Skip to main content

Moderata Durant

Page 1

Moderata Durant Connessione tra frammento e città nel progetto d’inserimento del Conservatorio G. Briccialdi nell’Ex Mercato Coperto di Terni Candidati: Alessandro Bellieni, Livia Giani Relatore: prof. Guido M. Morpurgo


Tesi di Laurea Magistrale Moderata Durant - Connessione tra frammento e città nel progetto d’inserimento del Conservatorio G. Briccialdi nell’Ex Mercato Coperto di Terni Politecnico di Milano - Scuola AUIC - AA 2018/2019 Corso di Laurea Magistrale in Architettura Candidati: Alessandro Bellieni, Livia Giani Relatore: prof. Guido M. Morpurgo


INDICE


6

ABSTRACT

11

L’EX MERCATO COPERTO DI TERNI

16

_Il Mercato

24

_La struttura

26

_Rilievo

33

SITUAZIONE ATTUALE E PROSPETTIVE

34

_Il Mercato oggi

40

_Il conservatorio G. Briccialdi

44

_Prospettive

50

_Perchè promuovere l’intervento pubblico

53

PROGETTO E CITTÀ

54

Progettare Fare Storia

62

Città Antica

68

Analisi I - L’antica zona Monumentale

78

Analisi II - Interferenza come limite: il Foro Romano

82

L’arrivo della Modernità e la cesura della Guerra

92

La Ricostruzione

98

La costruzione della Modernità

106

L’architetto Sandro Giani e la realizzazione del Mercato Coperto

116

Ricondurre le Tracce

122

Il Monastero di Santa Caterina

134

PROGETTO


6


7


8

ABSTRACT “MODERATA DURANT”. Questa è l’iscrizione che si trova sopra l’architrave dell’ingresso del Conservatorio G. Briccialdi di Terni. La frase latina attesta il destino duraturo delle opere create nel giusto modo e che trovano la giusta misura. Dunque, la scelta del titolo è intesa a manifestare l’intenzione di identificare quella che è la matrice che permane in una città la cui struttura urbana è stata fortemente alterata nell’ultimo secolo, prima dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e poi dalla sperimentazione di piano di Mario Ridolfi che ha delineato l’impianto della città presente. Ci si propone quindi di definire il modo e la misura che restituiscano la piazza del Mercato alla città di Terni, tramite un progetto per la nuova sede del conservatorio G. Briccialdi.

La piazza attualmente è un tassello scollegato all’interno del centro cittadino: ricostruita dopo la distruzione della guerra senza tenere conto della morfologia del tessuto medievale circostante e sottostante, si impone come una cesura significativa nella continuità dell’edificato e dello spazio pubblico cittadino. Manifesto della modernità veloce degli anni del dopoguerra, con la chiusura del mercato coperto ha perso anche la sua vocazione di luogo pubblico aperto alla cittadinanza. La struttura dell’ex-mercato è ora un oggetto alieno in una piazza estranea al tessuto circostante e dunque l’insieme presenta uno stato di degrado e di abbandono inusuale per una parte così significativa del centro storico di una città di medie dimensioni. Contrariamente alle varie proposte


9

che intendono privatizzare la struttura dell’ex mercato coperto, rendendolo un centro commerciale, la tesi vuole proporre l’intervento pubblico come motore per la riattivazione del tessuto architettonico e sociale. Si è individuato così il conservatorio G. Briccialdi, attualmente collocato in una struttura carente di spazi e servizi, come nuovo uso in grado di riattivare tutto il contesto. Il progetto della scuola è integrato dalla creazione di un auditorium in grado di diventare polo attrattore di una città in cerca di una nuova vocazione rispetto a quella industriale, così forte in passato ma ora in decisa discussione. L’edificio pubblico risponde a queste esigenze, manifesta la volontà di riappropriarsi dello spazio circostante rendendolo effettivamente una piazza urbana e scavando si riallaccia alla

memoria della città storica dimenticata e a lungo trascurata. Il progetto diventa quindi uno strumento di reinterpretazione del luogo che si pone come fine il reinserimento di un frammento all’interno del sistema della città analizzata come processo di stratificazione, tramite un’operaione che trova il suo fondamento nell’interferenza di tracce appartenenti ad epoche diverse.. Lo scavo ha il ruolo di rendere manifesta questa interferenza, creando una cerniera tra il sistema dell’auditorium, del conservatorio e dello spazio pubblico: la memoria storica diventa così capace di assumere un ruolo decisivo tanto per il progetto quanto per la città, proponendo una maniera più consapevole e attenta al luogo di interpretare il progetto e le trasformazioni urbane.


10


11

L’EX MERCATO COPERTO DI TERNI


N

S


N

S


16

L’edificio L’edificio dell’Ex Mercato di Terni si trova nel centro della cittadina storica, in una zona caratterizzata dalla modernità degli edifici circostante, in netto contrasto con il tessuto medievale che la circonda sul lato meridionale e orientale, ma in continuità con l’espansione moderna della città di matrice ottocentesca, realizzata ampiamente solo nel dopoguerra. Il Mercato si presenta attualmente in stato di abbandono, ma per anni è stata una parte attiva e pulsante nel centro della città. La chiusura dell’edificio ha comportato il rapido degrado dello spazio circostante, di cui era il fuoco. Una delle sfide maggiori che la città si deve trovare ad affrontare ora è quindi la rifunzionalizzazione di questo spazio, così centrale come posizione ma così periferico attualmente alle dinamiche cittadine. Il primo passo per una sua conversione deve passare attraverso l’analisi e lo studio dell’edificio e dei meccanismi che hanno portato alla sua formazione. Il mercato a Terni si era tenuto storicamente in piazza Solferino, spazio dotato di centralità e importanza, situato alle spalle del vecchio Palazzo Comunale. Dalla fine del XIX secolo si assiste ad una serie di provvedimenti delle amministrazioni che riguardano la regolamentazione dell’attività del mercato nel centro cittadino. Per motivi derivanti dai problemi igienici e dal rumore provocato dalle attività di compravendita si voleva cercare di spostare l’attività da uno spazio tanto centrale e di rappresentanza. Le varie soluzione trovate e a volte intra-

prese non finiscono mai per arrivare alla completa realizzazione. Il Piano Regolatore Lattes-Staderini del ‘34 prevede la creazione di un mercato coperto nella zona compresa tra l’ex Convento di S. Caterina e la Chiesa di San Tommaso, nel quadrante settentrionale della città. Quest’aerea era caratterizzata dalla presenza di un fitto tessuto di origine medievale, caratterizzato da vicoli tortuosi e da edilizia fatiscente di bassa qualità. La sua centralità era ideale per ospitare la nuova struttura. L’ingenza dei costi necessari, che prevedevano anche un gran numero di demolizioni oltre alla nuova costruzione, sommata all’impegno dell’amministrazione in cantieri pubblici, non rende la realizzazione del mercato una priorità della città. La proposta così, fino allo scoppio della guerra, è destinata a rimanere sulla carta. Sono proprio gli eventi bellici a permettere la realizzazione delle previsioni del piano. Le bombe che cadono sul centro cittadino colpiscono in maniera ingente anche la parte di tessuto che era destinata alla demolizione per la realizzazione del nuovo mercato. Il piano di ricostruzione di Ridolfi conferma le precedenti indicazioni di piano e riconferma la zona scelta per il mercato coperto, collocandolo in una grande area libera grazie alle demolizioni dei resti delle abitazioni bombardate. Questa grande spiazzo viene definito in termini architettonici nei piani particolareggiati, che prevedono costruzioni intensive lungo i quattro lati, con un minimo di 4 ed un massimo di 5 piani e botteghe al piano terra. Verso l’adiacente corso Tacito il piano

Foto aerea del Mercato nel suo contesto


17


18

prevede la realizzazione di grandi fornici che vanno a creare un ingresso privilegiato. Dopo la fine della guerra bisogna attendere ancora diversi anni prima della costruzione del mercato coperto, in quanto era più ingente la ricostruzione della città e la creazione di alloggi per la popolazione. Prima si procede ad iniziare la costruzione delle quinte architettoniche della piazza, che verranno completate dopo la realizzazione del mercato. Alla fine nel 1958 il progetto viene affidato all’arch. Sandro Giani e all’ing. Luigi Corradi per la parte strutturale, mentre l’impresa edile Cavalletti & Marsili assume l’appalto. Il progetto prevede un corpo a base quadrata delle dimensioni di 45 metri per lato, a due livelli, in grado di ospitare 96 banchi ortofrutticoli, 20 box dotati di celle frigorifere per la vendita di merci deperibili, 20 box per la vendita di merce di prima scelta, 2 maxi box per la vendita dei fiori, 14 negozi di rivendita, uffici e servizi, oltre a 24 posti di sosta esterni per i merciai. Il progetto del mercato si distingue dagli altri edifici realizzati in quegli anni nella città, anche dallo stesso architetto Giani, di chiaro stampo neorealista dovuto alla forte presenza di Mario Ridolfi come progettista principale degli edifici e della stessa città. Il mercato è infatti caratterizzato dall’utilizzo di materiali innovativi e tecniche all’avanguardia per l’epoca, distaccandosi dalla logica di uso dei materiali locali e costruzione povera di stampo Ridolfiano prevalente. Rispetto all’esperienza passata, infatti,

si sente l’esigenza di utilizzare una tecnologia più avanzata che presenti anche elementi standardizzati industriali e una più evoluta organizzazione del cantiere. La costruzione cerca qui di sfuggire dal campo esclusivo degli strumenti della pratica artigiana e cercare una nuova concretezza costruttiva che possa superare le contraddizioni di un processo edilizio arretrato. Si sente l’esigenza di soddisfare, magari solo mimando con gli strumenti del cantiere tradizionale (il solo disponibile), i requisiti di una tecnologia più evoluta. La struttura è moderna e si apre verso la città, offrendo spazi di manovra molto ampi per i flussi dell’epoca (c’è anche da pensare che l’incremento demografico era tale da far pensare che la città avrebbe raggiunto i 200.000 abitanti per gli anni 2000). Il volume edilizio è il più aperto possibile e sfrutta a pieno l’ampio interasse della maglia dei pilastri, che sostengono il solaio perimetrale del primo livello e il telaio strutturale costituente la copertura. Sul tetto si aprono 81 cupole in perspex che permettono alla luce di entrare zenitalmente nello spazio. È proprio la luce ad essere protagonista, grazie all’istallazione nelle superfici laterali di lamelle vetrate, un tipo di vetro dalle caratteristiche di eccezionale robustezza e durata prodotti dalla “NACO” (il mercato apparirà poi nel catalogo di questo produttore). In questo edificio vediamo la presenza di temi rielaborati dal razionalismo e dall’empirismo internazionale, affianco ad influenze più dirette o chiaramente individuabili come le struttura di


20

Nervi o la luminosità degli edifici di Neutra e Wright; l’ampliarsi dei riferimenti culturali sblocca certe abitudini talvolta vernacolari e, finalmente, offre una risposta positiva e tutta svolta sul piano dell’architettura al problema del nuovo spazio pubblico e della sua più corretta dimensione urbana. Un’architettura certo in parte anche contraddittoria, comunque complessa, cui non manca di sicuro, per dirla con le parole De Carlo, “il prezioso dono dell’inquietudine”; una risposta in qualche modo anche interrotta, sul piano del conseguimento puntuale e concluso di alcuni requisiti di ordine tecnologico, tipologico e urbanistico, ma che è altresì in grado di definire una soglia di valori specificatamente architettonici, chiaramente comprensibili se calati nella realtà di una città che, sul finire degli anni 50, si stava lasciando alle spalle il trauma della guerra e l’esigenza della ricostruzione e guardava ad un futuro orientato sui grandi modelli di produzione industriale.

Pagine seguenti e a lato: fotografie del Mercato in funzione anni 60


21


24

La struttura Particolarità distintiva dell’edificio del Mercato coperto è la sua struttura in cemento armato, progettata dall’ingegnere Corradi in collaborazione con l’architetto Sandro Giani. Il mercato poggia su una platea di fondazione alta 1 metro, realizzata per compttare il terreno costellato dalle macerie e dalle cantine degli edifici precedenti. Una maglia di 4x4 pilastri reggono una grande copertura di travi in cemento sagomate, con un’altezza variabile da 1 m a 80 cm. Le travi principali formano una maglia di circa 12x12 metri, suddivisa a sua volta dalle travi secondarie, che formano un reticolo di 3x3 metri. Le travi si rastremano in corrispondenza del perimetro dell’edificio assumendo una caretteristica forma a mensola. Gli stessi pilastri sono sagomati, sia quelli protagonisti della grande sala, sia quelli laterali, caratterizzati da una sezione variabile

Sezione del mercato in cui si evidenzia la struttura >assonometria del Mercato scala 1:500


25


26

A

B

C

D

1

2

3

4

Pianta piano terra scala 1:500


27

Sezione AA Sezione BB scala 1:500

N

S


28

Pianta Ballatoio scala 1:500


29

Prospetto nord Prospetto est scala 1:500

N

S


30


31

Prospetto sud Prospetto ovest scala 1:500


32


33

SITUAZIONE ATTUALE E PROSPETTIVE


34

Il mercato oggi Nel 2011, dopo 40 anni di attività, il Comune di Terni decide di spostare la sede delle attività di vendita in nuovo edificio e di chiudere la struttura del Mercato Coperto, con l’intento di riqualificarlo e di riadattarlo ai moderni standard di utilizzo. L’edificio già da tempo soffriva dell’incuria e della scarsa manutenzione (i box collocati nel ballatoio rimasero in attività solo per qualche anno dall’apertura dell’edificio) e in seguito alla definitiva chiusura dell’edficio tutto il tessuto commerciale circostante ha sofferto l’incuria e la scarsa vitalità di questa parte di città. Nel corso degli ultimi anni si sono succedute varie ipotesi tese a recuperare e riutilizzare l’edificio, tra le quali una elaborata dagli uffici tecnici della Direzione Urbanistica, che prevedeva il reinserimento al piano terra delle attività ancora presenti, mentre la ristrutturazione del primo piano consentiva di avere a disposizione un contenitore culturale polifunzionale; inoltre in copertura il progetto prevedeva la realizzazione di un roof-garden, oltre ad un volume leggero che avrebbe ospitato la casa dell’associazionismo. Successivamente l’Amministrazione Comunale ha definitivamente deciso di mantenere il mercato cittadino all’interno della nuova sede (all’inizio pensata come temporanea) e di destinare l’edifico dell’Ex Mercato Coperto a nuovi usi, integrato da nuove attività commerciali e culturali, opportunamente ristrutturato e messo a norma, ampliandolo e riservando ulteriori spazi di vendita al primo piano e realizzando in copertura un roof garden con ulteriori superfici destinate

prevalentemente ad attività culturali. La soluzione prevedeva la possibilità di demolire il fabbricato e la sua sostituzione con un nuovo edificio occupante lo stesso ingombro dell’immobile attuale. Nel mese di gennaio 2007 alcuni privati hanno mostrato interesse ad attivarsi, di concerto con l’Amministrazione Comunale, per proporre soluzioni riguardanti la riqualificazione del mercato coperto; in particolare è pervenuta una proposta da parte del Presidente della “Grandi Magazzini Superconti S.p.a.”, acquisita al protocollo del Comune con il n. 9726, che prevede la demolizione del vecchio fabbricato e la ricostruzione di un nuovo edificio sviluppato su quattro livelli funzionali. Il progetto prevedeva l’ampliamento dell’area dell’intero edificio fino a comprendere la parte attualmente occupata dal parcheggio a raso; anche in questo caso l’intervento avrebbe necessitato di una variante urbanistica per adeguarsi all’ipotesi presentata, sia per quanto riguarda la zonizzazione che le destinazioni d’uso ammesse. L’Amministrazione Comunale ha iniziato le procedure per sdemanializzare il fabbricato del mercato e cederlo a privati a seguito dell’emanazione di un bando ad evidenza pubblica. La proposta privata della “Grandi Magazzini Superconti S.p.a.” al piano interrato prevedeva un’autorimessa pubblica di circa 170 posti auto e una galleria al piano terra in acciaio e vetro che funge da unico ingresso per l’intero immobile destinato a centro commerciale.

Pagina affianco e seguenti: foto dell’Ex Mercato Coperto in stato di abbandono Novembre 2018


35


36


37


38

La variante urbanistica prevedeva la realizzazione di due piani interrati di parcheggi, in maniera tale da soddisfare gli standard di legge dedicandone una parte o un intero piano ai privati residenti della zona, anche in considerazione dell’eliminazione dei parcheggi a raso attualmente esistenti, mantenendo la zona a traffico limitato. Il nuovo fabbricato avrebbe garantito il ritorno degli operatori del mercato ortofrutticolo trasferiti all’interno di una struttura provvisoria realizzata a Largo Manni. Il piano primo sarebbe stato utilizzato per insediare attività commerciali connesse alla galleria che andava ad occupare l’area attualmente utilizzata come parcheggio di superficie, mentre il piano copertura era stato pensato come un grande roof garden integrato da attività legate alla ristorazione ed ad attività culturali e ricreative.

stribuzione alimentare ed essendo la superconti ormai completa proprietà Coop Centro Italia, anche se obbligati, non faranno nessun investimento sul “mercato coperto”. La prospettiva è che rimanga in stato di abbandono per molti anni ancora.

