Un Unico Accordo
Conversione Volume quattro
Autunno 2021
CONTENUTO EDITORIALE Lucinda M. Vardey LA CONVERSIONE A SEQUIRE LA VIA Jack Costello SJ LA CONVERSIONE E IL CORPO Mary Jo McDonald IL BACIO SACRO Susan Muto INCONTRARE IL POTERE DELL’ORIGINE DELLA CREAZIONE NELL’ OPERA D’ARTE Yvonne Dohna Schlobitten SAN GIUSEPPE: L’UOMO DEL MOMENTO E DEL FUTURO John Dalla Costa RIVOLGERSI ALLE DONNE Lucinda M. Vardey LA CONVERSIONE DI UN CONTINENTE Caterina Ciriello F.I.
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Editoriale In un periodo di conversione globale nel quale si richiede a ciascuno di noi di cambiare, la chiamata come cristiani è chiaramente quella di convertirsi più pienamente a un nuovo modo di vedere e di essere con l’aiuto della Grazia di Dio. Questo numero offre vari punti di vista su un tema che ci riguarda tutti da vicino. La sfida del gesuita Jack Costello è quella di impegnarsi in “un’apertura radicale” per rianimarci pienamente alla volontà di Dio, non solo come individui ma anche come Chiesa. La teologa Mary Jo McDonald offre alcune prospettive uniche sui modi di interpretare la verità. A partire da molti scritti dei santi vediamo come la conversione rende il mistico reale. La scrittrice e insegnante Susan Muto ci offre ciò che Santa Gertrude di Helfta descrisse come “l’intimità del dolce abbraccio” che guarisce e trasforma. La filosofa Yvonne Dohna Schlobitten ci invita a guardare diversamente un’opera d’arte, permettendoci di essere convertiti dai doni di Dio presenti nella creatività. E per l’anno dedicato a San Giuseppe, John Dalla Costa esamina come la conversione di quest’uomo abbia cambiato il corso della storia mondiale. Sono incluse anche le donne che hanno influenzato non solo la conversione continua di Gesù, ma anche molti dei primi padri della Chiesa. In conclusione, Suor Caterina Ciriello fornisce una breve panoramica su alcune delle donne rilevanti che hanno contribuito all’evangelizzazione cristiana delle nazioni. Lucinda M. Vardey Caporedattrice Un Unico Accordo: Vivere la dimensione femminile come Chiesa.
“Perché tutto quello che esige la verità, la giustizia, la misericordia o l’amore, deve necessariamente considerarsi come voluto da Dio.”
— Thomas Merton (Nuovi semi di contemplazione) 2
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Jack Costello è un sacerdote gesuita con un dottorato in filosofia.
Negli anni ‘60 ha insegnato nelle scuole dei gesuiti a Toronto e a St. John’s Newfoundland prima di proseguire i suoi studi di teologia al Regis College di Toronto, dove ha poi ricoperto il ruolo di presidente dal 1988 al 1998 e dal 2011 al 2015. Ha studiato cinema e cultura a New York e Montreal, e ha trascorso un anno di integrazione pratica spirituale in Asia e in Europa. Dal 1978 al 1980, è stato curatore del Catholic New Times, un giornale che si focalizzava sui temi della fede e della giustizia. Ha insegnato filosofia alla Gonzaga University di Spokane (Washington) per cinque anni prima di tornare a Toronto per il suo periodo di lavoro al Regis College. Attualmente è direttore del Jesuit Refugee Service (JRS), e lavora alla Romero House for Refugees come cappellano e come membro del consiglio di amministrazione. La sua biografia del filosofo scozzese John Macmurray (1891-1976) è stata pubblicata da Floris Books, Edimburgo, nel 2002.
La conversione a seguire la Via Jack Costello SJ Circa 2500 anni fa, un filosofo greco di Efeso chiamato Eraclito, rimase affascinato dal problema del cambiamento: come è possibile che le cose possano cambiare continuamente e ciò nonostante avere un’identità duratura? Egli ci lasciò le sue idee non in testi ma in aforismi. Uno dei suoi detti sul cambiamento più memorabili diceva così: “Non si può entrare nello stesso fiume due volte.” Un’affermazione così plateale e provocatoria fece riflettere i suoi ascoltatori (cosa che la filosofia dovrebbe fare)! Tuttavia, alcuni anni dopo, un giovane ammiratore di Eraclito di nome Cratilo, beffardo e brillante, osservò acutamente, persino compiaciuto: “Il mio maestro ha mancato il fulcro della sua stessa intuizione. La verità è che: non si può entrare nello stesso fiume una volta sola!.” Cratilo potrebbe essere stato semplicemente un adolescente brillante che aveva tra le mani una macchina veloce, guidata da una nuova, forse irresponsabile, eccitazione. Ma forse non lo era! E se scoprissimo una nuova luce e libertà che rivela nuove realtà in noi e nel mondo che Papa Francesco ha reclamato 800 anni dopo con la grande lettera enciclica francescana Laudato Sì? Siamo arrivati a conoscere e percepire la verità dell’esperienza della totalità dell’essere vivente di San Francesco che ha alimentato il nostro desiderio di essere veramente ‘convertiti’?
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Dopo Cratilo, oggi ci sentiamo più un verbo che un sostantivo. Io sono un “essere,” sì, ma non una “cosa” con confini individuali e sociali inamovibili (famiglia, nazionalità, lingua, geografia, religione, razza, cultura o usanze—o perfino genere). E ora troviamo una Chiesa degna di Gesù che respinge l’esclusivismo, include i dimenticati e incoraggia nuove esplorazioni, come ad esempio il fiorire di pubblicazioni come questa nelle sue speranze e nel suo intento. Se Cratilo avesse rivolto la sua attenzione a noi umani con tutta la nostra interiorità e le nostre relazioni, sarebbe potuto arrivare alla nostra preoccupazione contemporanea: e se non fossimo solo nel fiume, ma del fiume? Non solo “di tanto in tanto,” ma sempre? E se la pienezza del nostro essere fosse condivisa, come anche la Trinità è condivisa, non individuale? E se la creazione fosse un’unità diversificata? E se la “conversione”--il tema della nostra analisi in questa edizione—non fosse solo un evento occasionale, o sempre specificamente religioso, ma l’invito, la sfida, la dedizione e la gioia costante nel servire l’unicità—e la diversità—dell’essere che siamo destinati a divenire? Molti di noi ora sentono interiormente una ‘identità’ meno fissa e definita di quanto si pensava fosse possibile solo due o tre decenni fa. Eppure, ognuna di queste aree fluide della vita ci chiama a nuove “conversioni” e a nuove realtà. La spaccatura aperta in questa pubblicazione, non solo riguardo il significato del femminile nell’”essere,” ma anche l’espressione di esso nella nostra umanità, nelle nostre forme sociali e politiche e nella nostra espressione religiosa, appare ora a molti di noi come una chiamata e un ordine divino. La conversione non è solo un semplice ‘cambiamento,’ ma è un cambiamento accettato e scelto liberamente, abbracciato amorevolmente nella fede, nella fiducia e nella speranza. Questo è il nostro “punto di vista” sul femminile nella religione autentica. C’è qualcosa di molto cristiano—perfino molto Zen—in questa apertura radicale alla dedizione. Vivere con l’accettazione del continuo bisogno e desiderio di conversione non è, in primo luogo, il frutto di Eraclito o Cratilo, ma è il frutto delle nostre tradizioni ebraiche e cristiane ancora vive tra noi. È la chiamata costante dell’amore e della verità che ci spinge a dire un “sì” libero e costante alle volontà di Dio per noi. Possiamo riconoscere questo nella santità e nella verità libera di Abramo, Sara, Mosè, Miriam, Davide, Ester, Geremia, Giobbe, Maria ed Elisabetta. Lo riconosciamo nell’esuberante Giovanni Battista e nell’ancor più esuberante ed entusiasta Maria Maddalena, e in Paolo di Tarso che aveva sperimentato la conversione sulla sua pelle, e nella sua costante apertura a conversioni sempre nuove come Dio offriva—e richiedeva. La magnifica, silenziosa conversione eterna che Maria, la madre di Gesù, ha rivelato nella sua apertura alla Via indicata da Dio, vissuta da suo Figlio e da lei stessa, una via mai conosciuta prima, ma sempre questa: l’unica Via per essere e per vivere. E più di tutto, l’apertura alla conversione costante alla volontà di Dio nel Verbo Vivente (verbum, verbo!) di Dio, Gesù di Nazareth—la pienezza del dono di sé che mai e poi mai, scelse di definire il cammino o i suoi termini, per o da o in sé stesso. Conversione, in totale libertà e pienezza, ogni giorno, all’Amore; questa era, ed è, la sua Via di essere vivente—rinfrescato nel buio della sera sul versante della montagna,
