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conrad-bercah - QUID TUM, AI

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INDICE

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UNA ARCHEOLOGIA DEL PRESENTE

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CONTRIBUTI CRITICI Claudio Strinati Valerio Paolo Mosco Sandro Bonvissuto

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SERIE QUID TUM, AI? ROSE E SPINE QUEL CHE RESTA: UNA ARCHEOLOGIA DEL PRESENTE COLLAGES DI TEMPO

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NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

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ENGLISH TEXTS


UNA ARCHEOLOGIA DEL PRESENTE

«Tutto ciò che è commensurabile non durerà molto a lungo. Quindi in definitiva, tutto ciò che viene realizzato dovrebbe possedere qualità che sfidano la misurazione. Queste qualità si possono trovare negli edifici antichi. Una scoperta scientifica davvero importante sarebbe riconoscere che è il non-misurabile quello che stiamo cercando veramente di capire. E che il misurabile è solo al servizio del nonmisurabile, che ogni cosa creata dall’uomo deve essere fondamentalmente non misurabile». Louis Isadore Kahn, 1901-1974 born Itze-Leib Schmuilowsky


Karl Popper è noto, tra l’altro per aver identificato i grandi nemici della società aperta, ovvero quella società non governata da organismi tribali chiusi che aspira a celebrare, in ultima analisi, i valori promossi dalla rivoluzione francese. È una società che appare per la prima volta in Grecia grazie allo sviluppo del commercio e, soprattutto, delle comunicazioni marittime che scardinarono le cerniere delle porte delle società organiche chiuse come quelli tribali preparando il terreno al nascere di quella speculazione filosofica di cui l’Occidente è figlio1. I tre grandi nemici da lui identificati – Platone, Hegel, Marx – sono annoverati tra i grandi protagonisti della speculazione intellettuale della storia dell’occidente. Tutti e tre possono essere considerati a posteriori – per citare il saggio più straordinario (a mio avviso) del Novecento: la volpe e il ricco di Isaiah Berlin – tra i capostipiti della famiglia dei ricci, ovvero la famiglia a cui appartengono tutti quegli individui che necessitano di interpretare il mondo attraverso un sistema coerente, unico e universale. Individui per cui tutto deve avere un significato logico e pressoché assoluto2. L’indagine popperiana investe senza sconti il pensiero di quelli che si chiamavano una volta “grandi uomini” per metterne in luce le ombre, ovvero quegli aspetti preoccupanti che hanno avuto un’influenza sociale e geo-politica globale davvero senza pari, influenza che ridicolizza ogni uso attuale della parola influencer, parola che dopo una grande fortuna, è ormai diventata più motivo di imbarazzo che di vanto personale3. La sua indagine può essere descritta oggi come una genealogia retroattiva: la genealogia di quei pensatori che hanno fornito l’impalcatura intellettuale che ha permesso la costruzione di tutti quei sistemi chiusi

1. Popper chiarisce come una società chiusa, o tribale sia determinata da tabù, istituzioni magiche che non possono neanche diventare oggetto di considerazione critica. Da questo punto di vista sono paragonabili a degli organismi in cui ogni organo svolge il proprio ruolo e non ambisce a cambiare ruolo perché «non esiste nella società chiusa che corrisponda alla caratteristica più importante della società aperta, ovvero la competizione tra i suoi membri per il conseguimento di uno status superiore». 2. Nella dicotomia Berliniana, ai ricci si contrappongono, le volpi, ovvero tutti quei pluralisti che sentendo la necessità di muoversi su piani diversi, perseguono molteplici fini spesso contraddittori. Tutti quegli individui che, come Shakespeare, Joyce, Balzac o Aristotele, accettano la complessità e le contraddizioni dell’esperienza umana senza cercare di costringerla nelle maglie strette di un unico schema. 3. L’aspetto più problematico, a posteriori, appare, per tutti e tre, anche se in forme diverse dal punto di vista operativo, il profetizzare il futuro secondo le inesorabili leggi storiche dello storicismo «rivestite dal gergo della filosofia oracolare» per aprire «la strada, nel sociale, alla messa a punto di strumenti idonei a introdurre una specie di ingegneria sociale capace di progettare lo “stato Ottimo”».

