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Vanni Pasca, Dario Russo - Corporate image

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> Questo libro è stato steso a quattro mani, sulla base di ampie discussioni, di comune accordo. In particolare, vanno riferiti a Vanni Pasca “Premessa”, “L’AEG di Behrens e la riorganizzazione del visibile”, “Olivetti: la modernità come valore etico-estetico”, “Neurath e il linguaggio universale”, “L’America dello Styling”, “La scuola di Ulm e l’esperienza Braun”, “Corporate image: mondializzazione e rivoluzione informatica” e le relative schede; a Dario Russo, “London Transport: la grafica come metafora della tecnica”, “Dopo la guerra: pubblicità e corporale image”, “Compagnie aeree e Olimpiadi”, “I Giochi olimpici di Città del Messico” e le relative schede. Il capitolo “Marchi in trasformazione. Processi, emozioni e personalità del brand” e le relative schede sono state aggiunti da Dario Russo successivamente alla scomparsa di Vanni Pasca.

> All’interno del libro i numeri tra [s.] rimandano alle schede da pagina 101 in poi, i riferimenti tra <> rimandano alle note a piè di pagina.

>Tutti i marchi, i loghi e i materiali visivi riprodotti nel presente volume sono di proprietà dei rispettivi titolari dei diritti.

Le immagini sono utilizzate esclusivamente a fini di studio, analisi critica, ricerca e insegnamento, ai sensi dell’art. 70 della Legge 22 aprile 1941 n. 633 e della normativa vigente.

007 > 013 > 023 > 039 > 055 > 067 >

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PREMESSA

L’AEG DI BEHRENS E LA

RIORGANIZZAZIONE DEL VISIBILE

L’EUROPA E IL RAPPORTO CON LA MODERNITÀ

GLI USA: DALLO STYLING ALLA SOCIETÀ DEI CONSUMI

DAL POLO HARD AL RECUPERO

DELLA STORIA

CORPORATE IMAGE: MONDIALIZZAZIONE E RIVOLUZIONE

INFORMATICA

MARCHI IN TRASFORMAZIONE.

PROCESSI, EMOZIONI E PERSONALITÀ

DEL BRAND

SCHEDE

INDICE DEI NOMI

BIBLIOGRAFIA

PREMESSA

Un tema di grande interesse, connesso al design e alla comunicazione visiva‚ riguarda l’attività di aziende ed enti finalizzate a definire la propria identità e comunicarla con efficacia: attività definita comunemente come progettazione di corporate image<1>. È un tema che per tutto il XX secolo ha visto l’impegno di aziende, di enti erogatori di servizi come i trasporti pubblici, di compagnie aeree e di istituzioni organizzatrici di eventi sportivi come le Olimpiadi (i viaggi e lo sport sono tra i temi emergenti nei consumi sociali nella seconda metà del secolo scorso).

Oggi l’esigenza di progettare una propria corporate image è in forte crescita. Si estende ad aziende di tutte le tipologie, investe città, università, enti pubblici che organizzano eventi, interessa anche medie e piccole iniziative di tipo culturale, sportivo, gastronomico o altro. Con la mondializzazione, inoltre, si moltiplicano i paesi in cui si sviluppano esperienze di questo tipo. La questione è quindi ben nota‚ oggi fin troppo dibattuta‚ e ben noti sono i termini che vi si riferiscono‚ come corporate image o corporate identity:

1> Molti sono i contributi a tale proposito. Basilare è quello di F.H.K. Henrion e A. Parkin‚ Design Coordination and Corporate Image‚ Studio Vista-Reinhold Pubblishing Corporation‚ London-New York 1967 (cfr. soprattutto le pp. 6-13). Tra gli altri, si vedano i saggi di G. Anceschi: “Image: il corpo mistico dell’organizzazione” ed “Etologia dell’image”, pubblicati rispettivamente su Linea grafica, n. 1, 1985, pp. 34-49, e Linea grafica, n. 2, 1985, pp. 28-31; entrambi successivamente pubblicati su id., Monogrammi e figure‚ La casa Usher‚ Firenze 1988‚ pp. 160-71 e 172-84. Si veda ancora: E. Guida, Corporate identity (o Immagine coordinata), Corso di Grafica I, Facoltà di Architettura “Valle Giulia”, Roma 2003, in http ://www3.uniroma.it/grafica_grafica1 /lezioni.htm.

