Un Unico Accordo
Formazione Volume 2, Numero 2
Primavera 2022
CONTENUTO EDITORIALE Lucinda M. Vardey IL CORPO DI CRISTO: LA CHIESA COME VITE VIVENTE Emily VanBerkum DONNE RELIGIOSE: FORMAZIONE E TRASFORMAZIONE Judette Gallares R.C. L’INTERVISTA DI MAGDALA (solo in inglese) Msgr. Michael Magee e Suzanne Mulrain LA COMPAGNIA SPIRITUALE NELLA TRADIZIONE CARMELITANA Alexander Ezechukwu O.C.D. I PIEDI, IL COSTATO E LA BOCCA DI GESÙ Catherine Aubin O.P. GEOMETRIA PER IL DIALOGO John Dalla Costa NOTIZIE: UN MOVIMENTO SINODALE Francesca Baldini COMMENTO DEL LETTORE Joanne Mosley
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Editoriale La formazione nella vita di ogni cristiano è un processo continuo di completamento di un corso e inizio di un altro. Tuttavia, ciò che rende unico questo momento, è che siamo stati tutti costretti a subire dei cambiamenti a causa della pandemia, pur concentrandoci attentamente su ciò che lo Spirito Santo comunica a ognuno di noi e a tutta la Chiesa.
L’amicizia è al centro della spiritualità carmelitana e Padre Alexander Ezechukwu O.C.D., della Prioria di Oxford in Inghilterra, ci offre una panoramica sulla formazione dell’amicizia carmelitana dalle sue prime radici. Sviluppato attraverso la collaborazione tra Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, questo retaggio ha portato ai vari programmi di approfondimento offerti oggi via internet e in presenza. Suor Caterina Aubin O.P. tratta l’approfondimento dell’intimità con Cristo sulla croce rappresentato nella teologia esperienziale del corpo di Santa Caterina da Siena, che raffigura la sua originale ed eterna formazione dell’anima nel viaggiare attraverso un ponte o nel risalire una scala.
E, con l’enfasi sul dialogo nei movimenti moderni della Chiesa, John Dalla Costa descrive i modi e i mezzi per fare spazio all’inclusione nel modello del poliedro e nel metodo di rinnovamento di Papa Francesco. Ivi, le differenze di pensiero, opinioni, posizioni, esperienze e idee, invece di venire contestate, sono tenute insieme in In questo numero introduciamo quelli una tensione creativa. che riteniamo essere alcuni dei temi più importanti per formarci in modo sinodale. Infine, Francesca Baldini racconta la Il primo contributo è la revisione di Emily decisione di un sacerdote di nominare solo VanBerkum della struttura organica donne nel suo consiglio parrocchiale dell’appartenenza alla comunità di Gesù Lucinda M. Vardey come Chiesa, un richiamo al ritorno alla Caporedattrice visione originale dopo secoli di abusi gerarchici di potere e decenni di scandali. Suor Judette Gallares R.C. affronta i recenti sviluppi nella formazione delle donne religiose, e Monsignor Michael Magee del Tutta la nostra vita è solo un viaggio, Seminario San Carlo Borromeo di Filadelfia una serie di congiungimenti e affronta con Suzanne Mulrain il tema di ciò separazioni. che è essenziale per la formazione dei futuri sacerdoti (questo video è disponibile solo in Caryll Houselander (Essential Writings) inglese).
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Emily VanBerkum è presidente della residenza per studenti
del Loretto College, affiliata al Collegio San Michele dell’Università di Toronto. Ha conseguito un Dottorato di ricerca con una specializzazione in Cristianesimo e Cultura e un Master of Divinity presso la Facoltà di Teologia del Collegio San Michele alla Toronto School of Theology. Ha svolto un’intensa attività di volontariato nelle strutture ministeriali del campus e come studentessa tirocinante nella Cappellania Ecumenica. I suoi interessi scolastici includono lo sviluppo storico della liturgia, la teologia del ministero, l’insegnamento sociale cattolico, così come il dialogo e la pratica interreligiosa. In passato direttrice dei ministeri pastorali della parrocchia di San Basilio, è oggi membro fondatore del Conciliare di Magdala. Inoltre, ha collaborato con suo marito, il Dr. John Paul Farahat, organista e direttore del coro, alla composizione ed esecuzione del tema introduttivo alla parte di dialogo della rivista Un Unico Accordo.
Il corpo di Cristo: La Chiesa come vite vivente Emily VanBerkum
La vite vera introdotta in Giovanni 15, 1-11, riflette la direttiva interrelazionale di Gesù per l’ordinamento della comunità cristiana. Lui è la vite vera, Dio è l’agricoltore, noi siamo i tralci chiamati a portare frutto. San Paolo spiega questa prospettiva evocando l’immagine del corpo di Cristo. In ogni caso, nella sua forma più vera, il corpo ecclesiastico è una comunione di mutualità, fortemente radicata nella relazione reciproca e rafforzata e sostenuta solo tramite Gesù come vite e Dio come fonte di vita. La studiosa giovannea, Gail R. O’Day, afferma che la vite vera illustra un modello di Chiesa integrato e decisamente non gerarchico. Lei sottolinea che il simbolo metaforico della vite permette il dissolversi del pensiero gerarchico che crea distanza tra Cristo e la comunità cristiana. Invece la vite apre la strada a una visione rinnovata e incarnata della Chiesa. Gail R. O’Day afferma che “Tutti i tralci sono radicati insieme nell’unica vite, e solo come risultato della www.magdalacolloquy.org 3
loro radice comune possono portare frutto. Questo compito di valutare la fecondità è solo di Dio (15,2), non dei tralci... Poiché Dio e solo Dio è l’agricoltore, tutti i tralci sono uguali davanti a Dio. Il futuro della vite, della chiesa, è affidato a Dio, non ai tralci. Non esiste un tralcio di un vescovo, un tralcio di un anziano o un tralcio di un burocrate della chiesa con uno status speciale in questa vite. Non si può distinguere tra clero e laicato in questa vite.” 1 Oggi, la struttura della Chiesa è considerata da molti rigorosamente restia al cambiamento, governata da un metodo patriarcale verticistico che continua a lasciare ai margini le voci delle donne e degli esclusi. Questa impressione della Chiesa smentisce l’attuale clima di cambiamento indicato dalla chiamata alla sinodalità e ai suoi tre attributi: ascolto, dialogo e incontro. Il recente invito di Papa Francesco a impegnarsi nella sinodalità ci porta direttamente ad abbracciare apertamente la dimensione femminile della Chiesa e l’interrelazione all’interno del corpo di Cristo. Poiché i tralci sono indistinguibili l’uno dall’altro e non hanno alcuno status particolare, tutti sono uguali davanti a Dio, e la gerarchia è inesistente giacché tutti i membri crescono da una sola vite e sono nutriti da un unico agricoltore.2 L’amore e la relazione sono i legami che uniscono la comunità cristiana sia a Cristo sia gli uni agli altri. Per esempio, San Paolo afferma in 1 Corinzi 12, 27-28: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare e parlare varie lingue.” Oltre a ricoprire un ruolo stabilito all’interno della comunità cristiana, San Paolo in seguito illustra i doni spirituali come mezzi per svolgere il proprio ruolo all’interno del corpo di Cristo. La relazione diretta di un cristiano con Cristo, l’orientamento e la formazione
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comunitaria all’interno del corpo di Cristo, indipendentemente dal carisma, dal talento o dalla capacità di una persona di svolgere una funzione stabilita, imitano il modo in cui crescono le viti: un modello di Chiesa inclusivo, relazionale ed eucaristico.
