CITTÀ E MEMORIA TERNI E LE ARCHITETTURE DI SANDRO GIANI a.a 2015/2016 - Tesi di Laurea di Livia Giani Relatore: Andrea Di Franco Correlatore: ilaria di genova
Indice
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Introduzione
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La cittĂ
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La distruzione
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La ricostruzione
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Il Piano Regolatore, la figura di Ridolfi
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Arch. Sandro Giani
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I quartieri popolari
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I tasselli nel tessuto cittadino
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Le architetture per la societĂ
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Conclusioni
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Introduzione
Attraverso la storia dell’architettura è possibile capire più profondamente le vicende di una città. Questo perché è spesso concreta manifestazione dei cambiamenti in atto. Nel caso di Terni ciò è ancora più vero, perché gli interpreti dei suoi cambiamenti hanno avuto la fortuna di poter lavorare in maniera continuativa sulla città, eleggendola come loro principale mezzo e destinatario di intervento. Tra questi c’è anche l’architetto Sandro Giani (1927-2008) il cui percorso di attività professionale si svolge in maniera continuativa a Terni.
Sandro Giani con la moglie Gisa, anni Cinquanta
Giani appartiene alla generazione di architetti nati fra la metà degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, giovani per prendere parte alla guerra ma abbastanza cresciuti per vivere coscientemente il fascismo e la sua fine. Questi architetti vivono la loro formazione negli anni immediatamente successivi e riconoscono come propri mae-
stri Samonà e Rogers (per Casabella), Gardella e Albini (per l’insegnamento), Ridolfi (per il “mestiere”). In questi architetti l’attività nei 15 anni successivi alla guerra è denotata da un’attenzione per il sapere costruttivo che si sta perdendo e che si manifesta nel tentativo di recuperare materiali, forme, dettagli, propri di una tradizione costruttiva – si pensi alle esperienze degli anni Cinquanta di Gregotti, di Pagliara o di Gabetti e Isola. Questa attenzione al mondo dell’artigianato costruttivo nasconde anche il tentativo di opporre resistenza alla sparizione di una pratica. Per questa generazione, l’architettura è stata una scelta di carattere civile, prima ancora che professionale, che porta ad una profonda conoscenza della realtà del contesto in cui opera. In questa maniera le architetture prodotte possono veramente segnare in modo significativo e continuativo la storia della città. 5
“Architettura: non tanto il decoro che le è connaturato, quanto quella complessa potenzialità, quell’insieme di figurazione a scala urbana che, proprio nello stratificarsi di effetti concatenati in un regime mai statico e comunque dinamico, può garantire la conservazione attiva dei caratteri tipici di ogni città. Così l’architettura, considerata non come categoria disciplinare separata ma nel contesto fisico di appartenenza, assume pregnanza strutturale nella propria storia attraverso il rapporto instaurato con il divenire della città e del territorio che ogni opera significativa e ogni progetto consapevole continuano a rimettere in causa e ad arricchire” G. Canella
In questo modo si può analizzare l’architettura con un criterio di osservazione del contesto in cui si trova, in quanto la sua maniera di agire, non più dettata in modo esclusivo dalla logica formale e costruttiva, è basata sulla maniera di riuscire a rispondere all’insieme urbano in cui trova luogo. In un panorama globale in cui le città italiane sono cresciute collezionando interventi di architetti diversi, politicamente e culturalmente, Terni rappresenta un’eccezione, con più opere degli stessi architetti, che sono riusciti a stabilire con la città un proficuo rapporto in itinere. Spesso nelle
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città italiane l’attenzione ossessiva alla città antica ha condotto, (e a Roma in modo paradossale), ad una separazione ormai difficilmente recuperabile della città odierna in due parti differenti; l’una improntata di assoluta sacralità, l’altra abbandonata ai più elementari strumenti economici; ambedue, per motivi differenti, ugualmente sottratte all’architettura. Terni invece, in nome di una modernità dovuta alla profonda anima operaia della città, ha preferito affidarsi completamente ai suoi progettisti per la creazione di volto moderno della città; il centro storico ne uscirà profondamente rimaneggiato. Gli architetti si lanciano con passione nella sfida che li chiama a trovare una maniera veramente ternana di realizzare architettura moderna. Tutto ciò rende Terni un altro importante tassello nel variegato patrimonio architettonico italiano, che continua a caratterizzarsi per storie locali. Questa è sempre stata una caratteristica importante della tradizione culturale dell’architettura italiana, l’essere viva e operante una differenziazione tra le zone del nostro territorio, resa tale dal diverso tipo di opportunità nel campo del lavoro, dalle diverse tradizioni, dalla presenza di personalità diverse intor-
no alle quali si polarizzano scuole e opposizioni. La presenza di queste polarità non è affatto nuova, ma fa parte di una lunga tradizione culturale, di un’identità fatta di differenze di stili e di tendenze, che permette di parlare di diverse tradizioni del moderno in Italia. Secondo Gregotti, che scriveva all’inizio degli anni 60, tre erano le caratteristiche dell’architettura moderna italiana: la dialettica discussione tra modernità e tradizione, quella tra ideologia e linguaggio e quella tra razionalismo nazionalista e internazionalismo come modello di progresso. Vedremo qui come anche a Terni si sviluppino questi temi, soprattutto quello che riguarda la modernità e il suo rapporto con la tradizione; tramite tra i due è il rapporto con il contesto. Il contesto significa sia geografia che storia, permette di stabilire i criteri di appartenenza (cioè di luogo e della sua memoria, di ambiente dotato delle proprie differenze e dei propri depositi). A Terni la modificazione è vista come impegno a considerare il progetto in quanto discorso aperto nei confronti del contesto, nella diversità rispetto ad esso, e delle qualità architettonica in quanto qualità di quella diversità. Nelle opere di Giani a Terni si riscontra la
volontà di utilizzare diversi strumenti, tecniche e aree di intervento, decisi attraverso la scelta di una decisa contestualità e pertinenza di linguaggi, riflettendo una presa di contatto con la realtà - che è, se si vuole, la condizione preliminare dell’architettura. L’architettura diventa qui strumento determinante nella trasformazione della struttura dei rapporti sociali, diventando vero e proprio progetto specifico, spiritualmente necessario per la comunità. (l’architettura non può sopravvivere solo sul piano della teoria e del suo dibattito interno, nell’ambito, ha comunque bisogno del materiale della realtà dei rapporti sociali). Chiunque visiti le architetture realizzate in questo periodo può notare il grande sforzo compiuto per elevare la qualità della progettazione architettonica, anche a fronte di una urgente necessità di ricostruzione. Questa ricerca locale si concentra su un particolare ambito storico-geografico, la città di Terni negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Ciò dà l’occasione di occuparsi quindi di una serie ampia e oscura di interventi, talvolta minuti o sconosciuti, ma che hanno contribuito al dibattito modernità/tradizione e alla costruzione dello spazio di città e piccoli cen-
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tri italiani, come la città di Terni. Questa ricerca di storia locale permette di distinguere tendenze operative in quegli anni e di gettare uno sguardo sulla realtà della costruzione che ha permesso a molte città come Terni di assumere una nuova fisionomia. Esiste quindi anche un interesse generale a ripercorrere la storia di Terni e dei suoi strumenti urbanistici, dei diversi modi nel tempo con cui si è configurato il rapporto tra nuova espansione e centro della città, e tra la definizione di questo rispetto al centro storico: punti problematici, questi fondamentali rispetto al ruolo delle città medie italiane, che costituiscono dei riferimenti storico concreto per l’elaborazione della urbanistica moderna in Italia.