Subito dopo l’assegnazione del bando alla Superconti s.r.l. è stato rilevato un errore catastale nelle particelle, questo ha permesso alla superconti di chiedere l’annullamento della vendita con tanto di danni. In realtà l’investimento di circa 25 milioni previsto non sarebbe mai stato ammortizzato dal fatturato del nuovo centro commerciale, inoltre la demolizione dell’edificio dell’Ex Mercato Coperto avrebbe costituito una voce di spesa troppo rilevante, data la solidità della struttura e della platea di cemento delle fondazioni; l’operazione è stata dunque cancellata.. Ad oggi si è in attesa dell’udienza definitiva del Consiglio di Stato, prevista per giugno prossimo, il quale deciderà sulla sorte dell’immobile. Data la situazione generale della di-

Progetto di sostituzione dell’edificio del mercato con un edificio atto ad ospitare un centro commerciale


39


40

Il conservatorio G. Briccialdi L’Istituto Superiore di Studi musicali “G. Briccialdi” di Terni è situato sui tre piani di un prestigioso edificio rinascimentale al centro storico della città, a due passi dal Teatro Verdi: il Palazzo Giocosi Mariani, di proprietà del Comune, che lo ha ristrutturato nel 1995 per farne la sede definitiva del Briccialdi. Diciassette sono le aule, dislocate dal piano terra (Discipline formative dei corsi superiori, Canto, Chitarra e Composizione) al secondo piano (cui si accede con l’ascensore) destinato alle classi di Strumento; mentre il piano nobile è riservato agli uffici di direzione e di segreteria, alla biblioteca e alla fonoteca, alla sala dei professori e alla aule più ampie per la musica d’insieme. Senza escludere un approccio dapprima ludico-di base e propedeutico e quindi puramente culturale alle pratiche musicali, scopo principale dell’Istituto (come dei Conservatori statali) resta quello di favorire una scelta musicale professionale: alle professioni (al plurale). Le quali oggi non si limitano a quelle tradizionali di concertista, cantante lirico, professore d’orchestra o di coro, compositore o direttore d’orchestra etc. Nell’epoca della riproduzione tecnologica dei suoni, nel mondo della multimedialità e dell’industria dello spettacolo, a diversi livelli si esprime la domanda di nuove competenze e di figure professionali specifiche: dal compositore di “musica applicata” al consulente musicale per la radio e la televisione e al curatore cinematografico; dal direttore artistico di teatri e di stagioni concertistiche al programmatore radio-televisivo; dal musicologo e dal critico all’operatore discografico ed all’esperto pubblici-

tario; dall’organologo al liutaio o dal copista all’ingegnere ed all’architetto del suono, al tecnico costruttore di nuovi strumenti elettronici o al computerista musicale; dal produttore-impresario-commerciante specializzato all’operatore sul territorio; dall’insegnante all’animatore del tempo libero che si rivolge alle età ed alle categorie escluse dall’insegnamento tradizionale; dal sociologo e dallo psicologo della musica al musicoterapista; dal liturgista al musicista pop/rock/jazz… Magari combinando due o più di queste competenze per altrettante occasioni prima di studio (per esempio, seguendo indirizzi musicologici universitari insieme ai tradizionali percorsi di conservatorio) e poi di lavoro.

L’attuale sede storica, di grande pregio e rappresentatività, di fatto oppone numerose difficoltà logistiche (spostamento pianoforti e strumenti ingombranti, etc..). Il conservatorio presenta diciassette aule dislocate dal piano terra (Discipline formative dei corsi superiori, Canto, Chitarra e Composizione) al secondo piano (cui si accede con l’ascensore) destinato alle classi di Strumento. Il piano nobile è riservato agli uffici di direzione e di segreteria, alla biblioteca e alla fonoteca, alla sala dei professori e alle aule più ampie per la musica d’insieme. Sarebbe auspicabile una sede sviluppata su un unico piano per tutta l’attività didattica strumentale, riservando eventuali altri piani a lezioni collettive e area amministrativa.

Locandina delle attività del Conservatorio. L’istituto è molto attivo nel proporre eventi e iniziative che si rivolgono alla città, costituendo un importante polo attrattore culturale in un panorama altrimenti poco stimolante a livello cittadino


41


42

Programma funzionale del Conservatorio G. Briccialdi Sulla base di visite ai luogih e dialoghi con lo staff e gli studenti del conservatorio è stato possibile stilare un programma funzionale atto a soddisfare tutte le necessità dell’istituto: DIDATTICA: - 20 aule lezione individuale (4x4 m 16 mq) - 3 aule da (4x8 m - 32 mq) - 1 aula seminario (8x16 m - 128 mq) - 1 aula seminario (7x14 m - 98 mq) - Biblioteca/fonoteca ( 8x9m - 72 mq) - Aula studio (100 mq) - Atrio/spazio eventi (400 mq) - Spazio ristoro / caffetteria (100 mq) AMMINISTRATIVO -Presidenza -Direzione -Stanza di rappresentanza per le riunioni del consiglio accademico -Direzione amministrativa -Ragioneria -Ufficio didattica e docenti -Ufficio erasmus e organizzativo -Portineria AUDITORIUM -Foyer con esposizione patrimonio di Giulio Briccialdi (flauto e manoscritti) 300 mq -Auditorium (450 mq) 500 posti

Manoscritto di G. Briccialdi, conservato presso il conservatorio di Terni


43


44

Prospettive “Ho sempre pensato a Terni come a una città operosa ma contraddittoria, perché collocata nel bel mezzo di un paesaggio che mi sembrava non potesse sopportare la presenza invadente di un enorme insediamento industriale. Non a caso, per molti anni, la città è stata vista dai viandanti come il “locale caldaia”, per dir così, di un bellissimo edificio con ampi e rigogliosi giardini pensili. Eppure, per oltre cent’anni, Terni ha difeso la sua immagine e ancora oggi lo fa, trasformando i suoi ferrigni edifici in trasparenti fabbriche dell’immagine. L’incredibile sta proprio in questa capacità di trasformare le cose e di proiettare la propria vita in un succedersi di vocazioni e rinascite….” Sergio Zavoli 1997 (Senatore della Repubblica Italiana, presidente della RAI dal 1980 al 1986, presidente nel 1997 del Centro Multimediale) Nonostante la sua posizione geografica, baricentrica rispetto alla penisola, la si può considerare una città di “frontiera”. Il suo paesaggio, a differenza di quello delle altre valli umbre, nel tempo ha subito trasformazioni radicali. Se si osservano le antiche stampe che la ritraggono, la città appare immersa nel verde lussureggiante della sua valle, attraversata dal fiume Nera che, ricco di affluenti, disegna con le sue ampie anse una fitta ragnatela d’acqua. Diversa appare l’immagine della città a chi osserva le numerose cartoline di fine ‘800 e della prima metà del ‘900. Ciminiere, canali, edifici industriali si sovrappongono, fino a dissolverla, all’immagine precedente fatta di antiche torri medioevali e di vegetazione rigogliosa.

La Manchester italiana, così come venne definita negli anni dell’industrializzazione, al centro dell’Italia, e quindi facilmente difendibile in caso di guerra, ricca di acque e di energia, attirò l’interesse di imprenditori e di lavoratori, provenienti da tutta la penisola. Il fervore della nascente industria nazionale trasformò in pochissimi anni l’immagine di Terni. Dopo il primo conflitto mondiale, il fascismo esaltò il ruolo di questa città-fabbrica tanto che il suo nome coincise per molti anni con quello della sua industria più grande: la Soc. TERNI, conosciuta in tutto il mondo per la qualità dell’acciaio prodotto. In questo periodo l’identità della città si rafforzò a tal punto da rappresentare un esempio “virtuoso delle capacità autarchiche del nuovo regime”. La Seconda guerra mondiale, con 107 bombardamenti, distrusse questo mito e in gran parte anche la città. Nel dopoguerra, la ricostruzione del paese, rimise in moto l’apparato produttivo e rilanciò l’industria pesante che, abbondantemente assistita dallo Stato, svolse un ruolo trainante per l’intera economia. Seppur ridimensionata nel suo ruolo e nella sua immagine, Terni, fino a tutti gli anni Settanta, ha continuato ad essere la città dell’industria, quella pesante, dei grandi opifici, dei tanti operai, la cui vita veniva scandita dalle sirene che dividevano in tre parti uguali il tempo della città. La crisi di quel sistema produttivo si è avvertita qui con maggiore chiarezza ed in anticipo rispetto al resto del paese.

Concerto degli studenti del conservatorio G. Briccialdi presso il Duomo di Terni Dicembre 2018


45


46

Non si è trattato solo di una crisi economica passeggera: la città ha vissuto e sta vivendo una vera e propria crisi epocale di quelle che mettono in discussione anche i valori sociali e culturali. È per questo che possiamo considerare Terni città di frontiera. Frontiera metaforica, da intendere non in termini fisici ma culturali. Alla fine del secolo scorso ha saputo interpretare il cambiamento in modo deciso e coraggioso ed oggi, alle soglie del nuovo millennio, si appresta ad affrontare le nuove sfide di un mondo dominato dalle tecnologie della comunicazione. Uno slogan, coniato a metà degli anni ottanta, annuncia l’esito di questa “dissolvenza incrociata” della quale siamo partecipi: DALL’IMMAGINE DELLA FABBRICA ALLA FABBRICA DELL’IMMAGINE.” Nei primi anni ‘80 il Comune di Terni avviò, con le proprie risorse, due progetti innovativi di rilevante importanza strategica: la Bibliomediateca ed il Videocentro. Il primo riguardava la ristrutturazione di un edificio storico che avrebbe dovuto ospitare un servizio integrato di Biblioteca-Mediateca, ed il secondo, con il recupero di alcuni importanti capannoni industriali dismessi, localizzati in un’area centrale della città, avrebbe dovuto ospitare un Centro avanzato di produzione televisiva. Il recupero del palazzo comunale assume così il significato di segnare l’avvio di un processo di rinnovamento economico e sociale, che anche attraverso lo sviluppo del centro storico e alla sistemazione delle tre piazze

principali della città, il cui primo atto è stato la pavimentazione di piazza Solferino, disegnata dall’architetto Aymonino, mira al rilancio della città e del territorio. Si può quindi affermare che la Bibliomediateca, con l’emergere della sua nuova torre, si ponga come una sorta di segno simbolico dell’avvio di una nuova stagione di sviluppo economico e sociale. Alla fine del 1994, questi due progetti, messi a confronto con l’evoluzione culturale e tecnologica della Società dell’Informazione, e grazie all’intuizione di Renzo Nicolini, Assessore comunale allo Sviluppo Economico, sono stati composti in un nuovo disegno teso a realizzare a Terni un centro che consentisse di proiettare questo territorio verso il futuro, attraverso lo sviluppo di prodotti e servizi “multimediali”. A tale soggetto è stato attribuito il nome di “Centro MultiMediale” per rappresentare questo salto verso un progetto più ambizioso di quello derivante dalla semplice somma dei due precedenti. Il percorso di trasformazione della città ha interessato anche il recupero degli spazi industriali dell’ex fabbrica chimica SIRI, restaurati e riqualificati. È un caso esemplare nel panorama italiano della riconversione delle aree industriali dismesse in ambito urbano. Da fabbrica chimica a fabbrica della cultura, così nasce la spina dorsale della nuova città creativa, scansione emblematica nel processo di ridefinizione di Terni sotto il segno della contemporaneità. Il CAOS è oggi un polo di riferimento per lo spazio urbano, strettamente integrato al centro storico e caratterizza-

Articoli di giornale affissi nella vetrina di uno dei tanti negozi sfitti che affacciano verso l’Ex Mercato Coperto. Dopo l’abbandono del mercato tutto lo spazio circostante ha subito un processo di degrado notevole, i giornali manifestano la volontà di riscatto e di riappropriazione del luogo da parte dei cittadini. Gennaio 2019


47


48

to dalla conservazione dell’architettura industriale simbolo della tradizione identitaria della città. Il polo presenta una pluralità di spazi, a cui corrisponde un panorama di attività che include la realizzazione di mostre temporanee, eventi e attività di ricerca e promozione di nuovi talenti con residenze, laboratori e progetti internazionali. Il CAOS è tappa fondamentale nel processo di ridefinizione della città di Terni sotto il segno della contemporaneità: il recupero degli spazi dell’ex Siri segna una scansione importante e emblematica delle trasformazioni economiche, architettoniche e urbane che stanno trasformando il profilo della città, non più unicamente votato alla produzione industriale, ma in continua evoluzione. Da diverso tempo a questa parte però si nota un freno da parte dell’attore pubblico nel promuovere questo tipo di interventi necessari alla città e a tutto il suo contesto sociale e culturale, lasciando spesso ai privati il compito di promuovere le trasformazioni del tessuto urbano. Il progetto di tesi propone un’alternativa, individuando l’intervento pubblico come motore della riattivazione della piazza. Visto la vocazione ambigua della città, di Terni, un tempo fortemente legata all’acciaieria ed ora fortemente in discussione, l’intervento sull’immobile risulta una possibilità per valorizzare un altro lato della città. L’ Instituto superiore di Studi Musicali “G. Briccialdi” è un istituzione che ricopre un ruolo centrale nella vita culturale della città. Dato il prestigio della scuola, è uno

dei pochi enti della città in grado di innescare un flusso di professori e studenti provenienti da tutta la regione che si trasferiscono a Terni. L’inadeguatezza delle strutture del conservatorio, al momento in un palazzo storico di via Senato, la necessità di una sala concerti per ospitare gli spettacoli della scuola e la volontà di espandersi incontrano la necessità di trovare un nuovo uso per la struttura della piazza del Mercato. La struttura ricopre infatti un ruolo iconico per i cittadini, lo stato attuale di abbandono è simbolo della corrente situazione della città e la possibilità di conferirgli un ruolo che lo renda al pubblico potrebbe ribaltare questa immagine. Questa operazione deve dunque sostansiarsi di un intervento progettuale che renda il senso dell’edificio pubblico reinserendolo all’interno del sistema spaziale urbano da cui ora è avulso, riallacciandolo alle dinamiche del centro storico e degli spazi della cultura ad oggi attivi e funzionanti a Terni.

Foto della manifestazione “Concerto dai Balconi” organizzato dall’associazione Demetra Ottobre 2018


49


50

Perchè promuovere l’intervento pubblico Un edificio come quella del mercato, nato con una forte vocazione pubblica, rappresenta una grande occasione per creare degli spazi attualmente assenti nella città. La scelta di realizzare un intervento pubblico di queste dimensioni appare audace ma plausibile, dato che risponde a forti esigenze espresse a livello della zona, in forte crisi dalla chiusura del mercato e della città, carente dal punto di vista delle attività culturali, degli spazi di ritrovo e di studio per gli studenti e di luoghi in grado di accogliere manifestazioni di vario tipo, dai concerti ai convegni alle assemblee di istituto dei vicini licei cittadini. Solo la vocazione pubblica culturale, aperta alla cittadinanza può infatti essere fondativa per un pezzo di città che, nonostante la sua centralità, attualmente risulta fortemente marginale. E’ questa anche la maniera di affermare la necessità di un ruolo maggiore dell’operatore pubblico, che deve essere in grado di prendere le redini e guidare le trasformazioni della città, cercando di lavorare su spazi a servizio dei cittadini e della comunità e che permettano alla città di crescere dal punto di vista del benessere offerto.

promosse sul territorio e in particolare nella piazza del mercato dove, tramite il temporaneo riappropriamento dell’immobile, hanno voluto mandare un messaggio di protesta riguardo le condizioni in cui attualmente versa. Al contempo, iniziative del genere confermano la necessità di valorizzare la cultura nella città di Terni e l’idoneità del Mercato Coperto ad operare da contenitore per questo scopo. Tra tutti gli eventi ricordiamo il “concerto dai balconi”, in cui, per una sera, i baconi dei grandi edifici residenziali sono divenuti palcoscenico per esibizioni di artisti locali che ridanno vita ad un luogo altrimenti trascurato dalla vita cittadina. Il mercato stesso è divenuto sala musicale ospitando un concerto di violino solista. La grande scritta “riqualifichiamo questo luogo abbandonato”, trasformando la spoglia facciata di uno dei complessi residenziali che si affacciano sulla piazza in una quinta teatrale, segna l’assoluta necessità di un progetto.