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I FOGLI DENSI E FITTI DI CONRAD-BERCAH

Berenice Abbott, Portrait of James Joyce, 1928, printed 1982, gelatin silver print. Clark Art Institute, gift of A&M Penn Photography Foundation by Arthur Stephen Penn and Paul Katz, 2007.2.186 Immagine per gentile concessione del Clark Art Institute. clarkart.edu

di

CLAUDIO STRINATI


Sono diventati famosi i disegni che l’architetto conrad-bercah ha creato negli ultimi anni utilizzando le prime pagine del Foglio come supporto. Supporto a una suggestiva sequenza di immagini architettoniche, in parte desunte da edifici e aree urbane reali, in parte frutto di una complessa rielaborazione di modelli consacrati dalla tradizione e riformulati dal colto e raffinato artista secondo una strategia creativa complessiva che è fortemente incardinata alla concreta e verificabile dialettica storica, ma che è poi altrettanto convintamente rivolta alla dimensione del simbolo e della metafora figurativa. Queste opere sono state ripetutamente esposte negli ultimi anni, conseguendo anche segnalazioni prestigiose, come il premio attribuitogli nel 2021 presso il MAXXI per la manifestazione “Città come cultura. Dalla cultura si riparte”. E in effetti la dimensione del viaggio, della partenza e dell’arrivo ha fin qui marcato in modo netto la carriera di Conrad Bercah. Lo ritroviamo attivo a New York e a Boston, a Berlino, a Roma, a Milano, sempre con progetti di notevole incidenza e supportato da un impegno di studio e ricerca i cui frutti si sono visti chiari, e sono ormai ben noti alla storiografia. Specie nell’ambiente berlinese Bercah ha realizzato progetti di cospicuo valore come la “Bercahaus”, un edificio a più piani fatto tutto di legno e realizzato come una sorta di evocazione dell’architettura romantica tedesca di fine Ottocento, sia pur riformulata in maniera quintessenziale. Parallelamente i soggiorni in Germania lo hanno portato ad accentuare l’altro aspetto peculiare della sua attività, quello dello studioso, storico e teorico al contempo, strettamente connesso con la tradizione warburghiana alla ricerca di quelle connessioni, per lo più da interpretare in chiave subliminale, di cui la storia delle immagini si nutre con un senso di continuità e di frattura al contempo, che poco ha a che fare con i concetti di tradizione e innovazione pur dominanti in qualunque esegesi dottrinale storico-artistica degna di questo nome. I disegni formulati sulle pagine del Foglio, insomma, riflettono proprio questa tensione intellettuale e morale che anima lo studioso e il creativo, per fissarsi esplicitamente e chiaramente sul tema infinito e inesauribile della memoria. conrad-bercah, come un novello Stephen Dedalus che si aggira sulla spiaggia di Sandymount nell’Ulisse di Joyce, è sulle tracce di tutte le cose che hanno lasciato un segno apparentemente smarrito ed è invece sedimentato in una specie di memoria collettiva su cui l’artista conduce un’indagine paragonabile a quella del contatore Geiger che rileva la presenza di radiazioni ionizzanti, altrimenti inaccessibili alla conoscenza intuitiva. La metafora del contatore Geiger è mia, ma la tesi di fondo è 19


LA DISTANZA E IL DISEGNO

Albrecht Durer, Disegnatore che esegue un disegno prospettico di una donna sdraiata, ca. 1600.

