riunioni, insegnando, svolgendo il ministero e portando avanti battaglie. Il corpo di una donna come Eucaristia, donato per la vita degli altri, e distribuito fisicamente, mangiato e bevuto dagli uomini e dalle donne di domani che continueranno lo stesso sforzo di pazienza e resistenza, dolore e coraggio, gioia e passione, vita e morte. Spezzare il pane e distribuirlo, fare la comunione nel corpo e nel sangue di Gesù fino a quando non tornerà di nuovo, significa che le donne oggi, soprattutto quelle che vivono nelle situazioni più povere e disagiate, riprodurranno e metteranno in atto simbolicamente, in mezzo alla società e alla comunità dei credenti, questo atto divino di abbandono e amore. Questo stesso atto

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permette agli altri di crescere nella pienezza della vita che verrà, di celebrare la festa della liberazione vera e definitiva. Oltre a portare il marchio dell’immagine di Dio, le donne nel mondo possono essere la vera “presenza cristica.” Possono rendere visibile in modo antropologico e unico il sacramento dell’amore che dà la vita “per molti,” per tutti. Tale modalità eucaristica di esistenza risuona non solo a livello personale—aumentando la devozione personale o stimolando la fede o il misticismo eucaristico—ma può avere connotazioni sociali, politiche e collettive molto profonde, serie e durature. Se le donne sospendono la loro forte e intima alleanza con la vita, che tipo di futuro può aspettarsi l’umanità? Se le donne cessano di portare negli spazi pubblici i loro dolori, le loro pene e le loro gioie, come può il mondo imparare a vivere, a piangere e a gioire?

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Libri d’interesse Caterina Ciriello Dio Padre e Dio Madre. Non tutti sono d’accordo nel considerare Dio anche sotto l’aspetto della maternità, forse per abitudine o convenzione, ma di fatto non può essere definito scandaloso pensare Dio nella sua accezione al “femminile.” Il titolo del nuovo libro di Angela Maria Lupo riprende proprio questo aspetto e si intitola: La donna e il femminile di Dio nell’Antico Testamento. Non è un semplice e usuale libro di esegesi biblica, ma molto di più: è il racconto dettagliato della donna come persona, che si muove all’interno del lungo racconto biblico, nella complicata storia della salvezza, quale essere senziente e capace di esprimere se stessa pur in situazioni non sempre facili, presentando al lettore qualcosa di inaspettato e bellissimo “quei tratti del volto femminile di Dio che, per troppo tempo, sono stati sottaciuti o perfino dimenticati.” In sette capitoli l’autrice presenta le storie di donne in-relazione con l’uomo, con Dio, con la vita, con la forza della sua debolezza, con la sua passione, con il dolore e con la sua parte Sapienza e Follia. Punto di partenza di questo meraviglioso viaggio del “femminile di Dio” è il libro della Genesi nel quale si mette in evidenza la “complementarietà” uomo-donna, la chiamata ad essere unità “sempre nell’accoglienza dell’alterità” per esistere veramente come immagine di Dio. E’ in questa dinamica che la donna diventa aiuto e protezione per l’uomo— Sara che accetta di passare per la sorella di Abramo pur di salvarlo dalla morte—benedizione e sacrificio nel caso di Rebecca, salvezza e sostegno nella storia di Zippora e Mosè. La donna, dunque, si presenta come colei che aiuta l’uomo a comprendersi, a rendersi conto che l’essere umano vive solo quando entra in relazione con l’altro, in questo caso “l’altra” nella quale “potrà trovare pienamente se stesso, cioè la sua vera identità di persona creata ad immagine e somiglianza di Dio.” Ma la donna, nelle figure di Anna, Ester, Ruth e Susanna, rappresenta anche la forza della preghiera e della fede che salvano, della bontà e benevolenza di Dio, che solamente ella è in grado di manifestare “poiché è capace di fare spazio in sé per accogliere il mistero dell’altro.” Molto bella è l’immagine che ci viene proposta della donna che “da” la vita, che “accoglie” questo dono nel suo grembo e lo sostiene a qualsiasi costo perché gli è stato donato da Colui che è “Sorgente della vita,” una immagine che appare fortemente legata al corpo femminile contemplato nella sua bellezza naturale e priva di qualsiasi scabrosità nel Cantico dei Cantici. La figura di Rachele, invece, manifesta la piena vocazione della donna: “quella di esistere per gli altri perché preferì sua sorella a sè”; Rachele diventa così l’emblema di quel Dio misericordioso e compassivo, che ama senza misura. Ci sono molti altri volti di donne che vanno ad arricchire questo importante e significativo lavoro di Maria Lupo, che vale la pena di scoprire personalmente con una attenta lettura, alla fine della quale è d’obbligo porci la domanda, che anche l’autrice si pone: che significa essere donna? È un quesito assolutamente pertinente in un contesto sociale in cui il femminile, la