L’AEG DI BEHRENS E LA RIORGANIZZAZIONE DEL VISIBILE

Il tema della corporate image e della sua progettazione‚ come si è detto‚ attraversa tutto il Novecento. Se ne trovano, più che le premesse, le basi nell’attività progettuale sviluppata dal 1907 al 1914 per l’azienda tedesca di elettricità AEG (Allgemeine ElektrizitätsGesellschaft) da Peter Behrens, il grande architetto che viene chiamato dal direttore generale dell’azienda e Paul Jordan, come direttore artistico. L’azienda è stata fondata da Emil Rathenau nel 1883 (col nome Deutsche-Edison Gesellschaft)‚ sulla base dell’acquisto dei diritti per l’Europa dei brevetti dello scienziato americano Thomas A. Edison, che ha fondato la Edison Electric Light Company alla fine degli anni Settanta per produrre la sua lampadina a incandescenza; ha preso il nome AEG dal 1898. Nel 1899 entra a far parte dello staff dirigenziale dell’azienda, in grande espansione, il figlio di Emil, Walther Rathenau, industriale innovativo, intellettuale sottile, scrittore, politico, portatore di un’idea di Germania industriale e moderna‚ competitiva a livello internazionale‚ temperata nel suo nazionalismo<1>. Behrens è membro autorevole del Deutscher Werkbund, l’associazione di architetti, artisti, imprenditori, artigiani, studiosi, giornalisti, commercianti, fondata nel 1907 con l’obiettivo di agire per il miglioramento della qualità dei prodotti tedeschi e quindi della loro

1> Walther Rathenau diventa presidente dell’AEG nel 1915; è tra i fondatori del Partito Democratico Tedesco e ministro degli esteri della Repubblica di Weimar. Viene assassinato nel 1922 da due ufficiali dell’ala destra dell’esercito.

caratteri Jugendstil di Otto Eckmann), adoperato nei cataloghi, nei manifesti e in tutta la cancelleria[s.2] .

In secondo luogo‚ disegna il marchio (sempre nel 1908)‚ costituito da un esagono contenente tre esagoni più piccoli nei quali sono inscritte le lettere del monogramma AEG [s 3]; al marchio precedente, sinuosamente Jugendstil (sempre di Eckmann), si sostituisce un’austera impostazione geometrica che vuole suggerire un’idea di moderna produzione industriale standardizzata <6> . Mette a punto, inoltre, un peculiare sistema d’impaginazione per i cataloghi: la pagina è organizzata simmetricamente, è incorniciata e lo spazio interno è suddiviso in figure geometriche semplici. Si basa quindi su una struttura rigorosa ma versatile, che permette di accogliere con facilità nella zona centrale immagini di prodotti diversi; e che può essere adoperata anche da altri grafici dell’AEG senza che ciò alteri l’immagine generale. I prodotti vengono presentati sulla base di due costanti: la copertina ha al centro l’immagine di un prodotto o un elemento simbolico che rimanda al contenuto (ad esempio, una maschera da teatro greco, per il catalogo delle lampade da teatro) [s. 5]. All’interno, i prodotti sono visti secondo un’inquadratura frontale‚ con mancanza di ombre e quindi di profondità‚ con grande semplificazione formale. A volte si tratta di fotografie, altre volte sono disegni o silhouette: senza ambientazione o presenza di figure umane o antropomorfe (come accadeva spesso nei primi anni del Novecento<7>), perché Behrens vuole eliminare ogni idea di pezzo unico, accentuando il carattere astratto degli oggetti prodotti in serie<8> .

6> Osserva K. Wilhelm (“La turbinenhalle dell’AEG di Peter Behrens” in T. Buddensieg, e H. Rogge, cit., p. 27): «Il marchio di fabbrica che suggerisce l’immagine dell’alveare si trasformava nel segno dell’emergente cultura dell’industria». Nello stesso anno Behrens disegna anche due varianti del logo: le tre iniziali allineate orizzontalmente (a mo’ di sigla tipografica) e una versione contornata da un filetto ellissoidale.

7> Si pensi ai grandi cartellonisti di fine secolo, ma ancora prolifici nel primo Novecento: Jules Chéret‚ Alfons Mucha‚ Leonetto Cappiello ecc.

8> Lo stile oggettivo AEG trova eco in una pratica grafico-pubblicitaria che prende il nome di Sachplakat, manifesto-oggetto o manifesto-cosa, dove il prodotto, stilizzato,

Poster AEG Metalldarhl-Lampe, 1910. Copertina rivista aziendale AEG, 1908.

