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Il Piano Casa di Fanfani

Il Piano Casa di Fanfani

Giovan Giuseppe MENNELLA

Storia e Politica

Il 24 febbraio del 1949 fu promulgata in Italia la legge numero 43 riguardante il “Piano settennale per case ai lavoratori”. Agli atti parlamentari del Senato della Repubblica è ancora rinvenibile un biglietto in cui in quel 1949 il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi scrisse al giovane Ministro democristiano del Lavoro e della Previdenza sociale Amintore Fanfani chiedendogli di illustragli e elencargli i programmi futuri e gli obiettivi raggiunti27

dal suo Ministero. Il Ministro rispose a stretto giro, con una nota a mano, in cui erano elencati i provvedimenti già adottati, tra i quali, indubbiamente il più importante, doveva rivelarsi proprio quella legge del 24 febbraio 1949. Amintore Fanfani era nato vicino ad Arezzo nel 1908. Allora quella zona della Toscana era tutt’altro che ricca, con un’ agricoltura non particolarmente florida, zone collinari e montuose e anche una certa emigrazione. Dopo il liceo ad Arezzo, Fanfani si iscrisse all’università a Milano dove si laureò in Economia alla Cattolica e ben presto diventò un giovane docente di economia nello stesso ateneo. L’impostazione ideologica del professore, siamo ancora negli anni ’30 del secolo scorso, oscillò tra un’ economia che si ispirasse alla dottrina sociale della Chiesa e un interessamento al corporativismo fascista, allora in auge, che però, di fatto, rimase più che altro sulla carta anche durante lo stesso regime. In effetti, aveva visto il corporativismo come una terza via tra il capitalismo e il collettivismo comunista. Comunque, fin dal periodo fascista il suo interessamento si diresse al problema della povertà e nel 1942 scrisse un libretto di riflessioni intitolato “Idee sui poveri”, che lui identificava sostanzialmente con i lavoratori disoccupati o sottoccupati, da aiutare con adeguate misure programmatiche. In effetti, Fanfani sarebbe diventato uno tra i maggiori economisti cattolici del XX Secolo e sarebbe stato tra i principali fautori dell’economia mista, Stato e privati, che avrebbe dato ottima prova nell’Italia della ricostruzione e del progresso economico, nel periodo cruciale dal 1945 al 1975. Dopo la Liberazione fu eletto all’Assemblea Costituente nella Democrazia Cristiana, insieme ad alcuni altri componenti di una pattuglia di democristiani come Dossetti, Lazzati e La Pira, ispirantisi alla dottrina sociale della Chiesa e al cosiddetto Codice di Camaldoli, favorevole alla collaborazione solidaristica tra datori di lavo-

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ro e lavoratori. Fu lui a contribuire a dirimere la questione della scrittura dell’articolo 1 della Costituzione, facendo riferimento, nell’articolo stesso, al lavoro in senso generale e non ai lavoratori, intesi come operai manuali in senso specifico, come avrebbero preferito i Partiti della Sinistra. Fu nominato ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel quarto governo De Gasperi, nel quale fu adottata una sorta di divisione del lavoro, nel senso che furono assegnati agli esponenti più orientati al moderatismo liberale, contrari all’intervento dello Stato nell’economia, i Ministeri economici, mentre agli esponenti politici più orientati al riformismo furono assegnati i Ministeri sociali, quello del Lavoro e quello dell’Agricoltura. Fanfani ebbe il Lavoro, che tenne dal 1947 al 1950, con il quarto e il quinto governo De Gasperi. E dall’impegno del giovane e dinamico Ministro del Lavoro nacque appunto il progetto che sarebbe diventato la legge sulle case ai lavoratori di quel 24 febbraio 1949, durante il quinto governo De Gasperi. Per la verità, l’idea di un piano generale per le case ai lavoratori si era fatta strada anche nel fascismo degli ultimi tempi, ma non aveva avuto seguito, come del resto moltissime idee e promesse del Ventennio (a tale proposito cfr l’interessante e ben documento libro “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi editore Bollati Boringhieri 2018, in cui si fa chiarezza sulle presunte cose buone del fascismo, che rimasero in realtà sulla carta e si rivelarono solo promesse e propaganda). Va notato che, nel dibattito parlamentare sulla legge, relatore di maggioranza fu un giovane Mariano Rumor e relatore di minoranza fu un’altra figura benemerita della lotta per il progresso dei lavoratori, cioè Giuseppe Di Vittorio, che peraltro mise in campo un’opposizione non troppo dura al progetto, perché ne capiva l’opportunità

