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ViaLibera n. 2

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VIALIBERA

EDUCAZIONE CIVICA NELLE CLASSI TERZE Anno II - Numero 2 - Maggio 2022

MIGLIORARE È POSSIBILE All’interno degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, la classe III C ha selezionato il goal n° 5 Raggiungere l'uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze.

Il ruolo della donna nel corso della storia

Le donne dimenticate della scienza

La donna, il ruolo, il corpo, i pregiudizi e i disturbi alimentari

di Andrea Solla

di Aldo Coletta

di Rosa Cerbone


Via Santa Colomba n. 52 82100 Benevento Tel. 0824.362718 Email: bnps010006@istruzione.it PEC: bnps010006@pec.istruzione.it Il progetto è stato interamente realizzato dai ragazzi della classe III C del Liceo Scientifico «G. Rummo» di Benevento, con la supervisione del docente Gaetano Panella.


Una parità «ambigua» «Il cammino verso la parità, verso la conquista dei diritti costituzionali è ancora lungo, fatto di luci e di ombre, di contraddizioni che dobbiamo imparare ad affrontare, in ogni fase della nostra vita, come della nostra storia».

Marilisa D'Amico, la celebre costituzionalista italiana, definisce “ambigua” la parità che tra uomo e donna si è realizzata nel nostro Paese, perché, malgrado la rapidità con cui sono state varate numerose leggi per promuovere l'emancipazione femminile, nei fatti vige ancora un radicato pregiudizio che impedisce alle donne di essere a pieno titolo detentrici del ruolo che occupano. Non è possibile parlare di democrazia ostinandosi a ritenere che la donna sia l'angelo del focolare, la madre benevola dei propri figli, l'equilibrio familiare, la perfetta massaia, tutt'al più una buona segretaria, e non, piuttosto, la lavoratrice responsabile, la dirigente efficace, l'imprenditrice avveniristica, la top manager rivoluzionaria, la politica intraprendente… Se non ci si scrolla di dosso quel retaggio culturale da cui proviene il pregiudizio ancora così forte nei confronti della donna, ci sarà sempre bisogno di leggi che tutelino le donne, considerate evidentemente più deboli rispetto agli uomini. I ragazzi della 3° C, sensibilizzati ad approfondire la questione della parità di genere, hanno indagato in vari settori, per far emergere le contraddizioni dalle quali la nostra società ancora non è capace di liberarsi: il risultato è questa rivista, in cui molteplici e notevoli sono gli spunti di riflessione, per quanto omettano, soprattutto per esigenze di spazio, numerosi esempi di donne che in qualche modo hanno contribuito a percorrere il lungo cammino verso l'emancipazione.


IN QUESTO NUMERO

La posizione della donna nella società di Andrea Solla

pag. 6

Le donne dimenticate della scienza di Aldo Coletta

pag. 10

Un disagio malcelato di Rosa Cerbone

pag. 14

La prima donna italiana nello spazio di Biagio De Lucia, Luca Forgione, Giuseppe Muccillo

pag. 18

Innanzitutto donna! di Lucrezia De Figlio

pag. 20

Nunzia De Girolamo: Dalla politica alla televisione di Sabrina Iarusso, Benedetta Bosco, Letizia Giangregorio, Giuliana Coppolaro, Gabriella Gagliardi, Martina Santoro

pag. 22


Fortissime nello sport di Federica Luciani

pag. 25

Il gender pay gap e l'opinione di Jordan Peterson di Giovanni Campanile

pag. 29

Il gender pay gap e le bufale della rete di Mattia De Minico

pag. 32

Troppo donna per laurearsi di Andrea Schipani

pag. 33

La donna in pittura di Alessia Luciani

pag. 34

Speculazione al femminile di Emanuele Viola, Pompeo Soricelli, Michele Cilenti, Ferdinando Flora, Maria Pisano

pag. 38

Figure di donna di Eleonora Cavalluzzo

pag. 42

La scienza parla attraverso tre donne di Diego Laezza

pag. 44

La musica come valvola di sfogo di Emanuele Vicario

pag. 46


La posizione della donna nella società di Andrea Solla Sin dalle prime forme societarie, dai semplici villaggi primordiali, alle prime città-stato greche, per poi arrivare gradualmente alle prime città urbanizzate e in seguito ai primi stati nazionali, fino alle società globalizzate ed avanguardistiche odierne, la donna ha sempre avuto un ruolo ben delineato, sebbene solo recentemente sia in condizioni di sceglierlo.


Dalle origini ad oggi Nelle società primitive (quelle dell'homo sapiens per intenderci), le donne avevano il compito di raccogliere bacche ed erbe commestibili, o di nutrire i figli, lasciando agli uomini i compiti che richiedevano prestanza fisica, come coltivare orti o costruire capanne. L'idea della minor forza fisica del sesso femminile relega la donna unicamente all'occuparsi dei figli e delle faccende domestiche, consolidando col tempo questa convinzione ed attribuendo alla donna, anche in tempi recenti, questo ruolo.

La scarsa considerazione riservata alle donne è visibile anche nelle città-stato greche (tra l'VIII ed il I secolo a.C. circa), governate da una proto-democrazia che di fatto non comprendeva realmente tutto il popolo, il “demos”, poiché escludeva, oltre agli stranieri ed agli schiavi, proprio le donne, anche quelle greche per nascita e residenza e di ottimo rango sociale, proprio come se esse non avessero il diritto di esprimere la propria opinione politica. Raramente nella storia abbiamo assistito a casi di donne-guerriere oppure di donne al capo di un governo, o, più in generale, con ruoli amministrativi di un certo calibro. Citiamo doverosamente Cleopatra, vissuta tra il 69 e il 30 a.C., e facciamo un piccolo accenno a Wu Zetian, che da concubina di talento diviene imperatrice della Cina nel 655… Poi abbiamo un lasso di tempo enorme, prima di trovarci di fronte a Giovanna d'Arco, la giovane contadina francese del 1400, che prese parte come soldatessa alla Guerra dei Cent'Anni tra la sua patria e l'Inghilterra, ma che, per arrivare al suo intento, dovette fingere di essere un uomo. Altra eccezione di questo periodo riguarda la regina di Inghilterra, soprannominata “the Virgin Queen”, Elisabetta I Tudor, una delle regnanti più famose, importanti ed influenti dei secoli addietro, sia a causa della lunga durata del suo regno, sia per il grande periodo di prosperità vissuto dagli inglesi in quegli anni. Potremmo spendere qualche parola per Caterina II di Russia, cui si devono importanti riforme in campo giuridico ed amministrativo, oltre che il ridimensionamento dei nazionalismi polacchi che le consentiranno di annettere la Polonia alla Russia in pieno periodo illuministico. Al di là di queste figure, che sono le più note e rappresentative dell'emancipazione storica femminile, per arrivare a dei concreti progressi si sono resi necessari diversi secoli, molte battaglie sociali e molta, moltissima tenacia e volontà di abbattere le barriere di un mondo pensato in una prospettiva rigorosamente maschile. Il secolo chiave a riguardo è probabilmente il XIX, poiché, proprio nell'1800, prendono piede i primi movimenti femministi, che si battono affinché le donne godano di maggiori diritti e di maggiore considerazione in ambito sociale, lavorativo, scolastico e politico. C'erano comunque stati dei precedenti progressi, poiché le donne agiate e di buon rango sociale erano considerate madri e mogli rispettabili, potevano frequentare gli istituti scolastici e non erano più soggette ai faticosi lavori domestici, al contrario delle donne provenienti da famiglie più umili, la cui condizione era pressoché la stessa di quella dei secoli precedenti. Ma questi progressi, in fondo, erano immancabilmente dei riconoscimenti provenienti da concessioni degli uomini. La prima piccola rivoluzione avvenne quando, nel 1878, si tenne un congresso sui diritti delle donne a Parigi, promosso in particolare dalla giornalista ed attivista italiana Anna


Maria Mozzoni. La prima grande rivoluzione in questo senso vi fu invece in Inghilterra, con la nascita già nel 1867 della prima associazione per il riconoscimento del diritto di voto anche alle donne, detta National Society for Women's Suffrage, che fu poi chiamata con accezione dispregiativa “suffragette”. Le due maggiori figure di questo movimento furono Millicent Fawcett, che cercò invano di far avvicinare anche gli uomini a queste importanti tematiche, ma soprattutto Emmeline Pankhurst, che promosse fermamente la necessità di permettere anche alle donne di votare e quella di eliminare le differenze di genere in ambito matrimoniale (adulterio e divorzio) e familiare (eredità). Grazie a lei, nacque la Women's Social and Political Union (WSPU), Unione sociale e politica delle donne, basata su manifestazioni e proteste dapprima pacifiche e poi divenute violente ed eccessivamente animate e, perciò, altrettanto brutalmente represse. Il loro fervore sociale culminò nel 1918 con un successo: la conquista del diritto di voto per le donne sposate e per tutte le donne indistintamente; l'anno successivo, poi, l'Inghilterra salutò la prima donna eletta nel Parlamento inglese, Nancy Astor, rieletta anche nel 1928. Tale diritto fu poi conquistato anche dalle donne tedesche nel 1919 e da quelle statunitensi nel 1920, anche se in alcuni Paesi come la Svizzera si dovette aspettare addirittura il 1971. Da qui la strada fu in discesa, con il riconoscimento graduale, più veloce nei paesi più sviluppati, più lento in quelli dell'area orientale del globo, dei diritti fondamentali ed inalienabili (ossia inviolabili dalle leggi, come quello alla vita, alla libertà di pensiero, alla religione ed espressione, all'uguaglianza di fronte alla legge ecc…), e in seguito di tutti gli altri diritti di cui le donne godono oggi, come quelli relativi al divorzio, all'aborto ed all'apertura di alcune carriere lavorative fino ad allora precluse, come quella politica, militare o giuridica. Anche nel nostro Paese le donne hanno dovuto aspettare a lungo prima di vedere i loro diritti riconosciuti dalle leggi italiane. La conquista maggiore in Italia è stata senz'altro quella del diritto di voto nel 1946, con l'introduzione del suffragio universale, ossia della possibilità di votare per chiunque fosse maggiorenne, indipendentemente dal proprio genere. In seguito, nel 1948, la Costituzione ha esteso alle donne il diritto di accedere in condizioni di uguaglianza a tutti gli uffici pubblici ed alle cariche elettive. Da qui, sono state molteplici le leggi e le norme a favore e tutela delle donne, di cui ancora oggi si dibatte, per aggiornarle o promulgarne di nuove. Negli anni '50 e '60 del Novecento sono state emanate leggi circa la tutela della lavoratrice madre, il divieto di licenziamento durante il parto e il congedo di maternità prima e dopo di esso. Nel 1963, le donne sono state ammesse a tutte le cariche, professioni o impieghi pubblici, mentre nel 1960, è stata aperta alle donne la possibilità di far carriera prefettizia (di avere ruoli in prefettura) e diplomatica. Negli anni '70, si è invece discusso di leggi riguardanti il diritto di famiglia, gli asili nido, i consultori (istituzioni sanitarie di supporto a singoli o famiglie richiedenti), la possibilità di abortire legalmente (anche se ancora oggi ci sono i cosiddetti “obiettori di coscienza”, ossia medici che, seppur siano obbligati a farlo, non lo praticano) ed il divorzio (precedentemente permesso solo all'uomo). Infine, nel 1996, la violenza sulle donne (tema di cui ancora oggi si discute animatamente poiché tristemente frequente) è divenuto un reato contro la persona e non più contro la morale. Nel 1999, è divenuta possibile la carriera militare e, più recentemente, nell'aprile 2009, è stata emanata la