Al di là delle logiche di commercio, sempre più imperanti, si deve poter riaffermare il ruolo della cultura come mezzo capace di far crescere un contesto altrimenti destinato a perdere il suo ruolo di centro vitale e venendo assoggettato dalle dinamiche che regolano la periferia. La risposta dei cittadini però è presente, e ad attestarne la volontà sono le numerose attività culturali

L’Ex Mercato Coperto e piazza antistante, adibita a parcheggi Novembre 2018


51


52


53

PROGETTO E CITTÀ


54

Dal mercato alla città Il progetto di riuso sollecita varie competenze: nel progetto del nuovo si parte da un programma e si procede definendo l’edificio che lo soddisfi; nel progetto di riuso si parte da un edificio dato, che occorre studiare per capirne i nuovi usi potenziali e compatibili. In questo caso la fase di ascolto è stata estesa allo spazio pubblico che circonda l’edificio, che manifesta una evidente discontinuità nel tessuto, e dunque all’intera città, per cercarne di ricucire i margini interrotti. Questo ha portato ad un approfondito studio della città attraverso tutte le sue fasi di sviluppo partendo dal presente, che si presenta come un mosaico frammentato di varie esperienze, andando a ritroso fino alla antica città romana, per capire come si sono sviluppati i luoghi protagonisti nella città. Lo studio della topografia storica di un centro urbano a continuità abitativa presenta sempre difficoltà quando si voglia individuare ed interpretare le sopravvivenze di un impianto romano attraverso le trasformazioni urbanistiche post-antiche, l’uso ininterrotto delle funzioni viarie, il riutilizzo dei singoli monumenti in duemila anni di vita ininterrotta. È questo il caso di Terni il cui sviluppo edilizio nei secoli è rimasto all’interno della cinta muraria, che ha rappresentato fino al 1870 un margine pressoché invaricabile della città. Della città antica è stato possibile individuare due nodi cruciali di analisi, in cui si rende più manifesta la sovrapposizione di strati architettonici, urbanistici e funzionali. Queste aree rappresentano il cuore della vita cittadina: identificandone i processi che

ne hanno portato alla formazione si manifesta l’intento di ricollegarli all’area di progetto, che si vuole candidare come nuovo punto focale nel tessuto. Per diventare ciò l’area deve essere in grado di recuperare la sua complessità storica e di stratificazioni. Per fondare in maniera più consapevole il progetto nella città occorre dunque capirne la sua struttura profonda e renderla manifesta con l’azione progettuale, che deve essere in grado di ricondurre a sistema la complessità di fattori storici, spaziali, funzionali, simbolici che la caratterizza. Come prima azione è necessario dunque, come dice Bruno Reichlin “Costruire l’autocoscienza – epistemica ed ermeneutica – capace di pensare, insieme, sia l’oggetto che ci sta di fronte, sia gli strumenti storico-critici per andare incontro a questo oggetto: è già progetto. ” Porsi le domande diventa già un atteggiamento progettuale, dato che il compito dell’architetto contemporaneo – che non trova più spazio per costruire – deve diventare il ricucire, il riconnettere, il risignificare tutto quello che secoli di storia ci hanno fatto giungiere. Theodor W. Adorno, in Attualità di Wagner, si era espresso su come la prduzione di nove conoscenze nei confronti di un’opera d’arte la completi e la modifichi: “Le opere d’arte, essendo creazioni dello spirito, non sono qualcosa in sé definitivo. Formano un campo di tensione di tutte le possibili intenzioni e forze, di tendenze intrinseche e di forze contrastanti, di cose riuscite e di cose necessariamente fallite. Da esse si liberano ed emergono oggettivamente sempre nuovi strati; altri ancora perdono rilevanza e si estinguono. Il vero

1. B.Reichlin, Riflessioni sulla conservazione del patrimonio architettonico, in Pedretti B. e Reichlin B. (a cura di), Riuso del patrimonio architettonico, Mendrisio, Accademia di Architettura di Mendrisio, 2011


55

rapporto con un’opera d’arte non consiste duqneu nel fatto che, come si dice, la si adatta a una nuova situazione, quanto piuttosto che nell’opera stessa si decifra ciò rispetto a cui si reagisce storicamente in modo diverso” Oggi, come nel medioevo, ci troviamo con un immenso patrimonio di forme, riti, tradizioni e una società completamente mutata nelle intenzioni. Per questo il nostro abitare è un occupare gli edifici del passato adattandoli alle nuove esigenze, così come i primi cristiani occuparono le basiliche prima di inventare le proprie forme. Usiamo le vestigia di un’epoca rurale e industriale per insediarci le nuove funzioni della società dei servizi e della cultura. La differenza con il medioevo è che ne siamo consapevoli: tutto passa sotto l’occhio critico dell’elbaorazione e del pensiero. Riprendendo ciò che dice Salvator Settis rielaborando la concezione “vitalistica” della storia di Nietszche, esistono 3 maniere di rapportarsi alla storia, che riflettono l’evoluzione culturale degli ultimi secoli: dalla continuità con la tradizione, alla distanza storica, sino alla conoscenza archeologica. Per questo il nostro approccio non è archeologico, perché presuppone di operare con una distanza “scientifica” tra sé e il patrimonio storico che è contraria ai nostri intenti, dove il patrimonio deve tornare ad essere una parte attiva e funzionante della città, nonostante la sua manifesta rottura con il contesto storico, tipica di un certo atteggiamento del moderno. Spesso quelle del moderno sono sembrate delle rotture definitive (Le corbusier, Gropius, per citare alcuni

eroi del movimento moderno) Ma in Italia, forse anche a causa di una pervasività molto più forte e trasversale del patrimonio sia materiale che immateriale, almeno in architettura si è operato in modo diverso. Fin dai razionalisti, che andavano a cercare un’origine vernacolare dell’architettura pura, passando per la forte esperienza del fascismo, dove invece il rapporto con una tradizione (anche se una tradizione imperiale) era manifesto politico e atto quasi “obbligato”, tutta l’esperienza italiana del dopoguerra non cerca mai una cesura totale con il passato, anzi si dimostra capace di rielaborare i temi della tradizione alla luce dei nuovi problemi della società contemporanea moderna e democratica. Sebbene gli esiti possono essere discussi nei risultati, resta un principio fondatore che accumuna tutto l’approccio italiano al progetto e che ne fa la sua forza, una continuità con la cultura . Dove si è operato con questi principi si è andato a creare un tessuto organico con la città, la storia e la tradizione e si è andato a creare nuovi pezzi funzionanti che si aggiungono al valido patrimonio storico che vediamo intorno a noi. La città di Terni è stato campo di questo sperimentazione, portata avanti da Ridolfi con lo strumento del disegno, esteso dal singolo edificio a tutta la città. Questo predominio del disegno, che ha portato a Terni alla definizione di un vero e proprio vernacolare moderno ha avuto anche il risultato di non rispondere pienamente agli slanci della


56

società del dopoguerra: così nell’area dee Mercato si sono manifestate forze diverse, generate da una voglia di cesura con il resto del centro storico, che hanno generato un salto di scala irrisolto tra la piazza ed il suo contesto. Si è cercato di cancellare completamente la città preesistente ma i resti di quello che c’era prima, seppure coperti e nascosti, portano una carica che risulta, attualmente, inespressa e dunque fonte di disagio. Nella cultura sopravvivono sempre dei legami memoriali. Ci troviamo a confrontarci con città e storie che si sono stratificate negli anni e che generano conflitti che si riflettono poi nella vita quotidiana delle persone. Come progettisti siamo in grado di indagare i fenomeni in corso nelle città, indagare i punti irrisolti, manifestarli ed usarli come tema di progetto.


57

Soglie storiche


ne Sta z io

58

verso l’acciaieria

XIX sec d.C.


59

N

X-XVIII sec d.C.

S


ngelo

Porta S .A

Porta Spoleti na

60

IV-X sec d.C.


a

verso Rom

minia

via fla

61

N

I-III sec d.C

S


62

La città antica Abitata fin dal paleolitico sotto forma di insediamenti, bisogna aspettare gli inizi del II secolo e l’inserimento nello Stato Romano per cominciare a parlare di “città” nel senso di insediamento regolamentato e attrezzato in forme urbanistiche definite: vengono definiti i margini attraverso la costruzione delle mura in opera quadrata, definita la viabilità principale e l’area forense. Le mura, di cui oggi sono visibili brevissimi tratti, regolarizzavano le naturali difese del sito, seguendo i margini del pianoro e regolarizzando il sistema idrico della zona circostante in un canale che circondava le mura per tre lati. Lungo i lati sudoccidentale e occidentale il tracciato delle mura più antiche coincide con quello di età medievali-come testimoniano tre segmenti realizzati in opera quadrata. Sul lato settentrionale e orientale non esiste nessun resto delle fortificazioni romane ed è quindi difficile stabilirne esattamente l’andamento, anche se con molta probabilità si collocavano leggermente arretrate rispetto alla cinta medievale. La cinta muraria delimitava dunque un’area urbana di forma quasi rettangolare, dalle dimensioni di circa metri 1000 e 500 con quattro porte aperte in corrispondenza dei punti terminali della viabilità extraurbana. Una di queste, la Flaminia (il suo ramo orientale) attraversava la città venendo a costituirne l’asse principale di attraversamento, il cardo maximus, con direzione sud/sud.ovest-nord/nord-est. Il suo tracciato, risale senza dubbio ad età preromana, come testimonia la sua irregolarità e dovette rappresentare un segno così forte da condizionare l’orientamento e lo sviluppo dell’in-

tero assetto urbano. Questo tracciato corrisponde con l’odierna via Roma, al di sotto della quale è stato rinvenuto il lastricato antico. Alla fine di via Roma, sul lato meridionale dell’odierna Piazza della Repubblica, la strada incrociava perpendicolarmente l’altra direttrice viaria principale, il decumanus maximus, oggi riconoscibile nel sistema Via Cavour- Via Garibaldi. Il cardo proseguiva poi oltre l’area del foro, oggi riconoscibile nel sistema Piazza della Repubblica-Piazza Solferino lungo l’attuale Corso Vecchio (storicamente “Strada Romana” dirigendosi verso Spoleto attraverso la porta della città, spostata verso l’angolo nord-orientale del tratto di mura corrispondente. La città romana risulta così ripartita in quattro quadranti dai due assi ortogonali, in prossimità dell’incrocio si collocava l’area forense. A partire da questi dati è possibile ricostruire l’antico tessuto viario, a partire dal quadrante sudoccidentale dove si sono succeduti numerosi rinvenimenti di strade lastricate. Alcune vie ancora seguono l’antico tracciato romano, che altrove invece è possibile ricostruire dall’allineamento dei ronti interni nei lotti e dal sistema dei vicoli. Si delinea così un reticolo stradale ad incroci ortogonali,, con un ritmo regolare nelle distanze tra le sedi stradali che definiscono gli isolati, basato su un modulo teorico di 70x70 metri (240x240 piedi romani=2 actus quadrati). Questo modulo si ritrova quasi esattamente negli assi nord-sud paralleli al cardus maximus, mentre le strade parallele al decumanus hanno una distanza che oscilla tra i 60 e gli 80 metri. Questo è dovuto all’inserimento degli edifici monumentali (teatro e anfiteatro) e dell’area forense che,

Carta archeologica della città di Terni tratta da “Bonomi Ponzi L., Terni – Interamna Nahars : nascita e sviluppo di una città alla luce delle più recenti ricerche archeologiche, Roma, Collection de l’École française de Rome, 2006”


9

INTRODUZIONE

63

N

Fig. 6 – Carta archeologica di Terni : abitati e necropoli. S


64

sfruttando interamente la superficie dell’isolato determinano uno slittamento delle sedi viarie limitrofe. Nei restanti settori della città, interessati da più radicali trasformazioni fin dall’età medievale, il tracciato romano non risulta più evidentemente leggibile, nonostante se ne possa ricostruire l’andamento in linea di massima a partire dalla cartografia storica, dai rinvenimenti archeologici, dall’allineamento di particelle catastali, dai percorsi interni ai caseggiati e dallo schema individuato. I quattro quadranti sembrano dunque caratterizzati, a giudicare dalle presenze archeologiche, da differenziazioni funzionali. Il settore sudoccidentale, morfologicamente più favorevole e collocato in corrispondenza della porta principale (verso Roma), si qualifica come “quartiere monumentale”; nei settori sudorientale e nordoccidentale si individuano una principale destinazione abitativa, mentre quello nordorientale era probabilmente vocata alla manifattura e alla produzione legata allo sfruttamento delle acque del fiume come forza motrice. La città presenta dunque caratteristiche ben precise che si ritrovano in molte città romane di sviluppo augusteo: pianta quadrangolare, reticolato interno regolatore, benché condizionato nell’orientamento della persistente Via Flaminia, l’ubicazione del teatro e dell’anfiteatro all’interno delle mura, la dimensione degli isolati. Soprattutto l’inserimento di due grandi oggetti monumentali indica la disponibilità di aree da costruire all’interno delle mura, indice di una pianificazione e riqualificazione monumentale tipica

della politica di rinnovamento politico ed economico di Augusto. Alla ricchezza di informazioni relativa a questo periodo fa poi riscontro una quasi totale assenza di testimonianze per i secoli successivi. Si può ipotizzare uno sviluppo del tessuto urbano rispetto agli assi principale, con una progressiva estensione verso i margini delle mura, senza mai arrivare ad un riempimento dello spazio disponibile. La città è investita da una profonda crisi nel periodo che va dal V al X secolo. La città medievale cresce senza un programma che ne regoli lo sviluppo e si susseguono esempi di riutilizzo di strutture romane e di abbandono di vaste aree all’interno della cinta muraria, legato alla contrazione demografica altomedievale, che ha comportato la perdita di continuità con l’impianto augusteo, non più leggibile in 3 dei 4 quadranti della città, i meno consolidati in età romana. In questa fase la città è concentrata nel settore sud-est in cui si è assicurata la continuità di occupazione e frequentazione sia degli assi che degli edifici. Questo era dovuto alla migliore qualità edilizia, data dalla presenza del teatro e dell’anfiteatro e dalla sicurezza del tessuto murario mantenuto in efficienza. Qui infatti viene edificata la chiesa di Santa Maria Intermnes, legata al palazzo Vescovile sorto sull’anfiteatro e duomo cittadino. La città medievale è caratterizzata da ampie aree aperte e le stesse abitazioni si dispongono lungo i perimetri degli isolati, lasciando all’interno ampie aree dedicate da orti e cortili. L’insediamento viene scandito anche

Veduta di Terni nel 1600


65


66

dall’apertura di un nuovo asse viario che l’attraversa da nord a sud collegando 3 delle quattro porte della città (porta Nord, Est e Sud) e toccando l’area monumentale romana. Nel tratto meridionale la via taglia completamente il tessuto viario romano, indice del fatto che gli assi stradali non erano più utilizzati e dell’assenza di vincoli stabiliti da proprietà. A partire dall’XI secolo la città conosce una nuova fase di sviluppo che comporta la costruzione del palazzo comunale nella vecchia area forense, che riconferma la sua vocazione come centro della città, capace di sopravvivere anche alle profonde trasformazioni recenti. L’altro intervento urbanistico più importante del medioevo è l’ampliamento della cinta muraria verso nord, avvenuto nel XIV secolo, legato all’inclusione delle chiese e del sobborgo sorto fuori dal vecchio tracciato romano, nonostante la città non fosse satura di strutture. Inoltre la decisione venne presa in un momento prospero alla cittadina, prevedendo uno sviluppo demografico che non si sarebbe realizzato fino all’età postunitaria

Una via della città storica, situata nelle vicinanze dell’attuale dell’area dell’Ex Mercato Coperto inizio XX secolo


67


68

I . ANALISI L’antica zona monumentale

La zona del duomo rappresenta una delle parti meglio conservate del centro storico e anche quella di più antico consolidamento. Qui sorsero in età romana due grandi edifici monumentali (il teatro e l’anfiteatro) che ne determinaromo la fortuna nell’epoca immediatamente successiva. La città infatti, dopo la crisi successiva alla caduta dell’impero romano, si ridusse di dimensioni e si concentrò intorno alla parte monumentale, per il buon stato degli edifici e delle mura (in questa parte si conserva infatti l’unico pezzo di mura rimanenti) Nel corso dei secoli i vecchi edifici romani subirono un processo di riuso e riadattamento: divennero infatti dei buoni pezzi su cui costruire abitazioni, come nel caso del teatro - del tutto assorbito nel tessuto - e il palazzo Vescovile, come nel caso dell’Anfiteatro.

scans

io


69

one f abbri c

N

ati< scala 1:3000

foto aerea del sito

S

spazi

o int er

no e acces

si


60

70

13

60

Interferenza come sovrapposizione: il lotto del teatro Romano

13

70

Teatro Romano I sec

Dalle tracce si riesce a ricostruire la lottizzazione romana, che seguiva un modulo di 70x70 con una osccilazione di 10 m per ospitare gli edifici più importanti, e la forma 39 del teatro Romano

60

-

50

12

60

I due lotti adiacenti si uniscono e si costruisce sui resti del teatro, le case sfruttano la’mpiezza dei muri di sostegno, che seguivano probabilmente un modulo di 3. I tetti quindi oscillano da 3 a 9 metri di dimensione. Il resto del lotto18viene edificato mantenendo uno spessore tra i 10 e i 12 metri, per ragioni costruttive. L’interno viene spesso lasciato ad orto. La strada33che collega due delle porte della città, che si pone inclinata rispetto all’asse romano chiude la forma del lotto, rimanendo comunque tondeggiante nei pressi del teatro romano, rendendone la traccia ancora leggibile a livello della strada

13

12

28

4

13

60

14

Edificato residenziale X-XV sec 70

39

52

16 50

I due lotti adiacenti si uniscono e si costruisce sui resti del teatro, le case sfruttano la’mpiezza dei muri di sostegno, che seguivano probabilmente un modulo di 3. I tetti quindi oscillano da 3 a 9 metri di dimensione. Il resto del lotto viene edificato mantenendo uno spessore tra i 10 e i 12 metri, per ragioni costruttive. L’interno viene spesso lasciato ad orto. La strada che collega due delle porte della città, che si pone inclinata rispetto all’asse romano chiude la forma del lotto, rimanendo comunque tondeggiante nei pressi del teatro romano, rendendone la traccia ancora leggibile a livello della strada

Dalle tracce si riesce a ricostruire la lottizzazione romana, che seguiva un modulo di 60x60 con una osccilazione di 10 m per ospitare gli edifici più importanti, e la forma del teatro Romano

12

60

Sulla base della ricostruzione del tracciato romano, che in questa parte di città è ancora leggibile, si desume che l’anfiteatro occupavo due moduli della griglia di dimensioni 60x60 (con variazioni di crica 10 metri).

