Guido: Michela, ma tu, a chi dedichi questo libello? Io ho deciso di dedicarlo ai miei veri amici. Uomini e donne. Quelli che nonostante tutte le “trasformazioni� che ho vissuto fino ad oggi sono sempre rimasti li. Immutati ed immutabili. Michela: io adadri!
Indice 06 Introduzione 09 Guido Incerti - Il corpo della trasformazione. Post-corpi in post-paesaggi. 23 Michela De Poli - Paesaggi compressi. 43 Sebastiano Brandolini - Paesaggi in cammino. 59 Marina Ciampi - Il territorio come bene sociale. Il paesaggio come spazio umanizzato. 77 Carlo Scoccianti - Creare paesaggi viventi per restituire identitĂ al territorio. 94 Note biografiche
Introduzione Alcuni punti sembrano chiari. Almeno due. E sono stati i punti di partenza. La città storica nella percezione delle persone appare come sempre esistita e la sua formazione sembra essere l’esito di un “naturale” insediamento in accordo con il paesaggio circostante. Questa illusoria unione tra quella città e quel territorio è il risultato di una visione romantica che interpreta le trasformazioni avvenute, come frutto di una naturale e lineare evoluzione come se ogni pezzo aggiunto avesse perfettamente trovato uno spazio in cui stare, una “sede” in cui collocarsi. L’immagine è consolidata e la consapevolezza del tempo lento delle stratificazioni che si sono sovrapposte nei secoli, sembra restituire un paesaggio in sé “concluso”, in equilibrio. Il tempo recente ha prodotto un altro tipo di città e di territorio costruiti attraverso una evidente propensione della società a vedere solo l’attimo del presente, immaginandolo come statico ed immutabile. La preoccupazione del contingente, questa mancanza di visione nel lungo periodo, ha così caricato di alterazioni i luoghi che ci circondano tanto da generare un’intromissione nel vissuto del paesaggio, piuttosto che sulla superficie del paesaggio. L’intromissione ha dato luogo ad una forte accelerazione delle trasformazioni in atto. Siamo riusciti a mettere in crisi l’intero organismo paesaggio. Per un po’ di tempo abbiamo ragionato su questo, tra di noi, a due, e più andavamo avanti più pensavamo di poter avere qualcosa da dire, o meglio da scrivere, su questo tema. Così è iniziata l’idea di racchiudere i pensieri in questo minilibro, per dare corpo a quelle idee che ognuno di noi avrebbe cercato di delineare, per descrivere una propria visione delle contrapposizioni in atto.
6
Fin da subito abbiamo capito che la nostra osservazione poteva essere limitata: dalle nostre conoscenze, dal nostro approccio progettuale, dai nostri interessi di ricerca e perché no dal nostro stesso “stare al mondo”. Abbiamo così cominciato a seguire l’interessante lavoro di alcuni studiosi e “progettisti”che si occupano di “trasformazioni” e “paesaggio” in diversi campi professionali. E’ nato così il rapporto con altri tre autori (oggi diventati amici) Sebastiano Brandolini, Marina Ciampi e Carlo Scoccianti. Ognuno nel proprio terreno specifico – architetto trekker, sociologa e biologo – ha una visione particolare di ciò che li circonda, oltre ad una nemmeno troppo velata passione per il “fenomeno”. Ecco allora che la trasformazione, sempre al centro di questo dialogo e di queste storie, si è venuta a mostrare come un concetto, per l’appunto, in costante movimento, sfuggente, indefinibile per definizione, che a seconda degli stati d’animo, delle passioni e delle visioni e dei progetti si è dimostrata piena di tensioni ed inquietudini, terreno fertile per nuove indagini. Una trasformazione apparentemente indomabile ma, ai nostri occhi, domabile. Queste storie, queste esperienze e questi ragionamenti servono così per cercare di avviare altre riflessioni e aprire gli occhi sulle diverse trasformazioni che ci circondano e, perché no, su nuove ipotetiche strategie di progetto che riescano a guidarle. Paesaggi che mutano, città che cambiano, territori che rinascono, società che evolvono, corpi che si modificano. Spazi, tempi e corpi. Minimi comuni multipli delle nostre trasformazioni.
7
Guido Incerti
Il corpo della trasformazione. Post-corpi in post-paesaggi. 8
Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua, in un confuso luccichio davanti ai suoi occhi. Franz Kafka, La metamorfosi, 1912. Si portò il bicchiere alle labbra, e bevve il contenuto in un sorso. Udii un grido: barcollò, vacillò, si aggrappò alla tavola con gli occhi sbarrati e iniettati di sangue, ansando con la bocca aperta; e, mentre lo guardavo, si trasformava, così mi sembrò, pareva gonfiarsi la faccia diventò improvvisamente nera, i suoi lineamenti parvero dissolversi e alterarsi; l’attimo successivo io ero balzato in piedi ed indietreggiavo verso il muro, alzando il braccio come per difendermi dal prodigio, con l’animo sommerso dal terrore. “Oh, Dio!” gridai, e poi di nuovo: “Oh Dio, oh, Dio!” Davanti ai miei occhi, pallido, tremante, e mezzo svenuto, con le mani che annaspavano in avanti, come un uomo che resusciti, stava Henry Jekill! R.L. Stevenson, Lo strano caso del Dottor Jekill e del signor Hide, 1886.
Riccardo Bonfigli. Surgery.