legge sullo stalking (persecuzione ossessiva ed opprimente subita indistintamente da uomini, ma soprattutto da donne). Purtroppo, la mentalità retrograda e l'arretratezza sociale caratterizzano ancora la società odierna, in molti settori, in Italia come nel resto del mondo, ancora condizionata da principi di stampo marcatamente sessista. In alcuni ambiti, infatti, la società è tristemente ancora a base patriarcale, ossia una società in cui sono solo gli uomini a “comandare”, con le donne invece destinate a ruoli domestici e casalinghi, come la cura della casa e dei figli. Un esempio di tale arretratezza lo troviamo nel fatto che tuttora il sesso femminile è definito “sesso debole”, riprendendo proprio i principi delle prime società formatesi, e che le donne sono spesso escluse da incarichi politici, manageriali o amministrativi, quando non sono reclutate come “quote rosa”. Più in generale, indipendentemente dall'ambito lavorativo, basta pensare come una buona fetta della nostra società abbia ancora una visione antiquata ed ampiamente superata circa le donne, le loro battaglie sociali, la loro posizione nella società ed il loro corpo, spesso ancora oggetto di mercificazione. Dunque, semplicemente tracciando una sorta di linea temporale del percorso compiuto dalla donna nelle diverse società, possiamo notare degli enormi progressi, poiché nella società odierna le donne godono comunque di ottima considerazione. Ma va ricordato come i progressi non siano mai abbastanza, poiché in alcuni ambiti le donne non sono ancora considerate allo stesso modo dell'uomo. Ad esempio in ambito salariale è ancora ampia la forbice tra gli stipendi medi ricevuti da donne e uomini che esercitano le stesse professioni, il noto “gender pay gap”, il 5% in Italia, ma ben il 14,1% in Europa. Inoltre, va ricordato che anche ciò che noi oggi riteniamo normale e scontato non è universalmente riconosciuto, soprattutto in alcune civiltà (in particolare quelle del mondo arabo e medioorientale, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Iraq ecc.…) e che, come elencato sopra, tali conquiste sono state abbastanza recenti e non sempre sono rispettate da tutti. Questi dati dovrebbero invitare tutti a delle serie e profonde riflessioni sul tema della donna e su tutto ciò che è correlato ad esso, cercando di sensibilizzare coloro che tuttora, per le più svariate ragioni, religiose, educative ecc.., ritengono le donne ancora inferiori e non uguali in tutto e per tutto all'uomo, come dovrebbe essere in una società che si possa definire equa, rispettosa e paritaria, quale, in teoria, la nostra.


Le donne dimenticate della scienza di Aldo Coletta Spesso, pensando alle comunità scientifiche, torna alla mente l'immagine di un rigido e severo istituto inglese, dallo stile classico, con professori all'antica in giacca e cravatta e una popolazione studentesca completamente maschile. Un' po' come quello del celebre film “L'attimo fuggente” per intenderci… La realtà dei fatti è completamente diversa.


Voci mai ascoltate Oggi si può parlare di assoluta parità in questo ambito; a confermarlo è proprio il MIUR in un report annuale sugli atenei italiani. Il 50% degli iscritti nelle università è di sesso femminile. In alcuni casi, la percentuale è, anzi, anche maggiore. Eppure, se oggi venisse fatto un sondaggio chiedendo il primo nome che viene in mente di uno scienziato, quasi sicuramente la risposta generale indicherebbe una figura maschile, e in quei rari casi in cui qualcuno rispondesse con un nome femminile, pronuncerebbe con molta probabilità quello della stimatissima Rita Levi Montalcini.

Lei è stata indiscutibilmente una grande donna e una brava scienziata, però questo non ci permette di archiviare il ricordo di tante altre figure come: Marie Curie, Rosalind Franklin, Françoise Barré-Sinoussi, Maria Goeppert-Mayer… che allo stesso modo sono state dei pilastri per il mondo scientifico. Ovviamente è da tenere in conto che questa rivoluzione al femminile è molto recente: prima erano in pochissime le donne ad accedere in prestigiosi siti di ricerca e altrettanto raro era che le loro voci fossero ascoltate. Spesso le loro grida restavano sospese e finivano negli oscuri meandri di un lontano ricordo. Proprio in onore di tutte quelle voci si vuole ora ridare vita alla storia di tre grandi donne, che hanno davvero cambiato il corso della nostra esistenza, ma che probabilmente nessun lettore aveva mai sentito nominare.

Ada Lovelace Ada Lovelace è probabilmente l'unica figlia legittima di un noto poeta inglese, il cui nome è in questa sede omesso, perché la fama della figlia non si disperda negli onori del padre. In ogni caso, questa parentela le ha permesso di diventare una nobildonna molto conosciuta in Inghilterra intorno al 1830 e di intraprendere un ricco ciclo di studi in ambito matematico. In quel tempo, proprio negli ambienti Londinesi da lei frequentati, venivano avviati importanti studi sui calcolatori, che portarono alla realizzazione della “macchina differenziale” e della “macchina analitica”. Grande contributo alla sua formazione fu la corrispondenza con Charles Babbage, oggi considerato pietra miliare da tutti gli informatici. Nel corso dei suoi studi, Ada scrisse il primo programma informatico della storia, progettato per la generazione dei numeri di Bernoulli (una sequenza di numeri razionali a lungo dibattuta). In effetti rappresentava un vero e proprio software moderno, pronto a girare sulla macchina analitica. La programmatrice inoltre lavorerà a lungo sulle schede forate del Telaio Jacquard, immaginandole come CD o chiavette USB odierne. Il suo grande genio si spingerà addirittura a concetti quali l'automazione e l'intelligenza artificiale, rendendola, di fatto, la madre dell'informatica moderna.


Margaret Ann Bulkley La storia di questa donna è forse una delle più toccanti. Margaret è stata fin da giovane una grande sognatrice. Le piaceva la natura, le piaceva aiutare le persone e ben presto divenne molto legata al mondo della medicina. A quei tempi, però, solo gli uomini potevano praticare un'arte così difficile, ed è quindi costretta ad emigrare. Dall'Irlanda si trasferisce ad Edimburgo, ma durante il viaggio, Margaret scompare ed al suo posto ad Edimburgo ci arriverà un certo James Barry: entrata all'università con questo pseudonimo, otterrà il dottorato nel 1812 e, superato il concorso per la Royal College of Surgeons, diventerà medico chirurgo per l'esercito inglese. Raggiungerà le più alte cariche, otterrà i più importati riconoscimenti. Sarà anche sgridata e accusata più volte a causa del suo carattere un po' espansivo. Ma resterà sempre il grande medico inglese, che per la prima volta nella storia operò un parto cesareo (c'è qualche controversia a riguardo) e che andava girando tra i pazienti con alti stivali dal tacco rosso ed appariscenti camicie ricamate. Margaret tornerà ad essere chiamata con il suo vero nome solo dopo la sua morte, nella commozione generale di tutti i suoi colleghi, di tutti i suoi pazienti, che tanto l'avevano amata.

Emmy Noether Quello di Emmy Noether è forse il nome più conosciuto tra i vari presentati. Lei infatti è stata l'autrice di un grande teorema della fisica e della matematica che prende proprio il suo nome, eppure spesso è dimenticata e sottovalutata. Nacque in Germania nel 1882 da una ricca famiglia ebrea, iniziò subito gli studi scientifici e si laureò con uno studio di algebra astratta. Collaborò con grandi matematici del tempo ed entrò in contatto con Albert Einstein. Lavorò alla formulazione della teoria della relatività generale e per anni cercò di farsi notare in un ambito tanto bello quanto competitivo, come quello matematico. Anche lei, infatti, per insegnare nell'università fu costretta a tenere lezioni sotto un falso nome maschile. Dietro la sua lungimirante carriera si nascosero anche vari anni di lotte contro il regime nazista: in quanto ebrea si scontrò con Adolf Hitler e nel 1933 fu costretta ad emigrare. Trovò rifugio negli Stati Uniti, ma pochi anni dopo morì per una ciste ovarica. Alla scoperta della sua morte, Einstein dedicò a lei una breve lettera che recitava: “Gli sforzi della maggior parte degli esseri umani si consumano nella lotta per il loro pane quotidiano, ma la maggior parte di quelli che sono, per caso o per qualche dono speciale, sollevati da questa lotta sono largamente assorbiti nell'aumentare ulteriormente i loro possessi terreni… Ma c'è, fortunatamente, una minoranza composta da coloro che riconoscono presto nelle loro vite che le esperienze più belle e soddisfacenti aperte all'umanità non sono derivate dall'esterno, ma sono legate allo sviluppo del proprio individuale sentire, pensare e agire. I vari artisti, ricercatori o pensatori sono sempre persone di questo tipo. Per quanto la loro vita trascorra in sordina, pur tuttavia i frutti dei loro sforzi sono i più fondamentali contributi che una generazione può lasciare alla successiva. Pochi giorni fa una insigne matematica, il Professor Emmy Noether, prima appartenente all'Università di Gottinga e negli ultimi due anni al college Bryn Mawr, è morta a 53 anni. Nel giudizio dei matematici più competenti, la Signorina Noether era il più significativo e creativo genio matematico apparso finora da quando è iniziata l'educazione universitaria delle donne” È dunque possibile dimenticare donne così grandi? È possibile, gettare nel vuoto i loro sacrifici? È possibile gettare nel vuoto i loro nomi?


Dopo la sua morte, George Graham dell’Ufficio del Registro Generale chiedeva al dottor D. R. McKinnon, che aveva redatto il certificato di morte accertando la sessualità maschile del dottor Barry, se fosse stato a conoscenza del segreto del dottore. Questa la sua risposta.

Signore, Conoscevo intimamente il dottore da molti anni, sia a Londra che nelle Indie occidentali, e non avevo mai sospettato che il dottor Barry fosse una donna. L'ho assistito durante la sua ultima malattia, (in precedenza per la bronchite e l'affetto per la diarrea). In un'occasione dopo la morte del dottor Barry presso l'ufficio di Sir Charles McGregor, c'era la donna che ha svolto gli ultimi incarichi per il dottor Barry che stava aspettando di parlare con me. Voleva ottenere alcuni prerequisiti [sic in source, ma deve essere un lapsus per i privilegi, i "vantaggi"] del suo impiego, che la signora che teneva l'alloggio in cui è morto il dottor Barry si era rifiutata di darle. Tra le altre cose ha detto che il dottor Barry era una donna e che io ero un bel dottore per non saperlo e non le sarebbe piaciuto essere assistito da me. L'ho informata che non erano affari miei se il dottor Barry era un maschio o una femmina, e che pensavo che non potesse essere nessuno dei due, vale a dire. un uomo imperfettamente sviluppato. Ha poi detto che aveva esaminato il corpo, ed era una femmina perfetta e più lontano che c'erano segni di lui che aveva avuto un figlio quando era molto giovane. Ho quindi chiesto come hai fatto a trarre questa conclusione. La donna, indicando la parte inferiore dello stomaco, ha detto "dai segni qui. Sono un sposato [sic] donna e madre di nove figli e dovrei saperlo. " La donna sembra pensare di essere venuta a conoscenza di un grande segreto e desiderare di essere pagata per mantenerlo. L'ho informata che tutti i parenti del dottor Barry erano morti, che non era un mio segreto e che la mia impressione era che il dottor Barry fosse un ermafrodita. Ma se il dottor Barry fosse un maschio, una femmina o un ermafrodita non lo so, né avevo alcuno scopo nel fare la scoperta poiché potevo giurare positivamente che l'identità del corpo fosse quella di una persona che avevo conosciuto come Ispettore generale degli ospedali per un periodo di anni. Cordiali saluti, D.R. McKinnon


Un disagio malcelato di Rosa Cerbone

«Non mi sono mai piaciuta» non è una semplice frase: è il titolo del libro di Valentina Dallari, una dj nota anche al pubblico televisivo, che ha sofferto di disturbi alimentari ed ha avuto il coraggio non solo di affrontarli, ma anche di parlarne e di gridarli al mondo. Ha cercato, così, di normalizzare un aspetto rilevante della nostra vita, che erroneamente si tende a nascondere perché lo si considera una vergogna, frantumando il legame che associa la vita dei personaggi celebri ad un ideale di perfezione.


