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Luigi Agostini

Il giardino dei tarocchi Anteprima limitata

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Prima Edizione, Dicembre 2007, LuLu.com Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti o esistenti è puramente casuale. Disegno in copertina di Alessandro Izzo. Collage interni e sul retro della copertina di Luigi Agostini.

ŠCopyright 2007 by Luigi Agostini ISBN 978-1-84799-344-1 4


Prologo Ciao, il mio nome di battesimo è Asia, sono nata l’undici Novembre del 2011 e scrivo questo libro per raccontare a tutti gli avvenimenti incredibili del giorno più bello della mia vita, il mio undicesimo compleanno. Ho atteso quel momento per tutta la mia vita, centinaia di volte ho cercato d’immaginare come potesse essere il mio risveglio l’undici Novembre del 2022, ma quando arrivò quel mattino, rimasi praticamente delusa. Non mi sentivo di certo diversa, e come sempre, dopo essere stata in bagno, scesi le scale per andare in cucina dove mia madre mi stava aspettando per fare colazione. Mio padre non c’era. Era già al lavoro. Proprio lui che mi aveva convinta, giorno dopo giorno, che avrei avuto una risposta a tutte le domande della mia vita semplicemente vivendo quel benedetto undici Novembre. Mia madre mi diede il solito cappuccino con un sorriso triste e si sedette di fronte a me, dall’altro lato del tavolo. Teneva in mano una scatola di carte con su scritto “Tarocco Piemontese”. “Dobbiamo parlare Asia.” Perfetto, avevo aspettato tanto per sentirmi fare la solita predica sul sesso o sui pericoli del mondo! Rimasi senza parole. Mia madre tirò fuori il mazzo di carte dalla scatola con un espressione strana sul volto ed una sorta di abituale reverenza. Un dejavù mi assalì improvvisamente senza lasciarmi scampo, lunghissimo, inquietante. La sensazione di aver già vissuto quel momento non accennava a diminuire. Finì soltanto quando mia madre disse: - “Ti prego di ascoltare senza far domande, la storia che ti racconterò mi fa ancora star male, quindi non interrompermi a meno che tu non capisca qualcosa... va bene?” “Va bene.” Risposi come già sapevo che avrei fatto. 5


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Le regole del gioco

“I Tarocchi sono delle carte da gioco che hanno avuto il loro momento di maggior diffusione, in Europa, tra la fine del Medioevo e il Rinascimento, nelle corti signorili dell’Italia settentrionale.” La luce al neon colorava la cucina con dei riflessi freddi, moderni che contrastavano con il suono antico delle sue parole. La sua voce era cambiata, sembrava giungere da lontano, carica di echi perduti nel tempo come naufraghi, che attraverso di lei, trovavano finalmente una via di fuga verso casa, verso il futuro. Mia madre sorrise beffarda. “Tutti pensano di conoscere la loro origine soltanto perchè qualcuno, probabilmente a Milano, agl’inizi del Quattrocento, creò il primo mazzo di carte così come lo vedi e si preoccupò di rivendicarne la paternità, forse per cupidigia o per superbia. I primi mazzi di cui l’umanità ha notizie certe, e che sono sopravvissuti fino ai nostri giorni in varie collezioni sparse per il mondo, sono i Mazzi Visconti-Sforza. I tre mazzi più famosi, dei quindici attualmente conosciuti, sono il Pierpont-Morgan Bergamo Visconti-Sforza, il mazzo Cary-Yale Visconti-Sforza ed il Brera-Brambilla Visconti-Sforza. I loro nomi derivano da quelli delle biblioteche, musei e collezioni private che hanno offerto loro riparo dalle vicissitudini del tempo che passa. Sono molto belli e preziosi, tutti i trionfi e le figure hanno uno sfondo in oro, mentre le carte non figurate hanno sfondo color crema od argento con un motivo floreale colorato. Il mazzo Cary-Yale Visconti-Sforza, che prende il nome dalla collezione di carte da gioco storiche della famiglia Cary, da molti studiosi è ritenuto il più antico dei mazzi, 7