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Via Roma in un disegno di Elvio Manzini
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La città
Veduta della città nel XVII secolo
Secondo tradizione fondata nel 672 a.C. la città di Terni si trova in una conca, circondata dagli appennini umbro-marchigiani e sub-laziali. Da provincia romana a comune medievale fino a parte dello Stato Pontificio la città vede alternarsi varie fasi di potere, sempre conservando la sua vocazione agricola, dovuta alla fertilità della pianura in cui si trova, attraversata dal fiume Nera e dal torrente Serra. Dal 1700 è parte del Gran Tour, in quanto sosta obbligata per vedere la cascata delle Marmore, creata per opera del console romano Manlio Curio Dentato nel 271 a.C. al fine di bonificare la piana di Rieti prosciugando l’antico Lacus Velino. Il torrente Velino, deviato verso il salto delle Marmore si getta con un salto di 165 metri, nelle acque del sottostante fiume Nera. È proprio la cascata a decretare la fortuna della città in epoca industriale, data la possibilità di essere sfruttata per creare energia elettrica. Questo fatto è la
vicinanza a Roma fanno sì che Terni, dopo essere annessa al Regno d’Italia, per volontà del Ministero della Guerra e degli amministratori locali, viene destinata a diventare un centro industriale e militare di prima importanza. Tutto ciò porta all’edificazione della ‘Fabbrica d’Armi’ nel 1875 e alla ‘Società degli Alti Forni e Fonderie di Terni’, nel 1881 con l’obiettivo di produrre corazze per le navi da guerra. Il 10 marzo del 1884 Stefano Breda trasforma l’impresa in una società anonima con un capitale iniziale di 6 milioni e con la nuova denominazione di “Società degli Altiforni, Fonderie ed Acciaierie di Terni” (SAFFAT). Su di un’area di 200.000 mq a nord-est della città, lo stabilimento, diviso in tre sezioni produceva acciaio per usi commerciali, per cannoni, corazze e proiettili e per utensili. Il vanto dello stabilimento era il grande 11
maglio da 108 tonnellate con un sotto-incudine da 1.000 tonnellate fuso in un unico blocco, esempio unico per la metallurgia del tempo. Questo grande e importante impianto siderurgico, il più grande d’Italia alla fine del XIX secolo, cambia la vocazione della piccola cittadina, trasformandola da agricola a industriale. Ed è appunto l’industria che segna la vicenda di Terni nelle varie fasi. Terni viene chiamata da molto tempo “la città dell’acciaio”, ma ciò non rende completamente giustizia all’articolata realtà industriale complessiva della zona, segnata dal sorgere di molti stabilimenti con specializzazioni di vario tipo: metallurgia, chimica, idraulica, elettrica, meccanica, estrattiva, tessile, grafica, alimentare. Caso particolarissimo nel panorama italiano questa fitto tessuto industriale lascia segni profondi nel territorio attraverso opere di canalizzazione idrauliche, che procurano energia a buon mercato per i vari stabilimenti. L’assunto di fine secolo che identica la città come un distretto industriale inglese, come la Manchester italiana, ha un solido fondo di verità che va al di là della retorica; Terni è infatti la sola realtà urbana italiana di una certa dimensione a dovere
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la sua crescita, per molti aspetti impetuosa, dal punto di vista demografico e del tessuto edilizio, all’insediamento della grande industria, almeno per quanto riguarda la fine del XIX secolo. Per dare una dimensione del fenomeno si può considerare il fatto che nel 1886 il centro antico copre un’area pari a 657.310 mq., mentre le aree occupate dai principali stabilimenti che sorgevano ai margini della città raggiungevano i 917.850 mq., quasi una volta e mezzo la città dentro le mura. L’industrializzazione crea tuttavia degli attriti nella popolazione locale, dovuti sia la riottosità dei titolari di fondi a concedere le aree necessarie ed i diritti di sfruttamento delle acque per l’impiantistica e gli edifici ma sia soprattutto per i pregiudizi della gente locale contro gli immigrati. La città è investita infatti, fino ai primi anni del Novecento, dall’imponente migrazione operaia che si indirizza verso il borgo antico, che persisteva dentro entro la cinta muraria medievale, riempiendo rapidamente gli spazi vuoti. Tutto ciò crea dei grossi problemi logistici per la scarsa disponibilità di case e l’inadeguatezza dei servizi pubblici. L’industria non vuole o non è capace di far fronte alla grande immigrazione e si
limita a costruire pochi alloggi per i suoi impiegati. La crescita fuori dalle mura avviene allora in maniera spontanea e si concentra sulla destra del Nera, dove si erano localizzate le nuove attività produttive, tra la linea ferroviaria Roma-Ancona e l’area industriale.
Le condizioni di vita della borgata Andra Costa, sorta in modo spontaneo al dì fuori della città.
Così descrive la città Pietro Farini, un socialista arrivato a Terni nel 1903 per dirigere il giornale della sezione ternana e la farmacia cooperativa: “…era assai piccola, rettangolare, a sponda del fiume Nera, con quattro porte. Una lunga strada
attraversava tutta la città, da piazza Valnerina a porta Romana, un’altra moderna, dalla barriera Tacito saliva alla piazza principale. Le altre, via Cavour e via Garibaldi, pure sboccavano nella stessa piazza. Erano strette e tortuose. La città non aveva alcuna distinzione. …Prima che Terni si trasformasse in una città industriale aveva appena una popolazione dai 9.000 ai 10.000 abitanti. Sorti gli stabilimenti … la popolazione salì a 40.000 in breve tempo, per cui immediatamente si sentì urgente la necessità di case. Gli operai sopraggiunti si ammucchiavano nei sotterranei fetidi, senza luce o nelle soffitte, esposti a tutte le intemperie. L’abbondanza di manodopera non spinse mai i capitalisti a costruire case operaie. I piccoli borghi che sorsero qua e là presso Terni, furono costruiti dagli operai che, pietra su pietra elevarono le loro casupole…” Tutto ciò fa sì che all’inizio del XX secolo Terni sia tra le prime città industriali italiane. La presenza degli operai nel tessuto sociale cittadino è enorme, se si considera che questa categoria costituiva, all’inizio del secolo, il 70% della popolazione residente. Le condizioni abitative rimanevano disperate, ancora nel 1898 si calcolava che per 18.438 abitanti concentrati nella città vecchia fossero disponibili 1.438 alloggi: 1 ogni 13 persone.
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“Tutti quei vicoli intorno a piazza Clai, via dell’Ospedale, …ognuno affittava anche il sottoscala, per falli dormire, questa gente...” A.L., Operaio
Si creava così una forte contrapposizione tra un centro storico fortemente congestionato e sovraffollato e una parte nuova dominata dall’industria, che in ritardo comincia a costruire vani per impiegati e operai, introducendo nuove tipologie edilizie di ispirazione razionalista. La città delle fabbriche riesce durante il ventennio fascista a prendere il sopravvento su quella tradizionale, diventando arbitro dello sviluppo e dei nuovi equilibri urbani. La città industriale afferma la sua supremazia grazie alla costruzione del nuovo gruppo polisettoriale, quando la SAFFAT muta il nome in “Terni Società per l’Industria e l’Elettricità”, comunemente chiamata la “Terni”, simbolo del legame fortemente simbiotico che legava l’industria alla città. Oltre alla siderurgia, che rimaneva la produzione più importante, il modello polisettoriale comprendeva gli stabilimenti di carburo di calcio, acitilene, gas, ammoniaca sintetica e energia idroelettrica.
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Così Terni si struttura secondo i ritmi e le esigenze della grande fabbrica. Gli spazi urbani si modellano in rapporto all’ideologia dell’efficienza produttiva e in base alla gerarchia aziendale nei diversi soggetti che operavano nella fabbrica. Si innesca il meccanismo della “fabbrica totale”, con alla base l’ideologia condivisa da tutti, operai ed impresa, che si basa sull’idea del gruppo polisettoriale, autosufficiente, in grado di riprodursi e garantire salari e occupazione. La produzione è il motore, il centro, il modello su cui si struttura l’insieme della vita sociale. Inoltre le sanzioni economiche nei confronti dell’Italia da parte della Società delle Nazioni portavano ad una politica economica i cui cardini erano il riarmo e l’autarchia. Ciò esaltava le caratteristiche del composito complesso produttivo della Terni, fondato sull’autoconsumo delle risorse prodotte e sulle acciaierie intese come industria bellica. Il tutto viene ratificato dall’elevazione di Terni a capoluogo di provincia e dagli impegnativi investimenti finanziari e tecnici nello stabilimento siderurgico per aumentare la capacità produttiva, annullati però di lì a poco dagli effetti devastanti della guerra.
Lo sfondamento delle antiche mura cittadine segna la volontà di riavvicinare le due anime della città: il centro e l’industria cresciuta al di fuori. Il proposito viene sancito dal concorso nazionale per il piano regolatore bandito nel 1932 dall’Amministrazione comunale che mirava a risolvere principalmente i problemi legati alla congestione del centro legata al traffico in transito, tramite l’apertura di arterie di attraversamento longitudinale e traversale, e il risanamento di quartiere medievali come San Tommaso e Ospedale, ritenuti squallidi e antigienici, prevedendo nuove zone di espansione per
una popolazione di 120.000 abitanti. Il piano vincitore del 1934, degli architetti Lattes-Staderini puntava sul ricucire la maglia urbana senza sconvolgerla, collegando le due città cresciute in modo separato. Il piano si pone decisamente come il primo strumento urbanistico completo della città, che viene pianificata nel suo insieme e assumendo l’efficienza come scopo ultimo. Tra le varie previsioni, l’apertura di nuovi assi di scorrimento da crearsi a costo di vari diradamenti edilizi; indicazioni queste che, tramite le distruzioni belliche, troveranno attuazione del dopoguerra.
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Il Grande Maglio, entrato in funzione nel 1888, all’epoca il piÚ grande del mondo.
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Parte del tessuto storico che era caratterizzato anche dalla presenza di canali, derivazioni del fiume Nera. Elementi che da pittoreschi diventano un rischio igienico e sanitario con il sovraffollamento del centro storico
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La distruzione
Elena Muttoni: “Come vento di una nuova stagione”
Italia; a questo poi va aggiunto il pesante bilancio di distruzioni sulle industrie parzialmente sopravvissute, sulle strade e i sui ponti operato dalle truppe tedesche in ritirata.
L’11 agosto del 1943, poco dopo le 10 del mattino, una formazione di fortezze volanti della South Air Force sorvola Terni preceduta da tre arei disposti a triangolo, emettendo una scia fumogena bianca: è il segnale della strage e le bombe cadono sulla città, investendo soprattutto il centro storico, che riporta più danni degli stabilimenti industriali. Le bombe infatti cancellano gli obiettivi industriali e ferroviari prefissati, ma il prezzo lo paga duramente la città, oggetto di oltre cento bombardamenti da parte degli Alleati durante la loro campagna di guerra in
La popolazione, duramente provata, è costretta a rifugiarsi nei paesi vicini: 45.000 persone abbandonano la città in cui ne rimangono solo 2.500. A fine guerra il Genio Civile calcola gli edifici distrutti in una cifra pari a 42.500 su 50.000. Se si prendono in considerazione solo le abitazioni, tra distruzioni e gravi danneggiamenti risulta coinvolto oltre il 70% del patrimonio edilizio residenziale. Anche la fabbrica subisce pesanti danni, dovuti sia ai bombardamenti che alle distruzioni sistematiche e alle asportazioni delle truppe tedesche. Nel giugno 1944
“...Ma un giorno di agosto di torrido sole e di ingannevole quiete si udirono sibili e schianti...”