C'è un filo che lega la disparità di genere ai disturbi alimentari: Valentina era popolare, talentuosa, una modella, ma già dopo le sue prime apparizioni in tv qualcosa in lei è cambiato, voleva di più, aspirava ad essere più magra, più alta, più bella, più… più… più... Le critiche, i commenti, i giudizi altrui… Dopo aver letto il suo libro ho chiuso gli occhi e unendo le mie esperienze con quelle di Valentina nella mia mente ho cominciato a pensare…: «Una bella ragazza, una bella donna, una bella… In tv tutte magre, sui social tutte perfette, nella realtà tutte classificate: troppo magra, “ciotta”, senza forme, troppo formosa, troppo alta, nana, stupida, senza gusto, troppo eccentrica, volgare, santarella, facile, asociale… Sono donna e sento la necessità di essere bella per definirmi tale; la società associa la mia figura a bellezza ed eleganza; ma anche sul manuale di italiano, sui dipinti in arte è da sempre così. Tutte belle le donne in tv, le veline, le ballerine, le giornaliste… tutte magre alte: mi sento rinchiusa nei limiti che la società mi dà. Come posso ambire a diventare qualcuno se non arrivo a un determinato numero di centimetri, o se sono oltre un numero preciso di chili? Posso avere tutti i talenti che voglio, ma non potrò mai emergere se non sono bella… E allora perché mi sforzo a fare qualcosa? Allora cancello tutti i miei obiettivi, così però cado in depressione, allora io continuo, mi alleno, mi alleno, mi alleno… Ma non arrivo ad essere quello che voglio, allora digiuno, così forse sarò come aspiro ad essere, posso fare a meno del cibo, ed ecco che sprofondo in un circolo vizioso di pensieri distruttivi, amenorrea, sottopeso, insoddisfazione, disturbi alimentari, critiche, cliniche… Però poi mi guardo e forse mi vorrebbero con più forme e allora mangio, mangio, mangio e poi vomito tutto, bulimia, ma ancora una volta mi danno solo della malata, non sono ancora soddisfatta, non so più neanche cosa voglio, come voglio essere? Da una parte cerco attraverso digiuni e abbuffate l'approvazione degli altri, degli uomini; paradossalmente cerco di lottare contro questi pregiudizi e pubblico articoli sulla normalizzazione delle diverse forme fisiche, sull'amor proprio… Mi copro perché ho vergogna del mio fisico, ma contemporaneamente vorrei scoprirmi perché forse così qualcuno mi noterà… Sono spaesata, mi sono persa, non trovo più i miei obiettivi: cosa devo fare…? Cosa…? Odio questa società, perché mi lacera, mi sperde, mi fa male, sono stanca»… I disturbi alimentari sono presenti con percentuale maggiore nelle donne; il rapporto tra prevalenza nelle donne e negli uomini si attesta tra 1 a 6 e 1 a 10. Nella popolazione adolescente, però, tra il 19% e il 30% degli anoressici sono maschi. Anoressia e bulimia colpiscono tutte le classi sociali statunitensi e tutte le componenti etniche, addirittura la giornata del 15 marzo è stata intitolata “Giornata del fiocco lilla per la prevenzione dei disturbi alimentari”. Con questi dati comprendiamo che la critica, l'insulto alla ragazza, alla donna considerata “meno bella” rispetto ad altre non si limita all'imbarazzo momentaneo, ma comporta un cambiamento drastico nell'atteggiamento verso la vita.

Valentina in libreria Valentina Dallari è nata a Bologna nel 1995. DeeJay e influencer, oggi anche scrittrice, ha partecipato all’edizione 2014-2015 di Uomini e donne come tronista. Non ha fatto mai mistero dei suoi problemi con l’anoressia, che ha raccontato nel suo libro Non mi sono mai piaciuta (edito da Piemme) ed anche sui canali social, che la vedono circondata da numerosissimi follower. Dinamica e volitiva, ha anche un passato di atleta di pallavolo, uno sport che ha dovuto abbandonare per via di un infortunio, che l’ha tenuta per molto tempo distante da ogni attività agonistica: è l’inizio del suo declino psico-fisico. Il distacco dallo sport contribuisce non poco ai suoi seri successivi problemi di disturbi alimentari. A gennaio 2022 è uscito, sempre per le edizioni Piemme, il suo nuovo libro dal titolo Uroboro. Viaggio eterno nelle crepe dell’anima.


Ho cercato prove concrete e maggiormente attendibili in una persona che avesse conoscenze più specifiche rispetto alle mie sulla televisione, sulle donne, sull'alimentazione, l'allenamento… Ho scelto Andrea Miccio, perché proprio lui? Chiamato anche “allenatore degli influencer”, è un personal trainer di 26 anni, che ha creato “Team A. M.", in cui dà consigli sull'allenamento, sull'alimentazione e aiuta diversi influencer e ragazzi ad amarsi. Ha partecipato a programmi tv con grande seguito ed ha molta influenza soprattutto sui giovani. Mi sono rivolta a lui per l'aspetto professionale, per le sue conoscenze da personal trainer e per la credibilità indiscutibile, testimoniata dal grande seguito di follower, soprattutto adolescenti, la fascia della popolazione più facilmente condizionabile. Ho posto a lui alcune domande: Alcune statistiche affermano che i soggetti che maggiormente soffrono di disturbi alimentari sono donne e ragazze; nella tua esperienza da personal trainer hai riscontrato conferme di questa tesi? Andrea Miccio: Per quanto riguarda la mia esperienza personale posso dirti che ho lavorato per entrambi i sessi con persone che soffrivano di problematiche alimentari. Probabilmente queste statistiche sono veritiere, ma io lavorativamente parlando ho avuto modo di lavorare sui disturbi alimentari sia di uomini che di donne. D. A prescindere dai disturbi alimentari, alla tua figura si rivolgono più donne o uomini? A. M. - Come avrai già inteso, lavoro con entrambe le figure. Anche il mio team è composto da donne e uomini. È un dato variabile a seconda del periodo e dei risultati che otteniamo. Comunque non pecchiamo da nessun versante e siamo aperti a qualsiasi tipo di cliente. L'unico requisito richiesto è la volontà di volersi mettere in gioco e impegnarsi. D: Hai partecipato ad alcuni programmi televisivi, conosci bene quindi questo ambiente: pensi che la televisione abbia influito sulla diffusione di disturbi del comportamento alimentare?


A. M. - La televisione è un potentissimo mezzo. Può essere estremamente efficace e utile se usata in modo giusto e consapevole. Purtroppo può anche essere nociva se sfruttata in modo errato. D: Pensi che nella televisione le donne abbiamo le stesse opportunità dell'uomo? A. M. - Penso che oggi, almeno nel nostro Paese, ci siano le stesse opportunità per una donna. La discriminazione, in questo caso sul sesso, purtroppo oggi esiste ancora. Ma da noi, anche nel mondo della televisione, queste “barriere” non dovrebbero più esistere. Poi ovvio che ci sono ancora, ma sicuramente rispetto a una volta c'è un altro approccio e il modo di vedere è differente. I disturbi alimentari sono come macchie di petrolio nel mare, sono ardui da rimuovere. La macchia di petrolio è diventata difficile da levare nel momento in cui i pesci hanno iniziato a berla, i delfini a nuotarci… E intanto si è diffusa. La macchia di petrolio è il pregiudizio, la superficialità, che si diffonde mentre la televisione, il mondo della moda, le relazioni fra uomo e donna, come i pesci, se ne nutrono. Allora dobbiamo solo aspettare che si diffonda? Come afferma Andrea Miccio, la televisione è un grande mezzo, può essere la scintilla che può far scoppiare l'incendio o la scintilla che innesca i fuochi d'artificio, che segnino un inizio: dobbiamo stabilire noi come indirizzare questa scintilla e fare in modo che attivi uno spettacolo vivace nel cielo e non un devastante incendio. Per indirizzare questa scintilla serve informazione, coraggio di parlare, di normalizzare; serve il coraggio di Valentina Dallari, l'informazione e la consapevolezza. Una persona che soffre a causa di questi disturbi non può restare sola nella sofferenza, ha bisogno aiuto, deve prendere consapevolezza di soffrire di DCA, deve essere informata sulle cause in modo da poterle isolare ed eliminare. Informazione, coraggio e consapevolezza sono le scintille giuste, quelle che evitano l'incendio e creano un nuovo inizio.


La prima donna italiana nello spazio di Biagio de Lucia Luca Forgione Giuseppe Muccillo Attualmente in viaggio con l’equipaggio della Crew-4 alla volta della Stazione Spaziale Internazionale, Samantha Cristoforetti è la prima italiana ad aver fatto parte degli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea. Insignita di innumerevoli riconoscimenti, persino la Mattel le dedica una Barbie...


Passione spaziale Negli ultimi 60 anni la maggior parte delle scoperte in ambito aerospaziale è stata compiuta da figure maschili. Tuttavia, negli ultimi tempi ci sono stati anche personaggi femminili, tra cui una figura italiana, che si sono fatti valere in questo campo. La Cristoforetti ha iniziato a muovere i primi passi nel 2001 entrando in Aeronautica militare. La giovane astronauta ha conseguito la laurea in scienze aereonautiche presso l'Università Federico II di Napoli nel 2005. Dopo l'ottenimento di tale titolo di studio è stata inviata negli Stati Uniti per completare l'addestramento, che conclude nel 2010.

Sono passati solo quattro anni dal conseguimento della laurea quando, il 23 Novembre 2014, la Cristoforetti parte per la sua prima spedizione nello spazio dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakhistan. La missione ISS EXPEDITION termina dopo ben 200 giorni, atterrando l'11 giugno 2015 nel medesimo paese. Attraverso questa missione la Cristoforetti ha ottenuto ben due primati: il primo è quello di prima donna italiana nello spazio, il secondo è il record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo (199 giorni). Per dimostrare a tutte le donne che imprese del genere non sono impossibili per il mondo femminile ha scritto un libro intitolato “Nello spazio con Samantha”, in cui racconta in prima persona la sua incredibile esperienza nella Stazione spaziale. Ci parla di come si prepara una missione spaziale, di come è fatta la Stazione; illustra da chi è composto l'equipaggio delle spedizioni a cui prende parte, tutti gli esperimenti scientifici che sono stati svolti e soprattutto descrive la sua vita quotidiana che svolgeva nello Spazio. Inoltre, i soldi ricavati dalla vendita di questo libro autobiografico sono stati tutti donati all'Unicef, associazione di cui è diventata ambasciatrice. Un anno fa l'Agenzia spaziale Europea (ESA), ispirandosi ai successi ottenuti dall'astronauta italiana, ha emanato una disposizione per incentivare ed incoraggiare in particolar modo le donne a cimentarsi in questo campo. Per di più, la neo-mamma è stata intervistata su un tema molto caldo nei genitori più giovani: il ruolo papà-mamma. Infatti noi oggi siamo stati abituati, a causa delle nostre tradizioni, ad una famiglia in cui il padre ha il compito di sostenere finanziariamente la famiglia, mentre la madre è responsabile delle faccende domestiche e della cura dei bambini. Samantha con una dichiarazione ha espresso il suo parere su tale questione, definendo “mammo” tutti quei padri che hanno un approccio eccessivamente protettivo e che si prendono cura dei loro figli come se fossero delle mamme. Facendo intendere non che i papà non debbano badare ai propri bambini, bensì che non devono ostentare quest'atteggiamento in modo da sostituire il ruolo delle “mamme”. Pochi giorni fa, la nostra eroina è partita per un altro dei suoi viaggi per la stazione spaziale Harmony che durerà sei mesi: siamo in attesa di provare ancora grandi soddisfazioni!


Innanzitutto donna! di Lucrezia De Figlio Nella storia dell'Italia non mancano esempi di donne che, sia pur a costo di enormi sacrifici, sono riuscite ad affermarsi. Sono donne forti, importanti, decise, donne emerse da condizioni di vita spesso insostenibili. Una di queste è la poetessa Alda Merini: una di quelle donne capaci di parlare direttamente al cuore, anzi alle viscere della gente, per raccontare la vita senza orpelli, ma con la soavità del linguaggio poetico, in grado di accarezzare anche quando ti aggredisce.