12

Scuderie

39

70

decompressione

4

13

60

Palazzo Gazzoli XVIII sec

21

12

10

11

16 50

Dalle tracce si riesce a ricostruire la lottizzazione romana, che seguiva un modulo di 60x60 con una osccilazione di 10 m per ospitare

I due lotti adiacenti si uniscono e si costruisce sui resti del teatro, le case sfruttano la’mpiezza dei muri di sostegno, che seguivano probabilmente un

La creazione di lotto antistante lotto, andandolo realizzare una p palazzo e il cor sfrutta ancora i (all’interno dei vedere ancora i reticolatum)

50

100

14

7

13

13

60

compressione

60

21

12

10

11

_

La creazione di palazzo Gazzoli nel lotto antistante influisce ancora sul lotto, andandolo a piegare per realizzare una piazzetta antistante al palazzo e il corpo delle scuderie, che sfrutta ancora i resti del Teatro (all’interno dei locali è possibile vedere ancora i muri in opus reticolatum)

I due lott costruisce sfruttano sostegno, modulo di 3 a 9 metr Il resto d mantenendo metri, per L’interno La strada della citt rispetto a del lotto, tondeggian romano, re leggibile

Dalle tracce si riesce a ricostruire la lottizzazione romana, che seguiva un modulo di 60x60 con una osccilazione di 10 m per ospitare gli edifici più importanti, e la forma del teatro Romano

La creazione di palazzo Gazzoli nel lotto antistante influisce ancora sul lotto, andandolo a piegare per realizzare una piazzetta antistante al

Data la presenza tessuto già conso si concentra lo s costruzione sulle la chiesa di S. A palazzo vescovile sviluppa il primo il Duomo della ci San’tangelo e Por seguivano la grig rimanendo tangent


71

^foto di paramento murario in opus reticolatum appartenente al Teatro romano che emerge in una delle corti degli edifici N

< Schemi che rappresentano la successione storica dellâ&#x20AC;&#x2122;area scala 1:3000

S


72

Assonometria e schemi che illustrano la morfologia del lotto del teatro romano, scala 1:750 la ricostruzione della pianta si basa sul Teatro di Gubbio, coevo a quello di Terni scala 1:1500


73

scansione fabbricati

spazio interno e accessi

scansione fabbricati

spazio interno e accessi

scansione fabbricati scansione fabbricati

permanenze

permanenze

spazio interno e accessi spazio interno e accessi

coperture

coperture

permanenze

coperture

permanenze

coperture

principio insediativo dei tessuti medievali sul teatro romano principio insediativo: teatro

principio insediativo dei tessuti medievali sui tracciato dellâ&#x20AC;&#x2122;insula principio insediativo: insula


12

60

Il resto del mantenendo u metri, per r L’interno vi La strada ch della città, rispetto all del lotto, r tondeggiante romano, rend leggibile a

13

14

60

12

7

4

28

13

18

13

74

70

39

33

Interferenza per addizione: l’anfiteatro romano

Sulla base della ricostruzione del tracciato romano, che in questa parte di città è ancora leggibile, si desume che l’anfiteatro occupava due moduli della griglia di dimensioni 70x70 (con variazioni di circa 10 metri).

50

I due lotti adiacenti si uniscono e si costruisce sui resti del teatro, le case sfruttano la’mpiezza dei muri di sostegno, che seguivano probabilmente un modulo di 3. I tetti quindi oscillano da 3 a 9 metri di dimensione. Il resto del lotto viene edificato mantenendo uno spessore tra i 10 e i 12 metri, per ragioni costruttive. L’interno viene spesso lasciato ad orto. La strada che collega due delle porte della città, che si pone inclinata rispetto all’asse romano chiude la forma del lotto, rimanendo comunque tondeggiante nei pressi del teatro romano, rendendone la traccia ancora leggibile a livello della strada

Dalle tracce si riesce a ricostruire la lottizzazione romana, che seguiva un modulo di 60x60 con una osccilazione di 10 m per ospitare gli edifici più importanti, e la forma del teatro Romano

60

Anfiteatro Romano I sec

12

14

60

_

39

decompressione

21

12

10

16

Primo nucleo del Duomo XI sec

I due lotti adiacenti si uniscono e si costruisce sui resti del teatro, le case sfruttano la’mpiezza dei muri di sostegno, che seguivano probabilmente un modulo di 3. I tetti quindi oscillano da 3 a 9 metri di dimensione. Il resto del lotto viene edificato mantenendo uno spessore tra i 10 e i 12 metri, per ragioni costruttive. L’interno viene spesso lasciato ad orto. La strada che collega due delle porte della città, che si pone inclinata rispetto all’asse romano chiude la forma del lotto, rimanendo comunque tondeggiante nei pressi del teatro romano, rendendone la traccia ancora leggibile a livello della strada

Palazzo Vescovile XIII sec

100

La creazione di palazzo Gazzoli nel lotto antistante influisce ancora sul lotto, andandolo a piegare per realizzare una piazzetta antistante al palazzo e il corpo delle scuderie, che sfrutta ancora i resti del Teatro (all’interno dei locali è possibile vedere ancora i muri in opus reticolatum)

Chiesa del Carmine XIV sec

100

50

Sulla base della ricostruzione del tracciato romano, che in questa parte di città è ancora leggibile, si desume che l’anfiteatro occupavo due moduli della griglia di dimensioni 60x60 (con variazioni di crica 10 metri).

_

In epoca rinascimentale viene edificato il Duomo attuale e regolarizzata la piazza antistante tramite creazione di un porticato.

Data la presenza di edifici monumentali romani ed un tessuto già consolidato, è in questa parte di città che si concentra lo sviluppo altomedievale, che prevede la costruzione sulle preesistenze romane. Viene edificata la chiesa di S. Andrea sul lato sud dell’anfiteatro e il palazzo vescovile sul lato nord. PìAccanto a questo si sviluppa il primo nucleo della chiesa che diventerà poi il Duomo della città. La stra di collegamento tra Porta San’tangelo e Porta Romana influisce sui lotti che seguivano la griglia romana curvandoli verso est e rimanendo tangente ai resti dell’anfiteatro.

Cattedrale di Santa Maria assunta e regolarizzazione della piazza tramite la costruzione di un porticato 1547-1643

50

Sulla base della ricostruzione del tracciato romano, che in questa parte di città è ancora leggibile, si desume che l’anfiteatro occupavo due moduli della griglia di dimensioni 60x60 (con variazioni di crica 10 metri).

Data la presenza di tessuto già consoli si concentra lo svi costruzione sulle p la chiesa di S. And palazzo vescovile s sviluppa il primo n il Duomo della citt San’tangelo e Porta seguivano la grigli rimanendo tangente

11

50

Dalle tracce si riesce a ricostruire la lottizzazione romana, che seguiva un modulo di 60x60 con una osccilazione di 10 m per ospitare gli edifici più importanti, e la forma del teatro Romano

compressione

decompressione

12

compressione

13

4

13

Sulla base della ricostruzione del tracciato romano, che in questa parte di città è ancora leggibile, si desume che l’anfiteatro occupavo due moduli della griglia di dimensioni 60x60 (con variazioni di crica 10 metri).

70

Data la presenza di edifici monumentali romani ed un tessuto già consolidato, è in questa parte di città che si concentra lo sviluppo altomedievale, che prevede la costruzione sulle preesistenze romane. Viene edificata la chiesa del Carmine sul lato sud dell’anfiteatro e il Palazzo Vescovile sul lato nord. Acccanto a questo si sviluppa il primo nucleo della chiesa che diventerà poi il Duomo della città. La strada di collegamento tra Porta San’tangelo e Porta Romana influisce sui lotti che seguivano la griglia romana curvandoli verso est e rimanendo tangente ai resti dell’anfiteatro.

La creazione di palazzo G lotto antistante influisc lotto, andandolo a piegar realizzare una piazzetta palazzo e il corpo delle sfrutta ancora i resti de (all’interno dei locali è vedere ancora i muri in o reticolatum)

50

100

13

60

21

16 60

7

39

12

52

10

11

Data la presenza di edifici monumentali romani ed un tessuto già consolidato, è in questa parte di città che si concentra lo sviluppo altomedievale, che prevede la costruzione sulle preesistenze romane. Viene edificata la chiesa di S. Andrea sul lato sud dell’anfiteatro e il palazzo vescovile sul lato nord. PìAccanto a questo si sviluppa il primo nucleo della chiesa che diventerà poi il Duomo della città. La stra di collegamento tra Porta San’tangelo e Porta Romana influisce sui lotti che seguivano la griglia romana curvandoli verso est e rimanendo tangente ai resti dell’anfiteatro.

In epoca rinascimentale viene edificato il Duomo attuale e regolarizzata la piazza antistante tramite creazione di un porticato.

In epoca rinascimentale edificato il Duomo attu regolarizzata la piazza tramite creazione di un


75

^foto aerea del complesso < schemi che illustrano lâ&#x20AC;&#x2122;evoluzione storica dellâ&#x20AC;&#x2122;area scala 1:3000

N

S


76

Assonometria e schemi che illustrano la morfologia del lotto dellâ&#x20AC;&#x2122;anfiteatro romano, la ricostruzione della pianta si basa sullâ&#x20AC;&#x2122;anfiteatro di Capua, coevo a quello di Terni scala 1:1500


77

scansione fabbricati scansione fabbricati

spazio interno spazio internoe accessi e accessi

scansione fabbricati scansione fabbricati scansione fabbricati

spazio interno e accessi spazio interno spazio e accessi interno e accessi

sediativo insediativo principio insediativo principio insediativo

principio insediativo N

scala 1:3000

S


78

II . ANALISI Interferenza come limite: il Foro Romano

Questo sistema rappresenta il cuore della città fin dall’epoca romana. Qui infatti, all’incrocio tra il cardo e il decumano, sorgeva il foro romano. Dopo una fase in cui la zona aveva perso importanza a favore di un consolidamento della zona intorno al vecchio centro monumentale romano, su cui si costruisce il Duomo, simbolo del potere Vescovile, con la costruzione del palazzo Comunale, si riafferma la centralità di questo luogo come centro dell’edificato e della vita cittadina. Il palazzo comunale divise la piazza in due, una principale (ora Piazza della Repubblica) e l’altra secondaria (piazza Solferino, in cui storicamente si teneva il mercato) La terza piazza (piazza Europa) venne aperta in seguito al conflitto mondiale, con la rimozione delle macerie del lotto semidistrutto: così si proseguiva infatti il tracciato della città moderna, che approda nella piazza principale attraverso il Corso Tacito e prosegue oltre lungo Corso del Popolo. Nonostante varie vicessitudini nella storia della città, questo luogo è stato sempre in grado di conservare la sua vocazione come centro cittadino. La forza del perimetro del foro, di cui ora non resta nessun reperto è stata in grado di tenere insieme questo spazio aperto, nonostante - ma forse anche grazie a - la costruzione al suo interno del palazzo Comunale.

Il foro era ubicato in un’area privilegiata e centrale, la cui destinazione pubblica si è perpetuata in età medievale e moderna, costeggiato nei lati meridionale e orientale dal cardo maximus e dal decumanus, L’area occupata probabilmente si estendeva al di là della superficie attualmente occupata dalle piazze della Repubblica e Solferino ma le sue dimensioni non possono essere stabilite con esattezza, dato che non esiste più traccia degli edifici pubblici e religiosi che si aprivano sulla piazza, se non nella toponomastica “ad columnas” e “platea columnarum” che in età medievale designavano piazza della Repubblica.

> Assonometria in cui si esplicità la forza del limite del tracciato del foro romano Foto aerea del complesso


79

N

S


80

79

Il foro si estendeva all’incrocio del cardus maximus e del decumanus, 43.1grioccupando due moduli della glia romana di dimensioni 70x70, contornato da edifici pubblici di cui non restano più tracce archeologiche 34

56

Chiesa di San Giovanni Decollato XVI sec Palazzo Comunale XIII sec

39

41

156 53 27

76

24

Corso Tacito XIX sec

56

Palazzo delle Poste inizio XX sec 39

53

Piazza della Repubblica Piazza Europa

25

10

18

41

156

19

156

56

96.7

79

10

Palazzo Spada XVI sec

41

18

25

43.1

24

La piazza in epoca moderna riconferma la sua vocazione centrale, diventando il punto di34arrivo del moderno Corso Tacito, aperto nel XIX secolo proprio per collegare la piazza alla nuova stazione della 45 linea Roma-Ancona e poi seguito nel dopoguerra dall’asse di corso del Popolo. I cambiamenti successivi al 39 conflitto mondiale segnano anche l’apertura di una terza piaz5 za (Piazza Europa) 4dovuta alla20demolizione del lotto di abitazioni 25 precedente, creata per assicurare il collegamento con l’asse della48città moderna e per dare risalto a Palazzo Spada, nuova sede del municipio. 53

45

44

96.7

79

76

_

44

8

24

19

45 Dopo una fase di abbandono dutante la crisi che la città attraversa dal IV al X secolo d.C., con la costruzione del palazzo comunale l’area ritrova la sua vocazione 45 Lo spazio come centro cittadino. 20 si divide così in due piazze, separate dall’edificio del Comune: la Platea Columnarum (odierna Piazza Re48 pubblica) e la retrostante Piazza dell’Erbe (oggi Piazza Solferino), storica del mercato cittadino. 2sede 7

1

0

27

76

_

96.7

Ricostruzione perimetro Foro Romano I sec

schemi che illustrano l’evoluzione storica e morfologica dell’area scala 1:3000

Piazza Solferino


a

fabbricati

a

81

b

fabbricati

b

b

bb

a

a spazio pubblico spazio e passaggi pubblico e passaggi

aa

b

bb

aa

continuitĂ spazio pubblico spazio pubblico e passaggi N

permanenze

permanenze

aa

principio insediativo: cardo principio insediativo: principio insediativo: cardo cardo

S

principio insediativo: decumano principio insediativo: principio insediativo: decumano decumano


82

L’arrivo della modernità e la cesura della guerra Da provincia romana a comune medievale fino a parte dello Stato Pontificio la città vede alternarsi varie fasi di potere, sempre conservando la sua vocazione agricola, dovuta alla fertilità della pianura in cui si trova, attraversata dal fiume Nera e dal torrente Serra. Dal 1700 è parte del Gran Tour, in quanto sosta obbligata per vedere la cascata delle Marmore, creata per opera del console romano Manlio Curio Dentato nel 271 a.C. al fine di bonificare la piana di Rieti prosciugando l’antico Lacus Velino. Il torrente Velino, deviato verso il salto delle Marmore si getta con un salto di 165 metri, nelle acque del sottostante fiume Nera. È proprio la cascata a decretare la fortuna della città in epoca industriale, data la possibilità di essere sfruttata per creare energia elettrica. Questo fatto è la vicinanza a Roma fanno sì che Terni, dopo essere annessa al Regno d’Italia, per volontà del Ministero della Guerra e degli amministratori locali, viene destinata a diventare un centro industriale e militare di prima importanza. Tutto ciò porta all’edificazione della ‘Fabbrica d’Armi’ nel 1875 e dell’Accieria nel 1884 Società degli Altiforni, Fonderie ed Acciaierie di Terni” (SAFFAT). Su di un’area di 200.000 mq a nord-est della città, lo stabilimento, diviso in tre sezioni produceva acciaio per usi commerciali, per cannoni, corazze e proiettili e per utensili. Questo grande e importante impianto siderurgico, il più grande d’Italia alla fine del XIX secolo, cambia la vocazione della piccola cittadina, trasformandola da agricola a industriale. Ed è appunto l’industria che segna la vicenda di Terni nelle varie fasi.