ALLORA COME OGGI Il nostro legame con Gesù implica il “rimanere in lui e nelle sue parole,” perché senza la vite, i tralci “non possono fare nulla” e “appassiranno e moriranno” (Giovanni 15, 5-6). È come se Gesù richiamasse l’insegnamento di Isaia nel Canto della vigna (Isaia 5,1-7) dove gli abitanti di Gerusalemme e di Giuda, chiamati alla fecondità nella vigna di Dio, produssero invece acini acerbi, i cui tralci erano impossibili da potare o risanare. Proprio come Dio aveva preparato la vigna di allora, Gesù, in una delle sue affermazioni “io sono” la fa rivivere per essere in lui la fonte di energia sostenitrice che scorre liberamente attraverso la vite e i tralci. Gesù si assume un impegno costante a coltivare il legame essenziale e vivificante—progettato per una fecondità ottimale—tra Dio e il popolo di Dio. L’attuale impegno della Chiesa verso la sinodalità è un invito a ritornare alla vite, all’insegnamento dello stesso Gesù sulla relazione e l’intercomunione desiderata per l’intera comunità cristiana. Solo allora potremo camminare insieme e sperimentare una Chiesa in armonia con l’intenzionalità trasformativa e lo spirito vivo. Solo rimanendo e crescendo nella nostra fede e relazione comune con Gesù, possiamo partecipare pienamente alle gioie della sua promessa di fecondità. Bibliografia 1 Gail R. O’Day, “John” in Women’s Bible Commentary: Expanded Edition, edited by C.A. Newsom and S.H. Ringe (Louisville, KY: Westminster John Knox Press, 1992), p. 392. 2 Ibid.
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Judette Gallares R.C. dalle Filippine fa parte delle Religiose del Cenacolo e risiede a Macao come missionaria in Cina. Oltre a prendere parte al ministero dei ritiri/direzione spirituale e della formazione religiosa, è docente di Teologia della Vita Consacrata presso l’Istituto per la Vita Consacrata a Manila, in Asia. È anche professoressa associata di Teologia presso l’Università di San Giuseppe (USJ) a Macao, Cina. Fa parte del comitato editoriale di Religious Life Asia ed è redattrice di Orientis Aura, una rivista annuale della Facoltà di Studi Religiosi e Filosofia della USJ. Premiata autrice di numerosi libri tra cui “Immagini di Fede: La spiritualità delle donne nell’Antico Testamento vista da una prospettiva del Terzo Mondo” (Claretiana/ Orbis 1992) e “Immagini di coraggio: La spiritualità delle donne nei Vangeli vista da una prospettiva asiatica e del Terzo Mondo” (Claretiana 1995), scrive molteplici articoli nelle aree della teologia, spiritualità biblica, formazione religiosa e vita consacrata.
Donne religiose: formazione e trasformazione Judette Gallares R.C. La formazione nella vita religiosa di oggi è fondamentale per intraprendere e approfondire la dedizione di una persona al Vangelo e alla missione di Cristo. Già prima del Concilio Vaticano II, la Chiesa si era preoccupata della formazione religiosa. La pubblicazione nel 1990 delle Direttive sulla formazione negli istituti religiosi da parte della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, documenta la visione della Chiesa riguardo la formazione come elemento chiave per lo sviluppo della persona secondo i principi dottrinali e le norme generali esposte dalla Lumen Gentium e dalla Perfectae Caritatis. La formazione religiosa è intesa principalmente come il modellamento dell’immagine di sé e della vocazione di una persona “nella configurazione al Signore Gesù e alla sua totale oblazione” (Vita Consacrata n. 65). È l’invito a collocare la propria crescita personale e il proprio cammino spirituale all’interno del quadro della vita religiosa, dove le persone sono immerse nell’esperienza di Dio che si perfeziona progressivamente nella loro vita (cfr. Direttive n. 35). La formazione completa dell’essere umano comprende tutti i processi che aiutano la persona a comprendere e a vivere le tre chiamate: (1) la chiamata ad essere una persona umana, che serve come fondamento della propria risposta a, (2) la chiamata ad essere cristiano, e approfondendola gradualmente tramite la propria scelta di rispondere a, (3) la chiamata a vivere radicalmente la propria fede cristiana che dà testimonianza dei consigli evangelici. Queste chiamate sono integrate nelle seguenti tappe formative:1. Il pre-noviziato. Questo periodo forma il discernimento del proprio richiamo alla vita religiosa attraverso tre dimensioni: lo spirito umano, la partecipazione alla missione della Chiesa, e il carisma e la missione dell’istituto prescelto.
