Skip to main content

Irene Peron - Inquadrature

Page 1

INDICE 6 LE FORME DELLA COLLABORAZIONE

18 RACCONTI

34 PIANO-SEQUENZA 01 > COSTRUIRE COMUNITÀ 62 PIANO-SEQUENZA 02 > SCENOGRAFIA URBANA 80 PIANO-SEQUENZA 03 > SECOND LIFE 94 PIANO-SEQUENZA 04 > AZIONE POLITICA 110 PIANO-SEQUENZA 05 > PROGETTO CULTURALE


128 INTERSEZIONI 133 ESPERIENZE RIUSO, AUTOCOSTRUZIONE E ARCHITETTURA PARTECIPATA [OPERA MISTA] AUTOCOSTRUZIONE COME DISPOSITIVO PER TRASFORMARE LA PERCEZIONE DELLO SPAZIO [CAMPOSAZ] AUTOCOSTRUZIONE E ATTIVISMO PER I BENI COMUNI [FRANCESCA GOTTI] SPAZI ATTIVI [MICHELA TIBONI] 152 SCONFINAMENTI I BENI COMUNI A NAPOLI E IL CASO DELL’EX ASILO FILANGIERI [NICOLA CAPONE] PER UNA PEDAGOGIA DEI BENI COMUNI [MONICA AMADINI]

168 ORIZZONTI IN DIVENIRE 174 BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA


LE FORME 6

Luigi Mainolfi, Per quelli che volano, INQUADRATURE • Irene Peron Fondation Marguerite et Aimé Maeght, 2011. © Irene Peron


Le forme della collaborazione

7

«Se l’arte diventa immateriale oppure installazione temporanea oppure dialogo con la natura, sono ancora i musei i luoghi capaci di promuoverla o lo diventano le piazze e i giardini della città? [...] un’arte che non generi beni comuni e collettivi mi pare oggi un controsenso, viene meno alla sua natura più profonda». Elena Granata, Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi Editore, Torino, 2021.

DELLA COLLABORAZIONE GEOGRAFIA E GESTIONE DEI BENI COMUNI IN ITALIA


8

INQUADRATURE • Irene Peron

«

Che ne è dunque dello spazio pubblico? Come è possibile ragionare – anche da un punto di vista normativo – intorno ad una nozione consumata, al cui depotenziamento corrisponde una contemporanea e allargata dilatazione?»1 La ricerca COSMO2 condotta all’interno del Gruppo di Ricerca Unibs Architecture & Construction3 si colloca nel più ampio dibattito disciplinare relativo alla definizione del ruolo dello spazio pubblico nella città contemporanea. L’indagine riguarda le modalità progettuali in primis per comprendere oggi lo spazio pubblico e, in secondo luogo, per interpretarlo e trasformarlo. Si assume come punto di partenza la necessità di ripensare/ riformulare gli strumenti della ricerca architettonica in questo ambito, oggi in profonda modificazione. Queste riflessioni richiedono di sconfinare dal disciplinare aprendosi ad un confronto multidisciplinare con l’arte, le scienze 1. M. Cerruti But, Tensioni Urbane: ripensare lo spazio pubblico dal punto di vista relazionale. In Arte e spazio pubblico, Silvana Editoriale, Milano, 2023, p. 38. 2. COSMO: COmmoning practiceS and teMpOrary self-built architectural agencies. Guidelines and a toolkit towards the sustainability of the commons. Ricerca PRIN PNRR (P2022CEYFT) che ha come obiettivo esaminare il contributo e l’impatto delle architetture temporanee realizzate con pratiche di autocostruzione nel percorso verso la “sostenibilità dei beni comuni”. Unità Università degli Studi di Brescia, DICATAM: Responsabile scientifico prof.ssa Barbara Angi; assegnista: arch. PhD Irene Peron. Partner: Università degli Studi di Pavia, Responsabile scientifico e P.I.: prof. Ioanni Delsante; assegnista: dott.ssa Francesca Gotti. Periodo: 2023-2025. 3. Architecture & Construction è il gruppo di ricerca di UniBS (DICATAM) fondato nel 2006 da Marina Montuori e oggi coordinato da Barbara Angi. Opera sulla progettazione architettonica con approccio multidisciplinare, studiando il rapporto tra caratteristiche tipo-morfologiche degli edifici e tecnologie costruttive, e le relazioni del progetto con il contesto culturale, sociale e ambientale. Il gruppo svolge attività didattica in Ingegneria Edile-Architettura (laurea magistrale a ciclo unico) e porta avanti progetti di ricerca come COSMO su architetture temporanee e beni comuni.