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di fondo. Comunque, i sindacati non si mostrarono particolarmente entusiasti del progetto, per timore che il contributo economico chiesto agli stessi lavoratori si rivelasse oneroso. Il Piano Casa, legge 46 del 24 febbraio 1949,fu probabilmente l’iniziativa più importante del riformismo italiano dopo la battaglia elettorale del 18 aprile 1948 che vide la Democrazia Cristiana conquistare la maggioranza assoluta. Abbastanza paradossale fu che lo ideò un cattolico, convinto che l’economia dovesse essere guidata dall’etica cristiana e in gioventù in qualche modo interessato ad alcuni aspetti del corporativismo. Il contesto socio-economico in cui prese forma il Piano era quello di un’Italia uscita devastata dalla guerra, i cui era scomparsa la flotta mercantile, le abitazioni e le infrastrutture erano distrutte, le linee ferroviarie interrotte, andato in fumo il 25% della ricchezza nazionale. L’idea vincente del progetto fu di promuovere il miglioramento in tre campi importanti: costruire case popolari, combattere la disoccupazione e far investire gli italiani utilizzando i loro risparmi. Fu una misura innovativa che mise in moto imprenditori pigri e lavoratori senza prospettive. L’ispirazione iniziale del Piano era venuta dal New Deal degli Stati Uniti e dal Welfare della Gran Bretagna, cioè coniugare le libertà individuali con i diritti sociali alla salute, al pieno impiego, ad abitazioni decenti e salubri per i meno abbienti. Fanfani portò in Italia nella cultura economica le idee di Beveridge e di Keynes e per questo non fu mai molto amato dagli economisti e dai grandi giornali liberali che lo tacciarono di portare nella società le ideologie totalitarie, mutuate a metà dal collettivismo comunista e a metà dal corporativismo fascista. Infatti, in quell’immediato dopoguerra, dopo venti anni di un regime che aveva messo mano

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all’economia, erano vivi i timori di un rinnovarsi dello statalismo. Tuttavia, era anche evidente che occorrevano misure di programmazione per rialzare l’Italia. Gli imprenditori e gli operai avevano bisogno di lavorare e gli stessi architetti e ingegneri finirono per interessarsi professionalmente al progetto. Infatti, dopo un primo momento di perplessità, lo stesso Adriano Olivetti, presidente degli urbanisti italiani, si rese conto che il progetto era utile a migliorare sia l’aspetto delle città sia le condizioni economiche dei lavoratori. La partecipazione economica al Piano era a carico dello Stato, con investimenti programmati, ma anche a carico dei datori di lavoro, con una loro quota, e dei lavoratori, con trattenute di non grande entità sui salari. Partecipò allo sforzo economico anche l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, Ente fondato all’inizio del ‘900 da un altro ministro economista, e meridionalista, che aveva a cuore il miglioramento della struttura sociale e organizzativa della società italiana, Francesco Saverio Nitti. La legge previde un investimento di 80 miliardi di lire, l’apertura di 20.000 cantieri, lavoro per 60.000 edili e la costruzione di 335.000 alloggi. Il primo cantiere fu impiantato a Colleferro il 7 luglio di quel 1949. Il Piano previde, in base alla legge e ai decreti di attuazione, l’istituzione di due organi direttivi: un Comitato di attuazione, che sovrintese alla distribuzione dei fondi, alla distribuzione degli incarichi e che esercitava una vigilanza generale, guidato da Filiberto Guala, cattolico convinto, figura interessante per molti versi e di cui si dirà in seguito e un Ente di gestione che si occupò degli aspetti architettonici e urbanistici. La macchina si mise in moto il primo di aprile del 1949 e il primo cantiere fu avviato, come detto, a Colleferro. Nell’ottobre di quello stesso anno 1949 i cantieri erano ormai 649. Nel primo anno del Piano Casa vennero anche utilizzati 15 miliardi di lire finanzia-