di

VALERIO PAOLO MOSCO


Mi sono spesso chiesto quale fosse il criterio con cui tendo a giudicare i disegni e in generale le rappresentazioni. Di solito, al contrario dell’architettura dove ho dei criteri abbastanza chiari, nei disegni e nelle rappresentazioni la chiarezza si offusca. In essi infatti tendo ad allargare le maglie accettando un certo grado di eclettismo. Nel tempo però ho compreso che un criterio l’ho messo a punto ed è quello della distanza, o meglio dell’appropriata distanza. Per argomentare questo criterio mi avvalgo di una famosa incisione di Albrecht Dürer dedicata alla prospettiva, più specificatamente alla tecnica di rappresentazione del prospettografo. Il fine dell’incisione di Dürer era del tutto didattica, ovvero spiegare come funzionasse una tecnica ben precisa, da parte mia intendo invece considerare l’incisione come una metafora, più precisamente come la metafora del criterio della giusta distanza. Analizziamo i personaggi e gli elementi dell’incisione. Sulla destra vediamo un disegnatore concentratissimo nel riportare su un foglio,in cui è riprodotta una griglia isometrica,l’oggetto della sua rappresentazione ovvero una donna discinta in una posa decisamente erotica, un soggetto di certo non facile da rappresentare in prospettiva. Tra loro uno schermo trasparente con impressa la stessa griglia presente nel foglio su cui il disegnatore si appresta a riprodurre la donna discinta. Il disegnatore e la donna sono del tutto indifferenti nei confronti l’uno dell’altra; il disegnatore è totalmente immerso nel suo non facile compito, la donna è probabilmente immersa nelle sue fantasie erotiche. Non c’è nulla che li accomuni se non la rappresentazione; tra i due la distanza infatti è ben definita e resa ancor più evidente dallo schermo che li separa che data la sua posizione centrale appare il vero protagonista dell’incisione. In generale siamo di fronte ad una rappresentazione del tutto equilibrata, di una chiarezza paradigmatica eppure enigmatica come per altro sono enigmatiche tutte le rappresentazioni tecniche di un certo valore. Gli enigmi vanno decostruiti: è necessario turbare il loro sfuggente equilibrio, ciò non li svela ma se non altro li argomenta rendendoli permeabili. Proviamo allora a turbare l’equilibrio dell’incisione variando la distanza tra il disegnatore e la donna. Ipotizziamo di distanziare sempre di più i due. Man mano che i due si distanziano il disegnatore troverà sempre più difficoltà nel restituire un’immagine precisa della modella. Con l’allontanarsi il disegno diventerà sempre più schematico e stilizzato, poche linee sintetiche sempre più astratte. Continuando il distanziamento ad un certo punto i due personaggi usciranno dal campo visivo, così rimarrà solo lo schermo centrale con impressa la griglia: 23


CAVERNA, MITO, CONOSCENZA. I SEGNI DI CONRAD-BERCAH

Jan Saenredam, incisione, 1604.

di

SANDRO BONVISSUTO


C’è qualcosa di primordiale in questi segni di conrad-bercah, hanno un linguaggio arcaico, ancestrale. E in parte criptato. Per questo vorrei parlare del Mito della Caverna che i segni stessi mi hanno fatto venire in mente. Anche perché tutto parte dal Mito della Caverna. È tipo l’interruttore dell’umanità. Una volta messo su “on” ha fatto partire un cronometro interno al pensiero occidentale, a scandire la narrazione di qualcosa a parte,parallelo alla storia della nostra specie. La peculiarità straordinaria di questo mito è che ricorrendo a questo Platone non offre una spiegazione ai problemi della conoscenza, ma molto più semplicemente li crea, li scopre, li svela, e fonda la controversia a cui il mito intende poi dare una risposta gnoseologica. La forza dirompente dell’esposizione mitica sta nel fatto che se volessi spiegare i livelli in cui si articola la conoscenza in un altro modo oltre questo, mi ci vorrebbero un milione di pagine; il mito non è una formula, parla infatti più lingue, ed è figurato. Il mito è letteratura. Non sto dicendo che sia semplice, anzi, non lo è per niente, ma le alternative a questa soluzione allegorica sono infinitamente peggiori per la comprensione. Quando la ragione arranca, lì entra in scena il mito. Per questo ogni tentativo di surrogarlo, di superarlo, è inutile in quanto risulterebbe senz’altro più complesso e artificioso. Quindi Platone con il Mito della Caverna non inaugura il sistema epistemologico, ma i problemi a cui la filosofia e la scienza avrebbero dovuto da lì in avanti dare risposte. Il mito non è la soluzione, il mito è il problema. Peraltro la sua scansione in categorie è risultata molto convincente, verrà rispettata nei secoli successivi da Cartesio, dall’empirismo inglese (Locke e Hume), fino a Kant. E prima ancora, nel Medioevo, Dante pensa i personaggi della Divina Commedia con una declinazione che è rispettosa di quella platonica indicata proprio dal Mito della Caverna: Dante è l’uomo ordinario, Beatrice Portinari la fede, Virgilio la ragione. Quindi i gradi della conoscenza risultano inclusi nella premessa, in modo teorico, e i personaggi sono portatori e figli ciascuno di una diversa visione della realtà. Così come accade nel registro scenico dei dialoghi platonici. È teatro. Siamo a l’inizio del libro VII della Repubblica, agli albori del percorso della ragione dell’uomo. Sono passati 2.400 anni da quando il Mito della Caverna ha visto la luce, inaugurando la modernità. Platone stabilisce che i gradi della conoscenza sono quattro; due, appartenenti alla sfera dell’opinione, strettamente legata alla conoscenza sensibile, gli altri due 27


QUID TUM, AI?

