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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento

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Indice


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Presentazione Edoardo Currà

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Introduzione

20 24 27

Tipi di muratura nella casa d’affitto 1.1.1 Diffusione dei tipi della muratura nella struttura della casa d’affitto 1.1.2 Spessore murario e dimensionamento

32 32 38 40

1.2 La muratura di mattoni 1.2.1 Disposizione o apparecchiatura dei mattoni 1.2.2 Formato dei mattoni 1.2.3 Rapporto malta e mattone

43 49 53

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1.3 La muratura mista alla romana di pietrame di tufo listato con mattoni 1.3.1 Fasce, ricorsi o cinture di muratura in mattoni 1.3.2 Il paramento della muratura in pietrame di tufo e la sua apparecchiatura 1.3.2.1 Strati orizzontali, sfalsamento dei giunti verticali e lavorazione dei blocchi 1.3.3 Il nucleo della muratura in pietrame di tufo 1.3.3.1 Collegamento dei paramenti, riempimento di interstizi e coesione con la malta 1.3.3.2 Rapporto malta, pietrame e mattoni

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1.4 La muratura a cortina di mattoni

76 81 81 83 85

I materiali da costruzione della muratura 2.1 Il tufo romano 2.1.1 Il tufo nella letteratura tecnica 2.1.2 Cave di tufo 2.1.3 Caratteristiche tecniche dei quattro tipi di tufo

55 66 67


89 89 93 95

2.2 Il mattone romano 2.2.1 Innovazioni nel processo produttivo a fine Ottocento 2.2.2 La materia prima e le cave 2.2.3 Caratteristiche tecniche dei mattoni romani

98 104 105 109 111 113 114 118 123 134 137

2.3 La malta pozzolanica romana 2.3.1 La calce grassa del Lazio 2.3.1.1 Modalità di spegnimento 2.3.1.2 Valutazione tecnica e classificazione della calce 2.3.2 Le pozzolane romane 2.3.2.1 Tipi di pozzolane romane nella stratigrafia geologica 2.3.2.2 Cave di pozzolana 2.3.2.3 Valutazione tecnica dei tipi di pozzolane romane nell’Ottocento 2.3.3 Ricette per le malte pozzolaniche 2.3.3.1 Rapporto calce/pozzolana e granulometria 2.3.3.2 Valutazione tecnica delle malte pozzolaniche

144 145

Riproduzione di una muratura alla romana 3.1 Materiali impiegati

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3.2 Apparecchiatura costruttiva

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Bibliografia

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Appendice


Presentazione Edoardo Currà

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


La casa d’affitto per Roma Capitale del Regno di Italia è divenuta il luogo di applicazione di un originale metodo di ricerca sull’organismo edilizio storico. L’autore, Malte Nettekoven, si muove nell’ambito della tradizione degli studi di Architettura Tecnica della Facoltà di Ingegneria di Roma, che può essere ricondotta ai maestri del settore che contribuirono a rafforzare la scuola locale e nazionale, come Enrico Guj, Guglielmo Calderini e Giovanni Battista Milani, il cui lascito permane nei fondamenti dell’Architettura Tecnica contemporanea, come il ruolo storico della tecnica, la fondazione della disciplina architettonica sui saperi funzionale, formale e costruttivo, e la concezione dell’oggetto edilizio e architettonico come organismo. Tale approccio ha un campo di applicazione prioritario nel vasto patrimonio architettonico delle città storiche. Infatti la pianificazione e la progettazione per continuare ad abitare la città e le case che ci sono giunte dalle generazioni passate devono basarsi su un sistema articolato di conoscenze che, nel mettere in luce i valori dell’organismo architettonico, sia capace di spiegare configurazione, conformazione e prestazione dei singoli componenti e dei materiali utilizzati, degli elementi di fabbrica e dell’intero organismo, e non limitarsi alle sole considerazioni formali o spaziali, che, specialmente nell’edilizia diffusa, non sono sufficienti a spiegare in toto il portato culturale del patrimonio storico. La ricerca, prima ancora degli ottimi risultati raggiunti, mostra efficacemente come un approccio olistico alla storia delle costruzioni, condotta con basi documentarie, rilievi diretti architettonici e costruttivi, prove in situ, ricostruzioni e prove di laboratorio, sia un’insostituibile qualità da richiedersi all’ingegneria applicata alla storia dell’architettura e ai beni culturali e Nettekoven, negli anni di collaborazione al gruppo di ricerca che coordino nella Sapienza Università di Roma, ha dimostrato una spiccata capacità di muoversi trasversalmente in tali campi tra loro spesso paralleli, operando verso una sempre auspicata visione unitaria dell’architettura. Tanto più per un patrimonio come quello considerato, che è frutto dell’innesto della scienza ottocentesca e delle tecniche moderne da essa informate, nelle secolari pratiche costruttive romane. Il volume in sé costituisce un estratto, con dignità di autonoma compiutezza, della tesi di dottorato dell’autore in Ingegneria Edile-Architettura, che si intitola La casa d’affitto per Roma capitale del Regno d’Italia (1870-1900). Indagini costruttive e prestazionali della facciata per indirizzare la riqualificazione energetica. Nella presente opera sono raccolti e proposti risultati attinenti principalmente alla seconda e alla terza parte della tesi, ovvero i caratteri costruttivi Presentazione