Caso particolarissimo nel panorama italiano questa fitto tessuto industriale lascia segni profondi nel territorio attraverso opere di canalizzazione idrauliche, che procurano energia a buon mercato per i vari stabilimenti. L’assunto di fine secolo che identica la città come un distretto industriale inglese, come la Manchester italiana, ha un solido fondo di verità che va al di là della retorica; Terni è infatti la sola realtà urbana italiana di una certa dimensione a dovere la sua crescita, per molti aspetti impetuosa, dal punto di vista demografico e del tessuto edilizio, all’insediamento della grande industria, almeno per quanto riguarda la fine del XIX secolo. Per dare una dimensione del fenomeno si può considerare il fatto che nel 1886 il centro antico copre un’area pari a 657.310 mq., mentre le aree occupate dai principali stabilimenti che sorgevano ai margini della città raggiungevano i 917.850 mq., quasi una volta e mezzo la città dentro le mura. L’industrializzazione crea tuttavia degli attriti nella popolazione locale: la città è investita infatti, fino ai primi anni del Novecento, dall’imponente migrazione operaia che si indirizza verso il borgo antico, che persisteva dentro entro la cinta muraria medievale, riempiendo rapidamente gli spazi vuoti. Tutto ciò crea dei grossi problemi logistici per la scarsa disponibilità di case e l’inadeguatezza dei servizi pubblici. L’industria non vuole o non è capace di far fronte alla grande immigrazione e si limita a costruire pochi alloggi per i suoi impiegati. La crescita fuori dalle mura avviene allora in maniera spontanea e si concentra sulla destra del Nera, dove si erano localizzate le nuove attività produttive, tra la linea

Parte del tessuto storico che era caratterizzato anche dalla presenza di canali, derivazioni del fiume Nera. Elementi che da pittoreschi diventano un rischio igienico e sanitario con il sovraffollamento del centro storico


83


84

ferroviaria Roma-Ancona e l’area industriale. Così descrive la città Pietro Farini, un socialista arrivato a Terni nel 1903 per dirigere il giornale della sezione ternana e la farmacia cooperativa: “…era assai piccola, rettangolare, a sponda del fiume Nera, con quattro porte. Una lunga strada attraversava tutta la città, da piazza Valnerina a porta Romana, un’altra moderna, dalla barriera Tacito saliva alla piazza principale. Le altre, via Cavour e via Garibaldi, pure sboccavano nella stessa piazza. Erano strette e tortuose. La città non aveva alcuna distinzione. …Prima che Terni si trasformasse in una città industriale aveva appena una popolazione dai 9.000 ai 10.000 abitanti. Sorti gli stabilimenti … la popolazione salì a 40.000 in breve tempo, per cui immediatamente si sentì urgente la necessità di case. Gli operai sopraggiunti si ammucchiavano nei sotterranei fetidi, senza luce o nelle soffitte, esposti a tutte le intemperie. L’abbondanza di manodopera non spinse mai i capitalisti a costruire case operaie. I piccoli borghi che sorsero qua e là presso Terni, furono costruiti dagli operai che, pietra su pietra elevarono le loro casupole…” Tutto ciò fa sì che all’inizio del XX secolo Terni sia tra le prime città industriali italiane. La presenza degli operai nel tessuto sociale cittadino è enorme, se si considera che questa categoria costituiva, all’inizio del secolo, il 70% della popolazione residente. Le condizioni abitative rimanevano disperate, ancora nel 1898 si calcolava che per 18.438 abitanti concentrati nella città vecchia fossero disponibili 1.438 alloggi: 1 ogni 13 persone. “Tutti quei vicoli intorno a piazza Clai, via dell’Ospedale, …ognuno affittava

anche il sottoscala, per falli dormire, questa gente...” A.L., Operaio Si creava così una forte contrapposizione tra un centro storico fortemente congestionato e sovraffollato e una parte nuova dominata dall’industria, che in ritardo comincia a costruire vani per impiegati e operai, introducendo nuove tipologie edilizie di ispirazione razionalista. La città delle fabbriche riesce durante il ventennio fascista a prendere il sopravvento su quella tradizionale, diventando arbitro dello sviluppo e dei nuovi equilibri urbani. La città industriale afferma la sua supremazia grazie alla costruzione del nuovo gruppo polisettoriale, quando la SAFFAT muta il nome in “Terni Società per l’Industria e l’Elettricità”, comunemente chiamata la “Terni”, simbolo del legame fortemente simbiotico che legava l’industria alla città. Così Terni si struttura secondo i ritmi e le esigenze della grande fabbrica. Gli spazi urbani si modellano in rapporto all’ideologia dell’efficienza produttiva e in base alla gerarchia aziendale nei diversi soggetti che operavano nella fabbrica. Si innesca il meccanismo della “fabbrica totale”, con alla base l’ideologia condivisa da tutti, operai ed impresa, che si basa sull’idea del gruppo polisettoriale, autosufficiente, in grado di riprodursi e garantire salari e occupazione. La produzione è il motore, il centro, il modello su cui si struttura l’insieme della vita sociale. Inoltre le sanzioni economiche nei confronti dell’Italia da parte della Società delle Nazioni portavano ad una politica economica i cui cardini erano il riarmo e l’autarchia. Ciò

Il Grande Maglio, entrato in funzione nel 1888, all’epoca il più grande del mondo.


85


86

Sovrapposizione

delle

maglie nel centro storico Il disegno mostra la sovrapposizione delle maglie e gli effetti nel centro cittadino, sulla base della foto aerea del 1939 in cui era ancora intatto lâ&#x20AC;&#x2122;impianto medievale. In rosso il tracciato viario romano, tratteggiato quando scomparso, in bianco la cittĂ moderna che è cresciuta intorno al centro storico, penetrandovi verso nord e verso sud con i due assi viari di Corso Tacito e di Corso del Popolo, andando a volte a cancellare la struttura preesistente,come nel caso dellâ&#x20AC;&#x2122;area di progetto.

-

scala 1:6000


87

N

S


88

esaltava le caratteristiche del composito complesso produttivo della Terni, fondato sull’autoconsumo delle risorse prodotte e sulle acciaierie intese come industria bellica. Il tutto viene ratificato dall’elevazione di Terni a capoluogo di provincia e dagli impegnativi investimenti finanziari e tecnici nello stabilimento siderurgico per aumentare la capacità produttiva, annullati però di lì a poco dagli effetti devastanti della guerra. Lo sfondamento delle antiche mura cittadine segna la volontà di riavvicinare le due anime della città: il centro e l’industria cresciuta al di fuori. Il proposito viene sancito dal concorso nazionale per il piano regolatore bandito nel 1932 dall’Amministrazione comunale che mirava a risolvere principalmente i problemi legati alla congestione del centro legata al traffico in transito, tramite l’apertura di arterie di attraversamento longitudinale e traversale, e il risanamento di quartiere medievali come San Tommaso e Ospedale, ritenuti squallidi e antigienici, prevedendo nuove zone di espansione per una popolazione di 120.000 abitanti. Il piano vincitore del 1934, degli architetti Lattes-Staderini puntava sul ricucire la maglia urbana senza sconvolgerla, collegando le due città cresciute in modo separato. Il piano si pone decisamente come il primo strumento urbanistico completo della città, che viene pianificata nel suo insieme e assumendo l’efficienza come scopo ultimo. Tra le varie previsioni, l’apertura di nuovi assi di scorrimento da crearsi a costo di vari diradamenti edilizi; indicazioni queste che, tramite le distruzioni belliche, troveranno attuazione del dopoguerra.

La città arriva così alla guerra come una città affermata nella realtà industriale nazionale. L’acciaieria, impiegata nella produzione bellica, diventa così un obiettivo strategico per i bombardamenti degli alleati in risalita dal sud Italia. Le bombe infatti ccolpiscono duramente la città nel 1943. cancellando gli obiettivi industriali e ferroviari prefissati, ma devastando anche il centro cittadino. La popolazione, duramente provata, è costretta a rifugiarsi nei paesi vicini: 45.000 persone abbandonano la città in cui ne rimangono solo 2.500. La città era arrivata alla guerra preservando sostanzialmente il suo tessuto di matrice medievale, seppure con le incursioni e i diradamenti che si erano cominciati ad attuare a partire dalle previsioni di piano, che la volevano rendere una città moderna, il tutto sancito dall’elevazione a capoluogo di provincia nel 1927, scorporando la più grande Provincia dell’Umbria. Il tessuto del centro non era stato in grado di adeguarsi al nuovo ritmo industriale, nonostante lo sfondamento delle mura e i primi tentativi di espansione, la città manteneva ancora la sua dimensioni di borgo, destinata in larghi brani a scomparire per effetto dei bombardamenti. Le bombe cancellano gli obiettivi industriali e ferroviari prefissati, ma il prezzo lo paga duramente la città, oggetto di oltre cento bombardamenti da parte degli Alleati durante la loro campagna di guerra in Italia; a questo va aggiunto il pesante bilancio di distruzioni sulle industrie parzialmente sopravvissute, sulle strade e i sui

Foto aerea del centro storico 1939


89


90

ponti operato dalle truppe tedesche in ritirata. I bombardamenti investono soprattutto la città, soprattutto il centro storico, che riporta più danni degli stabilimenti industriali. A fine guerra il Genio Civile calcola gli edifici distrutti in una cifra pari a 42.500 su 50.000. Se si prendono in considerazione solo le abitazioni, tra distruzioni e gravi danneggiamenti risulta coinvolto oltre il 70% del patrimonio edilizio residenziale. Anche la fabbrica subisce pesanti danni, dovuti sia ai bombardamenti che alle distruzioni sistematiche e alle asportazioni delle truppe tedesche. Nel giugno 1944 vengono distrutte le centrali elettriche e le linee di trasporto dell’alta tensione. Rimangono invece intatte le opere di derivazione delle acque che permettono, dopo la liberazione di Terni, di iniziare subito l’opera di ricostruzione, arrivando alla fine del 1944 già alla parziale riattivazione dei reparti. La Terni con la molteplicità delle sue produzioni (acciaio, energia elettrica, carburo, ammoniaca, concimi, cemento, lignite) può così essere impiegata nella ricostruzione.

Una via del centro storico dopo la guerra


91


92

La ricostruzione Dal quadro di grande distruzione complessiva vengono emergono le emergenze del momento: dare case agli sfollati in rientro e le carenze di alimenti e materie prime per far ripartire la produzione. Dal quadro di grande distruzione complessiva emergono le esigenze del momento: dare case agli sfollati in rientro e le carenze di alimenti e materie prime per far ripartire la produzione Nell’ottobre del ‘48 l’Amministrazione dà l’incarico a Mario Ridolfi di redigere un piano di ricostruzione che disciplinasse la ripresa dell’attività edilizia, approvato poi definitivamente nel 1948. Mario Ridolfi, architetto romano nato nel 1904, aveva già un legame con la città, avendo partecipato con esito positivo nel 1932 al concorso per la realizzazione di una fontana a Piazza Tacito. Le scelte del piano del ’34 di Lattes-Staderini vengono riconfermate nelle loro linee generali (creazioni di assi di scorrimento e diradazione del tessuto medievale considerato malsano), ora rese possibili dalle distruzioni belliche concentrate soprattutto nei quartieri di S. Tommaso, S. Francesco e Ospedale. Vengono riconfermati gli assi di scorrimento longitudinali con l’apertura di Corso del Popolo, e trasversali da piazza Carrara a piazza San Francesco; viene aperto con via 1° Maggio un nuovo asse di supporto a Corso Tacito, viene isolato palazzo Spada con l’apertura di due nuove piazze (Europa e Sangallo, ora Ridolfi) e creato largo Villa Glori, spazio simbolo del vuoto creato dalla guerra. Viene

anche data l’indicazione di posizionare il mercato ortofrutticolo nella zona di S. Tommaso. Cosa che però rende del tutto particolare il piano è il fatto che viene rivoluzionata la concezione dell’urbanistica, rivendicando la centralità dell’architettura come prima condizione necessaria di un’urbanistica della città : tendenza, questa, che sarà poi anche perseguita nella stesura del piano regolatore. Sulla base di un censimento di “cosa è rimasto” della città dopo le sofferenze della guerra, viene proposto un coraggioso programma di rinnovamento strutturale, basato sulla “sostituzione” degli edifici precedenti. Il caso di Terni si distacca tanto dall’esempio di Milano, dove finisce per essere stravolto l’assetto della città, tanto da quello di Firenze, dove la volontà di conservazione sociale del preesistente si tradusse in un apparente ripristino. In questo caso, salvo il caso di Corso del Popolo, non viene stravolto il tessuto esistente dal punto di vista della destinazione d’uso, ma vengono sostituite le tipologie edilizie, preferendo al vecchio aspetto medievale un’ideale di moderno decoro. Ridolfi cerca quindi di porsi in sintonia con il precedente strumento urbanistico, come del resto era obbligato a fare almeno sulla carta, accettandolo e correggendolo rispetto alle nuove esigenze. Accanto a questa indicazione cerca di mettere a punto una logica di intervento sulla città antica che risolvesse il dibattuto tema dell’ambientamento del nuovo rispetto al vecchio. Ciò per l’architetto doveva avvenire non tanto in chiave storici-

Mario Ridolfi Scuola media L.Da Vinci 1960


93


94

stica, quanto piuttosto secondo una lettura dei caratteri formali-strutturali originari della tecnica di edificazione dei manufatti della città. Nelle proposte di Ridolfi è presente un rifiuto dell’ambientismo, inteso nel senso di un’adesione mimetica ai caratteri formali dell’edilizia. Rifiutando il mito della spontaneità, piuttosto che naturale evoluzione del tessuto precedente, le realizzazioni si pongono decisamente con elementi nuovi, tanto le singole architetture quanto i complessi urbani (come ad esempio la piazza del mercato, poi realizzata da Giani su indicazione del piano). Le opere di Mario Ridolfi a Terni, dall’immediato dopoguerra, rifiutano di porsi in rapporto con la città tramite una lettura morfologica del preesistente, ma si basano piuttosto su una lettura funzionale, tesi che indirizzerà anche l’esperienza dell’Ina-Casa e che costituisce un limite mutuato forse dalla tradizione razionalista. La relazione con l’intorno non è giustificata tramite canoni prospettico-visuali, ma secondo la tipologia pertinente all’uso. In questo modo i manufatti edilizi entrano in rapporto con la città secondo logiche di giustapposizione, dove il tramite con la storia della città diventa la continuità delle tecniche costruttive, dei materiali e dei dettagli architettonici; alla mimesi della tradizione si contrappone l’uso degli elementi della composizione. Esemplare di ciò è la sistemazione dell’area dell’attuale Largo Villa Glori. Questo nuovo spazio venne lasciato vuoto come simbolo degli squarci provocati dalla guerra, ma le nuove

costruzioni si pongono in continuità con l’anima residenziale/commerciale tipica del centro storico. La nuova casa Chitarrini, che viene considerata tra le più interessanti costruzioni di Ridolfi a Terni nel dopoguerra, pone particolare attenzione alla luce delle botteghe e recupera, con la pietra sponga, il materiale tipico della cittadina umbra. Materiale che verrà poi usato anche nella vicina scuola L. Da Vinci, che presenta decorazioni in ceramica sotto i davanzali delle finestre, particolare edilizio mutuato dall’adiacente campanile di San Francesco. Esula da questo discorso il piano di Corso del Popolo, nuovo centro direzionale già previsto nel piano del ’34 di Lattes-Staderini come un rettilineo di stampo ottocentesco. Il corso verrà sancito definitivamente dalla variante al Piano di Ricostruzione del 1959, con un aggiornamento più meditato e più approfondito del progetto. Nella nuova versione in variante il corso viene disegnato planivolumetricamente. La relazione con l’ambiente storico circostante viene cercata attraverso lo sfalsamento di volumi e l’uso di materiali e colori diversi, divenendo, insieme all’uso dei porticati, un nuovo e originale brano della città. Il fervore della ricostruzione riguarda particolarmente i collegamenti interni, i quartieri operai, gli edifici pubblici. Risulta completamente trascurato dalle amministrazioni espresse dai lavoratori rimane il centro storico, nella forma del suo tessuto più antico in cui fino alla fine degli anni 90 rimangono ancora visibili i segni dei bombardamenti (solo nel ’94 si sceglie per esempio, di ricostruire, in forma moderna, la torre del vecchio Palazzo Comunale,

Mario Ridolfi Casa Chitarrini, 1949-1951 Mario Ridolfi Case per appartamenti, dette “Franconi”, 1959-1966


95


96

convertito in Bibliomediateca). Forse questo era il segno di una ancora presente ostilità sotterranea, di un’idea operaia della città tradizionale in cui trovava residenza solo il ceto dei più ricchi, mentre ai lavoratori venivano destinati dei fetidi tuguri. Il centro città ha una funzione solo di vetrina dei momenti sociali di massa, quando, durante i momenti di tensione, vengono occupati i luoghi del potere. Tutto ciò ha significato la perdita definitiva di gran parte del centro antico, la cui distruzione era partita già nel periodo prebellico, con l’avvio di una serie di demolizioni che avevano aperto gravi ferite nel tessuto storico (un esempio su tutti la chiesa monumentale di San Giovanni Decollato, demolita nel 1920 definendo un vuoto, mai colmato volumetricamente, nella piazza più importante della città) e sancito definitivamente dalle bombe. A testimonianza di ciò sono le oltre quaranta chiese scomparse, per vicissitudini storiche, guerra o incuria, insieme a intere zone di impianto medievale della città.