Le forme della collaborazione

9

sociali, pedagogiche, economiche e – non da ultimo – giuridiche così da restituire una comprensione più articolata dei fenomeni urbani in corso. All’interno di questo quadro, il dibattito contemporaneo sullo spazio pubblico si intreccia in maniera sempre più evidente con il concetto di “bene comune”, laddove uno spazio pubblico è auspicabile – ma non scontato – che sia un bene comune. Così come un bene riconosciuto come “comune” non necessariamente è pubblico da un punto di vista proprietario. La tradizionale dicotomia pubblico/privato, infatti, mostra tutti i suoi limiti nei casi in cui le funzioni e gli usi non corrispondano alla titolarità della proprietà: si pensi agli spazi formalmente pubblici ma non liberamente accessibili4, oppure agli spazi occupati che – seppur in maniera informale, talvolta illegale – svolgono di fatto funzioni pubbliche. In queste “zone grigie oltre la norma” emergono pratiche sociali di autogestione e di condivisione che, nella loro natura aperta e inclusiva, si avvicinano alla logica dei beni comuni. La ricerca si occupa di questa porzione circoscritta di beni comuni di natura materiale che si sovrappone agli spazi pubblici comunemente intesi, e si riconosce nella definizione di “comunanze urbane” proposta da Chiara Belingardi5. I beni comuni urbani di natura spaziale individuati da Belingardi sono definiti attraverso caratteristiche specifiche, tra cui: autodeterminazione6, multifattorialità7, cura8, autogestione, uso9, relazione e

4. In riferimento a queste “discrasie urbane” illuminante è la riflessione di Elisabetta Consonni e il suo gioco/azione urbana “Ti voglio un Bene Pubblico”. Consonni coinvolge il suo pubblico in pratiche di osservazione e relazione col contesto, attraversando spazi pubblici per riflettere su infrastrutture di divisione (muri, cancelli, recinti) e sullo ius excludendi alios. Lo spettacolo/ azione debutta per la prima volta nel 2019 e vede una serie di tappe in rassegne e contesti urbani diversi, tra cui la città di Brescia. 5. Chiara Belingardi, Comunanze Urbane. Autogestione e Cura dei luoghi, Firenze University Press, Firenze, 2015, p. 111. 6. «La distinzione tra possesso e proprietà è un atto fondamentale: sono gli utilizzatori che decidono delle modalità di condurre lo spazio (…) Questa caratteristica è quella che più direttamente si collega al “diritto alla città (Lefebvre 1976)». C. Belingardi, Ivi. p. 111. 7. «(…) non è sufficiente che ci sia un pezzo di terra libero per essere una comunanza: mancano la comunità e le regole d’uso». C. Belingardi, Ivi. p. 113, doveroso dal nostro punto di vista aggiungere che oltre a spazio libero, comunità e regole d’uso debba essere integrato anche il progetto consapevole di suolo, che metta in relazione questi tre fattori. 8. «A differenza di quanto avviene per gli spazi pubblici, che vengono manutenuti da professionisti che hanno dei compiti precisi e routinari, sulle comunanze (…) si intrecciano manipolazione, modificazione, miglioramento». C. Belingardi, Ivi. p. 115. 9. «(…) è della comunità il compito di riconoscere i bisogni, stabilire gli usi e le modalità, fare gli