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manifestato ogni giorno che viene nel suo ricevere tutti coloro che si rivolgevano a lui per forza, compassione, verità e speranza. Padre, sia fatta la tua volontà, non la mia... Sempre volendo dirlo, sempre avendo bisogno di dirlo, sempre scegliendo di viverlo. Sempre con noi e per noi—i bisognosi diletti di suo Padre. CONVERSIONE COMUNITARIA E cosa ne è di noi, nel nostro tempo? Così tanto ci viene dato, anche mentre scrivo, nel servizio amorevole che caratterizza gran parte della risposta sociale positiva alla pandemia— la scelta di convertirsi per dedicarsi in modi inaspettati alle necessità dei poveri e di coloro che soffrono. Questo è stato un segno di Dio inviato tra noi durante questi mesi. E molto di questo amore viene messo in atto in silenzio. Di contro, lo ammettiamo, c’è anche molta avarizia nelle e tra le nazioni ricche nel negare l’aiuto richiesto loro dalle nazioni povere che vivono alle nostre porte. La conversione che proviene dal conforto con l’intento di confortare gli altri è stata una conversione positiva richiamata in noi, sia internamente che esternamente, dalle nostre sorelle e fratelli sofferenti. La nostra volontà di volere che fosse così, è stata per molti una conversione silenziosa e profonda, anche senza un’intenzione dichiarata; la preghiera, il digiuno e le buone azioni— in mille modi diversi e senza ostentazione—hanno brillato tra noi. Nonostante ciò, ci viene data ancora più luce, irradiando lo spirito della vera conversione. La voce, il messaggio e l’atteggiamento di Papa Francesco riflettono la sua volontà di essere convertito nei modi di pensare e di agire. Dio sta chiamando, Francesco sta ascoltando il grido dei poveri e ci sta invitando a seguirlo. Questa è una conversione immensamente autentica e produttiva da parte sua per i poveri di Dio, i nostri poveri. L’umiltà del Papa e la sua volontà di servire alimentano la nostra conversione—per seguirlo come nostro pastore verso un nuovo modo di essere Chiesa insieme, verso “una spiritualità che è aperta alla comunione ‘inclusiva’ piuttosto che una spiritualità limitata alla ricerca della perfezione individuale”.1 Il cardinale Czerny, con un linguaggio semplice, descrive questo cammino verso la conversione comunitaria così: “Il Papa non ha idee prefabbricate da applicare alla realtà, né un piano ideologico di riforme preconfezionate, prêt-a-porter.”Piuttosto, egli avanza sulla base della preghiera e dell’esperienza spirituale che condivide, passo dopo passo nel dialogo, nella consultazione, nelle risposte concrete a tante situazioni umane di vulnerabilità, sofferenza e ingiustizia. Questo è, come direbbe Sant’Ignazio, il suo “modo di procedere.” 2 Cosa significa entrare nel fiume della grazia divina e lasciare che ci reclami interamente come fece Gesù? Trovo credibile l’apertura—ovunque—verso i più bisognosi per quelli di noi che desiderano profondamente convertirsi sempre di più a seguire la luce. Bibliografia 1 Cardinale Michael Czerny SJ : The Church becoming Synodal (Gennaio 2021 in Thinking Faith). 2 Ibidem
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Mary Jo McDonald è una teologa, direttrice spirituale e cappellano dell’ospedale. La sua tesi di dottorato mirava a sviluppare una comprensione della partecipazione del corpo nella spinta di ciò che Bernard Lonergan S.J. esponeva come lo spirito intenzionale di una persona verso la guarigione e l’integrità. Altri suoi interessi di ricerca sono stati nello sviluppare la pratica spirituale e la comprensione di come concentrarsi sulla propria percezione del corpo aiuti nel processo di guarigione e di continua conversione e trasformazione. È un membro fondatore delle Donne Contemplative di Sant’Anna, un’associazione laica formata e ispirata dal desiderio di recuperare e onorare la spiritualità e il misticismo femminile. Ha lavorato come leader del culto ecumenico per diciassette anni in un ospedale per veterani di guerra e partecipa in vari ministeri e funzioni della sua parrocchia cattolica locale.
La Conversione e il corpo Mary Jo McDonald
La maggior parte di noi può immedesimarsi nel pianto di San Paolo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” (Romani 7,15). Tale è la condizione umana! Anche coloro con le migliori intenzioni cadono in abitudini malsane e distruttive o in vecchi e consumati schemi comportamentali difensivi progettati nei primi tempi per proteggersi dalle ferite dell’infanzia. Come San Paolo noi siamo vittime, non siamo liberi di agire da quel luogo dove siamo conosciuti e amati da Dio. Abbiamo bisogno di essere guariti! Abbiamo bisogno di essere trasformati da una conversione! La conversione di Sant’Agostino d’Ippona lo portò a scrivere con ardore “Ama Dio e fai quello che vuoi.” In altre parole, Sant’Agostino riconobbe che il suo pensiero e la sua volontà erano stati così trasformati che ora poteva cooperare liberamente con la grazia di Dio. Immaginate una tale libertà di spirito che ci permette di vivere nella certezza che ciò che Dio vuole diventerà ciò che noi vogliamo—e ciò che noi vogliamo sarà inevitabilmente ciò che Dio vuole! Siamo tutti chiamati dal nostro battesimo a questa stessa conversione del nostro intelletto e della nostra volontà. Bernard Lonergan (1904-1984), teologo e filosofo gesuita di fama mondiale, ha fornito una spiegazione dei processi interiori attraverso i quali tutte le persone arrivano a conoscere e decidere. Oltre alla sua spiegazione dei processi di pensiero e di volontà, c’è la sua nozione di esternalizzazione di questi modelli interiori nella nostra consapevolezza per poter osservare noi stessi. Egli chiama questa auto-osservazione auto-appropriazione. Tale consapevolezza è la chiave per la nostra conversione e per una maggiore cooperazione con la grazia di Dio. In che modo? Una volta che siamo consapevoli del modo strutturato attraverso il quale conosciamo e usiamo la nostra volontà per prendere decisioni, allora, osservando come agiamo, possiamo assumerci la responsabilità di agire quei processi autenticamente. Lonergan spiega i modelli identificando la loro fonte nel desiderio di conoscenza dello spirito umano. Questo spirito è uno spirito curioso: “Che cos’è questo?” e “Perché è così?”. Lo spirito
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continua il suo suggerimento dopo che abbiamo fatto una domanda iniziale che ci spinge a formulare diverse supposizioni. Per esempio, mi sono chiesta se un pennacchio di fumo che vedo in lontananza è un incendio domestico o, forse, l’incendio personale di qualcuno? Per passare dalla supposizione alla verità, devo andare a vedere se, in effetti, la mia supposizione è corretta. Una volta che scopro la risposta, una volta che esprimo il giudizio che questa o quella supposizione è quella corretta, ho la verità confermata. Molto spesso nella nostra cultura siamo indotti ad accettare le supposizioni al posto della verità. Lonergan ha insegnato che ciò che lui chiama conversione intellettuale, è il rifiutare di accettare le supposizioni come se fossero verità. Piuttosto, essendo convertito intellettualmente, divento consapevole che devo verificare le mie supposizioni per giudicare quale di esse sia vera. Avendo scoperto ciò che è vero, ora ci chiediamo: come dobbiamo agire? A questo punto del processo i nostri cuori vengono coinvolti nel discernimento di una decisione giusta. Qui ci troviamo di fronte a dubbi morali. La nostra decisione è veramente giusta o è giusta solo per me e per il mio gruppo? La capacità di scegliere ciò che è veramente