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Introduzione

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


I contenuti del presente volume riportano parte dei risultati di ricerca di una tesi di dottorato1 che, nell’ambito di un gruppo di ricerca dedicato all’architettura e la costruzione, si è interessata dei caratteri architettonici, costruttivi e prestazionali del tipo edilizio della casa d’affitto, come veniva costruita a Roma a partire dal 20 settembre 1870, giorno dell’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia. La casa d’affitto è protagonista nella costituzione del tessuto edilizio di base delle espansioni urbane post-unitarie di Roma, rappresentate, fra l’altro, dai quartieri Esquilino, Castro Pretorio, Prati di Castello, Ludovisi, Testaccio e San Lorenzo, ma anche da alcune aree di ristrutturazione urbana, come via Nazionale, corso Vittorio Emanuele II, e via del Tritone. Lo strumento urbanistico prevalente fu la convenzione tra società immobiliari private e il Comune di Roma. Le convenzioni vennero stipulate in due periodi, quello dell’avviamento delle costruzioni, dal 1871 al 1872, e quello dal 1883 al 1888, noto come la fase della “febbre edilizia”2, che vide il settore delle costruzioni oggetto di speculazione finanziaria nazionale e internazionale. La costruzione di case d’affitto rallentò bruscamente dopo lo scoppio della bolla speculativa del 1887-88, anni in cui la maggior parte delle grandi società immobiliari fallirono. Ciononostante, il patrimonio immobiliare realizzato fino al 1900, include circa 1500 edifici di questo tipo realizzati dopo l’avvio della “crisi edilizia”. Sotto la denominazione casa d’affitto o casa da pigione3 la letteratura tecnica coeva comprendeva un edificio multi-piano «addossato da due o più lati alle case vicine»4 ad appartamenti sovrapposti (casa in linea), la quale viene ritenuta specchio della società urbana ottocentesca essendo «la costruzione tipica dell’età presente, la quale raccoglie nel suo seno tutte, si può dire, le classi sociali e fornisce loro abitazioni e locali per l’esercizio di arti e mestieri»5. Lo scopo peculiare della casa d’affitto era riconosciuto come caratterizzante del suo impianto architettonico: «La casa da pigione ha, per chi la innalza, lo scopo esclusivo d’impiegare a frutto il suo denaro, deve quindi esser fatta in quel modo che può dare la massima proporzione con quel tanto di lusso e sovratutto di comodi, che sono comunemente voluti 1. Nettekoven M., La casa d’affitto per Roma capitale del Regno d’Italia (1870-1900). Indagini costruttive e prestazionali della facciata per indirizzare la riqualificazione energetica, Tesi di dottorato, Università degli studi di Roma «La Sapienza», 2018. 2. Caracciolo A., Roma Capitale: dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale, Rinascita, Roma, 1956, p. 154. 3. Sacchi A., Architettura pratica: le abitazioni, Ulrico Hoepli, Milano, 1874, p. 128. 4. Donghi D., Manuale dell’architetto: La composizione architettonica: Distribuzione, Unione tipografico-editrice, Torino, 1925, vol. 2 parte 1, p. 97. 5. F., Studi sulle case da pigione, in “Ingegneria civile ed arti industriali”, IV, 1878, p. 113.