Dal letame nascono i fiori... È la poetessa italiana per eccellenza, una persona di grande cuore, che ha intrapreso la carriera da scrittrice con l'abitudine e il piacere di regalare i suoi libri, non conservandone nessuno: per lei conserva solo i sentimenti che la animano, cioè “i suoi ricordi”, che spesso legge a chiunque. Merini racconta che la sua poesia nasce dal fango della sua vita, trattato come l'argilla per uno scultore.

La passione della scrittura si presenta quando era bambina ed aiutava il padre con i lavori da assicuratore. Già nei primi anni di scuola eccelle in tutte le materie e all'età di 10 anni vince il premio italiano delle giovani poetesse. Alda si sposa con Ettore Carniti, panettiere e uomo completamente diverso da lei e per non soccombere alle incomprensioni nella coppia, la donna continua a scrivere poesie: per lei la poesia è il vero amore, ciò che la allontana dai problemi quotidiani. Alda Merini è una “poetessa maledetta”, soffre di crisi depressive, scrive qualcosa che non sempre chi legge riesce ad apprezzare, perché ferisce, lacera, fa male: scrive semplicemente la verità. Per la sua sofferenza psichica viene rinchiusa in manicomio, dove scrive brani nei quali emerge fortemente il disturbo bipolare che la affligge. La considerano pazza per la sua schiettezza, ma proprio a causa delle “ombre” che la perseguitano, resterà in una clinica psichiatrica per ben otto anni, durante i quali pubblica due libri che in poco tempo lasciano emergere il suo indiscutibile talento poetico. Sconvolta dall'esperienza manicomiale, attraversa un lungo periodo di silenzio, personale ed editoriale, conclusosi soltanto con la pubblicazione del suo “La Terra Santa”, che le vale nel 1993 il premio Librex Guggenheim Eugenio Montale. Ignorata per molti anni, durante i quali i ricoveri in clinica si alternano a periodi di permanenza in casa, Alda ha ormai ripreso la sua attività di scrittura, con la quale si afferma definitivamente, affiancando i più grandi poeti contemporanei. Per Alda la scrittura è una terapia interiore: nelle sue poesie si leggono trame che si affacciano su un mondo che lacera l'anima. I suoi versi sembrano non aver mai fine. Inoltre scrive aforismi, perché vuole arrivare dritto al cuore delle persone. Negli aforismi si legge come amore e morte siano sempre legati, e l'amore a volte fa più male della morte; si legge la sua fierezza nel definirsi una donna coraggiosa; si legge il dolore della sua malattia. Alda Merini è stata e sarà anche un punto di riferimento per tantissime persone, infatti i suoi scritti sono adorati da grandi e piccoli. Uno degli aforismi che mi piace di più è: «Se cerchi un tesoro devi cercarlo nei posti meno visibili, non cercarlo nelle parole della gente, troveresti solo vento. Cercalo in fondo all'anima di chi sa parlare con i silenzi».


Da bambina giocavo a fare l’avvocato! di Sabrina Iarusso, Benedetta Bosco, Letizia Giangregorio Giuliana Coppolaro, Gabriella Gagliardi, Martina Santoro Nella realtà sannita, pensando a coloro che partendo da zero ce l'hanno fatta, un nome lampante è quello di Nunzia De Girolamo. Beneventana, avvocato di successo, giovane deputata per la destra berlusconiana, a meno di quarant'anni è Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Abbandonata la carriera politica si dedica con successo all'attività giornalistica, prima nei programmi di Massimo Giletti, poi in Ciao Maschio, un format tutto suo, che da due anni va in onda in seconda serata su Rai 1.


L’ambizione italiana di una sannita decisa La donna, colei che doveva occuparsi della casa, dei figli e del marito. La donna, colei che non aveva nessun ruolo e veniva costretta ad essere sottomessa all'uomo. La donna, colei da utilizzare come un oggetto e da comandare a piacimento. Un'indipendenza negata, un'identità nulla, una vita limitata e costretta al minimo indispensabile. È stato arduo e lento il cambiamento, durante la storia: di anno in anno un piccolo passo avanti, per la conquista di qualcosa che in realtà sarebbe dovuto essere scontato… uguali diritti.

Oggi, fortunatamente, non è più così grazie alle numerose donne che hanno lottato per loro stesse e per tutte le altre. Contattiamo Nunzia De Girolamo per chiederle un'intervista: non fa difficoltà, anzi, ci si concede con garbo ed entusiasmo, incontrandoci via Skype e rendendosi disponibile a rispondere in maniera semplice e genuina alle nostre curiosità riguardo al suo percorso. Ci ha raccontato di una Nunzia bambina, che preferiva giocare a fare l'avvocato con sua sorella piuttosto che giocare con le bambole, desiderando di rendere quello che per lei era solo un passatempo il suo progetto di vita e il suo futuro. Se la Nunzia di adesso ripercorresse i momenti in cui i suoi piani erano solo delle ambizioni, potrebbe sorridere a quella piccola sognatrice e sentirsi realizzata anche oltre le sue aspettative. Il suo percorso non è stato privo di difficoltà e momenti bui, ma, come afferma Luis Sepùlveda, “vola solo chi osa farlo”. L'escalation della sua carriera inizia nel momento in cui, conseguita la laurea in Giurisprudenza presso “La Sapienza” di Roma, si avvicina al mondo della politica, diventando coordinatrice di una lista elettorale nella sua Benevento. Successivamente viene eletta deputata, ed è da lì che nel 2013 arriverà a rivestire la carica di Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. Nunzia De Girolamo ci ha trasportato per un momento in questo mondo politico, da sempre appannaggio dell'universo maschile, illustrandoci quanto sia stato complicato imporre la propria idea. «Non è stato difficile - dichiara la De Girolamo - ma difficilissimo, poiché ho vissuto la doppia problematica: il settore agricolo non ha un ruolo centrale nella politica ed è poco ascoltato, soprattutto se a rappresentarlo è una donna. Il combinato disposto di queste due caratteristiche è stato esplosivo per me. Ho dovuto dare fondo al mio essere sannita e al mio carattere forte e mi sono letteralmente imposta nel consiglio dei ministri, talvolta facendo anche leva sui buoni rapporti con alcuni di quest'ultimi. Devo dire, però, che nonostante le battaglie, le leggi, i provvedimenti, la sensibilizzazione, in politica c'è ancora un grande e forte maschilismo, contro il quale io stessa ho combattuto.» Una donna che decide di intraprendere un percorso politico è costretta a trascurare la propria vita privata e i propri hobby: come lei stessa ha testimoniato, è difficile trovare un'equilibrata conciliazione tra lavoro e famiglia. Le chiediamo cosa l'abbia spinta ad impegnarsi in politica e se si sia mai pentita di aver compiuto quella scelta. La sua risposta è decisa: «Mi ha spinto l'amore per l'altro! Io adoro stare in contatto con le persone, occuparmi della risoluzione di problemi e la politica è uno strumento che consente, attraverso gli strumenti legislativi e il dibattito, di lottare nell'interesse del bene collettivo e della società. Ho amato molto la politica, non l'avrei mai lasciata, non ho scelto di abbandonarla, ma sono stata cacciata, e quando è successo ho deciso di non cambiare casacca. Scelsi pertanto di stravolgere la mia carriera professionale, ma se avessi potuto sarei rimasta lì, perché nonostante tutte le difficoltà che c'erano era quella che mi rappresentava di più, quella che mi avvicinava all'aiuto degli altri.» La nostra conversazione ci conduce all'inesistenza di differenze mentali tra uomo e donna, ma riflettiamo sul fatto che anche a livello normativo sembra che il pregiudizio persista in maniera tutt'altro che silenziosa, come dimostra anche il fatto che si disponga “per legge” un numero minimo di donne nelle liste delle competizioni elettorali (quasi a cercare di convincere l'elettore di non preoccuparsi di votare una donna… in fondo è brava lo stesso). Le chiediamo: «Ma secondo lei, perché le donne sono ancora così poche in politica? Sono restie a proporsi, sono ancora tenute lontane o cosa…?». N. D. G. - «La quota rosa è tuttora minima nella politica per due motivazioni in particolare. Una donna che decide di intraprendere un percorso politico è costretta a trascurare la propria vita privata e i propri hobby. Il pregiudizio che ci è stato nel tempo ha tenuto ancora più lontane le donne, che a volte, sono state utilizzate come specchio per le allodole, piuttosto che come teste pensanti che partecipavano alla vita democratica del paese». Facendo un passo avanti nella sua carriera, Nunzia ci ha descritto anche la sua esperienza nel mondo dello spettacolo e della televisione, sottolineando, il divario più grande con la politica: il peso di essere donna. Domanda - Lei è conduttrice di “Ciao maschio”, definito “un esperimento sociologico che vuole indagare l'universo maschile”, perché, a quanto lei sostiene, “per permettere alle donne di vincere le loro battaglie è necessario ascoltare gli uomini”. Come mai ha deciso di intraprendere questo viaggio alla scoperta del mondo maschile e non di quello femminile. N. D. G. - «Noi donne siamo più tendenti a parlare e ad esprimere le nostre emozioni, le fragilità, le debolezze; invece, da parte del maschio c'è una predisposizione a 23


nascondersi, sia da piccolo sia da grande. Proprio per questa ragione mi piaceva l'idea di esplorare il mondo maschile. Culturalmente bisogna confrontarsi per sradicare il pregiudizio verso la donna: senza l'integrazione e il confronto con l'altro sesso non arriveremo mai a quegli obiettivi, cui tanto auspichiamo. Dobbiamo imparare ad ascoltare chi è diverso da noi. Io essendo una donna ero curiosa di sentire la loro opinione e ho cercato di creare un rapporto intimo, di confidenza verso di me, che poi potesse anche essere un esperimento per chi da casa segue ed osserva la figura maschile». D. - Essere donna ed essere meridionale comporta, in base alla sua esperienza più difficoltà di inserimento nel tessuto sociale? N. D. G. - «L'essere meridionale e il mio luogo d'origine mi hanno posto ulteriori ostacoli lungo la mia carriera politica, sin da quando sono arrivata in parlamento con la vecchia Lega e i diversi pregiudizi che l'accompagnavano. Nonostante questo, sono stata in grado di affermarmi per quello che sono, non per la provenienza, la carta d'identità o il genere sessuale, ed è ciò che consiglio di fare a coloro che vogliono intraprendere il mio stesso percorso. Ma mentre nel contesto politico, la provenienza meridionale e il mio accento, sono sempre stati punti a sfavore, in quello televisivo sono una risorsa». Abbiamo conosciuto una donna forte, determinata, indipendente, che crede nei suoi principi, che affronta il mondo con i suoi ideali, lottando affinché il suo nome e la sua persona venga riconosciuta. Il pregiudizio non è stato sufficiente a fermarla, ha continuato a combattere per avere un'identità nel campo politico per poi, come abbiamo visto, continuare nel mondo mediatico. Cambiare il proprio lavoro e stile di vita è difficile, ma Nunzia ci è riuscita egregiamente, infatti nella sua vita non ha seguito un'unica strada, ma ha lasciato aperte delle porte, con la costante di un unico obiettivo: sconfiggere il pregiudizio femminile. In questo modo abbiamo potuto conoscere una parte di Nunzia De Girolamo che abbiamo apprezzato ancor più di quello che la ormai affermata conduttrice televisiva dà a vedere di sé.


Fortissime nello sport di Federica Luciani Quando pensiamo alle differenze tra uomini e donne le prime cose che ci vengono in mente sono le loro differenze fisiche. Infatti, anche se mentalmente entrambi hanno le stesse caratteristiche, fisicamente è innegabile che non siano uguali.


Differenza, non inferiorità L'uomo risulta avere uno scheletro più robusto, dotato di ossa più lunghe e pesanti di quelle femminili e di conseguenza riesce a sostenere un peso muscolare maggiore. Inoltre i piedi risultano mediamente più lunghi, con un risultato più vantaggioso in termini di velocità. Lo scheletro femminile presenta, a parità di altezza, braccia più corte e spalle più strette: questo rende le leve delle donne meno potenti anche nell'espressione della forza muscolare.