22

INQUADRATURE • Irene Peron

LandWorks, MAR Miniera ARgentiera. Discesa a mare, Sassari, 2024, Laboratorio di autocostruzione. © LandWoks

diventano luoghi di apprendimento reciproco, in cui il sapere tecnico dei professionisti si intreccia con le competenze artigianali, le pratiche informali e le esperienze quotidiane degli abitanti. Questa sovrapposizione di saperi e competenze genera cultura6 in senso alto, i progetti vanno oltre la sola costruzione fisica di uno spazio, ma alimentano la capacità collettiva di riflettere criticamente sullo spazio urbano stesso e di sperimentarne modalità alternative di progettazione e gestione. Non a caso, molte ricerche contemporanee hanno sottolineato come questi progetti contribuiscano alla produzione di “spazi attivi”7, ossia spazi non solo vissuti, ma capaci di attivare relazioni, di generare nuove forme di conoscenza e di alimentare processi di responsabilizzazione collettiva, modificando forme d’uso e vocazione dei luoghi. Una pratica che spesso contraddistingue questi progetti è quella del recupero, declinata in forma duplice: da un lato il riciclo di materiali di scarto, dall’altro il 6. Dal latino Còlere, pp Cultus, Coltivare. In senso figurato «prendersi cura di/attendere con cura» implicitamente il significato etimologico allude all’attesa che le cose crescano, introducendo la variabile temporale che risulta fondamentale in questi progetti di rigenerazione urbana. 7. Per una cornice aggiornata sugli “spazi attivi” – tra urbanistica tattica, attivazione e placemaking – si vedano Mike Lydon e Anthony Garcia (2015), Francesca Ferguson (a cura di, 2014), Francesca Gotti, Jacopo Leveratto e Cristina F. Colombo (2022). Per metodi di valutazione e cornici di governance/commons: Argyris Stagias e Israa H. Mahmoud (2024), Carolina Pacchi (2020) e Pacchi con Gabriele Pasqui in Enrico Gualini (a cura di, 2015), oltre a Maria Giulia Bernardini e Orsetta Giolo (a cura di, 2021) e Stefano Rodotà (2024).


Racconti

23

LandWorks, MAR Miniera ARgentiera. Fronte mare, Sassari, 2023, Laboratorio di street art. © LandWoks


PIANO-SEQUENZA 01

COSTRUIRE COMUNITÀ

ORIZZONTALE Prossima Apertura, Aprilia

Schema generale. © Irene Peron


Racconti

35

Orizzontale è un collettivo romano di giovani progettisti – Jacopo Ammendola, Juan López Cano, Giuseppe Grant, Margherita Manfra, Nasrin Mohiti Asli, Roberto Pantaleoni e Stefano Ragazzo – che si è progressivamente affermato nel panorama architettonico nazionale e internazionale attraverso una ricerca indipendente sullo spazio pubblico e sui processi di rigenerazione urbana. Il gruppo si distingue per un approccio multidisciplinare alla progettazione, che spazia dall’architettura al paesaggio, dall’arte pubblica all’autocostruzione. Dal 2010, il collettivo si dedica alla realizzazione di spazi pubblici “relazionali”, intesi come luoghi di incontro, scambio e “costruzione” di comunità. Orizzontale promuove un approccio sperimentale per la costruzione di “spazi attivi” in grado di innescare relazioni tra persone e luoghi, superando la dicotomia tra prefigurazione (progettuale) e usi. Elemento centrale del metodo di Orizzontale è la “costruzione collettiva”: il coinvolgimento diretto degli utenti finali nei processi di realizzazione. Il lavoro di Orizzontale ha una solida base teorica ed è alla costante ricerca di nuove soluzioni progettuali, dimostrando una notevole capacità di adattamento ai diversi contesti, attraverso rigore progettuale e flessibilità operativa. Il risultato è un’architettura capace di attivare nuove pratiche d’uso e di appropriazione dello spazio, talvolta attraverso interventi a carattere temporaneo. La trasformazione urbana viene così concepita come un processo aperto e incrementale, in cui spazio e uso si influenzano reciprocamente, dando luogo a configurazioni in continua evoluzione. Il lavoro del collettivo è stato riconosciuto da numerosi premi e concorsi: il concorso per la nuova passeggiata archeologica a Roma nel 2024; il Premio Urbanistica dall’INU categoria “Rigenerazione ambientale, economica e sociale” del 2019; il Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana (2018, Festa dell’Architetto – CNAPPC); il Creative Living Lab per progetti culturali


86

INQUADRATURE • Irene Peron

Albori, Amicizia Sociale – incontrarsi nel giardino, abbazia di san Giorgio Maggiore, Venezia, 2023, area di sosta centrale. © Studio Albori


