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Studionero - zone d’ustione

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INDICE

IN CONDIZIONI DI ATTRITO. LA ZONA D’USTIONE COME CAMPO OPERATIVO

ANTONIO DI CAMPLI

QUESTO LIBRO

STUDIONERO

RURALITÀ ANDINA. PRATICHE DI

CURA E CONFLITTO NEL PROGETTO

DIANA CATALINA BARRERA AGUDELO

INTIMITÀ MEDIALE

FILIPPO LORENZO BALMA

FUOCO DI RITORNO

SOFIA LEONI

PAESAGGI ANTAGONISTI

CAMILLA RONDOT

ATTIVISMI ANFIBI

ALESSIO MAZZARO

IN CONDIZIONI DI DEBITO

ANTONIO DI CAMPLI

SUL TERRAZZO

ANTONIO DI CAMPLI

IN CONDIZIONI DI ATTRITO. LA ZONA D’USTIONE

ANTONIO DI CAMPLI

Ilterrazzo sta sulla sommità di un edificio amministrativo costruito negli anni Novanta. Nove piani, pianta rettangolare. L’intonaco cede nei punti che restano fuori dallo sguardo. Il pavimento è coperto da una guaina impermeabilizzante, sollevata in più punti, dove si fermano piccole pozzanghere. Intorno si accumulano antenne radio, parabole, scatole elettriche, tubi di ventilazione. I cavi corrono ovunque, stretti da fascette. Il traffico arriva da lontano, come un ronzio soffocato. Più vicino si impone il vibrare basso degli impianti. Ventole sempre accese, compressori che partono all’improvviso, aria calda che esce da una griglia. Da qualche parte scatta a intermittenza un relè. Un tratto del parapetto è occupato da una canalina tecnica aperta. Dentro passano cavi di grosso diametro, rossi, blu, neri. Da qui la città non si offre allo sguardo. Si vedono solo retro, cortili tecnici, tetti piatti, torri degli ascensori. Non esiste un accesso diretto per il pubblico. Serra e Valenti sono saliti da una scala di servizio in metallo. ❦•

Valenti: Quindi tu lavori con le città.

Serra: Dipende da cosa intendi per “lavorare”.

V: Le costruisci?

S: No. Le accompagno mentre si sfaldano.

V: Succede spesso?

S: Ormai è routine.

[Sguardo vago]

S: Vedi, sotto quella roba lì, i palazzi, le strade, i piani regolatori, c’è attrito. Tipo placche tettoniche.

V: Stai parlando di terremoti o di condomìni?

S: È la stessa cosa. Solo che uno fa più rumore dell’altro. Sono forze che si sfregano. Una vuole amputare: norme, decoro, standard. Tutto che sembri “a posto”.

V: E l’altra?

S: L’altra vuole rompere il giocattolo. Non migliorarlo. Hai presente quando vuoi capire com’è fatto qualcosa, spaccandolo?

V: Ah. Quelli che non stanno alle regole.

S: No. Quelli che mostrano che le regole già non funzionano e vorrebbero proporre altro.

[Silenzio breve]

RURALITÀ ANDINA. PRATICHE

DI CURA E

CONFLITTO NEL PROGETTO

DIANA CATALINA BARRERA AGUDELO

Unponticello con una campata di dodici metri scavalca il fiume Tejar. Sembra abbandonato, con le fondamenta in pietra che spuntano tra l’erba alta. Le travi, però, sono fatte di grossi tronchi di legno, ormai marci. Doña Flor passa di lì, guidando un gregge di venti pecore. Deve fermarle di colpo perché, come al solito, loro si dirigono verso il ponte. Invece lei le blocca e le costringe a proseguire sulla strada sterrata. Dopo una cinquantina di metri, deve quasi spingerle verso il dirupo del fiume per far passare un camion che si sente arrivare da dietro la montagna. È carico di carbone. Mentre la polvere sollevata dal camion si dirada, da valle si sente la voce scherzosa di Don Salomón:

Don Salomón (V.O.): Che si dice in paese, doña Flor? Ci fanno la pelle o ci lasciano in pace?

Doña Flor: Che vuole che le dica, don Salomón? Sembra che ci lascino in pace, ma a lei se lo porterà via il fiume... Si dia una mossa, perché quel ponte, al primo temporale o piena, se lo trascina via, insieme alla casa!

DS: Ho già presentato una richiesta in comune, ho parlato con diversi assessori, con la giunta di Azione Comunitaria, mi sono persino fatto vivo dai Merchán quelli delle miniere, che quella gente ha un sacco di soldi, per chiedergli se ci prestavano una macchina o se donavano qualche legno... Alla fine quasi ci rimettevo io!

