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Massimo Fordini Sonni - Oltre l’abbandono

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Indice 6 8 12

PREFAZIONE PRESENTAZIONE INTRODUZIONE

Parte I CELLENO: STORIA, CRISI E VALORIZZAZIONE 15 22 29 35 39 45 50 53 56

1. Dalle origini all’Italia liberale 2. Il declino nel periodo fascista e la nascita della Borgata Luigi Razza 3. Il trasferimento della popolazione 4. Celleno Nuovo 5. Il dopoguerra e le vicende del Castello Orsini 6. Gli anni Settanta ed Enrico Castellani 7. L’inversione di tendenza 8. La disciplina urbanistica 9. Dall’oblio al Borgo Fantasma

Parte II LABORATORIO CELLENO

Tesi di laurea per la rigenerazione del patrimonio abbandonato

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1. Il ruolo degli ordini nella promozione dell’architettura contemporanea 2. Nuovo e antico nell’architettura contemporanea della Tuscia 3. Approcci multi-scalari e multidisciplinari per la rigenerazione dei centri minori e degli ambiti rurali. Il caso studio della Valle Spluga in Lombardia 4. Il contemporaneo nei borghi antichi. Strategie per il recupero dei borghi antichi in stato di rovina: il centro storico di Celleno 5. Regola. Sulle tracce del Borgo Fantasma di Celleno 6. Riqualificazione degli edifici del Versante Nord 7. Dalle analisi territoriali a nuove destinazioni per il Borgo Fantasma


Parte III STRUMENTI PER LA RICERCA 121 122 125 131 133 136 154

1. Sindaci del dopoguerra 2. Cronologia degli eventi dagli anni Novanta 3. Opere pubbliche di consolidamento, recupero e valorizzazione 4. Bibliografia 5. Tesi di Laurea e Master 6. Fonti di archivio 7. Convegni, conferenze, dibattiti, mostre


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Prefazione

Esistono luoghi in cui il silenzio non è assenza di vita, ma una forma diversa di presenza. Celleno, il “Borgo Fantasma”, è uno di questi. Per decenni, le sue pietre di tufo hanno custodito il segreto di un distacco forzato, quello sancito dal decreto presidenziale del 1951 che impose alla popolazione di abbandonare le proprie radici. Quello che seguì fu un lungo periodo di oblio, una damnatio memoriae che sembrava destinata a cancellare per sempre l’identità di uno degli insediamenti più antichi e suggestivi della Tuscia. Questo volume documenta una storia di crisi e resilienza ripercorrendo la parabola di Celleno dalle sue origini fino alla complessa transizione verso l’Italia liberale e il difficile ventennio fascista, segnato dalla nascita della “Borgata Luigi Razza”. Il cuore della narrazione risiede però nel secondo dopoguerra: il trasferimento traumatico della popolazione verso Celleno Nuovo e le alterne vicende del Castello Orsini sembravano preludere a una scomparsa definitiva. Il miracolo di una rinascita ha il suo punto di svolta nel 1973. Il germe della ripresa fu gettato dal Maestro Enrico Castellani, figura di spicco della scena artistica internazionale, che scelse la Rocca Monaldeschi-Gatti come sua dimora e atelier. Per 45 anni, Castellani è stato l’unico abitante di Celleno Vecchio. Il suo non fu solo un ritiro artistico, ma un atto di resistenza civile: abitando il silenzio, ha impedito che il borgo scivolasse nel baratro della distruzione coatta. La Rocca è diventata così una delle più importanti botteghe d’artista al mondo, preservando il nucleo architettonico intorno alla piazza che oggi porta il suo nome. Il recupero di Celleno non sarebbe stato possibile senza un impegno corale. Dopo la distruzione coatta degli anni Cinquanta, la tendenza è stata invertita grazie agli sforzi