giusto nasce da ciò che Lonergan chiama una conversione morale. La conversione morale significa che i nostri cuori si sono espansi in modo tale che desideriamo conoscere ciò che è veramente giusto. Per esempio, se è giusto per me avere accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, allora è giusto che tutti abbiano la stessa opportunità. Il principio della conversione sia intellettuale che morale, dice Lonergan, avviene spesso quando incontriamo per la prima volta l’amore di Dio. Lonergan definisce questa esperienza una conversione religiosa. Nella storia della conversione di San Paolo ricordiamo che egli fu così sopraffatto dalla presenza amorevole di Dio che cadde a terra. Quando si rialzò, era un uomo cambiato. Improvvisamente capì l’errore delle sue modalità di persecuzione dei cristiani (conversione intellettuale) e, quindi, venne fermato dal portare avanti la sua missione scorretta (conversione morale). Pochi di noi sperimentano una conversione così marcata. Per molti di noi, il processo di conversione implica una vita di esitazione tra fare due passi avanti e uno indietro. L’auto-appropriazione (auto-osservazione) fornisce la chiave per aiutarci a cooperare pienamente con la grazia di Dio e così avanzare ulteriormente nella nostra chiamata alla santità. Osservando noi stessi nei modelli in base ai quali conosciamo e decidiamo, possiamo sorprendere noi stessi quando resistiamo alla verità, o quando ci troviamo a desiderare di agire per interesse personale. Questa pratica di “auto-osservazione” è la chiave per essere una persona genuina. IL RUOLO DEL CORPO In termini di comprensione corpo-psiche-mente della persona, l’obiettivo primario di Lonergan è quello di spiegare i modelli interiori della mente. Nei miei studi su Lonergan ho voluto sviluppare la comprensione del ruolo del corpo nel promuovere la nostra capacità di cooperare con la grazia di Dio. Esistono modelli di informazioni significative contenute all’interno del nostro corpo che possono aiutare la nostra conversione alla santità? www.magdalacolloquy.org
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Negli ultimi anni, la neuroscienza ha dimostrato che, contrariamente a quanto scoperto precedentemente, il cervello non è statico, ma plastico. Il cervello cambia, sviluppando nuovi percorsi neuronali in risposta al desiderio di conoscenza di una persona. In sostanza, il cervello codifica neurologicamente ogni esperienza della nostra vita. Queste esperienze ricercano un’espressione superiore attraverso i sogni, le immagini e i sentimenti. L’auto-appropriazione (auto-osservazione) a livello del corpo ci richiede di prestare attenzione a ciò che il nostro corpo sente e percepisce mentre discerniamo la verità. Il corpo verifica un’interpretazione della verità rilasciando energia. Tale energia espone non solo ciò che abbiamo sperimentato in passato che viene trattenuto fisicamente nella nostra memoria, ma anche come ciò che abbiamo represso può essere liberato. Le immagini liberate vengono poi interpretate correttamente dai nostri processi di conoscenza. Un tale coinvolgimento intenzionale e di grazia con la nostra guarigione fisica a livello neuronale viene chiamato conversione psichica. Essendo un aspetto dell’auto-appropriazione (osservazione), l’auto-consapevolezza fisica ci permette di avere una veduta d’insieme di noi stessi mentre siamo coinvolti in tutti quei processi che ci rendono umani. Il percorso di auto-consapevolezza di Lonergan, che coinvolge l’intelletto, il discernimento morale, le esperienze religiose e psichiche, ha contribuito con visioni più profonde al processo di conversione di ogni persona nel proprio viaggio verso l’autorealizzazione in unione con Dio. Video intervista con la Dott.ssa Mary Jo McDonald (disponibile solo in inglese.)
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Susan Muto è direttore esecutivo dell’Associazione Epiphany e presidentessa dell’Accademia di Spiritualità Formativa a Pittsburgh, Pennsylvania (www.epiphanyassociation.org). Ha insegnato per oltre trent’anni l’Antologia di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, e ha redatto testi di accompagnamento agli scritti di San Giovanni della Croce. Frequente collaboratrice di riviste colte e popolari, tra cui Mount Carmel e The Catholic Digest, è stata autrice e co-autrice di più di quaranta libri. Tiene conferenze a livello nazionale e internazionale sulla preziosa saggezza della tradizione di fede e formazione giudeocristiana e su molti aspetti fondamentali del vivere i valori e le virtù umane e cristiane nel mondo di oggi. Onorata con un premio alla carriera nel 2009 dalla Catholic Historical Society of Western Pennsylvania, è anche la vincitrice del premio Aggiornamento 2014 della Catholic Library Association. I suoi libri più recenti sono “Gettate le reti e seguite Gesù” (New City Press, 2019) e “Un banchetto per anime anelanti: Lezioni spirituali dai grandi maestri e mistici della Chiesa” (Ave Maria Press, 2020) che ha vinto il primo premio per la Spiritualità 2021 della Catholic Media Association.
Il bacio sacro Susan Muto
Sia gli uomini (come San Giovanni della Croce) che le donne (come Santa Teresa d’Avila) si innamorano di Dio, che diventa il loro Tutto. Il loro amore appassionato per Dio rappresenta la componente ricettiva presente nelle persone che vedono la totalità della loro vita nella luce di Dio. L’anima al centro del loro essere è la spinta del loro divenire. L’anima dà respiro al loro corpo e dà vita ad ogni aspetto del loro vivere. L’anima è la componente femminile o ricettiva celebrata dai mistici nella cui anima, maschile o femminile, il Verbo fatto carne nasce nuovamente.1 Donne come Hadewijch di Anversa e Gertrude di Helfta godettero dell’esperienza dell’unione con Dio più intima di cui un essere umano sia capace. Vennero attirate dalla grazia nelle profondità della Divinità con puro amore disinteressato. Secondo il mistico tedesco Meister Eckhart, “la nascita della Parola di Dio nel cuore della persona onesta è l’improvvisa realizzazione o rivelazione di quella presenza nella coscienza, che è, al vertice della mente, la scintilla dell’anima.”2 Per Eckhart, questo processo di nascita è prima di tutto un “evento acustico” in cui si ascolta la Parola e poi si sperimenta il suo essere concepita per pura grazia nella propria anima. Poiché il peccato inibisce questa esperienza di misticismo, essa deve essere preceduta dai rinforzi ascetici del pentimento, della confessione e della purificazione interiore. In breve, “il cuore errante deve diventare vergine prima di poter essere moglie e madre.”3 Prendiamo ad esempio Maria di Nazareth, la giovane vergine che presto diventerà madre, il cui atteggiamento è di pura ricettività. Maria serve il Signore con tutta sé stessa; confida con amore nella promessa custodita dagli anawim pur non sapendo come l’evento preannunciato dall’angelo Gabriele le sarebbe capitato: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Luca 1,34). Nel momento in cui Maria dà coraggiosamente il suo consenso al Messaggero di Dio, il suo grembo vergine si apre ad accogliere il seme www.magdalacolloquy.org
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del Verbo. Senza esitazione, rinuncia a qualsiasi aspettativa avesse riguardo il suo futuro e si abbandona alla volontà di Dio. La sua ricettività condiscendente, lungi dall’essere un segno di debolezza, diventa la forza vigorosa di una donna che conferma ai posteri che “nulla è impossibile a Dio” (Luca 1,37). Tornando a Meister Eckhart, egli non solo scrive con eloquenza del nostro far nascere il Verbo all’interno della nostra anima; egli identifica anche una nascita superiore, quella della “nascita dell’anima in Dio”—una sorta di “avanzata” nella Divinità. Santa Gertrude di Helfta descrive l’intimità di questo dolce abbraccio come una guarigione dell’anima che la prepara al momento di questa incursione.