Si rileva poi un elemento che è meno sistematico, ma chiaramente presente: in molti prodotti dell’azienda predomina l’uso del colore verde‚ con bordi‚ profili‚ ventole e ribattini dorati<9>. Il tentativo è di definire una particolare gamma cromatica, basata sul verde e sull’oro, perché si affermi un’immediata riconoscibilità dei prodotti dell’azienda tra il pubblico. Pregnanti sono poi copertine di cataloghi e manifesti, segnati da un simbolismo che tende a mitizzare l’elettricità, rappresentando l’azienda come portatrice‚ più che di prodotti‚ di quel “dono” immateriale che all’epoca era ancora motivo di stupore, la luce [s. 5]. In definitiva, il carattere classicheggiante dei caratteri, le rigorose geometrie che sottendono

viene a coincidere con l’intero campo del manifesto, fondendosi col nome della ditta. Tale formula si risolve nella massima riduzione: stilizzazione del prodotto e impiego d’un titolo chiaramente leggibile; il tutto enfatizzato con colori accattivanti. Cfr. H. Rademacher, Arte del manifesto in Germania 1896-1933, La Pietra, Milano 1965.

9> Le parti dorate sono in ottone‚ in bronzo o in tombacco (lega di rame e zinco).

Si vedano le schede descrittive dei prodotti in T. Buddensieg e H. Rogge, cit., pp. 50-59.

azienda che fa cultura, anzi che è promotrice di cultura moderna: attraverso l’organizzazione di grandi mostre‚ il restauro di opere d’arte‚ la sponsorizzazione di artisti contemporanei<19> .

Molto brevemente, Tomás Maldonado ha chiosato: lo «“stile Olivetti” […] ricercava l’unità nella diversità»<20>‚ riferendosi al fatto che l’azienda costruisse un’immagine chiara e riconoscibile, pur collaborando con molti e diversi architetti‚ designer‚ grafici‚ artisti. In definitiva‚ la diversità di cui parla Maldonado ha un preciso elemento unificante, l’affermazione di un’idea di azienda come portatrice di modernità; non è una modernità univocamente definita, possiede diverse espressioni ma tutte sono ascrivibili a uno stesso universo concettuale, quello che si rappresenta nelle opere delle avanguardie dell’epoca: nell’arte astratta‚ nell’architettura del Movimento moderno‚ nell’industrial design ‚ nella nuova grafica, al di là delle differenze tra le singole correnti.

Adriano Olivetti muore nel 1960. Dopo di lui inizia un’altra storia segnata dalla rinuncia all’elettronica <21>. Nel 1964 Pier Giorgio

Perotto e il suo team di ingegneri inventano il primo personal computer, La Programma 101 o, familiarmente, La Perottina , con le dimensioni delle comuni calcolatrici meccaniche dell’epoca

19> L’Olivetti, tra l’altro, finanzia il restauro del Crocefisso di Cimabue a Firenze‚ porta in giro per il mondo i cavalli di San Marco‚ sponsorizza la mostra sulla Scuola superiore di Ulm‚ organizza congressi e simposi. Ribadisce B.E. Bürdek‚ Design, Mondadori, Milano 1992, p. 86: «L’Olivetti ha riconosciuto ben presto che il sostegno culturale a progetti indipendenti dall’azienda rappresenta un guadagno per la propria immagine‚ utilmente sfruttabile nella politica dell’impresa».

20> T. Maldonado‚ Disegno industriale: un riesame, Feltrinelli, Milano 2001, p. 68. Cfr. anche B.E. Bürdek, cit., p. 285: «È anche significativo che nella Olivetti venga attuato il principio creativo “Varietà nell’unità”, che costituisce la viva Corporate Image dell’impresa». 21> È però il caso di segnalare che, negli anni Cinquanta, l’Olivetti aveva investito con gran tempestività nell’emergente tecnologia elettronica. Nel 1952 aveva aperto un piccolo laboratorio di ricerca a New Canaan, nel Connecticut. Nel 1955 aveva fondato un laboratorio di ricerche elettroniche nei pressi di Pisa (il primo in Italia). E nel 1959 aveva presentato Elea 9003, il primo calcolatore elettronico interamente sviluppato in Italia: una macchina del tutto transistorizzata che, sul piano tecnologico, pone l’Olivetti in una posizione di primo piano rispetto agli altri produttori mondiali di computer.