Mario Ridolfi Piano particolareggiato per Corso del Popolo, 1963-1981


97


La costruzione della modernità L’esperienza del piano di ricostruzione trova il suo seguito nell’incarico affidato a Mario Ridolfi e al suo collaboratore Wolfgang Frankl di redigere il piano regolatore della città. La stesura del piano regolatore di Terni impegna Ridolfi e Frankl dal 1955 al 1960, in continuità con il lavoro fino a quel momento effettuato. La città si struttura su un sistema territoriale residenza-industria, razionalizzando le tendenze in atto dalla metà del secolo precedente: le attività produttive sono previste a est e ovest del centro, in pianura, mentre le espansioni residenziali sono previste a nord e a sud. Il piano diventa lo strumento di controllo e di guida del boom economico ed edilizio. Esso cerca ancora una volta la continuità con quello del ‘33, che rimandava al modo tipico di allora di conformare la crescita della città attraverso l’isolato e la lottizzazione, ora risolto attraverso il rapporto tra zoning e regolamento edilizio. L’introduzione dello zoning segna il distacco tra disegno della città e sua organizzazione funzionale, con conseguenza la distinzione tra piano regolatore generale e piani particolareggiati di esecuzione (come stabiliva anche la legge urbanistica del 42). Questi due aspetti sono ricondotti ad unità attraverso la formazione di una tecnica assai precisa che cerca di determinare le relazioni tra le parti della città individuate nella loro specificità dall’attribuzione di funzioni omogenee. Il piano lavora stabilendo il rapporto tra zoning e densità, che viene usata come categoria progettuale attraverso il tramite con la tipologia-

costituito dal regolamento edilizio. La particolarità del piano regolatore di Terni consiste nel fatto di avere affrontato insieme la stesura del piano regolatore ed il piano particolareggiato della parte più compromessa del centro storico, in variante al piano di ricostruzione. Questo ha permesso una grande coordinazione e omogeneità degli interventi che caratterizza questa esperienza rispetto alle analoghe esperienze che si sviluppano contemporaneamente in quegli anni. Il regolamento edilizio di Terni si accompagna alla realizzazione di un abaco delle possibili utilizzazioni del rapporto di copertura in relazione all’indice di fabbricazione; ciò va a costituire una specie di guida all’iniziativa privata. Si andava così formando uno strumento unitario con lo scopo di salvaguardare i criteri di razionalità urbanistica in funzione delle tipologie adottate, formato da regolamento edilizio e densità. Un esempio di ciò è la norma che in caso di alte densità previste dal piano obbliga praticamente al tipo a torre in alternativa alla strada-cortina – scelta coraggiosa e espressione di quel momento storico, oggi forse meno condivisibile. Ciò trasforma il piano particolareggiato più in un esecutivo di un elaborato di progetto che in uno strumento normativo sulla base del quale andare alla regolamentazione tra potere pubblico e iniziativa privata. Si tratta di un vero e proprio progetto di architettura della città, composto di manufatti edilizi, di cui la qualità è minuziosamente prescritta nella normativa, anche per

Costruzione dell’obelisco “Lancia di Luce” dell’artista Arnaldo Pomodoro 1985-1995


99


100

interventi di notevole entità. Per quanto riguarda il campo dell sua attuazione materiale, la scelta delle dimensioni e delle caratteristiche degli interventi sono riferite alle capacità imprenditoriali locali. La normativa di Ridolfi è tra le più scrupolose dell’urbanistica italiana e riesce a produrre un complesso disegno urbano arrivando a dare alla città un’immagine compiuta. I Piani Particolareggiati e i regolamenti edilizi che la accompagnano arrivano a definite il profilo degli edifici, i prospetti, i materiali e in alcuni casi perfino le decorazioni. I rapporti tra le fasi di intervento vengono risolti nella precisione tecnica quantitativa del piano regolatore. Siamo di fronte ad una interpretazione precisa del piano urbanistico, che si presenta più come un piano esecutivo, di cui i piani particolareggiati ne costituiscono i corollari. Si tratta cioè di un piano per manufatti che si autodefiniscono rispetto al solo principio tipologico, come appare evidente dalla denotazione continua degli spazi di “risulta” triangolari, poligonali, che determinano l’impatto con la struttura preesistente. L’analisi che viene attuata sulla città ha come fine principale quello di individuare i “nodi” che dovranno divenire occasioni per un intervento coinvolgente tutte le componenti della struttura urbana: la piazza, la strada, il portico, le residenze. L’architetto è alla ricerca di un tentativo di confronto dove poter verificare alle diverse scale l’oggettività e la razionalità del metodo.

L’amministrazione, dotata di un tale strumento di piano, è stata in grado di tenere conto dell’iniziativa dei privati, controllandone almeno in parte le spinte speculative, con una scelta di realismo che dimostra l’efficacia del piano del ‘60 nell’indirizzare la capacità imprenditoriale. Questo ha fatto sì che il piano di Terni non rientrasse nei numerosi esempi di città dotate di piani interessanti ma poi di fatto stravolti nelle indicazioni. Il raffronto diretto con la realtà ternana e la profonda conoscenza dei problemi e delle possibilità di intervento hanno infatti portato Ridolfi e i suoi collaboratori ad elaborare proposte in un concreto realismo. Tutto ciò ha reso effettivamente possibile un rapporto costruttivo che ha portato alla realizzazione degli obiettivi del piano, dimostrando la validità dello stesso e delle indicazioni politiche che l’amministrazione era stata capace di dare. Tutto ciò non ha comunque impedito che nel centro storico di Terni alcune zone non siano state comunque soggette all’esodo o al degrado di intere parti, dovute anche al ruolo molto positivo assegnato alle funzioni produttive del terziario. In questo contesto la figura di Ridolfi è molte importante, tanto da diventare il referente principale per gli architetti ternani, arrivandone ad indirizzare le scelte progettuali. Parallelamente alla redazione del piano Ridolfi e Frankl sono impegnati nella costruzione di vari edifici nella città, di qualità e caratteri formali diversi, ma che condividono dei caratteri fisionomici ben riconoscibili e costanti. Dagli anni cinquanta quindi lo studio arriva a mettere a punto un’offerta di

Mario Ridolfi Casa Melchiorri-Briganti 1950


101


102

linguaggio ben precisa, dal carattere decisamente “ternano” e dotata di una grande capacità didattica. Nell’architettura di Ridolfi il volume è il fatto generatore del progetto, che permette di individuarlo e dimensionarlo correttamente. Gli edifici realizzati non si comportano come quinte, ma come volumi capaci di trovare il loro giusto rapporto con gli edifici esistenti. Il tutto è volto a realizzare la concezione di un unico grande progetto di città coerente alle diverse scale di intervento, che si basa sul rifiuto del metodo prospettico di lettura dell’intervento. I caratteri principali riconoscibili degli interventi dell’architetto sono: l’uso di materiali del luogo, “vivi”, come pietra sponga e mattoni, che portano a risultati di semplicità e chiarezza in linea con lo spirito della città; l’uso di denunciare la struttura in cemento armato proiettandola verso l’esterno; un’attenzione maniacale per il dettaglio costruttivo, sintomo di una spiccata tendenza artigianale; cura speciale per il coronamento dell’edificio, spesso caratterizzato da dettagli come bandierine, griglie, merlature; Tutte queste figure plastiche così minuziosamente definite nel disegno, non rappresentano esclusivamente la logica razionale dell’impostazione costruttiva, ma ci raccontano la realtà quotidiana del cantiere artigianale e la vita funzionale dell’edificio. È questo l’esito a cui approda (forse non del tutto intenzionalmente) la sapiente regia di Ridolfi: la figura architettonica racconta e descrive i gesti semplici della realtà quotidiana della costruzione e dell’uso.

Ed è in questa intrinseca natura narrativa e descrittiva che – anche sul piano delle tecniche – il realismo ridolfiano presenta non poche analogie con i linguaggi letterali e cinematografici del neorealismo. Ridolfi si definirà sempre un “artigiano dell’architettura”. Aveva infatti un’indomita passione per il lavoro ben fatto, per il costruire a partire dalla terra. La passione per il mestiere artigianale Ridolfi la esprimeva direttamente a partire dalla scrittura del progetto: le sue tavole erano accuratamente stese a mano libera, a penna, fitte di segni e con una grande quantità di note scritte e disegnate. Una calligrafia linguistica di assoluta coerenza tra ideazione e processo di costruzione, tra tecniche e forma espressiva, tra progetto e la sua scrittura. La scuola di Ridolfi è pratica, trasmette idee, conoscenze e dubbi per praticare un mestiere responsabile e sapiente: si opera non per l’Architettura, ma nell’architettura della città, perfettamente compresa nell’artigianalità materica umbra. di una città come Terni che dal dopoguerra fino alla metà degli anni ’60 ha visto cambiare profondamente il suo volto. I cambiamenti avevano certo radici profonde nella nascita dell’industria della città, ma solo con l’occasione della ricostruzione si sono riusciti a manifestare compiutamente e morfologicamente a livello di tutta Terni. Arrivati a questo punto si può infatti considerare concluso un periodo, in quanto nuovi cambiamenti sociali in moto stavano per aprire una nuova fase nella storia della città.

Mario Ridolfi Complesso polifunzionale fratelli Fontana 1959-1966


103


104

Nel dopoguerra rinascono le unioni sindacali e se ne creano nuove, si cerca di rilanciare il modello aziendale della Terni con una gestione unitaria del movimento sindacale e delle forze politiche democratiche. L’esperimento però non dura a lungo, già nel ‘48 già si devono usare dei licenziamenti per raggiungere il risanamento dell’azienda. Viene così meno l’’sperienza della collaborazione, l’idea di un governo della fabbrica in cui gli operai siano protagonisti, rompendo l’ideologia dell’unità di intenti tra fabbrica e classe operaia. A sancire la definitiva fine di un progetto di città in cui si incentravano le speranze, le illusioni, l’immagine di sé della classe operaia sono i licenziamenti di massa del 1953, con 2.700 espulsi dalle acciaierie. In totale gli impiegati nei vari Sevizi della Società Terni passano dai 21.877 della fine del 1947 ai 10.632 di fine anni cinquanta.

Terni non è più solo una città operaia. Da questo momento inizia il declino dell’importanza prevalente della fabbrica nell’amministrazione della città, di pari passo con le espulsioni dei lavoratori e la chiusura dei vari stabilimenti iniziali. Una nuova fase, non più segnata così profondamente dall’industria, inizia nella città. Il Mercato Coperto, con la sua improvvisa voglia di innovazione si pone come spartiacque da un periodo e l’altro. Così la città comincia ad abbandonare (anche se mai del tutto) il neorealismo di stampo ridolfiano e si apre a nuove sperimentazioni architettoniche, seguendo le correnti nazionali e internazionali. Esempio di ciò è l’edificazione del quartiere Matteotti di Giancarlo de Carlo e dell’Istituto per Geometri di Vittorio De Feo che fanno riferimento a tutt’altro tipo di ricerca architettonica rispetto a quella di scuola neorealista che aveva caratterizzato finora la storia della città.

“Fu proprio una mazzata tra capo e collo. È stato un bivio quel licenziamento: come troncare, tagliare la rosa ancora non sbocciata.” A.V., operaio I licenziamenti degli anni cinquanta provocano le prime incrinature del quadro della fabbrica totale, facendo emergere una realtà sociale e culturale più ampia e complessa. Con la nascita della nuova provincia era iniziata l’istituzione di uffici politici, di organi di Stato e di enti pubblici, tutti con competenza provinciale. Lo sviluppo della pubblica amministrazione comincia ad incidere notevolmente sull’assetto demografico della città e favorisce la formazione di un ceto impiegatizio:

Giancarlo De Carlo Quartiere Matteotti 1970-75 foto di Gabriele Basilico Vittorio de Feo Istituto per Geometri 1969


105


106

L’architetto Sandro Giani e la realizzazione del Mercato Coperto Sandro Giani nasce a Roma il 20 febbraio 1927, da Gino Giani e Amelia Ridolfi, sorella dell’architetto Mario. I Ridolfi erano una famiglia dalla salda tradizione di artigiani decoratori. Già nel 1930 la famiglia si trasferisce a Terni, dove si stabilisce definitivamente. Giani ottiene la maturità scientifica nel 1945 e dal 1946 frequenta la facoltà di Architettura di Roma La Sapienza, laureandosi nel 1952. Dal 1953 risulta iscritto all’albo degli architetti dell’Umbria, cominciando ad esercitare la professione, affiancata all’insegnamento di disegno presso gli istituti tecnici della città. Nel 1953 si sposa con Adalgise Cervelli, (Collestatte (TR) 1924 – Terni 1986) nota come Gisa Giani, ricercatrice e per vari anni impiegata della biblioteca comunale, che conduce un’intensa attività di ricerca e di catalogazione di opere e di scritti aventi per oggetto la storia della di Terni. Dal matrimonio nascono cinque figli. L’attività professionale di Giani è perfettamente compresa nel limite della città, che diventa il suo primario campo di azione e mezzo di espressione. A Terni c’era molto da fare, tra ricostruzioni e nuove espansioni, e l’architetto fin dal 1953, appena laureato, è impegnato nell’edificazione di parti significative della città. La partecipazione è anche di carattere emotivo di fronte ai problemi di una città sconvolta dalla guerra, ma animata di un febbrile spirito di innovazione. Fin dai suoi primi lavori Sandro Giani indaga la città e ne osserva le forme, i materiali, i metodi costruttivi. Il linguaggio tradizionale della città, fatto di pietra sponga, travertino, laterizio e

ceramica, viene accettato con semplicità e rigore. La componente materiale è il principale elemento compositivo, come tipico del carattere stesso della storia umbra in cui le città e i paesi sembrano emergere direttamente dalla pietra. I materiali edilizi e culturali locali sono assunti in rapporto coerente con le condizioni d’uso e di fruizione della dimensione operativa a disposizione, che era una dimensione ancora artigianale, povera, dovuta all’arretratezza del settore edilizio italiano. La mediazione con la tradizione e con la povertà del cantiere viene risolto tramite l’arricchimento dei risultati acquisiti dalle esperienze razionaliste. Il passato non viene idolatrato e riprodotto in maniera pedissequa, ma rielaborato e idealmente continuato nella nuova espressione architettonica. Una questione che veniva affrontata a livello nazionale, tant’è che E.N. Rogers, alcuni anni più tardi, a proposito del quesito “Continuità o crisi?”, scriveva: “È caduto il complesso di inferiorità verso il passato perché non sentiamo più il bisogno di doverci opporre, ma anzi, di continuarlo innervandoci in esso con tutto l’apporto della nostra cultura.” Vediamo così che negli edifici di diverse tipologie il rapporto con il contesto viene affidato all’attenzione per i materiali e alle destinazioni d’uso, mentre spesso i prospetti sono con semplicità e razionalità formale, che denuncia il loro carattere di modernità. È il caso per esempio della ricostruzione di Palazzo Benucci, realizzata nel 1953. L’edificio non viene ricostruito come era in precedenza, anche

L’architetto Sandro Giani nel cantiere del mercato coperto


107


108

se il volume e il rapporto con l’intorno viene preservato, così come la torre posta in un angolo del palazzo e l’arco che lo collega all’edificio adiacente. La modernità del prospetto è però evidente, con l’apertura di grandi logge e la presenza di balconi con mensole rastremate, che denunciano il cemento armato della struttura. Il materiale è la pietra sponga, che permette all’edificio di calarsi in pieno nel contesto storico in cui si trova. L’architetto Giani ha molte occasioni di confrontarsi con la costruzione nel centro storico, data l’ingente distruzione della città e la scelta di operare per sostituzione degli edifici esistenti. Nel solco della strategia tracciata da Ridolfi l’architetto ha occasione di costruire ampiamente, impegnandosi nel grande lavoro di ridefinizione e riprogettazione del centro storico e delle aree edificate. La città è vista come un progetto in itinere, già avviato e incompiuto, che si è chiamati a continuare. Questo atteggiamento si basa sulla grande opportunità di sperimentazione, che insieme alla pazienza e alla docilità di tutti i soggetti coinvolti, stava portando la città ad assumere un volto nuovo, ma comunque riconoscibile. In questo processo in cui la città non viene quindi riconfermata come era prima, ma sviluppata ulteriormente, l’architettura che viene a crearsi è caratterizzata da un’unicità legata in maniera incontestabile al luogo; ciò è frutto della particolarità del programma, della situazione e della città protagonista. Il valore è quindi proprio da ricercare nella profonda connessione con

l’identità della città stessa. Andando a comprendere veramente cosa è stato costruito nel passato e le risorse disponibili per il futuro si riesce a percorrere un percorso che, attraverso la mediazione dell’esperienza personale dell’architetto, porta ad un intervento capace di modificare in maniera coerente il contesto in cui questa si applica. “Il luogo non deve offrire all’architettura occasioni di mimetizzazione, ma di approfondimento del compito istituzionale che essa deve svolgere estraendo e riconfigurando le potenzialità (tipologiche, funzionali, formali) secondo espressioni volta a volta di conformità o di difformità, ma comunque tese a un’ipotesi di trasformazione.” G. Canella La storia e la tradizione del luogo sono i primi strumenti per riappropriarsi della città, soprattutto di quella esistente, indirizzati verso il produrre qualcosa di “nuovo”, che cambierà tutto. La ricchezza di dettagli e composizioni d’insieme caratterizzano gli edifici realizzati, con soluzioni particolari per varietà e ricchezza formale. Il risultato è un generale senso di sicurezza diffusa, una sapienza quasi artigianale che riesce a rintracciarsi in tutti gli interventi sulla città. Viene presente, come dice Aymonino, “quell’intreccio di mestiere, di ricerca, di cultura necessari a che quelle opere diventino parte integrante della città contemporanea.” La scelta radicale di proseguire l’ideale del “nuovo” ma in maniera cosciente del contesto in cui ci si trova ad operare porta ad una grande attenzione al saper fare del luogo, al bagaglio di conoscenze artigianali, che diventa il vero tramite con la tradizione del