DF: E come mai?

DS: Quella gentaglia è fatta così. Dicevano che la cosa non li riguardava, perché il carbone passa dall’altro ponte. Persino Artemio si è arrabbiato! Dice che i suoi capi danno un sacco di royalties apposta, ma lei quando mai ha visto un centesimo di quei soldi? Alla fine tutti dicono che è il comune che deve risolvere la questione.

DF: E il comune?

DS: Che non hanno soldi...

Cyborg o imbecilli?

Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?

Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, III, 5, 8, I secolo d.C.

Sebbene dilaghino nell’opinione pubblica timori sulla sempre più stretta dipendenza con la tecnologia, il digitale e l’intelligenza artificiale, pensatori come Maurizio Ferraris (2016) ci invitano a riconsiderare la tecnica come naturale estensione del corpo biologico. Proprio come nel terzo stadio dell’enigma edipico, è quando l’uomo si rende conto della sua condizione di animale insufficiente – “imbecille”, in-baculum, privo di bastone – che imbraccia la tecnologia, che sia una foglia di fico, una ruota, un accendino o uno smartphone.

La tecnologia e il design – inteso come progettazione in senso ampio – sono gli agenti che, nel corso dei secoli, hanno continuamente ridefinito l’umanità (Colomina & Wigley, 2016, p. 9), trasformando l’abitante del nuovo millennio in quello che Donna Haraway (2016, p. 11) definisce un cyborg: un essere in cui la differenza tra naturale e artificiale, mente e corpo si fa completamente ambigua. Questa mutazione antropologica precipita inevitabilmente nello spazio domestico, dando forma a quelle che Vidler (1992) definiva “case per cyborg”. A prima vista queste definizioni possono apparire fantascientifiche, ma osservando come effettivamente abitiamo la casa e interagiamo con i suoi oggetti, emerge una relazione sempre più simbiotica. Dalla casa del collezionista di Walter Benjamin alla smart home dell’era digitale, il nostro rapporto con lo spazio domestico è sicuramente mutato. Se già nell’Ottocento gli oggetti, l’arredamento, la decorazione dell’interno domestico assumevano un valore e un ruolo sociale per il suo abitante (Rice, 2007; Balma, 2023), lo sviluppo tecnologico ha generato dei veri e propri rapporti di interazione fisica e sensoriale fra corpo e casa. L’ingresso di radio, televisori, computer e oggi sistemi di intelligenza artificiale (come Amazon Alexa) sono diventanti protagonisti con cui il corpo, si relaziona e interagisce sia con la casa stessa sia con l’esterno e il pubblico (Balma, 2023, pp. 65-67).

Defhouse, soggiorno. © Simone Furiosi

PAESAGGI ANTAGONISTI

CAMILLA RONDOT

Introduzione

Il contributo presentato in questo capitolo propone di riflettere sulla relazione tra movimenti migratori che attraversano l’arcipelago delle Isole Canarie e spazi ibridi che questi movimenti producono. Si tratta di luoghi in cui «la realtà si manifesta come problema che sfugge alle procedure abituali, come nodo che fa emergere una ferita: un ordine che salta, una storia che esplode in superficie, un linguaggio che perde capacità di copertura» (di Campli, in questo volume, p. 5). Sono quelle zone di ustione in cui il contatto, l’attrito, la negoziazione forzata producono calore.

L’indagine sul territorio restituisce l’immagine di un arcipelago attraversato e costruito da movimenti molteplici, in cui le migrazioni non sono soltanto corridoi di transito, ma processi generativi che incidono sul paesaggio insulare, sulle pratiche quotidiane e sulle forme stesse dell’abitare. La ricerca tenta di proporre uno sguardo orientato: osservare come alcuni territori e alcuni spazi nascano dall’intreccio fra mobilità e immobilità, fra regimi di controllo e invenzioni quotidiane, e come in questo intreccio si giochi oggi una parte essenziale della condizione urbana e territoriale e come questo abbia profondamente a che fare con il progetto dei territori contemporanei.

In questo quadro, il contributo adotta come lente di indagine il movimento migratorio che, attraverso la recente riapertura della rotta Atlantica, attraversa l’arcipelago delle Canarie.

Assumere questo flusso come lente critica permette di esplorare come corpi in movimento, spazi interstiziali e forme di regolazione diano luogo a configurazioni spaziali ibride e frammentate, difficili da ridurre ai binarismi tra interno/esterno, centro/margine, legale/illegale, formale/informale.