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2. Il noviziato. Durante questa fase l’obiettivo è quello di riorientare tutta la persona ad armonizzarsi con la mente e il cuore di Cristo. La novizia in questa fase deve crescere nella sua convinzione che Cristo è il suo tutto e verificare la sua idoneità alla vita religiosa. 3. Il post-noviziato. Un periodo di professione temporanea, dai primi voti ai voti finali che dura dai cinque ai nove anni, con lo scopo di rafforzare e approfondire ciò che è stato avviato nelle prime fasi della formazione. La trasformazione del cuore umano continua mentre la persona vive i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. 4. La formazione permanente. La Vita Consacrata n. 69 sottolinea che la formazione permanente “è un’esigenza intrinseca alla consacrazione religiosa.” A causa dei limiti umani la persona consacrata non può mai considerarsi completamente “formata” secondo la mente e il cuore di Cristo. Perciò le opportunità di rinnovamento continuo devono essere fornite alla persona per tutta la sua vita.
LE SFIDE NELLA VITA CONSACRATA FEMMINILE Molte congregazioni religiose si sono rapidamente diffuse aldilà delle loro origini storiche, portandole a reclutare membri di culture diverse. La maggior parte degli istituti non ha preso in considerazione gli effetti psicologici dell’essere sradicati dalla propria cultura per essere trasferiti in una cultura totalmente diversa, e di come le diverse mentalità influenzano le relazioni, la testimonianza del Vangelo e la missione. Questo ha portato la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica ad affrontare le varie sfide in un recente documento intitolato Per vino nuovo otri nuovi. Esso riconosce la necessità di porre un’attenzione mirata sulla “recente, affrettata internazionalizzazione, in particolare degli istituti femminili, con soluzioni spesso improvvisate e senza una prudente gradualità” (n. 39). Formare missionari interculturali rimane una sfida. Poiché le comunità religiose diventano sempre più multiculturali, le domande che ci preoccupano sono: come può la vita religiosa portare la realtà sociologica del multiculturalismo all’interno di un processo teologico interculturale? E come dobbiamo rispondere al pluralismo che colpisce la Chiesa e la vita religiosa? Per vino nuovo otri nuovi sottolinea l’importanza di imparare a dialogare con le diverse culture, ponendo domande concrete “sulle istituzioni e sulle donne consacrate come singole e come comunità...” (cfr. n. 38). Inoltre, studi interdisciplinari affermano che i processi umani e culturali legati all’identità femminile sono diversi da quelli dell’identità maschile. Pertanto le sfide della vita consacrata implicano l’identificazione di queste differenze per evitare di perpetuare modelli maschili di discepolato e sottovalutare ulteriormente le donne all’interno della Chiesa. Crescere nella comprensione reciproca in comunità, e nelle culture che formano ogni persona, rende possibile un vero ascolto, dialogo e comunione, e aiuta a superare il senso di indegnità delle donne. Nelle culture fortemente restrittive e maschiliste, la convinzione che “le donne siano meno degne degli uomini” è penetrata profondamente nell’inconscio delle donne, cosicché sperimentare il messaggio liberatorio del Vangelo richiede uno sforzo e un’apertura mentale maggiori.
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Nelle mie interazioni con diverse comunità religiose femminili, principalmente in Asia, ho notato l’effetto debilitante del conflitto interiore tra il messaggio del Vangelo e il forte condizionamento culturale che plasma molte identità personali dei loro membri. Molte comunità religiose non riescono a dare una vera testimonianza della comunione e della gioia di vivere il Vangelo, perché sono legate da barriere culturali e gerarchiche che soffocano i doni e le potenzialità dei loro membri, impedendo la realizzazione del loro “genio femminile.” Permettetemi di citare un esempio. Dalle nuove congregazioni femminili locali che sono sorte in Asia— molte in paesi oppressi come Cina, Vietnam e Myanmar—la crescita dei numeri può essere fuorviante. Mancando di un’adeguata selezione, discernimento e formazione umana e religiosa di base, la loro comprensione della missione come “lavoratori nella vigna del Signore” è focalizzata soprattutto su un lavoro che rasenta la servitù. I vescovi e i loro ordinari locali che hanno istituito queste comunità hanno la tendenza a equiparare l’obbedienza e l’umiltà alla sottomissione. Questo esaspera ulteriormente le difficoltà per quelle comunità religiose già sottoposte a conflitti culturali o psicologici. E ha anche un impatto negativo profondo sulle giovani generazioni di donne che contano sull’istituto per introdurle ed educarle alla sequela Christi. Invece di testimoniare la gioia di vivere il Vangelo, queste donne si trovano obbligate ad adottare modelli di comportamento obsoleti, specialmente per quanto riguarda i ruoli che hanno a che fare più con la ‘servitù’ che con il servizio nella libertà evangelica (VN n. 38). Sebbene lo status delle donne nella vita religiosa sia migliorato, c’è ancora molto da fare. Le donne religiose sono sfidate ad aprire la strada verso i cambiamenti richiesti. Ho imparato tramite il ruolo di formatrice nella mia congregazione, quanto sia importante creare un’atmosfera di uguaglianza all’interno della comunità, dove i membri possano maturare liberamente nella loro percezione di sé come donne dotate di fede e dedizione verso i consigli evangelici e nella missione. Credo che, con il mondo sempre più multiculturale e la crescente coscienza umana, la formazione debba prendere in considerazione i processi interdisciplinari. Formarsi e trasformarsi nella crescita personale come persona religiosa significa maturare nella relazione umano-divina. Ci vuole una vita intera per convertirsi a ciò che più conta: Cristo e la sua missione. Bibliografia Papa San Giovanni Paolo II, Vita Consecrata: Esortazione apostolica post-sinodale (Roma: Libreria Editrice Vaticana, 25 marzo 1996). Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Direttive sulla formazione negli istituti religiosi (Roma: Libreria Editrice Vaticana, 2 febbraio 1990). Per Vino nuovo otri nuovi: Dal Concilio Vaticano II la vita consacrata e le sfide ancora aperte (Roma: Libreria Editrice Vaticana, febbraio 2018).
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Monsignor Michael Magee, SSL, STD, ordinato sacerdote
per l’Arcidiocesi di Filadelfia nel 1991, è decano della Scuola di Studi Teologici e professore ordinario e presidente del dipartimento di Teologia Sistematica, nonché professore ordinario dei dipartimenti di Teologia Sistematica e Sacra Scrittura al Seminario San Carlo Borromeo di Filadelfia. Inoltre, è consulente per la formazione e membro del Comitato per la formazione del Seminario Teologico. Attualmente insegna Teologia Fondamentale, Teologia della Grazia, Ecclesiologia, il Pentateuco, Letteratura giovannea e i Sacramenti della Confessione e dell’Unzione. In passato ha anche tenuto corsi per la Scuola di Studi Teologici (ex Scuola Superiore di Teologia e Divisione di Studi Religiosi), inclusi corsi sull’Antico Testamento, sulla Teologia Fondamentale e sulla Teologia della Chiesa. È stato promosso al grado di professore ordinario nel 2014.