W. Ballmer, logo Olivetti, 1971.

(gli elaboratori elettronici erano enormi). Tuttavia il Consiglio di amministrazione ha già deciso di continuare a investire nella meccanica, in cui l’Olivetti ha posizioni di leadership, piuttosto che nell’elettronica. Ne conseguirà il declino, a partire dagli anni Settanta, che non potrà essere arginato nemmeno con l’ormai tardiva ripresa dell’elettronica nel 1978.

Nel 1970 Walter Ballmer <22> ridisegna il logotipo Olivetti [s.11]. Tra il 1971 e il 1976, Hans von Klier, responsabile del Servizio di Corporate Image dell’Olivetti a partire dal 1968, coordina un poderoso team –Clino T. Castelli (specialista della ricerca sul colore), lo stesso Ballmer (quale progettista del logotipo), Perry A. King e studi professionali come la Unimark International e il Contact Studio – per ridefinire gli elementi visuali fondativi dell’image Olivetti. Nascono così i libri rossi (roten Bücher), sistemi di identificazione Olivetti: una serie di manuali che precisano in modo sistematico gli strumenti grafici da adoperare all’esterno e all’interno dell’azienda <23> .

22> Walter Ballmer (1923-11): designer svizzero, particolarmente prolifico in Italia: prima nello Studio Boggeri e poi nel Dipartimento di pubblicità e design Olivetti (1956-81). I suoi progetti spaziano dal design coordinato alla réclame pubblicitaria, dall’allestimento di mostre alle pitture murali.

23> «I Libri Rossi della Olivetti realizzati dal 1971 al 1977 (nel 1993 il progetto è stato aggiornato dallo stesso H. von Klier), si presentano come due raccoglitori ad anelli, di colore rosso, contenenti dieci fascicoli protetti da altrettante custodie rosse, con allegati un kit per la riproduzione del logo […] La suddivisione in fascicoli, che nasce dall’esigenza di

I Giochi olimpici di Città del Messico

Ora, però, vale la pena esaminare un esempio di poco precedente a quello dei Giochi olimpici del 1972. Per i Giochi olimpici di Città del Messico (1968), Lance Wyman, coordinatore della corporate image, disegna il logo e, in collaborazione con l’artista Eduardo Terrazas, elabora un sistema visuale partendo da motivi propri della cultura locale, in particolare i pattern degli Indios Huichole. Si tratta di una serie di colori e di una trama rigata che viene rielaborata con valenze optical (la Op Art nasce alla fine degli anni Cinquanta). Il sistema generale si basa sul logo, costituito sovrapponendo al numero 68 tre dei cinque cerchi del simbolo olimpico; gli altri due coincidono con i cerchi inferiori dei numeri 6 e 8. Il numero 68, tracciato con un carattere lineare molto leggero, è contornato radialmente fino a formare la trama rigata di cui prima. Il logo si sviluppa poi nel titolo Mexico 68 [s. 36]. Sulla base di queste otto lettere, Wyman realizza un alfabeto completo, che fa eco all’arte azteco-messicana e può essere perfettamente applicato a un ampio range di supporti: dai biglietti ai manifesti, dalle uniformi ai palloni colorati che volteggiano sull’arena. Lo sfondo di questi è spesso caratterizzato da una stessa trama di righe concentriche (il più delle volte rosa o turchesi), ottenuta espandendo con linee parallele ognuna delle lettere.

Il programma dei Giochi olimpici di Città del Messico comprende una serie di pittogrammi per le competizioni atletiche, basati sugli equipaggiamenti sportivi o sulla sagoma umana, per gli eventi parasportivi, e ancora: segnali identificativi e direzionali, poster, mappe, francobolli ecc [s. 37]. A tutto ciò, vanno aggiunti i pannelli modulari, progettati dell’industrial designer Peter Murdoch, il quale concerta con Wyman un sistema di componenti intercambiabili per realizzare telefoni pubblici, cassette delle lettere, fontane ecc. Ci sono poi trenta chioschi informativi coloratissimi, decorati con simboli dei Giochi olimpici, che ne permettono l’immediata

L. Wyman, Mexico68.

identificazione. L’image dei Giochi olimpici di Città del Messico si risolve quindi in un programma originale, innovativo ed accessibile a tutti, in quanto basato su figure e su un codice cromatico; secondo un articolo del New York Times, «Si può essere analfabeti, ma non daltonici»<18> .