La maggiore differenza tra i due sessi sta nelle ossa del bacino: nella donna le pareti delle anche sono più esili, il bacino appare più basso, più largo e svasato. Questa differente morfologia abbassa il centro di gravità rendendo il corpo femminile più stabile. Ma quindi la donna non deve praticare sport? No! Ognuno, in base alle proprie possibilità, deve provare a mettersi in gioco. Ad attestare ciò c'è la “Carta dei principi dello sport per tutti”, la quale, redatta nel 2002, recita così nel suo primo articolo: “Praticare sport è un diritto dei cittadini di tutte le età e categorie sociali”. Nonostante ciò, lo sport è sempre stato un mondo fortemente maschilista e, di conseguenza, le donne hanno dovuto lottare parecchio per conquistarsi il loro posto. Non a caso, la storia dello sport è stata a lungo caratterizzata da una netta predominanza maschile. Anche oggi, in realtà, gli uomini prendono parte con più frequenza a queste attività, ma c'è anche da aggiungere che gli sport maschili sono maggiormente seguiti e retribuiti.

La storia dello sport femminile Lo sport è sempre stato associato ai concetti di forza e fatica, ben lontani dalle idee di donna gentile e aggraziata. Solo nel 1800 le donne inglesi e francesi iniziarono a prendere parte ad alcuni giochi di movimento che si iniziavano ad avvicinare al concetto di sport. Anche molto tempo prima, durante le antiche Olimpiadi greche, le donne erano tenute fuori dalle competizioni sportive, perché considerate non degne di prendervi parte. Vi fu solo un'eccezione nella storia delle Olimpiadi: Cinisca. Ella era la figlia dell'imperatore di Sparta Archidamo II e partecipò alla novantaseiesima edizione delle Olimpiadi. La cosa più sorprendente è che non solo gareggiò alla corsa dei quattro cavalli, una delle gare più importanti, ma vinse anche. Ciò è la prova delle indiscutibili capacità femminili. La vera svolta femminile nello sport avviene tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, periodo in cui i movimenti femministi portarono alla diffusione di discipline come il fitness e l'aerobica in Occidente. Ciò condusse ad una rivalutazione del corpo femminile.


Proprio in quegli anni Sara Simeoni vinse il salto in alto e detenne il record per ben 36 anni. Un'altra campionessa a livello mondiale è Martina Navratilova, una tennista nata nella Repubblica Ceca, che dopo aver vinto ben 59 gare nel Grande Slam e aver primeggiato in tutte le specialità del torneo, venne inserita nella International Tennis Hall of Fame, detenendo così i record assoluti, sia a livello femminile che maschile. Un'altra donna che ha sicuramente contribuito al coinvolgimento femminile nello sport è Caster Semenya, vincitrice del campionato mondiale degli ottocento metri nel 2009, a soli 19 anni. Nonostante questa vicenda gratificante, le viene chiesto durante un'intervista se fosse nata maschio a causa dei suoi lineamenti "maschili". Dopo che l'accusa venne smentita dal certificato di nascita della ragazza, le venne fatto un test di femminilità dalla Federazione Internazionale di atletica leggera. In seguito ad altre vittorie le venne vietato di prendere parte alle gare se non si fosse prima sottoposta a cure ormonali a causa della produzione al di sopra della media di testosterone. Nel 2011 la Federazione Internazionale di Atletica leggera impose delle soglie di testosterone alle atlete. Caster e molte altre ragazze vennero escluse per molto tempo dalle gare, nonostante nel frattempo abbiano provato ad appellarsi a varie corti di giustizia. Solo dopo aver lottato a lungo riuscirono a dimostrare la mancanza di un legame tra il testosterone e le prestazioni sportive. Nel 2018 la Federazione impose nuovamente a Caster di sottoporsi a cure ormonali e di conseguenza la ragazza non prese più parte a gare di atletica leggera. La storia di Caster è solo uno dei tanti esempi che si possono fare per comprendere la disparità tra uomo e donna, creata solo ed unicamente dall'uomo stesso. A dimostrazione di ciò, vediamo come Caster sia stata ostacolata lungo il suo percorso a causa del suo successo che, a quanto pare, spaventa gli uomini a tal punto da metterla fuori gioco. Dopotutto, questi gesti non si possono che interpretare così: non sono le donne ad essere inferiori agli uomini, ma sono gli uomini stessi che non ci permettono di dimostrare chi davvero siamo. Con 265 combattimenti di boxe alle spalle, Sarah Ourahmoune vanta un incredibile record di successi sportivi. È stata 10 volte campionessa francese, 3 volte campionessa dell'Unione Europea, oltre a vicecampionessa olimpica nel 2016. All'età di 14 anni è entrata in un club di boxe per caso. Ha avuto la fortuna di incontrare un allenatore che l'ha accolta e sostenuta fin da subito. Non sono mancati, però, numerosi ostacoli nella vita sportiva di Sarah. Alle origini, la boxe era infatti uno sport principalmente riservato agli uomini ed è solo a partire dal 1999 che il campionato inglese di boxe ha permesso alle donne di partecipare. Campionessa francese a 17 anni,


domina nella semifinale del campionato del mondo amatoriale in Cina nel 2008. Nel 2012, aprono tre categorie di peso femminile ai giochi olimpici. Non riesce a qualificarsi. Si prende una pausa, diventa madre e riprende la boxe nel 2014. Oggi, anche se ha smesso di gareggiare, continua la sua lotta come madre, allenatrice e vicepresidente responsabile degli atleti e della diversità presso il Comitato Nazionale Olimpico e Sportivo Francese. Ha anche aperto la sua palestra di boxe, Boxer Inside. Se parliamo di campionesse, non possiamo non nominare Federica Pellegrini, considerata la più forte nuotatrice della storia del nuoto azzurro. Ha vinto 19 medaglie mondiali e due medaglie olimpiche ed è l'attuale detentrice del record mondiale nei 200 stile libero. Nel 2008 a Pechino è diventata la prima nuotatrice italiana di sempre a divenire campionessa olimpica. Fa il suo esordio nel nuoto internazionale a soli 15 anni, nuotando come staffettista della 4 x 100 stile ai mondiali di Barcellona del 2003. L'anno successivo gareggia in tutte le distanze dai 50 ai 400m stile libero, e stabilisce in ognuna di queste il nuovo primato nazionale. Federica Pellegrini ha realizzato ben 11 volte il record del mondo, inoltre ha vinto 26 ori internazionali, 3 medaglie olimpiche, 19 medaglie mondiali, 37 medaglie europee, 181 podi italiani e 130 titoli assoluti. Tutte queste donne non possono che porre in chiara evidenza il valore di tutto il genere femminile che, in realtà, non si differenzia molto da quello maschile. I traguardi conquistati sono tanti, così come i riconoscimenti, ma dobbiamo lottare ancora a lungo per far sì che ogni donna non si senta mai inferiore ad un uomo, perché di fatto non lo è.


Il gender pay gap e l'opinione di Jordan Peterson di Giovanni Campanile Il gender pay gap è un argomento di cui si parla molto. In tutto il mondo esiste ancora una discriminazione per quanto riguarda le remunerazioni di donne e uomini: capita molto frequentemente che donne che svolgano le stesse mansioni di un uomo vengano pagate molto meno. Le donne di tutto il mondo stanno combattendo da tempo per ingiustizie di questo tipo e molte di loro hanno anche attirato l'attenzione più di altre, finendo a discutere sull'argomento del pay gap anche in importanti programmi trasmessi in tutto il mondo.


Discutibile uguaglianza...? Jordan Peterson un famoso quanto controverso psicologo e accademico canadese, ha fatto il suo ingresso in scena in numerosi programmi televisivi e, in un modo molto originale, ha smentito diverse affermazioni di femministe attive.

In un video del 16 gennaio 2018, Jordan Peterson compare in una edizione di un importante notiziario britannico in onda su Channel 4 News. In questa intervista lo psicologo canadese, invitato a discutere proprio sul gender pay gap, ha fornito un punto di vista diverso sull'argomento: nel video gli viene detto che il salario medio degli uomini è circa il 9% più alto di quello di una donna e che quindi questo è un chiaro segno di discriminazione. Peterson, però, sostiene che, pur esistendo questa differenza di salario tra uomo e donna, esso non è dovuto solamente a un fatto di discriminazione sessuale. Lo psicologo sostiene che in questo 9% ci siano molti altri fattori che non dipendono dal sesso, pur premettendo che una minima percentuale di esso è di fatto risultato di discriminazione tra uomo e donna. Egli afferma che il fatto che ci siano persone più “amichevoli” o consenzienti di altre rende questo uno dei principali fattori del pay gap. La maggioranza di persone amichevoli, consenzienti e gentili si ritiene presente nel sesso femminile e, dato che, sempre secondo Peterson, le persone più consenzienti vengano pagate di meno di quelle meno consenzienti, ciò fa sì che una piccola percentuale delle donne venga pagata di meno degli uomini, aumentando il pay gap. Lo psicologo fa anche notare la differenza radicale tra uomo e donna e sostiene: «Uomini e donne non sono la stessa cosa. Ciò non significa che non possano essere trattati in modo equo. Uomini e donne non si classificheranno nelle stesse categorie se li lasci soli a farlo di propria iniziativa. L'abbiamo già visto in Scandinavia. Sono 20 infermiere contro un uomo, qualcosa del genere. E approssimativamente gli stessi ingegneri uomini per ingegneri donne. E questa è una conseguenza della libera scelta di uomini e donne nelle società che sono andate più lontano di qualsiasi altra società per fare dell'uguaglianza di genere lo scopo della legge! Sono differenze ineliminabili! Puoi sradicarli con un'enorme pressione sociale e tirannia, ma se lasci uomini e donne a fare le proprie scelte non otterrai uguali risultati». Con questo Peterson spiega perché uomo e donna non saranno mai uguali, ma ciò non significa che essi non vengano trattati entrambi allo stesso modo.


Chi è Jordan Peterson? Se ne sono occupati in molti, poiché la capacità di persuasione di questo psicologo è tale da permettergli di annoverare un numero incredibilmente elevato di seguaci raggiunto in un tempo sorprendentemente breve. Dialettica fluida, toni pacati, polemica spedita e decisa, acume e capacità di ribattere immediatamente a qualunque provocazione sono le qualità di questo personaggio, che nel giro di poco tempo ha guadagnato la ribalta dei più importanti talk canadesi e, di qui, mondiali. Professore di psicologia dell'Università di Toronto, è stato giudicato da Margaret Wente, una delle giornaliste canadesi più apprezzate, “un opinionista non del tutto originale, se non per la sua ostinazione ad apparire politicamente scorretto”. Altri commenti fanno di lui il “sostenitore delle più basse ovvietà, presentate con i toni della solennità, cari al mondo dei conservatori di destra”. Avverso alla politica di sinistra, Peterson sembra vedere cospirazioni progressiste dietro le università, dietro l'editoria, persino dietro principi sacrosanti come la libertà di parola. La sua maggiore capacità è quella di riuscire a far leva sulle enormi paure che attanagliano la popolazione contemporanea, per fomentare non il dissenso, quanto il risentimento e la frustrazione, comportandosi allo stesso modo di Trump che è stato capace di persuadere gli americani a votarlo proprio ricorrendo agli stessi espedienti. La cosa più sorprendente, però, è che i suoi stessi sostenitori, piuttosto che prestare ascolto alle fonti accreditate, ritengono che queste siano strumenti nelle mani delle sinistre, che stanno complottando contro il mondo e soprattutto contro le verità esposte dal loro beniamino. E, supportato da un considerevole gruppo dio buontemponi, Peterson delegittima il movimento “#MeToo”, considerandolo un espediente femminista per alimentare i sensi di colpa dei maschi, scredita i provvedimenti canadesi a sostegno dell'identità di genere, facendoli passare per tentativi di difendere i transgender dalle varie forme di discriminazione di cui sono vittime, sminuisce quegli atteggiamenti sessisti che spesso sfociano in vere e proprie molestie sessuali. Per risultare ancora più credibile, Peterson ricorre alla demonizzazione di storiche figure di sinistra, come Stalin e Mao Tse Tung, portatori di “ideologie assassine” alle quali troppi sono oggi ancora legati. Per non farsi mancare nulla, poi, un confronto con la giornalista inglese Cathy Newman di Channel 4 News vede intervenire una fitta schiera di sostenitori di Peterson a lanciare minacce messaggi di odio contro la Newmann: per lo psicologo, però, la giornalista è solo vittima della sua fama.