Future Priests: Reviewing Seminary Formation (Futuri sacerdoti: Rivedere la formazione in seminario)
L’intervista di Magdala: Monsignor Michael Magee e Suzanne Mulrain (DISPONIBILE SOLO IN INGLESE)
Suzanne Mulrain ha un Master in Teologia e presta servizio
nell’amministrazione e nel corpo docenti della Scuola di Studi Teologici, la sua università di provenienza, ed è co-fondatrice, codirettrice e docente aggiunto all’Istituto per la Formazione Cristiana; entrambi fanno parte del Seminario San Carlo Borromeo di Filadelfia. La passione e la dedizione di Suzanne per l’insegnamento della fede cattolica sono iniziate nella pastorale parrocchiale e l’hanno portata al suo attuale ruolo amministrativo e di insegnamento. Suzanne ha lavorato per venticinque anni nel settore sanitario mentre insegnava teologia part-time. Nel 2017, ha creato una SRL di consulenza sanitaria nei settori della medicina comportamentale e della medicina delle dipendenze per aiutare i medici e gli ospedali a creare programmi di valutazione ed educazione dei pazienti. Partecipa attivamente all’operato del Magdala Colloquy e di Un Unico Accordo, così come al Forum delle Donne Cattoliche, alla Compagnia degli Accademici Cattolici e all’Istituto Americano dei Dirigenti della Sanità.
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Alexander Ezechukwu O.C.D. è un sacerdote carmelitano che presta servizio come priore della comunità carmelitana di Boars Hill, a Oxford (Regno Unito) e come direttore del Centro per la Spiritualità Carmelitana Applicata (CACS). È un direttore spirituale qualificato, con molti anni di esperienza pastorale nella guida della vita spirituale. Padre Alex ha conseguito la Licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma e un Master in Giudaismo e Cristianesimo nel mondo greco-romano presso l’Università di Oxford (Regno Unito).
La compagnia spirituale nella tradizione carmelitana Alexander Ezechukwu O.C.D. Il significato originario ebraico della parola Carmelo è “il giardino di Dio,” che ho imparato ad apprezzare sempre di più. Richiama alla mente il bellissimo episodio dell’armonia nel giardino dell’Eden. Nei primi capitoli del Libro della Genesi, Adamo ed Eva come partner, e con Dio loro amico, camminavano insieme nel giardino al fresco della sera. Questo aspetto di amicizia e di compagnia è al centro della spiritualità carmelitana e delle sue origini. I primi carmelitani erano laici che si riunirono sul Monte Carmelo in cerca di nuove definizioni della vita cristiana. Non erano individui isolati che cercavano i propri percorsi spirituali, ma dei veri compagni di viaggio spirituale. Una delle caratteristiche principali della loro vita quotidiana era quella di riunirsi tutti insieme una volta al giorno per celebrare l’Eucaristia. Questa era una celebrazione della loro comunione in Cristo e del loro legame d’amore gli uni verso gli altri. Nel XVI secolo, Teresa d’Avila captò questo spirito e lo lasciò in eredità ai suoi seguaci nel corso dei secoli. Come notoriamente istruì le sue suore: “In questa casa, tutti devono essere amici, tutti devono essere amati, tutti devono essere stimati, tutti devono essere aiutati (Cammino di perfezione 4,7).” Infatti fu l’amicizia tra Teresa e Giovanni della Croce e il loro lavorare insieme all’unisono che portò al rinnovamento dell’Ordine Carmelitano ed ebbe un’influenza determinante sullo sviluppo della tradizione mistica cristiana e sulla vita di preghiera della Chiesa. Da un lato, Teresa, con il suo intuito femminile, poté riconoscere che Dio sarebbe stato servito grandemente da Giovanni collaborando con lei nel rinnovamento dell’Ordine Carmelitano. Dall’altro lato, Giovanni, da poco ordinato, aveva molto da imparare da Teresa e soggiornò in uno dei suoi monasteri per sperimentare e assimilare lo spirito che Teresa voleva caratterizzasse il Carmelo rinnovato.
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La visione di Teresa riguardo la vita spirituale trasse ispirazione dai primi grandi cristiani, come Agostino e Cassiano, e dai primi carmelitani del Monte Carmelo. A questa grande tradizione cristiana, la spiritualità carmelitana ha dato un immenso contributo. Fin dal principio, la visione di Teresa era ecclesiale. La sua missione era quella di creare piccole comunità di preghiera, formate da amici di Cristo, la cui preghiera avrebbe sostenuto la Chiesa. Teresa lavorò a stretto contatto con i laici che la aiutarono a realizzare la sua missione e che, a loro volta, vennero supportati nella loro vita spirituale dalla sua ispirazione e dal suo insegnamento. Anche prima di Teresa, tale collaborazione era già stata avviata da Beato Giovanni Soreth (1394-1471) che, come Priore Generale dell’Ordine Carmelitano, si fece promotore dell’inclusione di uomini e donne laici nell’Ordine Carmelitano. La partecipazione dei laici alla vita dell’Ordine testimonia l’universalità del carisma carmelitano della preghiera, fondamento della nostra relazione con Dio. A questo proposito, la Chiesa riconosce ufficialmente l’influenza del Carmelo sulla sua vita di preghiera. Ad esempio, la sezione sulla preghiera del Catechismo si basa sull’insegnamento di Teresa e di Giovanni della Croce, entrambi proclamati Dottori della Chiesa.