Racconti

87

Albori, Amicizia Sociale – incontrarsi nel giardino, abbazia di san Giorgio Maggiore, Venezia, 2023, pergolato con struttura metallica e rete di recupero. © Studio Albori


AZIONE POLITICA [POLIS]

Milano, come molte metropoli contemporanee, è un mosaico urbano complesso, composto da quartieri con identità, comunità e bisogni eterogenei. In tale contesto, lo spazio pubblico di prossimità assume una funzione cruciale, configurandosi non solo come infrastruttura fisica, ma come dispositivo di relazione e inclusione. Esso opera come rete di connessione fisica e simbolica, capace di generare coesione sociale, incrementare il benessere collettivo e promuovere una sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – andando oltre gli aspetti puramente funzionali. In questa prospettiva, Piazze Aperte si configura come un’azione politica: un intervento a scala urbana che, pur adottando strumenti operativi semplici e a basso costo, è in grado di produrre un impatto strutturale sul modo di vivere, percepire e governare la città. Gli interventi temporanei non si limitano alla trasformazione fisica dello spazio, ma intervengono sui modelli di comportamento, sulle abitudini di mobilità e sulle relazioni di prossimità, generando un cambiamento culturale che ha ripercussioni sulla sfera della vita pubblica, dunque democratica. Un esempio emblematico riguarda la mobilità scolastica: grazie al programma, Milano è oggi la seconda città europea per estensione delle “strade scolastiche”, interessando il 26% delle scuole primarie


(dati dal report Clean Cities). Questo risultato non è solo un indicatore di qualità urbana, ma un segnale politico di investimento sulla sicurezza, sull’autonomia e sul diritto alla città delle fasce più giovani della popolazione. Il progetto si inserisce così in un dibattito più ampio sul ruolo dell’architettura nella costruzione della città del futuro. La Polis non solamente intesa come luogo fisico, ma anche simbolico: l’insieme dei cittadini che ne costituiscono il corpus sociale. Piazze Aperte propone un cambio di paradigma che privilegia la qualità dell’esperienza quotidiana rispetto alla monumentalità, la sperimentazione incrementale rispetto alla rigidità delle soluzioni definitive, e la coprogettazione rispetto alla pianificazione gerarchica. In quest’ottica, la città diventa un organismo adattivo, capace di reagire a sfide complesse – cambiamento climatico, sicurezza, mobilità sostenibile, coesione sociale – attraverso interventi leggeri, ad attuabilità variabile e ad obsolescenza programmata, ma dal forte potenziale trasformativo. L’Azione politica non si esaurisce nel Progetto (e viceversa), ma si proietta nel tempo come processo dinamico di costruzione collettiva della polis, in cui amministrazione e cittadinanza coabitano lo spazio, decisionale oltre che fisico, e condividono la responsabilità della sua cura e rigenerazione.


120

INQUADRATURE • Irene Peron

Luogo e Relazioni. Coinvolgimento emotivo e costruzione dell’immaginario collettivo Andrea Bartoli + Florinda Saieva Farm Fondation Comune di Favara Attori

Demanio Vicenzo Castelli Salvatore Liotta + Laps Studio Castelli Studio Analogique

Azioni Preliminari

evento Terry Richardson evento Farm Cool Hunting

Azioni di cantierizzazione/azioni parallele

dato non disponibile

Azioni di manutenzione e gestione

dato non disponibile

Il processo di rigenerazione attivato da Farm Cultural Park si colloca in un quadro complesso che intreccia dimensioni edilizie, economiche e sociali a partire da un’iniziativa di natura privata. Sul piano architettonico e urbanistico ha prodotto un recupero e una riqualificazione diffusa del patrimonio edilizio, con interventi puntuali capaci di ridare significato allo spazio pubblico. Sul piano economico ha generato nuove opportunità occupazionali e imprenditoriali, stimolando investimenti e turismo, con conseguente incremento dei valori immobiliari. Sul piano sociale, infine, ha favorito l’inclusione delle fasce più deboli della popolazione28, la coesione tra gruppi sociali e l’emergere di un rinnovato senso di comunità e di partecipazione civica. Il progetto assume un valore emblematico soprattutto in un contesto fragile come quello siciliano, dove la disoccupazione, l’abusivismo edilizio e il degrado urbano sono problemi diffusi e strutturali. La capacità di Farm di attivare una sinergia tra cittadini e istituzioni ha dimostrato come la rigenerazione non debba essere intesa soltanto come recupero fisico, ma come un processo di riconnessione tra risorse, spazi e abitanti. L’architettura, l’arte e la cultura sono al servizio del territorio, trasformando un evento tragico in un’occasione progettuale.