Foto aerea del bombardamento del centro cittadino
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vengono distrutte le centrali elettriche e le linee di trasporto dell’alta tensione. Rimangono invece intatte le opere di derivazione delle acque che permettono, dopo la liberazione di Terni, di iniziare subito l’opera di ricostruzione, arrivando alla fine
del 1944 già alla parziale riattivazione dei reparti. La Terni con la molteplicità delle sue produzioni (acciaio, energia elettrica, carburo, ammoniaca, concimi, cemento, lignite) può così essere impiegata nella ricostruzione.
Distruzioni nella città.
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Vista della cittĂ dal campanile di San Francesco.
Palazzo Comunale
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I bombardamenti lasciano un segno profondo nella cittĂ , che in parte verrĂ ripensata ed in parte riconfermata nella sua conformazione presistente. tessuto scomparso dopo la guerra tessuto ricostruito dopo la guerra
Veduta aerea della cittĂ nel 1939.
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La ricostruzione
“La città era fumante, una maceria fumante. Ed allora c’erano problemi da affrontare subito: far riattivare i forni per la cottura del pane…” A.F. Geometra
Una via della città dopo la guerra
Dal quadro di grande distruzione complessiva vengono emergono le emergenze del momento: dare case agli sfollati in rientro e le carenze di alimenti e materie prime per far ripartire la produzione. Nell’ottobre del ‘48 l’Amministrazione dà l’incarico a Mario Ridolfi di redigere un piano di ricostruzione che disciplinasse la ripresa dell’attività edilizia, approvato poi definitivamente nel 1948. Mario Ridolfi, architetto romano nato nel 1904, aveva già un legame con la città, avendo partecipato con esito positivo nel 1932 al concorso per la realizzazione di una fontana a Piazza Tacito. Inoltre sua
madre e sua moglie erano ternane. Le scelte del piano del ’34 di Lattes-Staderini vengono riconfermate nelle loro linee generali (creazioni di assi di scorrimento e diradazione del tessuto medievale considerato malsano), ora rese possibili dalle distruzioni belliche concentrate soprattutto nei quartieri di S. Tommaso, S. Francesco e Ospedale. Vengono riconfermati gli assi di scorrimento longitudinali con l’apertura di Corso del Popolo, e trasversali da piazza Carrara a piazza San Francesco; viene aperto con via 1° Maggio un nuovo asse di supporto a Corso Tacito, viene isolato palazzo Spada con l’apertura di due nuove piazze (Europa e Sangallo, ora Ridolfi) e creato largo Villa Glori, spazio simbolo del vuoto creato dalla guerra. Viene anche data l’indicazione di posizionare il mercato ortofrutticolo nella
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zona di S. Tommaso -questo, vedremo, sarà poi tra gli ambiti di intervento dell’arch. Giani. Cosa che però rende del tutto particolare il piano è il fatto che viene rivoluzionata la concezione dell’urbanistica, rivendicando la centralità dell’architettura come prima condizione necessaria di un’urbanistica della città : tendenza, questa, che sarà poi anche perseguita nella stesura del piano regolatore. Sulla base di un censimento di “cosa è rimasto” della città dopo le sofferenze della guerra, viene proposto un coraggioso programma di rinnovamento strutturale, basato sulla “sostituzione” degli edifici precedenti. Il caso di Terni si distacca tanto dall’esempio di Milano, dove finisce per essere stravolto l’assetto della città, tanto da quello di Firenze, dove la volontà di conservazione sociale del preesistente si tradusse in un apparente ripristino. In questo caso, salvo il caso di Corso del Popolo, non viene stravolto il tessuto esistente dal punto di vista della destinazione d’uso, ma vengono sostituite le tipologie edilizie, preferendo al vecchio aspetto medievale un’ideale di moderno decoro. Ridolfi cerca quindi di porsi in sintonia con il precedente strumento urbanistico, come del resto era obbligato
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a fare almeno sulla carta, accettandolo e correggendolo rispetto alle nuove esigenze. Accanto a questa indicazione cerca di mettere a punto una logica di intervento sulla città antica che risolvesse il dibattuto tema dell’ambientamento del nuovo rispetto al vecchio. Ciò per l’architetto doveva avvenire non tanto in chiave storicistica, quanto piuttosto secondo una lettura dei caratteri formali-strutturali originari della tecnica di edificazione dei manufatti della città. Nelle proposte di Ridolfi è presente un rifiuto dell’ambientismo, inteso nel senso di un’adesione mimetica ai caratteri formali dell’edilizia. Rifiutando il mito della spontaneità, piuttosto che naturale evoluzione del tessuto precedente, le realizzazioni si pongono decisamente con elementi nuovi, tanto le singole architetture quanto i complessi urbani (come ad esempio la piazza del mercato, poi realizzata da Giani su indicazione del piano). Le opere di Mario Ridolfi a Terni, dall’immediato dopoguerra, rifiutano di porsi in rapporto con la città tramite una lettura morfologica del preesistente, ma si basano piuttosto su una lettura funzionale, tesi che indirizzerà anche l’esperienza dell’Ina-Casa e che costituisce un limite mutuato forse
dalla tradizione razionalista. La relazione con l’intorno non è giustificata tramite canoni prospettico-visuali, ma secondo la tipologia pertinente all’uso. In questo modo i manufatti edilizi entrano in rapporto con la città secondo logiche di giustapposizione, dove il tramite con la storia della città diventa la continuità delle tecniche costruttive, dei materiali e dei dettagli architettonici; alla mimesi della tradizione si contrappone l’uso degli elementi della composizione. Esemplare di ciò è la sistemazione dell’area dell’attuale Largo Villa Glori. Questo nuovo spazio venne lasciato vuoto come simbolo degli squarci provocati dalla guerra, ma le nuove costruzioni si pongono in continuità con l’anima residenziale/commerciale tipica del centro storico. La nuova casa Chitarrini, che viene considerata tra le più interessanti costruzioni di Ridolfi a Terni nel dopoguerra, pone particolare attenzione alla luce delle botteghe e recupera, con la pietra sponga, il materiale tipico della cittadina umbra. Materiale che verrà poi usato anche nella vicina scuola L. Da Vinci, che presenta decorazioni in ceramica sotto i davanzali delle finestre, particolare edilizio mutuato dall’adiacente campanile di San Francesco. Esula da questo discorso il piano di Corso
del Popolo, nuovo centro direzionale già previsto nel piano del ’34 di Lattes-Staderini come un rettilineo di stampo ottocentesco. Il corso verrà sancito definitivamente dalla variante al Piano di Ricostruzione del 1959, con un aggiornamento più meditato e più approfondito del progetto. Nella nuova versione in variante il corso viene disegnato planivolumetricamente. La relazione con l’ambiente storico circostante viene cercata attraverso lo sfalsamento di volumi e l’uso di materiali e colori diversi, divenendo, insieme all’uso dei porticati, un nuovo e originale brano della città. Il fervore della ricostruzione riguarda particolarmente i collegamenti interni, i quartieri operai, gli edifici pubblici. Risulta completamente trascurato dalle amministrazioni espresse dai lavoratori rimane il centro storico, nella forma del suo tessuto più antico in cui fino alla fine degli anni 90 rimangono ancora visibili i segni dei bombardamenti (solo nel ’94 si sceglie per esempio, di ricostruire, in forma moderna, la torre del vecchio Palazzo Comunale, convertito in Bibliomediateca). Forse questo era il segno di una ancora presente ostilità sotterranea, di un’idea operaia della città tradizionale in cui trovava
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residenza solo il ceto dei più ricchi, mentre ai lavoratori venivano destinati dei fetidi tuguri. Il centro città ha una funzione solo di vetrina dei momenti sociali di massa, quando, durante i momenti di tensione, vengono occupati i luoghi del potere. Tutto ciò ha significato la perdita definitiva di gran parte del centro antico, la cui distruzione era partita già nel periodo prebellico, con l’avvio di una serie di demolizioni che avevano
aperto gravi ferite nel tessuto storico (un esempio su tutti la chiesa monumentale di San Giovanni Decollato, demolita nel 1920 definendo un vuoto, mai colmato volumetricamente, nella piazza più importante della città) e sancito definitivamente dalle bombe. A testimonianza di ciò sono le oltre quaranta chiese scomparse, per vicissitudini storiche, guerra o incuria, insieme a intere zone di impianto medievale della città.
Costruzione di casa Pallotta nel vuoto creato dalle bombe.
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Ricostruzione di un palazzo del centro
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Piano di ricostruzione di Corso del Popolo.