Sandro Giani ricostruzione di Palazzo Benucci 1953


109


110

posto. Questo ritrovare le tradizioni artigiane rievoca un’autenticità dei contenuti, in un tentativo che è stato chiamato Neorealismo e che accumunava tanto architetti (Ridolfi, Quaroni, Il gruppo del Tiburtino), quanto scrittori (Gadda, Levi, Vittorini) e cineasti (Rossellini, De Sica). La sua base era l’immediatezza e l’autenticità dei contenuti, uniti abbracciando la povertà dei mezzi disponibili: parole dialettali, attori presi dalla strada, cineprese a spalla per il cinema; tegole, lamiere, mattoni, intonaci rustici per l’architettura. Questa tecnologia edilizia rudimentale viene accettata e esibita di proposito, quasi come la povertà dei mezzi diventasse un manierismo compiaciuto nei casi più estremi. In ogni caso, questa tendenza che è si è manifestata in modo forte per un periodo di circa 15 anni dopo la guerra, era sintomo di una volontà di accettare finalmente la realtà di un paese ancora povero e tecnologicamente arretrato. Finita la guerra, caduta la dittatura, aperta una nuova stagione politica, sociale, culturale, sconosciuta ma carica di aspettative, la cosa principale da fare sembrava liberarsi delle mistificazioni sgombrando un mondo di apparenze costruite durante il ventennio: bisognava ritrovare la realtà dell’Italia, un paese povero e dalle molteplici sfaccettature. L’architettura non nasceva più da teorie o posizioni astratte, ma dalla realtà esterna considerata oggettivamente: il realismo. Questa tendenza è da rintracciare nella ricerca architettonica italiana del dopoguerra, tanto nella vecchia generazione, che ha lungo ha occupato il proscenio (Ridolfi, Albini,

Gardella,..), quanto nella nuova generazione a cui anche Giani apparteneva (Aymonino, Gregotti, De Carlo, Gabetti e Isola). Questa maniera di intervenire, potendosi applicare a qualsiasi patrimonio concreto di abitudini costruttive, diventava il vero tramite tra tradizione e modernità. “Funzionalità come perfetta fruibilità sia pratica che estetica. Qui prende le mosse anche il concetto di “Sachlich” (come praticità, obiettività ed adattabilità) [...] L’idea di funzionalità assume con il contributo del Bauhaus un significato ancor più ampio. Si tratta di costruire una metodologia dell’architettura che di fronte ai problemi tenda alla sospensione di ogni pregiudizio storico e stilistico, si applichi alla instaurazione di nessi “funzionali” tra bisogni della società degli uomini e soluzioni architettoniche” V. Gregotti Per gli architetti di questa generazione l’architettura oltre all’aspetto professionale comporta anche responsabilità civili e culturali, responsabilità sociali. L’architettura è stata assunta come valore propositivo, come momento di formazione civile, come istanza politica. Questo è vero soprattutto a Terni, dove abbiamo visto c’era un’ideale commissione di intenti tra progettisti e amministrazione della città. Nel caso di Giani poi soprattutto la responsabilità civile si manifestava anche nell’attività di consigliere comunale, a cui partecipa come rappresentante del Partito Comunista dal 1965 al 1976. Il suo impegno per la città era dunque molto attivo, come testimoniano il gran numero di architetture che ha realizzato nel corso del tempo e che sono andate a influenzare profonda-

Sandro Giani Hotel De Paris 1958-63


111


112

mente il volto della città. La sua attività comprende la realizzazione di varie parti della città ridefinita dalla guerra e dal nuovo strumento di piano, con la guida dei piani particolareggiati stesi da Ridolfi, che come abbiamo visto davano indicazioni precise sulle tipologie e gli indici di fabbricazione edilizi da adottare. Delle architetture della città fanno parte molte palazzine residenziali, costruite tra il centro e gli immediati dintorni. Da considerarsi separatamente anche se risolve sempre un problema di abitazione è il quartiere popolare, che risponde all’emergenze ad un’esigenza profondamente sentita a Terni dalle prime fase della sua industrializzazione. I due campi di azione residenziali vengono sentiti come momenti diversi per sperimentare un linguaggio architettonico che si stava definendo, sul solco del lascito di Ridolfi, e che spazia così da sperimentazioni neorealiste ad un linguaggio più cittadino. Nella nuova città che continua a crescere e a cambiare con un ritmo veloce e in cui la produzione era ripresa con costanza era importante configurare un nuovo rapporto dei cittadini con la stessa. La città stava infatti mutando rapidamente e aveva bisogno di trovare dei nuovi spazi di aggregazione o di rappresentanza. L’architetto è chiamato anche a confrontarsi con questo tema, costruendo edifici di carattere collettivo che vanno a relazionarsi con le presistenze salvatesi e il nuovo volto moderno che la città stava mano a mano assumendo. La città moderna rifiuta la tradizione classicista ed accademica, concentrata sulla riproposizione di una città strutturata da regole geometriche e prospettiche, ma non

aderisce pienamente alla ricerca di matrice razionalista. A conclusione del percorso architettonico di questo periodo tanto fondamentale nella creazione di un volto nuovo della città è la realizzazione del Mercato Coperto, che va a completare un nuovo brano della città, liberato dalle bombe e ricostruito secondo principi moderni che cercano qui di essere applicati con uno slancio che vuole superare il forte localismo che aveva permeato tutta la sua opera. Il mercato coperto costituisce infarti uno spartiacque molto importante, tanto nell’opera dell’architetto quanto nell’indirizzo architettonico della città. Lo slancio moderno espresso dalla struttura del mercato, che guarda ad esempi del razionalismo straniero (pur non dimenticando la capacità di disegno e del cantiere italiano, come testimoniato dalla struttura in calcestruzzo armato accuratamente sagomata), riflette il cambiamento di passo della città, che da rurale/industriale comincia a spostare il so baricentro verso il settore terziario e dei servizi. La stessa ricerca architettonica diventa più ampia e si apre a sperimentazioni che guardano anche agli esempi italiani, presenti sullo stesso territorio ternano, come il quartiere Matteotti di Giancarlo de Carlo e l’Istituto per Geometri di Vittorio de Feo inaugurano una nuova fase della storia architettonica della città che si espande al di là del centro cittadino.

Sandro Giani edificio in Via Angeloni 1950-55


113


114

Sandro Giani edificio BNL 1975-1980 S. Giani prospettiva del Mercato Coperto

Il volto della cittĂ moderna In fondo si vede lâ&#x20AC;&#x2122;edificio di Via Angeloni di S. Giani e il Fornice di accesso alla nuova piazza del mercato


115


116

III ANALISI Dalla città al mercato: ricondurre le tracce A seguito del racconto della città emerge un quadro di materiali, relazioni e stratificazioni complesso, chiaramente manifesto nelle parti analizzate della città antica. La città moderna, seguendo i principi di sostituzione operati secondo le previsioni di piano sembra infatti avere negato il preesistente tessuto medievale. Così l’area del mercato e la sua piazza, dal forte assetto ortogonale, sembrano essere del tutto slegati da ciò che li circonda. Per cercare di ricucire il rapporto con il tessuto circostante, il passo successivo allo studio della città stratificata è il trasportare i principi nell’area interessata, cercando di fare emergere, con un unico atto progettuale, le stratificazioni nascoste in grado di riattivare questo brano di città. Mettendo in relazioni quindi le centralità storiche con l’area di progetto si manifesta l’intenzione di ricondurla a questo sistema di valori e di storia con cui si deve necessariamente confrontare se si intende costruire qualcosa che vada ad impattare in maniera significativa sulla città, assumendo il ruolo di nuova centralità. Il recupero delle tracce deve guidare verso le stratagie analitiche e progettuali da adottare, in grado di ridare significato ad un brano di città che si presenta attualmente come un buco nero nel centro cittadino. Questa ricerca ha permesso di identificare i fondamenti architettonici sul quale impostare lo sguardo analitico sull’area di progetto e dunque indirizzare le scelte progettuali conseguenti. Mappa dei capisaldi rilevati nella città storica, in cui si rende manifesta la struttura stratificata della città e l’area di progetto, dove la stratificazione non è ancora presente ma sepolta scala 1:3000


117

N

S


118

Tracce sepolte La piazza del Mercato rappresenta un tassello interessante nel tessuto cittadino: è qui infatti che si manifesta il cambio di scala della città dalla città medievale a quella moderna. Il suo assetto, così regolare, e i suoi edifici, così alti e moderni, rappresentano una cesura forte con tutto il contesto medievale che si colloca subito dietro, ma introducono anche alla parte moderna della città, che si sviluppa verso nord, verso la stazione.

realizzare la nuova soletta del mercato e l’area pubblica circostante. Un progetto dunque che voglia fondarsi in maniera consapevole non può ignorare una parte significativa della città, anche se sepolta, ma anzi cercare di ridare valore a quanto si è così incautamente cancellato sotto la spinta della visione di una città moderna che mostra ora i suoi limiti e la sua incapacità di legarsi in maniera profonda al tessuto urbano.

Sebbene possa sembrare del tutto indifferente alle dinamiche della città medievale, contiene ancora retaggi del tessuto preesistente, seppur tagliato dal nuovo assetto ortogonale. Dalle foto e delle planimetrie storiche è infatti possibile ricostruire il tessuto edilizio scomparso, cancellato dal segno della nuova piazza. A seguito della Seconda Guerra Mondiale l’area venne infatti sgomberata dalle macerie degli edifici bombardati, prendendo l’occasione di liberare un’area caratterizzata da un fitto e disordinato tessuto residenziale, all’epoca considerato squallido e poco igienico. A farne le spese fu anche il Monastero di Santa Caterina, che sorgeva nell’area. Il vecchio tessuto e il monastero sono stati così sommersi dall’arrivo della modernità. Per ovviare alle fondazioni degli edifici, che rendevano il terreno meno solido per l’edificazione della struttura massiccia del mercato venne gettata una platea di fondazione in cemento armato. Questo testimonia direttamente l’esistenza di resti delle strutture antiche, che venne preferito coprire per

L’area del mercato con evidenziate le tracce sepolte scala 1:1500


119

N

S


120

Foto aerea del tessuto prima della Guerra. Si nota la presenza di un tessuto medievale fitto di abitazioni di pochi piani e la presenza del seicentesco monastero di S.Caterina.


121

Foto aerea del tessuto dopo la Guerra. Il tessuto residenziale è stato ricostruito con un cambio di scale considerevole, il nuovo impianto quadrato, che segue la griglia moderna è enfatizzato dalla presenza del grande quadrato del mercato.

N

S


122

Il monastero di Santa Caterina Il monastero di S. Caterina, di origine seicentesca, sorgeva nel quadrante nord-est della città lungo via Angeloni, parte dell’asse medievale che tagliava la vecchia griglia romana permettendo un collegamento rapido tra la porta S.Angelo e la porta Spoletina, cosa che spiega il suo andamento inclinato rispetto agli assi della città. Il monastero venne alienato nel 1869 in seguito alla soppressione degli ordini ecclesiastici, già da tempo abbandonato venne utilizzato come sede -a volte temporanea - di vare scuole, come confermato da fonti d’archivio relative a lavori riguardanti il patrimonio scolastico del Comune di Terni Al piano terra era ospitato il conservatorio di musica G. Briccialdi, mentre nell’ala sud la scuola elementare femminile A. Garibaldi, che dopo la guerra e la collocazione in un edificio di nuova costruzione in seguito alla demolizione del monastero, continuerà ad essere popolarmente chiamata “Scuola di Santa Caterina”

Al momento della demolizione si voleva procedere al distacco dell’affresco eseguito da XXX presente nella chiesa del convento, dal momento che ad una seconda analisi l’opera risultò essere un dipinto a tempera e verifcata l’impossibilità di un distacco, si fotografò l’opera per la soprintendenza e si procedette alla demolizione dell’edificio.

Il monastero presentava anche un piano cantine, dato che se ne riporta un intervento di manutenzione negli atti del comune di Terni. Il monastero rimarrà in uso come scuola, ospitando anche il Regio Liceo Ginnasio e l’istituo magistrale Angeloni, in attesa del completamento della realizzazione di appositi edifici fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Gravemente danneggiato dai bombardamenti verrà demolito per attuare il piano di ricostruzione prima e regolatore poi di Mario Ridolfi, che prevedeva un cambiamento di assetto radicale dell’area e l’inserimento del nuovo edificio del Mercato Coperto.

> Foto in cui si individua il Monastero all’interno del tessuto della città , fine anni 30


123


124

Pianta del Briccialdi inserito nell’ex Monastero di Santa Caterina 1928 Ala est dell’Ex Monastero di Santa Caterina ARCHIVIO DI STATO DI TERNI, Lavori Pubblici, fascicolo 63/1933 «Lavori nelle scuole comunali».


125

Pianta del Monastero di Santa Caterina inserita nel suo contesto. In sovrapposizione il nuovo mercato e la sua piazza

N

S


126

Documento contentente le strade da declassificare in seguito alle previsioni di piano nella zona del mercato


127

Disegni di Ridolfi riguardanti il fornice di accesso e la piazza del mercato, in cui era previsto un fronte uniforme degli edfici e porticati al piano terra.


Tessuto antecedente la Seconda Guerra Mondiale

Tessuto posteriore la Seconda Guerra Mondiale


129

N

Sovrapposizione dei tracciati regolatori

S


130

A A

Interferenza dei sistemi

Lotti ib rido A Lotti ibrido A

Lotto ibrido A 27 10

27

10

>interferenza dei tessuti assonometria scala 1:2000


N

S

Mercato Coperto 1965-70 Monastero di Santa Caterina ca 1650-1945

Nuovo tessuto residenziale 1950-60

Vecchio tessuto residenziale ca 1650-1945


Catalogo della ditta NACO, produttrice delle finestre a lamelle utilizzate nel mercato, che riporta in copertina una foto del Mercato appena realizzato, in cui è ancora visibile il tessuto edilizio preesistente Pagina successiva: sviluppo dei prospetti che si affacciano sulla nuova Piazza del Mercato scala 1:500


Sezione BB

1

2

3

4

5

Sviluppo dei prospetti | scala 1:500

6 7


6

8

7

8

9

10

B


Keyplan scala 1:500


4

5

6

6

7

137

8 7

B

9

A

A

10

5 4

3

B

2

1

Pianta stato di fatto, piano Terra del mercato | scala 1:500

N

S


138


139

PROGETTO


140


141


142

Flauto di G. Briccialdi, parte del patrimonio del Conservatorio di Terni


143


144

Il progetto L’idea del progetto parte dall’assunzione che la città sia frutto di un processo di stratificazione e che, nonostante le modificazioni a cui essa è sottoposta, l’interazione tra gli strati di cui è composta sia in grado di mantenere i caratteri precipui che la caratterizzano e le danno coerenza e vitalità. Nei precedenti capitoli è stato illustrato come l’attuale assetto della piazza del Mercato a Terni sia parte di un’operazione che ha negato questi tratti distintivi, andando a rimuovere il tessuto urbano di stampo medievale per rimpiazzarlo con un nuovo impianto che interrompe ogni dialogo. E’ stata così imposta una maglia di strade ortogonali che dalla periferia penetra nel centro storico, scandendo una serie di edifici di nuova costruzione estranei al contesto in quanto a scala, relazioni spaziali e linguaggio. La Piazza del Mercato assume pertanto un ruolo ambiguo al confine tra periferia e centro storico, presentando i caratteri della prima all’interno dell’area di pertinenza del secondo. Il progetto di conversione dell’ex mercato coperto in conservatorio apre la possibilità di compiere un’operazione che va oltre la nuova destinazione d’uso: riconnettere il frammento al sistema della città. Il progetto inizia con l’impostazione di un problema di ordine pratico: oltre agli spazi del conservatorio, il programma prevede l’inserimento di una sala concerti da 500 posti in cui ospitare gli eventi del conservatorio. a seguito del fallimento di numerosi tentativi si conclude che la struttura del mercato coperto non sia idonea a comprendere una sala di questa capienza, sia per l’insufficiente luce tra i pilastri, sia per la volumetria totale, che risulterebbe non sufficiente ad accogliere anche le strutture del con-

servatorio. Si è presentata come immediata alternativa quella di posizionare un nuovo volume sopra la copertura del mercato, essendo i pilastri in grado di sopportare un aumento di carico. In seguito alla visione di una serie di progetti presentati in passato che prevedevano il sopralzo della struttura risulta evidente che un’operazione del genere avrebbe perso di efficacia, instaurando inevitabilmente un confronto con gli edifici che delimitano la piazza e non facendo che perpetrare la logica del lotto moderno, legittimando l’impianto che si intende mettere in discussione. La terza soluzione è quella dello scavo. Per quanto risulti una scelta audace, la costruzione di una sala concerti ipogea apriva la possibilità di riscoprire la stratificazione della città in maniera tangibile, mettendo in discussione la matrice moderna a partire dalle sue fondazioni. A seguito dello studio del substrato della piazza, il progetto si propone di mettere in relazione il sistema dello spazio costruito in superficie con quello rimosso della struttura primitiva della città, riallacciando così le fondazioni della piazza ai suoi fondamenti. Lo scavo prende la dimensione del Monastero Seicentesco di Santa Caterina, le cui rovine vengono riscoperte in una piazza ribassata di fronte alla struttura del mercato. Lo scavo permette di turbare l’assoluta geometria della piazza, scardinando il sistema con l’individuazione di una nuova direzione, che sarà la galleria espositiva che introduce alla sala concerti. Parallelamente, al livello 0, un ponte che sormonta la traccia del convento, seguendone la direzione, introduce alla struttura del mercato convertita in conservatorio. L’atrio a doppia altezza viene preservato, divenendo una grande sala in grado