28. Tra questi ricordiamo i pochi anziani rimasti ostinatamente ad abitare il centro in abbandono.


Racconti

Favara, installazione artistica. Immagine a corredo dell’articolo Favara, paese delle meraviglie di G. La Varra, pubblicato in “Abitare” (20.12.2016). © Giuseppe Guarnieri


168

INQUADRATURE • Irene Peron

ORIZ ZONTI

«Chiedersi innanzitutto che cosa sia il “pubblico”, che abbiamo visto non essere affatto un univoco […] quanto piuttosto assumere una dimensione plurale e mutevole, anche in funzione delle condizioni di spazio e di tempo. Se lo spazio pubblico è definito da relazioni più o meno aggregative di “pubblici” in che modo [l’architettura] […] può relazionarvisi, e con chi?» Elena Granata, Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi Editore, Torino, 2021.

IN DIVENIRE


Orizzonti in divenire

Tadao Ando, Origami Benches, Chateau la Coste, Aix-enProvence, Francia, 2011, installazione site-specific in acciaio. © Irene Peron

169


172

INQUADRATURE • Irene Peron

sistema di segni e rituali (bandiera iconica, residenze, programmi educativi, Sette Cortili come galleria a cielo aperto) che rigenera spazi, costruisce aspettative e consolida un brand territoriale capace di attrarre risorse e investimenti. L’effimero, in questo caso, non si esaurisce nel tempo breve: produce narrazioni durevoli. Nel loro insieme, i casi osservati convergono su un punto: la comunicazione non interviene “dopo” il progetto, ma coincide con il progetto stesso. I nomi funzionano come promesse operative e attivano nuovi immaginati (Prossima Apertura, Piazze Aperte); i dispositivi visivi (pattern, segni a terra, macrografiche) abilitano riconoscibilità e orientamento; i racconti di cantiere (video, diari, prototipi) rendono visibili scelte, tempi, errori e responsabilità, intensificando il coinvolgimento emotivo; l’apertura del processo tramite workshop, feste, momenti pubblici trasforma la realizzazione in pratica di cittadinanza e di community building. Ne deriva un modello operativo in cui la forma “segue” l’uso e, insieme, la sua messa in racconto: rigenerare significa sovrapporre nuovi immaginari a responsabilità di cura, definendo nel tempo soglie, regole, alleanze. In questa prospettiva, l’orizzonte del progetto, e di questa ricerca, non produce tanto conclusioni quanto ipotesi operative: protocolli per riconoscere la pluralità dei “pubblici” e dei conflitti, strumenti per progettare temporalità e transizioni verso forme condivise di gestione, criteri per valutare trasformazioni degli usi e degli immaginari, e quadri di governance capaci di rendere replicabili – senza normalizzarle – pratiche fondate su cura, manutenzione e corresponsabilità. Tornano così decisivi gli assunti iniziali: se il “pubblico” è plurale e mutevole, l’architettura non può che relazionarvisi in modo situato, dichiarando soglie, alleanze, accessibilità e responsabilità. È proprio in questa consapevolezza – l’impossibilità di “arrivare a tutti” – la bontà di tali pratiche: plurali, reversibili, negoziabili. Per queste ragioni, con questi scritti non si chiude il percorso: le esperienze analizzate mostrano un campo ancora in sperimentazione, dove metodi, linguaggi e forme di ingaggio sono in continua ridefinizione. Più che conclusioni, ciò che emerge è un “cantiere di ricerca”: un insieme di orientamenti e modelli operativi da testare, correggere e riattualizzare nel tempo esattamente come lo spazio pubblico che intendono trasformare.


Orizzonti in divenire

173

RL&A. Agence Repellin Larpin et associés – Architects, Giardino del palazzo dei Papi, Struttura ombreggiante, Avignone, Francia, 2019. © Irene Peron


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Irene Peron - Inquadrature by LetteraVentidue Edizioni - Issuu