Introduzione

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Tipi di muratura nella casa d’affitto

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


Per introdurre la maniera dei manuali dell’Ottocento di distinguere e classificare le murature, si può partire dal manuale romano di Nicola Cavalieri di San Bertolo. Egli, tra i primi in Italia, recepisce nella stesura del suo manuale il lavoro di Rondelet (tradotto solo a partire del 1832 nell’italiano) e, mostrando una maggiore emancipazione dalle fonti antiche, quali Vitruvio, fornisce la seguente classificazione: «I muri sono generalmente formati o con pietre naturali, o con pietre artefatte (§. 492). Nel primo caso diconsi muri di pietra: nel secondo caso muri laterizi. Se le pietre naturali sono tagliate regolarmente e ridotte alla figura parallelepipeda rettangolare, ovvero cuneiforme, secondo le regole della stereotomia, corrispondentemente alle forme geometriche del muro da costruirsi, la struttura dicesi in pietra da taglio, ovvero in pietra squadrata e anche in pietra concia. Quando le pietre sieno lasciate nelle forme irregolari, con cui escono dalla cava, corrette col taglio semplicemente quanto basta per ridurle a modo, che nella struttura ciascuna pietra possa trovarsi chiusa combaciata da ogni parte dall’altre che la circondano, il muro dicesi d’opera incerta. Che se sono poste in opera informi e grezze senza il menomo apparecchio il muro dicesi di pietrame; e si distingue con la denominazione di scogliera quando è composto di pietre informi d’ ingente mole (§. 581). Muro cementizio chiamasi quello che è costrutto di minute scaglie o frammenti di pietre. I muri laterizi si distinguono in muri di mattoni, e muri di rottami, più comunemente denominati muri di tevolozza. I primi sono formati di mattoni interi, i secondi. di frantumi di laterizi, ricavati dalle ruine o dalle demolizioni d’ antiche muraglie. Diconsi muri di struttura mista quelli, nei quali trovansi combinate in un modo o in un altro le varie specie di struttura che avevamo finora enumerate»1. La definizione di Cavalieri ebbe un ampio riconoscimento tanto da essere ancora ripresa dagli autori dei manuali coevi alle costruzioni post-unitarie romane, come in Cantalupi2, che la riporta quasi letteralmente.

1. Cavalieri di San Bertolo N., Istituzioni di architettura statica e idraulica, Cardinali e Frulli, Bologna, 1827, vol. 2, p. 80. 2. Cantalupi A., Istituzioni pratiche elementari sull’arte di costruire le fabbriche civili, Galli e Omodei, Milano, 18742, vol. 1, p. 308.

Tipi di muratura nella casa d’affitto

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10. Via Cavour nn. 240-252, 1 x 1 m 11. Via Reggio Emilia nn. 89-95, 1 x 1 m 12. Via Palestro n. 88, 1 x 1 m 13. Via Cavour nn. 240-252 14. Via Cavour nn. 240-252 15. Via Palestro n. 88