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Il piano regolatore, la figura di Ridolfi
Lavoratori dell’acciaieria prendono il tram che collegava lo stabilimento al centro cittadino
L’esperienza del piano di ricostruzione trova il suo seguito nell’incarico affidato a Mario Ridolfi e al suo collaboratore Wolfgang Frankl di redigere il piano regolatore della città. La stesura del piano regolatore di Terni impegna Ridolfi e Frankl dal 1955 al 1960, in continuità con il lavoro fino a quel momento effettuato. La città si struttura su un sistema territoriale residenza-industria, razionalizzando le tendenze in atto dalla metà del secolo precedente: le attività produttive sono previste a est e ovest del centro, in pianura, mentre le espansioni residenziali sono previste a nord e a sud. Il piano diventa lo strumento di controllo e di guida del boom economico ed edilizio. Esso cerca ancora una volta la continuità con quello del ‘33, che rimandava al modo tipico di allora di conformare la crescita
della città attraverso l’isolato e la lottizzazione, ora risolto attraverso il rapporto tra zoning e regolamento edilizio. L’introduzione dello zoning segna il distacco tra disegno della città e sua organizzazione funzionale, con conseguenza la distinzione tra piano regolatore generale e piani particolareggiati di esecuzione (come stabiliva anche la legge urbanistica del 42). Questi due aspetti sono ricondotti ad unità attraverso la formazione di una tecnica assai precisa che cerca di determinare le relazioni tra le parti della città individuate nella loro specificità dall’attribuzione di funzioni omogenee. Il piano lavora stabilendo il rapporto tra zoning e densità, che viene usata come categoria progettuale attraverso il tramite con la tipologia- costituito dal regolamento edilizio. La particolarità del piano regolatore di
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Terni consiste nel fatto di avere affrontato insieme la stesura del piano regolatore ed il piano particolareggiato della parte più compromessa del centro storico, in variante al piano di ricostruzione. Questo ha permesso una grande coordinazione e omogeneità degli interventi che caratterizza questa esperienza rispetto alle analoghe esperienze che si sviluppano contemporaneamente in quegli anni. Il regolamento edilizio di Terni si accompagna alla realizzazione di un abaco delle possibili utilizzazioni del rapporto di copertura in relazione all’indice di fabbricazione; ciò va a costituire una specie di guida all’iniziativa privata. Si andava così formando uno strumento unitario con lo scopo di salvaguardare i criteri di razionalità urbanistica in funzione delle tipologie adottate, formato da regolamento edilizio e densità. Un esempio di ciò è la norma che in caso di alte densità previste dal piano obbliga praticamente al tipo a torre in alternativa alla strada-cortina – scelta coraggiosa e espressione di quel momento storico, oggi forse meno condivisibile. Ciò trasforma il piano particolareggiato più in un esecutivo di un elaborato di
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progetto che in uno strumento normativo sulla base del quale andare alla regolamentazione tra potere pubblico e iniziativa privata. Si tratta di un vero e proprio progetto di architettura della città, composto di manufatti edilizi, di cui la qualità è minuziosamente prescritta nella normativa, anche per interventi di notevole entità. Per quanto riguarda il campo dell sua attuazione materiale, la scelta delle dimensioni e delle caratteristiche degli interventi sono riferite alle capacità imprenditoriali locali. La normativa di Ridolfi è tra le più scrupolose dell’urbanistica italiana e riesce a produrre un complesso disegno urbano arrivando a dare alla città un’immagine compiuta. I Piani Particolareggiati e i regolamenti edilizi che la accompagnano arrivano a definite il profilo degli edifici, i prospetti, i materiali e in alcuni casi perfino le decorazioni. I rapporti tra le fasi di intervento vengono risolti nella precisione tecnica quantitativa del piano regolatore. Siamo di fronte ad una interpretazione precisa del piano urbanistico, che si presenta più come un piano esecutivo, di cui i piani particolareggiati ne costituiscono i corollari. Si tratta cioè di un piano per manufatti che
si autodefiniscono rispetto al solo principio tipologico, come appare evidente dalla denotazione continua degli spazi di “risulta” triangolari, poligonali, che determinano l’impatto con la struttura preesistente. L’analisi che viene attuata sulla città ha come fine principale quello di individuare i “nodi” che dovranno divenire occasioni per un intervento coinvolgente tutte le componenti della struttura urbana: la piazza, la strada, il portico, le residenze. L’architetto è alla ricerca di un tentativo di confronto dove poter verificare alle diverse scale l’oggettività e la razionalità del metodo. L’amministrazione, dotata di un tale strumento di piano, è stata in grado di tenere conto dell’iniziativa dei privati, controllandone almeno in parte le spinte speculative, con una scelta di realismo che dimostra l’efficacia del piano del ‘60 nell’indirizzare la capacità imprenditoriale. Questo ha fatto sì che il piano di Terni non rientrasse nei numerosi esempi di città dotate di piani interessanti ma poi di fatto stravolti nelle indicazioni. Il raffronto diretto con la realtà ternana e la profonda conoscenza dei problemi e delle possibilità di intervento hanno infatti portato Ridolfi e i suoi
collaboratori ad elaborare proposte in un concreto realismo. Tutto ciò ha reso effettivamente possibile un rapporto costruttivo che ha portato alla realizzazione degli obiettivi del piano, dimostrando la validità dello stesso e delle indicazioni politiche che l’amministrazione era stata capace di dare. Tutto ciò non ha comunque impedito che nel centro storico di Terni alcune zone non siano state comunque soggette all’esodo o al degrado di intere parti, dovute anche al ruolo molto positivo assegnato alle funzioni produttive del terziario. In questo contesto la figura di Ridolfi è molte importante, tanto da diventare il referente principale per gli architetti ternani, arrivandone ad indirizzare le scelte progettuali. Parallelamente alla redazione del piano Ridolfi e Frankl sono impegnati nella costruzione di vari edifici nella città, di qualità e caratteri formali diversi, ma che condividono dei caratteri fisionomici ben riconoscibili e costanti. Dagli anni cinquanta quindi lo studio arriva a mettere a punto un’offerta di linguaggio ben precisa, dal carattere decisamente “ternano” e dotata di una grande capacità didattica. Nell’architettura di Ridolfi il volume è il
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fatto generatore del progetto, che permette di individuarlo e dimensionarlo correttamente. Gli edifici realizzati non si comportano come quinte, ma come volumi capaci di trovare il loro giusto rapporto con gli edifici esistenti. Il tutto è volto a realizzare la concezione di un unico grande progetto di città coerente alle diverse scale di intervento, che si basa sul rifiuto del metodo prospettico di lettura dell’intervento. I caratteri principali riconoscibili degli interventi dell’architetto sono: l’uso di materiali del luogo, “vivi”, come pietra sponga e mattoni, che portano a risultati di semplicità e chiarezza in linea con lo spirito della città; l’uso di denunciare la struttura in cemento armato proiettandola verso l’esterno; un’attenzione maniacale per il dettaglio costruttivo, sintomo di una spiccata tendenza artigianale; cura speciale per il coronamento dell’edificio, spesso caratterizzato da dettagli come bandierine, griglie, merlature; Tutte queste figure plastiche così minuziosamente definite nel disegno, non rappresentano esclusivamente la logica razionale dell’impostazione costruttiva, ma ci raccontano la realtà quotidiana del cantiere artigianale e la vita funzionale dell’edificio.
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Casa Briganti nel centro della città.
È questo l’esito a cui approda (forse non del tutto intenzionalmente) la sapiente regia di Ridolfi: la figura architettonica racconta e descrive i gesti semplici della realtà quotidiana della costruzione e dell’uso. Ed è in questa intrinseca natura narrativa e descrittiva che – anche sul piano delle tecniche – il realismo ridolfiano presenta non poche analogie con i linguaggi letterali e cinematografici del neorealismo. Ridolfi si definirà sempre un “artigiano dell’architettura”. Aveva infatti un’indomita passione per il lavoro ben fatto, per il costruire a partire dalla terra. La passione per il mestiere artigianale Ridolfi la esprimeva
direttamente a partire dalla scrittura del progetto: le sue tavole erano accuratamente stese a mano libera, a penna, fitte di segni e con una grande quantità di note scritte e disegnate. Una calligrafia linguistica di assoluta coerenza tra ideazione e processo di costruzione, tra tecniche e forma espressiva, tra progetto e la sua scrittura. La scuola di Ridolfi è pratica, trasmette idee, conoscenze e dubbi per praticare un mestiere responsabile e sapiente: si opera non per l’Architettura, ma nell’architettura della città, perfettamente compresa nell’artigianalità materica umbra.
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Esempio di piano particolareggiato.