Allora il Signore la sollevò sul suo petto, come si fa con un bambino piccolo. Con molte carezze avvicinò la sua bocca divina al suo orecchio e la confortò in vari modi, dicendo: “Come una madre affettuosa bacia via i problemi del suo bambino, così io voglio lenire tutti i tuoi problemi e le tue difficoltà sussurrando parole dell’amore più affettuoso.” 5 Il bacio sacro scambiato tra l’anima e Dio nel contesto del misticismo nuziale è totalmente trasformante. I suoi effetti, tra cui l’estasi, la pace, la contemplazione e la carità, permettono di sentire non la propria voce né i propri pensieri, ma le parole dello Sposo che nascono nella propria più profonda interiorità. Queste visite, di lunga o breve durata che siano, producono una specie di ebbrezza che inebria l’anima, che beve del suo Amato, come dice San Giovanni della Croce, nella “cella del vino della carità perfetta.”6 Questo scambio di doni mi ricorda del periodo che ho trascorso in Spagna, visitando i luoghi di pellegrinaggio dedicati alle vite di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa d’Avila. I loro scritti nel campo della teologia ascetica e mistica erano intrecciati in molte delle lezioni che tenevo come professoressa all’università. Anche se non ero esausta come lo sono di solito i turisti, mi sentivo stranamente perseguitata, non da una presenza fisica, ma da ciò che San Giovanni nomina in una delle sue poesie come “un non so cosa / che si trova così volentieri.”7 Una sera non riuscivo ad addormentarmi. Pensieri di “qualcosa” vagavano nella mia mente. Mentre mi appisolavo, mi sembrò di sentire altre parti della poesia di San Giovanni, nello specifico i versi:
Sono entrato nell’inconsapevolezza, E lì sono rimasto inconsapevole Trascendendo ogni conoscenza.8 10
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Ho sentito queste parole, non tramite l’udito, ma con quello che Meister Eckhart chiamava un “evento acustico.” La notte passò, dormii e venne il mattino. Il giorno dopo a Segovia, davanti all’altare che onorava le reliquie di San Giovanni della Croce, mi resi conto inconsapevolmente che la mia vita era cambiata. Non molto tempo dopo lessi ciò che scrisse Gertrude di Helfta e sorrisi in riconoscimento: “La sposa giustamente, quando cerca colui che la sua anima ama (Cantico 3,1), non si fida dei suoi sensi per affidarsi alle vane speculazioni della curiosità umana; lei chiede un bacio.” 9 Il misticismo è un’esperienza imponente ma familiare. Attira l’anima al di sopra di sé stessa, non attraverso un processo di ragionamento o un fiume di emozioni. Non possiamo marcarlo come tipicamente maschile (analitico) o tipicamente femminile (intuitivo) perché nessuna categoria di mente o di cuore può contenere questo incontro spirito-con-spirito nelle profondità della nostra anima. Questo bacio mistico è così pieno di Dio, così inebriante, che lascia l’anima meravigliata come una persona profondamente innamorata. Si è così sicuri della presenza di Dio che non si ha bisogno di prove. La fede porta alla comprensione e la comprensione accresce la fede. I FRUTTI DURATURI Santa Gertrude conclude che Dio chiama tutti a prendere parte alla dolcezza di questa ricchezza divina; è il frutto del nostro battesimo. Invece di confinare il misticismo allo straordinario, essa vuole che lo vediamo come il risultato più ragionevole della nostra promessa apostolica a Cristo. Egli ci ingaggia come credenti amorevoli ed efficaci nel portare questo “bacio di pace” in un mondo che desidera essere liberato dall’arroganza dell’egoismo ed essere liberato per abbandonarsi totalmente a Dio. Le virtù di apertura, umiltà e ricettività sono i frutti duraturi del misticismo. Ci svuotiamo di ciò che è solo nostro per essere liberati dalla grazia dalle forze del controllo egocentrico. Nei loro tentativi, dichiaratamente inadeguati, di descrivere ciò che è accaduto loro, i mistici non hanno altra scelta se non usare un linguaggio paradossale, fino al punto di cambiare i riferimenti di genere, come fa Giovanni della Croce quando scrive:
O notte che ha unito l’Amante alla sua amata, trasformando l’amata nel suo Amante. 10 Questa coincidenza di opposti descrive al meglio l’esperienza dell’unione mistica: Il nulla diventa tutto. Lontano è vicino. Il tempo si scontra con l’Eterno. La rinuncia è la chiave della liberazione. Anche se questi paradossi possono incrinare una mente strettamente logica, per i mistici questi conflitti non destano alcuna preoccupazione. Il misticismo riduce l’apparente distanza che c’è tra noi e Dio e unisce la contemplazione e l’azione. I mistici si dedicano alla brama presente nei nostri cuori di trovare un significato ultimo al di là dei limiti del mero calcolo. Ci aiutano a cantare l’amore di Dio che guarisce le nostre anime ferite. Non possiamo più accontentarci della mera devozione o della fede convenzionale quando i mistici svelano la grandiosa meraviglia www.magdalacolloquy.org 11
della trasformazione divina che ci porta oltre il confine del tempo fino alla soglia dell’eternità. A questo punto d’ingresso in un misticismo veramente olistico, che siamo uomini o donne, chiediamo a Dio un bacio. Nell’abbraccio di Dio sperimentiamo la dolce presenza dell’amante unita all’Amato. La nostra anima, così toccata e trasformata dallo Spirito Santo, trova il coraggio di trasformare il mondo nella tenda di Dio (Apocalisse 21,2-3).
Bibliografia
1 Thomas Aquinas: Spiritual Master (New York: Crossroad Publishing Company, 1996) p.142. 2 Prefazione di Louis Bouyer: Gertrude of Helfta, The Herald of Divine Love: The Classics of Western Spirituality, trad. Margaret Winkworth (New York: Paulist Press, 1993); anche Hadewijch, The Complete Works in The Classics of Western Spirituality, trad. Mother Columba Hart, OSB (New York: Paulist Press, 1980). 3 Richard Woods, OP, Eckhart’s Way in The Way of the Christian Mystics, Volume due (Wilmington, DE: Michael Glazier, 1986), p.110. Anche Meister Eckhart: The Classics of Western Spirituality, trad. Edmund Colledge, OSA, e Bernard McGinn (New York: Paulist Press, 1981). 4 Ibidem, p. 111. 5 Gertrude of Helfta, The Herald of Divine Love, p. 226. 6 The Ascent of Mount Carmel, The Collected Works of Saint John of the Cross, trad. Kieran Kavanaugh, OCD e Otilio Rodriguez OCD (Washington, DC: Institute of Carmelite Studies, 1991), Volume due, Capitolo 11, 9: p.183. 7 The Collected Works, p.72. 8 Ibidem, p. 53. 9 Gertrude of Helfta, The Herald of Divine Love, p.108. 10 Stanza 5 di One Dark Night, The Collected Works, p. 51.
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Yvonne Dohna Schlobitten è docente di filosofia e teoria del sacro
e della spiritualità nell’arte presso la Pontificia Università Gregoriana. E` specializzata nell’epistemologia del vedere e della cecità (John 9,39) nel contesto della Weltanschauung di Romano Guardini. Insieme ad altri studiosi sta costruendo un campo in cui si indaga la “storia e teoria del vedere di Cristo” come origine della comprensione transdisciplinare nel mondo digitale come fondamento di un discorso metodologico per una ‘Liminal Education.’ È membra della Commissione della rivista ‘Donne, Chiesa e Mondo’ dell’Osservatore Romano e fa parte del gruppo di ricerca ‘Le Donne leggono Papa Francesco’. Partecipa al gruppo della ricerca “Donne e uomini” della facoltà di filosofia della PUG, ed è membro fondatore della Tavola rotonda sulla dimensione femminile a Roma. Da cinque anni è formatrice presso il Centro di Meditazione Cristiana con la responsabilità di esercitare l’’arte del vedere di Cristo”. Oltre alla specializzazione artistica, insegna e compie ricerche nei settori dell’estetica teologica e filosofica, dell’estetica religiosa e della teoria dell’arte. Tra i suoi libri troviamo: “Lo Specchio della Fede: la rappresentazione del divino nell’arte di Raffaello e Michelangelo” (Accademia Raffaello, Urbino 2013); “La Lotta di Giacobbe: Paradigma della Creazione Artistica. Un’esperienza comunitaria di formazione integrale su Chiesa, estetica e arte contemporanea, ispirata a Romano Guardini” (Cittadella, 2020); “Pope Art. La teoria del sacro nell’arte contemporanea dei pontefici. I Beni Culturali nell’orizzonte della formazione teologica estetica” (GB Press, 2021); “L’Amore Divino e Profano. Uno sguardo diverso su Raffaello. (Himmlische und irdische Liebe. Ein anderer Blick auf Raffael)” (Schnell & Steiner, 2021), Guardini e Michelangelo: L’origine del pensare teologico (Grünewald Verlag, 2021).