loro pensano che sia stato realizzato intorno al 1466.” Con un gesto elegante della mano stese le carte formando un semicerchio. Una le cadde in terra; era la Torre. La raccolse con indifferenza e la rimise insieme alle altre. “Al contrario, l’origine dei Tarocchi si perde nella notte dei tempi, come dicono gli umani. Sono state tentate più volte, nel corso dei secoli, numerose rappresentazioni grafiche, su tavolette di legno, papiri o tele, dall’Egitto dei Faraoni fino al Rinascimento. A volte sono riusciti ad ottenere delle interpretazioni molto somiglianti... specialmente gli etruschi. Altre volte hanno lavorato troppo di fantasia. Il mazzo di Tarocchi, di ogni tipo, si costituisce comunque di settantotto carte. Ventidue raffigurano i “Trionfi”, ribattezzati dagli esoteristi Arcani Maggiori, le restanti 56 figure, denominate impropriamente Arcani Minori, consistono nelle tradizionali carte da gioco a semi italiani, coppe, denari, bastoni e spade, e precedono di almeno quarant’anni le carte dei Trionfi, od Arcani, dell’Italia settenrionale. La differenza tra le due caste è stata interpretata dagli esoteristi in questo modo: gli Arcani Maggiori, sono simboli universali, riconducibili ad esperienze e stili di vita particolari, ruoli sociali, virtù e concetti filosofici e religiosi, mentre i Minori esprimono le manifestazioni, le concretizzazioni delle grandi energie che alimentano l’esistenza, attraverso i paradigmi di situazioni più realistiche, quotidiane. In realtà gli studiosi hanno sempre e soltanto grattato la superficie, spesso per paura o convenienza. Altri, troppo zelanti e curiosi, sono stati messi a tacere, alcuni per sempre... per molti Arcani la verità e la conoscenza rappresentano una vera e propria minaccia per la loro... bè, chiamiamola vita, anche se non nell’accezione comune del termine.” Mia madre era molto bella, allora come adesso, elegante nei modi anche se un pò austera. Due occhi di un celeste acqua sembravano naturalmente scavare nei recessi dell’anima di chi osava fissarli anche solo un momento. Il collo, lungo come nei migliori ritratti del Modigliani, ricordava un fiume impetuoso capace di trascinare lo sguardo di ogni uomo verso il suo seno rigoglioso. Forse il fatto che stava diventando progressivamente 8


sempre più miope accentuava la solennità dei suoi movimenti. Non avrei mai pensato che potesse manifestare segni di senilità così precocemente... eppure il suo discorso era apparentemente privo di senso. Lei si aggiustò gli occhiali, dalle lenti sempre più spesse, con un gesto a me familiare e proseguì. “Le carte sono nate perchè gli umani hanno cercato di rendere accettabile, per le loro semplici menti, un segreto terribile; anticamente sussurrato dalle madri ai bambini che si avviavano sulla cattiva strada, abilmente demistificato dai religiosi di tutti i tempi, tramandato nei secoli come leggenda: gli Arcani Maggiori esistono da sempre, Asia.” Fece una pausa, come per lasciarmi il tempo di metabolizzare l’affermazione. “Vivono le loro inesplicabili esistenze tra le persone, ma sono allo stesso tempo la personificazione di concetti di portata universale e decidono le sorti del genere umano da sempre.” I miei occhi incrociarono lo sguardo preoccupato di mia madre, che sembrava implorare la mia comprensione. Forse temeva che la considerassi pazza od esaltata. In realtà, ancora, non sapevo bene che pensare e stavo aspettando per vedere come andava a finire la faccenda. Avevo visto e vissuto troppi strani eventi durante gli undici anni della mia vita per stupirmi di qualcosa proprio adesso. “Neanche gli Arcani stessi sanno bene chi e cosa sono. Di sicuro possono reincarnarsi ricordando tutti gli avvenimenti delle loro vite precedenti e sono dotati di particolari facoltà. Alcune veramente distruttive, altre semplicemente pericolose, come la possessione mentale di alcune tipologie di esseri umani. Alcuni Arcani sfruttano quest’abilità per organizzare le persone in qualcosa di simile ad una setta. Chiamale congregazioni, logge od associazioni, comunque sia in realtà sono coperture per quelli che gli Arcani chiamano i Semi di Spade, Coppe, Denari e Bastoni.” Quattro Semi, pensai. Quattro come i punti cardinali, le stagioni, i cavalieri dell’apocalisse, i bracci della Croce dei Templari, Aria, Fuoco, Terra, Acqua ed i Quattro Mori simbolo 9