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Casa Franconi
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Scuola media L. Da Vinci
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Casa Chitarrini, affacciata sul nuovo spazio di Largo Villa Glori, creato per ricordare la disruzione delle bombe
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Arch. Sandro Giani
“Impadronendoci francamente dei mezzi forniti dal nostro tempo applichiamoli senza far intervenire tradizioni oggi non più vitali, e soltanto allora potremo inaugurare la nuova razionalità dell’architettura.” V. Le Duc
Sandro Giani nel cantiere del Mercato Coperto
Sandro Giani nasce a Roma il 20 febbraio 1927, da Gino Giani e Amelia Ridolfi, sorella dell’architetto Mario. I Ridolfi erano una famiglia dalla salda tradizione di artigiani decoratori. Già nel 1930 la famiglia si trasferisce a Terni, dove si stabilisce definitivamente. Giani ottiene la maturità scientifica nel 1945 e dal 1946 frequenta la facoltà di Architettura di Roma La Sapienza, laureandosi nel 1952. Dal 1953 risulta iscritto all’albo degli architetti dell’Umbria, cominciando ad esercitare la professione, affiancata
all’insegnamento di disegno presso gli istituti tecnici della città. Nel 1953 si sposa con Adalgise Cervelli, (Collestatte (TR) 1924 – Terni 1986) nota come Gisa Giani, ricercatrice e per vari anni impiegata della biblioteca comunale, che conduce un’intensa attività di ricerca e di catalogazione di opere e di scritti aventi per oggetto la storia della di Terni. Dal matrimonio nascono cinque figli. L’attività professionale di Giani è perfettamente compresa nel limite della città, che diventa il suo primario campo di azione e mezzo di espressione. A Terni c’era molto da fare, tra ricostruzioni e nuove espansioni, e l’architetto fin dal 1953, appena laureato, è impegnato nell’edificazione di parti significative della città. La partecipazione è anche di carattere emotivo di fronte ai problemi di una città
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sconvolta dalla guerra, ma animata di un febbrile spirito di innovazione. Fin dai suoi primi lavori Sandro Giani indaga la città e ne osserva le forme, i materiali, i metodi costruttivi. Il linguaggio tradizionale della città, fatto di pietra sponga, travertino, laterizio e ceramica, viene accettato con semplicità e rigore. La componente materiale è il principale elemento compositivo, come tipico del carattere stesso della storia umbra in cui le città e i paesi sembrano emergere direttamente dalla pietra. I materiali edilizi e culturali locali sono assunti in rapporto coerente con le condizioni d’uso e di fruizione della dimensione operativa a disposizione, che era una dimensione ancora artigianale, povera, dovuta all’arretratezza del settore edilizio italiano. La mediazione con la tradizione e con la povertà del cantiere viene risolto tramite l’arricchimento dei risultati acquisiti dalle esperienze razionaliste. Il passato non viene idolatrato e riprodotto in maniera pedissequa, ma rielaborato e idealmente continuato nella nuova espressione architettonica. Una questione che veniva affrontata a livello nazionale, tant’è che E.N. Rogers, alcuni anni più tardi, a proposito del quesito “Continuità o crisi?”, scriveva:
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“È caduto il complesso di inferiorità verso il passato perché non sentiamo più il bisogno di doverci opporre, ma anzi, di continuarlo innervandoci in esso con tutto l’apporto della nostra cultura.” Vediamo così che negli edifici di diverse tipologie il rapporto con il contesto viene affidato all’attenzione per i materiali e alle destinazioni d’uso, mentre spesso i prospetti sono con semplicità e razionalità formale, che denuncia il loro carattere di modernità. È il caso per esempio della ricostruzione di Palazzo Benucci, realizzata nel 1953. L’edificio non viene ricostruito come era in precedenza, anche se il volume e il rapporto con l’intorno viene preservato, così come la torre posta in un angolo del palazzo e l’arco che lo collega all’edificio adiacente. La modernità del prospetto è però evidente, con l’apertura di grandi logge e la presenza di balconi con mensole rastremate, che denunciano il cemento armato della struttura. Il materiale è la pietra sponga, che permette all’edificio di calarsi in pieno nel contesto storico in cui si trova. Giani ha molte occasioni di confrontarsi con la costruzione nel centro storico, data l’ingente distruzione della città e la scelta di
Palazzo Benucci.
operare per sostituzione degli edifici esistenti. Nel solco della strategia tracciata da Ridolfi l’architetto ha occasione di costruire ampiamente, impegnandosi nel grande lavoro di ridefinizione e riprogettazione del centro storico e delle aree edificate. La città è vista come un progetto in itinere, già
avviato e incompiuto, che si è chiamati a continuare. Questo atteggiamento si basa sulla grande opportunità di sperimentazione, che insieme alla pazienza e alla docilità di tutti i soggetti coinvolti, stava portando la città ad assumere un volto nuovo, ma comunque riconoscibile. In questo processo in cui la città non viene quindi riconfermata come era prima, ma sviluppata ulteriormente, l’architettura che viene a crearsi è caratterizzata da un’unicità legata in maniera incontestabile al luogo; ciò è frutto della particolarità del programma, della situazione e della città protagonista. Il valore è quindi proprio da ricercare nella profonda connessione con l’identità della città stessa.Andando a comprendere veramente cosa è stato costruito nel passato e le risorse disponibili per il futuro si riesce a percorrere un percorso che, attraverso la mediazione dell’esperienza personale dell’architetto, porta ad un intervento capace di modificare in maniera coerente il contesto in cui questa si applica. “Il luogo non deve offrire all’architettura occasioni di mimetizzazione, ma di approfondimento del compito istituzionale che essa deve svolgere estraendo e riconfigurando le potenzialità (tipologiche, funzionali, formali) secondo espressioni volta a
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volta di conformità o di difformità, ma comunque tese a un’ipotesi di trasformazione.” G. Canella
La storia e la tradizione del luogo sono i primi strumenti per riappropriarsi della città, soprattutto di quella esistente, indirizzati verso il produrre qualcosa di “nuovo”, che cambierà tutto. La ricchezza di dettagli e composizioni d’insieme caratterizzano gli edifici realizzati, con soluzioni particolari per varietà e ricchezza formale. Il risultato è un generale senso di sicurezza diffusa, una sapienza quasi artigianale che riesce a rintracciarsi in tutti gli interventi sulla città. Viene presente, come dice Aymonino, “quell’intreccio di mestiere, di ricerca, di cultura necessari a che quelle opere diventino parte integrante della città contemporanea.” La scelta radicale di proseguire l’ideale del “nuovo” ma in maniera cosciente del contesto in cui ci si trova ad operare porta ad una grande attenzione al saper fare del luogo, al bagaglio di conoscenze artigianali, che diventa il vero tramite con la tradizione del posto. Questo ritrovare le tradizioni artigiane rievoca un’autenticità dei contenuti, in un tentativo che è stato chiamato Neorealismo e che accumunava tanto architetti (Ridolfi, Quaroni, Il gruppo del Tiburtino),
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quanto scrittori (Gadda, Levi, Vittorini) e cineasti (Rossellini, De Sica). La sua base era l’immediatezza e l’autenticità dei contenuti, uniti abbracciando la povertà dei mezzi disponibili: parole dialettali, attori presi dalla strada, cineprese a spalla per il cinema; tegole, lamiere, mattoni, intonaci rustici per l’architettura. Questa tecnologia edilizia rudimentale viene accettata e esibita di proposito, quasi come la povertà dei mezzi diventasse un manierismo compiaciuto nei casi più estremi. In ogni caso, questa tendenza che è si è manifestata in modo forte per un periodo di circa 15 anni dopo la guerra, era sintomo di una volontà di accettare finalmente la realtà di un paese ancora povero e tecnologicamente arretrato. Finita la guerra, caduta la dittatura, aperta una nuova stagione politica, sociale, culturale, sconosciuta ma carica di aspettative, la cosa principale da fare sembrava liberarsi delle mistificazioni sgombrando un mondo di apparenze costruite durante il ventennio: bisognava ritrovare la realtà dell’Italia, un paese povero e dalle molteplici sfaccettature. L’architettura non nasceva più da teorie o posizioni astratte, ma dalla realtà esterna considerata oggettivamente: il realismo.
Questa tendenza è da rintracciare nella ricerca architettonica italiana del dopoguerra, tanto nella vecchia generazione, che ha lungo ha occupato il proscenio (Ridolfi, Albini, Gardella,..), quanto nella nuova generazione a cui anche Giani apparteneva (Aymonino, Gregotti, De Carlo, Gabetti e Isola). Questa maniera di intervenire, potendosi applicare a qualsiasi patrimonio concreto di abitudini costruttive, diventava il vero tramite tra tradizione e modernità. “Funzionalità come perfetta fruibilità sia pratica che estetica. Qui prende le mosse anche il concetto di “Sachlich” (come praticità, obiettività ed adattabilità) [...] L’idea di funzionalità assume con il contributo del Bauhaus un significato ancor più ampio. Si tratta di costruire una metodologia dell’architettura che di fronte ai problemi tenda alla sospensione di ogni pregiudizio storico e stilistico, si applichi alla instaurazione di nessi “funzionali” tra bisogni della società degli uomini e soluzioni architettoniche” V. Gregotti
Per gli architetti di questa generazione l’architettura oltre all’aspetto professionale comporta anche responsabilità civili e culturali, responsabilità sociali. L’architettura è stata assunta come valore propositivo,
come momento di formazione civile, come istanza politica. Questo è vero soprattutto a Terni, dove abbiamo visto c’era un’ideale commissione di intenti tra progettisti e amministrazione della città. Nel caso di Giani poi soprattutto la responsabilità civile si manifestava anche nell’attività di consigliere comunale, a cui partecipa come rappresentante del Partito Comunista dal 1965 al 1976. Il suo impegno per la città era dunque molto attivo, come testimoniano il gran numero di architetture che ha realizzato nel corso del tempo e che sono andate a influenzare profondamente il volto della città. La sua attività comprende la realizzazione di varie parti della città ridefinita dalla guerra e dal nuovo strumento di piano, con la guida dei piani particolareggiati stesi da Ridolfi, che come abbiamo visto davano indicazioni precise sulle tipologie e gli indici di fabbricazione edilizi da adottare. Delle architetture della città fanno parte molte palazzine residenziali, costruite tra il centro e gli immediati dintorni. Da considerarsi separatamente anche se risolve sempre un problema di abitazione è il quartiere popolare, che risponde all’emergenze ad un’esigenza profondamente sentita a Terni dalle prime fase della sua industrializzazione.