Incontrare il potere dell’origine della creazione nell’opera d’arte Yvonne Dohna Schlobitten Il teologo Romano Guardini ha affermato che nell’incontro di un opera d’arte l’osservatore “sente la promessa nell’opera d’arte”1 e può essere trasformato attraverso quest’esperienza. Questo incontro con l’opera d’arte, Guardini lo descrive come una relazione tra la libertà che esiste all’inizio della creazione dell’artista. L’artista, secondo Guardini, entra in una dimensione straordinaria, perché non solo mostra come la verità tocca una persona ma riesce anche a estrapolare questa verità e a usarla per mostrare vari aspetti della natura umana nella loro generalità, dando così all’esperienza rappresentata un profondo significato antropologicoteologico. Così, le grandi opere sono messaggi insuperabili sulla natura umana che emergono da una visione idiosincratica e intima dell’individuo per rivelare i segreti dell’anima di ognuno di noi. Immagini che hanno un effetto salvifico e illuminante sullo spirito e la creatività dell’artista stesso. Il nostro compito è di entrare in questo spazio per raccogliere questa chiamata. A titolo d’esempio, Santa Teresa d’Avila scrisse di una potente esperienza di conversione avuta tramite un incontro casuale con un’immagine:
“A questo punto la mia anima si stava stancando, e, anche se desiderava riposare, le pessime abitudini che ormai la schiavizzavano, non le permettevano di farlo. Un giorno, entrando in oratorio, vidi un’effigie che era stata procurata per una certa festa che si celebrava nella casa ed era stata portata www.magdalacolloquy.org
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lì per essere conservata a tale scopo. Rappresentava Cristo ferito gravemente; e favoriva così tanto la devozione che quando la guardai fui profondamente commossa nel vederLo così, tanto bene l’immagine mostrava quello che Lui soffrì per noi. Quando pensai a quanto malamente Lo avevo ripagato per quelle ferite, la mia sofferenza era tale che sentì il cuore spezzarsi, e mi gettai accanto a Lui, versando fiumi di lacrime e pregandoLo di darmi la forza di non offenderLo una volta per tutte.” 2 L’esperienza di Teresa con quest’opera d’arte non è solo mistica e soggettiva, ma essa incontra la forza creativa della forma dell’opera. Teresa sperimenta lo spazio del senso dell’atto creativo nell’’opera, che indica un incontro personale. Ogni vera opera d’arte è, nella suo essere (Wesen), ”escatologica” (salvifica) e si riferisce al mondo che verrà, dice Guardini. Questo significa effettivamente “l’incontro.” Ma non è tutto: sebbene ogni rappresentazione si concentri su un frammento del mondo, l’artista lo percepisce e lo elabora, creando qualcosa di misterioso. Guardini, parla di un potere che crea un’unità dai frammenti stessi e riesce a dare il senso dell’unità dell’esistenza nel suo insieme. Il gesto è provocato da uno “sguardo dall’interno” che apre ad altri mondi dall’interno. Il “dentro” non è psicologicamente una zona di interiorità, ma piuttosto una zona di silenzio e invisibilità. Pertanto, esiste una dicotomia tra ciò che è inizialmente tangibile e percettibile negli elementi materiali dell’arte, ad esempio i colori, le linee e le forme, che in realtà sono solo mezzi e indicatori della sua struttura e forma interna. La sua realtà non è preconfezionata, ma sorge nello spirito dell’osservatore quando sperimenta il significato dai segni tangibili dell’opera. Se riesce a farsi guidare da essi, sarà in grado di ricreare interiormente ciò che l’artista ha creato. Questo è il grande compito dell’osservazione se vogliamo essere dei veri osservatori.
VERSO IL PRINCIPIO DI TUTTE LE COSE Guardini scrive nella sua contemplazione del “principio di tutte le cose” che la nuova creazione come redenzione è “più grande della creazione.” Questo è il potere escatologico di un’opera d’arte. Guardini dice, che Dio ha dato inizio a una nuova creazione. Questo non significa che si tratti di un mondo a parte rispetto a quello che esiste già. La nuova creazione è lo stesso identico mondo, ma calamitato in un inizio che è al tempo stesso morte e nascita. Cristo ha amorevolmente portato la vecchia creazione sulla croce alla sua morte, e attraverso esso la creazione è morta; l’ha portata nella sua risurrezione, e da lì è sorta di nuovo. Da quel momento, la nuova creazione nasce in ogni essere umano, che crede. Può non essere vista, o capita, perché sono lo stesso corpo e la stessa anima, gli stessi pensieri e la volontà umana, l’essere interiore e opera, che sta anche nel vecchio. Così è nascosto il nuovo.
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Riferendosi alla Lettera ai Romani (8,18-25) Guardini continua a spiegare che la creazione è stata sottoposta alla caducità, non volontariamente, ma per amore di Colui che l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione possa gemere e soffrire le doglie del parto fino al momento presente. E non solo la creazione, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente nell’attesa dei nostri diritti di figli e figlie, per la redenzione dei nostri corpi. Perché per mezzo della speranza siamo salvati. Qui viene descritto il misterioso divenire. Esso si manifesta non soltanto nell’essere umano credente, ma per il mondo intero. Dappertutto attende e ascolta l’inizio che si risveglia nell’essere umano credente ed entra nel suo atto del potere, per essere accolto nel processo di trasformazione. E così Guardini conclude i suoi pensieri con lo sguardo sulla città celeste della Apocalisse e dice, che tutta l’esistenza sta in uno stato di amore. Tutto ciò che è esterno è protetto in un’interiorità infinita; tutto ciò che è interno viene espresso ed è libero. Il fatto che quello
verrà è il contenuto della speranza. Il compimento sta al di là della morte, sia dell’individuo che del mondo. La realizzazione della morte e della resurrezione di Cristo avviene attraverso la totalità della vita credente, in contraddizione con il “vecchio”, ma sempre mantenuta dalla speranza. Un’opera d’arte indica questo avvenimento. Un’opera d’arte dice, secondo Guardini: c’è di più oltre a me. Di conseguenza, nell’opera d’arte risiede l’inizio, nella sua struttura e l’essere risiede la vocazione e la chiamata alla libertà. Iniziare è un dovere verso il Creatore.