Per concludere, la corporate image per i Giochi olimpici di Monaco del 1972, presenta caratteristiche formali rigorose, modulari e geometriche, tipiche della Scuola di Ulm e, più in generale, di quella svizzera. A Città del Messico, invece, è presente l’aspirazione alla sistematicità e all’efficacia, caratteri ormai affermatesi nella cultura della corporate image, ma si opera un’interessante coniugazione tra Op Art, corrente artistica d’avanguardia d’ispirazione geometrica (e ascendenza Bauhaus), e storia e tradizioni locali ed etniche; così, tra metodo sistematico e storicità formale, il risultato si traduce in un’image ricca di aperture visuali e concettuali, ancorché perfettamente integrata.

18> Cit. in P.B. Meggs, A History of Graphic Design, Wiley, New York 1998, p. 385, tda.

intellettuale<18>. Con la consulenza di Alessandro Mendini‚ tra il 1980 e il 1983, si elabora una strategia finalizzata a riposizionare l’azienda sul mercato‚ affermandone una nuova identità di prestigio. Nasce così la collezione Tea and Coffee Plaza: undici servizi da tavola d’argento in serie limitata‚ pensati come edifici intorno a una piazza‚ progettati da architetti postmoderni implicati in un discorso sontuosamente eclettico di rapporto con la storia‚ come C. Jencks‚ M. Graves‚ H. Hollein‚ P. Portoghesi‚ R. Venturi e così via <19>. La collezione viene presentata con una serie di mostre-eventi costruiti non in fiere ma alla Triennale di Milano e in gallerie e musei in tutto il mondo (Duchamp ha fatto scuola)‚ con effetto shock perché ci si contrappone alla tradizione del Movimento moderno che fin allora aveva caratterizzato le aziende design oriented. La strategia ha successo e Alessi‚ da azienda di oggetti economici‚ diventa internazionalmente sinonimo di design postmoderno. Decisivo per la visibilità di Alessi è lo spremiagrumi di Philippe Starck‚ l’ormai mitico Juice Salif (1988) [s. 38]‚ che riscuote un successo da cui è inscindibile la campagna fotografica per la pubblicità: in essa appare come un oggetto misterioso‚ dalla forma a goccia rovesciata e sospesa su tre gambe‚ veicolo lunare dalle lunghe ombre‚ ragno gigante‚ oggetto alieno. In realtà è piccolo‚ ed è l’immagine fotografica che ne crea una molteplicità di piani di lettura‚ fornendo un’inquietante versione postmoderna di quel je ne sais quoi che l’estetica del Settecento individuava come costitutivo del rapporto di simpatia con l’oggetto<20> .

18> Alla fine degli anni Settanta Alberto Alessi era interessato a sviluppare un progetto di modellini di architetture‚ ad esempio di Aldo Rossi‚ come multipli d’arte.

19> Si noti come alcuni di essi siano stati presenti con i loro progetti alla Biennale di Venezia nella Strada novissima. Progressivamente varie aziende iniziano a far riferimento ai designer postmoderni. Il che significa: legare il nome dell’azienda a personaggi mediaticamente famosi‚ ma anche presentarsi su mercati stranieri con prodotti disegnati da architetti localmente ben conosciuti.

20> Criticato da molti per scarsa funzionalità‚ l’oggetto riveste invece grande importanza perché dà un impulso decisivo alla strategia di un’azienda da anni impegnata a proporre una nuova generazione di oggetti: più che oggetti d’uso‚ oggetti da regalo‚ legittimati dall’aura culturale che circonda l’intera operazione e dal nome dei designer. Va aggiunto che lo spremiagrumi non è interessato a essere un oggetto utile perché

Philippe Starck, spremiagrumi

Juicy Salif, Alessi 1990.

Negli anni Novanta‚ poi‚ con gli oggetti colorati‚ dalle forme morbide e arrotondate‚ di Stefano Giovannoni per Alessi‚ nasce un fenomeno nuovo‚ un diffondersi internazionale di oggetti “giocattolosi”, tra Starck e Giovannoni‚ appunto<21> . Probabilmente è da questi oggetti che di recente Bruce Sterling‚ autore di fantascienza ora autore d’un libro di previsioni‚ Tomorrow now‚ trae ispirazione per immaginare i blobjects‚ oggetti blob‚ dalle linee «in stile Pokemon […] fungose‚ ermafrodite e repellenti»<22> che invaderanno il nostro futuro.