ANDARE AVANTI Il Centro per la Spiritualità Carmelitana Applicata (CACS, Centre for Applied Carmelite Spirituality) si impegna nel portare avanti questa visione di Teresa. È un apostolato della provincia anglo-irlandese dei Carmelitani Scalzi e ha sede presso il Priorato carmelitano di Boars Hill, a Oxford, in Inghilterra. Fin dai suoi inizi è stato un lavoro di collaborazione tra i frati carmelitani e i molti laici associati al centro, specialmente dell’Ordine Secolare. Esteso su diciassette acri di bosco, un’oasi di pace, quiete e spazi verdi, è ideale per la preghiera in silenzio, la meditazione e le passeggiate. Il suo obiettivo e le sue risorse promuovono il rinnovamento e lo sviluppo della vita spirituale, con un focus sulla formazione spirituale laica. Tale formazione si basa sulla convinzione che la salute spirituale della Chiesa in ogni epoca dipenda da una sana formazione spirituale del suo laicato. Attraverso ritiri e programmi strutturati di studio e formazione sulla spiritualità dalla prospettiva carmelitana, in particolare sulla preghiera e sulla direzione spirituale, la CACS supporta l’approfondimento della vita spirituale dei laici, incoraggiandoli a camminare sempre più pienamente in un luogo di crescita e integrità, un luogo di incontro con Dio. Recentemente, abbiamo sviluppato programmi e risorse online come la serie di conferenze per l’arricchimento spirituale, un corso di guida alla preghiera, lezioni sulla saggezza, risorse video online e serate di riflessione per direttori spirituali e formatori. Questo lavoro ha dato molti frutti, poiché molti sono venuti a sperimentare un’amicizia con Dio che cambia la vita.
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CAMMINARE INSIEME Nell’importante lavoro di formazione umano-spirituale, pratichiamo un dialogo aperto e inclusivo. Questo, per noi, si realizza al meglio attraverso l’approccio teresiano alla formazione, che è composto da tre parti: chi è la persona, a che punto del suo cammino unico si trova la persona e quale ruolo sta avendo Dio nella sua vita. Si tratta di un approccio che rispetta l’unicità e il valore di ogni persona. Secondo la visione di Teresa, ogni persona è dotata di “bellezza splendida e abilità straordinarie.” Inoltre, al centro di questo approccio formativo si trova il ruolo della comunità nell’aiutare ogni persona a raggiungere la maturità spirituale. Senza dubbio, questo approccio alla formazione spirituale è una sfida per noi, specialmente in una società molto spesso superficiale. Pertanto, i cristiani praticanti possono anche non riconoscere il bisogno di un’interiorità più profonda al di là dell’osservazione del culto religioso tradizionale e della preghiera. Tuttavia, è in questo luogo interiore che si sviluppa un’autentica relazione con Dio, e i valori della preghiera, del silenzio e della solitudine ne diventano il fondamento. Nonostante queste sfide, collaborare a questo lavoro in modo relazionale ha continuato a dare i suoi frutti. Crea una famiglia che impara ad amare, a fidarsi e a condividere la saggezza, le idee, le abilità e le competenze di tutte le persone coinvolte. Tutto questo è molto incoraggiante e trasformativo. In definitiva, è un’opera sorprendente dello Spirito Santo che dà utilità al lavoro, creando comunità che aiutano le persone a realizzarsi e a creare amicizie che perdurano. Infatti, le parole di sant’Agostino continuano a essere vere: il cuore umano è inquieto finché non riposa in Cristo. Camminare insieme alle persone verso questo luogo di riposo rimane l’obiettivo e lo scopo del nostro lavoro di formazione spirituale carmelitana.
Per maggiori informazioni: www.carmelite.uk.net (in Inglese) Per conoscere i programmi attivi in Italia: www.teresianum.net
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Sr. Catherine Aubin, O.P. è una suora domenicana della
Congregazione Romana di San Domenico. Si è laureata in Psicologia e poi in Teologia all’Institut Catholique di Parigi. Suor Catherine ha un dottorato in Teologia Spirituale presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma, dove ha successivamente insegnato Teologia Sacramentaria e Spiritualità. Ha insegnato anche all’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” di Roma. Attualmente insegna teologia all’istituto Le Pélerin di Montréal, in Canada. Continua a collaborare con diversi media, tra cui Radio Vaticana, Radio Ville-Marie e Radio Galilea. I suoi numerosi libri di spiritualità sono stati tradotti in diverse lingue, tra cui “Le cinque finestre del cuore” (Lateran University Press, 2006) e “Pregare con il corpo” (Qiqajon, 2018).
I piedi, il costato e la bocca di Gesù: La teologia incarnata di Santa Caterina da Siena Catherine Aubin O.P. Santa Caterina da Siena (1347-1380), Dottore della Chiesa, ci mostra la via dell’interiorità cristiana attraverso il corpo di Gesù. Per lei, siamo presenti nel “Tempio del suo Corpo.” I tre elementi essenziali sono i piedi, il costato e la bocca di Gesù crocifisso e risorto, i quali hanno tutti un inesauribile valore simbolico. Questi elementi forniscono tre gradini lungo il corpo di Gesù. Caterina li interpreta come una scala o un ponte che porta dalla terra al paradiso e alla comunione con il corpo di Gesù in modo più elevato, più profondo e più ampio fino a raggiungere la comunione completa. 1 Nella Lettera 74 (Vol. 2) scrive ciò che Gesù le ha comunicato: “Alzati, figlia mia, sii superiore a te stessa, sollevati su di me. Affinché tu possa alzarti, per te ho fatto del mio corpo una scala quando sono stato inchiodato alla croce.” E Cristo le spiega che deve, prima di tutto, dirigere il suo desiderio e il suo affetto verso di lui e deve sollevarsi verso i suoi piedi. Continua: “È così che comincerai a conoscere te stessa. Poi ti sposterai sul mio fianco aperto; attraverso questa ferita io ti mostrerò il mio segreto: e cioè che tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per amore del mio cuore.” Caterina racconta che è lì “che tutta la mia anima si inebria. In tale pace avvertirai il Dio-uomo. Lì troverai il calore della carità divina: conoscerai l’infinita bontà di Dio. Quando avremo conosciuto noi stessi e la sua bontà, arriveremo alla pace della sua bocca.” Caterina in seguito spiega i simboli di questi tre pioli della scala (o tre gradini del ponte) nel suo Dialogo (26). “Sappiate che questo ponte, che è il mio Figlio unigenito, ha tre gradini: due sono stati creati dal legno della santissima Croce, e il terzo è stato creato quando Gesù sentì l’amarezza intensa