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I due campi di azione residenziali vengono sentiti come momenti diversi per sperimentare un linguaggio architettonico che si stava definendo, sul solco del lascito di Ridolfi, e che spazia così da sperimentazioni neorealiste ad un linguaggio più cittadino. A conclusione del percorso architettonico di questo periodo tanto fondamentale nella creazione di un volto nuovo della città è la realizzazione del Mercato Coperto, che va a completare un nuovo brano della città, liberato dalle bombe e ricostruito secondo principi moderni che cercano qui di essere applicati con uno slancio che vuole superare il forte localismo che aveva permeato tutta la sua opera.
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Il quartiere popolare
L’emergenza abitativa di Terni era stata costante fin dall’apertura della prima fabbrica, dovuta all’altro flusso di operai che si trasferiva in una città che non era in grado di accoglierli. Nel periodo che va dal 1886 al 1914 gli operai avevano costruito 6250 case contro le 238 delle società industriali. Le costruzioni sono spontanee, edifici mono o bifamiliari privi di servizi igienici, e costituiscono la risposta al vuoto organizzativo e pianificatore dell’amministrazione pubblica. Il conflitto mondiale e le sue distruzioni avevano poi acuito ancora maggiormente il problema. Inoltre la popolazione continuava a crescere, arrivando nel 1964 a raggiungere i 100.000 abitanti.
Quartiere “Le Grazie”
Di fronte alla drammaticità del problema della casa l’impegno pubblico si vede
costretto ad ampliare il suo impegno nella sua risoluzione, avviando in molti casi l’espansione prevista dal piano regolatore in nuove zone della città. Lo sforzo profuso dall’amministrazione dopo decenni di negligenza sul tema sta a significare una rinnovata classe dirigente. La borghesia ternana ed i ceti dominanti tradizionali, non essendosi mai dissociati dal fascismo, escono dalla guerra privi di ogni legittimazione politica. Escono rafforzati da tutto ciò i partiti operai che forniscono a Terni i nuovi gruppi dirigenti cittadini. In questo contesto appare ovvio che i ceti sociali di riferimento siano per forza di cose i lavoratori di fabbrica; in questa dimensione le periferie e i quartieri operai diventano, anche per l’urgenza di costruire abitazioni a basso costo, i referenti principali dell’attività di governo.
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“Noi operai che non avevamo mai visto un edificio, che sapevamo poco leggere e scrivere, abbiamo organizzato la nuova società” B.Z. Operaio
Così l’amministrazione si dedica finalmente in modo efficace alla costruzione di quartieri popolari, grazie anche all’aiuto del piano Ina-Casa, varato in quegli anni. E’ interessante capire come l’architetto affronta il tema del quartiere popolare, nel solco di tale piano e delle varie maniere con cui questo veniva affrontato in tutta Italia, in particolare nella vicina Roma dove operava anche Mario Ridolfi. L’architetto aveva costruito a Terni il quartiere popolare “Villaggio Italia”, in cui metteva a punto i caratteri del cosiddetto “neorealismo architettonico” che poi si ritroveranno nel quartiere Tiburtino a Roma. Giani lavora a diversi progetti di quartieri popolari, prima con le case IACP ad Amelia (1954), poi con l’edificio sociale Ina-Casa a Narni (1958). Entrambi i lavori fanno largo uso dei materiali e delle tecniche costruttive locali. In questi due casi ci troviamo in due piccoli paesi in provincia di Terni, dove il carattere di tipicità è rimasto intatto. Le case di Narni adattano una tipologia a schiera al pendio
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su cui vengono costruite, venendo sfalsate nel prospetto. Sopra un basamento di pietra locale il prospetto liscio con gli ampi spazi delle terrazze denota una maggiore sicurezza, anche nel distaccarsi dalle tipologie locali introducendo forme nuove. Il progetto più interessante di questo ambito nel periodo preso in considerazione è il quartiere popolare “Le Grazie” a cui Giani inizia a lavorare 1958. Il quartiere sorge al di fuori del centro di Terni, in una zona di nuova espansione su una collina dove è presente il parco omonimo. Il quartiere, che è costruito nell’ambito dell’Ina-Casa, testimonia una qualità dell’intervento che
Complesso Ina-Casa a Narni
gli permette di distinguersi da quelli derivati dalla speculazione privata. Infatti in questo caso vengono approfonditi gli aspetti sociali e conciliati con quelli architettonici. Il progetto testimonia l’attenzione per i valori psicologici e ambientali nella riproposizione di immagini consuete ma rassicuranti, mutuate dal linguaggio popolare e tradizionale. Questa tradizione locale viene riletta per avviare un concreto rapporto con la storia e cercare di dare al quartiere l’atmosfera caratteristica del “borgo” (forse anche suggerita dal fatto che ci si trova su un’altura rispetto alla città). Questo atteggiamento, che alcuni hanno chiamato “realismo populista” è tipico della stagione del Neorealismo architettonico e trae forza dalla situazione in corso. È un’adesione di sentimento, che però trae concretezza dalla situazione in cui si vanno a sommare esigenze concrete – il bisogno di case e la necessità di dare sistemazioni migliori ai ceti più disagiati – e adesione politica ad una classe che aveva pagato duramente la guerra. Ciò si riflette in una netta personalità urbanistica del quartiere – come tipico di molti progetti dell’Ina-Casa – che riesce ad incorporare regole economiche, sociali, procedurali e tecniche.
Questo valore aggiunto di formazione e di compiutezza è dovuto sia alla particolare attenzione riservata alla contestualizzazione, sia per quella prestata alla tecnica. Riguardo a quest’ultima, il piano Fanfani aveva stabilito una linea precisa, scegliendo di orientare il programma della ricostruzione in una direzione opposta a quella dell’innovazione e della prefabbricazione. Il piano aveva infatti come obiettivo primario “incrementare l’occupazione operaia” e imponeva perciò dall’alto, come una necessità, un modo di costruire case a bassa meccanizzazione ed alto impiego di manodopera. L’innovazione tecnologica è così di fatto inibita, a parte la generica indicazione di favorire la tipizzazione degli elementi costruttivi, avviata con l’esperienza dei manuali. L’orientamento sancito è quello della costruzione così detta “tradizionale”, cosa bene diversa da quello che accade negli altri paesi europei, ma che diventa comprensibile alla luce del grande ritardo della situazione italiana, che subirà negli anni del miracolo economico la prima vera grande rivoluzione industriale. Come era successo agli atri paesi nelle prime fasi dell’industrializzazione, l’edilizia
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diventa volano tra il settore agricolo e quello industriale. Il tipo edilizio scelto per il quartiere Le Grazie è commisurato alla tecnologia locale. Gli edifici si aggregano andando a formare un insediamento che si dirama liberamente nella campagna con uno sviluppo planimetrico mistilineo. I vari edifici si raggruppano, si toccano, o si dispongono lungo la strada, andando a creare sempre diverse relazioni tra di loro; le case formano un organismo compatto i cui vuoti interni possiedono una misura proporzionata tra gli edifici. Il senso di movimento è ancora di più accentuato dalla irregolarità del profilo del tetto, mosso dallo sfalsarsi di corpi con numero di piani diversi e dall’emergere dei corpi scale. Questo è simbolo della particolare cura dedicata alla sommità dell’edificio, che a volte è trattato con una particolare decorazione in cotto traforato che permette di arieggiare il sottotetto, mutuato dai fienili. Questa grafia del dettaglio – di scuola Ridolfiana – permette l’emergere delle linee guida del piano InaCasa, che voleva appunto tutelare l’edilizia tradizionale caratterizzata da un altro impiego di manodopera, per l’incremento dell’occupazione operaia. Terni è qui
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campo di sperimentazione neorealista: gli elementi popolari sono rielaborati, selezionati tra quelli più caratteristici e riproposti attraverso una riduzione mediata dalla capacità di semplificazione formale e riduzione mutuata dall’influenza di esperienze razionaliste. Tutto ciò deriva da impostazioni sociologiche (a volte sommarie) che si volevano rifare alla tradizione locale, nella necessità d’inurbare popolazioni contadine preparando loro un ambiente familiare. Effettivamente passeggiando per il quartiere si ha la stessa sensazione di passeggiare per le vie di un borgo, con gli abitanti delle case che portano le sedie in strada per scambiare qualche parola, i bambini che giocano tra le strade tranquille e i panni stesi da un terrazzo all’altro. Emerge il tema della residenza segnata dalla presenza attiva del soggetto e da una carica di colloquiale riconoscibilità. L’interesse per il contesto non è quindi solo ricerca di tipologie e materiali locali, ma anche interesse dato dall’intreccio di relazioni fisiche e sociali che si possono instaurare. Questa pratica di prestare attenzione alle esigenze delle persone diventerà una costante dei quartieri d’autore di
Terni. Negli anni settanta lavorerà nella realizzazione del quartiere periferico per operai “Matteotti” l’architetto Giancarlo De Carlo, esponente del Team X, che faceva della partecipazione della popolazione al progetto la propria bandiera. Alla ricerca di una nuova definizione
dell’idea di quartiere vengono progettati, oltre agli alloggi, anche le strutture sociali. Nel caso del quartiere “Le Grazie” successivamente all’edificazione del quartiere Giani si occupa anche di realizzare la scuola elementare e il centro sociale.