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Quindi, nell’opera d’arte sta l’inizio, nella sua struttura ed essere (natura) sta la vocazione e la chiamata alla libertà. L’inizio è un dovere e un comandamento del Creatore che vuole vedere la sua creazione forte e costantemente viva. La libertà della persona, come dice Anselmo di Canterbury “omnipotentia sub Deo:” “Il momento dell’originalità, del produttivo, ha raggiunto qui il massimo. La libertà è l’atto creativo umano per eccellenza. Anselmo di Canterbury la chiama sub Deo omnipotentia; ‘onnipotenza sotto Dio’. Solo quella forma di apprensione che è portata dalla riverenza in senso proprio le rende giustizia, come l’atteggiamento richiesto verso la libertà e la sua sovranità.” 3 Poichè la qualità dell’opera non è più vista da un punto di vista puramente formale; la sua autenticità dipende essenzialmente dalla sua religiositá e dalla sua forza iniziale. Solo un’opera che riesce a imporsi nel mondo e quindi apre il proprio mondo e la propria visione dell’essere, raggiunge il più alto livello di qualità. Lo stato in cui si trova l’artista creativo assomiglia secondo Guardini a quello di un bambino o di un ‘veggente’ (Seher) e il fondatore dell’arte astratta, l’artista russo Wassily Kandinsky, parla del carattere profetico dell’opera d’arte, del suo essere un mondo in divenire e poter essere abitato dalle persone. Possiamo riconoscere il creare il Nuovo come un atto specificamente femminile. Al di là delle parole, dei pensieri razionali e delle idee, la forma e l’immagine ci invitano a una trasformazione personale incarnata che ci porta all’origine di noi stessi. E a partire da tali incontri arriviamo a comprendere cosa siamo stati chiamati a fare specificamente. Bibliografia 1 Romano Guardini, Über das Wesen des Kunstwerks, Tübingen 1947; inserito in: Wurzeln eines großen Lebenswerks. Romano Guardini (1885-1968). Aufsätze und kleinere Schriften, Bd. III, Mainz/Paderborn 2002, S. 336-359; citato secondo Kevelaer 2005 (Topos-Taschenbücher 554), p. 90. 2 The Life of Teresa of Jesus: The Autobiography of Teresa of Avila, tradotto & rivisto da E. Allison Peers (New York Doubleday Image 1960), p. 114-115. 3 Anselmo di Canterbury; “omnipotentia sub Deo.”
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John Dalla Costa è un esperto di etica, teologo e autore di cinque libri, tra cui “Magnificence at Work: Living Faith in Business” (Novalis, 2005). Ha un Master of Divinity del Regis College presso la Toronto School of Theology. Oltre ad insegnare etica alla Schulich School of Business (Università di York), John ha lavorato con consigli di amministrazione e CEO a livello internazionale per affrontare complessi problemi etici e coltivare i valori morali per una cultura responsabile. Gli interessi di ricerca di John riguardano la fiducia—tra le persone, nella società, così come all’interno e verso le istituzioni. È stato coinvolto in varie iniziative di dialogo interreligioso, anche tramite il Vaticano, la Tavola Rotonda di Caux, dove è stato nominato di recente Fellow e il Dialogue Institute della Temple University di Philadelphia. È membro fondatore della Conciliare Magdala di Toronto e della Tavola Rotonda sulla dimensione femminile a Roma.
San Giuseppe: L’uomo del momento e del futuro John Dalla Costa La conversione di solito è la scelta di abbandonare una serie di credenze, o una visione del mondo, per adottarne un’altra. Saulo ebbe un incontro accecante con Gesù risorto sulla strada di Damasco. Dopo che gli fu restituita la vista, Saulo cambiò direzione, lasciando la sua protezione accanita verso il giudaismo per diventare un cristiano evangelizzatore. Da giovane Sant’Agostino sperimentò una simile svolta, allontanandosi dalla sua ricerca intellettuale vagabonda per diventare sacerdote, vescovo e teologo. Tuttavia, tra tutte queste storie di conversione, quella di San Giuseppe è assolutamente unica perché decise di convertirsi prima dell’inizio di una nuova era. Maria aveva la prova empirica della promessa di Dio che cresceva dentro di lei, e gli apostoli e i discepoli di Gesù avevano lui come maestro che incarnava lo scopo della loro conversione. Ma Giuseppe prese la decisione di rompere con le sue vecchie credenze in un periodo di transizione in cui le profezie del testamento ebraico non si erano ancora avverate e il Nuovo Testamento doveva ancora venire. Altri hanno preso la coraggiosa—e spesso pericolosa—decisione di convertirsi a Gesù. Giuseppe personificò una conversione più sfidante che si basava su ciò che Dio chiedeva piuttosto che su ciò che Dio aveva fatto. Anche se indispensabile nella storia di Gesù, Giuseppe è quasi invisibile nelle scritture. Non viene mai menzionato nel vangelo di Marco né nelle lettere di Paolo. Impariamo più su di lui nel racconto della natività in Matteo, ma anche qui, Giuseppe non proferisce parola. Nonostante sia più un’ombra che un protagonista, c’è molto da discernere su Giuseppe, sia da come agisce, sia dalle qualità che devono aver influenzato Gesù. Matteo e Luca presentano genealogie diverse nei loro vangeli, ma entrambi affermano che Giuseppe è un discendente di Davide attraverso il quale Gesù eredita la stirpe messianica. Nel racconto di Matteo, Giuseppe era già promesso sposo di Maria ma non vivevano ancora insieme “quando si trovò incinta” (Matteo 1,18). Ci viene detto www.magdalacolloquy.org
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che Giuseppe era un uomo giusto, e “pensò di ripudiarla in segreto” per evitare che Maria venisse accusata pubblicamente. Proprio come a volte noi trascuriamo la debolezza di Gesù nell’essere pienamente umano, è facile trascurare la sofferenza umana che questa situazione deve aver causato a Giuseppe. I suoi piani per il matrimonio e la paternità vennero interrotti da una gravidanza che lui avrebbe potuto vivere solo come una rottura della promessa, se non un tradimento del suo onore. Papa San Giovanni Paolo II spiegò nel libro Redemptoris Custos che, in quel tempo, il matrimonio nel giudaismo avveniva in due fasi. Come prima cosa, c’era la promessa o il fidanzamento ufficiale che fondamentalmente costituiva il matrimonio legale. La seconda parte avveniva quando l’uomo portava la sua sposa a casa. Immaginate la grande gioia di Giuseppe nell’iniziare la sua vita matrimoniale con Maria, con tutte le sue speranze e i suoi progetti per il futuro. Immaginate anche la vergogna e l’umiliazione pubblica in una piccola comunità di circa 400 abitanti, quando la condizione di Maria annullò quei piani. Da un lato, Giuseppe può aver avuto fiducia nel mistero divino dell’inseminazione di Maria, ma dall’altro non aveva alcuna conoscenza di teologia o linguaggio come riferimento per intendere l’incarnazione salvifica. Possiamo solo dedurre che fosse profondamente ferito, non solo per la perdita del futuro che si era assicurato così pubblicamente, ma anche per l’assenza di qualsiasi punto di riferimento spirituale che lo potesse guidare attraverso un tale trauma personale. Prima di vedere il sogno mandatogli da Dio, la propensione di Giuseppe era quella di proteggere Maria nella sua vulnerabilità. Questo ci dimostra la grandezza del suo cuore, che andava oltre il seguire la legge alla lettera per rendere la condizione di Maria meno grave. Senza conoscere la volontà di Dio, l’impostazione predefinita di Giuseppe fu la generosità, anche a costo della propria felicità e reputazione. Dopo il sogno, Giuseppe agì immediatamente e prese Maria come sua sposa, assumendo la paternità di Gesù. La sua tempestività è sorprendente, ma, come rivelato nei successivi racconti evangelici, la conversione poggia esattamente su questa svolta radicale verso il cambiamento nel momento in cui si lascia che “i morti seppelliscano i loro morti” (Matteo 8,22). In tre sogni successivi, Giuseppe cambia ripetutamente rotta: dallo sradicamento della sua famiglia per sfuggire alle violente minacce di Erode, al ritorno in patria anni dopo quando sarebbe stato più sicuro farlo. Identificato solo come tektōnos (artigiano) o falegname (Matteo 13,55), Giuseppe si mise al servizio dell’imperscrutabile volontà di Dio. Giovanni Paolo II disse che Giuseppe venne a incarnare l’intero Testamento ebraico; la parola di Dio era così incisa
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nelle sue cellule che egli di buon grado, e senza paura, reagì a sogni che andavano chiaramente al di là della comprensione umana. Con la sua conversione radicale, Giuseppe divenne ancora di più l’uomo che era già destinato a diventare. Generoso e protettivo nei confronti di Maria prima del sogno, e costante nei suoi doveri fino alla fine. Quello che sappiamo su Giuseppe è poco ed enigmatico. Tuttavia, possiamo vedere preziosi aspetti di Giuseppe riflessi nella vita di Gesù. Come suo padre terreno, Gesù era un falegname. Come Giuseppe, Gesù non esitò a sradicare la sua vita, nel suo caso, seguendo lo Spirito Santo nel deserto subito dopo il suo battesimo nel Giordano (Matteo 3,13-4,11). Il fatto che Gesù parlasse con tale autorità, possiamo dedurre che fosse causato dalla stessa incarnazione delle scritture incastonate nel suo cuore come lo erano state per Giuseppe (Matteo 7,29). E, dato che alle donne non era permesso partecipare alle preghiere nella sinagoga, possiamo inoltre dedurre che fu Giuseppe ad aiutare Gesù a crescere
in questo amore per la parola di Dio, e a confidare pienamente che la promessa di Dio sarebbe stata onorata. Gesù sembra anche aver mostrato alle donne lo stesso generoso riguardo che Giuseppe offrì a Maria. Egli non solo guariva le donne, ma parlava anche con loro nonostante i tabù e le accettava come sue seguaci. Il silenzio di Giuseppe nei vangeli parla forte e chiaro. Il silenzio deve essere stato fondamentale nella sua vita di preghiera perché senza una preparazione contemplativa non avrebbe ascoltato immediatamente la chiamata di Dio rivelatagli in sogno. Dio non ha cambiato Giuseppe. Dio non ha stravolto le sue speranze o qualità. Piuttosto, Dio ha reso Giuseppe il marito e il padre che lui aveva desiderato essere fin dal principio, solo in scala molto più grande. Quando rischiamo nell’amare Dio come Dio ci ama, come Giuseppe ha dimostrato, la conversione non solo diventa la realizzazione del nostro io più autentico, ma cambia anche il corso del futuro.