Il gender pay gap e le bufale della rete di Mattia De Minico Il gender pay gap è la differenza tra il salario annuale medio maschile e femminile. Viene spesso utilizzato per marcare la differenza tra uomo e donna nella società, ma non tiene conto di fattori che incidono su questa differenza, per esempio: in media, nell'Ue il tasso di occupazione degli uomini è più alto di quello delle donne, 74 % e 63 % rispettivamente nel 2019 (Istat).

Dai dati Istat emerge che nell'Ue nel 2019 “il tasso di occupazione per le donne senza figli è il 67 %, mentre è il 75 % per gli uomini. Con un figlio, il tasso aumenta al 72 % per le donne e all'87 % per gli uomini. Per le donne con due figli, il tasso rimane quasi invariato al 73 %, mentre quello degli uomini aumenta al 91 %. Per le persone con tre o più figli, il tasso di occupazione diminuisce al 58 % per le donne, mentre per gli uomini è dell'85 %. Questa struttura si osserva nella larga maggioranza degli Stati membri”. La disparità di genere nell'orario di lavoro settimanale resta rilevante; nell'UE27 gli uomini lavorano in media 40,2 ore e le donne 35,4 ore settimanali. (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro). La distribuzione dell'orario di lavoro è maggiore tra le donne rispetto agli uomini. L'orario di lavoro è fortemente influenzato dalla fase della vita. In tutte le fasi della vita, le donne occupate in attività lavorative lavorano un numero di ore retribuite minore rispetto a quello degli uomini. In tutti i gruppi di paesi, l'orario lavorativo delle donne diminuisce durante la genitorialità, mentre, nel contempo, la disparità di genere nell'orario di lavoro aumenta in misura significativa. Se poi a ciò si aggiunge anche la differenza del tasso di disoccupazione tra uomo e donna (completamente sbilanciato a svantaggio della donna), il quadro della discriminazione diventa ancora più chiaro. Una oculata lettura di questi dati permetterebbe di comprendere in maniera abbastanza evidente che è fuori da ogni logica pensare che, essendoci più lavoratori maschi che a loro volta hanno orari lavorativi maggiori, ci sia una giustificabile differenza tra ciò che guadagnano i due sessi. La decodifica dei dati, dunque, richiede necessariamente la domanda del “perché” accada questo, e la risposta non è certo imputabile ad una ovvia conta di ore lavorative in meno, quanto piuttosto ad un retaggio culturale che comporta, in determinate circostanze, una riduzione di ore lavorative a scapito delle attività svolte dalle donne, non colpendo, se non in minima misura, i lavoratori maschi. Operazioni di questo tipo, che spesso generano tesi complottistiche, o fanno gridare alla “bufala”, o ancora sminuiscono la portata dei dati oggettivi, sono spesso sorrette da questioni ideologiche, come accade, ad esempio, ai redattori del sito “lafionda.com”, che presenta il gender pay gap come una fake news dalla quale difendersi. Secondo questo sito, infatti, ad aver architettato la bufala è il vittimismo ideologico, perché nella realtà dei fatti non esistono contratti lavorativi nei quali emerga la discriminazione salariale tra uomo e donna, mentre le differenze di remunerazione sono ascrivibili esclusivamente a straordinari, turni festivi o notturni, premi di produzione, bonus, dunque, si legge nel sito, “se lui guadagna 100 euro in più della collega è perché ha lavorato di più, non perché è un uomo”. Negare, però, che ci sia ancora un forte divario sia occupazionale che remunerativo tra uomo e donna, equivale a non voler riconoscere una realtà evidente, ed il mancato riconoscimento di questa discriminazione rimarca i principi che animano questo sito, e che si leggono in maniera esplicita nella presentazione degli intenti: difesa della famiglia tradizionale, tutela dei minori soprattutto da adozioni da parte di famiglie omosessuali, riconoscimento di due soli generi sessuali (maschile, femminile), attribuendo a qualunque altra variante l'appellativo di “rara aberrazione dei processi fisio-biologici”, denigrazione del femminismo, ritenuto un espediente per “condurre una guerra di annientamento della figura dell'uomo e del padre, con lo scopo di acquisire privilegi, primazie e vantaggi per una minoranza ideologizzata che si autodefinisce rappresentante di un'intera comunità connotata dal genere”. Dunque, invece di preoccuparsi di rafforzare affermazioni che molto spesso sono lesive del genere umano, impariamo a comportarci di conseguenza quando, di fronte alla scoperta di evidenti ingiustizie, bisogna riuscire a trovare la strada più efficace per porre rimedio e ripristinare gli equilibri.


Troppo «donna» per laurearsi di Andrea Schipani Elena Lucrezia Corner Piscopia, col cognome italianizzato, è stata un'erudita italiana ricordata come la prima donna a ottenere una laurea al mondo.

Suo padre, un nobile della Repubblica di Venezia, molto attento all'educazione dei suoi figli, fece sì che a diciannove anni Elena prendesse i voti come oblata Benedettina per poi proseguire gli studi di filosofia, teologia, greco, latino, ebraico e spagnolo. Nota agli studiosi del tempo a partire dal 1669, la donna fu accolta in alcune delle principali accademie dell'epoca. Quando il padre chiese che la figlia si laureasse in teologia all'Università di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo si oppose duramente, in quanto riteneva “uno sproposito” che una donna pretendesse di diventare "dottore", perché questo avrebbe reso l'Ateneo «ridicolo a tutto il mondo». Nel 1678, a 32 anni, ottenne finalmente la laurea, conseguita però in filosofia e non in teologia, come avrebbe voluto, ma in quanto donna non poté esercitare l'insegnamento. Questo traguardo non rappresentò una spinta alla parità del diritto allo studio per le donne: si sarebbe dovuto aspettare fino al 1732 per la laurea in Italia di un'altra donna, la fisica bolognese Laura Bassi. Dopo aver conosciuto, anche se in modo breve, questa donna, vale la pena soffermarsi su alcuni punti chiave: in primo luogo l'affermazione del cardinale Barbarigo, il quale riteneva che una donna-dottore mettesse in ridicolo la Chiesa. Non solo emerge il forte pregiudizio che si nutre nei confronti della donna, ma la differenza tra uomo e donna rimarca la presunta inferiorità. Colpisce, inoltre, che al conseguimento della laurea in filosofia non abbia fatto seguito l'abilitazione all'insegnamento, il che sottolinea ulteriormente il riconoscimento di capacità alla donna, e nel contempo il misconoscimento della loro spendibilità nel mondo del lavoro, storicamente ritenuto appannaggio totale dell'universo maschile: Elena non ha mai potuto insegnare solo perché donna… Da quel giorno ad oggi sono passati molti secoli, ma la mentalità delle persone non mi sembra cambiata. Per fortuna adesso sarebbe ridicolo il contrario, vale a dire che qualcuno ponesse ostacoli alle donne che volessero proseguire gli studi, laurearsi e praticare una libera professione… Eppure non è raro sentire ancora dalla bocca di alcune persone che la donna dovrebbe stare a casa per fare le faccende e accudire i bambini, o tanti altri luoghi comuni ormai fuori tempo. Dunque, nonostante siano passati tanti secoli, nella mente delle persone il pregiudizio che alla donna spettino ruoli standardizzati permane tristemente.


La donna in pittura di Alessia Luciani Avete mai provato a digitare sul web "immagini di quadri famosi", no? Tranquilli, vi regalo uno screenshot dei risultati di questa ricerca:


Sgomitare anche per dipingere Dalla ricerca emergono opere di Salvador Dalì, di Leonardo Da Vinci, di Jan Vermeer, di Vincent Van Gogh... insomma ce n'è per tutti i gusti! Ma aspettate un momento, come mai questi autori sono tutti uomini? Mi sembra che anche le donne abbiano avanzate capacità artistiche... o mi sbaglio?

La donna è sempre stata il soggetto di numerose opere d'arte fin dalla preistoria con le veneri, per poi passare al Rinascimento dove diventa la protagonista indiscussa. Fin da sempre è associata alla fecondità e al divino, non può quindi assolutamente mancare nella lista dei soggetti più in voga nel mondo della pittura. Tuttavia ha incontrato moltissime difficoltà ad entrare nel mondo degli artisti, fatto di numerosi stereotipi e infiniti pregiudizi. In fondo anche oggi se si chiede ad un bambino di disegnare un/un'artista, con molta probabilità vi disegnerà qualcosa del genere... Pur non avendo specificato il sesso del personaggio da rappresentare, il bimbo vi raffigurerà un uomo, potete starne certi. Magari il pittore avrà i caratteristici baffetti e l'immancabile basco. Ma sapete che le pittrici hanno dovuto lottare moltissimo per essere riconosciute come tali? Ora vi parlerò di alcune di loro, ricordiamoci però che le donne di cui vi racconterò sono solo una minima parte, e magari non rappresentano neanche le situazioni più gravi. Partiamo con un'artista italiana, Sofonisba Anguissola, originaria di Cremona. Il padre pittore, le permise di imparare a dipingere, ma le proibì di studiare le tecniche più importanti, quali la prospettiva. La pittrice allora iniziò con i ritratti, per i quali si distinse arrivando in varie corti europee. Pur essendo così portata per la pittura, e arrivando più lontano di molti pittori, veniva pagata non in denaro, ma in proprietà o oggetti preziosi. Tutto ciò veniva fatto solo per non permetterle di arricchirsi, poiché per le leggi del tempo, i beni della moglie passavano automaticamente al marito, che quindi nella coppia, ha il potere totale. Angelika Kauffmann, anch'essa figlia di un pittore, diventò molto famosa per la raffigurazione di nudi. Ma indovinate un po', il nudo era esclusivamente per uomini, ma


questa donna con la sua forza di volontà, riuscì a trasformare quest'ostacolo, in un trampolino, dalla quale traeva successo e fama. Élisabeth Vigée Le Brun, condivideva la passione del disegno con il padre, e alla sua morte continuerà il suo hobby, che diventerà talmente fruttuoso da permetterle di sostenersi da sola, facendo di questa passione un lavoro. Ancora una volta, come succede ad una donna che vive in una società maschilista, che svolge il lavoro fino ad allora svolto da un uomo, viene ostacolata, e in questo caso particolare, accusata di rubare i quadri al marito (mercante di opere d'arte). Marie Guillemine Benoist fu una nota pittrice francese. Cominciò il suo percorso frequentando l'atelier di un altro artista, grazie al quale diventò la pittrice ufficiale dell'impero. Il suo percorso è davvero interessante: partì con temi molto comuni, quali la mitologia e l'antichità in generale. Con l'aumento della fama e soprattutto delle competenze pittoriche, rappresentò anche donne di colore. Inizialmente queste opere ebbero molto successo, ma con il passare del tempo si iniziò a vederle come uno scandalo. Pochi anni dopo, Napoleone modificò le leggi allora in vigore, e dichiarò le donne incapaci di prendere decisioni giuridiche, un po' come si fa oggi con le persone incapaci di intendere e di volere... Artemisia Gentileschi fu una Donna incredibilmente forte e determinata a superare tutte le difficoltà che la vita le mise davanti. Già a 12 anni perse la mamma, ma proprio questo tragico avvenimento le consentirà di scoprire il suo talento, passando molto tempo con il padre pittore. Anche se molto portata, nel '600 non era consuetudine che le donne frequentassero le accademie, così fu il padre stesso a darle lezioni, ponendole allo stesso tempo molti limiti. Il padre fu molto amico di un pittore poco raccomandabile anche con diversi precedenti, al quale consentì di dare lezioni private di pittura alla figlia. In assenza del padre, il collega stuprò la figlia, che venne talmente segnata da questo evento, da raffigurare in molte sue opere figure maschili che vengono uccise o battute da donne. Vi era però un ulteriore problema: a quel tempo le donne venivano viste come un oggetto da conservare per il futuro marito. Naturalmente Artemisia essendo stata brutalmente violentata, aveva perso anche “il suo valore”. Avete presente quando andate a comprare un telefono nuovo e il negoziante vi raccomanda di non aprire la confezione per cambiarlo per evitare che perda il suo valore? Ecco è esattamente lo stesso principio… Artemisia e il padre stringono un accordo con il pittore, che promise di sposare la ragazza. Successivamente però si scoprirà che l'uomo era già sposato. Dopo circa un anno, il padre di Artemisia denuncia l'uomo non per aver violentato la figlia, ma per averla “privata della verginità”. Il pittore durante il processo provò ad accusare la ragazza di essere una poco di buono, così ella fu costretta a testimoniare sotto tortura. L'uomo, infine, venne condannato a 5 anni di esilio, che tra l'altro non scontò. Artemisia, si trasferì a Firenze sposando un altro uomo e accettando molti incarichi per mantenere il dispendioso stile di vita del marito. La sua vita, anche se relativamente migliore, non fu semplice dopo il matrimonio, dovendo sottostare alle numerose regole dell'epoca unicamente in quanto Donna.