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


Volendo stabilire le disposizioni più in uso sulla base delle informazioni nella letteratura tecnica coeva, quelle più frequenti sono: per il muro a tre teste la disposizione in «fig. 5» di Rondelet (cfr. [6]), per quattro teste la disposizione in «fig. 19H» e per cinque teste la disposizione in tra caporali «fig. 19 I», entrambe di Calderini33 (cfr. [9]). L’unica disposizione per muri di sei o più teste, funzionante per tutti gli spessori a partire di due teste, rimane quella di Musso e Copperi (cfr. [8]), notata più volte tra i casi studio. La disposizione di Rondelet in «fig. 6» (cfr. [6]) pare anche essere nota a Roma, visto che appare nel manuale di stampo romano di Valadier34, ed è stata ritrovata in un arco della casa di via in Selci n. 81 (cfr. [7]) antecedente, però, al 1870. Uno dei motivi principali per la tendenza a realizzare apparecchi murari disordinati a Roma potrebbe essere l’ampia diffusione dei muri a tegolozza nello stato pontificio. In questo tipo di muratura, realizzata di mattoni frantumati, recuperati durante la demolizione di fabbricati oppure spezzati durante la cottura, era di principio impossibile seguire una logica nella disposizione. La si riconosce in tutti i manuali romani – Masi, che la ritiene uno dei tipi di muratura più usati nella Roma settecentesca35 Cavalieri36 e Valadier37 – e nelle tre tariffe di prezzi citate. Inoltre, nella Tariffa degli Ospedali del 1842 si nota una preponderanza dell’apparecchiatura a tegolozza rispetto ad altre murature. Giudicando dalla denominazione «tegolozza di cava»38, i materiali apparentemente provenivano ancora da monumenti di epoca antica, per la cui demolizione a scopo di recuperare materiale da costruzione le autorità assegnavano licenze come se fossero cave. Viste le poche realizzazioni in quel periodo, il recupero avrebbero potuto soddisfare una parte cospicua della richiesta generale. Per quanto si è potuto osservare durante i sopralluoghi nelle case d’affitto umbertine l’uso della tegolozza nella costruzione della muratura portante non ha avuto impiego. Questo è plausibile a fronte del fatto che le nuove costruzioni erano più numerose delle demolizioni. Inoltre, si cominciò a 33. Queste tre disposizioni appaiono anche da: Cavalieri fig. 228 (3 teste) e fig. 229 (4 teste), Valadier fig. 2 (3 t.), Curioni fig. 112 (3 t.), fig. 114 (4 t.) e fig. 115 (5 t.), Gabba fig. 284f (3 t.) g (4 t.), i (5 t.), Cantalupi fig. 78 (4 t.), Calderini fig. F (3 t.). 34. Valadier G., L’architettura pratica, Società tipografica, Roma, 1832, vol. 3, p. 255, tav. CCXV. 35. Masi G., Teoria e pratica di architettura civile per istruzione della gioventù specialmente romana, presso Antonio Fulgoni, Roma, 1788, p. 49. 36. Cavalieri di San Bertolo N., op. cit., p. 94. 37. Valadier G., L’architettura pratica…, 1832, vol. 3, cit., p. 253. 38. «Tariffa degli ospedali», Tariffa de’ prezzi per i lavori ad uso di muratore, falegname, scalpellino, ferraro, stagnaro, verniciaro, imbiancatore e pittore, Tipografia Menicanti, Roma, 18423, p. 16.

Tipi di muratura nella casa d’affitto

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24. fasce di mattoni in termografia, via Principe Amedeo nn. 75-81