Vista del quartiere “Le Grazie”
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Disegno preparatorio per l’impianto del quartiere
Pianta di una tipologia di edificio residenziale del quatiere
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Prospetti
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Pianta e prospetti di una tipologia di edificio del quartiere
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Vista del quartiere in una foto storica
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Vista da una delle vie interne al quartiere
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Fronte di uno degli edifici
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Centro sociale del quartiere
Complesso scolastico
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I tasselli nel centro cittadino
Di tipo diverso, anche se sempre di residenza si tratta, è il tema della palazzina residenziale, uno dei più frequentati dall’arch. Giani nel periodo qui analizzato. Nel centro della città, come abbiamo detto, l’ampia possibilità di intervento offre a Giani molte occasione di lavorare, soprattutto nelle residenze andate distrutte, da ricostruire o sostituire. Abbiamo già visto con la ricostruzione di palazzo Benucci come l’architetto fosse pienamente calato nel contesto e consapevole di contribuire con i suoi edifici alla realizzazione di un volto nuovo della città. Il piano redatto da Ridolfi stabiliva in modo molto preciso il rapporto tra zoning e densità e attraverso i piani particolareggiati arrivava spesso a definire dettagliatamente i volumi degli edifici. In molti casi per le costruzioni residenziali veniva imposta la
tipologia a torre, con una scelta coraggiosa e innovativa dell’epoca, ma che andava a scapito di una forma più compatta e tradizionale della città. In ogni caso la linea adottata è quella di un tipo di costruzione più intensivo del tipico tessuto storico formato da casupole basse. Le palazzine realizzate da Giani presentano dunque almeno 4-5 piani di alzato e sono solidamente definite come volumi pieni nell’ insieme della città. In quasi tutti gli edifici i materiali tipici del contesto (pietra sponga, travertino, laterizi) sono utilizzati come tamponature. La struttura portante in cemento armato viene chiaramente denunciata all’esterno e modellata in modo attento. In questo modo le componenti geometriche e strutturali vengono esaltate accentuando le partiture,
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mentre il materiale costantemente ripetuto nell’involucro murario compreso nella struttura rende leggibili le proporzioni, divenendo elemento ordinatore dell’intera composizione. A differenza del caso del quartiere popolare, dove il terreno messo a disposizione permetteva all’architetto di sviluppare il tipo planimetricamente e creare rapporti tra gli edifici e gli spazi circondanti, in questo caso siamo di fronte a tasselli in un centro urbano già presente. Il limite del lotto impone quindi di definire l’edificio volumetricamente e caratterizzarlo tramite il ricorso agli stilemi del patrimonio linguistico collettivo. Come si osserva chiaramente nella palazzina di via Plinio il Giovane cura particolare è messa nel coronamento dell’edificio, trattato con una decorazione in cotto sostenuta da mensole rastremate. Un ulteriore attico, a sua volta coronato da una alta decorazione traforata in cotto, viene aggiunto in modo da rientrare rispetto al prospetto – probabile riferimento mutuato dalle altane della città vecchia. Nell’edificio di via Angeloni viene assunto il lotto triangolare, che il palazzo sfrutta nella sua interezza, aprendo al piano terra, verso la strada, spazi per attività
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commerciali. Ci troviamo qui in una zona che viene completamente ridisegnata nel dopoguerra, dove le bombe avevano aperto lo spazio per intervenire come indicazione del piano del ’34, poi riconfermate nel piano del ’60. Si sceglie una definizione netta degli spazi, con altri palazzi moderni che dovevano donare alla zona un nuovo decoro. L’edificio diventa una delle quinte del grande slargo che ospiterà poi il mercato coperto dello stesso Giani. Il piano particolareggiato prevedeva per questo spazio l’apertura di fornici verso il corso adiacente. L’edificio rispetta l’indicazioni del piano aprendo una sottovia alta fino al solaio del primo piano. Gli appartamenti si dispongono lungo i fronti e si adattano in vario modo alla forma triangolare del lotto, così come i prospetti sempre diversi a seconda degli affacci, con ampli balconi verso la piazza del Mercato. Le palazzine costruita sul Lungonera, si collocano sulla riva del fiume opposta a quella che aveva visto lo sviluppo della città antica, a ridosso del quartiere di inizio novecento di Città Giardino, caratterizzato da edifici mono-bifamiliari su 2-3 piani dotate di piccoli giardini. Adeguandosi a questo tessuto anche gli edifici di Giani si
Pianra e foto d’epoca dell’edificio in via Angeloni
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elevano di 2-3 piani. Planimetricamente il lotto viene occupato da due “torri“ collegate da una sottile passerella che permette al secondo e più basso edificio di fruire del corpo scale presente nell’altro edificio. I due corpi sono sfalsati tra di loro e rispetto alla strada, permettendo la creazione al di fronte di uno spazio aperto pubblico, sancito dalla creazione di spazi commerciali al piano terra degli edifici. Gli appartamenti all’interno sono
grandi ed occupano ognuno un piano dell’edificio, sviluppandosi attorno al vano scala nella prima torre e occupando l’interezza dell’edificio nella seconda. Particolare attenzione è posta ancora una volta nel coronamento dell’edificio, con un tetto quasi a pagoda leggermente inclinato e una decorazione artigianale in sommità che ci riporta sui temi vernacolari dell’atteggiamento neorealista.
Foto d’epoca del complesso sul Lungonera
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Pianta e prospetto dell’edificio sul Lungonera
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Nell’edificio di via Meucci vengono portate a sintesi le correnti presenti nelle opere dell’architetto. L’edificio si dispone leggermente inclinato e arretrato rispetto alla strada e presenta la divisione in due torri, raccordate dal corpo scale. Questa soluzione permette agli appartamenti di svilupparsi occupando completamente il corpo dell’edificio; gli appartamenti presentano quindi sempre triplo affaccio e si aprono con un ampio balcone verso la strada. Gli edifici sono geometricamente definiti e volumetricamente compatti, caratterizzati dal trattamento degli angoli, smussati per accentuarne la verticalità.
I prospetti esemplificano la ricerca di ordine e di caratterizzazioni semplici, in cui il linguaggio locale incontra il razionalismo costruttivo. La struttura scandisce il ritmo dell’edificio e le sue partizioni interne, mentre il tamponamento in mattoni dimostra un uso coerente con i materiali edilizi e culturali e la fruizione di una dimensione operativa povera. La conformazione a torre, l’articolazione dello spazio e l’attenzione ad un coronamento che presenta ancora particolari artigianali e denota la volontà ideale di riferirsi ad una storia della cittadina che ora si è chiamati a continuare.
Via Meucci: particolare
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Via Meucci: pianta e prospetto
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Via Meucci: particolare del corpo scale
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Via Meucci: foto d’epoca
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L’architettura per la società
L’architetto Giani con l’ingegner Mariani nel cantiere del Mercato Coperto
Nella nuova città che continua a crescere e a cambiare con un ritmo veloce e in cui la produzione era ripresa con costanza era importante configurare un nuovo rapporto dei cittadini con la stessa. La città stava infatti mutando rapidamente e aveva bisogno di trovare dei nuovi spazi di aggregazione o di rappresentanza. L’architetto è chiamato anche a confrontarsi con questo tema, costruendo edifici di carattere collettivo che vanno a relazionarsi con le presistenze salvatesi e il nuovo volto moderno che la città stava mano a mano assumendo. La città moderna rifiuta la tradizione classicista ed accademica, concentrata sulla riproposizione di una città strutturata da regole geometriche e prospettiche, ma non aderisce pienamente alla ricerca di matrice razionalista. Tra questi progetti dell’architetto troviamo
l’Hotel de Paris, che serviva come importante luogo di accoglienza per chi arrivava in città a portare affari (Terni non è mai stata una città turistica, i visitatori vi si recano per via delle industrie) ed il progetto per il nuovo Mercato coperto. L’Hotel De Paris si trova lungo il viale che era stato costruito nel XIX secolo per collegare la stazione alla città vecchia e che culminava in Piazza Tacito, simbolo della città nuova e industriale, con la fontana realizzata da Mario Ridolfi a celebrare l’acqua che forniva potenza alla grande industria. L’edificio occupa un lotto d’angolo tra il viale e una delle vie laterali che si diramano da esso. L’entrata principale si trova proprio in corrispondenza di questo angolo e viene enfatizzata dal volume dell’edificio che in
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questo punto spezza la sua compattezza formando una torre che si raccorda ai lati con gli attici, rientranti rispetto al prospetto. Al piano terra l’edificio presenta dopo l’atrio una sala conferenze, che si configura come un corpo esterno alle ali dell’edificio, coperta da un tetto a piramide a base ottagonale. Ancora una volta il rigore strutturale viene evidenziato dalla presenza della struttura in cemento armato visibile in facciata, mentre le tamponature sono ancora in mattoni, come avviene
anche nel vicino edificio di via Meucci. Il complesso presenta così un aspetto sobrio e robusto. Particolare di questo edificio è il trattamento delle finestre, che vengono fatte sporgere rispetto alla superficie della facciata e presentano alla base una decorazione in cotto traforato. Alla stessa maniera vengono trattati il corpo scale, che interrompe la compattezza del prospetto denunciando pienamente la sua funzione, e le balaustre degli attici del piano superiore, rietrante rispetto al prospetto.