della mia città. Ma perché pensai una cosa simile? Mia madre abbassò lo sguardo. “Alcuni di loro sono molto religiosi, ed arrivano prima o poi a considerarsi come angeli di Dio, forse bestemmiando, non so... Il Signore per loro è il Mazziere del Grande Gioco, dispone le carte per i suoi scopi imperscrutabili, lo sai no? Le vie del Signore...” Subito dopo ritrovò il sorriso. “Ma probabilmente loro stessi hanno bisogno di una motivazione più o meno logica per giustificare l’esistenza del Grande Gioco. Per non impazzire come... come...” 0 “Ti stavo aspettando, Tages...” “Aveva una pagliuzza nell’occhio, ho letto male le stelle... il mio cavallo si è azzoppato?” “Non cominciare come al solito...” “Devi fare una cosa per me. Prendi questo libro e portalo alla Vestale dei Rasena a Populonia.” “Nient’altro? Posso levarti i calzari e lavarti i piedi se vuoi... Ti lucido la fibula con la lingua?” “Non ti distruggo perché mi fai sempre sorridere... ma non abusare della mia pazienza. Adesso vai...” “Quando hai bisogno sai dove trovarmi Mazziere...” Tages aprì il libro appena fuori dal Tempio del Mazziere, guardò una pagina a caso e vide il ritratto di un ragazzo che gli somigliava molto, sotto uno strano simbolo ovale, con un titolo in basso; Il Matto. Non gli piacque molto l’idea di mettere un offesa sotto il suo ritratto in un libro scritto in etrusco... Vide a lato della strada, in un campo, un contadino intento ad arare. Cambiò magicamente il suo aspetto in quello di uno spirito della terra, una specie di folletto con il capo piumato, e regalò il libro al contadino. 0 10


Si alzò, andò verso l’acquaio ed abbrancò un bicchiere dallo scolapiatti. Da una bottiglia aperta lì vicino si versò un gotto di Chianti, cosa strana per lei che era quasi astemia. Tornò a sedersi di fronte a me. Trangugiò il vino come una medicina, in un sol sorso. “Ma sto divagando, scusa, voglio invece procedere con ordine. Devo passarti un gran numero d’informazioni perché tu possa compredere, bambina mia. Cominciamo con il Papa e la Papessa.” Girò le prime due carte del mazzo disposto a semicerchio, apparentemente a caso, ed erano proprio quelle di cui parlava. “Il Papa nei tarocchi tiene tra le mani la triplice croce, la croce di Malta, la croce dei 3 mondi. Sta seduto tra i due pilastri della vita e della morte, come la Papessa. E’ il simbolo della fede religiosa e del potere religioso. Davanti a lui ha due discepoli, uno con lo sguardo chino ed uno che guarda il Papa stesso. Rappresentano la fede che obbedisce e colui che vuol comprendere ed imparare. Spesso, in alcune delle sue incarnazioni, il Papa è riuscito a diventare veramente il Papa cristiano della sua epoca, con risultati devastanti. Crociate, guerre civili ed ingerenze nefaste nella politica italiana e non...”. Improvvisamente lo sguardo di mia madre si fece dolce, quasi quello di una bambina affettuosa. “La Papessa è tutta un’altra storia... La Papessa Giovanna è colei che sa, ma svela solo in parte il suo sapere. Nella carta siede su un trono tra due colonne, la vita e la morte, il bene e il male, identificate anche come le colonne Jakim e Boas del Tempio di Salomone. Tiene tra le mani una pergamena arrotolata, o un libro aperto, ma lei non legge, guarda dritto con sguardo fiero, non ha bisogno di leggere perché ha già la conoscenza, e questo le dà modo di tenere alta la testa, con lo sguardo fermo verso il futuro. La sua femminilità è prorompente, libera e nello stesso tempo schiava di se stessa e delle sue pulsioni.” “Giusy... Giusy!”