Osserviamo un’altra strategia vincente‚ alla quale dal 1993 Mendini ha contribuito per qualche tempo come consulente. Un nuovo orologio‚ Swatch‚ viene messo a punto da

denota un altro universo‚ quello del piacere del consumo: in questo senso si fa strumento di differenziazione competitiva nella cosiddetta “nuova era del marketing” in Aa.Vv., Icons of Design, Prestel, Munich-London-New York 2000, p. 164, tda.: «Lo spremiagrumi Juicy Salif […] ha alterato i termini d’una questione fondamentale. Oggi, la domanda non è più: “Di che cosa abbiamo bisogno?”; è diventata: “Cos’altro potremmo ancora volere?” Il Juicy Salif ha fornito una risposta».

21> Precisa lo stesso Giovannoni, cit. in C. e P. Fiell (a cura di), Il design del XXI secolo, Taschen, Köln 2002, p. 175: «Gli oggetti non sono né belli né brutti, ma si adattano o meno al loro tempo. Con la loro immagine e la tecnologia usata per produrli, essi comunicano particolari valori che diventano parte della nostra cultura. Comunicare attraverso gli oggetti significa raccontare una storia che parla della vita attraverso una calda attenzione sensoriale collegata con la nostra memoria e il nostro mondo immaginario».

22> B. Sterling‚ Tomorrow now‚ Mondadori‚ Milano 2004‚ p. 70.

Peter Behrens

I tre caratteri tipografici <fig. 2> sono prodotti dalla Klingospor Type Foundry; dall’alto vero il basso: l’Eckmannschrift, disegnato da Eckmann nel 1896, più tardi utilizzato per il logo AEG disegnato dallo stesso Eckmann nel 1900 <fig.4> , è uno dei più diffusi caratteri Jugendstil; il Behrensschrift di Behrens (1901) è un tentativo di rinnovare le forme della tradizione gotica (si pensi alla nota Fraktur, la black letter caratterizzata da un’accentuata impronta verticale e tratti paralleli ed equidistanti); il Behrens-Antiqua, del 1908, è adottato istituzionalmente dall’AEG. Questo carattere antico, vale a dire classico e solenne in quanto derivato dalle iscrizioni romane, noto anche come Behrens-Roman, presenta

delle affinità coi lapidari, quei caratteri che, ricordando le iscrizioni lapidarie romane, sembrano incisi nel marmo piuttosto che tracciati sulla carta. All’inizio del Novecento, quando i tipi gotici (e goticizzanti), insieme ai sinuosi intrecci dei caratteri Jugendstil, dominano il panorama tipografico tedesco, l’AEG raggiunge un’immediata visibilità e riconoscibilità. Il Behrens-Antiqua caratterizza l’intera produzione AEG, che appare univoca e coerente; da notare le sigle-codice di ogni divisione <fig. 1>. Inoltre, la sua impronta neoclassica, che nella strategia aziendale esprime le connotazioni di qualità e di efficienza, emana un tono autorevole.

Peter Behrens

Loghi AEG 1908

Il logo AEG progettato da Behrens nel 1908 <fig. 5> è l’elemento fondativo dell’image aziendale. I tre esagoni che lo compongono, incorniciati in un esagono più grande, contengono le tre iniziali AEG, in Behrens-Antiqua. Il tutto si risolve in termini geometrici, modulari, con precise proporzioni aritmetiche. Secondo alcuni, il marchio allude a un alveare, simbolo dell’operosità della nuova cultura industriale. Ovviamente –anche se all’inizio del secolo scorso la cosa non era affatto un’ovvietà – il logo di Behrens viene sistematicamente applicato su tutti i prodotti della ditta: dagli artefatti comunicativi agli oggetti industriali, alle strutture architettoniche (si consideri soprattutto la facciata della fabbrica di turbine). Il retro del catalogo del padiglione AEG all’Esposizione di Berlino del 1908 ne costituisce una delle prime applicazioni <fig. 3>. In più, sono previste due varianti: la formula delle tre iniziali allineate in senso orizzontale (ancora in BehrensAntiqua), racchiuse in un rettangolo piuttosto allungato <fig. 6>; e una versione contornata da un filetto ellissoidale, tipica dei marchi di fabbrica, in una sorta di corsivo maiuscolo-minuscolo <fig.7> .

Le indicazioni relative al marchio sono raccolte in un piccolo manuale applicativo, significativamente intitolato Normalien. Paragonando i loghi di Behrens a quelli precedenti, in particolare a quello disegnato da Eckmann nel 1900 <fig. 4>, si rileva con chiarezza quanto il taglio progettuale di Behrens – fondato sulla strutturazione geometrica –abbia preso le distanze dallo Jugendstil lirico e floreale di Eckmann, come pure dalle reminiscenze gotiche tipiche nella Germania del primo Novecento.