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della bile e dell’aceto che gli diedero da bere. Riconoscerete questi passi come tre tappe spirituali. Il primo, i suoi piedi, che indicano affetto: perché come i piedi sostengono il corpo, così l’affetto sostiene l’anima. I piedi... sono un gradino per raggiungere il suo fianco dove viene rivelato il segreto del cuore. Così, innalzandosi ai piedi dell’affetto, l’anima comincia a provare l’amore del cuore fissando lo sguardo dell’intelletto sul cuore aperto di mio Figlio, dove troviamo amore perfetto e straordinario. Dico perfetto, perché non è l’interesse personale a guidarlo. Quale utilità personale può trarre da te, che sei uno e lo stesso in me? Così l’anima si riempie d’amore quando si sente talmente tanto amata. Superato il secondo gradino, sale al terzo, cioè alla bocca, dove trova la pace dopo la grande guerra che le sue colpe avevano scatenato. Nel primo livello, liberando i suoi piedi dagli attaccamenti terreni, si spoglia del vizio; nel secondo, si riempie d’amore e di virtù; nel terzo prova la pace.” Durante gli ultimi momenti della sua passione, Gesù bevve dell’aceto prima di pronunciare le sue ultime parole. “Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete.” Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!” E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19, 28-30). L’espressione greca paredôken to pneuma, significa allo stesso tempo “espirò” e “consegnò il suo Spirito.” Per Caterina, le parole di Gesù “ho sete” indicano al contempo la sete corporale di Gesù crocifisso e la sete spirituale per la nostra salvezza, “questo grande desiderio,” che la santa chiama “la bocca del santo desiderio.” Dopo la resurrezione di Gesù, la sua bocca proferisce la pace ai suoi discepoli e soffia su di loro: “Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Detto questo, soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo’” (Gv 20, 20-22). Il verbo greco caratterizza l’azione creatrice di Dio al principio, quando soffia su Adamo: “Il Signore Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). L’unica realtà spirituale, lo Spirito Santo, viene a noi attraverso il corpo di Gesù morto e risorto, come il soffio che esce dalla sua bocca. Nel dare lo Spirito Santo e la pace, la bocca di Gesù manda quel bacio che la Sposa nel Cantico dei Cantici richiede: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (Ct 1, 2). Caterina interpreta questo bacio dello Sposo come il dono della pace.
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Santa Caterina vivendo questa esperienza indescrivibile di comunione con Cristo la tradusse in poche semplici parole che illustrano la profondità del suo amore. Cristo la condusse prima ai suoi piedi sulla croce e poi al suo fianco, dove essa entrò. Dopodiché, Gesù la abbracciò con il suo bacio, trasmettendole la sua pace. Il suo biografo, Raimondo di Capua, scrisse: “Le sembrava che Cristo stesse offrendo la sua bocca a lei e lei la sua a quella di Cristo alla maniera di un bacio.” Permettiamoci, a nostra volta, di essere amati e baciati da Cristo: questo è il suo più grande desiderio. Bibliografia 1 Cf., Fr-M. Lethel, Théologie de l’Amour de Jésus, Écrits sur la théologie des saints, Éditions du Carmel, Venasque, 1996, p 73-102.
John Dalla Costa è un esperto di etica, teologo e autore di cinque
libri, tra cui “Magnificence at Work: Living Faith in Business” (Novalis, 2005). Ha un Master of Divinity del Regis College presso la Toronto School of Theology. Oltre ad insegnare etica alla Schulich School of Business (Università di York), John ha lavorato con consigli di amministrazione e CEO a livello internazionale per affrontare complessi problemi etici e coltivare i valori morali per una cultura responsabile. Gli interessi di ricerca di John riguardano la fiducia—tra le persone, nella società, così come all’interno e verso le istituzioni. È stato coinvolto in varie iniziative di dialogo interreligioso, anche tramite il Vaticano, la Tavola Rotonda di Caux, dove è stato nominato di recente Fellow e il Dialogue Institute della Temple University di Philadelphia. È membro fondatore della Conciliare Magdala di Toronto e della Tavola Rotonda sulla dimensione femminile a Roma.
Geometria per il dialogo: Affinare le capacità per la solidarietà spirituale John Dalla Costa Nella prima esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii Gaudium (2013), egli non solo ha stabilito la direzione delle sue priorità pastorali, ma ha fornito alla pedagogia dei principi che includono un poliedro. La geometria è un partner insolito della teologia, ma Francesco evoca questa forma tridimensionale, sia come metafora della struttura della Chiesa, sia come parabola per invitarci a imparare in modo esperienziale. Egli scrive: “Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità” (EG 236). Il Papa aveva osservato in precedenza che “lo Spirito Santo non crea uniformità.”1 Le differenze, come le divergenze, le divisioni, l’esclusione e le opinioni contrastanti, non costituiscono impedimenti al prosperare del corpo mistico di Cristo. Queste, piuttosto, sono le materie
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qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune, che veramente incorpora tutti” (EG 236).
prime che lo Spirito Santo usa per operare la conversione personale e il rinnovamento della Chiesa. È un segno del suo realismo e della sua praticità che uno dei principi di Papa Francesco è “l’unità prevale sul conflitto.”
PROVOCATORIO E CONCRETO Il poliedro è certamente una metafora appropriata per questa paradossale unità proveniente dalla diversità in quanto è composto da parti definite. Ogni superficie, o piano, ha le proprie qualità e la propria coesione, ogni piano si affaccia sul proprio orizzonte. Nonostante ciò, per essere interconnessi su tutti i lati, questi piani formano un unico corpo o un intero congiunto. In effetti, l’intero sarebbe incompleto senza uno qualsiasi dei piani, così come uno qualsiasi dei piani preso da solo, sarebbe un numero inadeguato per le complessità in questione. Il poliedro può anche essere utile per riconoscere l’indispensabilità della diversità nei sistemi, siano essi naturali, sociali o ecclesiastici. Nel modello di Francesco, “Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno
Il teologo e cardinale Raniero Cantalamessa spiega che la visione sistematica di Papa Francesco è una svolta radicata nella tradizione paolina della diversità nell’unità. Non può sorprendere quindi che la Chiesa, professando la Trinità come un unico Dio, porti con sé questa impronta dinamica di diversità creativa.