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Cominciai a scuoterla per un braccio, per farla riprendere, mentre parlava aveva cominciato a fissare un punto indefinito di fronte a sè, nel vuoto, come incantata, ma allo stesso tempo infervorata, dal significato delle sue stesse parole. Mia madre si chiamava Giusy. Per l’amor del Cielo, è viva e sta benissimo anche adesso, uso il passato perché oramai non riesco più a chiamarla con quel diminuitivo, capirete in seguito che ho i miei buoni motivi per farlo. Si riprese quasi subito, ed abbassò nuovamente lo sguardo quasi vergognandosi dell’accaduto. Con un gesto elegante della mano si tirò indietro i lunghi capelli biondi ed alzò il mento per darsi nuovamente un tono. Girò una terza carta. Era l’Innamorato. “L’uomo innamorato è fermo ad un bivio, deve fare una scelta di carattere sentimentale, rappresenta l’incertezza. Il desiderio d’amore. Ma, allo stesso tempo, nasconde dentro di sè un terribile potere, che lui stesso non riesce a controllare. Allora lo reprime, evitando spesso ogni contatto di tipo sentimentale con gli altri.” Girò la quarta carta. Era la Morte. Istintivamente distolsi lo sguardo, ma mia madre mi sorrise comprensiva. ”L’Arcano senza nome, la personificazione della Morte, rappresenta un concetto al di là del bene e del male ed in origine coincideva con la personificazione della Vita. In fin dei conti una cosa definisce l’altra. Porta sempre con sé il rinnovamento, è la morte intesa come trasformazione, come momento necessario di cambiamento. Definisce il passato e guarda al futuro, alla vita, l’erba del prato nella carta, infatti, è normalmente rappresentata con un colore verde acceso per suggerire la vitalità insita in questo arcano incompreso. Devo raccontarti una storia terribile, Asia. Non posso farne a meno, non capiresti altrimenti. Ma prima devo girare ancora una carta, e questa sì che ha una valenza negativa”. Era il Diavolo, e lei lo sapeva prima di girarla. “Gli esoteristi dicono che rappresenta la lussuria, la debolezza umana verso gli eccessi, la seduzione, gli istinti più selvaggi o semplicemente una grande carica erotica. In realtà è 12


la personificazione del male assoluto, la negazione del ciclo vitamorte. Il nulla, l’oblio, il vuoto assoluto. Devi sempre ascoltare la tua anima, il tuo subconscio, e diffidare di tutto ciò che puoi ottenere senza sacrificio, lavoro o sofferenza, perchè proviene dai suoi inganni, dalla sua Grande Mistificazione. Le sue trame sono ambigue, stratificate, intersecate con le vie del Signore. Ogni scelta è un bivio, che può avvicinarti od allontanarti dal Diavolo. Se le mie parole ti suonano bigotte, noiose, per così dire ‘fuori moda’, è perché lui sa fare il suo lavoro meglio di qualunque altro Arcano.” Fece una breve pausa, come per prendere fiato o coraggio, poi proseguì. “Possiamo cominciare adesso. Tutto iniziò nel Pronto Soccorso dell’Ospedale di Livorno. Era un pomeriggio come tanti nell’anno 2007, ed una donna era stata portata lì in ambulanza per la rottura delle acque. Un parto come tanti, in apparenza. In realtà l’ultima carta del Mazziere stava per essere deposta sul tavolo da gioco e niente sarebbe più stato come prima da quel momento in poi...”

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L’ultima carta

Era un pomeriggio come tanti al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Livorno. Persone in barella parcheggiate ai lati del corridoio, in attesa di un responso, basato sulle impressioni del paziente stesso e di un infermiere esperto, che con poche e vaghe parole deve prendersi la responsabilità di decidere chi sarà assistito per primo, chi si trova in gravi condizioni e chi no; senza esser visitati da un vero dottore, almeno quelli che non arrivano in ambulanza. Silenzio amaro incrinato da grida di dolore. Odore di disinfettante ed immagini desolanti. La fragilità della condizione umana. II Giovanna era stata portata lì in ambulanza perché le si erano “rotte l’acque” come diciamo a Livorno, ed in barella l’avevano fatta scendere dall’automezzo ed entrare direttamente d’urgenza al Pronto Soccorso. La simpatia e la saggezza che emanava naturalmente avevano già conquistato tutti quelli che la stavano assistendo, in particolare il volontario che le stava accanto e le teneva la mano. La incoraggiava di continuo: - “Tranquilla Giovanna, un’è nulla, ora ti si sistema per benino, vai!”. “Tranquillo a Livorno ci’avea le ‘orna...” Rispose Giovanna scherzando. Riascoltando le proprie parole, subito dopo averle pronunciate, si rattristò. ‘Sono la Papessa, colei che sa, ma svela solo in parte il suo sapere’ recita l’inizio della sua ode evocativa. Che triste Destino, conoscere la propria fine e non poter far altro che vivere nell’attesa che si compia. Le corna del detto livornese le avevano rammentato il bestiale 15