Paul Rand

Loghi IBM

1956-62

Il primo logo IBM compare negli anni Trenta: è un semplice monogramma in City Medium. Nel 1956 Rand è incaricato di riformulare la grafica IBM. Per prima cosa si occupa del logo: non ne progetta uno ex novo; ripulisce semplicemente il vecchio. Il redesign di Rand, caratterizzato da due quadratini in negativo (nella B) e da una certa geometrizzazione aggregante, è molto simile al vecchio logo. Solido e compatto, si declina in quattro versioni, una piena<fig. 1> e tre contornate: tratto spesso <fig. 2>, medio <fig. 3> e sottile<fig. 4> . Lo stesso Rand afferma che un’innovazione radicale non avrebbe avuto fortuna, perché i dirigenti dell’IBM erano ancora affezionati al vecchio logo; al contrario, la mera stilizzazione di questo viene accolta entusiasticamente. Soltanto sei anni più tardi, nel 1962, viene adottata l’arcinota versione a strisce: «nella convinzione che le lettere [del logo] non si legano bene» (P. Rand., cit. in S. Heller, Paul Rand, Phaidon, London 1995, p. 156). Secondo Rand, le tre lettere in fila sono viziate da un’incongruenza sequenziale dallo stretto (I) al largo (M) senza alcun ritmo. Diversamente, le strisce costituiscono un legame armonico che unifica le lettere in modo originale (che le strisce abbiano finito per simboleggiare il computer in generale dipende dall’autorevolezza dell’IBM). Spiega lo stesso Rand (A Designer’s Art, Yale

University Press, New Haven 1985, p. 42) che «le strisce sovrapposte al gruppo di lettere tendono a legarle visivamente.

Ciò è particolarmente utile nel raggruppamento IBM, in cui ogni cifra diventa progressivamente più larga in una sequenza sgradevole e amorfa». Eppure, quando Rand propone il logo a strisce – in due versioni: con otto <fig. 5> e con tredici strisce<fig. 6>. – i dirigenti IBM lo accolgono con molto scetticismo, denunciando addirittura una fuorviante somiglianza tra il monogramma zebrato e l’uniforme d’una prigione. Alla fine, si affermerà il logo che tutti conosciamo.

Paul Rand

Poster Eye-Bee-M

1981-82

Ecco un caso straordinario. Nel 1981, quando Rand progetta il poster con il rebus del logo –l’occhio (in inglese, eye = “I”), l’ape (bee = “B”) e la “M” a otto strisce – i dirigenti dell’IBM, preoccupati che questa interpretazione del logo possa incoraggiare i designer

dell’azienda a disertare la puntuale applicazione degli standard, si rifiutano di pubblicarlo. Un anno più tardi, il rebus di Rand conoscerà una diffusione internazionale, contribuendo alla mitizzazione dell’image IBM. Il che dimostra una sorta di paradosso: è possibile affermare la propria identità visuale anche attraverso la sovversione grafica. L’applicazione di segni e simboli per comporre parole (e formare idee) è una pratica diffusissima: si pensi ai progetti di Neville Brody negli anni Ottanta (The Face) e di David Carson negli anni Novanta (Ruygan); e soprattutto al formidabile logo di Milton Glaser “I NY” (1975). Ma il rebus è anche uno dei più efficaci strumenti grafici, perché stimola l’interattività spingendo lo spettatore a decifrare le immagini. Come ribadisce lo stesso Rand ( A Designer’s Art, cit., p. 114): «Il doppio piano di lettura rende le immagini memorabili, esse divertono e informano nello stesso tempo […] Il rebus è un trucco mnemonico, una specie di gioco concepito per stuzzicare il lettore divertendolo». In questo caso, la forza visuale del rebus è acuita dal fondo nero del manifesto insieme a forme semplici e colori brillanti.

Otl Aicher

Marchio

e font Lufthansa

1962-63

Less is more, il celebre motto di Mies van der Rohe, potrebbe essere la trasposizione verbale del marchio pittografico della Lufthansa, limpido e monocromatico: una stilizzazione concepita come massima rarefazione iconica. Ideato negli anni Trenta (e poi affinato dai laboratori della Scuola superiore di Ulm), raffigura una gru in volo. Ben visibile nell’intero materiale figurativo della compagnia aerea, è reso evidente dalla silhouette netta ed essenziale; il cerchio ne accentua l’incisività. In una logica di coordinamento assoluto, posizione e dimensione del marchio sono calibrate in relazione alle varie scritte, la sagoma delle quali si lega benissimo al timbro della silhouette. Il carattere tipografico (Helvetica) è anch’esso estremamente lineare. In versione policroma, il marchio compare in blu e giallo: gru e circonferenza blu su cerchio giallo. Allo stesso modo, anche l’immagine degli aerei, sia all’esterno sia all’interno, è coerente con l’image complessiva della compagnia. Marchio e lettering (Lufthansa) sono sempre presenti, parti integranti e identificative – come del resto tutte le altre – di un coordinamento che persegue l’uniformità per un’infallibile identificazione. Ma non soltanto il