Lucinda M. Vardey ha trascorso anni a studiare e insegnare la
spiritualità femminile e le sante attraverso i suoi scritti, formando comunità femminili e guidando ritiri e pellegrinaggi. È stata l’organizzatrice dei seminari internazionali “Verso una teologia femminile intrinseca” che si sono svolti a Roma nell’arco di 3 anni tra il 2016 e il 2018. Ha scritto nove libri, tra cui un’antologia di preghiere femminili intitolata “La fioritura dell’anima” (Knopf/Ballantine, 1999) e “Madre Teresa: Un cammino semplice” (tradotto in più di 18 lingue) nel 1995. I suoi libri più recenti sono “Giovanni XXIII: Un santo per il mondo moderno” (Paulist/Novalis, 2014) e, come redattrice/ co-traduttrice, “I dodici gradi del silenzio” di Marie-Aimée de Jésus O.C.D. (Novalis 2014/BRF, 2015). Nel 2012 ha dato vita a una comunità laica di donne, chiamata Le donne contemplative di Sant’Anna, sotto l’egida dell’Arcidiocesi di Toronto. È membro fondatore del Conciliare di Magdala di Toronto e della Tavola Rotonda sulla Dimensione Femminile a Roma. In ultimo, è caporedattrice della rivista Un unico accordo.
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Rivolgersi alle donne Lucinda M. Vardey
Dopo essere stato tentato nel deserto con una serie di promesse associate a strutture di potere a dominanza maschile, Gesù le rifiutò tutte. Questa è la sua iniziazione, una cambio di rotta dalla comprensione del mondo tradizionale verso un cammino sconosciuto. Questo cammino che abbraccia non solo il momento, ma il futuro ancora in evoluzione, è quello più familiare alle donne. Pertanto non è sorprendente il fatto che proprio due donne siano state determinanti nell’incoraggiare la conversione continua di Gesù. La prima donna fu, naturalmente, sua madre, che gli si avvicinò durante le nozze a Cana quando avevano finito il vino. Gesù chiese: “Donna, che vuoi da me?” concludendo con la dichiarazione: “Non è ancora giunta la mia ora.” (Giovanni 2,4). In risposta Maria decise che era davvero una cosa che la riguardava e che l’ora era, in effetti, giunta. Senza dire un’altra parola a suo figlio, suggerì ai servitori di fare quello che lui diceva loro. La seconda donna fu l’audace madre cananea che gridò a Gesù di avere pietà e di guarire sua figlia malata. Lei, come la madre di Gesù, non si scompose di fronte al suo iniziale rifiuto—perché lui era stato mandato solo “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Matteo 15,24)—e più tardi al suo riferimento al suo popolo come “cagnolini” (i Cananei adoravano falsi idoli e venivano considerati peccatori da Israele). La sua astuta battuta “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” divenne il momento significativo in cui Gesù cambiò idea. La persistenza di una madre ampliò il territorio del suo ministero e abbatté i confini del credo e della pratica. Una donna sconosciuta, le cui costanti suppliche per l’attenzione di Gesù, potremmo dire, resero possibile la portata mondiale del cristianesimo. Gesù rispondeva alle madri. E come suo padre terreno, Giuseppe, ascoltava e viveva la volontà di Dio alla giornata. Il cambio di rotta di Gesù lungo le strade del suo ministero lo portò da ciò che pensava avrebbe fatto e quando sarebbe stato, a un luogo dal cuore accogliente. La compassione lo persuase ogni volta e gli permise di essere guidato da quella che sicuramente può essere percepita come premura materna. La compassione lo portò a guarire nel giorno del sabato, a raddrizzare la schiena della donna afflitta. La compassione portò le donne a toccarlo, una perché interrompesse il suo sanguinamento, l’altra perché versasse lacrime e lo ungesse con il nardo. La compassione lo spinse a scrivere sulla sabbia, confidando nel fatto che la donna sorpresa in adulterio non sarebbe stata lapidata, cosa che sarebbe potuta accadere alla sua stessa madre se Giuseppe non avesse cambiato idea. Toccato dalle donne e loro da lui, entrambi hanno condiviso la saggezza racchiusa nelle qualità materne. Le nascenti comunità cristiane videro questa saggezza e questo rapporto continuare a svilupparsi. Le madri guidarono i figli alla conversione, le più famose furono Sant’Elena
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Imperatrice con Costantino (che portò alla conversione dell’intero impero romano) e Santa Monica con Sant’Agostino. Melania, una madre del deserto di Roma, fondò monasteri sul Monte degli Ulivi dove una cerchia di uomini venne influenzata dalla sua sapienza sulla scrittura della teologia paleocristiana. Madri spirituali come Macrina la Giovane, che convertì i suoi due fratelli San Basilio e Gregorio di Nissa, e Marcella, una studiosa greca, a cui San Girolamo diede il merito di essere la fonte di gran parte del suo sapere. E Santa Paola Romana che, padroneggiando l’ebraico, discusse con San Girolamo “sui punti sottili della traduzione della Bibbia nella Vulgata.” 1
Secoli dopo, Caterina da Siena, si fece carico di convincere Papa Gregorio XI a riportare il papato da Avignone a Roma. E una volta lì, implorò incessantemente lui, e il suo successore, di assumere le qualità materne di Gesù nel guidare la Chiesa. Gli uomini santi, scrisse Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce) si riconoscono per la loro “dolcezza femminile” e la “premura materna” e le donne sante, per “un’audacia, competenza e determinazione virili.” 2 Bibliografia 1 Laura Swan: The Forgotten Desert Mothers (Mawwah NJ Paulist Press, 2001), kindle 4/70. 2 Edith Stein, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, trad. Ornella M. Nobile Ventura (Città Nuova Editrice, 2001) - Edith Stein, Essays on Woman, trad. Freda Mary Oben (Washington DC. ICS Publications, 1996) p. 84.