amplesso con il Diavolo, al quale aveva concesso le sue “grazie” consapevole del suo ruolo nel Gioco. Quel figlio di puttana era anche un grande amatore, il sacrificio era stato anche piacevole, ma il significato del suo gesto... ‘Siedo sul trono tra le due colonne, la vita e la morte, il bene e il male, le colonne Jakim e Boas del Tempio di Salomone’ ed invece dovette cedere al suo lato negativo, per sopportare il peso del suo compito senza impazzire. ‘Tengo tra le mani il libro, ma non ho bisogno di leggerne il contenuto’ prosegue l’ode rituale. Giovanna non aveva mai avuto bisogno di leggere, possedeva già la conoscenza, e questo era una benedizione ed una maledizione allo stesso tempo. Ma lei aveva sempre guardato avanti, con lo sguardo fisso verso il suo futuro, a testa alta. Un suo antico amante, al tempo in cui viveva in Grecia, le scrisse un ode per consolarla: “Per il breve arco della vita, tronca ogni lunga speranza. Mentre parliamo, con astio il tempo se n’è già fuggito. Goditi il presente e non credere al futuro.” Povero Orazio, le voleva talmente bene da far finta di non vedere i suoi tradimenti continui. ‘Ai miei piedi ho la falce di Luna, simbolo del potere femminile e religioso. Sono la Grande Madre Iside, e mie sono la chiaroveggenza, l’intuizione e la percezione dei mondi sottili.’ Che carognata le aveva fatto il Mazziere, o chi per lui. Tanto potere vanificato dalla consapevolezza di se stesso e del suo limite. Chissà che risate si faceva quando pensava a lei. Anche Giovanna però si gli aveva reso la vita(?) difficile più di una volta. Nell’ottocentocinquanta circa, la sua incarnazione era una donna inglese dal fascino androgino. Dopo aver studiato a Magonza, vestitasi di abiti maschili riuscì a diventare un monaco con il nome di Johannes Anglicus, ed addirittura a farsi eleggere Papa dopo la morte di Leone IV, in un’epoca in cui il metodo di selezione dei papi era fortuito. Prese il nome di Papa Giovanni VIII. Il Mazziere, allora, non dimostrò un gran senso dell’umorismo. Approfittando del fatto che la Papessa, sessualmente attiva 16


come sempre, rimase incinta dopo un’orgia particolarmente ricca d’amanti, incaricò l’Appeso di allora di capovolgere la situazione che Giovanna aveva creato con tanta abilità. Durante la processione di Pasqua, nei pressi della Basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il, o meglio la, pontefice. Il cavallò reagì, quasi provocando un incidente. Il trauma dell’esperienza portò “Papa Giovanni” ad un travaglio prematuro. La papessa Giovanna venne trascinata per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita che aveva scoperto il suo segreto. Venne sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e la Basilica di San Pietro. Insieme a lei, nel suo ventre, perì anche l’Arcano Senza Nome di quel tempo, bloccando il Gioco sul nascere, nel vero senso della parola. Cominciò così un lungo periodo buio per l’umanità, fino a quando, in pieno Rinascimento, la Morte non riuscì a reincarnarsi di nuovo con coscienza di se stessa. Sempre secondo la leggenda, a Giovanna successe Papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma abbastanza per assicurarsi che il suo predecessore venisse omesso da tutte le registrazioni storiche. Ma il passaparola popolare è più efficace e potente di qualsiasi parola scritta, tant’è vero che la storia de “La Papessa Giovanna” diventò addirittura un film di Michael Anderson, nel 1971, con Liv Ullmann nel ruolo di Giovanna, e con la partecipazione di Olivia de Havilland e Trevor Howard nel ruolo di Papa Leone. II Giovanna si era appena liberata dei suoi ricordi, e stavano per trasferirla d’urgenza in Ginecologia, quando bussarono alla porta del primo ambulatorio. L’infermiera, una cinquantenne corpulenta fasciata da un’uniforme che testimoniava antiche bellezze, stava per scagliarsi addosso al disturbatore appena entrato quando lui le toccò una mano. Un sorriso ebete le si stampò sul volto, mentre lo sconosciuto si rivolgeva con una voce suadente e profonda all’ignaro dottore di turno, seduto alla sua scrivania come al solito. Giovanna cominciò ad agitarsi ed urlare: - “No, pell’amordiddio, un fatelo entrà, un fatelo par...”. 17