UNA PARABOLA DI PARTECIPAZIONE Come costruzione ecclesiale o sociale, il poliedro non è semplicemente qualcosa da comprendere intellettualmente, ma è qualcosa da sperimentare spiritualmente. Il lavoro e le lezioni di solidarietà avvengono nei punti in cui le parti distinte si toccano. Quale forza tiene insieme il diverso? L’amore per il prossimo (Mc 12, 30-33). Quale collante lega gli opposti? L’amore per il nemico (Mt 5, 43-48). Costruire ponti di misericordia anche verso coloro che evitano di relazionarsi con noi, richiede la volontà di perdonare generosamente (Mt 18, 21-22), l’umiltà di porgere l’altra guancia e la perseveranza di percorrere un miglio in più (Mt 5, 39-41). Per essere reale in tre dimensioni, il poliedro non è solo un oggetto unificato. Racchiude anche un unico spazio, quello che tecnicamente si chiama “volume.” È qui che condividiamo la comunione rituale e pratica. Se i piani esterni del poliedro confermano la nostra unicità e le nostre differenze, lo spazio racchiuso è dove scopriamo la nostra interconnessione e interdipendenza, dove condividiamo la preghiera, l’ascolto e il profetico. Potremmo benissimo concepire il poliedro come una ostensorio della diversità che riveste il corpo mistico di Cristo.
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Lavorare in questo spazio ci mette a dura prova, perché richiede la formazione di una capacità creativa con il paradosso e le opposizioni. Il teologo Massimo Borghese descrive lo sviluppo intellettuale di Papa Francesco come il lavorare con “una sinfonia di opposti.”2 Per Francesco, le polarità formano effettivamente la realtà. Viviamo con i ricchi e i poveri, sperimentiamo la santità e la blasfemia, possiamo soffrire ed essere felici, frequentiamo una Chiesa che è progressista e conservatrice, abbiamo un’economia che include sia i superricchi che gli schiavi, e veniamo compromessi da una politica lacerata da estremisti radicali. Il metodo di Francesco non è quello di negare le polarità, né di presumere di poterle sconfiggere. Nella modalità di formazione dei gesuiti fondata su Sant’Ignazio, egli raccomanda di vivere nella tensione tra gli opposti e, attraverso la contemplazione e il discernimento, permettere allo Spirito Santo di creare nuove possibilità dentro e tramite noi. Questo abbraccio flessibile e creativo degli opposti è sia mistico che pratico. Non sapere, non risolvere, non trovare una via d’uscita, ci invita alla preghiera apofatica. Nel poliedro, la “notte oscura” è vissuta insieme. Per quanto confusionaria possa essere questa sospensione tra polarità, i punti di riferimento per Francesco sono—come sempre—cristologici.3 L’incarnazione di Gesù Cristo rende presente quell’impossibile, inimmaginabile, inspiegabile unità di uno che è pienamente umano e pienamente divino. La morte e la resurrezione di Gesù sono il meraviglioso mistero pasquale su cui si fonda la Chiesa. Accogliere l’ardua diversità a dispetto di queste polarità mistiche è semplicemente attuare il discepolato. Un ultimo punto da sottolineare in questo momento in cui la Chiesa universale è chiamata a contribuire al Sinodo sulla sinodalità, è che l’autorità morale in un poliedro non deriva dalla competenza o dalla distinzione gerarchica, ma dall’inclusività. Il collante etico che tiene insieme i diversi piani implica un dialogo autentico e reciprocamente rispettoso, e la grazia di vivere in pieno il capovolgimento che Gesù ha insegnato: fare degli ultimi i primi.
SUGGERIMENTI PRELIMINARI PER SVILUPPARE LE CAPACITÀ NEL POLIEDRO DA DISIMPARARE Pensiero analitico lineare
DA COLTIVARE E SVILUPPARE Curiosità per la complessità
Risoluzione di problemi particolari
Riconoscere la relazionalità integrata, incluso “causo ed effetto”
Prendere una posizione in base a ciò che sappiamo
Fare domande su ciò che non sappiamo
Essere esperti o avere sempre ragione
Nell’umile confusione, confidare nell’illuminazione di Dio
Privilegiare l’autorità gerarchica
Assumere la responsabilità l’uno verso l’altro
L’etica competitiva del “vincitore/perdente”
L’opzione preferenziale per i più vulnerabili
Forzare la risoluzione rapida dei problemi
Permettere l’incubazione dell’ambiguità
Certezze che prevengono l’apprendimento e il dialogo
L’ascolto kenotico per promuovere la conversione
Integrità come coerenza morale autodefinita
IIntegralità proveniente dalla nostra interdipendenza morale
Esclusione dogmatica
Practicare le Beatitudini di Gesù
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Bibliografia 1 Papa Francesco, Discorso alla Chiesa pentecostale della Riconciliazione di Caserta, Lunedì, 28 luglio 2014; disponibile presso https://w2.vatican.va/content/francesco/en/speeches/2014/july/documents/papa-francesco_20140728_ caserta-pastore-traettino.html. 2 Citato negli studi dello sviluppo intellettuale di Papa Francesco continuati in Discovering Pope Francis. The Roots of Jorge Mario Bergoglio’s Thinking, edito da Brian Y. Lee e Thomas L. Knoebel, Collegeville: Liturgical Press Academic, 2019. 3 Philip McCosker, “From the Joy of the Gospel to the Joy of Christ: Situating and Expanding the Christology of Evangelii Gaudium”. Ecclesiology 12 (2016).