Il lavoro qui presentato si muove attraverso due ipotesi generali. La prima individua la migrazione come processo territoriale esteso, la rotta atlantica non è un’eccezione nel sistema delle mobilità insulari, è parte di un campo più ampio in cui transitano, si sovrappongono e interferiscono mobilità turistiche, logistiche, stagionali, residenziali. I flussi non si dispongono per compartimenti, ma per collisioni, attriti, densificazioni. La seconda riflette sulla possibilità che spazi non regolati, insenature all’interno della macchina turistica, siano utili per riflettere in termini spaziali sulla presenza di queste interferenze. Al di fuori dei sistemi di accoglienza istituzionali, esistono luoghi che funzionano come vere e

teli, camper, abitazioni in legno e lamiera. Le forme dell’abitare qui non sono solo reazioni alla mancanza di risorse, ma strategie d’adattamento al paesaggio giuridico e territoriale incerto.

Sono luoghi che funzionano come filtri, dove si coagulano presenze mobili, frammenti di economie informali, forme d’abitare divergenti, immaginari alternativi. Sono luoghi che si riempiono di ciò che altrove eccede. Luoghi in cui trovano spazio sedimenti dei processi di governo. Si tratta, usando i termini di Homi Bhabha di arene ibride e incerte in cui i soggetti, lungi dall’essere pienamente integrati o esclusi, si muovono in una zona intermedia di negoziazione «It is in the emergence of the interstices – the overlap and displacement of domains of difference – that the intersubjective and collective experiences of nationness, community interest, or cultural value are negotiated» (1994, p. 2). In questo senso, Puertito e Los Cristianos non sono semplici contenitori della marginalità, ma dispositivi di interazioni transnazionali, campi attraversati da corpi, lingue, segni, economie, pratiche materiali e simboliche altre. «Luoghi sempre più delineati come assemblaggi composti da frammenti di altrove incorporati nei loro effetti effettivi qui» (di Campli, 2019). La nozione di transnazionalismo (insieme ad altre), nata per descrivere i legami che la figura del migrante mantiene tra luoghi d’origine e d’arrivo, aiuta a leggere questi spazi non come isolati o marginali, ma come nodi di una rete più ampia, in cui coesistono il Senegal e il Belgio, l’hippie europeo e il lavoratore agricolo sudamericano, il turista alternativo in cerca di autenticità e il migrante irregolare che vive nelle cuevas. È proprio la sovrapposizione di queste presenze volontarie o forzate, stabili o intermittenti, che produce la densità di questi territori. In queste arene, la relazione diretta non è il fine, ma un processo instabile, mai compiuto, fatto di tolleranze mutevoli, di invisibilità selettive, di alleanze provvisorie. In questo senso un’intuizione di Eduard Glissant sembra ancora utile. Avendo come riferimenti i caratteri di società composte da più gruppi e strati sociali come, ad esempio, quelle Créole degli arcipelaghi caraibici, ha elaborato un pensiero sulla relazione fondato sulla rivendicazione del diritto all’opacità perché non è più necessario comprendere l’altro, cioè ridurlo al modello della mia stessa trasparenza per vivere con lui o per costruire con lui (1990, p. 54). L’opacità è una delle condizioni necessarie per la relazione in questi luoghi. In modo diverso dai luoghi in cui la tolleranza alla diversità si gioca sulla possibilità/volontà di rendere visibili o invisibili determinati soggetti, qui è il carattere

4. Foto aerea dei dispositivi abitativi delle chabolas presenti sul fianco di Av. Amsterdam. © Camilla Rondot (novembre 2024)

ATTIVISMI ANFIBI

ALESSIO MAZZARO

Questo capitolo prende avvio da due domande emerse nel seminario da me tenuto nel 2025 all’interno del corso di Urbanistica al Politecnico di Torino. La prima riguarda il motivo per cui la categoria dell’Attivismo entra nel discorso urbanistico. La seconda riguarda ciò che pratiche di attivismo possono apportare alla ricerca disciplinare. Entrambe mirano a chiarire il rapporto tra iniziative che agiscono fuori dai dispositivi istituzionali e i processi attraverso cui lo spazio urbano viene prodotto, regolato e trasformato. Al tempo stesso interrogano la possibilità che tali iniziative incidano, anche indirettamente, sull’operato di chi è formalmente responsabile della pianificazione e del progetto.