Prefazione

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profusi dal Comune di Celleno in stretta collaborazione con la Regione Lazio. Sono stati realizzati interventi strutturali fondamentali per il consolidamento dei fragili versanti tufacei e la messa in sicurezza del patrimonio culturale. Questa partnership ha permesso di trasformare quello che era un rischio idrogeologico imminente in un’opportunità di recupero monumentale, salvando le antiche vestigia da un crollo che sembrava irreversibile. Dall’esempio di Castellani e dalla messa in sicurezza del sito è scaturito un interesse che ha reso Celleno un caso di studio d’eccellenza per le principali scuole di architettura italiane. Il borgo è oggi un laboratorio a cielo aperto per le facoltà di Roma, Firenze e Milano: da fenomeno mediatico e turistico a oggetto di studio scientifico e architettonico di alto livello. Un “laboratorio a cielo aperto” che da molti anni segna l’incontro tra l’amministrazione locale e l’accademia confermata dalla partecipazione di quattro prestigiosi atenei italiani al convegno del 2023. Celleno elevato da “meta social” a caso studio nazionale per le strategie di recupero dei borghi abbandonati. A differenza del passato, l’approccio accademico presentato a Celleno non si limita alla documentazione del rudere, ma si spinge verso la progettualità attiva. Le tesi non propongono solo il consolidamento dell’esistente, ma avanzano soluzioni architettoniche per la ricostruzione dei volumi crollati, esplorando diversi stili e linguaggi. I concept presentati potranno fungere da linee guida per i futuri piani di recupero comunali, cercando un equilibrio tra il “fascino del fantasma” e la necessità di spazi funzionali. Le strategie comunali di recupero e valorizzazione hanno prodotto dati tangibili; i dati più recenti confermano una tendenza di crescita straordinaria, con un notevole incremento di visitatori anno su anno. Celleno è oggi una meta fissa del turismo di prossimità, capace di attrarre l’attenzione di testate internazionali come il Telegraph, e di trasformare la storica Festa delle Ciliegie in un evento di richiamo regionale che unisce folklore e sviluppo economico. In ultima analisi, la storia di Celleno è la dimostrazione che l’abbandono non è l’ultima parola. È il racconto di una comunità che, illuminata dall’arte e dalla ricerca accademica, ha saputo trasformare una ferita storica in un motore di sviluppo.

Luca Beraldo


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Presentazione

Questo volume raccoglie gli esiti di un confronto proficuo che ha consentito di fare il punto su temi ricorrenti nell’area geografica dell’Alto Lazio e farne occasione di nuovi scenari di sviluppo, e di stimolo di concrete sinergie, che la Soprintendenza non può che guardare con favore. Celleno, Civita di Bagnoregio e Calcata, ma anche Faleria, Sipicciano e Bassano, sono antichi borghi arroccati, con un’edilizia resa instabile dal dissesto geologico, che reiterati provvedimenti prefettizi dei primi decenni del Novecento, e fino a tutti gli anni Cinquanta, hanno imposto ai residenti di lasciare. I pianori tufacei del Viterbese, talvolta occupati fino all’orlo dalle case, sono stati scelti per l’impianto di gran parte degli antichi centri o parti di essi. L’abitato che si salda con i versanti rocciosi, laddove non è crollato costituisce lo scenario identitario dei borghi dell’entroterra rupestre della Tuscia, ed è minacciato dall’erosione, dall’instabilità o dallo sgretolamento del suo sostegno naturale. A seconda della pendenza delle pareti naturali, il dissesto geologico è stato affrontato nell’ultimo secolo con diverse soluzioni tecniche e formali, gestito nel tempo dal Genio Civile, dai comuni con finanziamenti regionali, da enti di ricerca che hanno messo in atto innovativi sistemi di tenuta. Dalla fasciatura scarpata del versante meridionale di Capranica, realizzata in tufelli, variata nel tratto occidentale dalla speronatura ad arcate, al rivestimento delle pareti in cemento armato, segnato o meno da contrafforti come ad Arlena di Castro, il tema si declina in più varianti ormai storicizzate. Ci sono abitati che non è stato possibile mettere in sicurezza, e che sono stati abbandonati – talvolta con intimazioni degli ufficiali di pubblica sicurezza – in favore delle nuove frazioni. E ci sono storie di resistenza, come a Calcata e a Civita