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Caterina Ciriello F.I. è una religiosa della Congregazione Missionaria
delle Figlie di Gesù (Salamanca) e vive e lavora a Roma. È docente di Teologia Spirituale e Storia della Spiritualità nella Facoltà di Missiologia (ISCSM) della Pontificia Università Urbaniana. Da molti anni si dedica alla spiritualità ecumenica, soprattutto nella sua dimensione “femminile”. Ha fatto parte del Comitato esecutivo dell’ISACEM (Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI) a Roma ed è membro dell’Associazione Italiana docenti di ecumenismo. Fa parte della redazione della rivista “Notes et Documents”, della redazione della rivista “CVII. Studi e ricerche” e del comitato scientifico di “Thesaurus collana di Studi di Teologia e di Storia della Chiesa” (Aracne Editrice). Recentemente è stata nominata membro del comitato editoriale dell’UUJ, il giornale della Pontificia Università Urbaniana. Ha scritto molti articoli per varie riviste scientifiche e popolari, tra cui Vita Pastorale. Tra i libri che ha pubblicato ci sono: Dorothy Day: Le scelte dell’amore (2011); Il Vangelo nella vita: per una spiritualità del quotidiano (2011); Pietro Pavan: le metamorfosi della dottrina sociale nel pontificato di Pio XII (2012); Il contributo delle religiose uditrici al Perfectae Caritatis – Fare memoria per guardare al futuro (2015). Il suo ultimo libro è “Donne e cristianizzazione dell’Europa - da Gregorio Magno a Bonifacio di Fulda” (2017). Suor Caterina è membro fondatore della Tavola rotonda sulla dimensione femminile della Chiesa.
La conversione di un continente Caterina Ciriello F.I. L’Europa cristiana nacque nel V secolo dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Durante il pontificato di Gregorio Magno (540-604) e successivamente con la missione guidata da San Bonifacio di Fulda (675-754) l’evangelizzazione del continente prese slancio sotto l’influenza e la fede di alcune grandi donne. Il Cristianesimo era senza dubbio un grande trampolino di lancio per le donne anche se, a partire dal IV-V secolo in poi, l’istituzionalizzazione degli uffici ecclesiastici oscurò in parte il loro ruolo. Tuttavia, le donne sono sempre state abili nel trovare valide alternative a qualsiasi ostacolo, e lo fanno soprattutto nelle circostanze in cui sono chiamate al servizio del Vangelo. Molte di queste donne erano anglosassoni. Il monachesimo femminile giocava un ruolo fondamentale sia nella Chiesa orientale che in quella occidentale, specialmente nella vita cenobitica e anacoretica. E i “monasteri doppi” (con uomini e donne) erano particolarmente diffusi durante il periodo del monachesimo missionario tra il VII e il X secolo. Non solo questi monasteri erano per lo più governati da badesse, che erano responsabili della vita spirituale di monaci e suore, ma erano anche un punto di riferimento all’interno del panorama monastico dei secoli antecedenti. Grazie all’instancabile dedizione e ai sacrifici delle regine e in molti casi, anche dei loro servitori, le donne delle famiglie reali o imperiali iniziarono un intero popolo alla fede. Una di queste donne fu Clotilde, moglie di Clodoveo, il re dei Franchi, che, nonostante la
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morte del suo primo figlio, convinse il marito a convertirsi al Cristianesimo. Sul punto di subire la stessa sorte, il loro secondo figlio venne salvato dalle incessanti preghiere della madre. Re Clodoveo divenne il primo re cristiano d’Europa e l’unico a essere passato direttamente dal paganesimo al cattolicesimo (senza prima aderire all’arianesimo); una conversione che segnò un passaggio fondamentale per l’evangelizzazione. La nuora di Clotilde, Radegonda, fu la seconda regina dei Franchi a diventare santa. Nonostante le sue numerose sofferenze fisiche, affermò che coloro che sono degni di portare alla ribalta il Creatore, anche se sono delicati e deboli, vengono fortificati da Cristo per essere efficaci. La principessa merovingia Berta, figlia del re e della regina di Parigi, Cariberto e Ingoberga, e quindi “della stirpe reale dei Franchi” come riferisce il monaco Beda il Venerabile, sposò re Etelberto del Kent, un pagano, ma a condizione che potesse continuare a praticare la sua fede. Il re mantenne la sua promessa e fece restaurare una vecchia chiesa, presumibilmente dedicata a San Martino, in modo che la regina potesse pregare e partecipare all’eucaristia celebrata dal vescovo Liudardo. La regina Berta probabilmente fu un prezioso intermediario per Agostino di Canterbury e i suoi compagni, inviati dal Papa a evangelizzare in Gran Bretagna. Questa missione ebbe successo perché Agostino riuscì a conquistare la fiducia del re Etelberto e la sua successiva conversione. Il passaggio al cristianesimo del re del Kent influenzò sia Saebert, re dell’Essex, e suo nipote, sia Edvino di Deira, re di Northumbria, che dopo aver sposato Etelburga, figlia di Etelberto, venne battezzato nel 627. Dopo la regina Berta, occorre sottolineare il ruolo altrettanto significativo di Enfleda, badessa e regina di Northumbria. Fu la prima persona ad essere battezzata in Northumbria, seguita da undici membri della sua famiglia. Il regno di Northumbria, a quel tempo, era sotto l’influenza dei missionari irlandesi, che vivevano secondo le norme del monachesimo celtico. La regina Enfleda, tuttavia, desiderava portare l’intero regno sotto l’obbedienza della Chiesa di Roma. Qualsiasi controversia che ne derivò venne risolta da un Sinodo convocato nel 664 a Whitby. La coraggiosa determinazione di queste donne anglosassoni ha cambiato la storia di un popolo. Avendo creato alleanze e armonia politica, buone relazioni con i regni vicini, furono determinanti per sanare le rivalità e prevenire i conflitti. Mentre conquistavano il rispetto dei loro coniugi in materia di fede, alla fine, anche se informalmente, venne loro accordato anche lo stesso grado di rispetto alla corte imperiale. www.magdalacolloquy.org
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Un Unico Accordo O Dio, nostro Creatore, Tu, che ci hai fatto a Tua immagine, donaci la grazia di essere accolti nel cuore della Tua Chiesa. R: In un unico accordo, preghiamo. Gesù, nostro Salvatore, Tu, che hai ricevuto l’amore delle donne e degli uomini, cura ciò che ci divide, e benedici ciò che ci unisce. R: In un unico accordo, preghiamo. Spirito Santo, nostro Consolatore, Tu, che guidi il nostro lavoro, provvedi per noi, come noi ti chiediamo di provvedere per il bene di tutti. R: In un unico accordo, preghiamo. Maria, madre di Dio, prega per noi. San Giuseppe, resta accanto a noi. Divina Sapienza, illuminaci. R: In un unico accordo, preghiamo. Amen. www.magdalacolloquy.org
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With One Accord (Un unico accordo), musica originale composta dal Dr. John Paul Farahat per l’intervista di Magdala ed eseguita da Emily VanBerkum e John Paul Farahat
Immagini presenti in questo numero Copertina: Dettaglio da” La conversione di Maria Maddalena” di Paolo Veronese (1528-1588). Pagina 2 “Capella in un campo” di John Dalla Costa. Pagina 3 “Il torrente Tignana” di John Dalla Costa. Pagina 10 “Santa Gertrudis” di Miguel Cabrera (1763) Messico. Pagina 12 “Tramonto in Toscana” di John Dalla Costa. Pagina 15 “Una madre e un bambino che guardano la Vergine e il Bambino”di Reginald Bottomley (1856-1933) Littlehamptom Museo, Inghilterra. Pagina 18 Dettaglio da”San Giuseppe e il Bambino Gesù”di Murillo (1617-1682). Pagina 21 “Madri del deserto Santa Paola e sua figlia Eustochium con San Girolamo” di Francisco de Zurbaran(1598-1664). Pagina 23 Dettaglio dalla “leggenda della Vera croce” di Piero della Francesca (1415-1492).
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In questo numero Copyright © 2021 Parrocchia di San Basilio, Toronto, Canada. Per contattare la redazione scrivere a: editor@magdalacolloquy.org ISSN 2563-7940 EDITORE Morgan V. Rice, CSB CAPOREDATTRICE Lucinda M. Vardey REDATTORE ASSOCIATO Emily VanBerkum TRADUTTRICE ITALIANA Diana Isacchi COORDINATORE DI PRODUZIONE Michael Pirri RESPONSABILE AMMINISTRATIVO DI PROGETTO Nancy Nobrega
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