In questa prospettiva è utile richiamare quanto osservato da Teresa Caldeira nel suo studio sulla pixação a São Paulo. A partire dagli anni Novanta, questa pratica di scrittura urbana ha visto soggetti provenienti dalle periferie occupare le superfici più esposte del centro cittadino, in particolare le parti alte degli edifici. Attraverso queste azioni si affermava una presenza difficilmente ignorabile e si rendeva visibile un punto di vista che restava abitualmente ai margini. Si trattava di una presa di parola che passava dal corpo e dallo spazio prima ancora che dal linguaggio.

Rimaneva tuttavia aperta una questione centrale, relativa alla capacità di queste azioni di produrre effetti che andassero oltre il piano simbolico. Caldeira individua in questo una tensione strutturale. Da un lato la pixação esprime una rivendicazione forte sul piano spaziale. Dall’altro tende a sottrarsi a qualsiasi forma di traduzione condivisa. Le scritte risultano spesso indecifrabili per chi non appartiene a quel contesto e funzionano come un linguaggio chiuso, comprensibile solo a chi ne conosce le regole implicite. Si afferma così una presenza che sfida l’ordine urbano senza aprire un terreno di confronto riconoscibile.

Questo carattere emerge anche sul piano linguistico. Le tag dei pixadores costruiscono un codice che segnala appartenenza e conflitto, ma raramente fornisce strumenti di lettura a chi ne resta esterno. Si tratta di un alfabeto che dichiara l’esistenza di una frattura senza proporre una soglia attraverso cui attraversarla. In questo senso la pratica resta collocata in una dimensione affermativa del dissenso, che rende visibile una distanza ma non la trasforma in uno spazio di interlocuzione.

Questa dinamica richiama, per analogia, le parole di Andrés Barba in Repubblica Luminosa (2017), quando parla della necessità di parole

confronti della ricerca, maturata dopo anni di raccolta di dati per progetti universitari. Dall’altro vi era la consapevolezza che l’impossibilità di bloccare la canalizzazione del torrente rendeva necessario adottare nuove strategie di azione e produrre forme di conoscenza diverse da quelle abitualmente mobilitate dagli ingegneri della SIURB.

Ana Paula Koury mi affida questo compito in quanto dottorando in urbanistica con una formazione che intreccia pratica artistica e ingegneria idraulica. La proposta che avanzo consiste nel simulare all’interno della favela la presenza dell’infrastruttura, tracciandone collettivamente il perimetro insieme agli abitanti mediante l’uso di una lunga corda. La vasca avrà un perimetro di trecentoquattordici metri e una profondità di quindici metri. L’intento era duplice. Da un lato rendere percepibili le dimensioni di un’opera di questa scala. Dall’altro utilizzare l’azione come occasione per aprire una conversazione condivisa intorno alle sue implicazioni.

Quando l’azione viene realizzata nel febbraio 2025, i partecipanti iniziano interrogandosi sulle conseguenze della presenza di un cantiere all’interno della favela. Successivamente emergono dubbi e preoccupazioni legati all’opera. Solo in un secondo momento prende forma un processo immaginativo, orientato a definire ciò che gli abitanti avrebbero voluto sopra la vasca, con Ana Paula Koury impegnata a tradurre graficamente le indicazioni e i desideri espressi durante la discussione.

Una parte delle preoccupazioni si concentrava sugli effetti che lo scavo della vasca avrebbe potuto avere sulle abitazioni esistenti. Questo ha portato gli abitanti a richiedere un rapporto di impatto dell’opera, documento previsto dalla normativa ma che tende a non essere prodotto nei casi in cui i cantieri insistono su aree occupate informalmente.

Un altro gruppo di osservazioni riguardava la necessità di affiancare alla vasca di laminazione una rete di interventi di drenaggio di scala minore. Questa richiesta nasceva dall’esperienza diretta degli abitanti, che avevano osservato come in altri quartieri infrastrutture analoghe non fossero state sufficienti a risolvere i problemi di allagamento. Il tema ha assunto un peso rilevante nella discussione, anche perché a São Paulo il drenaggio di scala urbana e quello di scala locale sono gestiti da enti differenti che operano senza un reale coordinamento. La SIURB interviene prevalentemente con opere di grande scala, come vasche di laminazione e alcuni parchi lineari, orientate a rispondere alle esondazioni dei corsi d’acqua, mentre le subprefetture si occupano degli allagamenti legati alle piogge attraverso sistemi di drenaggio diffuso.

Azione collettiva, gli abitanti con una corda tracciano il perimetro della futura vasca di laminazione. © Alessio Mazzaro

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