A seguito dello studio del substrato della piazza, il progetto si propone di mettere in relazione il sistema dello spazio costruito in superficie con quello rimosso della struttura primitiva della città, riallacciando così le fondazioni della piazza ai suoi fondamenti. Lo scavo prende la dimensione del Monastero Seicentesco di Santa Caterina, le cui rovine vengono riscoperte in una piazza ribassata di fronte alla struttura del mercato


145

N

S


146

di ospitare eventi di diversa natura. La demolizione di parte del ballatoio definisce la dimensione del nuovo intervento, dichiarandosi tramite l’asportazione del sistema di brise soleil corrispondente e con l’inserimento di una facciata continua. La porzione di ballatoio demolita viene rimpiazzata tramite l’inserimento di tre volumi sospesi che lavorano a quote diverse rispetto al ballatoio preesistente, definendo 3 livelli serviti da un sistema di distribuzione autonomo. I volumi sono sostenuti da una struttura che, invece di poggiare sul basamento, sfrutta un reticolo in acciaio che permette di appendere le aule alla struttura in cemento armato del mercato, sfruttandone la grande resistenza. Il piano ribassato ospita un’aula studio dove viene conservato un fondo di 3000 volumi, il cui accesso è definito dal movimento di una delle aule che aggetta sulla strada. Al primo piano i volumi accolgono due aule per seminari e al livello superiore vengono posizionati gli uffici e la segreteria. Il resto del ballatoio viene conservato, accogliendo una serie di aule per lezioni frontali di dimensioni variabili. I tre sistemi della sala concerti, del ballatoio e delle aule di nuova costruzione hanno sistemi di distribuzione indipendenti, definendo tre ambiti che possono essere fruiti ad orari diversi dal pubblico. L’unico momento in cui il sistema del ballatoio e quello della sala concerti vengono fisicamente connessi è tramite un ascensore di grandi dimensioni che permette lo spostamento degli strumenti dalle aule del conservatorio al palco del teatro. Infine, un foro circolare sul basamento del mercato permette di rimisurarne la profondità da dentro il conservatorio, rendendo esplicita l’operazione

di sottofondazione e fornendo un punto luce al foyer ipogeo. In questo punto di contatto tra i due sistemi, un filo teso delle travi della copertura al pavimento della galleria permette il posizionamento di una teca sopesa, in cui è esposto il Flauto di Giulio Briccialdi.

Il taglio del terreno permette di rivelare la platea di fondazione del mercato, disvelato tramite una rampa che lo costeggia mettendo in connessione le due quote di spazio pubblico


147

Lo scavo

Lo scavo permette di scoprire le rovine del monastero e di rivelare il basamento dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio


148

punt princ perc merc

45m

+5.90 9

+2.40 -1.10

8

+4.20 0

A A

1 2

Piazza Esposizione patrimonio G. Briccialdi


45m

149

A A

Sezione AA scala 1:200

Il ballatoio viene tagliato in corrispondenza della porzione ribassata del basamento del mercato

Nella parte tagliata del ballatoio vengono inseriti tre volumi sospesi, che permettono di ottenere il terzo livello dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio, sfruttando la quota -1.12 del ribassamento dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio

B

B


150

La traccia del monastero taglia il terreno e il basamento dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio

Lâ&#x20AC;&#x2122;assenza del monastero taglia il terreno e il basamento dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio


151

Il monastero genera il percorso espositivo sotterraneo, che prende la direzione degli allineamenti antecedenti la guerra, riconnettendo il tessuto tagliato

Dal monastero parte il percorso espositivo sotterraneo, che prende la direzione degli allineamenti pre guerra, riconnettendo il tessuto tagliato


152

La rampa segue lâ&#x20AC;&#x2122;orientamernto della cittĂ attuale, contenendo lo scavo e rivelando il basamento del mercato

La rampa scende orientata secondo la cittĂ attuale, contenendo lo scavo e rivelando il basamento del mercato


e il basamento dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio

153

1

2

Lo scavo diventa accessibile tramite le scalinate che lo raccordano con la piazza, divenendo lâ&#x20AC;&#x2122;ingtresso del nuovo sistema.

Lo scavo diventa una piazza attraverso le scalinate di accesso, che si aprono verso gli edifici esistenti


neo, che prende la direzione degli allineamenti pre guerra, riconnettendo il tessuto tagliato

154

3

Lo scavo genetra un foyer per la sala concerti ipogea, dimensionata per 500 persone.

Lâ&#x20AC;&#x2122;adutorium si inserisce tra questi sistemi, trovando lo spazio per ospitare 600 persone


contenendo lo scavo e rivelando il basamento del mercato

155

4 5

Le scalinate che si innestano sulla traccia dello scavo lo raccordano alla cittĂ , mentre il collegamento col sistema del conservatorio avviene tramite un ascensore e un lucernario circolare che instaura un rapporto visivo tra i diversi livelli

Due elementi assicurano il ollegamento con il conservatorio: la distribuzione e lâ&#x20AC;&#x2122;oculo, che permette di intuire la struttura soprastante


accesso, che si aprono verso gli edifici esistenti

156

6

L’accesso principale è scandito sul lato nord da un ponte che supera lo scavo e la scala di accesso prendendone l’orientamento. L’accesso principale è sul lato nord, verso la piazza

ribassata ed è accessibile tramite un ponte che supera lo scavo e permette di percepire il mercato in maniera differente, disassandolo.


spazio per ospitare 600 persone

157

8

7

Altri due accessi sono posti sul lato sud e ovest: il primo è posto in corrispondenza della via di accesso alla piazza, mentre il secondo, posto in asse con la distribuzione verticale, sormonta la rampa di discersa secondo inclinandosi, per completare direzione delcorrisponponte Un accesso è posto sulla lato sud, in d’accesso principale.

denza della via di accesso alla piazza e permette di raggiungere l’aula studio/biblioteca collocata nella parte leggermente ribassata del mercato. Un terzo accesso è posto in asse con la distribuzione che connette tutti i livelli e supera la rampa che scende verso la piazza ribassata tramite una passerella


vatorio: la distribuzione e lâ&#x20AC;&#x2122;oculo, che permette di intuire la struttura soprastante

158

8

9

9

Il ballatoio viene demolito per lâ&#x20AC;&#x2122;inserimento di tre volumi appesi alla struttura esistente.. sfruttando il piano ribassato si riesce cosĂŹ a generare una tripla altezza (quota +2.40). I volumi ospitano aule di dimensioni idonee per seminari, teoriche al e prove.. Tre volumi sospesilezioni si innestano di sopra dello

spazio ribassato tagliando il ballatoio, sfruttando la maggiore altezza per realizzare tre livelli. Al primo piano (quota +2.40) i volumi ospitano le aule grandi per i seminari, le lezioni teoriche e le prove.


L’accesso principale è sul lato nord, verso la piazza ribassata ed è accessibile tramite un ponte che supera lo scavo e permette di percepire il mercato in maniera differente, disassandolo. 159

10

8 8

Le aule si dispongono a corona lungo il ballatoio (quota +4.20), definendo la distribuzione che si affaccia sullo spazio a doppia altezza.

Le aule si dispongono monasticamente lungo il ballatoio (quota +4.20), guardando verso la grande sala e l’esterno


160

Un secondo accesso è posto sul lato sud, in corrispondenza della via di accesso alla piazza e permette di raggiungere l’aula studio/biblioteca collocata nella parte leggermente ribassata del mercato. Un terzo accesso è posto in asse con la distribuzione che connette tutti i livelli e supera la rampa che scende verso la piazza ribassata tramite una passerella

8

d e f

a b c

Nel livello superiore dei tre blocchi sospesi è situata la parte amministrativa del conservatorio.

Nel terzo livello, ottenuto attraverso i tre blocchi sospesi è situata la parte amministrativa del conservatorio.


161

+5.90 9

+2.40 -1.10

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

8

+4.20 0

Piazza Esposizione patrimonio G. Briccialdi Auditorium 600 posti Oculo Distribuzione Grande sala Aula studio/lettura Servizi Aula seminario Aula lezione musica Amministrativo

a b c d e f

Presidenza Direzione Stanza di rappresentanza per riunioni consiglio accademico Direzione amministrativa Ragioneria Didattica/erasmus


162


163


164

Conservatorio

<Schemi accessi e distribuzione scala 1:1000 >Pianta piano terra scala 1:400 Al piano terreno viene evienziato l’intervento sullo spazio pubblico, che è portato ad un livello ribasato, definendo una piazza a livello -4.2m, nella quale riaffiorano i resti delle fondazioni del Monastero di Santa Caterina. Gli accessi al livello 0 vengono stabiliti sulla traccia diagonale delle rovine del Monastero, divenendo dei ponti che sormontano la traccia. un oculo circolare mette in contatto questo livello con quello sottostante del foyer, rendendo esplicita l’operazione di sottofondazione.

Auditorium

Due scalinate sospese permetto l’accesso al piano del ballatoio, mentre sul lato opposto si presenta il blocco di distribuzione delle aule più grandi. Tramite la sporgenza di una di queste,viene designato l’accesso al livello -1.12m, che ospita uno spazio studio ed un piccolo fondo di volumi racchiuso in un volume vetrato.


N

S


166

Prospetto Nord


167


169


170

Pianta piano +2.4m scala 1:400 La pianta mostra i tre volumi sospesi, il primo dei quali ospita la distribuzione e tramite una passerella permette lâ&#x20AC;&#x2122;accesso ali altri due, nei quali si trovano due aule per laboratorio e conferenze, piĂš la presidenza nella parte aggettante dellâ&#x20AC;&#x2122;ultima aula.


N

S


172


173


174

Schemi funzionali uso spazio atrio scala 1:500

La grande aula centrale è in grado di aprirsi, divenendo un palco sopraelevato a quota +2.40 m

La grande aula centrale è in grado di aprirsi, diventanto un palco sopraelevato a quota +2,40 m La grande aula centrale è in grado di aprirsi, divenendo un palco sopraelevato a quota +2.40 m

Al fine di sfruttare la grande estensione dellâ&#x20AC;&#x2122;atrio, viene disposto un palco mobile per ospitare performance di diversa natura ed adattarsi a diverse configurazioni spaziali Al fine di sfruttare la grande estensione dell'atrio, viene diposto un palco mobile per ospitare performance di diversa natura ed adattarsi a diverse configurazioni spaziali.

Al fine di sfruttare la grande estensione dell'atrio, viene diposto un palco mobile per ospitare perfor-


175

La disposizione del palco in uno dei lati dell'atrio permette un rapporto frontale, sfruttando la navata generata dai pilastri del mercato, idoneo ad ospitare rappresentazioni teatrali e lezioni frontali.

La disposizione del palco in uno dei lati dell’atrio permette un rapporto frontale, sfruttando la navaLa disposizione del palco uno dei lati dell'atrio rapporto frontale, sfruttando navata frontali ta generata dai pilastri del in mercato, idoneo adpermette ospitareunrappresentazioni teatrali e lalezioni generata dai pilastri del mercato, idoneo ad ospitare rappresentazioni teatrali e lezioni frontali.

La disposizione al centro dell’atrio permette un rapporto più aperto cn il palco, idoneo ad ospitare concerti ed eventi pubblici La disposizione al centro dell'atrio permette un rapporto più aperto col palco, idoneo ad ospitare concerti ed eventi pubblici

La disposizione al centro dell'atrio permette un rapporto più aperto col palco, idoneo ad ospitare


176

Prospetto Sud


177


178

Piano +5.9m La pianta mostra la corona di aule disposte sul ballatoio, la quale comprende anche una scala circolare che permette di accedere alla copetura e il sistema degli uffici, allâ&#x20AC;&#x2122;ultimo piano dei volumi di nuova costruzione, il quale ripete il sistema di distribuzione del piano sottostante, definendo un terrazzio sospra lâ&#x20AC;&#x2122;aula che aggettasulla strada.


N

S


180

Prospetto Ovest


181


182


183


SIstem Schemi Asso sca

184

Sistema Copertura Schemi Assonometrici e Pianta scala 1:500

Schema del reticolo strutturale in copertura a cui si appendono i volumi delle aule


185

Sistema di passerelle che collega la distribuzione verticale con una terrazza che si affaccia sulle rovine del monastero di Santa Caterina.

Gradonate telescopiche vengono istallate sul reticolo a sostegno delle aule, impiantandole su un sistema di binari che ne guida lâ&#x20AC;&#x2122;apertura.

Le gradonate aperte creano uno spazio idoneo ad ospitare eventi a cielo aperto, generando un teatro che si collega al sistema di passerelle.


186

Piano -4.2m e -9m Il piano interrato rivela lâ&#x20AC;&#x2122;accesso tramite la piazza ribassata al foyer sotterraneo che introduce poi alla sala concerti. Questa è messa in comunicazione con il sitema del conservatorio tramite un grande ascensore che permette il trasporto di persone e strumenti. Lo scavo, che prende una direzione diagonale rispetto al mercato, seguendo il sedime delle tracce del Monastero, diventa anche un percorso espositivo ed un luogo aperto al pubblico grazie alla presenza del bar. Al livello -9 si ha il sistema di accesso alla platea, i locali tecnici ed i camerini per gli artisti, situati nellâ&#x20AC;&#x2122;ara retrotante al parco.


187

N

S


188

Vista dell’oculo che permette il collegamento visivo tra l’auditorium e il conservatorio sovrastante, inquadranto la struttura sagomata della copertura. Da questa è teso un filo metallico che attraversa tutti i livelli dell’edificio fino al pavimento del foyer dell’auditorium, al quale è appesa una teca contentente il flauto di G. Briccialdi


189


Prospetto Est e sezione dellâ&#x20AC;&#x2122;Auditorium


Sezione trasversale scala 1:100


Sezione longitudinale scala 1:200


Sezione diagonale scala 1:200


BIBLIOGRAFIA


199

IL MERCATO COPERTO DI TERNI AA.VV., Terni, vol1, in L’Umbria: Manuali per il Territorio, Roma, Edindustria, 1980 AA.VV., Bibliomediateca: una struttura multimediale, Terni, Arti Grafiche Celori, 1992 Cellini F., D’amato C., Le architetture di Ridolfi e Frankl, Mondadori Electa, Milano 2005 Controspazio, mensile di architettura e urbanistica diretto da Paolo Portoghesi, numero monografico dedicato a Mario Ridolfi in due volumi, volume I, Roma, Gangemi, 1998 Coordinamento mostra e pubblicazioni a cura del Cestres, Terni 1884-1984, Dalla storia al museo della città, Terni, Umbriagraf, 1985 Covino R., Papuli G. (a cura di), Le Acciaierie di Terni, Milano, Electa, 1998 Giorgini M., (a cura di), Terni, Bergamo, Industria Grafica Offset, 1993 Papuli G., La città dell’industria in La Camera di Commercio di Terni, 70 anni di storia, Terni, Arti Grafiche Celori, 1999 Tarquini A. (a cura di), La città di Mario Ridolfi. Architettura, urbanistica, storia, arte, cinema, fotografia, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2005 SITUAZIONE ATTUALE E PROSPETTIVE Carbonara G., Architettura d’oggi e restauro: un confronto antico-nuovo, Milano, Walters Kluwer S.r.l, 2011 Fazio M., Passato e futuro delle città: processo all’architettura contemporanea, Torino, Einaudi, 2000 Pedretti B. e Reichlin B. (a cura di), Riuso del patrimonio architettonico, Mendrisio, Accademia di Architettura di Mendrisio, 2011 PROGETTO E CITTÀ Aymonino C., Piazze d’Italia: progettare gli spazi aperti, Milano, Electa, 1988 Barbiani L. ( a cura di), La piazza storica italiana: Analisi di un sistema complesso, Venezia, Marsilio, 1992 Benevolo L., La città medievale, Storia della città, vol2, Roma-Bari, Gius. Laterza & Figli Spa, 2006 Cataldi G. (a cura di), Saverio Muratori architetto, Firenze, Aiòn edizioni, 2013 Foscari G., Elements of Venice, Zurigo, Lars Muller Publishers, 2014 Guidoni E. (a cura di), Le piazze italiane dal medioevo all’Ottocento, Roma, edizioni Kappa, 2006 Sitte C., L’arte di costruire le città, Milano, Editoriale Jaca Book, 1981 Augé M., Rovine e Macerie (2003), Torino, Bollati Boringhieri, 2004 Frampton K., Tettonica e Architettura: Poetica della forma architettonica nel XIX e XX secolo, Milano, Skira Editore, 2005 PROGETTO Forsyth M., Edifici per la musica: l’architetto, il musicista, il pubblico dal Seicento a oggi, Bologna, Zanichelli, 1987 Gregotti V., I Racconti del Progetto, Milano, Skira Editore, 2018


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Moderata Durant by Livia Giani - Issuu