9
Michela De Poli
Paesaggi compressi. 22
D era un ragazzo affascinato dal coraggio e già da molto tempo aspirava a diventare più audace. Ma quanto ai mezzi per raggiungere questo obbiettivo, non è che avesse le idee proprio chiare. Un giorno improvvisamente gli venne un’idea: con un foglio di compensato, del cartone e due specchi, decise di provare a fabbricare un angoloscopio. (…) D era chiaramente consapevole del fatto che la relazione tra se stesso e il paesaggio, tra se stesso e il mondo si stava trasformando. (…). La città non lo aveva mai fermato, e il mondo, a condizione di essere osservato attraverso l’angoloscopio, era di un’indulgenza assoluta.1 Percorro più volte al giorno tratti di strada che sono stati fino a pochi anni fa il luogo di una vitalità capillare eccezionale sia rispetto al panorama locale che a quello internazionale. Immagini in una successione costante si presentano, si mostrano come icone di uno stato delle cose drammaticamente straordinario. Ciò che appare, così diffusamente ripetuto nella localizzazione e nell’iterazione, è il residuo di un grande banchetto, di una grande abbuffata che ha coinvolto persone, spazi, economie e politiche in un periodo di tempo dalla consistenza anomala. 1. K. Abe, L’uomo-scatola, Einaudi, Torino 1992.
Parco avventura su capannone dismesso. Foto Archivio MADE associati.
23
Sebastiano Brandolini
Paesaggi in cammino.
La trasformazione della grande Milano non segue una sola logica, e neppure una sola velocità. Le trasformazioni non puntano necessariamente al futuro, anzi certe si rivolgono al passato. Per cercare di capirle meglio, sono andato a piedi e ho utilizzato il trasporto pubblico; solo così le trasformazioni del nostro corpo e quelle della nostra città saranno tra loro sintonizzate. Milano si espande oggi su una superficie grande quanto quelle delle principali capitali europee. I teatri, i centri sportivi, i parchi, i monumenti, le linee ferroviarie e metropolitane, i ristoranti e i quartieri degli affari e delle abitazioni, sono dappertutto, per non parlare dei centri commerciali. I quartieri possiedono confini amministrativi ma non fisici; le tre tangenziali – nord, est e ovest – e le autostrade sono le vie principali della città e hanno un loro splendore perché offrono vedute su ciò che sta intorno cambiando aspetto nelle diverse ore del giorno. Le carte di Milano che troviamo appese nelle stazioni della metropolitana e della ferrovia, e che acquistiamo nelle edicole e digitiamo su internet, sono tutte errate, perché i nomi sono superati e sbagliati. Si continua a parlare di tante cittadine, che in realtà sono quartieri; dell’insieme non si parla, ma è l’insieme che si trasforma. Nella metropoli ci sono certi ostacoli quasi invalicabili, e comunque ci si sposti bisogna destreggiarsi per Naviglio nei pressi di Abbiategrasso.
43
Marina Ciampi
Il territorio come bene sociale. Il paesaggio come spazio umanizzato. 58
Quando, come nei confronti del paesaggio, l’unità dell’essere naturale cerca di inserirci nella sua trama, la scissione in un Io che vede e in un Io che «sente» si dimostra doppiamente sbagliata. Di fronte al paesaggio siamo uomini interi (…). Georg Simmel, Saggi sul paesaggio, p. 69. L’Io e lo spazio In un recente studio sull’abitare e sul rapporto individuo-spazio affermavo che la spazialità geometrica, intesa come res extensa pura e omogenea, forma universale a priori in senso kantiano, non ha nulla a che vedere con la spazialità vissuta, che è orientata sul corpo in quanto centro di tutte le prospettive. Il corpo, infatti, è nello spazio dal momento che abita lo spazio, in quanto, percependolo e vivendolo, lo assume organicamente entro la propria esperienza vitale. Nella trattazione del concetto di Raum (spazio) in relazione al corpo, Martin Heidegger chiarisce che l’«essere-nel-mondo» non è un oggetto spazialmente dentro un altro oggetto, ma piuttosto che «l’uomo è nello spazio nel senso che dispone dello spazio, ha già sempre disposto dello spazio. Non a caso la nostra lingua ricorre al verbo einräumen, quando concediamo qualcosa o accettiamo un argomento, nel senso di “cedere un po’ del proprio spazio”. […] L’uomo accetta lo Superkilen, Copenhagen, Denmark by BIG, TOPOTEK1 and Superflex. Foto di Tommaso Galeazzo.
59
Carlo Scoccianti
Creare paesaggi viventi per restituire identitĂ al territorio. 76
Premessa Discutere della peculiarità di un luogo dal punto di vista paesaggistico è equivalente a parlare della tipicità dello stesso dal punto di vista della funzionalità ecologica e quindi degli aspetti ecosistemici che lo caratterizzano. Si tratta infatti semplicemente della medesima realtà letta secondo due discipline diverse. La maggior parte dei paesaggi italiani ed europei si è storicamente caratterizzata dal continuo e lento rapporto di interazione e confronto dell’uomo con l’ambiente. Il risultato di questo processo secolare di scambio e di indirizzo reciproco ha determinato quello che comunemente si intende sotto il termine ‘paesaggio tipico’. Ad ogni paesaggio tipico è strutturalmente legata una determinata biocenosi, altrettanto tipica, che vi dimora al pari dell’uomo. Quando un determinato luogo è ancora in grado di mostrare specifiche condizioni di funzionalità ecologica (e dunque paesaggistica) e quindi possiede ancora molti di quei caratteri peculiari che aveva nel passato, è possibile affermare che esso mantiene tutt’oggi la sua profonda identità maturata nel corso dei secoli (‘identità storica’ o ‘identità tipica’). Dove tutto questo non è ricoscibile e la situazione è completamente nuova l’identità storica risulta profondamente alterata o anche non più riconoscibile in alcun modo. Questa assunzione improvvisa di un nuovo status e questa interruzione File di camion portano via il terreno durante i lavori di creazione di un nuovo bacino lacustre. Sullo sfondo Monte Morello. Focognano, Campi Bisenzio (FI), 2009.
77