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ti dal Piano Marshall. Di questo impiego delle risorse da loro fornite, gli americani si dichiararono insoddisfatti, in quanto avrebbero preferito che quei soldi fossero impiegati non per finalità sociali ma per aumentare l’ancora scarso potere di acquisto degli italiani in modo che comprassero più merci statunitensi. Come si è detto, gli urbanisti finirono per considerare positivo il Piano perché ormai era maturato il concetto di “città pubblica”, con servizi e infrastrutture non lasciati alla sola iniziativa privata, ma con una organizzazione globale sociale e moderna. Questo nelle buone intenzioni, però poi, poiché le case costruite dal Piano non erano sufficienti per tutte le esigenze, si cominciò anche a costruire selvaggiamente, fuori dalle regole. Questa, però, è una storia diversa, perché il Piano aveva le sue regole, che furono rispettate, ma ovviamente non poteva soddisfare tutta la fame di case che c’era. Si calcola che abbia contribuito a soddisfare una quota del fabbisogno abitativo tra un quarto e un quinto del totale. Nel 1955 il Governo Segni approvò una legge che rifinanziava il Piano per altri sette anni. Intanto, dopo la morte di De Gasperi, grazie al successo del suo Piano, Fanfani era diventata una personalità di primo livello nella Democrazia Cristiana, tanto da essere incaricato una prima volta nel 1954 di formare il governo, anche se non vi riuscì. Il Piano durò fino al 1963 e si concluse quando il Paese era ormai radicalmente rinnovato rispetto all’immediato dopoguerra quando aveva avuto inizio. Fu archiviato definitivamente dal primo governo di Centrosinistra, a cui il Partito Socialista dava solo l’appoggio esterno, guidato proprio dallo stesso Fanfani. Ecco alcuni numeri rilevanti del Piano: riguardò 5.036 Comuni, furono occupati 40.000 lavoratori, furono lavorate 102 milioni di giornate lavorative e costruito il 10% di tutte le case realizzate in quel periodo, con punte del 18% al Sud; in totale, un milione e novecentomila vani, 335.000 alloggi, 336 miliardi di lire spesi. Oltre

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ai due Enti di gestione di cui si è detto prima, nella maggior parte delle aree edificate fu operativo anche un Ente di gestione dei Servizi Sociali, l’INA Casa, con il compito di gestire socialmente le case e promuovere inchieste sulla situazione dei luoghi. Una notazione personale: in due di questi vani, dal 1954 al 1959, è vissuto, ed è stato molto felice, da bambino anche chi scrive. E, in retrospettiva, può dire che notò la differenza tra la sua casa INA Casa del piccolo paese agricolo del Sud dove visse con i genitori e le abitazioni, rispettivamente in campagna e al mare, dove andava a passare le vacanze dalle nonne materna e paterna . Case piene di affettività e amore, ma sconnesse, umide, con i servizi igienici scomodi o inesistenti. In mezzo a quelle due diverse situazioni passò evidentemente la frattura nella società italiana che andava verificandosi in quegli anni tra il mondo di ieri e il mondo nuovo, la mutazione antropologica che ci portò dalla povertà al benessere, dalla fame alla sazietà, con tutto quello che di positivo e negativo ad essa legato. Tutto questo, e non solo, fu il Piano Casa di Fanfani, il primo inizio del boom economico, uno e non il meno importante volano per il cambiamento. Un ultimo accenno alla vicenda del Presidente del Piano, Filiberto Guala, cattolico convinto, quasi integralista, ma uomo di grande capacità manageriale e di grande onestà. Dopo aver gestito il Piano fino al 1954, fu nominato primo Presidente della neonata RAI Radiotelevisione italiana, che guidò dal 1954 al 1956. In quella veste, oltre a dimostrare le solite doti di competenza, si segnalò per la rigidità dei comportamenti morali che pretendeva nelle trasmissioni, fino a elaborare un manuale linguistico, in base al quale non doveva comparire alcuna parola a doppio senso, per esempio membro, né dovevano apparire in video donne non vestite in modo castigato. Tanto che una volta i suoi collaboratori presentarono in scena, per burla, ballerine con i mutandoni come nell’800.

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Conclusa la sua onorata carriera manageriale, Guala si fece frate, come l’altro e-sponente della sinistra della Democrazia Cristiana Giuseppe Dossetti.

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