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


in genere al relativo passaggio delle murature in mattoni o in solo pietrame, che si vuole fare anche in questo punto (cfr. par. 1.2). Per quanto riguarda le disposizioni sono state riscontrate negli esempi di muratura alla romana, quella descritta da Cantalupi (cfr. [8] e gli esempi in [25, 30]) o quelle mostrate da Rondelet in «fig.5 e 6» (cfr. [7] e gli esempi in [29] rispettive [27 e 34]). Altri esempi non sembrano seguire le disposizioni codificate della muratura in mattoni. La regola nella casa d’affitto umbertina pare essere stata il doppio ricorso di mattoni, come dimostra la maggioranza dei casi rilevati (cfr. [26 a 38]). Tra gli edifici esaminati si trovano meno spesso il singolo (cfr. [35]) e il triplo (cfr. [38]) o addirittura quadruplo ricorso (cfr. [46]). Considerando l’uso dei più sottili mattoni ordinari o addirittura di tegolozza in questi ultimi due esempi, si suppone che si tratti dei primi esempi di murature listate nella Roma post-unitaria (cfr. anche par. 1.3.3). Tramite il raddrizzamento di immagini termografiche e la loro sovrapposizione con proiezioni ortogonali di nuvole di punti da scansione laser di tre edifici casi studio nel quartiere Esquilino, si è potuta rilevare con una buona approssimazione (un errore di 5 cm) la distanza tra i ricorsi di mattoni. Negli edifici esaminati si sono trovate le seguenti distanze (cfr. Tabella 4).

via Principe Amedeo nn. 72-80

85-85 cm (P1), 85-85-85 cm (P2), 80-100 cm (P3), 90-95-105 cm (P4), 65-70 cm (P5)

via Principe Amedeo nn. 75-81

85-75 cm (P2),90 cm (P3), 85-75 cm (P4), 75cm (P5)

via dello Statuto nn. 52-62

100 cm (P1), 100 cm (P2), 100-100 cm (P3)

via Pinciana/via G. Sgambati

75-75-70 cm (P1), (cfr. fig. 25)

Tabella 4. Distanza tra le fasce/ricorsi/cinture di mattoni nella muratura listata ad esempio di alcuni edifici

Tipi di muratura nella casa d’affitto

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50. Via Volturno nn. 54-62, 1 x 1 m 51. Via del Governo vecchio nn. 71-73 52. Via Panisperna n. 104, 1 x 1 m 53. Via del Governo vecchio nn. 71-73

In generale Valadier avverte per questa tecnica che «l’architetto vi badi e vi assista, che facendo la superficie esterna di mattoni vengan questi ben legati alla massa interna del muro se sarà di pietra e qualunque altro materiale»139. Per il caso della seconda variante, corrispondente all’esempio in [52], Valadier descrive la tecnica di costruire una muratura apparentemente senza malta (cfr. [54]): «potranno farsi tali cortine rotate e tagliate a tutto taglio perché nell’esterna superficie non apparisca ne la porosità dei mattoni, ne grossezza alcuna di calce sarà costruito come la fig. 6, per cui saranno prima 139. Valadier G., L’architettura pratica…, 1832, vol. 3, cit., p. 251. Cavalieri di San Bertolo N., op. cit., p. 96. «Un nucleo di struttura qualunque sia contenuto fra due spoglie o fodere d’opera regolare».

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


54. «Muro a cortina di mattoni», da Valadier Giuseppe, L’architettura pratica…, 1832, vol. 3, cit., p. 254 e tav. CCXIV (stralcio)

rotati li mattoni sopra e sotto, portandoli con graffietto ad una ugualissima grossezza come si osserva in detta figura, dopo saranno colla martellina da mattonatore, e da un mattonatore assai abile e pratico scartati da tutti li lati lasciando intatta una faccia alternativamente una lunga ed un corta dopo che saranno anche nelle teste rotati e tirati tutti a misura ugualissima fra loro, in modo che posti l’uno accanto l’altro restino come in sezione alla fig. 7 e nella pianta come alla fig. 8 in modo che la calce fina vada ad impire l’intervalli che restano fra mattone e mattone come alla detta fig. 7, lett. C, spianando quindi filaro per filaro con tavolozza come alla lett. D. fig. 8 per aver il muro della voluta grossezza»140. Anche la Tariffa degli ospedali141 e la Tariffa del trasferimento142 offrono voci corrispondenti ad una «cortina rustica» e una «cortina arruotata». La Tariffa degli ospedali considera il nucleo una posizione separata «da pagarsi separatamente il muro interno secondo la sua qualità», mentre la Tariffa del trasferimento prevede solo una muratura di mattoni interi per il nucleo. Il maggior costo di realizzazione rispetto alla muratura in pietrame intonacata spiega anche il raro utilizza nella casa d’affitto, visto il suo scopo speculativo.