Le parole le si smorzarono in gola, mentre un energumeno che accompagnava l’intruso le metteva una mano enorme e ruvida sulla bocca. I modi rudi del bestione rendevano ancora più eleganti i movimenti del religioso, alto, di bella presenza e curatissimo nell’aspetto. “Buongiorno, sono Padre Valentini del Vescovado. Lei adesso scriverà un referto nel quale dichiara che la signora qui presente si è presentata a questo Pronto Soccorso in stato confusionale, ed è stata trasferita alla Clinica del Santuario a Montenero.” Il dottore non proferì parola e cominciò a scrivere, come se fosse in trance. Aveva sul viso lo stesso sorriso ebete dell’infermiera, ed ogni tanto lanciava occhiate ambigue d’ammirazione verso il religioso. Padre Valentini trasse da una tasca dell’abito un vecchio cellulare e digitò a memoria un breve numero. “Sì... come previsto da Sua Santità...procedo.” Il dottore gli porse i documenti necessari. “Ovviamente appena usciremo dimenticherete l’accaduto e continuerete il vostro lavoro con maggior zelo e professionalità di quanto abbiate mai fatto.” Fece un cenno con le sopracciglia guardando l’energumeno ed uscì dall’ambulatorio con Giovanna priva di sensi in barella. Il dottore si rivolse all’infermiera in modo brusco e scocciato: - “Allora? Si dorme? Avanti un altro...”VI Sara viveva a Pisa ormai da sei anni. Era nata a Roma trent’anni prima, ed aveva rapidamente fatto carriera nel Seme di Coppe, arrivando ben presto a rivestire il ruolo di Regina. Stava ripensando all’incontro che le aveva permesso di bruciare tutte le tappe di un cammino riservato a ben pochi, quando suo marito, o meglio il marito che il Seme le aveva assegnato, le carezzò dolcemente una spalla. “Che hai Sara, dovresti essere felice, no?” Lei si strinse nelle spalle e si voltò, lasciandosi abbracciare. “Sì, certo... non vedo l’ora di vederla, coccolarla...” “Sarà un onore, non ti rendi conto del prestigio e della re18


sponsabilità di cui siamo investiti...” Sara sfuggì all’abbraccio e si alterò. “Mi scusi Sua Maestà, pensavo che diventare il re di Coppe avesse estinto la sua brama di potere, evidentemente mi sbagliavo!” Il Re non si scompose più di tanto, sorrise, alzò le spalle voltandosi ed uscì dalla stanza con estrema flemma. Sara sentì improvvisamente freddo nell’abito da sera di Valentino che indossava alla perfezione. Il brivido che le percorse la bella schiena nuda non era dovuto né all’arredamento estremamente moderno del soggiorno né alla pioggia battente che s’infrangeva sulle ampie vetrate, ma al ricordo dell’incontro che le cambiò la vita molti anni fa. Era stata invitata ad una festa al Circolo Ufficiali della Marina da un suo amico, che lei considerava appena, tanto che adesso non ricordava più né il suo nome, né la sua fisionomia. Il mormorio indistinto degli invitati l’avvolgeva in un abbraccio soporifero, “graffiato” di tanto in tanto dal tintinnare dei bicchieri di champagne. Si stava decisamente annoiando quando sentì “Quella” voce dietro di sè che le diceva: “Ciao. Ti ho osservata per tutta la sera, mi piaci molto, puoi innamorarti di me per favore?” A che altro poteva pensare se non ad uno scherzo, una frase ad effetto per rompere il ghiaccio in modo originale. Non poteva sapere che uno degli Arcani Maggiori, l’Innamorato, aveva posato gli occhi su di lei. VI Giovanna giaceva riversa sulla barella madida di sangue. La vita l’aveva ormai abbandonata lasciandole sul viso uno strano sorriso, quasi soddisfatto. Il Papa teneva la bambina come se avesse la peste, le braccia distese per tenerla il più possibile distante dal suo corpo. Si trovavano in una specie di catacomba, umida e maleodorante, attrezzata però al livello delle migliori sale chirurgiche di Roma o Milano. Tutti i presenti, dottori, ostetriche e guardie del corpo, avevano una spilla d’oro raffigurante il seme 19