Dodici stanze senza tempo Primavera 2026 - tecnica mista su quotidiano trasferito su MDF - 40 x 60 cm 32


ROSE E SPINE

Rose e spine | archeologia del presente Primavera 2026 - tecnica mista su quotidiano trasferito - 36 x 53 cm 56


QUEL CHE RESTA: UNA ARCHEOLOGIA DEL PRESENTE

Senza titolo Primavera 2026 - tecnica mista su quotidiano trasferito su MDF - 34 x 46 cm 80


COLLAGES DI TEMPO

Tartaglia, news, ombre, miti, nachleben, IA Primavera 2026 - collage - 100 x 70 cm 90


ENGLISH TEXTS


ARCHEOLOGY OF THE PRESENT ‘Anything that is measurable will not last very long. So ultimately, everything that is built should possess qualities that defy measurement. These qualities can be found in ancient buildings. A truly important scientific discovery would be to recognize that it is the non-measurable that we are really trying to understand. And that the measurable is only in the service of the immeasurable, that everything created by man must be fundamentally immeasurable.’ Louis Isadore Kahn, 1901-1974

Karl Popper is known, among other things, for identifying the great enemies of the open society—that is, a society not governed by closed tribal structures and which ultimately aspires to uphold the values promoted by the French Revolution. A first version of this society, the open society, first emerged in Greece thanks to the development of trade and, above all, maritime communications, which broke down the barriers of closed, organic societies—such as tribal ones—paving the way for the emergence of the philosophical speculation from which the West was born.1 The three great enemies he identified—Plato, Hegel, and Marx—are counted among the leading figures of intellectual speculation in Western history. All three can be considered, in hindsight—to quote what I consider the most extraordinary essay of the twentieth century: Isaiah Berlin’s ‘The Fox and the Rich Man’—among the forefathers of the ‘hedgehogs,’ that is, the group to which all those individuals belong who feel the need to interpret the world through a coherent, singular, and universal system. Individuals for whom everything must have a logical and virtually absolute meaning.2 Popper’s investigation unsparingly investigates the thinking of those who were once called ‘great men’, shedding light on their shadows, namely, those worrying aspects who have had, for centuries, a truly unparalleled global influence, an influence that ridicules any current use of the word ‘influencer,’ a word that, after a short-lived period of great success, has now become more of a source of embarrassment than of personal pride.3

Today I read Popper’s text as a genealogy of those thinkers who laid the intellectual framework that allowed for the construction of all those closed (tribal) systems that have arisen over the last century in various parts of the planet, systems which, contrary to the predictions of the great oracles of historicism, have materialized in the least developed parts of the planet itself. When he speaks of the two Prussians (Hegel, Marx) whom he holds responsible for ushering in the age of dishonesty (Schopenhauer) and irresponsibility (Heiden), Popper suggests, between the lines, a highly intriguing possibility: namely, that it is plausible that both deceived themselves, as if they had hypnotized themselves with their own authoritarian— and, at the end of the day, essentially anti-human—jargon, which had forgotten Kant’s central ethical doctrine.4 But above all, it seems to suggest that something similar happened to Plato, whose theory of the ideal state and the prerequisites for its leaders was misrepresented—or not truly understood—in its absolutism for an aesthetic reason: the literary quality of his writing, celebrated for millennia, whose influence—it goes without saying—is largely due to Plato’s almost supernatural gift for blending poetry with the dramatic genre of the dialogue to reproduce philosophy in the making, in order to bring Socrates’ voice back to life.5 The uncomfortable question the works exhibited here have raised in my head is this: is it legitimate to hypothesize that Plato seduced the world (and himself) with the poetic spell of his myths? An author gifted with a rich, multifaceted style that he uses exclusively in the service of a single, monumental, centralized vision of the world: the theory of Ideas? Popper begins his analysis starting from this very spell—The Spell of Plato which Italian translators have unfortunately rendered as Plato ‘totalitarian’—and recalls a truth many prefer to forget: ‘Great men may make great mistakes.’ To counter this collective oblivion, typical in a country of timid people prone to forget, I underline this phrase now because it is one of the phrases that most marked a personal education (never truly ‘completed’). It marked it for a variety of reasons that have become clear

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