Presentazione

di Bagnoregio. Collegata da un ponte rifatto negli anni Sessanta, la frazione della Valle dei Calanchi viene tenuta in vita da decenni grazie alla frequentazione turistica. Il rischio geologico viene gestito con interventi pilota, più di recente con l’esecuzione di pozzi profondi per ancorare la tirantatura delle grandi placche verticali di tufo sottostanti le case. Un po’ dovunque, nei paesi citati o nei tratti di essi minacciati dal dissesto geologico, lo spopolamento è avanzato inesorabile, in favore dei nuovi quartieri o dell’emigrazione. Lasciando il posto, negli anni, ad intellettuali e artisti che hanno preso possesso delle case. Ai margini degli abitati, ma anche nei palazzi e nei castelli, sono sopraggiunti allora personaggi di spicco, che si sono appropriati dei vecchi immobili, divenuti laboratori della loro creatività. Queste figure sono state catalizzatrici, talvolta, di nuove frequentazioni. A Calcata, ai tanti residenti “alternativi” sopraggiunti, si è unito Paolo Portoghesi; a Bassano in Teverina Twombly, a Celleno Castellani. Per decenni l’emigrazione, vicina o lontana, è stata la soluzione al disagio degli abitanti allontanati, e nessuno o quasi si è preoccupato di invertire la rotta, o di porsi il problema della conservazione dei vecchi centri, che di anno in anno si ruderizzavano, talvolta sommergendosi nella vegetazione. Ma tranne rari casi, le Pompei del Novecento non sono state buona cosa. Turisti e residenti ne hanno preso le distanze, via via maggiori, finendo per danneggiare la stessa parte sicura di paese. Agli amministratori – spesso di comuni sotto i mille abitanti – restava il problema di gestirne i valori storico artistici, storico documentari, storico paesaggistici. Talvolta, senza comprenderne il valore, ne hanno favorito la demolizione controllata, lo smontaggio di elementi decorati, la riduzione a pochi segni planimetrici. La presa in carico del problema della loro rinascita è cosa recente, legata a finanziamenti speciali, della fine degli anni Novanta. A Bassano in Teverina e a Sipicciano è stata l’ATER ad occuparsi di ridare vita ad abitazioni collabenti, consolidando il volume rimanente e ricostruendo quello perduto. Altrove sono stati restaurati gli edifici pubblici, perlopiù quelli sacri, monumenti per definizione. Ma la quantità di volumi perduti è significativa, ed è necessario un lavoro organico e sensato. Cosa può restare a rudere e cosa ha senso ricostruire? E come farlo, se è crollato molto, se restano solo pochi tratti di

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Parte 1 - Celleno: storia, crisi e valorizzazione

Parte 1

Celleno: storia, crisi e valorizzazione


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1. Dalle origini all’Italia liberale

La fragilità litologica del banco tufaceo, unitamente ai processi erosivi che caratterizzano il paesaggio geomorfologico della Tuscia, ha condizionato in maniera determinante non soltanto l’impianto architettonico e lo sviluppo urbanistico del centro abitato, ma ha altresì influenzato i tempi e le dinamiche del suo progressivo e parziale spopolamento1. L’organizzazione urbanistica di Celleno costituisce un tipico esempio di incastellamento, paradigmatico del modello insediativo ricorrente nei centri storici della Tuscia viterbese. L’abitato si sviluppa su uno sperone tufaceo isolato, in corrispondenza della confluenza di due corsi d’acqua: una collocazione rispondente a precise finalità strategico-difensive, in quanto l’acclività dei versanti rocciosi garantiva una protezione naturale pressoché inespugnabile lungo tre lati del perimetro insediativo. L’unico lato accessibile, quello collegato all’altopiano, era protetto dalla presenza dominante della fortificazione e, quasi sempre, da un profondo fossato artificiale che isolava fisicamente il castello dal resto del territorio. Questa posizione elevata non rispondeva solo a necessità difensive, ma assicurava anche un perfetto controllo tattico e visivo sulle valli circostanti, nodi cruciali per la viabilità e l’economia del tempo. Il primo a studiare in maniera compiuta questa tipologia urbanistica fu Luigi Piccinato che in uno dei suoi testi più famosi scriveva: «La configurazione tipica del terreno, sul quale sono sorte molte cittadine fondate dal X al XIII secolo, nell’Italia Laziale, sul promontorio risultante dalla confluenza di due fiumi o torrenti fortemente incassati nel suolo, ha dato luogo ad un tipo molto comune ed interessante: quello che potremmo chiamare a “fuso di acropoli”. […] Molte di queste poi sono state impostate da secoli; sulle rovine si sono


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2. Il declino nel periodo fascista e la nascita della Borgata Luigi Razza