marchio, il carattere tipografico, l’interior – e l’exterior – design degli aerei: ogni singolo dettaglio, anche il più piccolo, è immancabilmente conformato all’image complessiva. Quello della Lufthansa è un chiaro esempio di image hard: dallo stile fotografico (e pubblicitario) alle uniformi del personale, al packaging, fino alle bustine dello zucchero, del sale e del pepe, alle posate, ai tovagliolini ecc.

Pittogrammi e griglia di composizione Giochi olimpici

Sulla falsariga del metodo Isotype di Neurath, i pittogrammi dei Giochi olimpici di Monaco costituiscono un prezioso contributo alla lingua internazionale dei segni non verbali, imprescindibile sia per la segnaletica stradale sia per gli eventi internazionali. I pittogrammi, raffigurando il movimento dell’atleta e l’indicazione diagrammatica dell’equipaggiamento, identificano immediatamente lo sport cui si riferiscono. La peculiarità della serie monacense consiste nell’essenzialità geometrica, che si risolve in una straordinaria rarefazione formale. Ogni singola parte, infatti, è strutturata mediante la griglia generatrice di cui prima, che determina forme chiare e uniformi. I pittogrammi, caratterizzati da elementi grafici modulari, sono quindi perfettamente evidenti sia sulle due dimensioni sia sui supporti segnaletici tridimensionali di varia natura. La griglia modulare (20 x 20) costituisce il sistema generatore dei pittogrammi; da qui la loro peculiare modularità. Divisa in linee orizzontali, verticali e diagonali, piuttosto che ingessare le possibilità creative dei designer (come comunemente si pensa), permette un enorme range di variazioni formali, mantenendo intatto quel tono di uniformità che costituisce il fondamento imprescindibile dei sistemi di design coordinato.

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stelle e strisce

Loghi Fiorucci

Anni Novanta

Si ripropongono qui gli elementi basilari della rivoluzione del costume innescata da Fiorucci, un autentico free-style: “il luogo non comune”, cioè la ricerca di altre culture, etnie che anticipa il meticciato del villaggio globale (frequentissimi i riferimenti all’American Style of Life); “le trasposizioni d’uso” che mutano l’uso dei materiali – il lattice, la plastica –, o capi d’abbigliamento come la tuta da lavoro o la divisa; “il sotto sopra”, cioè l’inversione che porta in vista l’abbigliamento intimo; “il rovescio”, che sposta l’attenzione creativa sulla fodera che si anima di elementi decorativi; “la fusion”, il gusto di fondere più elementi nel patchwork di un singolo capo; “l’eliminazione del tempo”, che rompe le barriere mescolando il guardaroba degli adulti con quello dei bambini; “lo sweetcore ”, un hard-core sublimato con dolcezza che produce tanti piccoli giocattoli; “il vestire la casa e arredare il corpo” che mescola materiali del vestito e degli arredi; “la moda a cartoon ”, che usa la superficie del tessuto stampata come la carta dei fumetti anni Cinquanta; “la commistione casa-palestra”, che estende al quotidiano l’abbigliamento sportivo; il forte incrocio con la cultura pop (dall’enfatizzazione dei

prodotti commerciali al ricorso di fumetti dei dipinti di Lichtnestein); l’attenzione a ogni tipo di calzatura, da quelle pesanti al lancio dei particolarissimi infradito; “la reinterpretazione dei jeans”, fino all’abito bustier, ottenuto dall’assemblaggio di due jeans e alla gonna jeans; il tutto in un trambusto figurativo – un esilarante carnevale visivo – dove si fondono fronzoli decoratissimi, stelle e strisce, angioletti, figure metamorfiche, scritte luminose (dalle metamorfosi tipografiche più inaspettate), sorrisi, fireworks, note musicali, palme caraibiche e una valanga di colori elettrici. L’assenza di rigorosa sistematicità si rivela anche nella metamorfica varietà del logo Fiorucci <fig. 1> .

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