Hotel de Paris: piante, prospetto e sezione
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Hotel de Paris
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Hotel de Paris: particolare del fronte
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Hotel de Paris: decorazione in cotto del vano scale
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Il mercato a Terni si era tenuto storicamente in piazza Solferino, spazio dotato di centralità e importanza, situato alle spalle del vecchio Palazzo Comunale. Dalla fine del XIX secolo si assiste ad una serie di provvedimenti delle amministrazioni che riguardano la regolamentazione dell’attività del mercato nel centro cittadino. Per motivi derivanti dai problemi igienici e dal rumore provocato dalle attività di compravendita si voleva cercare di spostare l’attività da uno spazio tanto centrale e di rappresentanza. Le varie soluzione trovate e a volte intraprese non finiscono mai per arrivare alla completa realizzazione. Il Piano Regolatore Lattes-Staderini del ‘34 prevede la creazione di un mercato coperto nella zona compresa tra l’ex Convento di S. Caterina e la Chiesa di San Tommaso, nel quadrante settentrionale della città. Quest’aerea era caratterizzata dalla presenza di un fitto tessuto di origine medievale, caratterizzato da vicoli tortuosi e da edilizia fatiscente di bassa qualità. La sua centralità era ideale per ospitare la nuova struttura. L’ingenza dei costi necessari, che prevedevano anche un gran numero di demolizioni oltre alla nuova costruzione, sommata all’impegno dell’amministrazione in cantieri pubblici, non rende la realizzazione del mercato una priorità della città. La proposta così, fino allo scoppio della guerra, è destinata
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a rimanere sulla carta. Sono proprio gli eventi bellici a permettere la realizzazione delle previsioni del piano. Le bombe che cadono sul centro cittadino colpiscono in maniera ingente anche la parte di tessuto che era destinata alla demolizione per la realizzazione del nuovo mercato. Il piano di ricostruzione di Ridolfi conferma le precedenti indicazioni di piano e riconferma la zona scelta per il mercato coperto, collocandolo in una grande area libera grazie alle demolizioni dei resti delle abitazioni bombardate. Questa grande spiazzo viene definito in termini architettonici nei piani particolareggiati, che prevedono costruzioni intensive lungo i quattro lati, con un minimo di 4 ed un massimo di 5 piani e botteghe al piano terra. Verso l’adiacente corso Tacito il piano prevede la realizzazione di grandi fornici che vanno a creare un ingresso privilegiato. Dopo la fine della guerra bisogna attendere ancora diversi anni prima della costruzione del mercato coperto, in quanto era più ingente la ricostruzione della città e la creazione di alloggi per la popolazione. Prima si procede ad iniziare la costruzione delle quinte architettoniche della piazza, che comprendono anche l’edificio di Giani di via Angeloni: tuttavia esse verranno completate dopo la realizzazione del mercato.
Alla fine nel 1958 il progetto viene affidato all’arch. Sandro Giani e all’ing. Luigi Corradi per la parte strutturale, mentre l’impresa edile Cavalletti & Marsili assume l’appalto. Il progetto prevede un corpo a base quadrata delle dimensioni di 45 metri per lato, a due livelli, in grado di ospitare 96 banchi ortofrutticoli, 20 box dotati di celle frigorifere per la vendita di merci deperibili, 20 box per la vendita di merce di prima scelta, 2 maxi box per la vendita dei fiori, 14 negozi di rivendita, uffici e servizi, oltre a 24 posti di sosta esterni per i merciai. Il progetto del mercato si distingue dagli altri edifici di Giani per il suo utilizzo di materiali innovativi e tecniche all’avanguardia, distaccandosi dalla logica di uso dei materiali locali e costruzione povera di stampo Ridolfiano che permea le costruzioni dell’architetto ternano. Rispetto all’esperienza passata si sente l’esigenza di utilizzare una tecnologia più avanzata che presenti anche elementi standardizzati industriali e una più evoluta organizzazione del cantiere. La costruzione cerca qui di sfuggire dal campo esclusivo degli strumenti della pratica artigiana e cercare una nuova concretezza costruttiva che possa superare le contraddizioni di un processo edilizio arretrato. Si sente l’esigenza di soddisfare, magari solo mimando con gli strumenti del cantiere
tradizionale (il solo disponibile), i requisiti di una tecnologia più evoluta. La struttura è moderna e si apre verso la città, offrendo spazi di manovra molto ampi per i flussi dell’epoca (c’è anche da pensare che l’incremento demografico era tale da far pensare che la città avrebbe raggiunto i 200.000 abitanti per gli anni 2000). Il volume edilizio è il più aperto possibile e sfrutta a pieno l’ampio interasse della maglia dei pilastri, che sostengono il solaio perimetrale del primo livello e il telaio strutturale costituente la copertura. Sul tetto si aprono 81 cupole in perspex che permettono alla luce di entrare zenitalmente nello spazio. È proprio la luce ad essere protagonista, grazie all’istallazione nelle superfici laterali di lamelle vetrate, un tipo di vetro dalle caratteristiche di eccezionale robustezza e durata prodotti dalla “NACO” (il mercato apparirà poi nel catalogo di questo produttore). In questo edificio vediamo la presenza di temi rielaborati dal razionalismo e dall’empirismo internazionale, affianco ad influenze più dirette o chiaramente individuabili come le struttura di Nervi o la luminosità degli edifici di Neutra e Wright; l’ampliarsi dei riferimenti culturali sblocca certe abitudini talvolta vernacolari e, finalmente, offre una risposta positiva
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e tutta svolta sul piano dell’architettura al problema del nuovo spazio pubblico e della sua più corretta dimensione urbana. Un’architettura certo in parte anche contraddittoria, comunque complessa, cui non manca di sicuro, per dirla con le parole De Carlo, “il prezioso dono dell’inquietudine”; una risposta in qualche modo anche interrotta, sul piano del conseguimento puntuale e concluso di alcuni requisiti di ordine tecnologico, tipologico e urbanistico, ma che è altresì in grado di definire una soglia di valori specificatamente architettonici, senza
dubbio convincenti. Così in questa opera si trova il modo di verificare la effettiva congruenza di alcune ipotesi, già avanzate in occasioni diverse, ma mai così concretamente sperimentate, dando così, finalmente, il modo di leggere in una esperienza più complessiva e matura, la positiva congruenza di una sua linea di lavoro autonoma e riconoscibile. Con questo edificio, che presenta caratteristiche diverse rispetto alla produzione precedente e si dstacca dal solco tracciato da Ridolfi, si conclude sia una fase dell’architettura di Giani che della storia della città.
Vista prospettica del Mercato Coperto
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Particolare del piano di ricostruzione in cui si vede il nuovo tracciato urbano sopra il vecchio tessuto medievale
Copertura del Mercato in fase di realizzazione
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Il Mercato in costruzione
Incrocio di ferri in un pilastro d’angolo L’inaugurazione del Mercato
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Il mercato coperto dall’alto. Sul tetto si notano le cupole in perspex
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Foto del mercato sul volantino del profuttore di finestre a lamelle “NACO�
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Foto d’epoca del Mercato in uso
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Conclusioni
Ripercorre le realizzazioni di un architetto come Giani, così profondamente calato nel suo campo di azione, ha permesso di inquadrare le vicende di una città come Terni che dal dopoguerra fino alla metà degli anni ’60 ha visto cambiare profondamente il suo volto. I cambiamenti avevano certo radici profonde nella nascita dell’industria della città, ma solo con l’occasione della ricostruzione si sono riusciti a manifestare compiutamente e morfologicamente a livello di tutta Terni. Arrivati a questo punto si può infatti considerare concluso un periodo, in quanto nuovi cambiamenti sociali in moto stavano per aprire una nuova fase nella storia della città. Nel dopoguerra rinascono le unioni sindacali e se ne creano nuove, si cerca di rilanciare il modello aziendale della
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Terni con una gestione unitaria del movimento sindacale e delle forze politiche democratiche. L’esperimento però non dura a lungo, già nel ‘48 già si devono usare dei licenziamenti per raggiungere il risanamento dell’azienda. Viene così meno l’’sperienza della collaborazione, l’idea di un governo della fabbrica in cui gli operai siano protagonisti, rompendo l’ideologia dell’unità di intenti tra fabbrica e classe operaia. A sancire la definitiva fine di un progetto di città in cui si incentravano le speranze, le illusioni, l’immagine di sé della classe operaia sono i licenziamenti di massa del 1953, con 2.700 espulsi dalle acciaierie. In totale gli impiegati nei vari Sevizi della Società Terni passano dai 21.877 della fine del 1947 ai 10.632 di fine anni cinquanta.
“Fu proprio una mazzata tra capo e collo. È stato un bivio quel licenziamento: come troncare, tagliare la rosa ancora non sbocciata.” A.V., operaio
I licenziamenti degli anni cinquanta provocano le prime incrinature del quadro della fabbrica totale, facendo emergere una realtà sociale e culturale più ampia e complessa. Con la nascita della nuova provincia era iniziata l’istituzione di uffici politici, di organi di Stato e di enti pubblici, tutti con competenza provinciale. Lo sviluppo della pubblica amministrazione comincia ad incidere notevolmente sull’assetto demografico della città e favorisce la formazione di un ceto impiegatizio: Terni non è più solo una città operaia. Da questo momento inizia il declino
dell’importanza prevalente della fabbrica nell’amministrazione della città, di pari passo con le espulsioni dei lavoratori e la chiusura dei vari stabilimenti iniziali. Una nuova fase, non più segnata così profondamente dall’industria, inizia nella città. Il Mercato Coperto, con la sua improvvisa voglia di innovazione si pone come spartiacque da un periodo e l’altro. Così, anche l’opera dell’architetto Giani va modificandosi, seguendo i cambiamenti naturali del luogo a cui la sua opera è intrinsecamente legata.
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