Notizie: Un movimento sinodale Francesca Baldini da Roma Agli occhi di qualcuno la scelta di don Ciro Miele appare come una vera rivoluzione, per altri una presa di posizione estrema. La decisione di don Miele, alla guida dal 2019 della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo Apostoli a Casalvecchio di Puglia, è stata quella di costituire a settembre scorso un consiglio pastorale tutto al femminile. Dodici donne scelte dal sacerdote per guidare insieme a lui la vita della comunità parrocchiale nella Diocesi di Lucera-Troia. Un passo, quello di don Miele, arrivato dopo una lunga riflessione che rispecchia le esigenze della chiesa cattolica di oggi alla luce del cammino sinodale. Un gesto dal sapore profetico che mette in risalto non solo la presenza femminile nella sua comunità, ma che ricorda il ‘genio femminile’ di cui spesso parlava San Giovanni Paolo II. Passaggi per lui necessari ma che non trovano il consenso di tutti, infatti, come ci spiega: “La mia decisione ha suscitato critiche, ma io credo che per aprire dei reali processi di rinnovamento nella Chiesa di cui parla papa Francesco, sia indispensabile fare gesti coraggiosi.” Un rinnovamento per don Miele necessario ed un passo non solo verso le donne, ma rivolto a tutti, perché: “È fondamentale avere uno sguardo diverso sulla realtà per comprendere i reali problemi delle nostre comunità, arginare la desertificazione delle chiese, fino ad arrivare, chissà, a dar vita a degli ‘anticorpi contro il clericalismo.’ “ Don Ciro Miele, giornalista, sacerdote da oltre venticinque anni è anche docente di teologia ed ecumenismo e ci racconta la sua visione della Chiesa a partire dalla costituzione conciliare Lumen Gentium, con uno sguardo rivolto agli ultimi. La richiesta di don Ciro, di far parte del consiglio pastorale, all’inizio ha destato incredulità anche nelle stesse donne coinvolte, che però non hanno saputo declinare il suo invito. Madri, mogli, sorelle, figlie, una presenza femminile variegata non solo per età diverse, ma anche per vissuto personale, professionale e funzioni ricoperte all’interno del contesto parrocchiale. Un atto di fiducia compiuto verso il proprio parroco, ma anche le une verso le altre, per il bene della propria comunità e nell’abbracciare l’invito di mettersi in gioco, si sono sentite apprezzate e valorizzate. Un gesto colmo di speranza per la Chiesa di oggi, in cui ancora una volta le donne possono essere portatrici di speranza e profezie per il domani!
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Commento del lettore EDITH STEIN E IL DIACONATO FEMMINILE
In riferimento all’articolo lungimirante di Anne-Marie Pelletier La Chiesa Cattolica e la dimensione femminile nel numero sulla Comunità dell’estate 2021, vorrei offrire una visione alternativa dell’allineamento della donna al servizio (diversa da quella dell’esclusione dal “parlare” e dal “predicare,” ecc). Alla luce delle continue ricerche sul diaconato femminile, condivido alcune opinioni di Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce) che presumibilmente credeva in questa chiamata per le donne. In primo luogo, il precedente storico: “Il fatto che sia avvenuto un cambiamento graduale [togliere il diaconato alla donna] indica la possibilità di uno sviluppo nella direzione opposta.” In secondo luogo, una linea teologica che va da Eva al fianco di Adamo, a Maria al fianco di Cristo, alla Chiesa che “sta a fianco [di Cristo]... e assiste nella Sua opera di redenzione.” Edith Stein sottolinea ripetutamente che le donne stanno al fianco, aiutano e prestano servizio — nella vita familiare, sul posto di lavoro, nella Chiesa. A proposito dei ministeri ordinati: riguardo Maria come prototipo della Chiesa, Edith scrive: “la vediamo sempre a fianco del Signore... Essa non rappresenta il Signore ma lo assiste.” A
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differenza del prete ma, possiamo dire, come il diacono, che alla messa “assiste [assistit] il sacerdote e rimane al suo fianco [ad latus]”— termini che rispecchiano perfettamente la descrizione di Edith di una vocazione consona alla chiamata della donna. Per me, il diaconato femminile non è fondamentalmente una questione di parità di diritti. Non si tratta di ciò che la Chiesa può fare per le donne, ma di ciò che le donne possono fare per la Chiesa, al servizio (diakonia) del popolo di Dio. Stare “a fianco” del sacerdote, “assisterlo;” rappresentare la Chiesa come la sposa di Cristo innamorata di Gesù; predicare l’amore di Dio ed essere una presenza materna, come Maria a Cana, permetterebbe la diffusione della “benedizione in ogni luogo.”
Dott.ssa Joanne Mosley Oxfordshire, Inghilterra Riferimenti e citazioni da Edith Stein, Essays on Woman (Washington, DC, ICS Publications, 1996) e General Instruction of the Roman Missal, 171, 174; cf. 171-4; https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/ documents/rc_con_ccdds_doc_20030317_ordinamentomessale_en.html#B)_Mass_with_a_Deacon
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Un Unico Accordo O Dio, nostro Creatore, Tu, che ci hai fatto a Tua immagine, donaci la grazia di essere accolti nel cuore della Tua Chiesa. R: In un unico accordo, preghiamo. Gesù, nostro Salvatore, Tu, che hai ricevuto l’amore delle donne e degli uomini, cura ciò che ci divide, e benedici ciò che ci unisce. R: In un unico accordo, preghiamo. Spirito Santo, nostro Consolatore, Tu, che guidi il nostro lavoro, provvedi per noi, come noi ti chiediamo di provvedere per il bene di tutti. R: In un unico accordo, preghiamo. Maria, madre di Dio, prega per noi. San Giuseppe, resta accanto a noi. Divina Sapienza, illuminaci. R: In un unico accordo, preghiamo. Amen. www.magdalacolloquy.org
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With One Accord (Un unico accordo), musica originale composta dal Dr. John Paul Farahat per l’intervista di Magdala ed eseguita da Emily VanBerkum e John Paul Farahat.
Immagini presenti in questo numero: Copertina: Pavimento della Basilica di Santa Maria in Trastevere, Roma, foto di John Dalla Costa. Pagina 2 Egeria, la scrittrice pellegrina del IV secolo di Suor Elena Manganelli OSA. Usato previa approvazione. Pagina 3 “Mosaico” dalla collezione del Museo Archeologico D. Diogo de Sousa, Braga, Portogallo. Pagina 10-11 “Giardino dell’Eden” di Thomas Cole (1801-1848). Pagina 13 “Santa Caterina e Gesù” di un artista senese anonimo. Pagina 15 Poliedro dal “De divina proportione” di Luca Pacioli (1447-1517). Pagina 18 Dettaglio dell’opera “Giovane donna che scrive una lettera” di Ernst Anders (1845-1911)
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In questo numero Copyright © 2022 Parrocchia di San Basilio, Toronto, Canada. Per contattare la redazione scrivere a editor@magdalacolloquy.org ISSN 2563-7940 EDITORE Morgan V. Rice, CSB CAPOREDATTRICE Lucinda M. Vardey REDATTORE ASSOCIATO Emily VanBerkum TRADUTTRICE ITALIANA Diana Isacchi COORDINATORE DI PRODUZIONE Michael Pirri
RESPONSABILE AMMINISTRATIVO DI PROGETTO Nancy Nobrega
Il corpo mistico di Cristo non è né maschio né femmina, perché è il luogo della loro integrazione. Paul Evdokimov
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