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donna, ancora svolge un ruolo marginale; eppure ella porta con sé ricchezze inesplorate di amore, di sensibilità, generosità, altruismo, passione, ma anche di debolezza che diventa veicolo di grazia quando Dio se ne serve per mostrare al mondo la sua potenza: è stato così per le donne della Bibbia e per tante altre donne nel corso della storia dell’umanità. E vogliamo concludere proprio con le ultime battute del libro, decisamente significative: “la donna è chiamata da Dio a svegliare il mondo dal sonno di morte in cui è immerso e ad accompagnare ogni uomo verso l’inedito cammino voluto da Dio.” Questa recensione del libro è stata pubblicata in precedenza su L’Osservatore Romano 18 marzo 2022.

La donna e il femminile di Dio nell’Antico Testamento Angela Maria Lupo Pubblicato 2022 Cittadella Editrice € 18.90

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Preghiera O Dio, nostro Creatore, Tu, che ci hai fatto a Tua immagine, donaci la grazia di essere accolti nel cuore della Tua Chiesa. R: In un unico accordo, preghiamo. Gesù, nostro Salvatore, Tu, che hai ricevuto l’amore delle donne e degli uomini, cura ciò che ci divide, e benedici ciò che ci unisce. R: In un unico accordo, preghiamo. Spirito Santo, nostro Consolatore, Tu, che guidi il nostro lavoro, provvedi per noi, come noi ti chiediamo di provvedere per il bene di tutti R: In un unico accordo, preghiamo. Maria, madre di Dio, prega per noi. San Giuseppe, resta accanto a noi. Divina Sapienza, illuminaci. R: In un unico accordo, preghiamo. Amen. www.magdalacolloquy.org

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Accogliamo i vostri commenti e le vostre riflessioni (o feedback) e considereremo la possibilità di condividerli nelle prossime edizioni o sul nostro sito web. Se volete contribuire, si prega di inviare a editor@magdalacolloquy.org Se non siete ancora abbonati, potete farlo in qualsiasi momento gratuitamente grazie al generoso sostegno dei Padri Basiliani della Congregazione di San Basilio. Basta visitare il nostro sito web www.magdalacolloquy.org dove potrete anche leggere i precedenti numeri della nostra rivista ed essere informati sui nostri progetti e le nostre attività. La rivista Un unico accordo viene pubblicata in italiano, inglese e francese. Per accedere alle versioni nelle altre lingue si prega di visitare il nostro sito web.

With One Accord (Un unico accordo), musica originale composta dal Dr. John Paul Farahat per l’intervista di Magdala ed eseguita da Emily VanBerkum e John Paul Farahat.

Immagini presenti in questo numero: Coppertina: “La Vergine che adora l’ostia” (1852) di Jean-Auguste-Dominique Ingres. Pagine 6,8 “Fiori al tabernacolo” Chiesa di Sant’Anna, Ancaster, Ontario, Canada. “Ambone e icona” Eremo di Montecasale, Sansepolcro, Italia. Foto di John Dalla Costa. Pagine 12-13 “Maria Maddalena al Sepolcro” di Elena Manganelli O.S.A. Duomo di Siena. Foto John Dalla Costa. Pagine 14-15 Foto della fattoria Farm di Michael Martin. Pagine 18 Dettaglio dell’opera “La carità” (1878) di William-Adolphe Bouguereau.

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In questo numero Copyright © 2022 Parrocchia di San Basilio, Toronto, Canada. Per contattare la redazione scrivere a editor@magdalacolloquy.org ISSN 2563-7940 EDITORE Morgan V. Rice, CSB CAPOREDATTRICE Lucinda M. Vardey REDATTORE ASSOCIATO Emily VanBerkum TRADUTTRICE ITALIANA Diana Isacchi COORDINATORE DI PRODUZIONE Michael Pirri RESPONSABILE AMMINISTRATIVO DI PROGETTO Margaret D’Elia

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