Nei primi anni del regime fascista lo Stato interviene in maniera decisa e costante per ridurre i fenomeni di erosione della rupe ed in particolare del versante nord. Il 16 aprile del 1923 l’Ufficio del Genio Civile di Roma redigeva il primo vero progetto di consolidamento dell’abitato indirizzando le opere sulla sistemazione del fosso Petrella1. Quest’ultimo, che dopo la fine lavori fu denominato fosso delle Briglie, subì un intervento di regimazione delle acque con risultati efficaci e propedeutici per il successivo consolidamento della parete subverticale al piede dell’abitato. Questo passaggio storico è fondamentale perché segna il passaggio da una gestione emergenziale a una pianificazione ingegneristica sistematica della rupe di Celleno. Alcuni anni dopo, il 30 settembre 1928, l’ingegner Fernando Moltoni relazionava sulla stabilità di parte dell’abitato ed il giorno seguente il Commissario Prefettizio Marri Galieno era costretto ad ordinare lo sgombero immediato e la demolizione di varie case, tutte concentrate nella parte nord-est dell’abitato. In quegli anni si moltiplicarono i crolli nella stessa zona tanto da interrompere la strada della Ripa che dava accesso alle cantine2. All’inizio del 1931, il Genio Civile intervenne nuovamente per mettere in sicurezza il fosso Petrella. Tuttavia, l’8 giugno dello stesso anno, a seguito di un terremoto con epicentro a Celleno, la situazione precipitò: piazza Piazzarella venne chiusa al transito e iniziarono le demolizioni degli edifici. Negli anni successivi, furono abbattuti definitivamente tutti gli immobili sul versante nord-est della rupe, la parte più alta del paese, e le macerie vennero scaricate lungo i pendii sottostanti.


2. Il declino nel periodo fascista

Massimo Fordini Sonni

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Nel 1934, la situazione del “Castello” si era fatta drammatica e pesante per la popolazione e si verificò il primo, significativo episodio di quello che sarà un esodo senza ritorno: alcuni senzatetto vennero ricoverati nel Villino Baiocchini di proprietà dell’avv. Galli. Si può dunque individuare nel periodo fascista una rapida accelerazione della perdita di consistenza dell’abitato di Celleno antica: in quel determinato contesto culturale, la generale insensibilità verso la tutela dei centri storici e la mancata percezione di quelli che solo in seguito sarebbero stati riconosciuti come fondamentali valori storici, urbanistici e paesaggistici, ha portato alla perdita di questo patrimonio senza che venisse predisposta alcuna forma di documentazione o memoria storica3. L’unica testimonianza chiara di come apparisse l’antica Celleno prima del suo abbandono definitivo è una cartolina del 1941. In questa immagine, scattata da sud, il borgo mostra un’imponenza oggi del tutto perduta4. La struttura originale del paese e la storia delle sue demolizioni sono documentate dai catasti Gregoriano (1816) e Post-Unitario (1870). Questi registri sono fondamentali perché rappresentano Celleno nel momento della sua massima espansione urbana5. Al contrario, la foto aerea del 1939 (scattata dalla società SARA NISTRI6), mostra una situazione già compromessa: in questa immagine è evidente che la parte nord-est dell’abitato era già stata completamente rasa al suolo. Esistono anche foto aeree della Royal Air Force (19431945), ma essendo state scattate da quote molto alte, sono meno utili per distinguere i dettagli architettonici degli edifici. Dalla guerra in poi l’abbandono, combinato con la fragilità dei luoghi, il

7. In alto. Panorama da sud del 1941. Cartolina della tabaccheria di Iommetti Zambulon (Zamburlo) [Collezione Mario Valentini]. 8. In basso. Catasto gregoriano aggiornato al 1816 [Archivio di Stato di Roma, Cat. Gregoriano, Antica Provincia Viterbo, mappa 77 sezione 3-III].