140. Valadier G., L’architettura pratica…, 1832, vol. 3, cit., p. 254. 141. «Tariffa degli ospedali», op. cit., pp. 15, 17 I «muri a cortina rustica con mattoni ordinari e questi da misurarsi nella superficie esterna per la grossezza di una testa ed un quarto per la legatura non compreso la stuccatura per ogni canna quadrata di palmi 100 [5 m2]» (anche in maniera arruotata e con mattoni ordinari o grossi) costavana tra i 5 e 7.60 L. rispetto ai «muri di pietra» (2,20 L. a canna) e i «muri di tegolozza di cava» (3.30 L. a canna). 142. «Tariffa del trasferimento», op. cit., p. 41 Il «Muro di laterizi di mattoni interi con paramento a cortina rustica, compresa la stuccatura degli interstizii, ed di grossezza media di Cent. 23.» ha il costo di 6 o (la versione arruotata) 8 L. al metro quadrato (!), mentre la muratura in pietrame costa al metro cubo (!) 12.20 L.

Tipi di muratura nella casa d’affitto

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Riproduzione di una muratura alla romana

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La muratura alla romana e altre murature di fine Ottocento


La riproduzione di una piccola porzione di muratura alla romana di pietrame di tufo listato con mattoni sulla base delle conoscenze acquisite sulle tecniche costruttive e materiali da costruzione nei capitoli 1 e 2 aveva il principale scopo di servire come un campione, che assomigliasse il più possibile alla muratura originale, per una prova di trasmittanza termica con il metodo della camera calda1. Era inoltre anche un’occasione di ripercorre il processo storico della fabbricazione di una tale muratura ed acquisirne ulteriori conoscenze. Il campione di una larghezza di 1,4 m, un’altezza di 1,6 m e uno spessore di 0,5 m (volume: 1,12 m3) con un peso calcolato pari a all’incirca 1,5 t è stato realizzato dentro una apertura, pari a queste dimensioni, in una parete di polistirolo circondata da un telaio di acciaio. Questa cosiddetta “maschera” faceva parte dell’apparecchio sperimentale della camera calda, la cui capienza è stata sfruttata al massimo con questo campione. Di seguito ci si è limitati a documentare la realizzazione del campione. 3.1 Materiali impiegati Tutte le cave di tufo e pozzolana nei luoghi d’escavazione del XIX secolo sono oggi inattive, quindi si è dovuto scegliere una cava che come nell’Ottocento estraesse il tufo lionato. È stata trovata la cava Esman S.R.L. alla via di Fioranello in prossimità della via Appia Nuova (cfr. Tabella 13). Vista la vicinanza al vulcano laziale la cava possiede uno strato ben riconoscibile di tufo lionato, che si divide in una qualità giallo-pallida, più compatta, e una qualità giallo-rosso acceso, più tenera, più simile al tipico colore fulvo del tufo lionato, di cui è stata scelta l’ultima. Nel caso dei mattoni il problema dell’autenticità del materiale è stato facilmente affrontabile. Si è avuta la possibilità di riusare mattoni originali dell’epoca da un cantiere di ristrutturazione di un appartamento di un edificio in via Giovanni Lanza. Seppure l’impianto del palazzo sia sicuramente antecedente al 1870, il fatto che l’appartamento sia stato ristrutturato nell’Ottocento, si può dedurre dal formato dei mattoni zoccoli (14 x 28 x 5,5 cm). Si trattava di mattoni formati a mano, di colore giallo, quindi presumibilmente fatti con argille plioceniche. In seguito alla sperimentazione dei diversi impasti di malta pozzolanica, si è optato per quello che ha dimostrato la maggior resistenza meccanica in relazione al rapporto C-P. L’IMP3, che corrisponde ad un rapporto in 1. UNI EN ISO 8990, cit.

Riproduzione di una muratura alla romana

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