di Coppe, appuntata sul petto, all’altezza del cuore. “Innamorato, prendila!” “Padre Valentini, Papa! Padre Va-len-ti-ni.” “Non ti nascondere dietro un dito, “Padre”, sai cosa devi fare... hai scelto?” “Il Re e la Regina”. “Di lei possiamo fidarci secondo te?”. “...” L’innamorato non rispose. VI Aprì gli occhi e la vide, ancora addormentata, riversa nuda sul suo petto, appena coperta sui fianchi dalle lenzuola nere. Era stato un amplesso memorabile per lui, perché avevano raggiunto il piacere all’unisono senza che lui dovesse usare il suo potere. Decise così, istintivamente, senza riflettere, che l’avrebbe lasciata libera di capire da sola, libera dal suo influsso. Appena lei aprì gli occhi, tersi di un amore profondo, lui le disse: -”Sara... ho deciso... sposerai il Re...” Silenzio. -”...dovrete crescere la bambina ed io non posso rinunciare alla mia posizione.”Sara si staccò da lui per mettersi supina, poi sussurrò appena: -“Capisco.”V Una voce stridula e concitata strappò via l’Innamorato dai suoi ricordi. Il Papa alzò solennemente il braccio sinistro indicando la bambina. “Se siamo riusciti ad averla, dobbiamo ringraziare solo la Ruota della Fortuna. Sì, è mia adesso. La ruota della reincarnazione mi aveva predetto l’arrivo dell’Arcano senza nome. Con Lei dalla nostra parte daremo inizio ad un nuovo Medioevo, la religione deve terrorizzare, soggiogare queste masse brulicanti e fornicanti, annientare le nuove Sodoma e Gomorra degli infedeli, una sola fede deve dominare il mondo.” Un rivolo di bava colava dalla bocca dell’Arcano che ansima20


va con gli occhi spalancati. L’innamorato si allontanò con la bambina in braccio scuotendo leggermente la testa, poi sussurrò: - “Andiamo Sorella Morte, devi conoscere i tuoi nuovi genitori...”. XV L’odore rancido di sudore ed umori genitali rendeva l’aria, riscaldata dalle luci cinematografiche, portatrice inconsapevole di ancestrali sensazioni animalesche, provenienti da una preistoria dimenticata del genero umano. Al di là della telecamera, visi stanchi e disillusi osservano il bestiale amplesso come se niente di tutto ciò stesse veramente accadendo. L’anziana padrona di casa ungherese pareva persa dietro i suoi pensieri, forse stava sognando il lusso che l’affitto della sua camera da letto le avrebbe consentito. I gemiti di piacere della giovane donna sotto di lui furono sovrastati dal suono del suo cellulare. Rispose senza interrompere il coito. “Sì, sono io... bene, sono diventato papà allora...” Una risata indescrivibile gelò il sangue di tutti i presenti, eccetto quello della giovane donna in deliquio, perché lui non accennava ad arrestare il movimento delle sue anche.. “D’accordo Fante di Coppe, avrai il tuo ragazzino, come d’accordo... Arrivederci, che tu lo voglia oppure no!” Gettò lontano il cellulare in preda ad una frenesia incontrollata, sfoderò quattro lunghi artigli dalle dita della mano destra, ed al culmine del piacere per lui e la giovane donna, le tagliò la testa con un solo movimento del braccio. XV Continua su http://www.lulu.com/content/1626761 con altri dieci capitoli e due diversi(?) epiloghi: - L’imprevedibile - Il Mago - Giudizio - Diabolico - Amore Arcano - L’Eremita - L’illusione ed il potere - Coincidenze - La Ruota del Karma - Nel Giardino dei Tarocchi - Epilogo I - Epilogo II. -

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