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Oltre l’abbandono

Parte 1 - Celleno: storia, crisi e valorizzazione

la sua produzione artistica per un lungo periodo di tempo dal 1975 al 2008. Castellani, a partire dal 1973, iniziò una campagna di interventi sul castello, sua residenza, avendo sempre cura di fare ricorso alle maestranze attive a Celleno in quel periodo, nella convinzione che nel “sapere” degli artigiani locali risiedesse l’autenticità di quel posto. La presenza di Castellani a Celleno4 ha costituito un presidio importante per l’antico abitato, che al momento del suo arrivo era all’apice del degrado. Tuttavia, nemmeno la presenza di questo “solitario” e prestigioso residente riuscì a sollecitare la doverosa attenzione dell’Amministrazione Comunale del tempo, che anzi, per diversi anni continuò a considerare Celleno Vecchio come un problema da risolvere piuttosto che una risorsa per l’economia del paese. Celleno Vecchio continuava ad essere trascurata deliberatamente da qualsiasi attività amministrativa, grazie ad un metodico allontanamento dal pensiero e dall’interesse collettivo. Se il definitivo abbandono nel 1951 appariva plausibile anzi auspicato, negli anni Settanta, invece, la vendita del Castello degli Orsini, che era stata sede municipale, suscitò qualche polemica, sopita tuttavia nel breve periodo in nome della necessità impellente di mettere a regime il nuovo insediamento: Celleno nuovo in quel momento si stava vistosamente espandendo e richiedeva investimenti pubblici sulle urbanizzazioni primarie quali l’acquedotto, le fognature, le strade e su quelle secondarie quali la scuola media e un centro culturale. In quegli anni, rispetto agli umori degli amministratori, solo il parroco don Giorgio Basacca sembrava combattere una

28. Enrico Castellani, Celleno, 1978. Fotografia Antonia Mulas © Eredi Antonia Mulas. Tutti i diritti riservati 29. In basso a destra. Luciano Pistoi, Eva Menzio ed Enrico Castellani nel fossato del Castello nel 1973. Fotografia di Plinio De Martiis. A sinistra gli stessi luoghi fotografati oggi.


6. Gli anni Settanta ed Enrico Castellani

Massimo Fordini Sonni

battaglia solitaria: il 19 settembre 1973 scriveva alla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio chiedendo «un sollecito intervento onde procedere al Restauro della chiesa di San Carlo in Celleno, risalente ai primi del Sec. XVII e sita nel Centro Medievale, da qualche tempo interessato ad una apprezzata opera di risanamento». Il sacerdote si riferiva chiaramente ai lavori in corso sul Castello Orsini da parte di Enrico Castellani: questi lavori sarebbero stati di ispirazione per la successiva richiesta di vendita che sempre il sacerdote rivolse alla Soprintendenza specificando che vi «è una richiesta di un Signore [Castellani], il quale, avendo acquistato in luogo altri edifici abbandonati, intenderebbe anche acquistare l’area e i ruderi della detta ex chiesina di San Carlo». La soprintendenza concesse un sostanziale assenso rimandando la decisione definitiva al Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali5. Nella corrispondenza, interessante e curiosa la risposta per la nota a margine scritta a penna: «Vendere la chiesa per farne che cosa? Per mantenere i ruderi, per costruirvi sopra una casa? Comunque la lettera è imprecisa e contraddittoria».

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30-31. In alto. Enrico Castellani nel suo studio all’interno del Castello, Celleno, fine anni Settanta. © Franco Pastin 32. In basso. Una foto dei primi anni Settanta proveniente dall’archivio personale di Enrico Castellani (Collezione privata).


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Oltre l’abbandono

Parte 2 – Laboratorio Celleno

Parte 2

Laboratorio Celleno Tesi di laurea per la rigenerazione del patrimonio abbandonato


Questo volume evidenzia il valore scientifico e istituzionale della giornata di studi che si è tenuta a Celleno il 15 aprile 2023 quasi interamente dedicata alle tesi sul Borgo Fantasma di Celleno. La giornata si è configurata come un laboratorio interdisciplinare di alto profilo, volto a coniugare l’analisi storica, la progettazione architettonica e le strategie di sviluppo territoriale. L’evento ha dimostrato come il recupero dei borghi abbandonati non sia solo una questione di restauro conservativo, ma una sfida complessa che richiede un dialogo tra accademia, istituzioni e professionisti. Si è iniziato con una visita guidata al Borgo Fantasma, momento fondamentale per permettere ai partecipanti di percepire la materialità e la “poetica della rovina” del sito. Nel pomeriggio dopo i saluti istituzionali di rito, il Sindaco Marco Bianchi, ha sottolineato l’impegno dell’amministrazione nel fare di Celleno un modello di rigenerazione. Una prima Sessione ha sviluppato il tema della “Dialettica tra Nuovo e Antico”. Sotto il coordinamento dell’arch. Giorgio Saraconi (Presidente dell’Ordine degli Architetti di Viterbo), si è esplorato il delicato equilibrio tra preesistenza e intervento contemporaneo: - L’Arch. Alfredo Giacomini ha aperto il dibattito analizzando il rapporto tra “nuovo e antico” nel contesto specifico della Tuscia, ponendo l’accento sull’identità architettonica locale. - L’Arch. Fernanda Speciale (Politecnico di Milano) ha allargato l’orizzonte metodologico proponendo un approccio multi-scalare, portando come termine di paragone il caso studio della Valle Spluga in Lombardia, evidenziando come la rigenerazione rurale richieda visioni multidisciplinari.