Avete notato come queste grandi artiste abbiano ereditato la loro passione sempre e solo dal padre e mai dalla madre? Questa è solo un'ulteriore conferma di quanto il maschilismo sia insidioso, tanto da intrufolarsi in ogni angolo, in ogni campo, proprio come un ratto. Dobbiamo però trovare un buon metodo per estirparlo del tutto, un po' come le erbacce, che se estirpate con forza e alla radice, non riescono più a rinascere. Com'è la condizione della donna nel campo degli artisti oggi? Al giorno d'oggi l'idea di Donna è molto diversa, non è più solo un bel soggetto da rappresentare… Frequento un corso di pittura da ormai poco più di 10 anni, ovvero da quando ne avevo quasi 7. Ero così piccola, ma per me era spontaneo disegnare, dipingere con i primi colori che trovavo nell'armadio e inventarmi creazioni nuove, non sempre bellissime precisiamolo. A quell'età, non ti rendi conto che nascendo anche solo 100 anni prima, la libertà di colorare e dipingere, non sarebbe stata così scontata. Ricordo bene il primo giorno in atelier: era proprio come lo immaginavo, una grande stanza colma di quadri appesi alle pareti e pittori, uomini e Donne, che indossavano l'iconico grembiule bianco, obbligatoriamente sporco di tutti i colori della tavolozza. Notai subito, però, che gli uomini erano in netta superiorità rispetto alle donne, ma soprattutto che ero l'unica bambina. Questo però non mi ha mai scoraggiata, proprio grazie all'ambiente che ho trovato nell'atelier, in cui il maestro tratta allo stesso identico modo pittori e pittrici. Durante le mostre, le persone che osservano accanto al quadro la piccola biografia compresa di foto non si stupiscono vedendo che l'artista è una Donna. È davvero strano immaginare una realtà diversa, una realtà in cui devi nasconderti a causa delle tue passioni, una realtà in cui i tuoi familiari, invece di fare la fila pur di commissionarti un quadro, si vergognano di te, delle tue scelte… Sono molto grata, se posso davvero considerarmi una pittrice, a tutte le mie colleghe che hanno lottato duramente contro la società contemporanea così maschilista, che però, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, nel mondo della pittura si è considerevolmente ridimensionata.


Speculazione al femminile di Emanuele Viola, Pompeo Soricelli, Michele Cilenti Ferdinando Flora, Maria Pisano Non è difficile trovare nel fitto panorama del pensiero filosofico esempi di donne che hanno saputo dare alla riflessione filosofica un'impronta originale ed incisiva, permettendo alla speculazione di trarre beneficio e di avanzare con decisione.


Il pericolo di pensare Alcune di loro sono diventate leggenda, altre sono modelli comportamentali anche delle generazioni contemporanee, per il loro acume e il loro coraggio, ma soprattutto per la tenacia con la quale hanno affrontato le situazioni complesse che le hanno viste protagoniste.

Abbiamo scelto, tra le filosofe, solo alcune che, secondo noi, hanno contribuito più di altre a lasciare un segno particolarmente visibile.

IPAZIA D'ALESSANDRIA Vissuta probabilmente tra il 369 e il 415 a.C., è stata una filosofa, astronoma, matematica ed oratrice. È riuscita ad incrinare, senza però abbattere, una società fondata sul dominio maschile, in quanto fu una delle più intelligenti figure di quell'epoca. Anche lo storico cristiano Socrate lo Scolastico testimoniò a suo favore, descrivendo Ipazia come una figura colta e addirittura più intelligente di molti filosofi del tempo. Figlia del matematico e filosofo della scuola di Alessandria Teone, si dedicava allo studio delle materie scientifiche e soprattutto allo studio della filosofia. Non è stata però solo una delle prime filosofe che ricordiamo, bensì anche una delle prime donne che hanno lottato e combattuto per la propria autonomia e i propri diritti. Dotata di un'intelligenza fuori dal comune e di un profondo senso civico, proprio per questo fu presa di mira da alcuni fanatici cristiani, anche perché non volle mai convertirsi al cristianesimo. La filosofa fu uccisa, più in particolare lapidata e smembrata, a causa della sua libertà di pensiero e per la sua religione. Ipazia è considerata la prima martire donna, il cui messaggio non solo per la parità di genere, ma anche per tutte le altre discriminazioni come religione, politica e razza, risulta in ogni caso più che evidente.

EDITH STEIN Edith Stein nasce da famiglia ebrea, ma abbraccia la fede cristiana cattolica, con una conversione che la porterà a diventare suora Carmelitana Scalza, con il nome di suor Teresa Benedetta della Croce; filosofa fenomenologa e successivamente teologa, sarà, malgrado la sua conversione, vittima della Shoah. Nata a Breslavia nel 1892, da piccola si distingue presto come bambina dall'intelligenza acuta e precoce. Allieva di Edmund Husserl, si dedica agli studi di fenomenologia, sviluppando un'originale teoria sull'empatia. Convertitasi al cattolicesimo, cerca di conciliare gli studi fenomenologici con la sua esigenza di ricerca teologica, fondendo gli insegnamenti husserliani con la filosofia tomistica e dando alla luce il suo libro metafisico. Per proteggerla dalla minaccia nazista, il suo ordine la trasferì al convento carmelitano di Echt nei Paesi Bassi. È lo studio della fenomenologia che le permette di approfondire il suo desiderio di verità. Il suo capolavoro, Essere finito ed Essere eterno, è una nuova ontologia, sintesi di filosofia e mistica. Rileva il necessario e opportuno nesso che si stabilisce fra filosofia e rivelazione. Secondo Edith Stein, la persona è un ente di natura razionale, ma che con la sua la sua vita esprime “qualcosa di incomunicabile”; portatrice di una forte spiritualità, la persona può comprendere le leggi che regolano la sua esistenza e agire seguendole.


HANNAH ARENDT Nata nel 1906 ad Hannover da una famiglia appartenente alla borghesia ebraica, è ritenuta una delle pensatrici più efficaci e sincere del Novecento, ispiratrice di principi libertari ed acuta analista dei sistemi governativi di carattere totalitario. Allieva di Martin Heidegger, con cui intesse anche una segreta relazione amorosa, ha lavorato come giornalista e docente universitaria e ha pubblicato numerose opere di filosofia politica. Dichiarata nemica del Nazismo, viene ricordata per il suo impegno nelle lotte ai regimi totalitari e nella loro condanna. Tra i suoi lavori filosofici più famosi meritano di essere citati: “Le origini del totalitarismo” e “La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme”. Nell'opera “Le origini del totalitarismo” l'autrice illustra i motivi per i quali la società di massa genera i regimi totalitari, favoriti da un atomismo societario in cui gli uomini perdono la loro originaria disposizione ai rapporti interpersonali, per demandare ad un partito ed al suo leader le regole per governare ogni aspetto della vita. Ne “La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme”, redatta in occasione del processo contro il criminale nazista Adolph Eichmann, la Arendt spiega che le ragioni profonde dei crimini nazisti risiedono nell'assenza di pensiero in uomini del tutto normali (“banali”) nella vita familiare, che, però, inseriti nell'organizzazione nazista, diventano capaci delle più disumane atrocità.

SIMONE WEIL Simone Weil è stata una delle filosofe più importanti del '900. Formatasi all'insegna del marxismo militante, sposa la causa operaia, impegnandosi attivamente alla difesa dei diritti ed alla tutela dei lavoratori. Particolarmente vicina alle esigenze della popolazione più bisognosa, subisce prima la folgorazione della filosofia nietzscheana, che la motiva a soddisfare l'esigenza di rinsaldare i rapporti umani compromessi dai nuovi sistemi di produzione, poi, in seguito a profondo tormento interiore, la parola di Dio attraverso esperienze mistiche. È stato proprio il cristianesimo che le ha permesso di cogliere la trasformazione dell'energia universale dal vuoto dell'io alla pienezza della realtà che è divina. Agitatrice di folle, sindacalista rivoluzionaria, ma anche pacifista, da redattrice del comitato nazionale France de Libre viene licenziata perché scoperta a redigere idee per una costituzione democratica post-bellica. Dal punto di vista filosofico, condivide con Hannah Arendt l'importanza della bellezza, l'espediente adottato dall'essere per spingere all'amore, e con Edith Stein l'importanza dell'altro, la cui interiorità va colta a partire dall'analisi della propria. Ammalatasi di tubercolosi, muore nel 1943.


SIMONE DE BEAUVOIR Nata in una famiglia di borghesi di Parigi nel 1908, Simone de Beauvoir assume fin da subito l'immagine di una donna anticonformista. Si batte per cause come la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto e la donna. È stata una grande anticipatrice delle istanze femministe, dedicandosi a pieno alla tutela della donna fondando anche la Lega per i diritti delle donne. Tra i suoi romanzi ci sono “Il secondo sesso” e “La donna spezzata”, dove analizza la condizione della donna, sostenendo la necessità di integrarla nella società affinché abbia gli stessi diritti e doveri dell'uomo. Deve essere indipendente dall'uomo, dal pensiero che il suo unico scopo sia quello di appagarlo e dalla concezione che sia un oggetto nelle mani del proprio marito, che se ne serve per mettere al mondo dei figli. Una donna prima di essere una madre, una moglie o di ricoprire qualsiasi altro ruolo, è una persona che ha il diritto di ricoprire un ruolo degno nella società, indipendentemente dal suo ceto o dalle sue condizioni economiche. La soluzione a tutte queste problematiche secondo la scrittrice è comprendere che quel groviglio emotivo in cui una donna a volte si invischia è responsabilità dell'uomo, che lo mette in pratica in un processo in sistematico e sottile.


Figure di donna di Eleonora Cavalluzzo «La qualità che più amo in una donna è il senso dell'umorismo, è una capacità di cambiare prospettiva». In questo modo Lella Costa risponde alla domanda di Serena Bortone nel salotto televisivo di Oggi è un altro giorno.


La «marcia in più» della donna Parlando di una qualità che attribuisce a tutto il genere femminile, Gabriella Costa, monologhista, umorista, scrittrice e doppiatrice, racconta anche di sé stessa. In ogni suo discorso è possibile cogliere con facilità la sua leggera ironia, dietro la quale si celano riflessioni su temi che stanno ultimamente diventando ordinari, ma non per questo meno necessari da trattare.

È proprio in questa intervista che l’artista esprime la sua opinione, in chiave umoristica, sui vari aspetti della realtà sociale misogina in cui viviamo. In maniera analoga, compie il medesimo procedimento nei suoi libri e nei monologhi tenuti a teatro. Nel libro presentato nell'intervista, “Intelletto d'amore: quattro donne, un poeta, Dante”, la Costa gioca, insieme a Gabriele Vacis, con personaggi femminili appartenenti alla vita di Dante Alighieri, del cui nome non viene fatto il minimo cenno. Si fa riferimento ad una frase di uso comune nel periodo ottocentesco: “Dietro ogni grande uomo, c'è una donna che soffre”. Con l'avvento di tutti i movimenti culturali avanguardisti, oltre che dello stesso femminismo, quella sentenza ha cambiato forma, diventando “Dietro ogni grande uomo, c'è una grande donna”. Gabriella Costa ci fa notare che la preposizione “dietro” è però ancora presente, come per ricordarci che, per quanto il genere femminile possa impegnarsi a conquistare eguali diritti, quella subalternità rispetto a quello maschile rimarrà indelebile perfino nella convenzionalità delle parole. Ma perché proprio il titolo “Intelletto d'amore”? L'autrice lo spiega attraverso l'analogo verso dantesco “Donne ch'avete intelletto d'amore” della Vita Nova. Mentre ad una analisi contemporanea potrebbe sembrare che il poeta alluda ad una sentimentalità femminile che oscura il suo raziocinio, nel lontano Quattordicesimo secolo stava ad indicare una qualità aggiuntiva che la donna possedeva rispetto all'uomo, come se ella godesse di una complessità interiore di gran lunga più profonda e matura, proprio perché il suo non è semplice intelletto. Gabriella Costa è inoltre autrice di molteplici libri, spesso strettamente collegati con gli spettacoli che mette in scena nei teatri. Tra quelli che hanno riscosso più successo, ricordiamo il citato Intelletto d'amore, Amleto, Alice e la Traviata, Come una specie di sorriso e Che bello essere noi. Tuttavia, i suoi monologhi sono il mezzo più efficace con cui riesce ad ironizzare su un femminismo che, se raccontato in maniera ordinaria, risulterebbe obsoleto e apatico nell'estremizzazione che spesso viene resa di esso. Il suo umorismo rende immediata la comprensione del messaggio che vuole condividere, solleticando con delicatezza la coscienza spesso latente dello spettatore, rendendo imprescindibile un ripensamento su quei valori umani che fino a quel momento riteneva più che validi. Il dubitare dei propri principi morali è esattamente ciò che tiene la nostra attenzione legata alle sue parole e la nostra persona seduta, immobile davanti alla sua. La sua ultima produzione teatrale è intitolata Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione ed è la rappresentazione di novantatré figure di donne che hanno lasciato alla storia qualcosa per cui dovrebbero essere ricordate, ma di cui non si conosce neppure il nome. Personaggi femminili del passato più lontano e più recente che scoprono di essere state importanti e non riescono neppure a credere appieno alla loro stessa rilevanza. I loro sguardi non riescono a definire i contorni ancora offuscati del proprio valore, per colpa di un maschilismo che in vita non glielo ha riconosciuto. Lella Costa assume il compito di tramite, invita tutte quelle donne a ballare e a fare la loro rivoluzione per far sentire la propria voce, facendo riferimento alla celebre frase di Emma Goldman che ha dato il titolo allo spettacolo. La monologhista ci offre un punto di vista nuovo sulla parità ambigua tra uomo e donna, ci illustra il lato retrogrado di un mondo che si presenta così avanguardistico e ce lo racconta con parole che, a un primo impatto, non mostrano il loro peso reale, discorrendo però con il sorriso sempre in volto.


Cinema

La scienza parla attraverso tre donne di Diego Laezza Discriminazione femminile e razzismo afroamericano fusi e raccontati sullo sfondo della guerra fredda, del tanto temuto conflitto fra le due grandi potenze mondiali: Russia e Stati Uniti d'America. La storia è attinta alla pura realtà, con ritocchi ed avvicinamenti ai personaggi che si sono contraddistinti in un deplorevole scenario che andiamo a raccontare.


Il diritto di contare Protagoniste di questo capolavoro di Theodore Melfi, che ha ricevuto tre candidature al Premio Oscar e due ai Golden Globe, sono Taraji P.Henson, Octavia Spencer, Janelle Monàe nelle corrispettive vesti di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, tre donne che incarnano la forza, l'intelligenza, la costanza e altre mille qualità.

Ci troviamo nel 1961, come ci suggerisce l'insolita scena iniziale che stravolge in parte lo scenario di quel tempo: tre donne nere alla guida di un'automobile che “insegue” una volante di una polizia. Direzione? NASA. Khaterine, Dorothy e Mary fanno parte del gruppo di calcolo del Langely Research Center di Hampton, dotate di straordinarie abilità sono riuscite a distinguersi dalle altre, facendo sentire la propria voce a tutti coloro che avevano una sbagliata considerazione di loro, solo perché nere, ma soprattutto solo perché donne! Ed ecco che, attraverso l'abilità cinematografica, si collegano ben tre differenti storie: Katherine, per mezzo delle sue straordinarie capacità matematiche e geometriche, riesce a diventare la prima donna nera collaboratrice allo Space Task Group, il gruppo di scienziati che insieme elaborano il metodo per spedire nello spazio un loro astronauta. Dorothy, con il suo carattere autoritario e coraggioso, affronta i molteplici ostacoli del mondo lavorativo non solo maschile, ma soprattutto bianco e giunge ad essere la prima donna afro-americana a supervisionare un gruppo di dipendenti della NASA. Mary è una donna come poche, si posiziona al di sopra del marito, di un poliziotto, di un giudice, facendo sentire la voce femminile, distruggendo numerosi luoghi comuni per aver raggiunto traguardi fino ad allora preclusi ad una donna, per di più nera: è la prima ingegnera nera della NASA, la prima a frequentare corsi di ingegneria avanzata, riservata ai soli uomini bianchi, la prima a combattere per l'assunzione e la promozione di donne nella carriera scientifica in ambito spaziale. Katherine Johnson, protagonista indiscussa, è mal vista dai suoi colleghi, tranne che dal suo capo Al Harrison (nel film interpretato da Kevin Costner), il quale crede in lei e nelle sue abilità, tanto da rimuovere tutti i disagi per le donne di colore, dai bagni riservati alle riunioni private, dove Katherine mostrerà la sua stupefacente abilità matematica, dando maggiore sicurezza a John Glenn, l'astronauta che dovrà esser spedito nello spazio. La corsa con la Russia per la conquista dello spazio porta ad accelerare le operazioni di calcolo, così che Dorothy viene a conoscenza dell'installazione di un calcolatore IBM all'interno del complesso spaziale, il quale porterà ad un futuro licenziamento di tutto il suo gruppo di donne. Dorothy però non si arrende, scopre come far funzionare quel gigante elettronico, forma le sue dipendenti per questo nuovo lavoro e si fa promuovere salvando l'intero suo reparto. Intanto Mary Jackson lotta per far valere i suoi diritti e riesce a conquistare quello per cui combatteva, invece Katherine viene licenziata dal suo incarico, poiché quello che era di suo compito ormai era svolto dall'avanzata macchina di calcolo. Giunto il giorno tanto atteso, ovvero quello del lancio di John Glenn, vengono rilevate delle imprecisioni nel calcolo delle coordinate per il rientro dell'astronauta, così si chiede aiuto alla straordinaria Katherine, che riesce in brevissimo tempo a calcolarle perfettamente, guadagnandosi il permesso per assistere al lancio. La storia vedrà Katherine lavorare alla NASA sino al suo prezioso contributo alle operazioni di Apollo 11 ed Apollo 13, e farà notare al mondo intero che dietro una piccola o grande scoperta dovrà sempre esserci anche il contributo di una donna. Come non dare ragione, dunque, al talento comico di Groucho Marx, quando affermava: «Gli uomini sono donne che non ce l'hanno fatta»? Le donne hanno sempre dovuto lottare per guadagnare ciò che spettava loro, ma ce l'hanno fatta, o meglio ce la stanno facendo.


La musica come valvola di sfogo di Emanuele Vicario Per comprendere al meglio l'articolo si consiglia l'ascolto del brano di Chadia Rodriguez e Federica Carta “BELLA COSI'”, prestando particolare attenzione al testo.


Un testo contro il pregiudizio «Mi chiamo Chadia Darnakh, in arte Chadia Rodriguez, ho 24 anni e vivo completamente immersa nella musica. Sono felice, ho avuto successo e posseggo una forte personalità che mi fa da scudo: nessuno riesce a ferirmi giudicandomi per la mia voce, per il mio corpo, per il mio abbigliamento.

Devo ammettere che apparendo così, davanti a centinaia di migliaia di persone sui social, davanti a milioni di spettatori in televisione e a molte altre che mi incontrano per strada, è un lontano ricordo la sofferenza provata in passato a causa dei commenti di qualcuno, che probabilmente oggi non ha realizzato nemmeno la metà dei suoi obiettivi. Ebbene sì, non sono stata sempre così immune e forte: in passato ho sofferto e non ho avuto il coraggio di parlarne con tante persone, soffrivo dentro ed espellevo lacrime. Le lacrime mi scalfivano le guance erose come scogli, dopo che le onde scagliano tutta la loro forza contro di loro senza pietà; queste lacrime, a furia di scorrere, assumevano la consistenza di detriti, creando sul mio viso dei solchi, in cui scorrevano con facilità e quotidianamente. Durante la mia adolescenza venivo derisa, umiliata per il mio aspetto fisico, per le mie forme, evidentemente fuori dal canone che la massa voleva vedere su una donna. E venivo continuamente derisa anche per le mie condizioni economiche, nonostante neppure questo aspetto dipendesse da me. Oggi però, grazie alla mia forza, sono riuscita a raggiungere la consapevolezza che sono bella così: certo non posso piacere a tutti, anzi posso anche non piacere a nessuno… Ma in fondo non vivo per gli altri, ma per me! So che purtroppo non sono stata l'unica donna a soffrire e per questo motivo ho deciso di raccontare la mia esperienza in una canzone, perché lo considero un modo per sfogarmi e nel contempo per aiutare molte altre ragazze che, come me, sono in difficoltà. Ho deciso di intitolare la mia canzone “Bella Così” e di chiamare una mia cara amica per farle interpretare il ritornello, Federica Carta, poiché ha una voce fantastica che si addice al tema trattato nel brano. La traccia è stata prodotta da Big Fish e vede l'uso di termini molto forti e diretti: dico alle donne di “svegliarsi”, di rompere quel vetro che hanno davanti agli occhi che non permette loro di vedere la realtà così com'è, che annebbia la vista pur essendo trasparente. Definisco la “me” del passato una stupida, perché la vecchia Chadia ha sofferto senza motivo, ha vissuto male situazioni e momenti che sarebbero dovuti essere i migliori della sua vita. Molto importante per me è il videoclip, perché ha un significato forte e profondo: vede la presenza in bianco e nero di molte donne, di ogni genere, di ogni nazionalità, con tutte le acconciature possibili, con pochi o tantissimi tatuaggi, di qualsiasi orientamento sessuale. Ho avuto bisogno della loro partecipazione per dimostrare che tutte noi siamo belle, anzi bellissime, perfette, e chi non ci apprezza perde l'occasione di averci accanto, non può che dispiacerci per questo motivo, ma non ci meritano quando ci sminuiscono.» Eccoci qua: non sono un critico musicale, né conosco personalmente Chadia Rodriguez per potermi assicurare che condivida le parole che io le ho attribuito, ma ho usato l'espediente della lettera per esprimere la mia opinione riguardo all'argomento, un po' come il Manzoni, che usa quello del manoscritto all'interno dei Promessi Sposi per intenderci. Ho trattato il giudizio che spesso viene passato come corretto o normale, ma in realtà è totalmente l'opposto, perché sono dell'idea che nessuna donna debba soffrire per il giudizio di qualcuno che non è perfetto e sa benissimo di avere debolezze. Vorrei porre una domanda a chi si sente in condizione di giudicare fermamente una donna: tu come ti sentiresti se qualcuno strumentalizzasse le tue debolezze...? Non sono un critico musicale, ma adoro questo mondo, specialmente nel momento in cui diviene simbolo di lotta per minoranze, o risulta utile per comprendere meglio la realtà con l'aiuto di chi ha già vissuto determinate esperienze: la musica unisce, non ci fa sentire soli!


VIALIBERA EDUCAZIONE CIVICA NELLE CLASSI TERZE Anno II - N° 2 - Maggio 2022 Classe III - Sezione C Progetto di Educazione Civica LICEO SCIENTIFICO «G. RUMMO»

Persone

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