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Oltre l’abbandono

Parte 2 – Laboratorio Celleno

Laddove invece il rudere si limita alla parte basamentale del nuovo edificio, questo necessita di un ridisegno completo della facciata. La soluzione adottata in questo caso è stata quella di inserire dei pannelli oscuranti a bilico a filo facciata e che andassero a mascherare il disegno delle nuove bucature garantendo un’immagine di neutralità e purezza al nuovo volume. Il disegno delle bucature, infatti, è rileggibile solo nel momento in cui il pannello ruota ed esce dal filo di facciata. L’intento progettuale a livello volumetrico dell’intero intervento mira a conferire al paese un’immagine architettonica omogenea e coerente con le caratteristiche intrinseche del luogo di progetto. Le volumetrie e le altezze dei nuovi

2. In alto. Prospettiva post opera su via del Forno. 3. In basso. Prospettiva post operam su piazza Castellani.


4. Il contemporaneo nei borghi antichi

Emanuele Porco, Valerio Villanuci

edifici si relazionano costantemente con le indicazioni fornite dall’esistente. Dalla vista assonometrica si evince anche la volontà di mantenere tutti i percorsi esterni del borgo, con i relativi salti di quota, e gli assi principali di distribuzione. Per quanto riguarda il disegno delle facciate un altro interrogativo si poneva sulla scelta del trattamento cromatico e del materiale di rivestimento che costituisse l’immagine dei nuovi innesti. Seguendo un ragionamento che metteva al centro la dimensione complessiva dell’intervento nel borgo, la decisione è stata quella in parte di accostarsi cromaticamente alle rovine in tufo seppur lasciando percepibile la differenza di tonalità e di immagine tra nuovo e vecchio. La scelta di procedere con una superficie liscia di color sabbia e che si ispira parzialmente a livello cromatico alle tonalità del borgo sottolinea ancora di più il contrasto con la ruvidezza e le fughe dei mattoni dei ruderi e pone l’accento sulla natura astratta dei nuovi volumi. Sul versante sud-est, precisamente sul retro dell’ex chiesa di San Carlo, il livello del terreno si trova a quota -7.00 metri al di sotto del livello della piazza. Da questo lato di paese si trovano i volumi che si configurano a sviluppo prevalentemente verticale e con una superficie di ingombro a terra ridotta. Al piano più basso di questi volumi sono collocati la maggior parte dei laboratori artistici con accesso diretto sulla strada e che mantengono gli originari ingressi che portavano ai vecchi forni o cantine sotto le abitazioni originarie.

4. Schema dei nuovi innesti sulle preesistenze.

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Oltre l’abbandono

Parte 2 – Laboratorio Celleno 4. Prospettiva di progetto versante Sud.

e ne suggeriscono la soluzione. Qui la sfera artigianale del vivere quotidiano è ancora viva e gli spazi destinati a bottega per l’arte della ceramica ne sono testimonianza, fino al percorso museale, un procedere dall’alto verso il basso tra i ritrovamenti di notevole importanza del vicino butto. L’arte viene manipolata in tutta la sua essenza, dalla ricerca alla produzione, dallo studio alla divulgazione. La Regola culmina con il luogo di culto, il congelamento di un fatto che cerca e trova il tipo nella rovina stessa. Una piazza aperta ma protetta. Rovine inermi che narrano una storia che necessita di essere ricordata, mostrando tutta la voglia di essere ancora scritta. Tre sono gli approcci dettati dalla condizione stessa lasciata dal luogo: una nuova costruzione nel caso delle residenze che, nel confronto con la storia, re-interpretano una condizione del passato senza il timore di instaurarsi nel presente; un approccio di tipo aggregativo nel caso del museo, in cui è la preesistenza stessa che guida la nuova costruzione secondo un gioco non di opposti ma di integrazione, a creare un unicum in cui le parti rimangono comunque distinguibili; infine, la chiesa, in cui la rovina viene congelata nel tempo e continua


5. Regola

Stefano Moscini

97 5. Prospetti post operam versante Sud. 6. Dettagli costruttivi.


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